Marco Neiretti
Note sul movimento cattolico sociale nel Biellese in periodo giolittiano (1908-1912)
2. Programmi e attività
"l'impegno", a. II, n. 4, dicembre 1982
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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I. 1 - Una prospettiva politica per l'organizzazione
Il movimento cattolico raggiunge nel Biellese in periodo giolittiano (1908-1912) i massimi
traguardi organizzativi della sua parabola, dall'unità nazionale all'avvento del fascismo. Lo stimolo esterno,
nella gerarchia ecclesiastica e del movimento cattolico italiano, trova infatti vivace rispondenza locale,
perché clero e laicato vivono le tensioni e gli scontri d'una società industriale in espansione. Alle spalle, si è
detto, era prosperata una tradizione progressista che, alla svolta della condanna del modernismo e della
Democrazia cristiana, viene ripresa e incanalata nel tentativo di fare dell'associazionismo parrocchiale e locale
un coordinato movimento di massa di portata diocesana.
È appunto la Direzione diocesana di azione cattolica che coordina le attività e le specializzazioni del
movimento dalle Leghe del lavoro ai circoli (culturali, sportivi, caritativi), dalle società di mutuo soccorso alle
casse (rurali e operaie); mentre gli Uffici del lavoro, dell'emigrazione (Segretariato emigranti), di
collocamento, ne rappresentano il braccio operativo, diretto dal propagandista-organizzatore.
Ora, viste a grandi linee struttura ed organizzazione, occorre cogliere quali siano state la linea politica e
le iniziative attraverso cui il movimento cattolico agì in quel periodo nel Biellese. Così è da chiedersi
sotto qual segno il movimemo cattolico conseguì il rilancio organizzativo fra il 1908 e il 1912, che non
fosse semplicemente l'attivismo del clero e l'attuazione di direttive centrali; e con quali iniziative e risultati.
I. 2 - Il movimento cattolico e il voto
I. 2. 1 - Le elezioni politiche ed amministrative: fra la tentazione della diaspora e il consenso moderato
La linea politica, che si coglie dai comportamenti del movimento cattolico biellese, appare
condizionata dalla miscela di contraddizioni proprie al movimento sul piano nazionale, con l'aggiunta di forti
umori locali, parte per la concorrenza di un attivo movimento socialista e parte per la cospicua componente
operaia cattolica, non moderata come altrove da influenti ceti agrari e borghesi. Questi ceti erano nel Biellese
poco consistenti come gli agrari, o schierati su posizioni laiche (conservatrici, radicali o liberali) come gran
parte della borghesia. I cattolici biellesi, alla pari della maggioranza dei cattolici subalpini, non mettevano
in discussione l'unità nazionale, così come non misconoscevano la monarchia sabauda; ciò che
respingevano era il modo con cui l'unità era stata conseguita (il Risorgimento) e la dirigenza politica che governava
il Paese (nemica più per la sua cultura che per la sua composizione di classe). Era il modo di essere
dell'Italia giolittiana (come, prima, di quella crispina e, innanzi ancora, dell'Italia della destra storica) che
veniva respinto dai cattolici biellesi; i quali intravedevano nell'incontro-scontro con lo Stato liberale la strada per
la sua legittimazione politica, poi del Risorgimento. Nelle intenzioni l'incontro sarebbe avvenuto con il
far aumentare il numero dei deputati cattolici e non anticlericali, lo scontro con l'indurre il governo, il
Parlamento, i loro organi periferici e il potere locale, a farsi carico della questione sociale per risolverla con le riforme.
Lo sforzo per fare aumentare il consenso cattolico in Parlamento, che sboccherà nel patto Gentiloni
del 1912, ebbe anticipazione nel Biellese con la dichiarazione di appoggio cattolico al moderato Eugenio
Bona, a pro del quale venne per il Collegio di Biella rimosso dalla S. Sede il "non expedit" fin dal 1909:
"Expedit!" ("È utile!", si può votare!) intitolò la notizia del "via" ai candidati costituzionali a Biella, Santhià,
Cossato, "Il Biellese" del 22 febbraio 1909. Ma sembra attendibile che i cattolici non appoggiassero con tutta la
loro forza i candidati costituzionali, dal momento che la loro ufficiale discesa in campo non garantì la
rielezione di Bona a Biella né ottenne l'elezione di Pipia a Cossato, e neppure qualche mese più tardi la riuscita
di Garlanda a Biella. Soltanto Marco Pozzo ebbe più voti e stravinse a Santhià, collegio solo in parte
biellese, con elettorato del tutto agrario. La propaganda elettorale promossa nel Biellese dai democratici cristiani
di Torino a favore dei candidati socialisti segnala l'esistenza di dissensi alla base del movimento
cattolico; mentre lo sforzo dell'Unione elettorale cattolica per far iscrivere il maggior numero di cattolici nelle
liste degli aventi diritto al voto sembra coincidere più con l'aumento dei voti socialisti che dei consensi ai
costituzionali. Del resto i candidati socialisti di Biella e Cossato, Rigola e Quaglino a Biella, Rondani
a Cossato, rappresentavano il volto sindacalistico del socialismo biellese (Rigola e Quaglino) e quello
moderato (Rondani), ritenuto dai cattolici se non il volto del dialogo almeno quello del "non scontro" e quindi
volto meno settario e meno anticlericale che quello, dominante la piazza e il partito, di Guarnieri e anche
volto meno concorrente dell'attivismo di Canevari.
Parte della base elettorale cattolica, poi, quando non concedeva un voto occasionale al candidato
socialista, come accadeva alle politiche, spesso continuava la pratica del "non expedit" pur di non votare
candidati liberali. Così nel 1910, se alle comunali di Biella, dove venivano eletti anche candidati cattolici,
appoggiava in modo determinante Corradino Sella, alle provinciali lasciava cadere il presidente uscente della
Deputazione provinciale di Novara, il biellese ing. Carlo Maggia. Nella rubrica "Nelle nostre file", sotto il titolino
"Unione elettorale cattolica", "Il Biellese", si chiedeva, all'indomani di quella che definiva "una battaglia che
è relativamente una vittoria": "che cosa c'è da fare ora?", per tosto dire che occorreva
continuare nell'organizzazione, "e soprattutto verificare a uno a uno quali soci dell'Unione elettorale cattolica
non andarono a votare"1.
I. 2. 2 - La battaglia per il riposo festivo
Sul terreno elettorale, della mobilitazione e della conta dei consensi, il movimento cattolico svolse però
in quell'anno altre due competizioni, più sentite e dai risultati certo più confortanti: la battaglia per il
referendum sul riposo festivo e l'elezione dei probiviri dell'industria tessile. Lo scontro, in entrambi i casi, avvenne
con il potere economico: della piccola borghesia bottegaia e degli industriali; l'alleanza con i socialisti.
La battaglia per il riposo festivo era stata ingaggiata dai cattolici fin dal 1908, a seguito di una legge
che consentiva di indire referendum comunali per la chiusura dei negozi nei giorni festivi. Dalle pronunce
del referendum erano esclusi gli spacci alimentari, le osterie e i ristoranti.
Nel gennaio del 1908, Severino Barbera aveva aperto la campagna per il riposo festivo esortando allo
scontro i dipendenti dei negozi, con un precettivo articolo su "Il Biellese" dal titolo "Boicottare!". In luglio,
l'Unione elettorale cattolica di Biella-città riunì più di 150 commessi, sviluppando l'offensiva in termini sindacali.
Il tema del riposo festivo apparteneva alla tradizione dello scontro fra movimento cattolico e potere
politico-amministrativo: fin dal 1899 a Milano veniva stampato e diffuso in decine di migliaia di copie un
settimanale "specializzato": "L'Eco del riposo
festivo"2. La battaglia aperta nel 1908 fu lunga e faticosa. Contro
il movimento cattolico si schierarono persino i bottegai di Oropa, sostenuti dal settimanale biellese "Il sveglio". I bottegai di Oropa erano contrari, insieme alla "Lega dei commercianti biellesi", alla linea dei cattolici
per il riposo ("tali tesi 'Il Risveglio' difendeva pro Santuario e gioie della Madonna di Oropa" avrebbe
commentato in prima pagina "Il Biellese" del 19-9-1910), che erano additati come difensori degli interessi delle...
osterie non soggette a chiusura festiva.
Il referendum a pro del riposo festivo, celebrato nel settembre del 1910 a Biella, registrò una netta
vittoria cattolica con il concorso dei socialisti. Votarono 971 elettori su 4.028, il 24 per cento degli aventi diritto
al voto. Per il riposo festivo, e la chiusura dei negozi, si pronunciarono 681 elettori (il 70 per cento dei
votanti), contro 269.
La convergenza non era certo stata occasionale, soprattutto se si considera la causa comune del
riposo settimanale dei lavoratori del settore commerciale, collegata con la chiusura degli stabilimenti
industriali alle 12 del sabato mattino, istanza e conquista recenti del movimento operaio.
Quale fosse a caldo il giudizio politico ufficiale di parte cattolica, vien fuori dal commento de "Il
Biellese". "Ci fu chi fece meraviglie - scrisse il giornale - per la coalizione imprevista di cattolici e socialisti nella
lotta per lo stesso punto di programma".
"Meraviglia di gente ignara" aggiunse, spiegando che: "A Biella fu quella di ieri la prima volta che
noi potemmo trovare un punto d'accordo coi socialisti per un'azione sociale così grandiosa com'è l'andare
alle urne"; e, ancora: "Può a Biella accadere anche parecchie altre volte; chi lo sa? Ed è naturale, poiché
molti punti del programma economico nostro sono comuni col loro". Il distinguo tuttavia c'era e veniva
ribadito: "Dove non è possibile accordo, quello che ineluttabilmente ci divide scavando un abisso fra noi e loro, è
il mondo spirituale, che il socialismo non solo nega ma combatte con ogni arma; è la fede e la morale
cristiana!", con una domanda retorica: "Ma questa fede e questa morale, intese cattolicamente, impediscono forse
di conseguire ogni giusta rivendicazione nel campo del lavoro e sociale? Anzi la aiutano!", che portava
a concludere come giovasse ai due movimenti una miglior reciproca comprensione; sicché i cattolici
auguravano a loro volta all'operaio socialista "di potergli essere compagni in altre lotte, feconde di risultati anche più
belli e confortanti". E non era dichiarazione da poco, perché veniva dopo un lungo periodo di
lentissimo ravvicinamento sui problemi reali, il tempo dell'episcopato di mons. Giovanni Andrea Masera e del
rilancio, anche concorrenziale, dell'iniziativa cattolica sul terreno dei diritti civili e del mondo del lavoro.
I. 2. 3 - Per i probiviri dell'industria tessile
Anche per l'elezione dei probiviri dell'industria tessile si realizzò, nel maggio del 1910, un comune
intervento di socialisti e cattolici. La legge istitutiva dei probiviri dell'industria risaliva al 1893 ma era
largamente disattesa, soprattutto dagli industriali, che pur presentando candidature di parte disertavano poi le urne,
per far mancare la loro rappresentanza nei Collegi probivirali e quindi impedirne il funzionamento.
Bene inquadrava la questione il "Corriere Biellese" il 13 maggio 1910, due giorni prima della
consultazione. "È vero che i probiviri tessili non risolvono la questione sociale e non fanno avanzare d'un palmo
quella società da noi propugnata: la socializzazione dei mezzi di produzione", ammetteva il giornale
socialista, tosto riconoscendo che però i probiviri "hanno un'importanza che gli operai non possono disconoscere"
in quanto intervengono nelle vertenze nella formazione dei regolamenti di fabbrica, sulle questioni
disciplinari, riducendo scioperi e serrate. "Nel collegio dei probiviri tessili", concludeva il "Corriere Biellese",
"avremo poi un'altra arma, perché avremo ogni giorno di fronte i signori industriali".
Da parte cattolica si era preparata la partecipazione al voto con riunioni e con una certa
informativa giornalistica. "Il Biellese" del 13 maggio 1910 spiegava con rilievo come e dove s'esercitava il voto per
i probiviri. I seggi avevano sede in Biella (due per la città ed altri due per i paesi della cintura), e in
Chiavazza, Andorno (per la Valle Cervo), Occhieppo Inferiore (per la Valle Elvo e Mongrando), Cossato, Strona.
La dislocazione dei seggi non agevolava certo la partecipazione degli operai al voto, dati i mezzi di trasporto
di allora ed il loro costo. Tuttavia il 17 maggio 1910 l'afflusso alle urne da parte operaia venne
giudicato discreto.
Furono eletti: Valentino Cecconato, tessitore con 382 voti, Giovan Battista Flecchia, tessitore, con
381; Ubaldo Friaglia, tessitore, con 380; Antonio Lorenzoni, filatore, con 380; Emilio Petiva, tessitore, con
378; Emilio Piana, tessitore, con 378; Luigi Pizzorno, filatore, con 381; Pietro Poggio, tessitore, con 378;
Ettore Strobino, tessitore, con 381; Primo Vineis, cardatore, con 383 voti.
Nonostante lo sforzo operaio per istituire questa specie di collegio arbitrale nell'industria tessile
biellese, che, tutto sommato, rientrava nelle linee d'un blando riformismo, palesandosi più che altro
organismo preventivo dello scontro sociale, gli industriali disertarono anche nel 1910, le urne. Presentarono le
liste, istituirono i loro seggi ma nessun padrone andò a votare.
Il 17 maggio, "Il Biellese" deplorava: "Ancora una volta questa istituzione fallisce a Biella, gli
industriali non si presentano a votare". Il "Corriere Biellese" dello stesso giorno, dopo aver rilevato che i
risultati elettorali operai erano buoni, stigmatizzava: "Gli industriali non sono andati a votare: ce lo aspettavamo",
e poi ammoniva che così facendo si erano assunta la responsabilità di lasciare aperta, senza alternativa,
la strada dello scontro. Il giornale socialista approfondiva anche la critica in direzione operaia
aggiungendo che se gli industriali lanciavano la sfida conflittuale "la colpa è tutta esclusivamente dei lavoratori che
non si iscrivono ai sindacati, mentre i padroni, che sono tutti iscritti a loro sindacati, si sentono sempre forti
e possono permettersi di sfidare il movimento operaio anche sul terreno delle istituzioni". Era, in sostanza,
lo stesso discorso che facevano Severino Barbera e Angelo Banderali ai lavoratori cattolici
esortandoli all'organizzazione di lega prima e di sindacato (il Sit) poi.
I. 3 - Le feste federali dei cattolici biellesi
I. 3. 1 - Autorappresentazione e ricerca di identità
Il movimento cattolico compie uno sforzo notevole, specie in periodo giolittiano, per mettere a fuoco
una propria identità unitaria, darne rappresentazione esterna, consolidando i tratti tradizionali
dell'ortodossia religiosa ma affermandone pure la capacità innovativa sul terreno sociale.
A volte c'è un modo estremistico di presentarsi, rispetto ai problemi e rispetto all'opinione
pubblica. L'intransigentismo dei tempi dell'Opera dei Congressi cede il passo, in zone come il Biellese, a un
modello simile a quello di una "società in proprio", che rivendica il proprio
status, più spesso di autonomia che
non di concittadinanza con altri settori della società.
Una specie, in sostanza (ma si tratta soltanto di un abbozzo valutativo questo, che tende a
rappresentare l'atmosfera di quegli anni più che a darne, per ora, ragione), di "quarto stato" in cui si era affermato fino
a ieri il diritto al rifiuto (il rifiuto dello stato liberale, che faceva eguali i cattolici ripudianti il voto alle
masse popolari da esso escluse per censo), un "quarto stato cattolico" in cui nell'oggi dell'Italia giolittiana
si affermava il diritto a una propria specifica identità derivante dalla fede religiosa, per organizzarsi e
promuovere azioni che accentuassero l'individualità cattolica anziché diminuirla, confonderla. Anche in questo senso
va letta la concorrenza o quantomeno "la differenza" coi socialisti.
L'affermazione d'una propria identità in contrapposizione a quella negata, la contrapposizione del
proprio stato allo stato liberale, la necessità di salvarsi dall'attacco anticlericale e positivista reso minaccioso fra
le classi popolari dalla cultura socialista, spinse i cattolici a cercare non soltanto una propria identità ma
anche frequenti momenti di autorappresentazione. Per altro verso la sociologia insegna che i comportamenti
collettivi che si esprimono in termini di opposizione al potere costituito, come movimenti di dissenso e
resistenza, tendono a istituzionalizzarsi e per strutture e per ricorrenti manifestazioni di autocoscienza e
di autorappresentazione. Il movimento cattolico, soprattutto nelle zone, come il Biellese, in cui il livello
culturale medio era elevato, l'integrazione comunitaria assai forte, quotidiane le occasioni di scontro con lo stato e
le classi detentrici del potere, espresse la sua massima forza d'autorappresentazione e d'urto proprio nel
periodo giolittiano, con una forte vitalità costituita da fattori religiosi, sociali, politici, culturali. Il fatto, infine,
di concorrere "in positivo", nel senso dell'emulazione e non in nome e per conto di altri, con altre
componenti dello "stato degli esclusi", il movimento socialista, accentuò la vitalità del movimento cattolico in
quegli anni.
Tra i momenti più significativi, le feste e i raduni di massa costituirono una formula felice di
manifestazione della propria forza e di presentazione della propria personalità. Conseguenze delle feste, il proselitismo,
la socializzazione fra gli aderenti, il messaggio all'opinione pubblica, la sfida agli "altri stati", nella
celebrazione di un composito rito sociale, religioso, politico, in cui venivano meno le
differenze sociali e di classe, sicché in un giorno diverso dagli altri, un giorno ideale, pareva dimostrata la praticabilità, sol che si avesse
la medesima, radicale fede cristiana, dell'interclassismo solidaristico.
La festa cattolica biellese per eccellenza sarà negli anni 1906-1913 la festa federale. Se ne svolgeranno
sette in quel torno di anni: la prima a Gaglianico nel 1906, poi a Biella nel 1907, a Pralungo nel 1908, a
Sordevolo nel 1909, a Sandigliano nel 1910, a Vigliano nel 1911, a Miagliano nel 1913. I rilevabili tratti comuni
e, volta a volta, le singolarità confermano le generalizzazioni appena enunciate.
In termini organizzativi la festa federale delle associazioni cattoliche era una manifestazione di massa
cui affluivano da ogni parte della diocesi dalle duemila alle cinquemila persone. Apriva la giornata la
celebrazione della messa (ricorrente il particolare delle "chiese sgombre dei banchi" per far stare la folla), poi
avevano corso pubblici discorsi col lancio delle parole d'ordine, la commemorazione degli antesignani (don
Simonetti, don Guelpa), il ricordo degli esuli della "giusta causa" (don Maccalli e gli emigrati), la
presentazione dell'adesione di altre diocesi e regioni, la votazione di ordini del giorno, la distribuzione dei distintivi
(più di duemila ne vennero venduti a Sandigliano). Quindi, la festa si distendeva nella sosta conviviale, con
i momenti oratorii dei saluti e dei brindisi (se ne conteranno ben diciassette alla festa federale di
Sandigliano), per riprendere forza rappresentativa nell'immancabile corteo: una sfilata di tre o quattromila persone,
a volte anche con più bande musicali e il canto degli inni del movimento. La giornata si concludeva infine
con un concerto o una rappresentazione teatrale: al caso, la società ricreativa Excelsior di Biella disponeva di
un repertorio di sicuro effetto3.
Il vescovo di Biella, Giovanni Andrea Masera, intervenne a tutte le feste federali del suo episcopato, a
quella del 1913, ormai lontano dalla diocesi, suscitava l'applauso con un telegramma, letto dal teologo
Gromo: "Plaudo cattolici biellesi - diceva Masera - odierna festività foriera frutti copiosi campo sociale
religioso. Benedico con trasporto di cuore operai cattolici". A loro volta gli operai, nerbo di massa della festa,
non potevano non essere citati nel telegramma di risposta all'antico presule: "Cattolici biellesi - diceva il
messaggio - adunati Miagliano settima festa federale memori costante ausilio ricevuto vescovo operai porgono
devoti ossequii auguri. Teol. Gromo presidente".
Lo schema delle feste federali cattoliche or ora rilevato - che consente di ritrovare anche nel caso biellese
la morfologia delle manifestazioni di massa della nascente società
industriale4 - non basta da sé a spiegare
ciò che realmente fossero, se non ci si addentra in una pur breve sintesi delle singole manifestazioni. È
soltanto nel vivo scenario delle feste che si può cogliere il significato di queste manifestazioni, messaggio
complesso del movimento cattolico.
Alla vigilia della V festa federale, che si sarebbe svolta a Sandigliano il 24 aprile 1910, Severino
Barbera5 ne
riassumeva su "Il Biellese" significato e prospettive per il movimento. Sotto il titolo "Sono utili le
feste?", scrisse: "Vi ha chi discute. Ero a Gaglianico alla I Festa Federale. A Sandigliano erano discesi alla
stazione i rappresentanti delle Associazioni torinesi, il Vicario li ricevette e li accompagnò; molte donne lo
seguirono. La Festa è riuscita imponente ed il Vicario di Sandigliano è circondato dalle sue parrocchiane:
'Facciamola anche noi una società e facciamola subito sin d'oggi'. La prudenza esigeva di non costituirla sotto
l'impressione dell'entusiasmo; si lasciò maturare; ed oggi la Società, nata sulla piazza di Gaglianico, inaugura la
propria Bandiera con lo stesso entusiasmo che vi era in quel giorno. Io assistetti a quella nascita, e se
alcuno dubitasse dell'utilità delle feste, non farei altro che invitarlo ad assistere alla inaugurazione della
Bandiera: se ne convincerà e ne trarrà forse anche stimolo per far
qualcosa"6.
I. 3. 2 - Avvio e contestazione
La I festa federale, dunque, aveva avuto luogo a Gaglianico (nel 1906) ed era stata celebrata come
"festa esemplare", dimostrativo raduno di massa, di avvio di queste manifestazioni, e il commento di
Severino Barbera lo conferma.
La II festa venne tenuta a Biella, presso il Circolo Operaio di via della Funicolare, il 6 agosto 1907. Non
si trattò, probabilmente, di un convegno a rilevante effetto esterno ma costituì il momento di riflessione e
di messa a punto di tematiche che avrebbero impegnato negli anni successivi il movimento cattolico
biellese. La stampa, del resto, ne parlò in sottotono, mentre lo schieramento dei relatori convalida l'ipotesi del
convegno-riflessione. Vi relazionarono infatti il neo-vescovo di Biella mons. Giovanni Andrea Masera, il
teologo Pietro Giuliboni di Vercelli, l'operaio Tommaso Cesa di Biella, il prof. Pio Benassi dell'Unione
economica (nazionale), Giuseppe Balossini di Novara, il conte Bertucci della redazione della "Voce dell'Operaio",
il battagliero periodico nazionale dell'Unione
economico-sociale7, e Severino Barbera.
Fu in concomitanza della II festa federale che ex democratici-cristiani e la Lega democratica
nazionale organizzarono a Biella la contro-festa, cui, stando al rammaricato "Il
Biellese", parteciparono non pochi cattolici delle associazioni. La dilacerazione prodotta dalla contro-festa dovette essere se non profonda
certo bruciante, se "Il Biellese" del 20 agosto dedicò più di un quinto della sua prima pagina a polemizzare;
più col sottotono della conversazione che l'asprezza dello scontro, con "L'Azione Democratica", organo
nazionale della Lega, portavoce dei leghisti della Sezione di Biella. I leghisti biellesi, prendendo spunto dalla
"festa federale cattolica", sostenevano che, nel buon nome della causa religiosa comune non era utile
applicare "l'etichetta di cattolica" all'azione politica e sociale, asserendo il loro buon diritto di "voler fare da
noi, lavorando nella sezione della Ldn ed applicando nelle lotte del proletariato nelle vicende della vita
pubblica i criteri che la Lega ci
indica"8. Al che, sommessamente appunto e badando certo più a ricucire che a dar
di fendente, "Il Biellese" finiva con l'ammettere la legittimità del pluralismo e d'una certa autonomia
dei cattolici sul terreno politico e sociale: "Non solo ammettiamo tale diritto - riconosceva il giornale
della Curia - ma lo crediamo persino un dovere" tosto precisando: "È dovere però osservare che nelle
iniziative private bisogna andar cauti perché il frazionamento delle forze porta debolezza e la diversità di indirizzi
può essere di danno all'azione comune".
I. 3. 3 - Pralungo: la festa della ripresa
La III festa federale, che si aduna a Pralungo l'11 agosto del 1908, segna già il superamento della
tensione, il ricupero del terreno perduto dal movimento cattolico dopo la crisi del 1904-1907. L'episcopato di
monsignor Masera ha trovato nell'attivismo la strada per rilanciare il movimento e aggiornarne il bagaglio ideale.
Quel mattino domenicale un corteo di oltre mille persone, in cui spiccano una cinquantina di
rappresentanze con bandiera, società ginniche, bande musicali, accompagna il vescovo dalle porte del paese alla
chiesa parrocchiale, dove Masera benedice "la nuova bandiera delle Associazioni Operaie cattoliche di
Pralungo" preziosa di ricami ed effigiante la Madonna della Pace.
Indice di rilancio e rinvigorimento è anche la ripresa della polemica con i socialisti, i quali rispondono
al concorrente attivismo cattolico fra le masse intensificando gli attacchi anticlericali, nelle riunioni, nei
comizi, sul "Corriere
Biellese"9.
In chiesa è il teologo Ottino che "ha parole di fuoco contro l'opera deleteria dei socialisti", poi in
piazza saranno l'avv. Zacconi di Torino e il teol. Alessandro Gromo di Biella a rispondere con l'attacco
all'accusa di "krumiraggio" lanciata dai socialisti contro i cattolici, affermando che "nei vari scioperi biellesi i
nostri operai non mai tradirono i loro compagni, ma sempre, come oggidì a Mongrando, furono solidali per la
difesa di comuni interessi".
La presenza di autorità civili non del movimento, fra cui il sindaco di Pralungo e l'assessore di Biella,
A. Cucco, indicano che la festa cattolica sta assumendo un'importanza crescente, diventa fatto di opinione
e coglie consensi anche fuori del pur già consistente ambito delle associazioni.
I. 3. 4 - A Sordevolo, lo scontro con i socialisti
Sotto il segno del crescente attivismo, la cui eco si propaga tosto anche fuori del Biellese, la IV
festa federale, ospitata da Sordevolo l'8 agosto 1909, si presenta come occasione di incontro con le punte
avanzate del cattolicesimo sociale lombardo: un rapporto destinato a consolidarsi e a influenzare il movimento
biellese fino alla Cil e al Ppi.
L'omelia, al limite del discorso politico, è tenuta, nel corso della messa solenne, dal monzese don
Piero Bosisio, un prete del gruppo di avanguardia dei "cappellani del lavoro", organizzati a Milano dal
card. Andrea Ferrari in grembo al Corso giuridico-sociale della Facoltà teologica milanese. Al comizione
centrale della giornata è la volta con il teol. Gromo, di Stefano Cavazzoni, consigliere comunale di Milano,
presidente della Società federale milanese di mutuo soccorso, esponente delle leghe del lavoro.
Durante il raduno esplodono pure dei tafferugli. Da Biella è salito Mario Guarnieri, del "Corriere
Biellese", a chiedere il contraddittorio, che non gli viene accordato. Volano parole grosse e qualche pugno. Il
"Corriere Biellese" bollerà come intolleranza pretina gli incidenti, che tuttavia si ripeteranno puntualmente nelle
altre feste cattoliche, per la pretesa socialista di inserirsi e farsi ascoltare.
Ai trecentocinquanta commensali del pranzo sociale rivolgono la parola i rappresentanti delle
associazioni extraregionali, e don Ercole De Bernardi illustra la sottoscrizione per l'assunzione del propagandista
cattolico a tempo pieno.
I. 3. 5 - Sandigliano: la festa come momento di politicizzazione
Il 22 aprile 1910 è la volta di Sandigliano, il paese di Severino Barbera, che ospita la V festa federale,
con una manifestazione di forza del movimento: presenti più di cento delegazioni, oltre cinquanta bandiere. La
sfilata, che durerà più di mezz'ora, per potersi snodare dovrà raggiungere, partendo dalla parrocchiale di
Sandigliano, la frazione Villa, per tornare attraverso la strada per Borriana, al padiglione della festa.
Al pranzo interverranno cinquecento
commensali10, mentre gli altri convegnisti mangeranno al sacco o
nelle trattorie del paese. Oratori ufficiali sono il nuovo propagandista Angelo Banderali e il cattedratico
torinese prof. Federico Marconcini11.
Banderali col suo discorso supera la fase celebrativa della festa per svilupparne il significato e il
potenziale politico. Si sente ormai l'urgenza di un ulteriore passo avanti e la
festa lo compie. È un passo che va oltre la celebrazione e l'organizzazione: gli oltre duemila cattolici infatti votano per acclamazione un ordine
del giorno diretto al presidente del Consiglio on. Luigi Luzzatti sulla libertà di insegnamento e un
documento politico che chiede l'adozione della proporzionale nelle imminenti elezioni, il riconoscimento del diritto
di rappresentanza ai cattolici nei corpi consultivi dello stato, in special modo nel Consiglio superiore
del lavoro.
La festa si conclude con le esibizioni teatrali dell'Excelsior di Biella; mentre i socialisti, per parte
loro, avevano organizzato una contro-manifestazione con comizione di Guarnieri e festa da ballo.
I. 3. 6 - Vigliano: la festa come tappa organizzativa
A Vigliano, la VI federale (23 aprile 1911) avrà il duplice obiettivo di una prova di forza con il
movimento socialista e di manifestazione attivistica. Il movimento cattolico si sente crescere e accetta la sfida. La
prova di forza era stata provocata dai socialisti, che avevano convocato per la stessa domenica a Vigliano
un "comizio anticlericale" da contrapporre alla festa, presieduto dal neo-segretario della Camera del
lavoro, Arnolfo Lena, "perché - dichiarava il loro manifesto - i clericali preparano una manifestazione di
forze oscurantiste e retrograde".
A Vigliano sfilarono più di tremila cattolici, con molti giovani pronti a raccogliere la sfida. A leggere
"Il Biellese", i socialisti contrapposero un assembramento di trecento o quattrocento persone. Gli
incidenti furono più d'uno: cominciò un prete a pigliare di peso un socialista, scaraventandolo fuori della sala
del pranzo sociale, dove avevano trovato posto seicentoquattordici commensali; poi continuò un cattolico, certo
Zanetti, che, insinuatosi fra l'uditorio socialista, canzonò il comizio anticlericale e venne malmenato:
i carabinieri lo fermarono, ma il giovane Secondo Eusebio Uberti accorse per farlo rilasciare; risultato:
i carabinieri fermarono anche lui. La polemica s'inasprì: i cattolici accusarono i socialisti ("che ora
sono ministeriali" ) di farsi coprire nientemeno che dai... regi carabinieri. Per tutta risposta, alla stazione
di Vigliano, donde a sera partirono le rappresentanze extrabiellesi, Mario Guarnieri sputò in faccia a un
eminente capo-delegazione, don Dominicis, che gli offrì, sarcastico, un mazzo di fiori mentre il delegato di
pubblica sicurezza proteggeva Guarnieri da cattolici meno disposti a... porgere l'altra guancia.
Ma, oltre queste manifestazioni di reciproca ostilità - qui sintetizzate per dare qualche pennellata
dell'atmosfera del tempo e dei difficili rapporti fra cattolici e socialisti nei momenti della loro rappresentazione esterna,
del loro "produrre un'immagine pubblica" che ne accrescesse proseliti e consensi fra le masse - la festa
di Vigliano costituì il traguardo organizzativo più alto delle feste cattoliche biellesi in periodo giolittiano.
La festa oramai aveva assunto i connotati di un congresso, con tanto di relazioni sulle attività svolte e tanto
di programmi. E Vigliano ne rappresentò un emblematico compendio.
Con la presidenza di Severino Barbera, Angelo Banderali legge la relazione generale della Direzione
diocesana, che sintonizza il cammino organizzativo percorso dalla festa di Sandigliano in poi. In un anno si
sono registrati milleseicento nuovi organizzati nelle diverse associazioni, sono state istituite ventitré nuove
associazioni, si sono iscritti centotrenta giovani in aggiunta a quelli già associati, mentre gli aderenti alle Società di
mutuo soccorso cattoliche sono aumentati di seicento, quelli alle cooperative si sono incrementati di
duecento; infine, i soci delle "arti tessili" sono saliti di cento unità e quelli dell'Unione popolare pure di un
centinaio. La Direzione diocesana ha promosso, tra l'aprile 1910 e l'aprile 1911, cinquantaquattro riunioni e
conferenze e il propagandista ha sostenuto sei contraddittori con esponenti d'altri movimenti.
Il programma di lavoro per il prossimo anno federale illustrato da don Giuseppe Rivetti (che, fra
l'altro, dirige "Il Biellese") propone:
"I - In ogni parrocchia:
a) una 'società per la lettura' (che potrà assolvere ai
tre compiti seguenti 'b', 'c', 'd'), b) 10 soci all'Unione popolare; c) una biblioteca circolante; d) diffusione
dei giornali cattolici: 3 abbonamenti nuovi al Momento,
2 alla Settimana sociale, il maggiore possibile alla
Voce dell'operaio, tutti gli organizzati, ossia membri di qualche associazione cattolica, da sé o in unione con
gli altri, abbonati a Il Biellese; e) per assicurare e mantenere l'ingrandimento de
Il Biellese, che si spera per il principio del
2o semestre corr., 3 nuovi abbonati ordinati (per parrocchia); f) un ricreatorio popolare; g)
una sezione della Lega del lavoro; II - In Biella:
a) iniziare un secondo progetto e riuscire alla compra
d'un terreno e all'erezione di un vasto salone-teatro (la parte essenziale della Casa del Popolo); b) un
'Piccolo Credito Biellese' ". "Il Biellese", che aveva registrato un incremento di mille copie nel 1910, dovrà,
secondo don Rivetti, aggregare entro un anno altri duemila lettori, mèta probabilmente raggiunta, quando nel 1912
il bisettimanale cattolico toccherà la tiratura di circa cinquemila copie.
Il discorso centrale, come di consueto, venne pronunciato da una personalità di rilievo del
cattolicesimo lombardo don Ernesto Vercesi, già organizzatore democratico-cristiano e braccio destro di don
Davide Albertario al quotidiano milanese "L'Osservatore Cattolico". Fra i convenuti, di nuovo, Cavazzoni e
una rappresentanza torinese.
I. 3. 7 - A Miagliano si inaugura la prima Casa del popolo
Dopo un anno di interruzione, dovuta con probabilità alla guerra di Libia, la successiva festa federale
fu convocata per il 1 giugno 1913 a Miagliano, paese operaio per eccellenza (i Cotonifici Poma erano nel
pieno fulgore, e così i lanifici dell'adiacente Tollegno, i cappellifici di Andorno e Sagliano). Oltre
venticinque bandiere, più di cento associazioni rappresentate, tre bande musicali, società ginniche,
filodrammatiche, intervento di personalità di primo piano nel movimento cattolico lombardo e subalpino, la rentrée di
don Maccalli dall'esilio svizzero, l'inaugurazione della Casa del popolo, compongono uno scenario
trionfalistico alla festa cui intervengono più di duemila associati e simpatizzanti. Un treno speciale era stato
organizzato sul percorso Biella-Miagliano. E, ancora, una "fiera di beneficenza" con oltre duemila premi, era
stata allestita per contribuire al finanziamento della Casa cattolica e della festa.
Come accade in queste circostanze, l'enfasi prende la mano; e se a Sandigliano lo slogan per la piazza
era stato: "Operai di tutto il mondo unitevi in Cristo" a Miagliano si sarebbe foggiato un motto da crociata:
"Noi vogliam Dio e Dio vuole noi!".
L'accento politico della festa era stato posto sulla questione operaia e sulla presenza femminile. Un
rammarico: l'assenza del vescovo Masera, trasferito altrove dalla S. Sede, e una novità: il cambio di mano fra
i propagandisti: a Banderali era succeduto da poco l'avv. Gian Luigi Pizzolari.
Il "pezzo forte", la novità della festa fu l'inaugurazione della prima Casa del popolo di iniziativa
cattolica nel Biellese. È interessante compendiare come ne fosse stata promossa la costituzione. Eccone i dati:
nel 1911, celebrando la festa di S. Giuseppe, patrono del locale Circolo operaio cattolico, i sessanta soci
del Circolo, durante il pranzo sociale, avevano deciso: "Facciamoci una casa!". Così acquistarono un
appezzamento di terreno, parte incolto e parte giardino, dove su una superficie coperta di centocinquanta metri
quadrati venne costruita a due piani, oltre il terreno, la Casa del popolo, progettista Luigi Forgnone di San
Giuseppe di Casto (Andorno), costruttore l'impresa Sereno-Forgnone, pure di S. Giuseppe. Il finanziamento per
la costruzione della casa - modalità seguita per le altre case del popolo biellesi, quella di via dell'Ospedale
(ora via Marconi) di Biella compresa - venne garantito da una "società anonima cooperativa per il bene
religioso, economico e morale del popolo", qui a denominazione "L'Unione Miaglianese". La società per "azioni
a capitale illimitato" era stata costituita il 21 aprile 1912 per atto pubblico notarile da quarantasei
azionisti (l'anno dopo saranno settantacinque) con ventiduemila lire di azioni versate.
Oltre l'inaugurazione della Casa del popolo di Miagliano, la VII festa federale cattolica del 1 giugno
1913 presenta un'altra novità: il lancio di un sindacato. In un periodo in cui palestre cattoliche autorevoli come
la "Civiltà Cattolica" continuavano a manifestare riserve pregiudiziali, quando non avversione, per le
associazioni sindacali12, la VII festa federale cattolica biellese propone come strumento di difesa dei diritti degli operai
il sindacato, nella fattispecie il Sit (Sindacato italiano tessile, associato alla Federazione mondiale dei
sindacati cristiani), definendolo un organismo da cui "ogni bene ha da sperare la nostra organizzazione". Se ne
parla, prima ancora della festa, nei manifesti che la convocano: "Della organizzazione essenzialissima che è
la professionale e di quella femminile diranno due insigni specialisti venienti dal Sindacato Italiano
Tessile". Questo impegno non manca però di precisarsi con la riconferma, almeno sul terreno
dell'autoidentificazione e dell'autorappresentazione, di una ferma polemica antisocialista.
I. 3. 7. 1 - Operai e contadini verso nuove forme di associazione
Ora, presentando la VII festa federale, la polemica ritorna. Ritorna nell'articolo redazionale che propone
il Sit, come sindacato per gli operai tessili; ritorna nell'intervento dal titolo "Le nostre idealità", firmato
dalla "Operaia Rosalba Dora" (Rosalba Dora-Antoniotti). L'articolo di Rosalba Dora propone, con
terminologia sociologica appropriata, obiettivi avanzati per il movimento operaio (sicurezza sociale, eguaglianza
razziale, equo salario, rimedio agli "abusi del capitalismo") e specializza la polemica antisocialista sui temi
della religione ( "per i socialisti la religione è una favola", per i cattolici invece la religione è necessaria, tanto
per i ricchi "ai quali insegna la giustizia e a rispettare i poveri", quanto per i poveri cui, oltre la virtù, insegna
la strada "per conquistare il benessere rendendo più facile l'unione e l'organizzazione") e della
scuola ("i socialisti vogliono la scuola atea di stato", mentre i cattolici "vogliono la libertà d'insegnamento").
L'articolo di Rosalba Dora sottolinea poi che: "La direzione diocesana, sapendo che nelle nostre feste
federali prevale sempre l'elemento operaio, ed è notevole l'elemento femminile, chiamò un operaio [...] a parlare
ad operai, e chiamò una donna a parlare alle donne". L'operaio era appunto Giovanni Molinari; la donna,
Lina Bambilla, entrambi milanesi.
L'adesione al sindacato tessile, secondo l'articolista, è scelta necessaria, perché "la nostra lega tessile
[faccia] un gran passo e [possa essere] il principio d'una nuova vita più operosa e più prospera". Discorso certo
non vago, dal momento che iniziative preparatorie per introdurre il Sit nel Biellese erano avvenute fra il 1912
e il 1913 con varie riunioni, cui aveva partecipato anche il presidente del Sit, avv. Luigi
Colombo13.
Se nel preparare la festa di Miagliano si parla con insistenza del movimento operaio non si dimentica
però il mondo contadino, laddove il movimento cattolico mantiene ampia influenza. Così, come nel 1911
erano stati pubblicati da "Il Biellese" i dieci comandamenti dell'operaio sindacalizzato, nel presentare la VII
festa federale, cui avrebbero partecipato anche le "Unioni agricole biellesi" e i presidenti delle Federazioni
agrarie di Vercelli e Ivrea, il giornale pubblica "I 10 comandamenti del contadino", che riassumono, volgarizzata,
la precettistica del movimento cattolico in quel settore.
Eccone il testo:
"1. Ricordati anzitutto che il contadino vale tanto quanto sa. Procura quindi istruirti ed educarti. Fa
frequentare dai tuoi bambini le scuole rurali e frequenta tu stesso quelle serali e domenicali.
2. Cura la pulizia e l'igiene, sia della persona che della casa. Non fare risparmio di acqua e di sapone,
poiché la nettezza è civiltà.
3. Procura di avere la tua residenza in aperta campagna, nel centro della tua azienda.
4. Non rifiutarti mai di unirti in consorzio coi tuoi vicini per la costruzione e manutenzione della strada che
conduce al tuo podere, poiché la strada buona è elemento necessario al progresso delle campagne.
5. Non trascurare di assicurarti alla Cassa nazionale di previdenza, per la vecchiaia, nonché a quella
contro gli infortuni sul lavoro; come pure a quelle contro gli incendi e contro la mortalità del bestiame.
6. Non negare mai aiuto al tuo vicino od al compagno, e procura di unirti in società con esso per
scambiare seco lui le opere in caso di bisogno, né rifiutare di far parte di società e di cooperative di consumo,
di consorzi agrari, di casse rurali che ti soccorreranno in tutte le tue necessità.
7. Non prestare facile orecchio ai parolai da strapazzo che per adescarti ti promettono mari e monti; ma
da uomo pratico ascolta soltanto la voce dei veri amici e particolarmente quella dei professori ambulanti
di agricoltura.
8. Ricordati che gli uccelli distruggono una notevole quantità d'insetti nocivi ai tuoi raccolti, e
quindi proteggili specialmente quando hanno i piccini.
9. Procura di avere sempre animali perfetti e serviti dalle stazioni di monta riconosciute ed approvate
dal Governo.
10. Sii sobrio, parsimonioso. Tienti lungi dalle bettole; rifuggi dai litigi e dalle risse. Esigi senza eccessi
il rispetto dei tuoi diritti. Ricordati che fra tutti principalmente è quello del voto che devi dare per coscienza
e non per interesse. Ricordati per altro che di fronte ai diritti hai dei doveri da adempiere".
La festa federale di Miagliano è dunque caratterizzata dalle tematiche femminile e sindacale.
Giovanni Molinari vi illustra il Sit, come necessaria organizzazione di carattere nazionale ("anche di
fronte all'organizzazione padronale che non si limita a gruppi di vallata, di circondario, ma risale a
federazioni nazionali" e che pertanto "non può essere a base di leghe operaie isolate, ma nazionali"). È un
discorso complesso per il movimento cattolico, ma ormai maturo, e comporta il superamento non solo del
momento solidaristico-assistenziale ma anche del parallelismo parrocchiale e diocesano perché sbocca
nell'autonomia dalle gerarchie e dalle tutele locali.
Molinari caldeggia il rafforzamento del Sit asserendo che occorre accrescere la forza del movimento
operaio accrescendone le organizzazioni sindacali. In Italia, dei cinquecentomila operai delle "arti tessili", solo il 3,5
per cento è organizzato (17.500 circa), mentre in Germania ventisettemila tessili su quattrocentomila sono sindacalizzati,
in Austria i sindacalizzati sono diciassettemila.
Il Sit, con i suoi settemila iscritti e un bilancio di trentamila lire, ha organizzato nel 1912 scioperi di
diversa portata, alcuni durati anche quarantacinque e cinquantasei giorni, risolvendo centocinquanta
vertenze. Nonostante questo sforzo gli iscritti sono ancora pochi, conclude Molinari, dal momento che in Italia
i cattolici associati nei diversi organismi sociali superano i centomila.
Gli interventi sull'organizzazione sindacale, nel corso della festa di Miagliano, furono così aderenti
all'esigenza dei cattolici in quel momento finale, e di crisi, dell'età giolittiana, che prevalsero sul pur importante
discorso del presidente nazionale dell'Unione popolare, Giuseppe Dalla Torre ("Il capitale deve riconoscere
che [esso] è l'integrazione del lavoro; che il lavoro è il primo creatore del capitale" e "Operai e contadini
sono ancora molto indietro nella rivendicazione dei loro diritti"), dimostrando come fosse ormai matura e
prevalesse l'istanza pragmatica, il momento dell'azione, dopo le enunciazioni pure importanti, ma ormai
largamente consolidate nella coscienza dei lavoratori cattolici.
La prima guerra mondiale, di lì ad un anno, avrebbe posto termine alle feste federali cattoliche e a
quel periodo di crescita dell'organizzazione, dopo la crisi dell'Opera dei Congressi e della Democrazia
cristiana. Un tempo diverso e più impegnativo si sarebbe aperto per loro: quello del sindacato, la Cil, e del
partito politico, il Ppi; e, dopo la breve parentesi, quello per essi dirompente del fascismo, quando molti
nati all'esperienza sociale negli anni giolittiani si sarebbero divisi fra le opposte sponde del consenso al
regime e del dissenso.
II - Il V Congresso Cattolico e i Convegni professionali
II. 1 - Le proposte di progetto politico come espressione del "partito cattolico"
Il 1910 è un anno di punta nella storia del movimento cattolico biellese. L'organizzazione si rafforza,
gli obiettivi si mettono a fuoco sia nel sociale che sul terreno politico. In un intervento alla Direzione
diocesana don Rivetti definisce l'organizzazione in termini specifici e ne parla come del "nostro partito" (in
termini ovviamente correnti all'epoca ma che comunque indicano il raggiungimento di una omogeneità di mezzi e
di scopi simile a quella liberale, radicale, socialista).
"Primavera di popolo, il novello - tuo vessillo pei verdi campi va - e i forti aduna con cristiano appello
- come un "Carroccio de la libertà", aveva salutato il poeta biellese, don Agostino Mersi, la V festa federale di
Sandigliano (lo scudo crociato del Carroccio della "Lega Lombarda" sarebbe stato il simbolo del Ppi). Il
superamento della fase del rilancio, della riorganizzazione su basi nuove dopo lo scioglimento dell'Opera dei
Congressi, era d'altronde sentito anche sulla più vasta scena nazionale. Il primo congresso cattolico nazionale,
riunito (dopo lo scioglimento dell'Opera) a Genova nel 1908, aveva posto all'ordine del giorno un problema
importante ma settoriale: l'insegnamento religioso nella scuola elementare; quello convocato a Modena per
l'autunno del 1910 avrebbe invece affrontato i complessi problemi del nuovo modo di essere
dell'organizzazione cattolica. D'altra parte, il lavoro delle "tre Unioni", l'affermarsi del sindacalismo cattolico (dal
Sindacato italiano tessile a quello dei ferrovieri), l'emergere di iniziative
economiche, come le casse operaie e le casse rurali, il nuovo
assetto economico e sociale dell'Italia giolittiana imponevano una puntuale definizione
dei ruoli delle organizzazioni
cattoliche14.
Commentando il Congresso cattolico di Modena (che si svolse nel novembre 1910) "Il Biellese" del
6 dicembre riassumerà: "i tre punti fondamentali del Congresso vennero messi in chiara luce dal
marchese Crispolti nel suo discorso di chiusura:
primo: il voto che rinvigorisca la direzione centrale dell'azione
cattolica [...]; secondo: la volontà del Congresso, che nelle vie sociali, almeno, e anche nelle sue funzioni
pubbliche, la parte cattolica, individualizzandosi bene in un suo specifico programma e distinguendosi bene tra
tutti quelli che le stanno più o meno vicino, assuma la forma di un partito;
terzo: il desiderio che le forze sociali cattoliche siano spese specificamente all'elevazione del proletariato". Il giornale cattolico biellese
concludeva: "Sostanzialmente l'indirizzo del Congresso fu democratico. E bene lo rilevò S. E. Mons. Masera nel
suo telegramma: 'Vescovo di una diocesi operaia applaudo all'indirizzo prevalentemente democratico
del Congresso' "15.
II. 2 - Il Congresso biellese del 1910
Fin dall'ottobre del 1909, quando si stava preparando l'assunzione del propagandista, il teol.
Alessandro Gromo aveva accennato alla necessità di iniziative di studio e coordinamento del movimento cattolico
biellese da indire a breve. Il presidente della Direzione diocesana, Severino Barbera, aveva ampliato la proposta
di Gromo, profilando l'idea della convocazione di un Congresso cattolico diocesano. Il congresso si
sarebbe dovuto preparare con un vasto dibattito di base.
Venne così riunito a Biella, il 23 e il 24 ottobre 1910, il V Congresso dei cattolici biellesi. Il precedente
era stato celebrato nel 1903. La domenica 23 ottobre fu dedicata al laicato, e il Congresso si tenne nella
Palestra comunale di via Arnulfo; il lunedì 24 fu riservato al clero, e la riunione ebbe luogo al Teatro Excelsior in
via della Funicolare.
Ai lavori potevano accedere tutti gli associati che però dovevano pagare la "tessera del congresso": 0,50
lire l'ordinaria; tre lire quella di benemerenza.
L'intervento di padre Agostino
Gemelli16 e la relazione del prof. Pasquinelli qualificavano l'incontro.
L'ordine del giorno, del resto, attesta l'importanza del Congresso. Sia la prima che la seconda giornata erano
articolate in due assemblee generali con lo stesso programma: apertura del vescovo mons. Masera; relazioni su
"Unione popolare", del prof. Pasquinelli dell'Ufficio Centrale dell'Unione; "Lega del lavoro e istituzioni
economiche", di Angelo Banderali; "La stampa" di don Giuseppe Rivetti; e poi: "Organizzazione giovanile", di don
Ercole De Bernardi; "Movimento elettorale e problemi municipali", del teol. Alessandro Gromo
"Previdenza popolare" (relazione con proiezioni), di Italo Rosa, del Consiglio della "Società Cattolica di
Assicurazione" di Verona.
Il Congresso sviluppò due linee: quella di un'affermazione di identità nel politico e nel sociale.
Severino Barbera, che lo presiedeva con il vescovo (al tavolo della presidenza sono anche Anselmo Poma,
Angelo Banderali, il teol. Gromo e il prof. Pasquinelli), dopo avere riassunto il progresso del movimento nel
Biellese, propose che "nelle conclusioni (congressuali, n. d. a.) non si di[cesse] 'il Congresso fa voti' ma 'il
Congresso delibera' ". Un deciso richiamo a intensificare l'organizzazione venne anche da mons. Masera e da
don Rivetti, specie per il giornale "Il Biellese". Poi il dibattito scese nello specifico: per organizzare i
giovani don De Bernardi propose, cellula di base, il Circolo giovanile cattolico, e si ampliò ai problemi del
mondo del lavoro. Angelo Banderali "rilevò i motivi storici del movimento operaio; e considerò le
condizioni economiche e industriali d'Italia paragonabili alla Germania e all'Inghilterra. Affermata la difficoltà di
organizzare i lavoratori su scala nazionale, Banderali indicò come preferibile la dimensione locale "per
la difesa degli interessi dei lavoratori". Sul terreno organizzativo propose l'istituzione di una Banca di
piccolo credito, a seguito di che "verrà per forza anche la Casa del popolo da don Rivetti ideata". Da mons.
Masera venne infine la puntualizzazione: "Se da noi si parla sempre della tutela dei diritti degli operai - non mai
di quelli dei padroni - non è già che questi non li vogliamo riconoscere; ma perché i padroni sanno già
difendersi da loro". Affermazione che se oggi può apparire paternalistica, nel Biellese dell'età giolittiana aveva
certo un significato più intenso, più preciso.
La "due giorni" dei cattolici biellesi si concluse con documenti imperniati su: Unione popolare (di cui
si auspicava la diffusione); stampa cattolica; Lega del lavoro e istituzioni economiche; organizzazione
giovanile, movimento elettorale e problemi municipali.
La proposta di Severino Barbera di "deliberare" e non limitarsi a "far voti" venne accolta in tutti i
docurnenti, salvo che in quelli relativi alla diffusione dell'Unione popolare e della stampa (del resto non si
poteva "deliberare" d'imporre l'iscrizione all'Unione popolare e la lettura dei giornali...).
Assai interessanti le deliberazioni in materia di organizzazione giovanile con la proposta dell'istituzione
in "ogni paese della Diocesi" di un Circolo cattolico giovanile, cui si proponeva un programma-tipo di
lavoro e funzionamento: cultura religiosa, cultura civile e professionale, avviamento alla previdenza.
Egualmente di rilievo, per alcuni richiami, i deliberati per il "movimento elettorale e i problemi
municipali". "La conquista delle pubbliche Amministrazioni è il coronamento dell'azione ed organizzazione cattolica"
si premetteva, per aggiungere che era indispensabile per la difesa della religione e utile per l'elevazione
popolare, e ancora "della massima efficacia per scuotere il giogo opprimente della persecuzione imposta da
una minoranza settaria, in nome della libertà, alla grande maggioranza dei credenti; a seguito di che si
deliberava di "basare l'azione elettorale amministrativa sui principi di una sana Democrazia Cristiana" col proposito
di compilare in ogni comune le liste degli elettori, individuarne i cattolici, scegliere i candidati da
appoggiare, costituire l'Unione elettorale e quindi organizzarla in una Federazione circondariale, suddivisa per Collegi
e Mandamenti.
In tema di economia e lavoro, infine, è indispensabile, proprio per la peculiarità delle presenti note,
riprodurre integralmente i deliberati congressuali, che recitavano:
"Il Congresso:
considerando:
1. che il problema particolarmente importante nell'attuale periodo storico è il movimento operaio;
2. che la spiccata fisionomia politica assunta dagli organismi sorti in difesa della classe lavoratrice
vuole, per naturale reazione, che anche gli operai cristiani si costituiscano in associazioni professionali per
il miglioramento economico, morale o intellettuale;
3. che non si deve perdere di vista la grave responsabilità che grava sui cattolici riguardo alla
educazione materiale, morale e religiosa delle masse;
4. che tali istituzioni sono già deliberate e presentate ai cattolici sotto la denominazione di Leghe del
Lavoro, la funzione delle quali è ben determinata nel programma esposto nella relazione presentata al
Congresso, che dà affidamento di seria tutela degli interessi dei lavoratori;
5. che l'opera delle Leghe del Lavoro sarebbe insufficiente a procurare ed assicurare il benessere operaio,
se non sorgessero unitamente istituzioni di previdenza sociale (casse di mutuo soccorso, di vecchiaia,
maternità e disoccupazione) e istituzioni che promuovano lo sviluppo del sistema cooperativo di consumo,
produzione e credito;
delibera:
a) di costituire in ogni Comune una sezione della Lega del Lavoro, per educare gli operai e i contadini
alla difesa degli interessi di classe;
b) che la Lega del Lavoro, inspirandosi alla Scuola Sociale Cristiana, guidi i lavoratori e li educhi ad
una coscienza sanamente moderna ed inspirata a concetti onesti nel campo del lavoro;
c) che a formare tale coscienza si tengano in ogni paese delle conferenze illustrative del programma
cattolico sociale, rendendo intensa e permanente la propaganda in mezzo alle classi lavoratrici per spingerle verso
il loro miglioramento economico, morale ed intellettuale;
d) che la Lega del Lavoro abbia centro a Biella e rapporti di solidarietà in tutta la diocesi, costituendo
le Unioni professionali per ogni arte e mestiere, che abbiano casse di disoccupazione centrali, di mutuo
soccorso, maternità, vecchiaia;
e) che nei centri maggiori abbiano a sorgere a fianco delle Leghe del Lavoro istituzioni che favoriscano
la cooperazione popolare;
f) che sorga a Biella un ente di credito popolare a vantaggio dei nostri organizzati operai, contadini e piccoli
proprietari, che favorisca le separate iniziative e costituisca un organico accordo per l'incremento di tutte
le istituzioni economiche".
Se è vero che non si raggiunge, neppure a Biella (come del resto vien notato dal Rossi a commento
del Congresso di Modena) un superamento delle forme tradizionali di organizzazione cattolica dei lavoratori,
è vero però che anche a Biella (applicandovi le generalizzazioni del Rossi) "Le unioni miste e gli altri
miti corporativi avevano ceduto il passo nella pratica alla costituzione di organismi di soli lavoratori, svuotati
dal paternalismo e dall'ideologia interclassista". E se il punto di arrivo delle linee avanzate dei congressisti
di Modena sarà (ancora per riprendere Rossi) "l'anno dopo" la Settimana sociale di Assisi "dalla
quale scaturiranno precise indicazioni per la costituzione di organismi sindacali centralizzati nell'industria
come nell'agricoltura e nei servizi pubblici ('L'organizzazione professionale - sostenne in quella sede
Luigi Colombo17 - deve in estensione abbracciare tutta e solo una determinata industria')" sboccando nel
sindacato nazionale di mestiere, quello del Congresso biellese si sarebbe verificato nel Convegno delle arti
tessili, adunato a Pralungo nell'agosto 1912, con l'intervento di Guido
Miglioli18 e con la comparsa nel Biellese
del Sit.
III - L'organizzazione professionale e sindacale degli operai
III. 1 - Il 1 maggio dei cattolici a Oropa
Il 1 maggio veniva ogni anno festeggiato ad Oropa come "festa di carattere internazionale, non socialista,
di festa del lavoro", come "opera di solidarietà con gli operai di qualsiasi
fede"19.
A Oropa gli operai cattolici discutevano dei loro problemi, venivano informati dei programmi diocesani
del movimento, mettevano a punto le iniziative di settore. L'incontro del 1 maggio 1908 dato il momento in
cui si svolse ebbe dunque a offrire interessanti anticipazioni sul "terzo tempo" del movimento cattolico fra
gli operai biellesi.
Ecco quanto ne sintetizzò "Il Biellese" pochi giorni
dopo20:
"L'assemblea accolse favorevolmente il nuovo assetto dato al movimento cattolico biellese - scrisse il
giornale - e fece voto che in ogni parrocchia sorgesse una società sia per la diretta difesa che per la propaganda
dei principi cristiani, sia per la difesa e la rivendicazione dei diritti dell'operaio. Per queste ultime
associazioni, l'assemblea invocò una certa indipendenza di azione, onde poter lavorare con frutto nel campo
operaio, specie con istituire delle sezioni della Lega del Lavoro nei centri industriali". A quali esperienze
riferirsi? "Sull'esempio della Lega del Lavoro di Milano noi dobbiamo dare alle nostre Unioni professionali
un'impronta schiettamente democratica - compendiava "Il Biellese" - per spirito e per programma di azione".
Fra il 1908 e il 1911 si costituirono diversi gruppi operai cattolici, nei centri più importanti. In special
modo vennero organizzati i lavoratori tessili, che avrebbero aderito all'Unione arti tessili del Biellese.
Alcuni scioperi guidati dai cattolici, come quello dei tessitori e delle tessitrici della ditta Negri di Occhieppo
Superiore, durato otto giorni e sussidiato con l'erogazione di novanta centesimi al giorno da una sottoscrizione
cattolica, curata dall'operaio di Biella Tommaso Cesa della Direzione diocesana, aprirono uno spazio di azione che
il movimento cattolico seppe coprire con una certa efficienza, ricuperando al movimento cattolico le
posizioni degli ultimi anni dell'Ottocento fra gli operai biellesi.
Decisivo al rilancio organizzativo fu soprattutto il propagandista-organizzatore Angelo Banderali.
III. 2 - Il primo convegno dell'Unione arti tessili
Il primo convegno dell'Unione arti tessili del movimento cattolico biellese, che si radunò a Biella
domenica 2 luglio 1911, aveva pertanto alle spalle un triennio di attività secondo le nuove istituzioni.
All'assemblea furono presenti le sezioni di Biella, Pralungo, Miagliano, Sordevolo, Pollone, Cossila S. Grato,
Vandorno, Mosso, Gaglianico, Chiavazza, Occhieppo Inf., Vigliano. Fra le determinazioni dell'incontro, il proposito
di moltiplicare le sezioni comunali dell'Unione, di diffondere "Il Biellese" (definito nel documento
ufficiale "organo delle Leghe del Lavoro"), di istituire scuole professionali e serali, di "affermarsi ovunque
gl'interessi degli organizzati lo richiedano", di "pronunciarsi in ogni questione pubblica che riguardi in qualsiasi
modo gl'interessi dei
lavoratori"21. Venne sancito pure l'impegno di appoggiare in termini vertenziali gli
associati e di finanziarne, per quanto possibile, scioperi e situazioni di licenziamento per giusta causa, e stabilito
un contributo trimestrale di cinquanta centesimi per iscritto. Infine si decise l'adesione alla
Federazione piemontese delle Leghe del lavoro.
Fra il 1908 e il 1912 le organizzazioni cattoliche avevano dunque intensificato la loro presenza nel
mondo del lavoro, sia come conseguenza del rilancio organizzativo generale del movimento che per una
crescente sensibilità per i problemi dei lavoratori delle fabbriche e delle campagne. Le organizzazioni operaie e
contadine cattoliche erano però boicottate dallo stato e dagli industriali. Lo stato non le riconosceva e, a
differenza delle organizzazioni socialiste, non dava ad esse rappresentanza negli organismi istituzionali
dell'epoca giolittiana, a cominciare dal Consiglio superiore del lavoro.
Gran parte degli industriali considerava il sindacalismo e il movimento cattolico una travisazione
quando non un tradimento dei principi religiosi. L'ostilità degli industriali organizzati verso i cattolici impegnati
nel mondo del lavoro è ben documentata dalle affermazioni del presidente della Confederazione
italiana dell'industria22 cav. Craponne, proprietario dei Setifici di Ciriè, che fin dai primordi
dell'organizzazione ebbe a dichiarare, nel corso dell'assemblea ordinaria svoltasi a Torino nel febbraio del 1912, che
"nessuna preferenza debba farsi e nessuna speranza fondarsi su un movimento che in alcuni casi all'atto pratico si
è rivelato più temibile che non quello di tendenza socialista. Lo sciopero di Ranica informi". Ora,
questi problemi - di organizzazione, di rapporti coi socialisti, di scontro con gli industriali, di esclusione con
lo stato -, peculiari al movimento operaio cattolico dell'età giolittiana, costituirono il nerbo del II
Convegno dell'Unione arti tessili, che si celebrò a Pralungo domenica 4 agosto 1912. Le associazioni
cattoliche partecipanti furono quarantaquattro, di cui sedici specificamente operaie e tessili, due agricole, otto società di mutuo soccorso,
sedici associazioni cattoliche diverse.
Presenziarono pure le delegazioni delle Unioni arti tessili di Milano e Torino. Il Convegno infatti
aveva assunto un notevole rilievo interregionale. I quotidiani cattolici "L'Italia" di Milano e "Il Momento"
di Torino avevano mandato i loro inviati speciali. Fra i giornali non quotidiani presenti oltre a "Il Biellese",
"Il Monte Rosa" di Varallo e la "Voce dell'Operaio" di Torino.
Presiedette il convegno il teol. Alessandro Gromo, assistito dai vicepresidenti Fanny Mercandino e
Giovanni Vineis, e dai segretari Maria Barazzotto e Carlo Botto.
Tra le relazioni del convegno: "Il programma di azione", di Angelo Banderali; "La legislazione sociale
nei rapporti con la classe tessile", di don Alessandro Cantono; "L'organizzazione di classe" di Guido
Miglioli. In particolare, i relatori affrontarono il problema della lotta degli operai cattolici dal punto di vista di
un "momento di classe", indicando poi come conseguenza la necessità di puntare a una sindacalizzazione,
più incisiva e da conseguire in tempi brevi, del movimento cattolico fra gli operai biellesi.
Affermò infatti Banderali che il programma di azione doveva essere necessariamente duplice
perché comprendeva "organizzazione di classe e azione diretta al miglioramento della legislazione sociale".
Sviluppando il discorso anche in termini di teoria sociale, don Cantono constatò che: "Leggi operaie se
ne fanno, ma è necessario - aggiunse - che vengano maturate fra le discussioni delle Associazioni e da
queste domandate insistentemente al Governo", respingendo con ciò il riformismo paternalistico che tendeva più
a escludere che a far partecipare il movimento operaio dalla vita sociale e politica.
Infine, Guido Miglioli, con l'insistere che "le leggi sociali finora fatte sono concessioni e non
conquiste", osservò: "Il movimento operaio biellese ha un grave difetto (ma forse si riferiva al solo movimento
operaio cattolico, n. d. a.): il movimento professionale ossia di classe procede a stento, quasi inceppato dal
movimento economico e cooperativo o per esso meno curato". E più avanti, dopo avere valutato "la
cooperazione essenzialmente compito dello stato", esortò a rilanciare le lotte sindacali su temi specifici come la
lotta contro il cottimo, il mantenimento della capacità di acquisto del salario, la rappresentanza operaia nei
collegi probivirali23.
In sostanza, al movimento cattolico biellese erano finalmente chiare sul finire del 1912 le linee di
impegno e gli strumenti coi quali avrebbe dovuto agire nel Biellese per non perdere un contatto, un'adesione con
le masse lavoratrici che, dopo la crisi di inizio del secolo, aveva saputo ritrovare con iniziative organizzative
di ampio respiro. Non erano né linee né posizioni subalterne, come in genere la storiografia tende a
generalizzare. Anche se "moderate", in quanto composte in un disegno di valori che aveva alla base la fede
cristiana secondo il magistero della Chiesa, le posizioni cattoliche proponevano un riformismo contrattato che non
si accontentava di concessioni paternalistiche.
Il movimento cattolico aveva trovato inoltre più di un'intesa anche col movimento socialista ma
limitatamente al piano sindacale dove l'anticlericalismo preconcetto si manteneva più attenuato che non su quello
politico dove era programmatico. E proprio sul terreno politico non sembra generalizzabile al Biellese
l'osservazione di Mario G. Rossi secondo cui l'anticlericalismo socialista sarebbe stato rafforzato in quel torno di anni
dal sostegno offerto dai cattolici alla politica giolittiana, dal momento che l'anticlericalismo socialista nel
Biellese era frutto ben più antico e viscerale, in larga parte dovuto alle forti influenze radicali da un lato e a quelle
dell'emigrazione reimpatriata e dei confinati anarchici dall'altro. Non a caso, infatti, l'antisocialismo
cattolico nel Biellese si espresse come ripulsa ai contenuti antireligiosi e ai pregiudizi anticlericali del socialismo
e del positivismo che non come alternativa al socialismo operaio, della protesta e dell'affermazione dei
diritti dei lavoratori.
Nel 1912 i cattolici biellesi maturano dunque scelte politiche ed organizzative avanzate anche in
campo sindacale24. Fra il 1912 e il 1914 verranno istituite alcune sezioni locali del Sit. Il propagandista, avv.
Gian Luigi Pizzolari, diffonderà il Sit fra gli operai tessili biellesi, ma tosto la guerra mondiale impedirà
al sindacato tessile dei cattolici di prendere corpo nella dimensione circondariale, di diventare un vero e
proprio "fatto biellese" per il movimento
cattolico.
IV - Per una conclusione provvisoria
Con gli appunti di questa seconda parte, volti a documentare la più significativa attività del
movimento cattolico biellese in età giolittiana (nella prima parte è descritta la struttura), se n'è ricostruito a grandi
linee l'itinerario di maturazione da movimento federativo di forze e organizzazioni a ispirazione comune ma
con finalità differenziate a movimento unitario, articolato per specializzazioni a scala diocesana.
Un itinerario avviatosi nel 1906-1907 e conclusosi alla vigilia della prima guerra mondiale, che
venne compiuto mediante l'allargamento del consenso fra le masse su interventi e indirizzi del movimento
cattolico biellese nei problemi della società locale.
Anche se non è ancora possibile, dati gli elementi sinora raccolti e la non sufficiente elaborazione
fattane, esprimere un giudizio storico che, andando oltre la preliminarietà di queste note, dia conto delle
conseguenze della presenza cattolica nella società biellese del tempo e dei nessi fra il movimento cattolico e l'evolversi
di istituzioni, classi sociali, interessi generali, si può tuttavia giungere a qualche (per quanto
provvisoria) conclusione sulla vita interna del movimento.
In primo luogo si può constatare che il "terzo tempo" del movimento cattolico biellese - dopo il
periodo dell'Opera dei Congressi e la crisi democratico-cristiana e modernista - segnò un obiettivo progresso
che portò il movimento da una fase di decollo organizzativo a una fase di solida forza sociale e politica. E
ciò avvenne con il ricupero, come continuità della tradizione cattolico-sociale già viva per molti episodi e
per notevoli figure nel tempo anteriore, ed avvenne con la promozione del federalismo (da radicale religioso)
a movimento socio-politico di massa. La ramificazione organizzativa del movimento in quasi ogni comune,
il diffondersi di una coscienza politica e sindacale fra gli aderenti, il quotidiano misurarsi con i
problemi dell'occupazione e del salario, delle trasformazioni e dell'emigrazione, spesso in contrasto con socialisti
e radicali su un fronte e con liberali e potere economico dall'altro, accentuarono nelle caratteristiche di
massa del movimento cattolico biellese gli indirizzi progressisti del cattolicesimo sociale. Ciò vuol dire che se
una valutazione politica può essere tentata, i documenti e le testimonianze ne suggeriscono la chiave
esplicativa cattolico-sociale e non certo quella clerico-moderata. Del resto già i modesti risultati elettorali
conseguiti dai cattolici alle elezioni amministrative del 1910-1914 provano come il movimento di massa, ricco
di dirigenti, di organizzazione, di iscritti, esercitava una scarsa attrazione fra l'elettorato moderato, fra i
ceti medi e piccolo-borghesi. La vicenda del Ppi lo confermerà, col test inappellabile del voto politico.
In seconda istanza, e correlatamente al primo giudizio, si può concludere che il movimento cattolico
biellese occupa una posizione di primo piano nella storia del movimento cattolico italiano non solo per i suoi
livelli organizzativi ma per la qualità della sua azione. Mete raggiunte e per la sua natura di movimento sociale
di base in una zona industrialmente avanzata e matura, e per il suo costante collegamento con le punte
avanzate del cattolicesimo lombardo, da cui attinse indirizzi, metodi, collaboratori.
Uno studio più ampio, e nello stesso tempo più organico, consentirà di rielaborare questi materiali
per approfondirne, capirne meglio il significato, e per contribuire a ricostruire e a spiegare natura e
movimento del cattolicesimo sociale biellese fra Otto e Novecento, dall'Unità d'Italia al fascismo.
L'A. esprime viva gratitudine a don Antonio Ferraris, Vicario generale della Diocesi di Biella, e a
don Giulio Radaelli, parroco di Sordevolo, per i fruttuosi scambi di idee intrattenuti e per i documenti messi
a sua disposizione.
Un particolare ringraziamento è dovuto al dott. Giuseppe Cavallo, direttore della Biblioteca civica di
Biella, e ai suoi collaboratori, per la cortese disponibilità a coadiuvare l'A. nella ricerca.
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