Marco Neiretti

Aspetti di politica culturale nel Biellese degli anni trenta*



La lettura di "La nazionalizzazione delle masse" di George L. Mosse con l'indicare la traccia di notevole originalità sulla gestazione del nazifascismo, ha suggerito a chi scrive un filone di ricerca per la realtà italiana degli anni trenta, specializzato nella zona biellese1.
Il Biellese, come è noto, è una zona a elevata industrializzazione monoproduttiva, a specializzazione tessile-laniera, con una personalità culturale unitaria ed autonoma e forme istituzionali locali di governo e organizzazione della società civile - fino al 1992 - non coincidenti con quelle dell'ordinamento provinciale. Partiti, sindacati, associazioni culturali tuttavia hanno sempre avuto propri organismi rappresentativi di livello superiore a quello di base (comitati provinciali e simili), riconosciuti dai corrispondenti organismi nazionali. Le stesse culture di classe sono state caratterizzate da un elevato grado di originalità locale, componendosi nella personalità culturale e sociale unitaria del Biellese. Cercando un modulo di connotazione per questa realtà, si potrebbe ricorrere (sia pure con una certa approssimazione) alla definizione di "dimensione antropogeografica" usata da Marc Bloch2.
Come si pose rispetto a questa cultura, l'ideologia totalizzante e massificante del fascismo? E con quali iniziative vi condusse, nella seconda metà degli anni trenta, il suo processo di strumentalizzazione, inglobamento, omogeneizzazione?
Le ricerche condotte sotto lo stimolo delle due domande hanno nel presente articolo un abbozzo, per quanto limitato nel tempo e nei materiali, di per sé sufficiente a proporre una prima base documentaria per risposte non approssimative.
Periodizzazione e materiali rispondono all'esigenza-difficoltà di condensare nell'elaborato il massimo dei fatti funzionali al tema.
La periodizzazione è limitata agli anni trenta, in quanto si tratta degli anni in cui il fascismo, vinta ogni opposizione interna, cerca di organizzare la sua capillare presenza anche nel Biellese, tentando di utilizzare l'associazionismo locale e mobilitare la "nuova generazione", ritenuta più attivista e meno afascista della precedente.
"Una nuova generazione sale dalla terra" scrive Paolo Sella il 23 aprile 1933 in "Illustrazione Biellese", e aggiunge: "Non ha fatto la guerra. Non ha fatto la rivoluzione. Non è stata nelle trincee e non è neppure stata nelle strade per manganellare e distribuire olio di ricino". È la "nuova generazione" che, pure nel Biellese, piglia le redini delle attività di massa e che produce un certo organico di fascisti attivi. Gli anni trenta sboccheranno nella seconda guerra mondiale, passando attraverso i sussulti della guerra d'Africa, nell'esasperazione di tutti i miti del fascismo.
La periodizzazione, quindi, è, in un certo senso, scontata.

Aspetti della cultura biellese

Il fascismo si espresse nel Biellese con quella formula di "mediazione" che Norberto Bobbio definisce "non come continuazione o restaurazione ma come innovazione, in quanto sintesi di liberismo e di socialismo, cioè di due opposte dottrine che nel cozzo si erano rivelate entrambe unilaterali e incapaci di risolvere i grandi problemi sollevati dalla crisi postbellica, mere astrazioni che avrebbero trovato la loro realizzazione pratica in una terza dottrina che fosse riuscita ad andare al di là dell'individualismo atomizzante dell'uno e del collettivismo livellatore dell'altro"3.
D'altra parte, il "terzaforzismo" sembra peculiare alla cultura biellese. Un terzaforzismo bilanciato da empirismi avanzati e teorizzazioni culturali arretrate. A questa valutazione è pure riconducibile il "misoneismo" che Guido Quazza4 rileva come habitus mentale dell'imprenditoria biellese nella prima metà del XIX secolo, e che, difatti, non rappresentava l'ideologia della reazione e della restaurazione ma era solo l'indice dell'insufficiente capacità di elaborazione e di teorizzazione in modelli culturali aggiornati dell'interpretazione di se stessa da parte della classe dirigente biellese. Una forma - quasi inconscia e automatica - di difesa dell'habitat sociale in cui avvenivano frequenti cambiamenti. D'altra parte la geografia fisica e umana del Biellese, con le strutture manifatturiere prima e industriali poi, in prevalenza medio-piccole, disseminate in un territorio ad elevata concentrazione di attività e di popolazione, l'inesistenza di un capoluogo dominante (Biella aveva 7.000 abitanti nel 1858 e soltanto 28.750 nel 1933), l'assenza di un'antica tradizione scolastica e di istituzioni accademiche, completavano i lineamenti di una "società singolare".
La classe dirigente laniera, che s'era professata "savoina, liberale, laica e manchesteriana"5 per cartello e convenzione, continuerà a sviluppare sul finire del XIX secolo le tradizionali posizioni "intermedie" pure fra l'establishment italiano con più mature espressioni formali, ricavate da un sistematico rapporto con la cultura evoluzionistica tedesca e con il "momento tedesco" della rivoluzione industriale in campo tessile. Difatti, osserverà Valerio Castronovo, scrivendo di Venanzio Sella, l'industriale e banchiere fratello di Quintino, che il suo programma (indice dello status culturale della dirigenza biellese), "oltre ad alcuni spunti tipici di un capitalismo borghese pratico e moderno di modello continentale, e ad una chiara concezione del ruolo della classe industriale e delle prospettive di espansione, [esso] conteneva anche - come allora si diceva - non poche anticipazioni in merito alle direzioni in cui era opportuno e necessario muoversi per l'edificazione di una nuova realtà industriale e alle tecniche del futuro processo di acquisizione e di esercizio del potere padronale"6.
Il movimento operaio, più avanzato nelle azioni di lotta e nel contrattualismo locale che nelle risoluzioni politiche e nell'elaborazione dottrinaria, presenta esso pure una prassi anticipatrice, tanto che il giornale bisettimanale socialista, "Corriere Biellese" spesso viene accusato nei congressi di partito di esprimere una linea "troppo remissiva". Uno fra i suoi direttori, Giulio Casalini, nel 1904 dovrà dimettersi per l'eccessivo "moderatismo" e far posto al ritorno di Rinaldo Rigola, certo non massimalista.
"Del resto non c'è da meravigliarsi", aveva già detto due anni prima un polemico congressista, parlando del moderatismo del giornale, "perché Casalini ha dichiarato di non credere nella lotta di classe, nel materialismo storico, ed ha messo tra i ferri vecchi la proprietà collettiva"7. Un atteggiamento non personale quello di Casalini, ma intonato ai giudizi dell'intellighentia socialista biellese del tempo, se si osserva con Pietro Secchia, in chiosa al discorso di Rigola al Congresso socialista di Imola del 1902, che l'intervento del deputato biellese "lo avrebbero potuto sottoscrivere per buona parte i riformisti", e che "la parte più negativa del discorso di Rigola è nella sottovalutazione della grande importanza che avevano avuto, per lo sviluppo delle organizzazioni sindacali e del movimento socialista, i forti scioperi sostenuti dagli operai biellesi dal 1860 in poi"8.
Posizione culturale, atteggiamento critico che meglio configura Carlo Cartiglia, osservando in Rigola la costanza del "privilegiare nettamente - e non per un puro fatto di potere perché dirigente sindacale ma proprio perché rifletteva tutta una esperienza e una formazione precedente - il fatto economico"9.
Si tratta, appunto, per dirla con Cartiglia, dei "limiti dell'ideologia economicistica che oscillò sempre - e questa caratteristica fu nettissima in Rigola - fra soluzioni o con impronte ancora legate ai vecchi schemi del partito operaio, o con caratteristiche che si rifacevano ai postulati della democrazia radicale". Rigola (di cui qui si citano le esperienze della formazione e del "periodo biellese") ebbe poi a seguire con attenzione l'evoluzione sindacale centroeuropea trovando "un avallo teorico importante nelle vicende sindacali tedesche"10 (specie in materia di opposizione allo sciopero generale, ecc.).
In tale contesto culturale e sociale si innesta un "corpo estraneo": il tentativo di un'interpretazione originale dell' "homo oeconomicus biellese", condotto da Emanuele Sella (Croce Mosso, 1879 - Milano, 1946).
Sella in gioventù aveva avuto qualche esperienza socialista al fianco di Dino Rondani, tanto che a seguito dei fatti del '98 era dovuto emigrare in Svizzera, dove aveva svolto anche l'attività di corrispondente de "La Stampa" di Torino. Rientrato in Italia, laureatosi in giurisprudenza, insegnò economia politica alla Libera università di Perugia (di cui fu anche rettore) e quindi fu ordinario nella stessa materia a Genova. In predicato per succedere a Pasquale Jannaccone nell'Università di Torino non ottenne quella cattedra "per ragioni facilmente comprensibili a chi ricordi i suoi non dissimulati sentimenti antifascisti"11.
Fra il 1905 e il 1910, Sella scrisse "La vita della ricchezza" (Bocca, Torino, 1910), un trattato dalle robuste ascendenze tardo evoluzionistiche tedesche e con il ricorso, per analizzare nascita e genesi della ricchezza, ai "paradigmi di Verworn" (Max Verworn, 1863-1921, filosofo e medico tedesco, teorico della fisiologia cellulare e generale), il che condusse Sella a enunciare una teoria a sfondo razziale fondata su due determinanti: quella dei comportamenti individuali, ovvero la "meizofilia"; e di quelli collettivi, ossia il "protezionismo demografico".
Nella teorizzazione meizofila Sella propone una chiave di interpretazione e un modello etnico e culturale per il Biellese. Con il "protezionismo demografico", giustifica un'interpretazione planetaria delle implicazioni della meizofilia.
Di per sé quel lavoro ebbe scarsa eco accademica e non miglior diffusione editoriale, tuttavia Luigi Einaudi, che lo conosceva, ne parlò "in morte" di Sella, senza sottolinearne, fuori della mera dimensione economica, le più complesse conseguenze culturali per il Biellese12.
Per il Biellese, la teorizzazione di Sella rappresentò - oltre le sue intenzioni - l'avvio di una interpretazione sciovinistica (il "biellesismo") di fatti storici, realtà sociali, avvenimenti politici, figure umane, che costituirà il "mancorrente" dell'interpretazione fascista del Biellese negli anni trenta. Un'interpretazione vicina, nelle conseguenze, al biologismo di Walter Darré e al funzionalismo razziale di Julius Evola.
Sella espose puntualmente, specie negli anni venti e negli anni trenta, allorché dispose di due comode tribune quali "La Rivista Biellese" e "Illustrazione Biellese", le sue teorie. Coloro che gli furono solidali ne trassero le conclusioni più ovvie: che nell'interpretazione selliana del Biellese e della sua storia stesse quel "modello originale" di "essere fascisti e biellesi" che appunto la politica culturale del regime avanzava come "proposta di lavoro", "imperativo di intelletto", in una zona e fra popolazioni che proprio nulla avevano di congeniale e neppure di coincidente col fascismo.
Quel modello interpretativo costituì comunque il punto di appoggio, l'omologazione accademica, della "cultura alta", per la conquista, l'occupazione, la travisazione culturale, storica e umana del Biellese negli anni trenta da parte del fascismo.
Che poi, alla fine, la cultura originaria così forte e specifica nelle sue componenti (borghesi, socialiste, religiose) abbia saputo resistere e superare la devastazione degli anni trenta, è argomento che riguarda il Biellese nella dimensione di un più ampio discorso che va oltre materia e fini di questo scritto; pertanto giova aggiungere l'osservazione di Einaudi, il quale, scrivendo che i biellesi avevano guardato a Emanuele Sella "con un vago sospetto, come se non appartenesse in tutto alla loro gente"13, ebbe a rilevare l'istintivo rigetto per quelle forzate teorizzazioni, "corpo estraneo" nella cultura di questa popolazione.
Alla vigilia del fascismo la sostanziale posizione terzaforzista della cultura biellese sembra dunque proporsi come funzionale alla "formula di mediazione" con cui il fascismo tenta politicamente di inserirsi e si presenta nel Biellese. In essa Sella ha introdotto un discorso che dovrebbe consentire la massimizzazione di valori locali coincidenti con gli obiettivi culturali del fascismo. Se in piena coscienza o no, è difficile dire; ma è certo che il tentativo ebbe luogo, e che spesso più di un tentativo si trattò di una vera e propria azione sistematica, per "ridurre, occupandolo" il Biellese alla dimensione culturale fascista14.

La politica culturale fascista nel Biellese

L'indirizzo della politica culturale fascista fu dunque di "appropriarsi" del patrimonio etico del Biellese, sviluppando alcuni valori come quello del pionierismo del lavoro biellese nel mondo e dell'homo oeconomicus15 in chiave "italica" e razzista.
Le tecniche usate appartengono all'armamentario classico della manipolazione culturale. Il fascismo, con la sua concezione dell'uomo, delle istituzioni, della storia, cercò difatti di occupare la cultura biellese zona per zona, branca per branca, appropriandosi, con la presenza organizzativa dei suoi apparati e delle sue strutture, di tradizioni, storiografia, manifestazioni religiose, folcloristiche, ecc.; e quando non poté giungere a tanto, le contraffece e le manomise con l'uso dei mass-media.
La cultura biellese, soprattutto per la sua forte classe operaia, presentò una elevata resistenza al processo di appropriazione, come prova l'isolamento nel quale cadde il tentativo, condotto nel 1933-34, fra i giovani e, nel 1942-43, fra i lavoratori, di legare momenti e organismi, gruppi e categorie, alle mete europee del Reich hitleriano.
Infatti, la presenza culturale del fascismo nella vita del Biellese (ottantadue comuni facenti capo al capoluogo di Biella, con una popolazione di centottantamila abitanti, concentrata in un territorio di non più di novecentocinquanta chilometri quadrati, ad un tasso di attività al sessanta per cento, di cui i tre quarti di occupati nell'industria, in prevalenza tessile) fu piuttosto tardiva e manifestò soltanto negli anni trenta qualche vigore. Il tempo fu assai breve, i mezzi inadatti, l'habitat preesistente così ben costruito e legato a masse popolari e ad élites borghesi, quando non antifasciste certo in larga misura afasciste, sicché non si conseguirono da parte del Partito fascista che transitori risultati di immagine. D'altra parte, un'analisi a posteriori può dimostrare l'assoluta estinzione di tendenze culturali e politiche del fascismo nel Biellese dopo la seconda guerra mondiale, al di là dell'occasionale ed isolato epigonismo di pochi superstiti.

I giornali biellesi

Negli anni trenta il Partito fascista disponeva a Biella di un bisettimanale, "Il Popolo Biellese", fondato nell'agosto del 1922 da Vittorio Sella (1890-1951), che reggerà il giornale fino al 1941, quando passerà a dirigere il quotidiano "Il Corriere Adriatico" di Ancona. "Il Popolo Biellese" raggiunse negli anni migliori la diffusione di dodici-quindicimila copie, come il suo diretto concorrente, un altro bisettimanale, il cattolico "Il Biellese", fondato nel 1886.
Nei primi anni venti, con la direzione di Riccardo Momigliano, il socialista "Corriere Biellese" aveva raggiunto la diffusione di oltre ottomila copie, di cui circa quattromila in abbonamento.
Il "Corriere Biellese" venne soppresso l'8 luglio 1923, con decreto del prefetto di Novara, dopo che aveva raggiunto negli ultimi anni della sua vita larga diffusione anche in Valle d'Aosta, nel Novarese e nel Vercellese.

"Il Popolo Biellese", bisettimanale fascista

"Il Popolo Biellese" era nato come atto di presenza del fascismo nel Biellese, dove nel 1922 si contavano non più di un centinaio di fascisti ed avanguardisti16. L'avvio economico della testata fascista non fu facile, perché gli industriali non si impegnarono finanziariamente sul piano locale che a fascismo affermato.
Il volontariato animava l'iniziativa: la redazione era costituita da quattro persone, che cumulavano tutte le funzioni dell'impresa giornalistica. Il problema maggiore era però quello tecnico, della stampa del giornale.
"Il Popolo Biellese" difatti peregrinò per un certo tempo da una tipografia all'altra: lo stamparono la tipografia Amosso, quella dei Waimberg (di origine israelitica), lo stabilimento tipografico Industria et Labor, di proprietà dell'Associazione industriali, e, infine, l'Unione Biellese (la tipografia del giornale cattolico "Il Biellese"), finché non dispose delle moderne attrezzature della Sateb (Società anonima tipografica editoriale biellese). La Sateb, contrariamente a quanto venne creduto, appartenne non già al Partito fascista ma a un gruppo di azionisti fascisti (sei in tutto), fra i quali il segretario pro tempore del Fascio di Biella, professor Lino Bubani e il proprietario de "Il Popolo Biellese", Vittorio Sella. Lo stabilimento tipografico della Sateb era stato rilevato da una certa signora Bertola, che a suo tempo aveva acquistato l'antica Tipografia dell'ospizio di carità. Senza dubbio l'operazione finanziaria ebbe potenti padrini del regime se la Sateb, nel 1937, poté avviare la ristrutturazione dell'antico stabilimento con la direzione tecnica del "proto" dell'Unione Biellese, l'impianto di ben tre linotype e di una macchina da stampa per quotidiani, una "Rotoplana", che il redattore capo de "Il Popolo Biellese", ed ormai deus ex machina dei mass-media fascisti biellesi, Rodolfo De Bernardi, aveva acquistato da "Il Popolo Toscano" di Lucca17.
In partenza, la redazione del giornale s'era allogata nella sede del Fascio di Biella, al numero 6 di via Pietro Micca; poi s'era trasferita appunto alla Sateb in via Quintino Sella.
"Volendo, i quattrini si sarebbero potuti trovare, ma Vittorio Sella, direttore politico, direttore amministrativo, produttore pubblicitario, continuava ostinatamente a respingere le premurose offerte di individui troppo interessati ad acquistarsi delle benemerenze in campo fascista"18, scriverà De Bernardi in un articolo celebrativo del ventennale del foglio, ma si trattava di una versione "edificante" anche se sostanzialmente veritiera, della difficile partenza del giornalismo fascista e persino del fascismo biellese. Del resto, come si è detto, gli industriali biellesi erano parchi con i fascisti biellesi, e quando non erano attendisti praticavano il finanziamento diretto delle sole personalità del fascismo nazionale che contavano più dei locali.
A definire, simbolicamente, la nebulosa delle velleità e dei condizionamenti culturali in cui il giornale nasceva ed a cui non poteva sottrarsi, giova aggiungere che "alla parete della redazione erano affissi i ritratti del duce, di Corridoni e di Mazzini"19. Un richiamo d'obbligo al radicalismo populista del Biellese operaio in contrapposizione alla tradizione socialista.
La funzione de "Il Popolo Biellese" fu quella specializzata del "giornale fascista", portatore delle parole d'ordine del regime e delle interpretazioni fasciste della vita quotidiana biellese.
Per rendersi conto di come "Il Popolo Biellese" si sia inserito nella linea e nel costume informativi locali, basta osservare che il Biellese, fin dal secolo scorso, è patria elettiva di quella formula "svizzera" del giornalismo di informazione che è il "plurisettimanale", come "giornale integrativo locale" del quotidiano (non perciò come sostitutivo o come specialistico "secondo giornale").Oggi ancora la tradizione viene proseguita dai bisettimanali "Il Biellese", "Eco di Biella", e dalla recentissima "Provincia", sulle orme del primo Novecento quando i bisettimanali erano tre: "Il Biellese", "Corriere Biellese", "La Tribuna Biellese".
Il giornale fascista biellese fu la ripetizione grafica, strutturale, contenutistica de "Il Popolo d'Italia". Si articolava però su sei colonne anziché sulle convenzionali nove (a causa della composizione a mano, perché a Biella fino all'ammodernamento della Sateb non esistettero linotype, eccezion fatta per la tipografia della curia dove si stampava il bisettimanle cattolico e dove solo per un certo tempo venne concesso di stampare a "Il Popolo Biellese"). Anche la distribuzione dei materiali, secondo la concezione grafico-gerarchica del quotidiano tipo del tempo venne ripetuta da "Il Popolo Biellese": in prima pagina l'autorità opinionale veniva ora affidata al "fondo", se si trattava di distribuire idee e parole d'ordine, ora all'articolo di centropagina col titolo a più colonne, se si doveva "far parlare" i fatti, mentre agli articoli di spalla era consegnata la funzione "attizza odio" del "corsivo". Negli anni trenta, la "terza pagina" venne spesso coltivata col ricorso al classico elzeviro (a volte mutuato dall'Agenzia Stefani o da altre testate fasciste), con l'intervento di collaboratori che già scrivevano in "Illustrazione Biellese", affiancati dall'occasionale esibizionismo dei professori delle scuole superiori in un fiorire di reprint storiografici e di bozzettismo locale (il folklorismo e il neoantropologismo di derivazione selliana della Majoli-Faccio, l'operaismo deamicisiano di Hedda, pseudonimo di Lucia Maggia, una maestrina di Cossato cresciuta alla scuola di Ada Negri) e con la convalida operaistica della puntuale trascrizione degli scritti di attualità che Rinaldo Rigola veniva pubblicando in "I Problemi del Lavoro". In altre pagine trovano spazio le corrispondenze dagli ottantadue comuni del circondario, le cronache dell'economia e del lavoro, le rubriche del Partito fascista.
"Il Popolo Biellese", dopo la "partenza fascista" e militante del '22, occupò l'area assai vasta dei lettori moderati che non trovavano nel bisettimanle cattolico concorrente il foglio locale di loro gradimento. Del resto "Il Popolo Biellese" aveva alle spalle una lunga tradizione di giornalismo locale moderato e filopadronale, che risaliva addirittura (attraverso l' "Eco dell'Industria", "Il Risveglio", "La Tribuna Biellese") al primo settimanale biellese, il liberale "Eco del Mucrone" del 1854.
"Il Popolo Biellese", nato a otto pagine, spesso raggiungeva le sedici, mediamente però usciva in dieci. Il suo ultimo numero coincise con la fine del regime nel luglio 1943. La testata venne mutata in "Il Lavoro Biellese" come organo del Fascio repubblicano, dal 1943 al 1945, con la direzione di Umberto Savio e Rodolfo De Bernardi.

Problemi e tecniche della cultura fascista nel Biellese

"Il Popolo Biellese", organo di informazione tradizionale, dalle caratteristiche e dall'effimera vita del quotidiano, nonostante fosse giornale d'obbligo del regime, non rappresentava però lo strumento più idoneo per "fare cultura" nel Biellese.
Il fascismo aveva bisogno di "fare cultura" nel Biellese per scontate ragioni: in primo luogo per la persistente resistenza opposta alla sua penetrazione dal denso tessuto culturale preesistente, le cui componenti era quasi impossibile condurre al "consenso attivo" col regime; e un tessuto che pure nelle sue articolazioni elitarie e borghesi esponeva il regime al pericolo di sviluppi culturali autonomi tanto più rimarchevoli in quanto potevano collegarsi alla cultura operaia e, attraverso questa, propagare messaggi politici tra le masse operaie biellesi, preoccupazione che diventò allarme intorno agli anni trenta, in coincidenza con la crisi economica. In secondo luogo per convogliare in un locus unificante gli operatori dispersi, riducendo al minimo denominatore comune dell'ideologia fascista anche i "cani sciolti" dell'antica tradizione storiografica biellese (il cosiddetto "erudizionismo locale"), gli antropologisti e i folkloristi e gli "intellettuali nuovi", appena usciti dalla scuola.
L'ambiente culturale biellese degli anni trenta era, infine, "minacciato" dal buen retiro estivo a Pollone e Sordevolo di Benedetto Croce, dei Ruffini, di Franco Antonicelli, di Nicolò Carandini, di Gustavo Colonnetti, di Norberto Bobbio, che non poteva (come già era accaduto per i soggiorni tardo ottocenteschi di Giuseppe Giacosa, Giosuè Carducci, Giovanni Camerana, ecc.) non rappresentare, "per contatto" uno stimolo di "riqualificazione" dell'intellighentia locale ovviamente non su moduli fascisti.
Anche per questo il fascismo locale (i cui maggiori dirigenti, fra l'altro, furono quasi sempre degli immigrati da altre province) doveva certificare la sua capacità di reagire, agli occhi di Roma - gli interventi personali di Achille Starace sugli operatori culturali danno la misura di questo interesse20 - alle presenze stagionali del liberalismo antifascista nel Biellese. Così, col ricorso alla formula culturale di più facile allestimento e più vistosa, nacque, sul modello di un'iniziativa editoriale vivissima negli anni venti, la rivista mensile "Illustrazione Biellese".

L'associazionismo degli anni venti e "La Rivista Biellese"

Occorre, per completezza documentaria, ricordare in breve i "precedenti" del decennio 1921-1931. Nel luglio-agosto del 1921 era nata in Biella, curata dal professor A. Giovanni Girelli, "La Rivista Biellese", con periodicità mensile, promossa dall'agglomerato moderato facente capo al Sindacato di iniziativa pro Biella e Biellese. La rivista, stampata dalla Tipografia dell'ospizio di carità (che più tardi sarà, come si è detto, la Sateb, collegata al Pnf biellese, dove si stamperanno "Il Popolo Biellese" e "Illustrazione Biellese") venne tosto diretta (1922-1928) dal professor Alessandro Roccavilla (un valdostano, preside del liceo classico), che la elevò a notevole dignità pubblicistica, ospitando collaboratori come Emanuele Sella, Rinaldo Rigola, Albino Machetto, Camillo Sormano (quest'ultimo insegnante di liceo, studioso di scienze naturali e storiografo erudito locale, fra i primi intellettuali fascisti della zona).
Il Sindacato di iniziativa pro Biella e Biellese raccoglieva, fra i tanti aderenti a titolo personale, le maggiori e più attive organizzazioni biellesi di massa: il Cai (Club alpino italiano, ben nota sezione biellese della quale il fondatore del Club alpino italiano, Quintino Sella, aveva avviato sessant'anni prima il sodalizio), l'Unione sportiva biellese (con le sue specializzazioni: dal calcio alle sezioni ciclo-alpine), l'Associazione Pietro Micca (un grosso organismo di turismo popolare, tuttora operante, che convogliava nelle sue feste annuali anche diecimila persone), il Comitato turistico scolastico, lo Sci club (si stavano avviando allora le prime attrezzature al Mucrone, ecc. ), il Moto club biellese, l'Unione sportiva Stella Alpina di Ponzone (nella vallata di Mosso e del Sessera), la sezione biellese dell'Unione operai escursionisti italiani, il gruppo Excelsior (l'organizzazione del tempo libero cattolico più cospicua della diocesi), e le associazioni Pro loco e sportive dei grossi centri subcircondariali: l'Unione sportiva cossatese, la Pro Candelo, lo Sport club Coggiola-Pianceri, ed altri minori sodalizi come la Pro Muzzano. La penetrazione fascista in quei sodalizi fu difficile, quasi impossibile, negli anni venti. In taluni casi pregiudicò la vita dell'organismo stesso, portando alla sua estinzione per disaffezione dei soci; in altri casi invece la fascistizzazione venne, tout court, respinta.
Anche "La Rivista Biellese" che, con scrittori fascisti come Sormano, a volte rappresentò punto di incontro per gli afascisti e persino per superstiti ed estemporanee apparizioni antifasciste, fu oggetto di tentativi di conquista ma, vista l'impossibilità di occuparla, si finì di "scavare" intorno all'iniziativa editoriale un fosso, una cintura sanitaria, isolandola da finanziatori e lettori, per cui quando il direttore, professor Roccavilla, tornò in Valle d'Aosta, essa chiuse i battenti. L'ultimo numero de "La Rivista Biellese" è del 16 dicembre 1928, e si chiude senza una sola parola intorno alle ragioni della sospensione dell'attività editoriale; la quale, anzi, non viene neppure annunciata.

"Illustrazione Biellese", il mensile della cultura fascista

"Illustrazione Biellese" nasce il 19 dicembre 1931, esattamente tre anni dopo la morte de "La Rivista Biellese" di Roccavilla, con l'ambizione e le prerogative di realizzarne in meglio e in modo fascista la continuità e la funzione, che nel campo dell'erudizione storica locale, della ricerca antropologica, della composizione di un "biellesismo" nelle arti e nelle scienze, aveva dato apporto notevole e sistematizzato in una formula che offriva la copertura di un certo stile scientifico: il massimo conseguibile in provincia da una testata periodica.
Rodolfo De Bernardi, che ne sarà redattore capo, proprietario, direttore, ha riferito a chi scrive che non vi furono appoggi finanziari di provenienza politica al lancio dell'iniziativa editoriale, il cui carico e rischio era stato assunto tutto dal suo fondatore e direttore, Luigi Bonino, di Bioglio. Bonino, travagliato da una malattia che lo portò a morte qualche anno dopo, dinanzi al carico crescente di costi e agli scarsi ricavi della rivista, nel 1935-36 la cedette a De Bernardi, il quale, riorganizzatala sia redazionalmente che pubblicitariamente (in quest'ultima voce con l'affidamento della vendita degli spazi a un pubblicitario professionista genovese che aveva grosse introduzioni in campo industriale subalpino), la trasferì ufficialmente "sotto gli auspici del Fascio di Combattimento di Biella"21.
De Bernardi dunque minimizza l'interesse fascista per "Illustrazione Biellese" al suo comparire.
Sotto il profilo finanziario è però piuttosto dubbio che Luigi Bonino, senza essere un nome del giornalismo né un imprenditore della carta stampata e neppure un facoltoso finanziere, si avventurasse (dopo la recente esperienza de "La Rivista Biellese") su un terreno tanto minato se non avesse avuto le spalle coperte. Dalla lettura de "Il Popolo Biellese", dalle ben note esigenze locali del regime, si ha la chiara riprova di come tutta l'operazione fosse nata come operazione culturale del fascismo biellese.
Per quanto riguarda l'aspetto squisitamente di linea politica occorre osservare che "il primo periodo Bonino" fu caratterizzato dalle difficoltà di organizzare un corpo redazionale omogeneo e di mettere assieme collaboratori di un certo prestigio, che solo l'iniziale somiglianza indipendentista con "La Rivista Biellese" poteva favorire. Del resto, i virulenti articoli filo-nazisti di Paolo Sella, come si vedrà più avanti, esploderanno proprio all'indomani del decollo, e sempre nel "periodo Bonino". Sicché le interpretazioni moderate attorno alla comparsa della rivista si fondano, tutto sommato, su giudizi non convalidati dai fatti.
In realtà più che di sostanza la questione è di ordine direzionale; ed è anche questione di coordinamento ai tempi della politica culturale fascista italiana e di grado di adesione degli italiani al fascismo, a diverso esponente se prima o dopo la guerra d'Africa, specie in Piemonte e nel Biellese.
Comunque fin dal giorno di partenza, "Illustrazione Biellese" dispose di una sede dignitosa, in via Umberto, il "corso" della città per antonomasia.
Il formato è trenta centimetri per venti, i fascicoli raggiungono spesso le sessanta pagine, con copertina in cartoncino e illustrazioni dapprima in pessimo ornato azzurro e poi, quando si passò di lì a due anni alla carta patinata, in bianco e nero, e composizione su due e tre colonne.
La linea redazionale dei primi tempi fu assai abborracciata e confusa, poi venne specializzandosi in versione monografica. La frequenza per i primi due anni fu di sedici numeri all'anno: la rivista andava in edicola ogni venti giorni. Primo direttore, il fondatore-proprietario Luigi Bonino. "Illustrazione Biellese" chiuderà i battenti con un numero plurimensile a fine 1943, dopo essere passata attraverso la direzione del professor Lino Bubani (pediatra, segretario del Fascio di Biella) e di Rodolfo De Bernardi, redattore capo per lungo tempo sia de "La Rivista Biellese" (di cui fu pure proprietario) che de "Il Popolo Biellese", e raccoglierà lungo i tredici anni di vita la collaborazione di intellettuali, scrittori, letterati dilettanti ed eruditi biellesi e piemontesi: per numeri monografici, sulla fatta di quello dedicato ("asetticamente" in senso politico) a Lorenzo Delleani, ospiterà persino firme prestigiose di antifascisti, come Antonicelli, mentre per la parte economica era intervenuto negli anni iniziali Giuseppe Pella e giovani intellettuali, specie narratori, come Francesco Rosso e Davide Lajolo, concorreranno alle sue iniziative intorno agli anni quaranta.
Se non l'enunciazione di un programma (e qui appunto si raccoglie l'indecisione del fascismo biellese nell'elaborare la "linea culturale" ora che disponeva dello strumento per mandarla avanti!), gli articoli del primo numero contengono significative indicazioni, anticipando timori e velleità del fascismo biellese di fronte all'imperativo della presenza culturale.
Il direttore, Luigi Bonino, presentando la pubblicazione, sostiene che la rivista lavora "per le migliori fortune della nostra terra; per una maggiore valorizzazione dello sforzo tenace di nostra gente che vuole essere realmente all'avanguardia della nuova rinascita romana; per una maggiore conoscenza del poderoso contributo apportato all'umano progresso, nelle vie del mondo, da tanti nostri concittadini - veri pionieri di civiltà - sperduti sotto altri cieli, fra altra gente non sempre amica".

Albino Machetto: scuola e fascismo

Collaboratori di rilievo compaiono, fin dal primo numero, il preside dell'Istituto tecnico commerciale statale "Eugenio Bona", professor Albino Machetto (1878-1942), e il commercialista Giuseppe Pella (1902-1981). Machetto (laurea in lettere con specializzazione in geografia umana e geografia descrittiva) è uomo di qualche rinomanza negli ambienti specialistici: collabora al Calendario-atlante De Agostini dal 1906, alla rivista di didattica geografica, "Geografia", di Luigi Filippo De Magistris, e alla "Petermann's Geographischen Mitteilungen" di Gotha, mentre nel Biellese si dedica fin dagli anni venti all'istruzione professionale ed all'organizzazione della scuole tecniche, secondo una tendenza quasi secolare allo "specializzazionismo", promosso dagli industriali lanieri. Oltre all'Istituto "Eugenio Bona" che diploma specializzati "per l'amministrazione delle aziende industriali e soprattutto laniere", Machetto si dedicherà alla creazione dell'Istituto tecnico industriale "Quintino Sella"; ma il posto più importante lo occuperà come segretario dell'imprenditoriale Associazione per l'incremento dell'istruzione professionale del Biellese, dove esercitò di fatto la funzione di "grande programmatore" della politica scolastica locale nel ventennio, finalizzandola agli interessi dell'industria e della classe dirigente laniera col formare, mediante didattiche avanzate, prestigiose leve di tecnici, evitando peraltro un collegamento, sia funzionale che di iniziative, con gli istituti umanistici locali e con l'università.
Questa linea di politica scolastica può riassumersi nella formula: "Il massimo della qualità e delle strutture scolastiche biellesi, in termini tecnico-scientifici, purché nel massimo isolamento specialistico delle singole istituzioni".
Di fatto, nascita e diffusione della scuola non vennero allora mai lasciate al caso o al campanilismo delle amministrazioni locali. Una vera e propria funzione programmatoria venne esercitata dall'accorta gestione di "lasciti finalizzati" da parte degli industriali, che, col finanziare l'edilizia scolastica ne determinavano gli indirizzi (totalmente tecnico-professionali) e le localizzazioni. Una volta avviata, e provveduta di idoneo corpo insegnante, l'istituzione scolastica veniva quindi trasferita, col più conveniente status giuridico, alla collettività (enti locali o Stato) per il finanziamento di esercizio.

Giuseppe Pella: gli interessi lanieri e il libero scambio

Giuseppe Pella, che sarebbe divenuto deputato, ministro e presidente del Consiglio, era di formazione "tardo Ppi" (classe 1902, diploma di ragioniere, laurea in economia e commercio). Si affacciava allora alla vita locale, essendo divenuto da poco segretario dell'Associazione nazionale commercio laniero: un organismo con sede in Biella, che tuttora raggruppa i grandi approvvigionatori della materia prima lanaria, operanti e collegati con i mercati d'origine delle merci (Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, America del Sud) e con quelli del mercato e termine (Inghilterra, Francia, Belgio, Germania).
Albino Machetto e Giuseppe Pella caratterizzeranno dunque il primo periodo di "Illustrazione Biellese", allorché la rivista non porta ancora il sottotitolo di "Mensile sotto gli auspici del Fascio di Combattimento di Biella", assunto solo al tempo della guerra d'Africa. Nell'editoriale del primo numero Albino Machetto, fra tante frasi fatte, osserva che nel Biellese è prevalso "un clima utilitario ad oltranza, un individualismo che un tempo [nel corso della guerra, nda] era necessario per concentrare tutte le energie alla dura tenzone, ma che oggi, con l'allargarsi e con l'affermarsi di nuove correnti ideali, è diventato causa di inferiorità politica e civile e quindi anche economica". Questo clima aveva portato i biellesi all'assenteismo dall'attività pubblica, politica ed amministrativa, per cui i problemi locali finivano di dover essere "studiati e risolti da uomini che vengono da fuori".
La rivista dovrà dunque rappresentare la palestra del nuovo impegno dei biellesi che "vogliono essere all'avanguardia della nuova rinascita romana che il Duce d'Italia addita alle generazioni che devono consolidare la vittoria economica, politica e civile, dopo quella delle armi". Il desiderio dello "spazio nuovo" per creare cultura fascista e dirigenti fascisti a Biella è enunciato in senso programmatico, ma "come" ciò debba e possa avvenire non solo non lo si dice, addirittura non lo si sa. Basta del resto rilevare le tendenze che ispirano lo scritto di Giuseppe Pella, "programmatico" in materia economica, per averne lo spessore. Col titolo "È in crisi l'economia biellese?" Pella parla della realtà ormai da tutti accettata delle "economie intercomunicanti", e afferma che "il sistema delle economie chiuse, che pure cerca talvolta di risorgere, è ormai superato; il cammino del progresso è rivolto a vincere lo spazio, considerato come il maggior nemico".
Si direbbe, restando in superficie e ai soli canoni interpretativi politici generali, che le proposizioni pelliane siano funzionali alla politica espansionista del "posto al sole"; se invece si analizza lo scritto dal punto di vista della specializzazione produttiva biellese, ci si avvede che rappresentano la ricerca di una collocazione nella politica economica del fascismo delle istanze del commercio delle fibre tessili, i cui interessi sono ben più difficilmente componibili che non quelli degli industriali trasformatori della politica economica del regime.
"La corsa alle difese doganali, più che una smentita, deve considerarsi un indice di conferma", scrive ancora Pella, e aggiunge: "Sono infatti i settori economici maggiormente toccati che corrono ai ripari". Poi, tutta la vis polemica pelliana si sposta su una "interpretazione biellesista" dell'economia: espediente dialettico che gli consente di intonare un discorso "biellese e nazionale". Osserva, difatti, Pella che risponde, con una certa approssimazione, a verità che dal 1920 al 1932 il Biellese abbia perduto circa un miliardo di lire: si tratta di investimenti di capitale biellese fatto altrove, in Italia ma anche all'estero. "Chi guarda le magnifiche ed immense case popolari di Vienna - prosegue Pella - non può fare a meno di pensare che esse sono state costruite anche con denaro biellese: la loro costruzione infatti è stata finanziata con enormi tributi, aventi carattere di vera confisca, applicati su proprietari di palazzi in Vienna: fra loro i biellesi non erano pochi".
Il lungo articolo, rappresentativo delle preoccupazioni dell'establishment laniero nel corpo della politica economica del regime, sbocca in tre proposizioni, di diagnosi e prospettiva. Conclude, difatti, Pella: "Crediamo quindi di poter affermare, senza pretendere esattezza assoluta: a) l'economia biellese nell'ultimo decennio ha perso somme, anche ingenti, per cause estranee però all'economia locale; b) sono cadute parecchie aziende, nel campo laniero, per una troppo ottimistica valutazione della situazione al momento del loro impianto o per cause estranee alla gestione; c) il nucleo fondamentale dell'economia industriale e commerciale biellese sa resistere in mezzo a gravi sacrifici che è possibile sopportare con l'ausilio delle masse di riserva, costituite in tempi migliori. In complesso il Biellese e l'industria laniera rappresentano la Regione e il settore economico che meglio sanno resistere alla crisi attuale".
Gli industriali biellesi dunque si comportavano in economia e nei problemi finanziari nazionali come in politica. Non volevano, cioè, intrusioni pubbliche nel Biellese (difatti la zona restò sempre impenetrabile e impenetrata dal capitale pubblico, sia diretto che a partecipazione: persino le ferrovie rimasero dei privati fino al secondo dopoguerra; ed allora soltanto nella rete stradale fece capolino l'Anas!), ma partecipavano volentieri alle grandi operazioni di regime e alla gestione di trust fuori dal Biellese, con la spinta e la connivenza del regime (vale per tutte, la presenza di Oreste Rivetti nei cartelli finanziatori della Sip22).
In realtà, Pella cercava di attenuare al massimo i contrasti fra i commercianti-fornitori della materia prima e gli industriali trasformatori produttori del manufatto, unificandone atteggiamenti ed istanze, dal momento che beneficiavano della "difesa di sistema" e dei rapporti di potere realizzati dal regime in risposta alla recessione degli anni venti. Il che corrispondeva alla logica delle responsabilità solidali intorno ai modi e alle conseguenze dei provvedimenti anticrisi, che per salvaguardare i margini di remunerazione fecero premio sulla riduzione degli occupati e sulle franchigie fiscali. Valerio Castronovo23 ha osservato appunto che per il Biellese "l'esito della crisi si risolse in un'accentuazione delle tendenze monoindustriali" provocando "la chiusura dei principali stabilimenti meccanici". La svalutazione della sterlina (divisa elettiva del mercato lanario, sia per l' "origine" che per il "termine") aveva inferto una pesante mazzata al commercio di approvvigionamento dell'industria laniera mentre la contrazione della domanda interna aveva abbattuto i consumi lanieri, che nel ventaglio di quelli tessili, essendo i più costosi, sono sempre i primi ad essere sacrificati. "La ripresa si profilò soltanto nel secondo semestre del 1933", aggiunge Castronovo, osservando però che la difficoltà di trasferire l'aumento dei prezzi dalle materie prime ai manufatti ne ritardò a lungo gli effetti sugli organici occupazionali, che nel 1934 risultavano ancora al di sotto di tremila unità, rispetto ai trentaduemila addetti del 1929.
D'altra parte, il tipico industriale biellese vetero laniero fu sempre contrario alla differenziazione occupazionale del Biellese, impedendo così l'affermarsi delle industrie alternative (in ispecie la meccanica), perché il sistema chiuso della monoindustria garantiva un forte potere al padronato, in sede salariale come politica, obbligando intere famiglie a dipendere spesso da una sola azienda, e quasi sempre dal solo settore laniero, mentre l'inesistenza di antagonismi "da busta paga" garantiva da concorrenziali spinte retributive.
In tema di "cultura economica", quindi, Pella enunciava fin dal primo numero di "Illustrazione Biellese" una linea che più che "fascista" era di composizione, quando non di convergenza, degli interessi economici dei lanieri biellesi con la politica economica del tempo, una convergenza che diventava, sul piano territoriale, giustapposizione, se non addirittura linea unica, nella formulazione della politica economica dell'industria laniera nel Biellese; in tal senso, unificando la risposta di padroni e regime ai problemi dell'occupazione, del benessere, della distribuzione della ricchezza nel Biellese operaio.

Paolo Sella: "Per la seconda generazione c'è il modello nazista"

Quando "Illustrazione Biellese" volle affrontare in termini non agiografici i problemi del regime, in primo luogo quelli della "nuova generazione", tentò un esperimento piuttosto ardito, i cui risultati sollevarono però grosse perplessità: sicché soltanto il sopravvenire della guerra d'Africa impedì qualche (preannunciata) tensione.
La rivista, fra le tante rubriche in cui si articolava, dedicò fin dai primi numeri una pagina ai Guf (gruppi universitari fascisti).
Per il vero i Guf non furono mai molto attivi nel Biellese: pochi gli universitari, e quei pochi perlopiù figli di papà impegnati in ben altri spassi. Poi, la linea "professionalistica" di Machetto sviluppava con energia il discorso del collegamento scuola-industria, evitando il più possibile qualsiasi collegamento con l'università.
Fra il 1932 e il 1933, un po' per desiderio di guardare fuori di casa e un po' per l'influenza di Emanuele Sella (si abbia a mente la teorizzazione meizofila, propositiva di una concezione biellese della razza per comprendere in pieno la genesi d'una pedagogia familiare)24 e un poco per coprire lo spazio dei Guf (assenza della quale Starace si lamentava col fascismo biellese), vennero ospitati, anzi concordati, articoli di Paolo Sella (figlio di Emanuele, classe 1909, laureato in legge, nel 1946 "conte di Monteluce" per decreto del luogotenente, sarà tra i fondatori del Partito monarchico popolare negli anni cinquanta) per "Illustrazione Biellese". Paolo Sella si trovava allora in Germania, affascinato dall'attività eversiva delle "camicie brune". Per quei reportages a Biella si seppe di più e meglio d'altre zone d'Italia (sia culturali che geografiche) della scalata hitleriana al potere in Germania.
Dalle corrispondenze Sella però passò alle proposte di dibattito politico, fino a una "interpretazione nuova" (almeno per i biellesi) dell'impegno giovanile nel solco della rivoluzione fascista, che sollevò più di una polemica, più d'una preoccupazione, perché riduttiva, alla luce del nazismo, delle esperienze fasciste.
Val la pena di soffermarsi sull'attività di Paolo Sella, perché si tratta di un momento significativo per datazione e contenuti, nell'andatura culturale del fascismo, il biellese in particolare e quello periferico in generale.
Paolo Sella negli scritti del 1932 non prende ancora posizioni sul "problema tedesco", ma ne coglie con una certa vivacità i lineamenti di fondo, cercando di collegarli con quelli italiani. La descrizione dei mutamenti, entro cui si rappresenta il dramma tedesco, è planetaria; l'analisi storica della guerra e del dopoguerra, egualmente; la diagnosi dei "grandi mali" (sia economici che socio-politici) uniforme. Emerge la tesi di un' "Europa dissestata" negli equilibri di fondo; prende corpo la figura dell'imperialismo americano, col proiettarsi sulla scena del lontano dopoguerra della figura del "grande affamatore" americano del 1918, quell' "Hoower, allora dittatore dei viveri in Europa". Paolo Sella vive all'università di Berlino l'atmosfera di stupore e nichilismo della fine del 1932, l'eccesso di politicizzazione che respinge la scienza, la disintegrazione dei dogmi positivi della scienza stessa e dell'illuminismo politico. La giovane generazione tedesca di fine 1932, dice Sella, "non accetta nulla del passato" e come tutta quella europea "è satura della religione dell'Avvenire". La sua ossessione è l'avvenire. La dura prova dell'inflazione, della disoccupazione, della mancanza di prospettive promuove un pragmatismo avvenirista, sicché si cerca il mito più forte per avallarlo d'una ideologia e poi viverlo fino in fondo.
"Centinaia di migliaia di ragazzi - scrive Paolo Sella, nell'ottobre da Berlino - trovano nell'azione politica il correttivo necessario per animare il desiderio di azione, lo spirito eroico, il gusto per l'avventura, l'amore del rischio", e soggiunge: "Comunista o hitleriano, o democratico o socialista, il ragazzo tedesco sa di combattere per una causa"; e, senza pigliare ragione per alcuna parte, aggiunge che ciascuno "ha lo spirito del dovere, che non è il gretto spirito di disciplina a un qualunque superiore gerarchico, ma lo spirito cosciente che anima le coorti di coloro che si raccolgono per raggiungere la stessa meta nella quale credono e sperano spontaneamente".
Neppure sei mesi dopo Paolo Sella è entusiasmato, travolto, dai successi hitleriani. Egli è entrato in dimestichezza con il capo della Gioventù hitleriana, Baldur von Schirach ("un ragazzone bruno, inginocchiato sul pavimento, che parlava un francese barbaro e sfogliava grandi cartelle", ormai nel 1933 "dittatore dei giovani [...] la sua voce appena ventiquattrenne si elevava nelle sedute del Reich"), ne ha assimilato le seduzioni da "mondo nuovo" sicché il fascismo all'anno XI gli puzza di mausoleo. Il 20 marzo 1933, con una presentazione della rivista colma di riserve e di affermazioni a salvaguardia dell'attualismo dei capi ("Il Regime non si adagia sul passato né lascia da parte i giovani a fare soltanto dello sport", scrive il direttore nel corsivo che presenta - pigliandone le distanze ideologiche - l'articolo di Sella col titolo "I giovani e il Regime", meglio motivato dall'occhiello: "Problemi del II decennio"), Paolo Sella avvia il discorso coll'accertare che "una nuova generazione sale dalla terra. Non ha fatto la guerra. Non ha fatto la rivoluzione. Non è stata nelle trincee e non è neppure scesa nelle strade per manganellare e distribuire olio di ricino". Ora, queste giovani leve, per le quali la marcia su Roma è un ricordo lontano "perso fra le prime inquietudini dell'adolescenza" che sono? Quale coscienza hanno di sé? "Sono esseri senza passato", li fotografa (anzi, con essi, si fotografa) Sella, ed aggiunge (non solo assonanza letteraria ma tentativo di trasferire il giudizio generazionale dalla Germania prehitleriana a quella fascista, per lanciare poi la suggestione della "prospettiva unica", la "prospettiva europea" del nazifascismo, tempo nuovo, tempo della gioventù...) che i giovani "vivono del futuro". Intorno agli obiettivi regna tuttavia la vacuità.
Anzi, c'è "per ora" nella linea proposta da Paolo Sella soltanto l'individuazione delle giovani leve e del "tempo nuovo", in cui occorre fare qualcosa di diverso dal vecchio. L'accertamento del "vuoto da riempire" per la sopravvivenza, il rinnovamento del regime, è una tappa del discorso, nato in Germania fra le "camicie brune" e adesso appena trasposto all'Italia. "Il primo decennio dell'era fascista ha affrontato e risolto, nel quadro della nazione, il problema della collaborazione di classe - conclude l'articolo - ha accostato datori di lavoro e lavoratori. Benissimo. Il secondo decennio deve affrontare e risolvere il problema della collaborazione delle generazioni. Il secondo decennio sarà il decennio dei giovani. La soluzione del problema della collaborazione di classe ha posto le basi della ricostruzione nazionale. La soluzione del problema delle nuove generazioni ne deve garantire la continuità".
Paolo Sella sarà di ritorno in patria dalla Germania nell'autunno del 1933. Capeggia una delegazione nazionalsocialista presso il governo italiano, che discute problemi giovanili con il sottosegretario al Ministero dell'Educazione nazionale, Renato Ricci, e con il sottosegretario agli Interni, Giorgio Suvich. Ma la funzione di "legato" di von Schirac in Italia non gli gioverà, perché il regime considererà l'iniziativa un corpo estraneo nell'enfatica e più spigliata politica giovanile del littorio.
Ad "Illustrazione Biellese" Paolo Sella tornerà ancora, ma con un articolo senza implicazioni per la situazione italiana, col quale, sotto il titolo "Una rivoluzione burocratica", si limiterà (non senza stoccate retoriche) all'apologia, "per distinguo" da quella fascista, della rivoluzione nazional-socialista. Una rivoluzione, la germanica, "dove tutto era previsto, tutto organizzato" per cui era potuta essere "una rivoluzione di organizzazione": cosa ben diversa dall'insurrezionalismo italiano, col suo riferimento storico alla spedizione dei Mille e il massimo dei disegni strategici nella "politica avventurosa del Piemonte". "L'insurrezione non era necessaria alla rivoluzione tedesca", la quale s'era costruita giorno dopo giorno come "un cancro [sic] all'interno dello Stato" attraverso il nazionalsocialismo, "nato dall'intesa di sette persone, diventato un'immensa valanga che coordinava milioni di energie da tutte le parti del Paese", sicché "la nostra rivoluzione [quella fascista, nda] ha avuto parecchie migliaia di morti", mentre "la rivoluzione tedesca ne conta poche centinaia".
Il nazismo, osserva Paolo Sella, prima di conquistare il potere era già "un vero e proprio Stato cresciuto all'interno dello Stato": lo dimostra da sé "la rivoluzione tedesca [che] non è stata la rivoluzione di gruppi di manganellatori contro altri gruppi di manganellatori. Hitler ha preso da noi il saluto fascista, ma ha abbandonato il manganello alla soglia del suo terzo anno. Ha preso la nostra dottrina ma si è scordato dell'olio di ricino. La rivoluzione che egli ha diretto è stata una rivoluzione di burocrazie. Di una burocrazia rivoluzionaria contro una burocrazia reazionaria". Quasi a riecheggiare le tesi paterne sulla meizofilia, sul meta-razzismo applicabile al Biellese in quanto estraibile dalla sua storia e dalla realtà umana e culturale, Paolo Sella chiude il suo intervento quasi con una tacita (quasi scontata) proposta di "raccordo interno" tra le frustrazioni dei giovani fascisti e la forza rivoluzionaria dei giovani nazisti (sono implicite le tematiche della guerra e della razza), sottolineando che "la tecnica della nostra rivoluzione è stata l'Insurrezione. La tecnica della loro rivoluzione è stata l'Organizzazione". Sulla mancanza di organizzazione della rivoluzione fascista, del resto, egli già si era diffuso parlando, in marzo, del "Che fare?" per i giovani del regime.
Non a caso, il primo articolo da Berlino, nella Germania ancora prenazista, l'aveva intitolato "Giovani senza avvenire nella Germania rivoluzionaria". Ora, però, i giovani avevano una prospettiva storica in Germania, mentre in Italia la stavano di nuovo cercando, nonostante la rivoluzione fascista.
Prima che fosse reputata pericolosa, e perciò più vigilata, l'azione di Paolo Sella nel propagandare i "punti di convergenza" che offriva il nazismo ai giovani italiani, non era stata a senso unico, ma si era tradotta in atti di reciprocità. Nell'ottobre del 1933, infatti, una delegazione di avanguardisti aveva visitato la Germania nazista. "Illustrazione Biellese", nei numeri 14 e 15 del 1933, pubblicò la fotografia di Hitler attorniato da quattro giovani avanguardisti della provincia di Vercelli, fra cui la camicia nera biellese Ezio Zerbo, di Pratrivero, presenti Renato Ricci e il console d'Italia.
La tematica del "fascismo forte, organizzato, finalizzato", che nelle intenzioni di Paolo Sella poteva trovare spazio fra la gioventù fascista biellese più avvezza alla disciplina creatrice della fabbrica anziché catturata dai miti aulici e dalle parate romane, venne lasciata cadere nel silenzio dai maggiorenti del fascismo locale; e poi, nell'esplodere delle polemiche antitedesche della "prova di forza al Brennero", si disciolse nella prospettiva immediata della "prova imperiale" d'Africa. Una guerra, quella in Africa orientale, spiegata nel Biellese soprattutto come "guerra per le risorse" (non tanto cioè come avvenne quasi ovunque come "guerra per il posto al sole, lo spazio, l'impero") e come avvio a una concreta politica degli sbocchi commerciali per l'industria italiana. I pronunciamenti antitaliani vennero presentati come indice della congiura mondiale dei grandi detentori delle materie prime contro il potenziale umano dell'industria trasformatrice e manifatturiera italiana.
Soprattutto sui temi di politica economica, posti dall'autarchia, svilupperà un suo modesto, quanto ora però certo, filone originale la pubblicistica fascista biellese.
Per il resto, su temi squisitamente politici, superato l'exploit filonazista di Paolo Sella, non presentarà più spunti di rilievo; accontentandosi la locale stampa del regime dei puntuali reprint dalle riviste ufficiali e di quanto "passava per il convento" della Stefani.


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Messi a punto (non senza qualche fatica e contraddizione) gli strumenti di intervento culturale sulla classe dirigente e nell'opinione pubblica biellese, il regime fascista poté quindi svolgere in maniera più coordinata, documentata, efficiente, i suoi programmi e le sue operazioni di attivismo e presenza culturali.
Le operazioni culturali del regime fascista nel Biellese negli anni trenta possono ricondursi ai seguenti filoni: la manipolazione storiografica e l'organizzazione in "storiografia della biellesità" dell'eruditismo locale; la riscoperta e l'interpretazione in senso meta-razzista del folklore e degli elementi di fondo dell'antropologia culturale, dei significati delle località e delle tradizioni biellesi; il tentativo di qualificare l'impegno culturale del Fascio di Biella con l'istituzione di un concorso letterario del radicalismo fascista, il "Premio Biella per un romanzo della Rivoluzione"; il dibattito su demografia e razza.

La manipolazione storiografica

La storiografia biellese appartiene, come gran parte della storiografia di provincia, perlopiù al filone dell' "eruditismo storiografico". Quella collazione, spesso tanto diligente quanto pedantesca, di scritti, documenti, notizie, che non va oltre il decoro d'un corretto catalogo, quand'anche si attenga ai canoni d'una certa criticità. L'unico filone della storiografia biellese che presenta materiali organizzati in lezione storica è circoscritto all'economia, per l'influenza di Giuseppe Prato, storico dell'Università di Torino, che ha reso circospetti gli eruditi, col mostrare loro che, almeno in materia economica, si poteva puntare a più valide interpretazioni postmuratoriane. Sul terreno, invece, della storia generale, dell'histoire événementielle ("miopismo" per Geoffrey Barraclough e "parzialismo" per Pierre Vilar) e del repertismo, nessun modello ha esercitato i benefici influssi di Prato.
Non fu dunque difficile agli storiografi eruditi fascisti elaborare modelli interpretativi di esasperazione nazionalistica del fatto o del reperto e ricondurre, finalmente, a una formale sistemazione critica e interpretativa l'antico lavoro fermo, al massimo, alla riflessione genetico-erudita. Lo slogan "Oropa ha fatto dei biellesi una nazione", battuto e ribattuto come una diana da Emanuele Sella25, rappresenta il filo conduttore di questo stadio della storiografia locale.
I "cavalli di battaglia" biellesi erano molti e svariati. Per événementielle, per il "personaggio eroico", per la storia collettiva, dispongono di un repertorio assai vasto che fu, nel decennio dal '30 al '40, largamente sfruttato: spesso con rispondenze e collegamenti esterni, celebrazioni, monumenti, epicedii di regime.
Alla guida del pattuglione di eruditi, Camillo Sormano (professore di liceo), Antonio Olmo (preside di liceo), il pediatra professor Mario Scalzella, con l'alta consulenza del poliedrico Emanuele Sella, cui s'aggiunsero Pietro Torrione (allora paziente ricostruttore di casati), il barnabita padre Giuseppe Roberti e padre Riccardo Pitigliani (redentorista, in servizio nel santuario di Oropa) e, a volte, più che altro per onor di firma e perché insistentemente convocato, Luigi Borello, direttore della Biblioteca civica, nome dignitoso e rappresentativo della storiografia subalpina.
La grezza impostazione metodologica portava a "scoprire" e "magnificare" il massimo del "biellesismo" nei personaggi e nelle situazioni raccontati.
Sicché, tanto per fornire qualche esempio, abbiamo un periodico ritorno dell'iconografia classica biellese: Pietro Micca e l'atto eroico del biellese pratico; Alessandro La Marmora e il militarismo funzionale del biellese di razza; Alfonso La Marmora e l'autentica politica biellese dell'ordine pubblico in occasione dell'insurrezione di Genova; e Quintino Sella, ovvero del come i biellesi sono per antonomasia uomini di finanza, celebrato con un numero monografico di "Illustrazione Biellese".
Spesso all'operazione intervengono i massimi esponenti del regime, come Mussolini, che scrive la prefazione a un numero monografico su Alessandro La Marmora, mentre i bersaglieri celebrano a Biella la loro annuale olimpiade quando s'inaugura il primo lotto dei lavori del Campo polisportivo "La Marmora"26. Il duce è effigiato, per l'occasione, da un olio di E. Mazzoldi, come "Il primo bersagliere d'Italia, presente in ispirito alla celebrazione biellese".
Nella circostanza lamarmoriana si ricorda inoltre, per onorare la presenza del principe di Piemonte, che Biella si è "donata" fin dal 1379 a casa Savoia, e si intesse una grottesca magna laus al Conte Verde.
Altro aspetto (siamo nel bimillenario di Augusto!) è la ricerca, affannosa e affannata, di vestigia romane in Biella e nel Biellese. Un po' si disserta intorno al Battistero, forse, in origine, tempietto pagano; ma, visto che l'argomento è arduo e passibile di confutazioni, si preferisce parlare27 delle aurifondine dei vittimuli nella Bessa, fra Biella e Ivrea, tentando con cervellotici calcoli persino di valutare il numero degli abitanti della zona e le città che vi avevano sede, ignorando tuttavia gli unici, davvero importanti, reperti ufficiali (che pure potevano riscontrarsi) come il decreto del Senato romano che nel II secolo avanti Cristo evitò che nelle miniere di Victimulae fossero impiegati più di cinquemila uomini, per evitare che il metallo si esaurisse troppo rapidamente oppure che troppo oro venisse immesso sul mercato28.
Neppure la tematica religiosa vi si sottrae. L'autorità di Emanuele Sella avalla il discorso sulla "revisione" delle origini di Oropa, che vengono fatte risalire all'eremitica scelta del protovescovo di Vercelli, Eusebio (secolo IV). Ciò che anima questo impegno non è tanto lo spirito di verifica critica (che invece avverrà più tardi per merito di altri storiografi29, che porranno il problema dell'innesto della cultualità cristiana nella preesistente cultualità pagana) quanto, piuttosto, è l'anodina ricerca di reperti dimostrativi, attraverso la proposizione della tesi delle "matres celtiche", che il Biellese può vantare fasti genetici ancora più antichi della romanità d'altre zone.
Ma il pezzo forte del polemismo biellesista in materia religiosa, per rivendicare comunque fosse una primogenitura biellese, sarà nel secondo lustro degli anni trenta la polemica sull'autore dell' "Imitazione di Cristo". Una polemica che si trascinerà fra "Illustrazione Biellese", "Il Popolo Biellese" e altri ebdomadari, per la violenta testardaggine di padre Pitigliani, dei redentoristi di Oropa, e del più acuto, ancorché più pedante, esegeta, padre Roberti. Dell' "Imitazione di Cristo", un classico della mistica tardo medievale, giunto ai nostri giorni in quattrocento e più manoscritti (italiani, francesi, tedeschi, fiamminghi, ecc.)30, si è discusso molto, soprattutto intorno all'autore. Chi dice sia l'agostiniano tedesco Tommaso da Kempis (Colonia, 1380-1471), chi invece (lo sostiene certo Etienne Pujol in una colossale opera in ben nove volumi) il biellese Giovanni Gersen da Cavaglià, abate di Santo Stefano in Vercelli fra il 1220 e il 1234. La vexata quaestio costituisce una secolare rissa internazionale fra esegeti: nel 1687 si ebbe addirittura uno specializzato congresso di eruditi che discusse il "codice Aronensis" dell' "Imitazione". Dal 1935 al 1942, dunque, la polemica sull' "Imitazione" divampò, con tanta virulenza e, ovviamente, con tanto "senso biellese" che, pur senza prendere posizione ufficiale, il corpo dei docenti del seminario vescovile di Biella sentì di non potersi sottrarre dal pronunciarsi in qualche modo, sicché (seppure con atto ambiguo) dedicò al monaco biellese l'aula magna del seminario minore (quello dei corsi ginnasiali). La "battaglia" era stata avviata nel novembre del 1935 in "Illustrazione Biellese" con un titolo programmatico, che ne anticipava, senza troppe finezze, contenuti e obiettivi: "Rivendicazione italiana dell' 'Imitazione' inimitabile".
In senso laico, ma sempre "biellesistico" e, inoltre, in chiave antisocialista, venne pure ripresa la tematica dolciniana. Fra' Dolcino, adottato dalle masse socialiste e dai radicali fin de siècle come Giordano Bruno locale, continuava a rappresentare una figura storica capace di suscitare, più che dibattito, emozioni popolari. La sua vicenda, quella della sua donna, Margherita (arsa sul rogo nell'isolotto del Cervo presso Biella) e quel monte Rubello, dove s'era rifugiato con i suoi seguaci, difeso dalle plebi delle vallate biellesi, con lui solidali nella lotta social-religiosa del primo Trecento, avevano mobilitato grandi masse fra il 1870 e il 1910 nei convegni promossi dai socialisti sulle montagne del Triverese, ed avevano riproposto, per mano della cultura radicale, un argomento serio di dibattito storiografico.
La cultura filofascista degli anni trenta riprese la tematica dolcinana in chiave laicista, ma soprattutto di contrapposizione della rivolta popolare-nazionale contro il cesaro-papismo dei vescovi di Vercelli, che perseguitarono Dolcino e stroncarono il suo movimento.
Oltre agli scritti "dotti" (Federico di Vigliano, in "Illustrazione Biellese") la "storia dolciniana" venne volgarizzata e utilizzata in modi diversi, per spogliarla del suo recente "significato socialista", fino a esaltarne il richiamo turistico allorché iniziative stradali e alberghiere aprirono all'automobile i "monti dolciniani" del Rubello.
Alle elaborazioni monografiche, alla letteratura "colta" si affiancano poi gli spettacoli e la critica degli spettacoli. Così fanno epoca nelle sale cinematografiche biellesi pellicole come "Pietro Micca", interprete Guido Celano, per la regia di Luigi Mottura (gennaio 1938), mentre (1936) si parla diffusamente di un "film biellese-canavesano", con la regia di Brignone, tratto da un "romanzo del regime", che si attaglia a militanti e a ragazze bene, dal titolo "Il male che non perdona", sul canovaccio scritto nel 1921 dai canavesani Giovanni Angelo Quirino ed Emilio Basani. "Il male che non perdona" racconta le vicende di "Enrico Neri, nobile di antico casato", che ha corso fra le "rudi battaglie di arte politica", di un giovane minato da un male incurabile, fatale. L'amore "finissimo" di una fanciulla di nome Maria è il sottofondo lirico della narrazione che coglie, consapevole della morte imminente, Enrico Neri nei sussulti di "una violenta passione voluttuosa", poi consegnata al passato, mentre la tomba gli si apre sul cammino della speranza ritrovata con la fede in un pellegrinaggio ad Oropa insieme a Maria31.
Nel tentativo di comporre un quadro "biellesista" completo in ogni particolare a volte spinto fino all'esasperazione, dominato da paralogismi e forzature e appesantito da semicontraffazioni erudite, si fanno strada le "miscellanee dei primi della classe", così (ad esempio) la stampa del regime (da "Il Popolo Biellese" a "Illustrazione") si dilunga su quel Syon, maestro di grammatica della Scuola vercellese, che avrebbe iniziato fra' Dolcino alla scienza del linguaggio e che a suo tempo era stato eremita in Oropa; al... probabile ritiro di Torquato Tasso ad Andorno; ai soggiorni sordevolesi di Giosuè Carducci, che avrebbero fatto scattare ispirazione e versi della celebre ode "Piemonte" (dall'epistolario con Giuseppe Giacosa risulterà comunque ben altro...); fino ai pellegrinaggi oropensi di Vittorio Amedeo II ed alle realizzazioni architettoniche di Filippo Juvarra (scalinata e portale di Oropa) che potevano solo nascere nell'atmosfera... di Oropa32. E, ancora, si discute su quel cardinale vercellese, Guala Bichieri, che nel 1216, a San Pietro di Glocester, incorona l'effimero re Enrico III d'Inghilterra (il cardinale, per il vero, di biellese ha soltanto la fruizione, come giovane canonico, d'un temporaneo benefizio del Capitolo di Santo Stefano di Biella); nel frattempo si dà notizia (sempre in "Illustrazione Biellese") d'una amabile signora biellese, acconciatrice della regale chioma della regina Mary d'Inghilterra. Dall'olio sacro per la fronte dei re inglesi del secolo XIII ai canelon delle sovrane del Commonwealth del secolo XX, è tutta una presenza biellese nel mondo dei potenti e coi potenti...

Oropa: dalla svastica all'ombelico della "nazione biellese"

Più complesso e più sottile è il "discorso e la strumentalizzazione fascista" del santuario d'Oropa. Il clero, ovviamente, non manca di responsabilità proprie al di là del fatto che il santuario fosse (e sia tuttora) retto da una amministrazione in prevalenza laica, eletta dal Comune di Biella, e quindi, allora, largamente influenzata dal fascismo.Il santuario di Oropa - come è noto - è località di antico e generale richiamo per i biellesi. È parte integrante della loro cultura e del loro costume. In occasione delle processioni annuali, negli anni di fine Ottocento allorché divampava l'anticlericalismo (sia borghese che socialista), gli anticlericali salivano egualmente al santuario, non accompagnavano i riti sacri, ma vivevano, partecipavano, delle suggestioni dei luoghi con scampagnate e convivi.
Fu nell'ultimo quarto del secolo XIX che Giuseppe Maffei33 progettò su commissione del senatore Federico Rosazza la cappella di S. Eusebio, contornando l'edificio pentagonale con un porticato sostenuto da cinque colonne in pietra, con capitelli (in marmo) di stile bizantino, e ne decorò il frontale con una grande svastica34. Egualmente, opera dei "gusti incrociati" del senatore Rosazza e di Maffei, la "passeggiata" col belvedere, e il "Delubro": un finto rudere di tempietto pagano, con statua decapitata, pezzi di colonne, capitelli falso-antichi, in un'ambientazione neopagana, che tendeva a richiamare la pristinità dell'Oropa precristiana.
Negli anni trenta ad Oropa hanno luogo parecchie e rilevanti manifestazioni del fascismo biellese. A cominciare dalle cerimonie del Premio Biella per "un Romanzo della Rivoluzione fascista", che si svolgeranno puntualmente nell'autunno degli anni dispari dal 1935 al 1941, fino ai convegni del Fascio femminile, alle "sacre rappresentazioni", allestite dal Fascio di Biella nell'estate 1936, con drammi d'ispirazione biblica come "Judith e Oloferne", a molte manifestazioni sportive e di folklore.
A Oropa vengono inoltre celebrati i fasti civili delle visite delle grandi personalità nazionali e mondiali che, visitata Biella, salgono per l'immancabile banchetto al santuario. Si innesta in questo sforzo di valorizzare al massimo il prestigioso luogo di culto, l'avvio del lavoro degli "storiografi eruditi" per la ricognizione, la discussione critica e la pubblicazione del "Cartario di Oropa", decisa il 22 agosto 1936, per suggerimento di Emanuele Sella. Sella, dal canto suo, sviluppa il discorso dell' "Oropa pagana" (sgradito alla cultura cattolica quanto accetto al filone classicheggiante ed etnologico delle correnti culturali fasciste), sicché "Illustrazione Biellese" pubblica una serie di interventi, dovuti a diversi autori, dai titoli come "Il culto di Maria nella terra delle matres celtiche", "L'architettura e l'omomentazione celto-biellese", "Oropa: luogo di culto preromano nella Celtide d'Italia", eccetera.
Oropa dunque diventa sede di avvenimenti di ogni genere, avvenimenti in cui il fascismo biellese primeggia, dalle esercitazioni premilitari, che fanno da contorno al Premio Biella al rilancio della sua montagna, il Mucrone, con l'inaugurazione dell'Albergo Savoia e con l'installazione sulla vetta maggiore della montagna (2.335 m.), in paio con la Croce (ottobre-novembre 1936), del "Faro dell'Impero": un riflettore semovente che viene con orgoglio definito "il primo monumento in Italia dedicato ai caduti in Africa orientale", la cui sciabola di luce, visibile da gran parte del Biellese occidentale, richiama con la forza di simboli congiunti (dell' "ex montibus sanctis" d'un celebre inno di Oropa e del ricordo dei caduti del fascismo per l'Impero) la funzione neomistica che il fascismo ha voluto attribuire ad Oropa, per sfruttarne il fascino e la tradizione.
La strumentalizzazione, a volte, sfiora il grottesco. Tanto più grottesco quanto pretende perennità, com'è il caso della lapide in memoria di Guglielmo Marconi. Una sera, Giuseppe Deabate - poeta e storiografo subalpino di secondaria importanza (nativo di San Germano Vercellese) - accompagnava Marconi da Oropa a Biella, alla fine di una scampagnata. "Caro De Abate, lassù alla cappella del Paradiso [una cappella votiva del santuario, nda], una portentosa idea m'ha attraversato la mente. Ricordi questo giorno. Lo ricordi!": questo avrebbe detto lo scienziato ricordando al poeta una sera del 1894. Ebbene, quarantadue anni dopo, Guglielmo Marconi, carico d'onori e di gloria, presidente dell'Accademia d'Italia, ricorda quella sera (dice si trattasse del 1894, anno in cui egli appunto cominciava gli esperimenti di radiotelegrafia sul solco di Maxwell, Hertz, Righi) e scrive: "Nell'estate del 1894 dall'alta montagna di Oropa contemplando il Biellese pensai che l'uomo potesse trovare nello spazio nuove energie, nuove risorse e nuovi mezzi di comunicazione" (un pensiero non del tutto originale per lo sperimentatore e neppure troppo specifico). Queste parole vengono incise in un marmo, e commentate da una epigrafe del solito Emanuele Sella, che recita: "Dalla chiostra dei monti di Oropa /Guglielmo Marconi / dedusse il vaticinio / della sua grande scoperta / possa la telegrafia senza fili / pacificare i popoli in Cristo / questo vuole Maria".
La lapide, collocata nell'atrio della Porta regia del santuario, viene inaugurata nel 1937. L'iniziativa di Emanuele Sella era stata accolta acriticamente da un gruppo di notabili e uomini di cultura (oltre naturalmente dal Consiglio di amministrazione del santuario), l'anno innanzi; nel gruppo, con Sella: il biellese direttore di "Civiltà cattolica", padre Enrico Rosa, e il noto studioso professor don Giuseppe Ferraris, di Vercelli, per "far sentire [come dice il verbale della riunione, nda] l'importanza anche recente del santuario [...] e ricordare l'Immortale Italiano che ad Oropa pensò e intravide primariamente il telegrafo senza fili"35.
Negli anni trenta, di Oropa si utilizza ogni aspetto. Il santuario e la vallata rappresentano la "memoria storica" del Biellese, anzi il "locus emblematico" di quella memoria. Il processo di acculturazione passa dunque da Oropa. La stessa "risposta ruralista" del regime ai problemi della crisi industriale, rappresentati dalle coonurbazioni "specializzate" di cui la vicina Torino è la testimonianza massima, trova in Oropa un forte impatto. Lassù il discorso della riqualificazione del patrimonio bovino ed ovino può essere sviluppato e "reso comprensibile" fra gli alti pascoli e gli alpeggi; e pure il rimboschimento vi trova un elettivo anfiteatro di monti per i suoi periodici riti; mentre il turismo di massa, che organizzazioni specializzate, come la "Pietro Micca", e i sodalizi sportivi stimolano al parossismo, trova in Oropa (servita dalla tramvia) riferimento ideale, attrezzature, località e avvenimenti di richiamo, locale ed extraregionale.
La tradizione botanica biellese, che ebbe in Maurizio Zumaglini la massima espressione accademica e in Felice Piacenza il filantropo che, nel 1904, donando al Comune di Biella il parco della Burcina, conferì alla città un rilevante patrimonio botanico, ebbe in Oropa crescente esaltazione nel decennio 1930-40. Vi si organizzarono manifestazioni di scolari e convegni di specialisti, vi si condussero ricerche e sperimentazioni, anche con l'apporto di cattedratici come Oreste Mattirollo, professore nella Regia Università di Torino, autore di un saggio dal titolo "I funghi ipogei di Oropa, studiati in relazione alla possibilità di tentare la tartuficultura nel Biellese"36.
Aspetto questo da collegarsi alla campagna per l'autarchia, come risposta endogena dell'economia biellese, nel corpo di quella italiana, all'accerchiamento delle "sanzioni" decretato dai "paesi detentori delle materie prime".
Studio a parte, come per il caso di Rosazza, meriterebbe il cimitero di Oropa col "faggeto funerario" e la piramide, a mo' di quella di Caio Cestio, che ospita le spoglie di Quintino Sella. Con quella costruzione difatti ebbe avvio il "nuovo corso funerario" (il laico-oropense), che, senza sollevare guerre di religione, si compose nella tradizione antropologica e culturale dei rapporti dei biellesi con Oropa.

Il premio letterario Città di Biella per un romanzo della rivoluzione

I biellesi non hanno mai avuto un grande letterato, sicché hanno sempre subito questo fatto, seppure dissimulandolo, come stato di inferiorità, con silenziose frustrazioni. Quando a Biella si pensa di fare qualcosa che "segnali la città" alla cultura, la mente corre subito alle "belle lettere", alla narrativa o alla poesia. Sicché il fascismo anni trenta, nel pieno della sua vitalità e per rispondere al rimprovero di non essere capace di "fare cultura", inventò il Premio Biella.
Nel secondo dopoguerra seguì - proprio sul filo della generale frustrazione - il Premio Ines Fila, presieduto da Leonida Repaci e con il prestigioso intervento di Giuseppe Ungaretti; mentre ora, avviato negli anni settanta dalla presidenza di Gian Carlo Vigorelli, rivive un Premio Biella, stavolta di poesia. Vale il caso ricordare che la seconda lirica dell'ungarettiana "La terra promessa", intitolata "Di persona morta divenutami cara sentendone parlare", è riconducibile a quel premio biellese e alla "persona morta" cui era dedicato: del componimento il poeta scriverà nel 1954 che si tratta di una "poesia di occasione", definizione molto significativa in quell'autore e forse mai più ricorsa in chiosa ai suoi componimenti. Comunque, delle manie letterarie dei biellesi borbotterà qualcosa Carlo Emilio Gadda nei suoi scritti di varia natura, mentre Tommaso Landolfi snobberà il propagandismo oropense, e Giovanni Testori e Dino Buzzati non tralasceranno occasione per qualche infocato strale contro il non troppo sofisticato anfitrionismo biellese. Pure all'epoca, negli anni trenta, i letterati di fama snobbarono il Premio Biella; anche perché si era proposto subito come smaccata operazione culturale del regime.

Origini del Premio Biella

Il Premio Biella nasce sul finire del 1934 dalla proposta del Fascio di combattimento di Biella, con partecipazione della rivista "Illustrazione Biellese" e del giornale "Il Popolo Biellese". Il Comune di Biella se ne assume l'alto patrocinio. Il carattere squisitamente politico è subito dichiarato: il premio "deve assegnarsi - dice il bando di concorso - a un romanzo che possa definirsi il Romanzo della Rivoluzione".
"Illustrazione Biellese" scrive: "Il romanzo dovrà essere ispirato al nuovo clima fascista italiano - forte, eroico, antiborghese - romanzo che nella trama, nel carattere dei personaggi, nell'ambiente in cui si svolge, sia la schietta, decisa documentazione, artisticamente espressa, del movimento rivoluzionario che sboccò nella Marcia su Roma".
Alla presentazione del Premio e della commissione giudicatrice nel mensile fascista, fa eco il direttore del bisettimanale "Il Popolo Biellese", Vittorio Sella, che constata con soddisfazione come "un chiaro scrittore in 'La Stampa' con acume ha esposto nettamente qual è il significato che gli scrittori e i commissari - tutti vecchi fascisti lontani da ogni conventicola letteraria e da calcoli alberghieri - intendono dare al Premio Città di Biella. Per letteratura fascista non si intende, qui da noi, unicamente il risultato della capacità di mettere insieme parole scritte".
Qualcuno si illuderà, come Filippo Tommaso Marinetti, di poter suggerire un filone, egualmente fascista, ma più autoctono, di ispirazione, considerato che l'obiettivo del primo bando non sarà alla prima edizione del concorso colto in modo adeguato; ma i biellesi, tenaci, riproporranno il tema della rivoluzione.
"I biellesi lavorano con idee precise e per il loro premio chiedono anche idee fondamentali - scrive ancora Sella - chiedono non solo un esempio di bello scrivere, passatempo ozioso per chi non deve come loro veramente lavorare, ma un libro utile che rifaccia la gente. Vogliono un romanzo della Rivoluzione. Ma non si pensi che si accontentino di parate in camicia nera, di canti entusiasti e alalà.
No, fascisti dovranno essere intimamente, intensamente, profondamente gli eroi della favola, fascista schiettamente il loro agire, solidamente fasciste le loro opere.
Fascista lo spirito, l'essenza, l'intelletto, la passione, e non solamente il linguaggio e l'uniforme".
Al Premio erano convocati "tutti gli scrittori italiani anche residenti all'estero". Il compenso al vincitore era fissato, per la prima edizione, in cinquemila lire, qualcosa come oggi sette milioni e mezzo di lire.
La commissione giudicatrice così composta ed annunciata: presidente: Walter Bragagnolo, segretario del Fascio di Biella, tessera 1921. Membri: Gino Rocca de "Il Popolo d'Italia", sansepolcrista, tessera 23 marzo 1919; Umberto Ammirata de "La Cronaca Prealpina", tessera 1920; Guido Paolotta de "La Gazzetta del Popolo", direttore di "Vent'anni", tessera 1920; Carlo Avenati de "La Stampa", tessera 1919; Raniero Nicolai, capo ufficio stampa del Comitato olimpionico nazionale italiano (Coni), tessera 1924; Corrado Rocchi, direttore de "La Scure", tessera 1921; Leandro Gellona, direttore de "La Provincia di Vercelli"; tessera 1921. Segretario: Vittorio Sella, direttore de "Il Popolo Biellese", tessera 1920.

Il difficile avvio

Il risultato della prima edizione del Premio fu deludente. Divamparono dispute fra gli organizzatori, che si dividevano in "politici" e "culturali", i secondi, ovviamente, rimproveravano ai primi l'etichettatura "da mistica fascista" del Premio, mentre i "politici" ribadivano la giustezza della via imboccata, che doveva appunto offrire un riferimento ideologico di letterati italiani che volessero uscire "dal pantano borghese e pantofolaio della letteratura da salotto", che ovunque ancora, e spesso con gli "auspici" del regime, imperava.
"Il Popolo Biellese" del 16 settembre 1935 così aveva annunciato l'esito della prima edizione del Premio: "Il Romanzo della Rivoluzione proclamato ieri al Lago del Mucrone [sui monti di Oropa, nda] tra il fragore delle armi e la promessa di fede dei giovani fascisti".
Vincitore il fiorentino Luigi Ugolini con "La zolla", un romanzo che affrontava il problema (allora di attualità) della "terra ai contadini" e del rilancio rurale e narrava, tra l'altro, "tragicamente" (da parte fascista, ovvio!) il "doloroso episodio di Sarzana" del 1921.
Fra i classificati nella rosa dei finalisti, Gian Dauli, con "Soldati", e Felice Carosi, con "Bagliori".
Degli scrittori del Premio Biella nessuno ricomparirà fra i pubblicisti e i narratori del dopoguerra, sicché, fatta la riserva che possano essere caduti in guerra, si deve convenire che il risultato del concorso fosse davvero stato men che mediocre37.
Del resto, Vittorio Sella per mascherare lo scacco, in una lunga excusatio non petita dirà di loro che si tratta di "scrittori, i quali senza nulla concedere a quella nuova e stucchevole retorica ed apologetica di troppi autori contemporanei, hanno segnato un'orma che non potrà essere trascurata da quanti domani vorranno accingersi a costruire opere durevoli nella moderna letteratura italiana". Fin dalla partenza, il Premio Biella rivelò con il proprio anacronismo, l'effimerità delle energie suscitate, dimostrando come il "Romanzo della Rivoluzione" pensato dai biellesi fosse qualcosa di meno dell'omino di fumo, il palazzeschiano ("essere delle buone intenzioni") Perelà; poco più di una parola, ormai, come la "Rivoluzione" che voleva rappresentare. Annunciando le decisioni della giuria, una settimana prima, "Il Popolo Biellese" aveva (esemplarmente) dichiarato: "Il Romanzo della Rivoluzione si identifica, oggi più che mai, con i moschetti dei volontari partenti per l'Africa orientale"; il che voleva dire solo e soltanto incitazione alla "prospettiva guerra".

La seconda edizione: Marinetti esorta al telaio

Anno 1937, seconda edizione del Premio Biella, all'indomani della guerra d'Africa e nel pieno della guerra di Spagna. La giuria è stata potenziata politicamente con la presidenza dell'onorevole Ezio Maria Gray; letterariamente con Filippo Tommaso Marinetti, Ugo Betti, Lucio d'Ambra, Corrado Govoni, Indro Montanelli, ai quali si affiancano Luigi Ugolini, Cesco Tomaselli, Francesco Sapori, e i biellesi Vittorio Sella, Beppe Mongilardi, col vercellese Leandro Gellona.
L'afflusso di opere è più folto, la partecipazione più qualificata. Il partito ha compiuto uno sforzo propagandistico, coadiuvato dalla circostanza che da poco il Ministero della Cultura popolare (meglio noto come Minculpop) ha compilato l'elenco dei premi letterari autorizzati, ai quali soltanto viene riservato il favore dell'adesione degli enti di diritto pubblico e del relativo patrocinio. Marinetti ha inviato una sua clamorosa adesione, che però verrà male accolta e susciterà persino qualche animosa reazione.
Una prima selezione segnala una quindicina di autori, non proprio tutti illustri sconosciuti. Le opere sono: "La via maestra", di Giovanni Arese, "Dalle stelle dell'Orsa alla Croce del Sud", di Giuseppe Barbera, "Il romanzo dei giovani fascisti", di Ernesto Caballo, "La terra e il sangue", di Gian Paolo Callegari, "Il figlio dell'eroe", di Michele Campana, "Volo d'aquila", di Gino D'Olubra, "Uccellin che vai per mare", di Ester Penagia Gavinelli, "Giovinezza", di Augusto Garsia, "Il gorgo", di Tito Lori, "La via del ritorno", di Costanzo Ranci, "Quei pazzi", di Ignazio Scurto, "Fede", di Renato Tabacchini, "Non si torna indietro", di Costanzo Giuliano Vezzato, "Oriafiamme", di Enzo Volture, "La conquista della vita", di Francesco Zani.
Al "giro" successivo rimangono in lizza Arese, Caballo, Callegari, Campana, Lori, Ranci, Scurto, Volture. E, alla fine, il premio (ora ammonta a diecimila lire, circa quindici milioni di oggi) viene assegnato a Gian Paolo Callegari per "La terra e il sangue".
Callegari raggiungerà Oropa per la premiazione. Al caffè Colombino, intervistato da "Il Popolo Biellese", dirà di sé: "Come scrittore sono un solitario. Scrivo assai e molto cestino. Col mio romanzo mi sono anzitutto proposto di dimostrare il significato universale dell'idea fascista". Callegari è un bolognese ventinovenne laureato in legge, che fa il pubblicista, collabora a "Illustrazione Italiana" e sarà poi inviato de "La Tribuna" e de "Il Tempo". Nel 1941 vincerà il Premio San Remo con "La pista di carbone"; ancora in narrativa nel 1948 con "Un pugno di mosche", dopo un'altra prova dello stesso genere ("I baroni", 1950) passerà al teatro come autore ("Cristo ha ucciso") e al cinema come scenografo (collaborerà con Roberto Rossellini a "Stromboli").
Ma quali i contenuti e i significati di "La terra e il sangue"?
La commissione del II Premio Biella, dal suo punto di vista, volle così raccoglierli e sottolinearli. "Il romanzo 'La terra e il sangue' del Callegari è realmente il romanzo della terra e della fedeltà alla terra dei padri ed è la storia di una famiglia contadina del 'nostro tempo' [rilevò la giuria, nda]. Soprattuto la terra è presente, quasi protagonista come realtà agraria, come poesia della vita, come sano e solido fondamento della continuità della stirpe e della sua capacità a comprendere ed a servire le vicende della Patria. Ed infatti il romanzo con proporzionata ampiezza comprende nei suoi protagonisti l'apporto vario e profondo - eroico ed operoso - di tre generazioni al ciclo storico che va dal Risorgimento all'Impero. Rispetto alla forma la Commissione si è trovata perplessa di fronte a certe estrosità e trascuratezze che per la pubblicazione del libro occorrerebbe rivedere ed eliminare".
"Nel riassumere poi la disamina la Commissione si compiace di aver riscontrato una più diffusa spontaneità dell'arte narrativa nel voler interpretare e rappresentare il clima del nostro tempo". Volle ancora aggiungere la giuria, intorno agli altri lavori: "Deve però dolersi che da taluni concorrenti tale concezione sia stata mortificata in modesti motivi di cronaca senza condurli a trasformazione artistica". Ed ancora: "In parecchi dei lavori presentati la Commissione ha dovuto pure rilevare lo scarso amore a quella purezza ed a quella precisione di lingua che non soltanto sono mezzo sicuro di durevole realizzazione artistica ma sono anche strumento di potenza e contrassegno di supremazia spirituale".
Pur nella frammentarietà di questo lavoro (che non comporta per ora la composizione di un organico giudizio di insieme intorno agli argomenti esposti) viene d'obbligo soffermarsi sull'intervento di Marinetti nell'atmosfera culturale del II Premio Biella, per capire taluni collegamenti significativi della politica culturale del regime in Italia e dei rapporti interideologici, correnti sul filo delle culture omologhe dei diversi fascismi europei di quel decennio.
La riflessione sul "momento europeo" della politica culturale del fascismo negli anni trenta coglie insieme Oswald Spengler (1880-1936)38, Filippo Tommaso Marinetti (1874-1944) ed Emanuele Sella (1879-1946), lungo un comune "itinerarium poeticum" che non è poesia civile, interprete di una cultura, canto di essa (esempio da Carducci a Pasolini, nelle rispettive varianti) né "aedità vaticinante ed estetica" ora antropologica ora folkloristica ora preziosamente di "patrimonio comune" come nei molteplici D'Annunzio, ma è di per sé "epos settario", banditore di nuove filosofie, di inconosciute ed egemonizzanti concezioni della vita e della storia. Non a caso questi "operatori culturali" sono tutti e tre figli della decomposizione del positivismo ottocentesco, e non a caso si ritrovano nel comune obiettivo di "con-creatori di una nazionalità". Sella appunto che magnifica Oropa, la studia, l'esalta, la canta poeticamente, dicendo che "Oropa ha fatto dei biellesi una nazione"39. Giudizio non peregrino questo che si rileva dall'opera poliedrica di Sella, soprattutto intorno alle tematiche biellesi e trova riscontri anche "esterni", come quello di Nicolò Tallone, dell'Università di Genova, che nel 1947 parlerà di Sella come di un "grande poeta della stirpe"40.
Marinetti, buttando una folgorante sciabolata nel grigio scenario culturale del Premio Biella, cui deve dare lustro, in una composizione di "acrostico concettuale" intitola "I telai di Biella mi ispirano" quel nazional-futuristico componimento che addita mete, traccia solchi, indica scadenze, e termina con la constatazione che "stravince oggi l'estetica della macchina", esortando: "Biella sarà la biella della nuova letteratura dei tecnicismi".
Eccone il testo: "Infatti il loro ritmo instancabile di fili mondiali s'irradia per diventare la calda stoffa di una nuova letteratura tale da difenderci da ogni pessimismo congelante.
Credo fermamente nell'utilità di un premio letterario Biella da aggiungersi a quello che l'intuitivo amico nostro Sella ha creato per onorare d'immagini e velocità stilistiche la gloriosa rivoluzione fascista.
Un premio Biella ad esaltazione delle industrie biellesi.
Occorre che poeti e prosatori abbandonando definitivamente salici e ruderi per l'ebbrezza delle autostrade prendano a volo paesaggi frustati dalle rapidità e nei libri mettano di forza l'olio dei motori il ticchettio degli ingranaggi la tenacia dei martelli lo slancio delle correnti elettriche e la bella disinvoltura delle spole tutte innamorate dei tessuti che vestiranno in una prima teatrale belle dame affusolate.
I tecnicismi del nostro tempo vanno moltiplicandosi ognuno è un mondo di sensazioni diverse.
L'ingegno umano mediante mani e piedi divenuti pesanti li possiede e perfeziona partecipando a tutti i loro sforzi di autonomia. Basta ricordare il catalogo tedioso di sentimenti ormai sciupati dei corrosi romanzi d'avventure sfilacciate in passione e tradimento per assaporare deliziosamente le mille e mille fantasie metalliche di un grande motore da aeroplano.
Godetelo sul banco di prova fra i torrenziali scrosci della sua febbre ambiziosa.
Godetelo a quattromila metri implacabile volontà sicuro delle sue cadenzate geometrie fra gli infiniti svenimenti di nuvole in metamorfosi.
Stravince oggi l'estetica della macchina e la modernolatria di Boccioni e Sant'Elia e i letterati amici delle biblioteche e dei sentimentalismi stagnanti vanno tutti accanitamente sepolti col loro veleno esterofilo pronto ad ammorbare gli incanti neofuturisti.
Pino Masnata poeta futurista ed esperto chirurgo mi dice
- Biella sarà la biella della nuova letteratura dei tecnicismi".
Vittorio Sella non gradisce però il "richiamo" alla Biella dei fusi, delle trame, dei licci. Gli sembra che il Marinetti eluda il reale intento del Premio.
"Non saranno troppo complesse indicazioni a distrarci dal nostro lavoro" - scrive ne "Il Popolo Biellese" - riproponendo, all'indomani della seconda edizione del Premio, la tematica "rivoluzionaria" così come i fascisti biellesi la intendono (subito dopo la proclamazione della seconda edizione era appunto stato scritto che "il Romanzo della Rivoluzione s'identifica, oggi più che mai, con i moschetti dei volontari partenti per l'Africa Orientale"). Per Vittorio Sella, direttore de "Il Popolo Biellese", l'invito di Marinetti "alla piccola patria della trama e dell'ordito" valeva meno dello stereotipo dannunziano, che l'aristocrazia intellettualoide di collezionisti biellesi come Mario Guabello veniva proprio in quei mesi pubblicando in un osannante, commentato catalogo di manoscritti del vate, con la puntigliosa prefazione del biellese Pietro Paolo Trompeo. Il catalogo riproduceva, con brani delle "Odi navali", l'autografo di una lirica appunto tutta "trama e ordito", che recitava: "Era fredda la notte cristiana / per la casa degli uomini; ma pura. / Oh tu che ne la casa tua lontana / fili con dita pavide la lana / de la tua greggia, sin che l'olio dura / ne la lucerna, e il ceppo a tratti splende". Quegli scritti e quel catalogo, ammirati dal duce, da Benedetto Croce e da molti altri, che si complimentavano col Trompeo e il collezionista Guabello, per i "duri" del Premio Biella rappresentavano il massimo delle coincidenze fra cultura letteraria e vita, fra "piedi poetici" e "mani operose": quindi partecipavano al generale entusiasmo dei dotti, dispensandolo anche ai lettori de "Il Popolo Biellese" e di "Illustrazione". "Trama e ordito" avevano la loro versione autentica negli endecasillabi piani del vate e suscitavano gli unici entusiasmi legittimi: del dovere compiuto, della pia dedizione femminile, della casa, appartenendo alla "tradizione" da difendere ed affermare con la "rivoluzione" mentre Marinetti dissacrava quei valori gabellandoli per di più come obiettivi da proporre a un "Romanzo della Rivoluzione". Quasi non bastasse, nell'ottobre del 1937, Marinetti aveva riproposto con forza la sua estetica del Premio Biella in una conferenza svolta in città col titolo: "Arte, lavoro, guerra".
Non trascorsero molti giorni perché Vittorio Sella replicasse: "Noi ci batteremo perché il Premio Biella abbia a conservare le caratteristiche iniziali. E sia, cioè, di sprone agli scrittori fascisti per la creazione del regime della rivoluzione: il regime antiborghese, forte ed eroico come è forte ed eroica la vita del nostro tempo". Qualche mese dopo, il 3 marzo 1938, Vittorio Sella riproporrà (in vista dell'edizione del 1939) tutta in blocco la tematica dell'originalità del Premio Biella, con un fondo intitolato "Politica e cultura". "Da anni si discute di cultura e letteratura fascista" scriverà il Sella, tosto accertando: "Ma siamo ancora ben lontani dai risultati che era logico sperare dopo circa sedici anni di azione politica del Regime". Il Premio Biella - insisterà - è pertanto "una risposta all'attualità. Chi non è fascista non è attuale", e l'intellettualume che c'è in giro non è fascista perché si rinchiude nella "torre di avorio di quattro ideuzze rancide e sfasate" mentre "la vita è nella Rivoluzione continua e non in chi si estranea".
Il concetto di letteratura che emerge da questa "linea culturale" è, anche in questo caso, solo funzionale all'attivismo velleitario, tende cioè, col fornire lo strumento, a confonderlo con la funzione. I fascisti biellesi, in sostanza, vogliono dimostrare di "fare politica culturale" nel regime e per il regime, ma non si avvedono che dispongono solo dell'occasione, dello strumento, e non appunto della "cultura" che deve utilizzarlo; perché hanno - come nel caso dei giornali e della cultura biellese - solo degli strumenti per manomettere, qualcosa per saccheggiare. Nel gennaio del 1937, preannunciando la raccolta delle opere per la seconda edizione del Premio, "Il Popolo Biellese" aveva scritto in proposito una dimostrativa lunga serie di luoghi comuni, affermando che "anche la letteratura fascista deve percorrere l'ascesa di tutti gli altri fattori della vita sociale, spirituale italiana", e, in polemica con "La Gazzetta Azzurra" di Genova, che aveva salutato il Premio Biella come una bella iniziativa di turismo e folklore, aveva acidamente risposto press'a poco con gli stessi argomenti spesi poi contro Marinetti. Il Premio Biella si fa - aveva scritto Vittorio Sella - "perché si possa apprendere in qual conto siano tenute la letteratura, la poesia, l'arte in genere, dalla gente biellese, che pure dedica la sua attività maggiore specialmente alle industrie e quindi all'agricoltura e al commercio". Il Premio Biella, però, non deve "esprimere" nulla della gente biellese, neppure del fascismo vissuto dai biellesi, ma solo e soltanto essere indice della volontà culturale dei fascisti biellesi, essere "indicazione di una meta" e pertanto "naturalmente funzionale" alla "Rivoluzione continua", fatto, soprattutto nel caso biellese, di acculturazione, sopraffazione e potere.

Fine di un'esperienza ambigua

L'ultima edizione del Premio Biella, la terza, tornò nel grigiore della prima, quanto a messa in scena, giuria, parata di premiazione.
L'obiettivo degli organizzatori parve, però, se non raggiunto, molto vicino. "Illustrazione Biellese" ne trattò in un trafiletto col titolo "Bilancio di un Premio", nel numero 9 del 1939.
La premiazione era avvenuta il 1 ottobre, in un'oropense, brumosa giornata di autunno anticipato. La giuria, presieduta anche 'sta volta da Ezio Maria Gray, era stata rimpolpata con nomi piuttosto noti come Giorgio Pini, Giorgio Vecchietti, Cesco Tomaselli, Vittorio G. Rossi, Paolo Cesarini, Berto Ricci (oltre ai soliti Gellona, Sapori, Vittorio Sella).
Finalisti, dichiarati di "eccezione": Guido Strumia, con il romanzo "Venti su un autocarro" (ovvero la storia delle spedizioni antemarcia cui aveva partecipato, quindicenne, l'io narrante); l'ex professore dell'Iti di Biella, divenuto poi giornalista, Francesco Rosso, con "Esperienza"; Luigi Ugolini (già premiato nella prima edizione), con un romanzo sul mare nostrum, "Navigare"; e, infine, Davide Lajolo con "Bocche di donne bocche di fucili" (vicende di amore e di guerra della campagna di Spagna).
Vincerà Strumia, allora ufficiale di artiglieria (poi mai più comparso sulle scene letterarie), che incasserà il premio di diecimila lire, mentre a Francesco Rosso toccheranno le cinquemila lire del "premio giovani" e Ugolini e Lajolo verranno ospitati con stralci dai loro lavori da "Illustrazione Biellese" (Lajolo chiuderà l'annata 1939 con il racconto:"Maria, ragazza di Spagna").
Davide Lajolo, nella lucida narrazione della vicenda della "generazione di mezzo", dei drammi e degli entusiasmi di coloro che "nacquero dentro" a quel tempo e ne vissero le contraddizioni fino a liberarsene, racconta ne "Il 'voltagabbana' "41 che, tornato dalla guerra di Spagna, aveva ricevuto una lettera da Guido Pallotta, nella quale l'amico lo esortava a utilizzare le sue corrispondenze dalla Spagna per "scrivere qualcosa di sincero e di ardente, qualcosa che commuova e che rompa con i piagnistei contro la guerra. Qualcosa che esprima la nostra presa di coscienza e cioè che noi abbiamo fatto la guerra non soltanto per conquistare nuovi territori, ma per l'affermazione di un ideale, per proporre agli uomini una società nuova, capace di rompere le barriere tra popoli ricchi e popoli poveri e di dare ai proletari la coscienza della loro forza".
Lajolo scrisse quel libro (ne "Il 'voltagabbana' " però non ne cita il titolo, ma si tratta probabilmente di quello inviato al Premio Biella, in quanto le date di stesura e la materia trattata coincidono): esso "doveva soprattutto esprimere il mussolinismo col quale - dice Lajolo - intendevamo allora battere il fascismo dei gerarchi"42.
Certo, l'ultima edizione del Premio dovette, a ragion veduta, coincidere più delle precedenti con l'ideale della "rivoluzione" così come gli organizzatori l'intendevano al di là ed al di sopra della letteratura ufficiale del regime; suscitando anche nei partecipanti al concorso l'impressione e la speranza di potervi dire una parola nuova.
Considerati dai diversi punti di vista che esprimevano, i partecipanti del 1939 avevano certo meglio dei loro colleghi delle precedenti edizioni interpretato, anche sotto la sferza di avvenimenti sempre più scottanti e drammatici, ispirazione e modalità rivoluzionarie, da "letteratura impegnata" così come volevano (certo velleitaristicamente) gli organizzatori, sul fronte della "rivoluzione" antiborghese, carismatica, espressiva di prospettive e di futuro.
Un giudizio più completo intorno alle energie che realmente il Premio sollecitò e sui "materiali" che fu capace di catalizzare, sarebbe possibile soltanto analizzando quei lavori letterari (sia dei vincitori che dei concorrenti). La Biblioteca civica di Biella, solitamente fornitissima di tutto ciò che riguarda la città, è tuttavia sprovvista dei più significativi.
Con il Premio Biella si chiuse, sulla soglia del secondo conflitto mondiale, il rapporto di "Biella fascista" con la cultura generale ed extrabiellese del regime. Un rapporto sterile e demagogico per tutte e due le dimensioni del fascismo, che nel Biellese ben poco mobilitò oltre divise e parate.


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