Note


1 Precisamente il faldone I contiene fascicoli che si occupano di "beni ebraici-massime", "elenchi di persone di razza ebraica", "beni ebraici-pratiche personali", "trasferimento a Torino di beni ebraici", "confisca dei beni ebraici", "trascrizione delle proprietà". Il faldone II ha al suo interno fascicoli relativi a "beni ebraici-denuncia di società azionarie", "beni ebraici-denuncia delle banche", "beni ebraici-denuncia della Cassa di Risparmio di Vercelli", "pensioni a favore di persone di razza ebraica", "beni ebraici-iniziative assistenziali".
Il contenuto dei due faldoni è stato esaminato al fine di avere un quadro completo della situazione degli ebrei vercellesi e scoprire come gli individui definiti di "razza" ebraica fossero presenti nelle pratiche riguardanti la confisca dei beni, le denunce e i trasferimenti.
In un secondo tempo l'attenzione si è concentrata sui tre elenchi di persone di "razza" ebraica, ritrovati nel faldone I, così intitolati: a) "Questura repubblicana di Vercelli. Elenco degli ebrei residenti in Vercelli e loro abitazioni"; b) "Elenco. Nominativi di ebrei non segnalati dalla Questura di Vercelli. Residenti in Vercelli"; c) "Elenco ebrei/e esistenti in Vercelli. Elenco trasmesso dal Comune di Vercelli alla Prefettura repubblicana in data 21 febbraio 1944".
Il primo elenco comprende i nomi di 90 individui, 42 maschi e 48 femmine, organizzati in ordine alfabetico, con l'indicazione di paternità, maternità, luogo e data di nascita e indirizzo della residenza in Vercelli. Il secondo elenco raccoglie i nomi di 48 individui, fra i quali anche quelli di alcune ditte ebraiche; a fianco dei nomi sono indicate le vie di residenza in Vercelli; alcuni degli individui citati compaiono anche nell'elenco della Questura repubblicana di Vercelli. Infine, il terzo elenco presenta i nomi di 46 maschi e 61 femmine di "razza" ebraica con le indicazioni delle vie di residenza; alcuni di questi nomi compaiono nell'elenco della Questura repubblicana di Vercelli.

2 Il criterio con il quale sono state richieste ed ottenute informazioni presso l'ufficio anagrafico è stato il seguente: inizialmente la precedenza è stata data alla raccolta di dati riguardanti gli individui rintracciati tramite gli elenchi dell'Archivio di Stato, cercando, quindi, di colmare le lacune presenti in tali elenchi. In un secondo tempo l'attenzione è stata rivolta ad un gruppo di ebrei, dei quali si è scoperta l'esistenza perché avevano legami di parentela con gli ebrei rintracciati utilizzando gli elenchi. I dati ottenuti dall'anagrafe di Vercelli, consistenti in nome, cognome, indirizzo, città e data di nascita, città, luogo, data del matrimonio e nome del coniuge, stato civile e professione, hanno offerto la possibilità di compiere un'indagine più accurata e dettagliata del gruppo ebraico vercellese.

3 La ricerca ha confermato che gli uffici pubblici avevano proceduto con grande precisione nel quinquennio 1938-43 a rintracciare gli ebrei: chi era ebreo e si trovava a Vercelli, è stato, da subito, sistematicamente rintracciato, schedato e compreso nelle pratiche istruite dal regime in quegli anni. Infatti, malgrado tutti i tentativi di mettere in discussione gli elenchi di persone di "razza" ebraica trovati nelle carte della Prefettura, essi si sono rivelati alla fine perfettamente congruenti con la realtà della persecuzione ebraica a Vercelli.

4 Nell'ordine: Casale, Torino, Trino, Santhià, Biella, Asti, Cuneo, per un totale (compreso Vercelli) di 89 individui.

5 Numerosi erano gli ebrei, maschi e femmine, che tra i 51 e i 60 anni risultavano coniugati, 6 maschi e 11 femmine; altri 6, sia maschi che femmine, risultavano sposati tra i 61 e i 70 anni d'età; pochi erano i giovani coniugati: 1 maschio e 2 femmine tra i 21 e i 30 anni; questo dato potrebbe ulteriormente confermare il fatto che a Vercelli, tra la popolazione ebraica, i giovani avessero un peso assai ridotto. Per quanto riguarda, invece, i celibi e le nubili, risulta che i primi erano più numerosi tra i 21 e i 30 anni e tra i 61 e i 70 anni, precisamente 6 persone; le nubili erano 8, in età compresa tra i 31 e i 40 anni.

6 Precisamente 30 ebrei, 13 maschi e 17 femmine; 14 persone, invece, si sposarono in città piemontesi come Casale con 7 individui, Torino con 5 e Biella con 2 individui. Altri individui si unirono in matrimonio in altre regioni d'Italia: 4 si sposarono in Liguria, 3 in Toscana, 2 in Emilia, 1 in Lombardia; infine, 2 matrimoni furono celebrati all'estero e per 7 individui non si conosce il luogo del matrimonio.

7 Queste 13 persone sono: Angelo Pollarolo, Vittorio Ranieri, Guido De Benedictis, Vittorio Alberico, Battista Bona, Silvio Biffi, Carlo Pession, Pierina Astinelli, Annita Marchetti, Marta Caligaris, Maria Piazzano, Teresa Menso, Fortunata Rosa.

8 La distribuzione di celibi/nubili e sposati per fasce d'età mostra come i celibi fossero più concentrati tra i 21 e i 40 anni, precisamente 6 individui; 8 erano, invece, le donne nubili tra i 31 e i 40 anni; per quanto riguarda gli individui sposati si può notare come 8 maschi fossero concentrati tra i 61 e i 70 anni e 12 femmine tra i 51 e i 60 anni d'età.

9 17 matrimoni avvennero in altre città del Piemonte: Torino, Casale, Biella, Asti. Altri individui si sposarono in altre regioni d'Italia: 6 individui in Liguria, 3 in Toscana, 2 in Lombardia, 2 in Emilia; invece 2 si sposarono all'estero e per 7 individui il dato risulta mancante.

10 Precisamente 20 erano i nuclei formati da 1 solo individuo, quasi sempre celibe o nubile; 22 erano i nuclei formati da 2 persone: coppie senza figli oppure fratelli e sorelle che vivevano sotto lo stesso tetto. Esistevano 12 nuclei formati da 3 individui: 2 genitori più 1 figlio, oppure un genitore più 2 figli, oppure 2 coniugi più il genitore o il fratello/sorella di uno dei due, oppure da 3 fratelli o sorelle; 6 nuclei erano formati da 4 individui: 2 genitori e 2 figli, oppure 1 genitore e 3 figli, oppure 2 genitori più 1 figlio e un nonno/nonna, oppure 2 genitori, 1 figlio e 1 fratello/sorella della coppia. Infine si ha il caso di 1 nucleo formato da 7 persone e 1 nucleo formato da 8: il primo corrispondeva ad una famiglia composta da genitori, 1 figlio, più 4 parenti sfollati da Torino; il secondo era costituito da 2 genitori, 4 figli e 1 nonna. La maggior parte dei gruppi familiari erano formati interamente da ebrei. Risulta quindi evidente che gli ebrei vercellesi, a quasi cent'anni dall'emancipazione, tendevano ancora ad evitare l'assimilazione al resto della popolazione.

11 16 nuclei erano formati da 1 persona, 24 da 2 persone, 14 da 3 individui, 5 da 4, 2 da 5 persone, 1 nucleo da 7 individui e 1 da 8. I legami di parentela all'interno dei nuclei rispecchiano quelli descritti per gli ebrei compresi nell'anno 1943.

12 Più precisamente: 3 giungono a Vercelli in un periodo sconosciuto, in quanto i loro spostamenti risultano senza data, 46 immigrano prima del 1938, 13 immigrano tra il 1938 e il 1942, 3 dal 1943 al 1945 e 7 dopo il 1945.

13 A tal proposito nel testo di Sarasso si legge che: "[...] continuano a svolgere, e possibilmente a sviluppare, le attività paterne, come Vittorio Muggia che inaugura a Vercelli un nuovo negozio di argenteria"; cfr. Terenzio Sarasso, Storia degli Ebrei a Vercelli, Vercelli, Comunità israelitica, 1975, p. 131. Analizzando, fra gli altri, il caso di Vittorio Muggia, segnalato da Sarasso, si può constatare che il passaggio di attività di padre in figlio non si fermò a questa generazione, ma continuò con i figli di Vittorio Muggia. Vittorio Muggia ebbe tre figli: Mario, Guido e Giulio, nati rispettivamente il 2 agosto 1883, il 28 giugno 1885 e l'8 settembre 1889; il luogo di nascita fu per tutti Vercelli. Mario e Giulio risultano essere rimasti celibi, mentre Guido si sposò a Vercelli l'8 marzo 1919 con Ines Coen Sacerdotti, nativa di Biella e di condizione "agiata". I tre fratelli risultano aver svolto la professione del padre, svolta a suo tempo anche dal nonno; infatti sono segnalati come argentieri. C'è poi una particolarità che li riguarda e cioè l'emigrazione di tutti e tre a Milano in anni molto vicini: Giulio emigrò il 28 settembre 1920, Mario il 16 maggio 1921 e Guido, con la moglie, il 15 giugno 1929. Non si conoscono le cause e i motivi di tale emigrazione; si può comunque ipotizzare che si fossero trasferiti per motivi lavorativi, in quanto, svolgendo tutti e tre la stessa professione, decisero forse di ampliare insieme la loro attività e di farlo in una città come Milano, che offriva senz'altro più possibilità di Vercelli.
Sarasso fa riferimento anche ad altri due personaggi di spicco all'interno della comunità: Giuseppe Colombo, che indica come laureato in lettere e filosofia tra il 1896 ed il 1897, e il professor Eugenio Treves. Le informazioni raccolte nel corso di questa ricerca hanno confermato le osservazioni di Sarasso; infatti Giuseppe Colombo nacque a Vercelli il 27 luglio 1874, risulta essere rimasto celibe e essersi laureato in legge (invece che in lettere e filosofia, come annotato da Sarasso). Resta comunque fondamentale il fatto che Giuseppe Colombo, e come lui diversi altri nati negli ultimi decenni del 1800, avessero potuto laurearsi già agli inizi del 1900. Di Giuseppe Colombo si perdono poi le tracce, in quanto, con il censimento del 1911, risulta emigrato a Torino.
Il professor Eugenio Treves viene dipinto da Sarasso come un eccellente studente in quanto, al secondo anno di ginnasio, era stato dispensato dagli esami per i brillanti risultati conseguiti durante l'anno scolastico. Eugenio Treves nacque a Milano il 23 gennaio 1888, risiedette però da subito a Vercelli, in via Lavini 10; si sposò, sempre a Vercelli, il 3 settembre 1927 con Laura Zanotti; dal punto di vista professionale viene indicato come professore, ma molteplici devono essere stati i suoi interessi e il suo impegno, poiché viene segnalato anche come scrittore, poeta e coautore del vocabolario Palazzi. Morì poi a Vercelli il 19 dicembre 1970.
Sarasso propone il ritratto di altri israeliti vercellesi che godettero di una certa fama: ad esempio l'ingegnere Giuseppe Leblis con le sue molteplici qualità, che durante la persecuzione razziale mostrò grande coraggio.

14 T. Sarasso, op. cit., pp. 134-135.

15 Il contenuto della circolare era il seguente: "Come è noto, il 4 corrente è entrato in vigore il regio decreto legge 17 novembre 1938-XVII, n. 1728, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, n. 264 del 19 dello stesso mese, concernenti provvedimenti per la difesa della razza italiana.
Per l'art. 20 di detto decreto le amministrazioni degli enti indicati nell'art.13, devono dispensare dal servizio, nel termine di tre mesi dalla data di entrata in vigore del decreto, e così entro il 4 marzo 1939-XVII, i propri dipendenti appartenenti alla razza ebraica.
Si prega di curare la precisa, rigorosa e tempestiva esecuzione di tutte le disposizioni, adottando e promovendo i provvedimenti necessari pel personale dipendente dagli enti [...].
A tale scopo, si prega di disporre e curare che ciascuna di dette amministrazioni provveda al rilevamento della situazione dei rispettivi dipendenti, di qualsiasi categoria e specie, [...], facendone riempire una scheda personale conforme al modello unito. [...].
Sulla base dei dati contenuti nelle schede, la singole amministrazioni dovranno adottare, entro il temine suindicato del 4 marzo p.v. i provvedimenti di dispensa del rispettivo personale di razza ebraica, trasmettendo, a questa Prefettura non più tardi del 28 febbraio con la deliberazione di dispensa o con la comunicazione che non ricorre il caso di adottare alcun provvedimento, tutte le schede del proprio personale. [...]. Si raccomanda la precisa, rigorosa e tempestiva esecuzione delle presenti disposizioni e si prega di dare assicurazione".
Alla circolare era allegato anche il modello della scheda da compilare, denominato "Mod. B", in cui compariva un casellario corrispondente a voci diverse quali: il numero dei dipendenti, quanti erano assunti di ruolo, quanti a contratto, quanti avventizi, ecc. Esiste un'altra copia della suddetta circolare; in questo caso il documento è intestato Regia Prefettura di Vercelli, è datato "9 gennaio 1939-XVII", è più stringato rispetto al precedente; manca infatti una parte, ed è caratterizzato da un diverso e più elegante carattere di stampa; inoltre ad esso è allegato un modulo da compilare, indicato come "Mod. A", in cui veniva richiesto il cognome e nome del dipendente, paternità e maternità, data e luogo di nascita, città e ufficio in cui il dipendente prestava servizio, qualifica, tipo di assunzione, razza ebraica o meno e nazionalità italiana o straniera del padre e della madre, se nato da genitori di nazionalità italiana di cui uno di razza ebraica, se apparteneva alla religione ebraica, se iscritto ad una comunità israelitica, o se in qualsiasi modo avesse fatto manifestazioni di ebraismo. Esistono alcuni di questi moduli compilati riportanti le cifre di quanti impiegati ricoprivano un determinato ruolo; essi sono relativi alla città di Vercelli e ad alcuni paesi limitrofi; sono però di difficile interpretazione a causa della calligrafia poco chiara.

16 Due particolarità sono degne di nota in questa circolare: la dicitura, posta nell'intestazione sotto a "Il Ministero dell'Interno", di "Demografia e Razza" e, in secondo luogo, il timbro a grossi caratteri stampatello di "Riservata", il quale dimostra l'ossessiva e quasi maniacale riservatezza con la quale si voleva gestire, all'interno dell'amministrazione dello stato, la legislazione razziale. Ecco come iniziava la circolare: "Il giorno 4 corrente è entrato in vigore il Rdl 11 novembre 1938-XVII, n. 1728, recante provvedimenti per la difesa della razza italiana.
Allo scopo di dare direttiva precisa ed uniforme agli uffici ai quali sono assegnati compiti per l'attuazione del provvedimento in parola, si ritiene opportuno, dopo le necessarie intese con gli altri Ministeri interessati, fornire qualche cenno illustrativo sulle varie parti del provvedimento stesso ed impartire norme provvisorie di esecuzione, in attesa del regolamento". Seguivano poi gli articoli riguardanti i provvedimenti relativi al matrimonio, l'appartenenza alla razza ebraica e l'allontanamento dal lavoro. In conclusione si poteva leggere che: "Le autorità alle quali la presente circolare è diretta vorranno prendere buona nota delle disposizioni impartite e diramare con la massima urgenza - per la parte di rispettiva competenza - le occorrenti istruzioni agli organi dipendenti".

17 "Art. 8 Agli effetti di legge: a) è di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica; b) è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di cui uno di razza ebraica e l'altro di nazionalità straniera; c) è considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre; d) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, appartenga alla religione ebraica, o sia comunque iscritto ad una comunità israelitica, ovvero abbia fatto, in qualsiasi altro modo, manifestazione di ebraismo.
Non è considerato di razza ebraica colui che è nato da genitori di nazionalità italiana, di cui uno solo di razza ebraica, che, alla data del 1 ottobre 1938-XVI, apparteneva a religione diversa da quella ebraica".

18 Anche Sarasso, in Storia degli Ebrei a Vercelli, indica la fine di settembre del 1943 come l'inizio della tragedia per gli ebrei vercellesi e scrive: "Ma la vera e propria 'caccia' agli ebrei si inizia dopo l'occupazione di Vercelli da parte delle truppe naziste, il 20 settembre 1943 [...] Tutti i beni della Comunità israelitica e dei singoli ebrei sono posti sotto sequestro, la sinagoga è trasformata in magazzino, i banchi asportati, i lampadari distrutti, rubate le decorazioni in bronzo, l'organo irrimediabilmente rovinato [...] Le persone sono ricercate e 'cacciate' ovunque".

19 Si rimanda all'articolo di Alberto Lovatto, Ebrei in provincia di Vercelli durante la Rsi: la deportazione, in "l'impegno", a. IX, n. 3, dicembre 1989, pp. 22-25 e a Mario Capellino, che afferma: "Il 2 dicembre 1943 i capi delle province ricevettero un'ordinanza dalla Repubblica sociale italiana che prevedeva il campo di concentramento per tutti gli ebrei residenti nel territorio nazionale, il sequestro dei loro beni in attesa di essere confiscati, la speciale vigilanza anche per i nati da matrimoni misti. Il capo della Provincia di Vercelli, Michele Morsero, il 6 dicembre ordinò al podestà della città di allestire subito un campo di concentramento per gli ebrei nella cascina Aravecchia ed il 9 dicembre stabilì che i podestà della Provincia provvedessero ad apporre i sigilli alle case degli ebrei. Il 18 dicembre il podestà di Vercelli assicurava il capo della Provincia che tra qualche giorno tutto sarebbe stato pronto per ospitare gli ebrei all'Aravecchia. Morsero, in data 29 dicembre, scrisse al podestà che alla cascina Aravecchia, in funzione dal 24, erano stati internati sette ebrei e ne attendevano altri. Cfr. Mario Capellino, "E suor Teresa adottò uno zio", in Scriviamo un libro insieme, Vercelli, Cassa di risparmio, vol. III, 1984, p. 38.
Il 18 febbraio 1944 il podestà proponeva la requisizione della villa di proprietà Pugliese e Muggia, situata in via XX settembre, n. 9. La sinagoga fu trasformata in magazzino, molti furono i danni o i furti della suppellettile sacra e delle decorazioni".

20 Un telegramma ricevuto a Vercelli ai primi di dicembre del 1943, precisamente all'ufficio telegrafico, indica la data del 1 dicembre 1943 e sotto il testo è segnata la data del 3 dicembre 1943, seguita da una frase di difficile comprensione in cui sembra scritto: "Fatta copia per il Questore [...]", indirizzato: "A tutti i capi delle Provincie libere". Riguardava la disposizione di internamento di tutti gli ebrei in appositi campi di concentramento e il testo del telegramma era il seguente: "[...] comunicasi per la immediata esecuzione la seguente ordinanza di polizia che dovrà essere applicata in tutto il territorio di codesta provincia primo tutti gli ebrei anche se discriminati a qualunque nazionalità appartengano e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in appositi campi concentramento tutti i loro beni mobili ed immobili debbono essere sottoposti ad immediato sequestro [...] secondo tutti coloro che nati da matrimonio misto ebbero in applicazione delle leggi razziali italiane vigenti il riconoscimento di appartenenza alla razza ariana debbono essere sottoposti a speciale vigilanza degli organi di polizia siano per intanto concentrati gli ebrei in campi di concentramento provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati. Ministro Interno Buffarini".

21 Mario Capellino narra le vicende di fuga di alcuni ebrei vercellesi, come quella dell'avvocato Vittorio Cingoli, fratello della signora Alberta e dell'ingegnere Aldo: "Il fratello dell'ingegnere, l'avvocato Vittorio Cingoli fu aiutato da un direttore di filatura di Trivero, Mario Catalani. Gli diede la sua carta d'identità e lo ospitò presso la sua famiglia ad Arezzo. Rimasto in contatto con la fidanzata, Viva Sandra, fu sequestrata la sua corrispondenza e fu scoperto il suo nascondiglio. Nell'aprile del 1944 anche l'avvocato Vittorio riparò in Svizzera. Viva Sandra occultò nella sua casa di Buronzo molti beni della famiglia Cingoli. [...].
L'Istituto delle suore Maddalene di Vercelli aprì le sue porte a tre signore ebree nei giorni drammatici dell'autunno del 1943.
Nella Segre fu nascosta due giorni nella farmacia dell'Ospedale maggiore, otto giorni nel sotterraneo dello stesso ospedale, per interessamento di suor Veramonda delle Suore dalla carità di S. Antida. Dal 22 settembre 1943, per quaranta giorni, rimase nel convento delle Maddalene di via Dante, n. 30. Era stata raccomandata da monsignor Antonio Garione, delegato arcivescovile per l'Istituto. In una cameretta dello stesso convento passò ventiquattro giorni la signora Liana Modena, sempre per insistenza di monsignor Garione e dietro presentazione di Viva Sandra. Anche Ilda Sacerdote trovò ospitalità presso le Maddalene di Vercelli in analoghe circostanze.
Il rabbino Ugo Massiach fu ricevuto in udienza dall'Arcivescovo monsignor Giacomo Montanelli, proprio in quei giorni. Fu poi al santuario di Oropa e a Firenze.
Nell'Istituto S. Giuseppe, diretto dai Fratelli delle scuole cristiane, trovò rifugio il giovane Jachia di Vercelli.
Giulio Muggia, commerciante di tessuti in città, molto vicino alle Suore figlie di S. Paolo, fu nascosto presso i Paolini di Alba, poi nella casa dei Bassi, vicino a Mondovì, dove indossò l'abito dei Discepoli del divin Maestro. [...] al S. Andrea di Vercelli [...], nell'abbazia furono occultati molti beni di Giulio Muggia [...].
Il parroco di S. Grisante, don Giuseppe Bianco, aprì la sua canonica al professor Raffaele Foà dal 14 aprile 1944 al 23 aprile 1945. L'anziano professore era riuscito a sfuggire all'arresto nella sua casa di Casale Monferrato. Quando non si sentiva sicuro in casa parrocchiale, si nascondeva nel boschetto vicino o all'asilo, dove risultava ufficialmente come zio di suor Maria Teresa". Cfr. M. Capellino, op. cit., pp. 39-41.

22 Ecco quanto scrive Sarasso: "Il rabbino Ugo Massiach, con notevole sprezzo per la propria vita, si prodiga, infaticabile, per tutti, oltre i limiti del possibile, ma è infine costretto egli stesso a fuggire con la famiglia (la moglie e cinque figli) e ripara a Firenze. Nel 1945, alla liberazione, dopo un breve ritorno a Vercelli, si trasferirà appunto a Firenze, chiamato a ricoprire la cattedra rabbinica di quella città.
Anche la casa dell'ing. Leblis, in via Monte di pietà, è devastata, ma in sua assenza. Egli aveva trovato rifugio con la famiglia in val di Susa, in una frazione di Condove. Ivi, avendo saputo di essere ricercato come ebreo, si consegnò spontaneamente, salvando così la famiglia, il 20 dicembre 1943. Tradotto nelle carceri, di Torino, poi deportato nel campo di sterminio di Auschwitz, vi muore il 23 maggio 1944". Cfr. T. Sarasso, op. cit., p. 136.

23 Cfr. A. Lovatto, art. cit., pp. 26-29.
Anche Sarasso afferma che: "[...] sulla scorta degli indirizzi e dei nomi rilevati in Questura, ma soprattutto a causa delle molte 'soffiate' e informazioni anonime, vengono arrestati e deportati quattordici ebrei vercellesi, nessuno dei quali farà ritorno dai campi di internamento e di eliminazione istituiti dai nazisti.
I loro nomi (unitamente a quelli di quattro ebrei di Biella e uno di Novara) sono ricordati in una lapide murata nel cimitero israelitico di Vercelli, in corso Randaccio. La didascalia è stata dettata dal nuovo rabbino di Vercelli, prof. Gustavo Calò, e dice: 'Pregando per la beatitudine eterna delle anime dei vostri cari ricordate le anime sante purificate dal fuoco del sacrificio delle vittime della ferocia nazista'.
La lapide è stata murata nel 1946 dal nuovo presidente Mario Debenedetti. Quando venne scoperta era presente anche il rabbino Massiach, venuto per l'occasione da Firenze. Le vittime vennero commemorate con una commovente orazione dell'avv. Vittorio Cingoli. Le preghiere in suffragio vennero recitate dal rabbino Calò".
Il 25 aprile del 1990 è stata affissa, nella parte esterna del municipio di Vercelli, una seconda lapide in onore dei deportati vercellesi; i nomi degli ebrei segnalati sono gli stessi della lapide indicata da Terenzio Sarasso; compaiono quindi, oltre ai deportati vercellesi, anche quattro ebrei di Biella ed uno di Novara. La lapide è così intitolata: "Ebrei che, deportati ad Auschwitz, non sono più tornati"; seguono i nomi: Diena Giacomo, Foa Jole, Franchetti Leonardo, Franchetti Olga, Jona Annetta, Jona Enrichetta, Jona Felice, Jona Giuseppe, Jona Segre Gina, Leblis Giuseppe, Maroni Segre Delia, Nissin Augusta, Norzi Ottolenghi Edvige, Norzi Guido, Ottolenghi Enrichetta, Tedeschi Carmi Adele, Vitale Ovazza Ada, Vitale Ovazza Elvira, Weimberg Giuseppe.
I cinque ebrei non vercellesi sono: Nissin Augusta, Vitale Ovazza Ada, Vitale Ovazza Elvira, Weimberg Giuseppe, Diena Giacomo. Dei quattordici ebrei deportati, grazie alle ricerche condotte, ho potuto scoprire alcune notizie sulla loro vita così bruscamente troncata dalla deportazione in campo di sterminio. Nell'ordine: Jole Foa era figlia di Tobia Sansone Foa e Eleonora Tedeschi; nacque a Vercelli il 16 novembre 1890, emigrò da Vercelli per trasferirsi a Milano; il particolare importante che la riguarda fu la sua occupazione come segretaria di Farinacci e da questi protetta fino al 1942-43, quando venne arrestata e deportata. Leonardo Franchetti, figlio di Abramo Franchetti e Teresa Menso, nacque a Vercelli il 14 marzo 1907 e ivi risiedette in via 17 novembre 21 (via Foa); si sposò il 12 gennaio 1933 con Maria Piazzano, non appartenente alla religione ebraica; era ragioniere; emigrò e ritornò a Vercelli varie volte, si diresse in Belgio, Torino e Biella. Inoltre sembra che venne arrestato a Milano come antifascista o sospettato tale nel 1943, ma non come ebreo; fu deportato nel campo di Langenfeld in Germania, verso il confine con la Cecoslovacchia, dove venne fucilato il 22 aprile 1945, insieme a settecento prigionieri italiani e non, poco tempo prima dell'arrivo dell'armata russa.
Olga Franchetti, zia paterna del suddetto Leonardo, era figlia di Leon Jacob Leonardo Franchetti e Bella Gentilina Gentile; nacque a Vercelli il 12 maggio 1880, ivi risiedette in via 17 novembre 23 (via Foa); era nubile, inabile, anziana e paralitica, ma venne ugualmente deportata. Delia Segre Maroni, zia della moglie dell'ingegner Aldo Cingoli, era figlia di Giuseppe Segre e Sofia Amar; nacque a Genova il 10 dicembre 1891, sposò Emanuele Maroni a Genova il 19 gennaio 1913; era di condizione "agiata", emigrò a Torino ed in Francia per essere poi arrestata e deportata. Guido Norzi, figlio di Moise Norzi e Evelina Momigliano, nacque a Vercelli il 5 settembre 1886, sposò Amalia Segre ed emigrò da Vercelli; la deportazione non lo risparmiò e pare che venne deportato con la figlioletta di otto anni. Edvige Norzi Ottolenghi, figlia di Salomone Norzi, nacque a Vercelli il 18 febbraio 1879 e sposò Vittorio Ottolenghi il 3 ottobre 1903; era "agiata" ed emigrò forse a Roma.
Annetta Jona, figlia di Simone Jona e Ricca Sacerdote, nacque a Vercelli il 22 luglio 1881, ivi risiedette in corso Carlo Alberto 58; era casalinga e nubile; emigrò a Torino ed ebbe identica sorte degli altri deportati. Enrichetta Jona, figlia di Felice Jona e Regina Segre, nacque a Vercelli il 9 ottobre 1919; ivi risiedeva in via 17 novembre 25; era nubile e venne deportata con i genitori. Jona Felice, padre di Enrichetta, era figlio di Simone Jona e Ricca Sacerdote; nacque a Vercelli il 20 aprile 1878 e ivi abitava in via 17 novembre 25; coniugato con Regina Segre a Casale il 9 settembre 1914, era negoziante di stoffe. Giuseppe Abramo Jona, figlio di Simone Jona e Ricca Sacerdote, nacque a Vercelli il 3 dicembre 1876; ivi abitò in corso Carlo Alberto 58; era celibe e negoziante di stoffe. Re-gina Segre Jona, madre di Enrichetta, figlia di Jona Segre e Vittoria Segre, nacque a Casale il 13 luglio 1889; risiedeva a Vercelli in via 17 novembre 25; era coniugata con Felice Jona ed era commerciante. Dalle parentele messe in evidenza si può notare come, per quanto riguarda gli Jona, venne deportata un'intera famiglia.
Giuseppe Leblis è il famoso ingegner Leblis più volte ricordato, figlio di Abramo Leblis e Fortunata Levi; nacque a Vercelli il 25 luglio 1873; ivi risiedeva in via Monte Pietà 3 ed era celibe. Enrichetta Ottolenghi, figlia di Emanuele Ottolenghi e Dosolina Migliau, nacque a Vercelli il 10 maggio 1889; ivi residente in piazza Torino 4, era nubile, casalinga ed emigrata a Milano nel 1934. Adele Carmi Tedeschi, figlia di Giuseppe Carmi e Guidina Foà, nacque a Vercelli il 29 settembre 1877; abitò in via Foa 55, sposò Salvador Tedeschi a Vercelli il 29 settembre 1899; casalinga ed emigrata a Torino nel 1941, fu poi deportata. Alcuni individui al momento dell'arresto non si trovavano più a Vercelli, erano emigrati in periodi diversi: molto tempo prima delle persecuzioni, o durante la fase più critica di queste, cioè tra il 1941 e 1943, oppure erano fuggiti da Vercelli a causa della "caccia all'ebreo", scatenata da tedeschi e fascisti.