Marco Neiretti

La socializzazione mancata*
Cronache biellesi del nazional-sindacalismo (1943-1945)


La situazione economico-sociale

Nel 1943 vent'anni di nazionalismo economico, dieci di autarchia, tre di guerra avevano messo a dura prova la struttura industriale del Biellese. In autunno la restaurazione fascista in chiave social-nazionale suscitò ben poche illusioni, confermando gli industriali e gli operai nell'opinione che la guerra e l'assolutismo erano all'ultima spiaggia. Da oltre un anno il termometro produttivo segnava febbre da deperimento, anche in zone a elevata industrializzazione come il Biellese, nonostante le commesse militari all'industria tessile.
"I lanieri mantengono un orario medio di 36 ore settimanali; i cotonieri di circa 28 ore; i meccanici da 48 a 60; [...] i magliai da 24 a 28 [...]" aveva comunicato al prefetto fin dal giugno 1942 il segretario dell'Unione dei lavoratori dell'industria della provincia di Vercelli, Enrico Mendelez1. Nel marzo del 1943 lo stato di sofferenza delle masse era esploso con scioperi che ponevano anche l'istanza politica del ritorno dei militari e della fine della guerra. La situazione alimentare appariva drammatica, specie per le popolazioni dell'arco prealpino e per le grandi città.
Nei giorni dell'incertezza e dello sfacelo, tra la caduta di Mussolini e la costituzione della Repubblica sociale italiana, i tedeschi non avevano perduto tempo neppure sul terreno economico. In poche settimane gli uffici economici delle armate germaniche di Rommel e di Kesselring avevano già predisposto i piani per l'ulteriore razionamento alimentare della popolazione civile e per la "riorganizzazione industriale" funzionale al nuovo assetto. Il peso nazista si faceva sentire con il trasferimento in Germania di macchinari, di interi complessi produttivi, di oltre centomila operai specializzati, in prevalenza dei comparti metalmeccanici, mentre una specie di "pianificazione a contrariis" condotta con l'abile strategia delle commesse belliche, delle forniture di materie prime, di materiali energetici, annientava le aziende deboli per promuovere il rafforzamento delle restanti con un processo di rapida concentrazione industriale2.
Secondo il collegamento che avevano con il sistema bellico, fondato sul binomio alleanza-occupazione, vennero definite le posizioni, anche giuridiche, delle imprese industriali, suddivise in "aziende protette", alle dipendenze del Reich; "ausiliarie", legate a contratti per forniture di guerra; "di importanza bellica". Pertanto i rifornimenti di materie prime, l'accesso all'energia, la somministrazione di assistenze alle maestranze, il loro controllo, la gravità dei fatti eversivi variavano in funzione del rapporto che le singole aziende intrattenevano con l'occupante.
Il nuovo sistema di rapporti economici e produttivi era ormai in atto quando la Repubblica sociale italiana, ricostituita con i "fedeli" del duce, cominciò a muoversi nella seconda metà dell'ottobre 1943. Pertanto, anche a Vercelli, il prefetto repubblicano (poi denominato capo della provincia) Michele Morsero, assumendo l'incarico, si limitò a dichiarazioni di massima sul futuro economico, ed esortò industriali, dirigenti, capi, sindacalisti a vigilare sul personale per evitare incomprensioni, malumori, ribellioni, ammonendo: "Eventuali responsabilità non mi sfuggiranno"3.
Morsero era consapevole che non a tutti i vasti poteri del capo della provincia corrispondeva capacità operativa adeguata. L'influenza tedesca nell'economia della Rsi era prevalente, sia per le pretese dell'occupante-alleato, che per una specie di politica personale da "Reich protector" esercitata dall'ambasciatore di Berlino a Salò, Rudolph Rahn, impostata a stemperare il revanscismo rivoluzionario e neo-socialista del risorto Mussolini (la storiografia più attenta ha sorpreso Rahn anche in contrasto con Hitler, nel tentativo di moderare i toni del Manifesto di Verona, della socializzazione delle imprese, del sindacato unico dei produttori)4. Nel campo della politica industriale, l'amministrazione germanica insediò a Milano una rete permanente di esperti, una specie di "ministri del Reich" nell'Italia occupata, dotati di notevole discrezionalità, tra i quali Hermann Rausch, incaricato germanico per l'industria tessile. Nel novembre 1943 gli indirizzi per la selezione delle aziende ai fini del risparmio energetico e della concentrazione si fecero sentire anche nel Biellese, ove per ordine di Rausch vennero chiusi ventisei piccoli stabilimenti che occupavano complessivamente duecentosessantanove addetti. Si trattava di un drappello privo di forza contrattuale, sacrificato sull'altare della convenienza dai potentati locali, d'intesa tra Rausch e l'Associazione nazionale dell'industria laniera, allora con sede in Biella. Soltanto la Ritorcitura Mario Pozzo di Biella, con i suoi dodici dipendenti, ebbe il coraggio di ricorrere avverso ad un provvedimento che riteneva illegittimo, e che, se comparato ad altre situazioni similari, si dimostrava infondato e discriminante5.
Pure il capo della provincia, Michele Morsero, che nella vita civile svolgeva la professione di commercialista, manifestò a Rausch il suo dissenso, osservando che la chiusura di aziende medio-piccole nel nome di una teorica concentrazione industriale si risolveva nella turbativa dell'ordine sociale, in una provincia in cui il 50 per cento delle maestranze era costituito da donne, impossibilitate a trasferirsi, mentre la pendolarità breve era impraticabile per l'inesistenza dei trasporti. Infine - notava Morsero - il provvedimento che colpiva le industrie biellesi era contraddittorio, poiché operava in un tessuto industriale composto da industrie "produttrici-basi per le grandi industrie e le succedanee"6.
La protervia nazista nel forzare la mano alla concentrazione industriale per disporre di macchinari e manodopera da inviare in Germania e per massimizzare la produttività industriale italiana collegata alle forniture di guerra, persistette per tutto il periodo in cui operò al Ministero dell'Economia corporativa Silvio Gaj, continuatore della tradizionale politica economica del regime, fautore di una linea di accordi e trattative con gli occupanti, come segnala il tentativo di giungere a soluzioni che avessero l'assenso di industriali e sindacati, condotto a fine dicembre 1943, quando Gaj aveva chiesto ai capi delle province la compilazione di un "Programma di ripresa industriale" concordato con gli industriali e le associazioni sindacali. Alla lettera di invito ad adempiere, indirizzata da Morsero alle parti7, sindacati ed industriali rispondevano con un documento steso di comune accordo, facendo notare che Hermann Rausch aveva già trattato la questione con la Federazione degli industriali lanieri di Biella, e che le autorità tedesche avevano già deciso in provincia il blocco di duecentocinquantamila fusi di filatura pettinata sul totale dei seicentocinquantamila fusi attivi dell'Italia del Nord, poiché era scattata la limitazione di orario e la sospensione dei turni in tutte le filature. Nelle industrie agro-alimentari come nel comparto delle materie prime, del carbone, dell'elettricità, la regolamentazione germanica era già vigente; pertanto industriali e sindacati si dichiaravano non disponibili a compilare un "piano" che era fuori dal loro campo di azione, con una chiara presa di distanze: "Facciamo osservare - dicevano testualmente - che le decisioni prese e da prendere da parte delle autorità germaniche non potranno essere, a nostro avviso, se non unilaterali, nel senso che terranno conto prevalentemente delle necessità belliche ed economiche del Reich"8.

La socializzazione mancata

In questo orizzonte avviene il cambio della guardia al Ministero dell'Economia nazionale, a Gaj subentra Angelo Tarchi, laureato in chimica, esperto di cose sindacali. A seguito della delibera del Consiglio dei ministri del 15 gennaio 1944 si dà corso formalmente all'attuazione della Carta di Verona per la "socializzazione delle imprese". La svolta, che preoccupa anche le autorità germaniche, viene interpretata come l'estremo tentativo della Repubblica sociale italiana di ricuperare iniziativa e sovranità.
Il provvedimento era atteso, tanto sullo sfondo della rifondazione massimalista dello Stato fascista che nell'impellenza del quotidiano. Ma se il battage ideologico e propagandistico attirava l'attenzione dei più, gli osservatori di cose economiche non esitarono a sottolinearne l'anacronismo. La "grande riforma" dell'economia mostrò subito l'insussistenza degli obiettivi, specie sul breve periodo, carenza per nulla mascherata dalla macchinosità delle norme. Si trattava di una legislazione limitata, che lasciava intatta la proprietà nelle mani dei padroni, mentre obbligava alla corresponsabilità della gestione gli operai, che avrebbero partecipato a eventuali utili in misura non superiore al 30 per cento del monte retribuzioni.
Nel clima politico e psicologico del 1944 la socializzazione ebbe tuttavia qualche effetto propagandistico. Si accompagnava infatti alla campagna condotta contro i profitti di guerra, contro gli affamatori del popolo, in un mare di indigenza che sommergeva tutti i ceti. Per attingere quell'atmosfera basta dare uno sguardo a "La Stampa" del 15 gennaio 1944, che presentava la socializzazione come "ultimo colpo all'economia liberale", madre di tutti i mali e prima accusata di aver irrigidito il sistema economico nell'elefantiasi burocratica e consentito "la realizzazione dei profitti di guerra, che in Italia hanno fatto crescere nel giro di tre anni i miliardari da tre a trentotto unità".
Prima di riassumere i passi caratterizzanti del processo di socializzazione delle imprese, occorre riportarsi al Manifesto di Verona, approvato il 15 novembre 1943 dal Rapporto nazionale del Fascio repubblicano, quale documento fondativo della Repubblica sociale italiana, in vista dell'Assemblea costituente. In quella sede, come spiega Fredrick W. Deakin9, venne compiuta una critica all'esperienza del ventennio, funzionale alle intenzioni rivoluzionarie della Rsi. Sintetizza lo storico inglese: "Lo Stato corporativo, così come costituito negli anni tra il '20 e il '30, aveva eluso due punti fondamentali: primo, il principio elettivo per le cariche nei sindacati stessi; secondo, la parallela esistenza di un organismo in grado di disciplinare le relazioni tra capitale e lavoro, mediante accordi 'liberali' nel campo della produzione, senza i quali i lavoratori non riuscivano a esercitare alcun controllo". Le organizzazioni dei datori di lavoro, secondo la critica dei "socializzatori", per parte loro erano riuscite "a evitare, durante gli anni del governo fascista, l'attuazione di un 'integrale' Stato corporativo, e gli organi e il meccanismo di esso divennero in effetti campo aperto ai favoritismi, alla corruzione e al controllo del partito".
Il Manifesto faceva giustizia dei mali del ventennio e, tornando alle origini, enunciava i punti fondamentali della Rsi in materia economica e sociale: "IX - Base della Repubblica Sociale e suo oggetto primario è il lavoro manuale, tecnico, intellettuale in ogni sua manifestazione; X - La proprietà privata, frutto del lavoro e del risparmio individuale, integrazione della personalità umana, è garantita dallo Stato; XI - Nell'economia nazionale tutto ciò che, per dimensione o funzione, esce dall'interesse singolo per entrare nell'interesse collettivo, appartiene alla sfera di azione che è propria dello Stato; XII - In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai cooperano intimamente (attraverso una conoscenza diretta della gestione) all'equa fissazione dei salari, nonché all'equa ripartizione degli utili, tra il fondo di riserva, il frutto di capitale azionario e la partecipazione agli utili stessi per parte dei lavoratori. In alcune imprese ciò potrà avvenire con una estensione delle prerogative delle attuali commissioni di fabbrica"10.
Dal Manifesto si passò - come accennato - alla delibera programmatica del Consiglio dei ministri del 15 gennaio 1944, per giungere al decreto legislativo del 12 febbraio 1944, provvedimento attuativo di primo grado, e poi al decreto del capo del governo del 30 giugno 1944, di individuazione dei soggetti e dei tempi della socializzazione, e infine alla circolare ministeriale (Ministero dell'Economia corporativa) del 24 ottobre 1944, contenente le istruzioni operative e lo schema degli adempimenti, sino al decreto del marzo 1945, che avrebbe fissato il termine perentorio del 25 aprile 1945 come termine ultimo per il completamento delle procedure di socializzazione11.
Inutile citare qui le celebrazioni della svolta da parte dei giornali di regime e della grande stampa di opinione. Le pietose bugie del "Lavoro Biellese", settimanale del Fascio repubblicano di Biella, e della "Provincia Lavoratrice", di Vercelli, che predicavano in varie forme l'ordine nuovo, non erano credute da nessuno, neppure con le pezze di appoggio di un noto sindacalista socialista della valle Strona, già segretario nazionale della Fiot-Cgl, Renato Reda, convertitosi come l'ex segretario nazionale del Psi, e già militante comunista, Nicola Bombacci, alla causa social-nazionale di Salò12. In opposizione e alternativa al regime ed all'occupazione nazista ed in supplenza dell'organizzazione sindacale fascista si diffondeva ovunque il sindacalismo unitario della clandestinità, dai ricuperati connotati di classe e con apertura solidaristica con la società civile13. In quei mesi la concentrazione del sindacalismo clandestino sulla propria "azione interna" era tanto intensa che, a differenza delle altre zone del Piemonte, il Biellese neppure si cimentò nello sciopero dei primi di marzo del 1944 contro la "socializzazione delle aziende"14.
I problemi infatti erano altri. E venivano affrontati dalla contrattazione clandestina; come indica pure il comportamento degli industriali che, per evitare lo sciopero, si mostravano disposti a sospendere il lavoro degli stabilimenti, adducendone come causa ufficiale la mancanza di energia elettrica15.
Frattanto la macchina della socializzazione si era messa in moto anche nella provincia di Vercelli. Tra aprile e giugno 1944 la Prefettura repubblicana individuò le ditte industriali soggette a socializzazione, nelle due distinte categorie delle ditte con più di cento addetti e con più di un milione di lire di capitale di esercizio e di quelle con più di cento addetti, ma con meno di un milione di capitale. Alla prima categoria appartenevano 83 ditte, con 33.607 operai ed un capitale di 2.962.110.000 lire (prima nella graduatoria del capitale compariva la Montecatini con ben due miliardi di lire). Nel Biellese appartenevano a questa categoria 63 ditte (il 74,12 per cento del totale provinciale), che occupavano 25.267 addetti (il 75,18 per cento), con un capitale globale di 477.060.000 lire (pari al 16,11 per cento). Alla seconda appartenevano 58 aziende, di cui 54 biellesi, con 12.082 addetti, di cui 11.871 biellesi16.
Orbene, nel nome della socializzazione della gestione di impresa, l'insieme di queste aziende, che rappresentavano il tessuto portante del sistema economico della provincia e del Biellese, doveva in breve tempo - e nelle condizioni di emergenza della guerra e dell'occupazione - avviare una complicata procedura, che, in base alla "Circolare Tarchi" del 24 ottobre 1944, imponeva e alle aziende e al capo della provincia i seguenti adempimenti: la notifica della situazione aziendale al Ministero dell'Economia corporativa, mediante l'invio da parte del capo della provincia del decreto di nomina del capoazienda, dei dati relativi all'impresa, dei pareri delle unioni provinciali dei lavoratori e dei datori di lavoro; la composizione del Consiglio di gestione, presieduto dal commissario dell'impresa, organismo che - senza beneficiare di alcuna remunerazione - doveva riunirsi almeno una volta al mese per pronunciarsi su ogni questione interessante la vita dell'azienda; la nomina del revisore contabile, designato dall'Unione dei datori di lavoro tra gli iscritti agli albi professionali; la predisposizione, all'inizio di gestione, dell'inventario delle attività e delle passività dell'impresa, ai sensi dell'articolo 2.423 del Codice civile e seguenti; la trasmissione all'Unione provinciale dei datori di lavoro per la relativa approvazione del bilancio di esercizio redatto dal commissario ed esaminato dal Consiglio di gestione, corredato dalla relazione del revisore contabile; la determinazione degli utili, che, dedotti gli ammortamenti e le eventuali riserve legali e straordinarie, avrebbero dovuto essere destinati alla remunerazione del capitale e, in misura non eccedente il 30 per cento del "monte retribuzioni", alla remunerazione dei dipendenti; l'accantonamento delle rimanenze su un conto corrente bancario intestato all'impresa, oppure lasciate alla disponibilità dell'azienda e registrate in un conto corrente speciale.
Per quanto riguarda gli organi aziendali, il Consiglio di gestione dell'impresa, in caso di azienda pubblica, doveva essere eletto da tutti i lavoratori dell'azienda, mentre in quelle a capitale privato "gli organi collegiali di amministrazione, formati dalle norme del Codice civile, dagli atti costitutivi e dagli statuti, dov[evano] essere integrati da rappresentanti dei lavoratori delle aziende: operai, impiegati, tecnici, in numero almeno uguale a quello dei rappresentanti eletti dall'assemblea degli azionisti". Per le aziende individuali e quelle il cui atto costitutivo prevedeva l'amministratore unico, lo Statuto avrebbe dovuto stabilire un Consiglio di operai, impiegati e tecnici, di almeno tre membri, purché le aziende stesse impiegassero complessivamente almeno cinquanta lavoratori. Cardine dell'azienda (e si vedrà quale importanza assumerà nella riforma dell'ordinamento sindacale) era il "capo dell'azienda", che veniva definito "politicamente e giuridicamente responsabile dell'andamento della produzione di fronte allo Stato", figura revocabile d'ufficio qualora non rispondesse alle esigenze della produzione e alle norme sulla disciplina e sulla tutela del lavoro. Capo dell'azienda privata era lo stesso imprenditore o un tecnico nominato dal Consiglio di gestione, assistito per la parte tecnica da un capo scelto anche fuori dell'azienda e nominato dal Consiglio di gestione. Il Consiglio era eletto da tutti i lavoratori, impiegati e tecnici, e poteva "deliberare sui regolamenti interni, sulle controversie, su tutti i problemi e le questioni sottopostigli dal capo dell'azienda"17.
Come già a Torino Vittorio Valletta - al quale gli Agnelli avevano affidato la rappresentanza della Fiat - aveva gratificato di molti apprezzamenti la "socializzazione" con la riserva mentale che si trattava di demagogia, così a Biella Oreste Rivetti levava l'incensiere alla nouvelle vague, ben sapendo che le lancette dell'orologio della storia sarebbero tornate presto al punto stabilito dalle leggi di mercato. Vivere con il regime di turno giovava alla sua strategia di potere (non sempre condivisa da tutto il padronato biellese), né gli suscitarono problemi le parole che il 20 febbraio 1944, Michele Morsero pronunciò nella visita ai suoi stabilimenti e alle sue maestranze per richiamare gli industriali ad imboccare la strada della socializzazione. "È giunto il momento di dimostrare con linearità e serietà di condotta, che il periodo di sbandamento morale e di traviamento delle coscienze, anche per voi è definitivamente superato ed è giunto il momento di dimostrarvi degni effettivamente di ricoprire i posti di direzione fin qui occupati" ammoniva il capo della provincia ed Oreste Rivetti applaudiva18.
Impegnati nel loro ruolo imprenditoriale, ostacolati da difficoltà di ogni genere, gli industriali biellesi si preoccuparono assai poco della socializzazione. Da una parte la parola d'ordine del grande padronato - "lodare e non agire" - li rassicurava, dall'altra la collaborazione con gli operai antifascisti e la copertura del Cln e dei partigiani li rassicurava. La contrattazione parallela faceva funzionare le fabbriche, ristabilendo corretti rapporti industriali. Le autorità locali non chiedevano di meglio; per gli industriali, tanto bastava per tirare avanti ed accantonare gli utili di guerra, che in parte venivano impiegati per dare una mano, attraverso spacci e mense, alla popolazione e, anche, per contribuire alla Resistenza.
Ma se la socializzazione era generalmente tenuta in serbo come prova ed accettazione della verità del nuovo regime, come la pratica contingente del "dire e non fare", per mantenerne l'alibi dell'ossequio alla politica della Rsi occorreva pure che in qualche caso se ne producesse l'experimentum in corpore vili. Il destino - categoria extrastorica - ed i fatti - categorie della storia - pesavano nella realtà quotidiana, tal che a fine estate 1944 nel Biellese la socializzazione si congelò nelle nebbie della disastrosa congiuntura della guerra che presentava ormai un conto jugulatore per ogni aspetto dell'economia.
Il 23 settembre 1944 la Confederazione fascista degli industriali di Biella e Vercelli19 forniva a Morsero, che lo trascriveva pressoché integralmente al commissario nazionale del lavoro, un rapporto che, quanto al Biellese, richiedeva un "pronto intervento" a rimedio della mancanza di materie prime e della difficoltà dei trasporti per evitare il "pericolo del licenziamento di un forte numero di operai che non potrebbero altrove trovare lavoro [...] specialmente nelle Vallate (Valle Mosso, Val Ponzone, Valsessera, Valsesia)". "In questi ultimi tempi - spiegava Morsero - i competenti organi tedeschi hanno sospeso per buona parte le già esigue assegnazioni e i trasporti sono pressoché paralizzati: i pochi autocarri sfuggiti alle requisizioni sono alla mercé di bande di ribelli, che prelevano o distruggono per conto loro".
A sostegno del rapporto del capo della provincia, l'Ufficio provinciale di collocamento di Vercelli inviava il 26 settembre 1944 al commissario nazionale del lavoro e per conoscenza a Morsero un prospetto dei disoccupati (126 uomini e 258 donne) e delle 32.284 maestranze a orario ridotto. La riduzione di orario riguardava in 4.336 casi il massimo d'una giornata lavorativa a settimana, 4.393 casi di due giornate perse a settimana, 9.727 casi di assenza dal lavoro per tre giorni settimanali. I restanti 13.826 lavoratori perdevano mediamente più di ventiquattro ore la settimana. Il fenomeno - scriveva il direttore provinciale, Vittorio Travostino - era in forte crescita dal maggio 1944, ed aggiungeva alle cause già note (carenza di materie prime e di trasporti) la "tendenza delle maestranze a rimanere abbarbicate alle proprie Aziende, anche se lavoranti ad orario ridotto". Ovviamente il maggior numero di operai in cassa integrazione apparteneva al settore tessile: 26.721 addetti di 136 aziende tessili sulle 208 della provincia in cui era stata condotta la rilevazione. La massa dei lavoratori a orario ridotto rappresentava - a detta del funzionario - "circa il 50 per cento di tutta la massa operaia della provincia"20.

Il fallimento della Confederazione sindacale unica (dei lavoratori e degli imprenditori)

In questo complesso di avvenimenti viene a situarsi l'analisi dell'impotenza dell'organizzazione sindacale fascista a intervenire nella rappresentanza e nella tutela dei lavoratori, una latitanza cui si contrappose l'iniziativa e la credibilità della Commissione sindacale unitaria clandestina, che costituiva il vero sindacato nella vita delle aziende e dei lavoratori biellesi.
Per quanto esile ed in crisi, il sindacato corporativo era l'unica organizzazione del regime sopravvissuta al cataclisma del 25 luglio e dell'8 settembre, un ponte gettato tra il vecchio e il nuovo fascismo, su cui, bene o male, erano transitate le masse lavoratrici. Ma nel 1944 si trattava ormai di un'organizzazione asfittica, alla fine; un'organizzazione chiusa nella gabbia di ferro del blocco dei salari e paralizzata da una burocrazia antidemocratica. Lo stesso regime se ne era reso conto, tal che pochi giorni prima del 25 luglio il Governo aveva affidato a una commissione di studiosi l'elaborazione della riforma dell'ordinamento sindacale, corporativo, economico21. La recente storiografia riconosce infatti che in quegli anni "il sindacato diventava la cartina di tornasole per discutere più a fondo il problema più generale del regime"22.
Nondimeno, la speranza era dura a morire, sicché la Rsi confidava che la leva del sindacato, applicata al punto di forza della "socializzazione", potesse sviluppare la prospettiva rivoluzionaria, il punto di svolta, o, per meglio dire con Claudio Dellavalle, "il tentativo di ribaltare le alleanze sociali su cui si era retto il fascismo nel ventennio"23. La riforma del sindacato, attraverso l'assorbimento delle associazioni corporative nel sindacato unico di lavoratori, tecnici, dirigenti, proprietari di impresa, corrispondeva a questo indirizzo, che il Manifesto di Verona aveva individuato anche negli strumenti, per passare dalla fase (del ventennio) di "andare verso" il popolo ed entrare in quella (repubblicana) di "stare con il popolo" (punto 18 del Manifesto di Verona), nel ricupero delle origini rivoluzionarie, anarchiche, nazionalistiche delle prime esperienze del sindacalismo fascista.
Non a caso, quando vorrà spiegare al grande pubblico il nesso tra socializzazione e sindacato, il ministro dell'Economia corporativa, Angelo Tarchi, in un articolo sul "Corriere della Sera" esorterà: "Torniamo a Dàlmine", rievocando la matrice storica dell'occupazione delle famose acciaierie da parte dei fascisti nel marzo del '1924.
Il nazionalismo repubblicano infatti si qualificava con la "socializzazione delle imprese", e realizzava la "socializzazione" attraverso la struttura sindacale, in cui convergevano impresa e lavoratori. Attorno al tema del sindacato nuovo si sviluppò, all'indomani di quello sulla socializzazione, un vasto dibattito, in parte condotto con serrato rigore ideologico, giuridico, economico, e per altro verso con il ricorso alla più vieta propaganda fatta di minacce contro gli industriali che sabotavano la socializzazione e di moniti e rappresaglie contro i lavoratori che non nutrivano fede sufficiente nella rivoluzione social-nazionale. Non mancò neppure qualche provvedimento esemplare di rimozione di sindacalisti nazional-fascisti tiepidi o inattivi. Lo sforzo di inoculamento delle convinzioni che la rivoluzione passava attraverso il binomio "socializzazione-sindacato nuovo", venne compiuto con determinatezza dal regime, che istituì corsi di addestramento per sindacalisti ed operai sui problemi della socializzazione delle imprese, organizzò convegni, stampò opuscoli. Ampia eco se ne ebbe anche nel Biellese, tanto che la rassegna dell'Ufficio stampa del Ministero dell'Economia corporativa, ne dette ripetute notizie ed abbondanti citazioni25.
In realtà, dietro al paravento del dibattito si nascondeva l'incapacità del sindacato repubblicano di ritrovare un ruolo che non fosse solo quello del "passa parola" del regime e di organizzatore di mense e spacci aziendali. Nel Biellese questa subalternità ad altri impieghi, questo disorientamento, avevano screditato il sindacato nazional-repubblicano fin dalle battute di partenza del novembre 1943.
Il 25 novembre 1943 "Il Lavoro Biellese", settimanale del Fascio repubblicano, che compariva per la prima volta in edicola, portava come pezzo forte l'accordo intervenuto due giorni prima a Vercelli tra il sindacato nazional-repubblicano dei lavoratori dipendenti ed i rappresentanti degli industriali e degli artigiani, a seguito del quale la voce "paga base" delle retribuzioni fino a 2.500 lire mensili era rivalutata del 50 per cento, con decorrenza dal 16 novembre 1943. Per le retribuzioni eccedenti le 2.500 lire il ricarico sarebbe stato del 25 per cento. In aggiunta era prevista l'erogazione di un assegno una tantum di 500 lire. L'accordo, reso immediatamente esecutivo con decreto del capo della provincia, era "ritenuto necessario e inderogabile" - spiegavano "Il Lavoro Biellese" e la "Provincia Lavoratrice" - ai fini di "una congrua revisione dei salari e compensi nella provincia di Vercelli". Per contenere ulteriori richieste dei lavoratori, si era pure stabilito di aggiornare l'accordo entro il 31 maggio 194426.
L'accordo venne propagandato come palmare dimostrazione dell'immediata operatività della Carta di Verona e del nuovo ruolo del sindacalismo fascista, che passava dalle concertazioni corporative al ricupero del confronto e della trattativa in tutti gli istituti contrattuali, tant'è vero che il giornale biellese, nella "Rubrica sindacale", che illustrava la nuova strategia, anticipava le istanze per un provvedimento quadro che avrebbe introdotto la trattenuta unica sulla busta paga sia per i lavoratori che per i datori di lavoro, in luogo dei molti balzelli che la gravavano, per capire i quali - si diceva - occorreva il diploma da ragioniere. Dopo le considerazioni di carattere particolare, il giornale dichiarava che "per eliminare gli errori del passato" si sarebbe presto tornati a un'unica confederazione27.
Oltre la grammatica della propaganda del nuovo, si incaricò la logica economica a far rientrare la demagogia populista. Infatti, dopo un paio di settimane, l'errore di valutazione commesso dai capi delle province nel consentire la forzatura del blocco dei salari, venne corretto da Mussolini con l'emanazione del "Decreto sulla revisione dei salari". Il provvedimento partiva dalla premessa che le autorità provinciali erano addivenute alla deroga del blocco dei salari, per cui "si delinea[va] la necessità di tornare il più rapidamente possibile a un blocco uniforme dei salari e stipendi [...] per una politica unitaria dei salari e dei prezzi" e per tenere sotto controllo l'inflazione. Pertanto si istituivano due commissariati nazionali: quello del lavoro (che avrebbe avuto sede a Bergamo) e quello dei prezzi. Il commissario avrebbe provveduto alla perequazione tra le concessioni accordate nelle diverse province, anche mediante ricuperi salariali, alfine di "difendere le retribuzioni" dal punto di vista dell'equità.
Quanto al futuro, il Commissariato nazionale del lavoro sarebbe stato l'organismo chiave della politica salariale. Il commissario, in vista dell'adozione di provvedimenti di carattere generale, avrebbe dovuto consultare le organizzazioni sindacali, mentre queste ultime sarebbero state tenute a provvedersi della sua autorizzazione per la pubblicazione e l'applicazione di qualsiasi accordo. Appariva così senza ombra di dubbio che il sindacato non avrebbe avuto più a disposizione il minimo spazio di trattativa e proposta. Alle enunciazioni forti corrispondeva infatti l'indebolimento totale dell'azione sindacale ad ogni livello ed in ogni materia28.
Il decreto sulla revisione dei salari aprì la strada a interpretazioni restrittive dei miglioramenti da accordare. Per rimediare al suo affrettato provvedimento di esecutività dell'accordo di novembre, il capo della provincia, Michele Morsero, ne colse l'occasione e inviò una circolare agli industriali, che consentiva un'interpretazione che conteneva l'incremento dei salari nel saggio del 30 per cento per le retribuzioni inferiori alle 2.500 lire mensili, e nel 15 per cento per le altre, considerando la concessione dell'una tantum di 500 lire subordinata ad accordi locali, senza i quali l'importo, qualora già erogato, sarebbe stato ricuperato sulla gratifica natalizia, corrisposta sulla base di 192 ore29.
La questione dell'una tantum costituì pertanto motivo di contesa e di scontro fin dagli scioperi del 21 dicembre 1943, divampati con massicce adesioni nei complessi Rivetti, per la linea dura tenuta da Oreste Rivetti su questa voce retributiva come su tutto l'arco dei rapporti sindacali. Il 10 gennaio 1944 la contestazione del ricupero delle 500 lire sulla gratifica natalizia rilanciò gli scioperi in molte grandi aziende a Biella (Octir, Lanificio Pria, Lanifici Rivetti, Filatura Bracco), a Occhieppo Inferiore (Cotonifici Poma, Lanificio Simone) e Superiore (Maglificio Maggia, Lanificio Torello), a Pollone (Lanifici Piacenza, Filatura Fietta), nelle vallate (Lanificio Reda)30.
In quei giorni il capo della provincia ricordò, a giustificazione dell'azione repressiva contro gli scioperanti e a minaccia degli industriali, che il Codice penale prevedeva i reati di sciopero e serrata, e che egli avrebbe fatto rispettare ad ogni costo la legalità con l'applicazione delle pene accessorie per lo stato di guerra31.
Una nuova trattativa salariale ebbe corso in aprile. Il costo della vita galoppava, le merci erano al livello minimo, la "borsa nera" costituiva il mercato parallelo in cui si riuscivano a soddisfare, con rischio ed a prezzi proibitivi, appena le esigenze del sostentamento vitale. Si giunse pertanto a convenire un ulteriore aumento del 30 per cento della paga base. L'accordo, composto di undici articoli, venne sottoscritto dall'Unione industriali della provincia, dal Segretariato artigiani, dall'Unione dei lavoratori dell'industria32.
In seguito vennero aumentati gli assegni familiari a favore di tutti i lavoratori a partire dalla base di 70 lire mensili per un figlio, fino a 120 lire per quattro o più33. In agosto venne stipulato un ulteriore accordo riguardante l'indennità di presenza. Nei successivi otto mesi della Rsi né la stampa né le fonti archivistiche sinora accessibili segnalano trattative o accordi condotti dalle associazioni sindacali del regime, oltre gli aggiornamenti retributivi correlati al carovita e a modesti accordi per anticipazioni sulla gratifica natalizia34, e la concessione ope legis di indennità speciali, quali le 20 lire giornaliere del gennaio 1945 per i capi di famiglia35.
Ridotte a nulla le sue competenze, il sindacato fascista impegnò le residue forze nel costituire e far funzionare spacci e mense aziendali nell'ambito di un ente provinciale cogestito da sindacati e industriali: presidente dell'ente era un imprenditore, amministratore delegato un lavoratore36. Gli spacci erano obbligatori per le aziende con più di duecento addetti, mentre le altre potevano associarsi o agire in autonomia. Gestivano gli spacci, laddove non funzionava una commissione interna, dei consigli di sei membri, a composizione paritetica di operai e impiegati. Le mense invece erano più ramificate, perché obbligatorie per tutte le aziende con più di venti dipendenti. Per evitare speculazioni, le forniture dovevano avvenire esclusivamente attraverso l'Ente provinciale di coordinamento. In questa fase la funzione del sindacalismo nazional-fascista, stretto dagli obblighi dell'assolutismo di Stato e dell'economia di guerra, era annichilita in una specie di salmeria civile, priva di rilievo rappresentativo e contrattuale.
Non a caso, sul fronte della clandestinità proprio dal giugno 1944 si intensifica e si sistematizza con procedure e protocolli di contrattazione vera e propria l'azione del Comitato sindacale clandestino unitario, che ormai intrattiene relazioni stabili con il padronato in quasi tutte le zone del Biellese, e che produrrà quell'insieme di accordi salariali e normativi che, in partenza dal Contratto delle valli (Coggiola, giugno 1944), culminerà nel Patto della montagna (Quadretto di Pettinengo, febbraio-marzo 1945), per formalizzarsi solennemente a Liberazione avvenuta, nella sala consiliare del Comune di Biella, come documento basilare della contrattazione industriale biellese.
Anche sul terreno sindacale, come già sulle tematiche della socializzazione, più l'istituzione perdeva di ruolo, più esplodevano utopia e propaganda. È della primavera-estate 1944 il dibattito su palingenesi e rifondazione del sindacato, come cardine del nuovo ordine sociale e come protagonista della "socializzazione". Su questo terreno, come già per la "socializzazione", si svilupparono i filoni dell'anamnesi storica, delle origini rivoluzionarie del mussolinismo e delle ragioni della nuova struttura economica. I "comparenti" nel dibattito - dai giornali, alla pubblicistica specialistica, alle forme più volgari di propaganda - consegnavano tutti una disperata fiducia di sopravvivenza nel mito della rigenerazione sindacale, che avrebbe dovuto unificare nei mezzi e nei fini i protagonisti (imprenditori e prestatori d'opera) del mondo del lavoro. Un'utopia che nelle ultime settimane della Rsi si appoggerà persino sulla stampella della riscoperta della rappresentanza per elezione dal basso (le consulte comunali - rimaste sulla carta - da eleggersi da parte dei lavoratori) e del pluralismo partitico.
Introducendo con un messaggio radiofonico le tematiche della nuova Confederazione sindacale unica, il segretario del Partito fascista repubblicano, Alessandro Pavolini, descrisse la genesi della rivoluzione social-nazionale come attuazione del Manifesto di Verona nelle tre strutture cardinali della socializzazione delle imprese, delle consulte comunali, della Confederazione unica37.
Con il 1944 avanzato, il traguardo della Confederazione unica era ormai un passaggio obbligato per la Rsi, che, nonostante le riserve germaniche e l'assoluta impreparazione culturale della classe dirigente e dei quadri sindacali sopravvissuti, passò in breve dai dibattiti e dagli slogan ai provvedimenti del Consiglio dei ministri del 9 maggio 1944. Si trattava di due schemi legislativi con cui si istituiva la Confederazione generale del lavoro, della tecnica, delle arti, e si approvava così lo statuto della Confederazione.
La charta magna della Confederazione unica proclamava ab initio: "Il lavoro è la base della Repubblica sociale italiana", di cui l'organizzazione sindacale unica, canale di partecipazione dei lavoratori alla vita dello Stato repubblicano, rappresentava il pilastro centrale. La Confederazione era composta alla base dai sindacati aziendali, comunali, di categoria, comprendenti i capiazienda, gli impiegati, gli operai. I sindacati di categoria si costituivano in Unione provinciale del lavoro, della tecnica, delle arti. Il presidente della Confederazione veniva nominato dal capo del governo, mentre gli altri organi erano elettivi. I sindacati di categoria erano soggetti alla registrazione, da cui ricevevano la capacità giuridica. Il funzionamento della Confederazione e dei sindacati di categoria si fondava sui contributi dei produttori (dipendenti e imprenditori), secondo le delibere degli organi nazionali dei singoli sindacati. Il controllo amministrativo sulla Confederazione e sui sindacati nei quali si articolava sarebbe stato svolto dal Ministero dell'Economia corporativa. Dalla Confederazione e dalle sue articolazioni unitarie sarebbe stato generato il patto costitutivo dei rapporti solidali tra i produttori, ovvero il regolamento di lavoro, unico per ogni categoria, con efficacia erga omnes, tutelato dalle pesanti sanzioni dell'articolo 509 del Codice penale. A parte veniva istituita l'Associazione dei dipendenti dello Stato, delle province, dei comuni e di tutti gli altri settori della pubblica amministrazione. Infine la Confederazione, oltre ai compiti sindacali, avrebbe dovuto coordinare gli enti assistenziali, previdenziali, di educazione, istruzione, ricreazione, addestramento ed avviamento al lavoro.
Le perplessità sul nuovo istituto non tardarono a manifestarsi con un dibattito assai aperto, di cui diede cospicuo saggio il quotidiano torinese "La Stampa", ospitando pareri molteplici e disinvolti. Il direttore, Concetto Pettinato (che un mese dopo avrebbe rimproverato a Mussolini la "rivoluzione cartacea" della Rsi e l'assenteismo dai problemi reali del Paese nel famoso articolo "Se ci sei... batti un colpo"), aprì il dibattito, sollevando fondate riserve sull'operatività della nuova struttura, costruita alla maniera verticistica del modello tedesco38, mentre Pino Bartoli39 affermò che in conseguenza della socializzazione, data la posizione nuova assunta dal lavoratore nell'azienda come agente di partecipazione e contrattazione, si sarebbe dovuto estendere il "principio elettivo" delle cariche anche ai "problemi maggiori" del sindacato e del lavoro, conferendo preminenza alle decisioni delle commissioni di fabbrica.
Che avveniva da parte delle categorie interessate? Il dato di rilievo emerge dalla constatazione che la grande massa dei lavoratori viveva separata da questo dibattito. "La Stampa", che lo promosse, documentava esaurientemente in proposito, mentre gli interventi dei tecnici e degli imprenditori si rivelarono accesi e disinvolti. Tirandone le somme, sul finire del giugno 1944, Pino Bartoli40 così ne riassumeva i termini: gli industriali respingevano l'idea che potessero essere attivati centosessantamila sindacati di azienda e settemila sindacati comunali; consideravano un errore identificare gli interessi dell'azienda con quelli del capoazienda, interessi che non sempre coincidono; osservavano che l'ordinamento prevedeva nell'organizzazione sindacale la presenza del capoazienda, ma non quella dell'azienda "considerata nella massa del capitale": in sostanza, negli organismi aziendali non si poteva accettare il principio che il voto del capoazienda "contasse per uno"; si dichiarava un grave errore l'abolizione della legge del 3 aprile 1926; infine si dichiarava utopistico l'ordinamento del tutto, perché - si asseriva - "il dualismo degli interessi non è sopprimibile".
Figlia del mito della socializzazione e della rivoluzione inesistente di Salò, anche la Confederazione unica nasceva morta. Per gli industriali, che la osteggiavano, valeva l'assicurazione tedesca, largita due mesi prima dal generale Hans Leyers a coloro che fornivano l'economia germanica, allorché la "socializzazione" era sul piede di partenza. Leyers, su carta intestata "Ministero della produzione degli armamenti del Reich. Intendente generale per l'Italia", aveva diramato una circolare "riservatissima" ai titolari delle industrie, in cui tra l'altro si osservava: "In ordine alla nuova legge sulla socializzazione delle aziende industriali, si ricorda ai titolari delle aziende che ogni trasformazione o modificazione della compagine interna - tecnica e amministrativa - delle aziende stesse deve essere preventivamente autorizzata dal sottoscritto, il quale ha la responsabilità della realizzazione dei piani per la produzione e gli armamenti predisposti dalle autorità germaniche in accordo con le autorità del governo della Repubblica sociale italiana. Si prega di dare assicurazione della comunicazione presente"41.
La Confederazione unica, come la socializzazione, e tutti gli altri punti del Manifesto di Verona, fallirono dunque nell'impatto con il vissuto quotidiano. Il "Se ci sei... batti un colpo" di Concetto Pettinato fotografava con chiarezza l'allucinante utopia propagandistica della Rsi e dell'ultimo Mussolini. Come isolati e terrorizzati nella buia stanza del medium, gli italiani del Nord alla fine lanciarono un urlo disperato al nume che attendevano e che non si manifestava, quasi una verifica ontologica: "Se ci sei... batti un colpo". Ma, come tutti gli urli della disperazione, anche quell'urlo restò senza risposta: era stato invocato e atteso un nume che non c'era.
L'epilogo dell'excursus documenta l'esaurirsi dell'attesa e la disperazione della rivoluzione inesistente. Dei punti forti, quale la socializzazione, si può solo dire che dal febbraio 1944 al 20 aprile 1945 non furono socializzate che una settantina di imprese: da quelle giornalistiche, avanguardia scontata del processo di socializzazione (dovettero presentare gli statuti aziendali entro il 31 luglio 1944)42 a poche altre operanti nei settori di interesse bellico e in quello alimentare. Nel settore agricolo ed alimentare si giungerà all'inizio del '45 al provvedimento radicale della requisizione delle aziende di produzione e di distribuzione fino a sei mesi dopo la cessazione della guerra.
Quale sviluppo ebbe il processo di socializzazione in provincia di Vercelli? Pressoché nullo. A quanto risulta soltanto la ditta Magliola di Santhià, operante nel comparto delle forniture ferroviarie e belliche, fu soggetta a procedura di socializzazione su propria istanza. Un'istanza "pilotata" dall'autorità repubblicana, essenzialmente per motivi politici, stante l'operatività in quell'azienda di nuclei eversivi, ritenuti molto pericolosi specie per la dislocazione geografica43.
Infine il termine perentorio per presentare le pratiche di socializzazione delle imprese anche in provincia di Vercelli, fissato al 25 aprile 1945, venne cancellato dalla sopravvenuta caduta del regime di Salò.
Né miglior destino ebbero i progetti della Confederazione unica, poiché se da parte dei lavoratori c'era assenteismo e resistenza - nonostante il disperato appello di Pavolini, che aveva dichiarato che per essere dirigenti sindacali non occorreva più come un tempo l'adesione al partito - dall'altra sponda neppure gli imprenditori avevano preso in seria considerazione l'istituzione della Confederazione unica.
Pertanto, in attesa di una decisione di parte, dovette intervenire il Comitato interministeriale competente per i problemi economici, che il 21 dicembre 1944 deliberò lo scioglimento della Confederazione dei datori di lavoro entro l'8 gennaio 1945, precisando che da quella data sarebbe iniziato "l'effettivo funzionamento della Confederazione del Lavoro, della Tecnica, delle Arti"44.
Si trattò d'un ultimo appuntamento mancato, almeno in zone ad elevata concentrazione industriale come il Biellese. Lo testimonia la vexata quaestiodelle commissioni di fabbrica, l'unico organo di autentico contatto che il sindacato social-nazionale aveva con i lavoratori, a proposito delle quali il commissario nazionale del lavoro aveva prescritto, fin dal marzo 1944, la revisione di legittimità, per cui dovevano essere riconosciute soltanto quelle elette sotto l'egida del sindacato di regime, con la soppressione di altre forme di rappresentanza45.
Nel marzo del '45 la questione a Biella era ancora aperta, tanto che il segretario del Fascio repubblicano, Giuseppe Giraudi, ebbe a convocare a rapporto i datori di lavoro e le commissioni interne (sic) degli stabilimenti cittadini per ammonire "contro la malefica azione dei sobillatori" e per annunciare che ormai era imminente l'unione di tutte le categorie dei produttori in una Confederazione unica, a seguito di che "anche a Biella si arriverà a una soddisfacente soluzione sindacale", che a detta di Giraudi avrebbe accolto l'istanza di una maggiore attività sindacale, dal momento che "il funzionamento dei sindacati non è mai stato quale i lavoratori biellesi e una zona eminentemente industriale come la nostra si sarebbero meritati"46. Epitaffio ufficiale alla socializzazione mancata ed al sindacato inesistente.


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