Marco Neiretti

Rinascita del movimento cattolico politico-sociale biellese negli anni della Costituente



Nel biennio 1943-1945, la guerra, il tracollo del fascismo, l'occupazione tedesca, la lotta partigiana, avevano riaperto anche per i cattolici biellesi la questione politica come richiamo all'agire diretto nelle istituzioni pubbliche della società, dopo il lungo periodo di ripiegamento nell'ambito spirituale e formativo delle parrocchie e delle associazioni.
Quel muoversi verso la ripresa della politica in senso lato, nell'incalzare degli avvenimenti, faceva riemergere nel denominatore comune di "ambiente cattolico" disparate esperienze, che nel Biellese provenivano dall'Azione cattolica (Ac), dalle attività presindacali, dal Partito popolare.

Ambienti cattolici biellesi dall'antifascismo "popolare" alla Resistenza

Il Biellese del tempo di guerra era un comprensorio industriale dell'arco prealpino con una storia di fascismo debole e di antifascismo diffuso. Le radici dell'opposizione al fascismo non solo affondavano negli ambienti operai, ma anche tra i cattolici, operai e non, che negli anni venti, dopo aver contrastato l'egemonia socialista, avevano subito la repressione fascista1.
Il sequestro ripetuto del bisettimanale cattolico "Il Biellese", la persecuzione del suo direttore don Giuseppe Rivetti, la traduzione al confino del canonico Alessandro Gromo e dell'ingegner Giuseppe Aragnetti, amministratori del Santuario di Oropa e della banca cattolica Credito biellese, erano ricordi che scottavano ancora, ai quali si erano aggiunti i risentimenti per lo scioglimento di quarantaquattro circoli cattolici nel maggio del 1930; i contrasti con il regime a tutela dell'indipendenza dell'Azione cattolica e a salvaguardia della libertà di organizzazione, educazione, insegnamento; le umiliazioni subite dai parroci per le disposizioni repressive riguardo all'uso delle campane, le celebrazioni dei funebri del fascismo e il controllo poliziesco della loro vita privata2.
Nondimeno, il bisettimanale "Il Biellese"3, pur scontando l'imposizione di pubblicare i comunicati ufficiali del regime e di sopportare rare presenze clericofasciste, aveva rappresentato l'unico riferimento per la pubblicistica afascista (ma anche antifascista) del Circondario, una specie di "zona franca" ove, oltretutto, era possibile approfondire le tematiche sociali. Dalle colonne del bisettimanale, si era fatta sentire la voce del vescovo monsignor Carlo Rossi che, dal 1937, con ferma azione pastorale, sosteneva contro i miti dello stato etico il primato della persona umana e la conseguente libera concezione della società.
Monsignor Carlo Rossi (Torino, 1891 - Biella, 1981), definito filoinglese nei rapporti dell'Ovra, aveva maturato, negli anni di reggenza a Marsiglia della Missione operaia degli emigrati italiani in Francia, la convinzione che stava scoccando l'ora della resa dei conti per le dittature nazifasciste. D'intesa con il metropolita di Vercelli, l'arcivescovo Giacomo Montanelli, notoriamente ostile al regime in una città considerata "fiore all'occhiello" del militarismo e del fascismo subalpino, Rossi assunse, nel pieno della guerra, la sfida e l'onere del defensor civitatis di Biella e del Biellese, affrontando in prima persona i nazifascisti, offrendosi come ostaggio perché rinunciassero alle rappresaglie contro le comunità, proteggendo la popolazione dalle infamie della guerra civile4.
Diretto collaboratore del vescovo, più volte suo alter ego in delicate missioni, si prodigava un sacerdote dalla profonda spiritualità, don Antonio Ferraris5, che, tra i due fuochi, si era posto dalla parte dei deboli, senza peraltro ricusare gli obblighi della giustizia e della pietà verso tutti. Proprio attorno a don Antonio Ferraris si era tacitamente composta la "resistenza cattolica". A don Ferraris faceva capo la parte operante che praticava tra la popolazione, con intenzione specifica a rimedio della guerra e dell'odio civile, le evangeliche beatitudini e le "opere di misericordia corporali e spirituali", mentre coloro che avevano scelto (o dovuto scegliere) l'ardua strada della montagna - tra essi Nicola Celesia, Pietro Cicuta, Giovanni Appino, Giuseppe Foglizzo, Fedele Florio, Bruno Tarocco e pochi altri - avevano in don Ferraris il direttore spirituale, l'amico, il sovvenitore negli stati di necessità6.
Altro aspetto della clandestinità era quello politico, avviato nel 1943 tra vecchi popolari e giovani dell'Azione cattolica da uomini che avrebbero poi fatto parte dei Cln e delle prime amministrazioni comunali repubblicane. L'iniziativa, partita da Alessandro Trompetto, che frequentava gli ambienti neoguelfi milanesi, era culminata nell'agosto del 1943 nella formazione della sezione biellese della Commissione democratico-cristiana di studi politici7. Il primo incontro era avvenuto per l'ospitalità del parroco, monsignor Irmo Buratti (già esponente del Ppi), nella Casa delle opere parrocchiali di Biella San Paolo. Al centro della discussione erano state poste le degasperiane "Idee ricostruttive", illustrate dal professor Gustavo Colonnetti, che allora abitava a Pollone, e da Alessandro Cantono. Nella circostanza si erano avviati quei contatti periodici che avrebbero portato alla rappresentanza democratico-cristiana negli organi clandestini e insurrezionali: Alessandro Trompetto nel Comitato militare del Cln biellese e Guido Martignone nel Cln di Biella. Giuseppe Pella avrebbe coadiuvato, come tesoriere del Cln, la raccolta di consistenti mezzi finanziari per la lotta partigiana.
Nelle fabbriche, altri militanti cattolici - tra i quali Francesco Colombo, Giovanni Rapa, Ettore Bonardo, Leonardo Forgnone, Ignazio Dalla Villa, Giovanni Battista Neiretti - avevano dibattuto i problemi economici e sociali dei lavoratori biellesi, partecipando agli scioperi e intessendo la rete della Corrente sindacale cristiana (Csc), poi confluita nella Cgil. Leonardo Forgnone e Francesco Colombo, tra il 1943 e il 1945, avevano partecipato alla contrattazione clandestina culminata, nel marzo del '45, nel "Patto della montagna" (noto anche come "Contratto della montagna"), unico accordo fra le parti sociali concluso nell'Italia occupata dai nazifascisti.
Con il diffondersi a vari livelli dei Cln, si espandeva la rete della Democrazia cristiana, sicché alla Liberazione il partito degasperiano era diffuso in tutto il Biellese. Dal partito sturziano provenivano Renato Botto, ultimo segretario dei popolari biellesi e delle Leghe bianche aderenti alla Cil (Confederazione italiana lavoratori), redattore capo del bisettimanale cattolico "Il Biellese"; Eugenio Aimone Prina, insegnante negli istituti tecnici e giornalista; Giuseppe Pella, economista libero professionista; Bruno Blotto Baldo, industriale laniero; Secondo Eusebio Uberti, impiegato e sindacalista. Dal mondo del lavoro e dalle esperienze di Ac emergevano Leonardo Forgnone, Nino Rapa, Francesco Colombo, Adriano Colombo, Ettore Bonardo, Pietro Cicuta, Ignazio Dalla Villa, Giovanni Battista Neiretti, Franco Loffi, Italo Berratino; da quello delle professioni l'architetto Alessandro Trompetto, i medici Nicola Celesia e Alberto Bonino. Dalle organizzazioni femminili provenivano Lidia Lanza, Isabella Anselmino, Mary Nelva Castagnetti, Noemi Botta; dalla scuola, Silvio Mello Grand, Emilio Mello Rella, Enrica Marchisio, Mary Cappa, Domenico Panzarasa.

Gli ambienti cattolici tra il 1945 e il 1948

Nel periodo di transizione dalla guerra alla Repubblica, gli ambienti cattolici vissero in un'atmosfera fervida di novità, d'incontri, di discussioni. I documenti della scuola sociale cristiana, dalla "Rerum Novarum" al messaggio natalizio del 1942 di Pio XII, spiegati e proposti al dibattito da Alessandro Cantono8, erano assunti come conferma delle degasperiane "Idee ricostruttive", che, nel frattempo, Guido Gonella, segretario della nuova Dc, traduceva nel "Programma della Dc per la Costituzione", tutto impostato sulla libertà della persona e sui suoi obblighi sociali, sull'importanza dell'autonomia come forza dei molteplici corpi sociali, sulle suggestioni della partecipazione alle responsabilità dell'economia, sui valori del solidarismo interclassista, sulla libertà dei popoli, e sulla pace. La tematica sociale e politica veniva declinata in ogni ambiente secondo le sensibilità e le urgenze proprie, con l'intervento dall'esterno del Biellese dei massimi dirigenti nazionali delle varie associazioni: dai maestri cattolici al movimento dei laureati, dai sindacalisti agli aclisti, dall'Azione cattolica ai democratici cristiani.
Al giornale "Il Biellese", affidato alla direzione di Alessandro Cantono, i democratici cristiani avevano affiancato un settimanale squisitamente politico e di battaglia, diretto dall'operaio Francesco Colombo, sindacalista nella Cgil, e redatto dal professor Silvio Mello Grand. Il settimanale portava l'eloquente titolo di "Vita Biellese", la testata con cui i propagandisti della prima Democrazia cristiana, don Alessandro Cantono e don Luigi Guelpa, avevano diffuso il messaggio leoniano tra i biellesi, subendo le angherie massoniche e le condanne per apologia di regicidio e per offese alla memoria di Quintino Sella9. Lo "strumento-stampa" era indispensabile ai democratici cristiani biellesi, ben consapevoli della loro posizione minoritaria in una zona dominata dal potere economico e caratterizzata dalla tradizione socialista, che la Resistenza aveva rafforzato nella versione comunista. Essi dovevano farsi conoscere in prima persona, difendersi dagli attacchi, spiegare con la forza persuasiva della moderazione e della mediazione le proposte e le attitudini di governo dello scudo crociato, in primo luogo nelle amministrazioni locali, con l'alleanza di quanti volevano mantenersi "indipendenti" da ogni classificazione politica, soprattutto dai socialcomunisti.

Le voci della cultura cattolica

Nel segnalare temi e momenti salienti del percorso, è opportuno anteporre qualche notazione intorno alla presenza della Chiesa e dell'Azione cattolica nel Biellese tra guerra e dopoguerra.
Dei molti documenti, assumono importanza fondamentale le lettere pastorali di monsignor Carlo Rossi, indice del percorso della spiritualità e della cultura cattolica biellese del tempo. Sullo sfondo della lettura escatologica e profetica della guerra, della denuncia della responsabilità di pochi e del contributo di ogni colpa individuale alla "complessiva malizia del mondo", nella "pastorale" del 1943 e nell'invocazione di "Maria Madre Nostra" del 1944, si staglia, nella prospettiva dell'imminente conclusione della grande tragedia, la domanda-programma del documento pastorale diramato l'11 febbraio 1945 con il titolo "C'è un Vangelo sociale?". Per il vescovo, che interpreta il messaggio e lo cala nell'epocalità, la domanda comporta l'esito della speranza; dell'apertura dell'uomo a far valere, a realizzare i valori contenuti nella speranza. Oltre le distruzioni e la guerra, il vescovo guarda al traguardo della pace, del lavoro, della ricostruzione, con l'esortazione a non limitare la ricostruzione ai soli beni materiali né alle sole strutture politiche, partendo dall'ordinamento morale e sociale che deve promuovere la famiglia, nel cui ambito si situa la persona. Secondo i canoni della dottrina, il vescovo si intrattiene sui diritti della famiglia e della proprietà, sui problemi del lavoro e dell'imprenditorìa, sull'equità del salario e del profitto, e pone al centro di tutto il processo "l'uomo, con il suo fine da raggiungere". La tematica "dell'uomo" verrà sviluppata l'anno successivo con il titolo "Per una ricostruzione morale", che si perfezionerà nella "pastorale" del 1947, di intensa ispirazione cristologica, "Mysterium fidei. Il grande dono", preparatoria del congresso eucaristico diocesano, che si celebrerà con solennità a Biella dall'11 al 18 maggio 1947.
Il ritorno alla riflessione sociale e politica segnerà il messaggio quaresimale del 1948, che, pur con riferimento alle circostanze politiche, esorterà all'impegno concreto per l'affermazione dei valori cristiani, non senza una riflessione penitenziale per le molte disattenzioni dei credenti, commesse nella quotidianità della vita sociale10.
Alla dimensione sociale volgeva cura costante don Antonio Ferraris, esortando all'assunzione delle responsabilità della vita pubblica e della politica. La sintesi del suo discorso può rilevarsi da un articolo - "Gioventù e politica" - scritto anni dopo per scuotere i giovani dall'attendismo e dal torpore: "Voglio rivolgermi ai giovani e alle giovani che militano nell'Azione cattolica e dico loro: smettetela dal guardare dalla finestra. Entrate per la porta, iscrivetevi ai partiti, leggete i giornali politici (quotidiani e... bisettimanali): fate della politica! Per tutti noi la politica è una trincea di prima linea ed è con questo strumento che potremo realizzare per la nostra Nazione quei grandi concetti evangelici cui, nella vita interiore, ci ha addestrati la severa scuola delle Associazioni"11. Un vero e proprio: "Muovetevi!" rivolto ai cattolici biellesi del secondo dopoguerra, in molti trattenuti nella pratica personale dei valori cristiani nell'ambito della famiglia, e, al più, delle attività associative.
Tuttavia, tanto la testimonianza che l'azione erano fecondate dal teso dibattito culturale intorno al progetto di società cristiana, che al momento dava corpo, con coerenze integralistiche, a un modello operativo idoneo, più che alla cooperazione tra soggetti diversi, alla concorrenza esclusiva per affermare il primato dell'identità cattolica, per quanto nella pratica del metodo democratico e della tolleranza reciproca. Come già nella tradizione delle manifestazioni di massa - doviziose d'emblemi, stendardi, parole d'ordine, sfilate, discorsi - il linguaggio dell'autorappresentazione costituiva, verso la circostante società, il culmine comunicativo delle parole d'ordine e dei programmi dell'identità cattolica nella società locale. Né ci si dimenticava di inserire, anche nei momenti cultuali, il messaggio civile per qualificare e mantenere il rapporto diretto tra organizzazione e popolazione, con il linguaggio partecipante della comune esperienza vissuta.
Nel maggio 1945, dalla folla dei settantamila fedeli saliti a Oropa a celebrare il ringraziamento per la guerra finita, si elevava la parola semplice e forte del partigiano cristiano Fedele Florio "Clem", a esprimere con immagine diretta e forza emotiva la rivendicazione cattolica alla partecipazione, anche armata, alla Resistenza biellese, che non era monopolio né di Francesco Moranino "Gemisto", né dei comunisti, nonostante essi, come combattenti, ne avessero pagato il maggior prezzo e sopportato il maggior peso12.
Altra nutrita manifestazione di massa si celebrava sul finire del primo anno elettorale della Repubblica, nel novembre del 1946, con la partecipazione dei costituenti eletti con il concorso dei biellesi, Giulio Pastore e Giuseppe Pella. Non indulgente alla retorica, don Ferraris lascerà una cronaca entusiastica della manifestazione, che aveva riunito a Biella migliaia di cattolici a testimoniare la loro presenza e a partecipare a una prima, pubblica riflessione attorno ai temi della carta fondativa del nuovo Stato13.

Il magistero del vescovo Carlo Rossi

Nel dialogo sempre più intenso tra la cultura cattolica e la società biellese, interveniva puntualmente il vescovo Carlo Rossi14 con le lettere pastorali, gli scritti, gli incontri con clero e popolo. Il disegno che egli proponeva mirava a ricostruire la coscienza cristiana, passando attraverso la lettura critica dei mali sociali e morali del tempo ("Per una ricostruzione morale", Quaresima 1946), situando la vita e l'esperienza del credente nella storia e nella visione della redenzione ("Mysterium fidei", 1947).
L'impegno dei credenti consiste - insegnava il vescovo - nell'essere attivamente cristiani, anche nella battaglia politica per l'affermazione e la difesa degli ideali cristiani ("I cinque tradimenti dei cristiani", lettera pastorale, Quaresima 1948). Monsignor Rossi affidava gli interventi diretti nell'attualità politica alle colonne della "Rivista Diocesana" e de "Il Biellese". Alla vigilia delle elezioni per la Costituente, Rossi interveniva con uno scritto15 molto circostanziato che, partendo dai principi, affermava il ruolo della Chiesa e della religione per "la realizzazione del Regno di Dio nel mondo", precisando che la "Chiesa non sposa la causa di nessun partito, ma ha la sua causa". Di conseguenza, per l'attualità, si chiedeva: "Potremmo noi restare indifferenti, se domani la legislazione della Costituente menomasse i diritti della Chiesa, ostacolasse la vita religiosa del nostro popolo, insidiasse alla costituzione morale e alla saldezza della famiglia, impedisse l'orientamento cristiano della scuola, sancisse disposizioni oltraggiose alla coscienza cattolica della Nazione, permettesse istituzioni o iniziative dissolvitrici dell'ordine morale?". E, ponendo la questione del "dovere del voto", Rossi rispondeva alla domanda: "A chi dare il voto?", affermando: "È chiaro: a quei gruppi e movimenti politici che, nel loro programma, nei loro esponenti, nello spirito che li anima, nella tradizione dei loro pronunciamenti possono veramente offrire una sicura garanzia", compendiando, infine, i punti programmatici che giustificavano la scelta dei cattolici secondo le conclusioni della recente XIX settimana sociale di Firenze dedicata alla Costituzione, riguardanti la materia religiosa, i rapporti tra Chiesa e Stato, la dignità della persona umana e i suoi diritti, la libertà di insegnamento, la giustizia sociale, la condanna della guerra, l'ordine internazionale.

"Il Biellese", settimanale cattolico

Specchio e strumento del pensiero e delle iniziative dei cattolici biellesi, il giornale cattolico ufficiale "Il Biellese", in quegli anni a edizione settimanale, aveva riscoperto l'antico ruolo di propugnatore di un discorso sociale solidarista e organicista in una zona dominata da due forti correnti a elevato grado di laicismo, la liberale e la socialista, entrambe legate a una visione conflittuale della società. Un ruolo ripreso dalla direzione di Alessandro Cantono, autorevole studioso di sociologia e di economia, storico esponente del movimento cattolico subalpino. Don Luigi Sturzo gli avrebbe scritto: "Ho appreso con piacere che stai alla dirigenza del 'Biellese' e che continui da quelle colonne la tua opera al servizio dell'Italia cristiano-sociale. Ricordo giorni e lotte già passate"16.
Con l'assumere la direzione del giornale, Cantono aveva dichiarato: "Vogliamo agitare insieme la face dei principi cristiani [...]. Insieme alla ricostruzione materiale occorre risvegliare, rieducare, rifare la coscienza morale, richiamare gli uomini alla luce e all'altezza dei principi cristiani [...]. Il nostro compito è questo: cooperare a questo immenso, ingente lavoro"17. Al "rieducare" Cantono dedicava in ogni numero del giornale una "nota" che spiegava, dalla visuale della scuola sociale cristiana, i problemi dell'attualità, affrontandoli nel particolare delle istituzioni pubbliche, dell'economia, del sindacato. Si trattava di un discorso più ampio del terreno della politica: anzi, in quegli anni, dopo l'entusiastico appoggio del maggio 1945 alla Dc, vi era stata una certa presa di distanza dallo scudo crociato, cui, come si è detto, la Dc aveva risposto, pubblicando dal 25 settembre 1945 al 31 dicembre 1946, un proprio settimanale denominato "Vita Biellese"18.
I temi, le discussioni, le vicende che prepararono l'Assemblea costituente e la formazione della Carta costituzionale furono quasi sempre presentati dal giornale in una specie di trittico composto dalla cronaca, dal commento, dalle collegate iniziative locali. Era ricorrente, ad esempio, la doglianza che la campagna elettorale per il 2 giugno si occupasse troppo della controversia istituzionale, mettendo in secondo piano la maggiore importanza delle elezioni per l'Assemblea costituente: tematica ripresa dal vescovo nell'articolo "Una parola ai diocesani"19, che poneva in second'ordine la permanenza della monarchia o l'instaurazione della repubblica, affermando la priorità di "una buona Costituzione", e richiamava con fermezza il credente all'obbligo gravissimo e alla responsabilità di coscienza di riflettere bene a quale partito assegnare il voto, "cioè a quali programmi e a quali persone". Quanto allo scudo crociato, il giornale aveva già dichiarato che, nello schieramento dei partiti: "La Democrazia cristiana, che costituisce un forte gruppo di centro, con tendenza a sinistra, continua nella sua ponderata posizione di considerare il problema istituzionale solo in rapporto al problema costituzionale"20. Come si può constatare, le posizioni coincidevano.
Lungo l'arco del 1947, con il ripristino della periodicità bisettimanale, il giornale darà altro spazio all'informazione politica, arricchita dalla collaborazione da Roma di Carlo Trabucco, con le settimanali "Lettere dalla Capitale"21. Fin dalle prime battute della discussione in aula del testo proposto dalla Commissione dei settantacinque, "Il Biellese" presentava e discuteva le parti di più scottante interesse per il mondo cattolico, nella convinzione che "purché sia consapevole e viva - così scriveva Cantono - l'opinione pubblica può esercitare una benefica influenza" sui costituenti e sul dibattito22. Senza mezzi termini veniva bollato il voto che mutilava del termine "indissolubile" il primo comma dell'art. 29, proposto dai Settantacinque nella formulazione: "La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio indissolubile"23, mentre si esprimeva soddisfazione per il voto che accoglieva le tesi cattoliche in materia di istruzione, sotto il titolo: "La libertà di insegnamento approvata dalla Costituente"24. Il 23 dicembre il giornale annunziava la conclusione del dibattito e l'approvazione del testo: "La Carta fondamentale della Repubblica Italiana acclamata nella storica seduta di ieri a Montecitorio"25.

Le attività dell'Azione cattolica

Nel 1945 si poteva affermare che l'Azione cattolica era la primaria, vera organizzazione dei cattolici biellesi. Imperniata sulle parrocchie, con quadri e iscritti consolidati, l'Ac disponeva in diocesi di persone di prestigio e di generosa dedizione. A Biella, nella Casa del popolo di via Marconi 15, avevano sede i gruppi di settore, il cineteatro, la tipografia e libreria Unione biellese, la redazione del giornale, la Pontificia commissione di assistenza, il nucleo promotore delle Acli.
Il clima di libertà, i nuovi problemi sociali e politici, le difficoltà della ripresa economica avevano aperto orizzonti nuovi all'impegno dei laici, chiamati ad essere presenti con la propria identità nelle fabbriche, nelle amministrazioni locali, nella politica. Buona parte di coloro che si impegnavano nel sindacato e nella politica aveva alle spalle la militanza nell'Azione cattolica e un omogeneo bagaglio culturale maturato anche nelle iniziative, negli incontri, nelle feste che scandivano la vita dell'organizzazione in un territorio, il Biellese, a elevata densità di popolazione, in cui l'unica struttura unificante era costituita dalla diocesi26.
Dell'organizzazione, alcune branche più attive si erano mosse subito, fin dai giorni della Liberazione. Era stato il caso della Gioventù femminile, la cui direzione diocesana il 1 maggio del 1945 aveva diramato a tutte le associazioni una circolare dal titolo "Il nostro atteggiamento e il nostro dovere nel tempo presente", in cui, partendo dalla constatazione che "nuovi fatti politici e spirituali sono andati maturando e si impongono alle nostre coscienze", si passava ad asserire: "Ogni giovane donna che sente l'apostolato deve preoccuparsi, per quanto le è possibile, delle sorti della propria patria e perciò della politica, perché alla politica sono legati moltissimi fatti che riguardano le sorti del Regno di Dio. Oggi poi pare che la donna sia chiamata a una parte di importanza e di responsabilità nella vita politica con il 'voto'. Perciò le nostre giovani siano entusiaste iscritte alla Democrazia cristiana, ossia il partito che pur non essendo fatto tutto di cattolici, pure ha come programma i principi sociali del Vangelo e dei Papi. Dove non ci sono altre persone che nel proprio paese provvedano alla propaganda della Democrazia cristiana le nostre giovani siano esse le propagandiste di queste idee"27.
In luglio Alessandro Cantono già coglieva i segni del nuovo corso, nel breve articolo "Rinascita"28. In agosto i Laureati cattolici avevano svolto un ciclo di conversazioni aperte al pubblico, cui era seguita la preparazione alla settimana sociale dei cattolici, convocata a Firenze in ottobre sul tema "Democrazia e Costituente"29. Nel frattempo i biellesi avevano partecipato al XI convegno annuale dei Laureati dell'Università cattolica del Sacro cuore, celebrato ad Oropa in settembre, relatore ufficiale Amintore Fanfani 30. Nello stesso torno di tempo era stata ricostituita l'associazione "Nicolò Tommaseo" tra gli insegnanti cattolici; le Acli avevano iniziato l'attività di formazione e di patronato31.
Finalmente, a novembre, l'organizzazione celebrava a Biella la Giornata sociale dell'Azione cattolica, radunando le rappresentanze delle oltre cento parrocchie e dei settori specializzati, per trattare tematiche associative e aspetti di vita locale alla luce delle conclusioni della recente settimana sociale di Firenze32.
L'anno successivo, il 1946, vide la riorganizzazione dell'Ac sui nuovi traguardi dell'apostolato e della politica, con un diffuso rilancio di attività. Particolare attenzione venne dedicata all'elettorato femminile, che, il 2 giugno, ebbe il "battesimo del voto politico" - dopo l'esperimento di quello amministrativo - con una forte candidatura di riferimento per la Costituente in Lidia Lanza33. L'organizzazione cattolica biellese attinse nuova forza con l'entrata in vigore delle innovazioni statutarie del 1946 che "affidavano all'Ac un compito centrale di coordinamento di tutta una rete di nuovi organismi specializzati sorti nell'immediato dopoguerra, dalle unioni professionali alle Acli, dal Cif ai centri per lo spettacolo e il cinema, dalle ricostituite associazioni scoutistiche alle 'opere' promosse negli ambienti dai rami giovanili: la Gioventù studentesca e la Gioventù operaia"34.
I nuovi statuti aggiornavano finalità e strutture dell'organizzazione in rapporto alla mutata realtà italiana. Si passava da una organizzazione "tutelata dagli attacchi del regime" - che le modifiche statutarie del 1939-1940 avevano rafforzato - ad un organismo aperto alla politica "nel pieno appoggio della Chiesa e dell'Ac a De Gasperi e alla Dc dal 1945 in poi", di cui le elezioni del 1946 e del 1948 sono riscontro35. Alla fine di gennaio il vescovo rendeva note le innovazioni e i nomi dei dirigenti36. Il rinnovamento organizzativo e l'elaborazione dei nuovi e più gravosi impegni nella società con presenze dirette e collaterali - con le Acli, la Csc, la Poa (Pontificia opera di assistenza) - furono accompagnati, nel biennio 1946-1947, da corsi di formazione per consolidare i connotati morali dell'associazione, che don Ferraris definiva innanzitutto "grande movimento di anime" soggiungendo: "Per essa [l'Ac], il laico viene a sentirsi, in mezzo alla società umana, responsabile delle sorti del Regno di Dio" sicché "prima del fatto 'organizzazione' presuppone il 'fatto' formazione. Presuppone, essenzialmente, una profonda opera educatrice", che vede affiancati preti e laici, con la consapevolezza però che "affermata l'intima relazione, per necessità di formazione, con l'opera sacerdotale, compresa la necessità relativa che ha qualsiasi buon prete di produrre nell'Azione cattolica, affermiamo che per sua stessa intima esigenza [l'Ac] vuole essere diretta dai laici con piena responsabilità [...] onde i cristiani siano preparati non soltanto a una lotta elettorale o sindacale, episodi sporadici seppur importanti nel grande dramma delle coscienze, ma a qualsiasi urto"37.
La linea di don Ferraris non confondeva il momento formativo con quello organizzativo; anzi, proprio con la distinzione tra i due momenti egli andava oltre l'interpretazione formalistica degli statuti, andava nel senso del rafforzamento, per non dire del primato, della responsabilità diretta dei laici e dell'autogoverno nelle materie loro pertinenti38.
Ufficialmente a latere dell'Ac, ma nella sostanza suo braccio secolare nelle campagne elettorali, siglata da una generica dichiarazione programmatica - "per formare una coscienza democratica negli Italiani" - era nata e si diffondeva nel febbraio del 1948, in vista dello scontro frontale con i socialcomunisti, l'organizzazione dei Comitati civici. Si trattava di una struttura elementare, caratterizzata dall'informalità, diretta da presidenti diocesani, con incaricati in ogni parrocchia.
I "civici" organizzavano dibattiti elettorali, mettevano a punto con la Dc la rete dei rappresentanti di lista e dei responsabili di seggio, ma, soprattutto, sviluppavano un'attivissima propaganda contro l'astensionismo elettorale, puntando alla mobilitazione generale dei cattolici italiani per far da diga al comunismo, organizzavano imponenti manifestazioni di massa con l'intervento di autorevoli ed efficaci oratori, tra i quali primeggiava il gesuita padre Riccardo Lombardi, il cosiddetto "microfono di Dio", che faceva irruente comparsa anche a Biella nell'aprile del '4839.
Alle organizzazioni di nuovo impianto occorre infine aggiungere la Coltivatori diretti, presente nel Biellese come sezione della Federazione provincia di Vercelli diretta da Renzo Franzo. Organizzata da Giuseppe Tacchella, e presieduta da Giovanni Gremmo, la sezione di Biella, che raccoglieva l'adesione della maggioranza degli agricoltori della collina e della pianura, e buona parte degli allevatori dell'arco prealpino, si presentò all'opinione pubblica fin dai primi mesi del 1946 con il primo congresso biellese, presieduto dal fondatore della Confederazione, Paolo Bonomi.

Nell'organizzazione sindacale

Le due organizzazioni operanti nel campo del lavoro, molto attive e dotate di dirigenti e propagandisti di buona preparazione e di condivisa autorevolezza, la Csc (Corrente sindacale cristiana, detta - nelle elezioni della Camera del lavoro - "democratico-cristiana") direttamente impegnata nell'attività sindacale e le Acli40, improntate alla formazione e al patronato, contavano sulla quarantennale tradizione del sindacalismo bianco, cui aveva dato avvio la propaganda dei primi democratici cristiani, i "preti murriani" Alessandro Cantono e Delfino Guelpa41.
Le Leghe bianche biellesi si erano unite nel Sit (Sindacato italiano tessile), organizzato fin dal 1910 nella zona. Il Sit era stato fondato dai milanesi Luigi Colombo e Achille Grandi, che spesso si recavano nel Biellese per manifestazioni e convegni, insieme ad altre personalità del sindacalismo lombardo, tra cui Stefano Cavazzoni e Guido Miglioli. Uno stretto collaboratore di quest'ultimo, Angelo Banderali (poi deputato popolare di Genova), era venuto nel 1910 a Biella come organizzatore e vertenzialista del Sit e propagandista delle Unioni cattoliche. In quell'incarico gli era subentrato Ulisse Carbone, nel 1918, fondatore con Grandi della Cil (Confederazione italiana dei lavoratori) e, successivamente, "triumviro" dell'organizzazione con Gronchi e Valente fino al congresso del '21. Trasferitosi a Roma Ulisse Carbone, aveva assunto la direzione delle Leghe bianche biellesi un operaio tessile di Mosso Santa Maria, Renato Botto, che diventerà segretario del Partito popolare nel 1924 e poi della Democrazia cristiana nel 1945, e succederà, infine, negli anni cinquanta, ad Alessandro Cantono nella direzione de "Il Biellese".
Pur su posizioni minoritarie, ma con un disinvolto grado di combattività, le Leghe bianche avevano raggiunto la massima espansione fra il 1919 e il 1921.
Su quella base storica e avvalendosi dei vecchi quadri della Cil, insieme alla maturazione delle giovani leve avvenuta nell'Azione cattolica, si formò la presenza democratico-cristiana nella nuova Cgil. In ambito associativo cattolico e in ambito democratico-cristiano, Leonardo Forgnone ed Ettore Bonardo portarono gli indirizzi della nuova esperienza nel sindacato unitario, le cui linee avevano avuto modo di ricavare da recenti riunioni della Confederazione e della Federazione tessile a Milano.
Sui problemi economici non emergevano sostanziali differenze fra le componenti comunista, socialista, democratico-cristiana della Camera del lavoro biellese. Il conflitto e le contraddizioni di un'intesa partitica, sulla quale si era fondato il Patto di Roma e su cui si reggeva la Cgil, non si manifestavano ancora in periferia, con il rilievo dei fatti politici, come sarebbe avvenuto con i profondi cambiamenti di scena nella politica nazionale nel biennio successivo. Né si manifestavano fratture sul terreno locale, dal momento che una maggioranza di sinistra governava il Comune di Biella, la cui amministrazione era il maggior referente politico del sindacato in materia di servizi pubblici, approvvigionamenti, carovita. Del resto, il congresso dei Cln biellesi, svoltosi a Biella il 21 ottobre 1945, aveva ribadito una visione sostanzialmente "ricostruttiva" e collaborativa delle forze democratiche in materia di ripresa economica e di lavoro, sottoscritta da tutte le componenti politiche e condivisa da quelle sindacali, che, nell'auspicata istituzione dei "consigli interni di gestione" nelle fabbriche, vedevano una soluzione meno radicale e più accettabile della pura e semplice assunzione della responsabilità di gestione delle aziende da parte dei Cln di fabbrica, così come Elvo Tempia l'aveva prospettata42.

La Corrente sindacale cristiana (Csc)

La Corrente sindacale cristiana, già attiva nella clandestinità, se è vero che condivideva a Biella come altrove il destino partitico che stava alla base del Patto di Roma e della Cgil, è egualmente vero che risultava più vicina all'orientamento della sociologia cattolica che ai dettami contingenti del Partito democratico-cristiano. La Csc si alimentava da tre filoni: l'Azione cattolica, il Partito democristiano, le Acli. Generalizzando, si può dire che dall'Azione cattolica veniva l'appoggio di buona parte degli iscritti, dalla Dc si mutuavano uomini e donne pronti a impegnarsi nei quadri sindacali, dalle Acli giungeva l'adesione di esponenti che non svolgevano attività nel partito politico e che erano contrari alla composizione politica del sindacato.
Nella trasformazione del sindacalismo a ispirazione cattolica, le Acli avrebbero svolto tra il 1945 e il 1950 un ruolo decisivo. Come è noto, le Acli erano state promosse da Achille Grandi - con la convergenza di Ac, Csc, Dc, nel periodo d'organizzazione del "sindacato politico" nella Cgil - al fine di mantenere l'identità cristiana dei lavoratori cattolici, stante la scelta dell'unità sindacale. La Corrente sindacale cristiana aveva fatto allegare agli atti del Patto di Roma una comunicazione che ratificava di fatto il riconoscimento delle Acli, col dichiarare: "L'esistenza del sindacato unitario non esclude che i lavoratori si organizzino in associazioni libere e private, per scopi educativi, politici, assistenziali e ricreativi"43.

Le Acli

Nel 1945 l'aclismo si trovava ancora in fase embrionale: in tutt'Italia si contavano appena duecentocinquanta circoli locali. Aveva invece sviluppo accelerato il Patronato, diretto da Giulio Pastore.
Anche nel Biellese l'attività aclista si svolgeva, nei primi mesi del dopoguerra, in tono minore, con riunioni al centro di prevalente carattere organizzativo. Con le crescenti tensioni nel sindacato unitario - che esigevano il rafforzamento in direzione dell'Ac della componente democratico-cristiana - e con il lancio del Patronato, articolato in recapiti locali, le Acli trovavano nel 1946 un immediato raccordo con i lavoratori biellesi.
Il primo convegno aclista, promosso dai circoli della Valsessera (che erano particolarmente forti e in parte facevano capo alla diocesi di Vercelli) ebbe luogo al Santuario della Madonna della Fontana ad Azoglio, nei pressi di Crevacuore, la prima domenica di luglio del 1946. Vi si adunarono gli iscritti delle zone di Biella, Gattinara, Vercelli, Trino, della bassa Valsesia, per discutere con i costituenti Giulio Pastore, Giuseppe Pella, Oscar Luigi Scalfaro, e predisporre un piano di azione in vista di una più impegnativa presenza tra i lavoratori44.
Seguiva, nell'autunno del 1946, il primo congresso delle Acli biellesi, in cui si trattò dell'assunzione della direzione della Csc. Il congresso del settembre del 1948 avrebbe appoggiato la formazione della "libera Cgil"45. Fra un congresso e l'altro gli aclisti organizzarono periodici convegni di categoria per esaminare e discutere la condotta sindacale della Cgil e della corrente cristiana. In particolare, nel gennaio del 1947 ebbe luogo a Biella il convegno piemontese dei tessili iscritti alle Acli, presieduto da Luigi Morelli, con relatore Leonardo Forgnone. Il convegno si concluse con un ordine del giorno che riassumeva le preoccupazioni della Csc anche all'interno della Fiot, la Federazione dei lavoratori tessili in cui la componente cattolica esercitava un peso rilevante. Sui rapporti fra le tre componenti del sindacato, sempre più tesi e compromessi dalla polemica politica e dalla pressione comunista, il documento finale dichiarava: "L'unità sindacale deve essere mantenuta e consolidata [...] col rispetto però dei diritti e delle libertà di ogni corrente".

La crisi dell'unità sindacale

Il difficile equilibrio unitario su cui si reggeva la Cgil, sistematicamente alterato dall'alleanza socialcomunista nell'ignorare il principio della pariteticità del Patto di Roma, alimentava il crescente dissenso all'interno della Cgil e delle camere del lavoro nel 1947, anno politicamente cruciale, segnato dalla scissione socialista, dall'esclusione dei socialcomunisti dal governo, dal processo fusionista tra comunisti e socialisti secondo orientamenti cominformisti. Il nuovo periodo economico, di passaggio dall'emergenza alla ricostruzione, rimetteva in discussione anche gli indirizzi generali del sindacato.
Ma anche nel Biellese, oltre a quelle politiche, emergevano ragioni di dissenso e di contrasti tra la Csc e i socialcomunisti in materia di politica economica e sindacale. Fra il 1945 e il 1946 il quadro dell'occupazione biellese era sensibilmente migliorato. Il Comitato biellese dei disoccupati dichiarava che a fine marzo 1946 restavano disoccupati quattrocentonovantaquattro reduci ed ex partigiani46, un numero assai basso se si considera che gli occupati nell'industria e nel terziario si aggiravano sulle settantamila unità. La corsa tra prezzi e salari era il lato debole della ripresa economica, cui si tendeva, anche da parte della Dc, a dare una risposta in termini di incremento della produttività.
All'interno della Camera del lavoro, nell'agosto del 1946, si inasprirono le discussioni tra la Csc e le altre due componenti intorno alla questione delle quaranta ore di lavoro settimanali, che i comunisti si ostinavano a dichiarare intoccabili, mentre molti lavoratori, constatando l'afflusso crescente di ordini alle aziende, chiedevano di poterne lavorare quarantotto, per conseguire immediati benefici salariali a rimedio dell'incalzante carovita.
Francesco Colombo, dalle colonne di "Vita Biellese", prendeva posizione a favore della deroga temporanea alle quaranta ore, da concedersi di volta in volta nelle aziende che girassero a pieno regime e ad organici completi, in ciò condiviso da qualche socialista. Il giornale democratico-cristiano, commentando le polemiche, in altra parte affermava che le contrapposizioni tra le correnti sindacali assumevano ormai inevitabilmente carattere politico47.
Frattanto, il 23 giugno 1946, aveva avuto luogo il primo congresso della Camera del lavoro biellese, aperto da una breve introduzione di Francesco Colombo, con relazioni del socialista Franco Novaretti su contrattazione e vertenze, dei comunisti Ercole Ozino, sulle commissioni interne, e Carlo Ravetto sulle questioni organizzative, mentre il democratico-cristiano Ettore Bonardo aveva trattato la proposta di statuto. Il congresso si era concluso con un documento che, tra l'altro, esprimeva voti "affinché i partiti politici, pur non disinteressandosi ai problemi inerenti al campo sindacale, non abbiano ad ingerirsi nella vita e nell'attività del sindacato, evitando così quell'accusa di settarismo che priva il sindacato dell'appoggio totale dei lavoratori, [affinché abbiano a] distogliere la minaccia che potrebbe incombere sull'unità sindacale"48.
Ciononostante la tensione tra cattolici e marxisti, e all'interno degli stessi ambienti cattolici, si appesantiva ogni giorno di più. In vista del primo congresso nazionale delle Acli, "Politica sociale", il settimanale diretto da Achille Grandi, che era di sentimenti profondamente unitari, aveva scritto, anche in previsione del congresso nazionale della Cgil, che l'unità era possibile alla sola condizione che fosse "consapevole dei fini da raggiungere", e che era necessario "portare la Confederazione fuori dei partiti e soprattutto dalle loro necessità tattiche". Lo scritto veniva ripreso da "Vita Biellese", nell'edizione del 10 settembre 1946, e ampliato nelle tematiche di fondo con il titolo "Liberare la Cgil".
Una settimana dopo, "Vita Biellese" accusava in un editoriale il Pci di svolgere la politica del doppio binario rispetto al governo di cui faceva parte, e sulle questioni locali pubblicava un duro documento di protesta indirizzato dalla Dc biellese alla Camera del lavoro per denunciare "la situazione anormale creatasi progressivamente da qualche tempo in seno agli organi direttivi della Camera del lavoro di Biella per lo spirito di preponderanza e di invadenza manifestato e praticato da una delle organizzazioni che vi fanno capo" e per dichiarare di "riservare a sé, nel caso continuino a ripetersi simili fatti di invadenza e di prepotenza, la più ampia libertà di azione". La protesta era stata presentata agli organi camerali da Luigi Marelli, rappresentante della Csc, con Francesco Colombo, nell'esecutivo della Camera del lavoro49. Il Comitato esecutivo camerale, lamentando il tono eccessivamente duro del documento, ne aveva preso atto e, pur spostando il tiro dagli organi direttivi ad altre sedi (una recente manifestazione di piazza), aveva "unanime stigmatizza[to] l'operato e l'atteggiamento degli elementi irresponsabili che hanno cercato di perturbare l'ordine della manifestazione di protesta contro il rincaro della vita"50.
Come si può constatare, all'inizio del 1947 ormai esistevano nel Biellese tutti gli ingredienti della crisi dell'unità sindacale, quell'unità concepita dall'accordo politico e dai partiti del Patto di Roma. In particolare, la situazione economica biellese, con le sue singolarità, consentiva di rilevare "al vivo" la congruità dell'ordine del giorno Rapelli, Morelli, Pastore, presentato nel luglio del '46 al Comitato direttivo della Cgil (e respinto dalla maggioranza socialcomunista). Ordine del giorno che precisava la posizione della Csc per il "ristabilimento di un'economia sana e produttiva" per "un miglioramento non effimero delle condizioni di vita dei lavoratori" interessati all' "aumento reale della capacità di acquisto dei salari", sulla cui base si chiedeva alla Cgil di procedere "con metodo gradualistico e con una visione realistica sia dell'effettiva situazione economica dei singoli settori e dell'intero organismo produttivo del paese, sia delle possibilità finanziarie del bilancio dello stato"51.
In qualche modo, nella sperimentazione "in vitro" dell'economia biellese si maturavano anticipazioni di politica sindacale rispetto al quadro nazionale.
Lungo il 1947 i rapporti all'interno della Cgil e della Camera del lavoro si rivelavano sempre più critici. Perciò le Acli intensificavano gli incontri e gli scambi di idee, con la dichiarata intenzione di rivendicare la libertà di azione di coloro che "sentendo apolitico il sindacato hanno scelto come organo di unione le Acli". La forza organizzativa dell'associazione cresceva di mese in mese: a fine aprile 1947 si contavano nel Biellese una trentina di circoli, ciascuno con più di cento iscritti, e al congresso del 19 ottobre 1947, in cui relazionavano il presidente provvisorio Mario Viglieno, il presidente della Lega tessile Ettore Bonardo, il segretario della Camera del lavoro Francesco Colombo, il segretario della Dc biellese Renato Botto, si poteva dichiarare all'opinione pubblica e ai lavoratori che "la corrente cristiana riprende[va] la sua azione compatta e decisa inquadrata nelle Acli"52.
Qualche settimana dopo, si consolidavano quei vincoli con la "Giornata operaia cristiana", celebrata nella sede del partito per iniziativa congiunta di Ac, Dc, Acli, e del Segretariato diocesano di attività sociale53. Lo scontro a sinistra si intensificava sul finire dell'anno, allorché i sindacalisti della Csc contestavano, sia nell'ambito camerale sia pubblicamente, il tentativo delle sinistre di realizzare un maggiore controllo politico dell'azione sindacale con la proposta di costituire un organismo denominato "Fronte del lavoro". Nel frattempo si procedeva all'elezione dei delegati al primo (e ultimo) congresso nazionale unitario della Cgil: nella Camera del lavoro di Biella il voto di 45.832 lavoratori per eleggere 15 delegati ne attribuiva 2 ai democristiani (5.673 voti, 12,3 per cento)54; 1 ai socialdemocratici (4.447 voti, 9,7 per cento); 9 ai comunisti (26.345 voti, 57,4 per cento); 3 ai socialisti (9.937 voti, 20,3 per cento).

La nascita dei "sindacati liberi"

Il 1948, prima con la grande affermazione della Dc al 18 aprile e poi con l'attentato a Togliatti e con la scissione sindacale, chiudeva il tempo dell'incertezza. Sullo sfondo di mutati scenari internazionali, della divisione del mondo tra la libertà e l'oppressione e dello scioglimento della Federazione sindacale mondiale, il blocco politico tra le forze cattoliche e quelle laiche si consolidava nel centrismo, mentre quello sociale dei ceti medi e del mondo cattolico, cui si riferivano consistenti fasce del lavoro autonomo e dipendente, trovava il punto di riferimento e di equilibrio nella politica economica della ricostruzione, ormai avviata al conseguimento del pieno impiego e al traguardo del "miracolo economico".
L'attentato a Palmiro Togliatti del 16 luglio 1948 aveva determinato in tutta Italia una situazione prerivoluzionaria. La maggioranza della Cgil aveva proclamato lo sciopero generale senza indicarne la durata. Giulio Pastore, segretario confederale per la Corrente sindacale cristiana (succeduto nel marzo del '47 a Giuseppe Rapelli), aveva richiesto, inutilmente, la tassativa sospensione dello sciopero.
Vicende convulse, in cui spesso la piazza aveva preso la mano con i blocchi stradali e ferroviari, l'occupazione delle fabbriche e degli edifici pubblici, l'assalto ad alcune sedi dei partiti governativi, aggravarono le fratture nel movimento sindacale. Il 22 luglio il Consiglio nazionale delle Acli dichiarava di prendere atto che l'unità sindacale era "stata ormai definitivamente compromessa dalle correnti di maggioranza" e invitava gli undici membri della Csc del Comitato direttivo confederale della Cgil ad assumere la responsabilità di direzione indipendente della corrente stessa e di pervenire a decisioni confacenti alla salvaguardia dell'autonomia del sindacalismo cristiano. Il 26 luglio gli undici venivano sospesi da ogni carica e funzione sindacale per provvedimento dell'Esecutivo confederale, ratificato il 5 agosto dal Comitato direttivo, anche con il voto favorevole dei socialdemocratici e dei repubblicani55.
In periferia il giudizio sui fatti di luglio riecheggiava, spesso con toni più aspri, le valutazioni del gruppo centrale. Con immediatezza, Carlo Donat-Cattin aveva scritto nel "Popolo Nuovo" del 17 luglio: "Noi abbiamo assistito alla fase iniziale di una mobilitazione compiuta all'ombra della bandiera di una premeditata insurrezione rivoluzionaria", ed aveva aggiunto: "Il sindacato ha dato prova di non essere più sindacato; è diventato uno strumento nelle mani di capi politici e di comandi militari"56. Tre giorni dopo, dalle colonne de "Il Biellese", Alessandro Cantono aggiungeva: "La Confederazione non è più estranea alle influenze politiche; in certi momenti e in certi casi si direbbe che è succube del comunismo"57.
Il 30 luglio "Il Biellese" dava notizia che il segretario della Camera del lavoro di Biella per la Csc, Francesco Colombo, e Luigi Marelli, membro dell'Esecutivo camerale, erano stati sospesi dalle attività sindacali. Il giornale riportava il comunicato camerale, che imputava ai due sindacalisti democristiani l'adesione al documento delle Acli in aperta contraddizione con quello del Comitato esecutivo confederale. Il giorno prima, "Vita Nuova", organo della Federazione del Pci biellese e valsesiano, aveva dichiarato che occorreva "rompere i ponti con gente che non ha più nulla a che vedere con la classe operaia"58. Anche nella Fiot lo scontro era immediato e traumatico. Il 5 agosto veniva destituito il segretario generale, Amleto Barni, che dalla sede delle Acli di Monza il 16 luglio aveva ordinato la sospensione dello sciopero. Alla richiesta di dimissioni avanzata dall'assemblea delle commissioni interne, la Csc contrapponeva l'invito a tutti i suoi aderenti a restare in carica. La pressione contro la corrente cristiana continuava con un duro ordine del giorno del Consiglio delle leghe, reso noto il 10 agosto. La Dc biellese riuniva a sua volta un'assemblea di lavoratori, e la Csc, impedita a svolgere ogni attività nella Camera del lavoro, l'11 agosto stabiliva la propria sede in viale Cesare Battisti59.
La messa a punto d'una nuova organizzazione camminava frattanto a rilento e in mezzo a molte difficoltà. Tramontato lo stretto collateralismo con la Dc, fin dalle polemiche del giugno contro il Patto di alleanza per l'unità e l'indipendenza del sindacato60, al congresso nazionale delle Acli del 15 settembre 1948, sulla tesi di Giuseppe Rapelli, che puntava alla costituzione di un sindacato cristiano, prevalse quella di Giulio Pastore per un sindacato libero ed autonomo, aperto a tutti i lavoratori non comunisti. Pastore ebbe l'appoggio della Dc, delle Acli, dell'Icas (Istituto cattolico di attività sociale), ed avviò la marcia che avrebbe portato nel 1950 alla Cisl, non senza polemiche negli stessi ambienti cattolici, che rimproveravano al "sindacato libero" i finanziamenti ricevuti dai sindacati americani per il lancio dell'organizzazione61.
Indubbiamente i fatti contingenti e la situazione politica italiana del biennio 1947-1948 avevano influito nel far precipitare nella scissione, ma non ne costituirono le cause prime. Oltre al problema centrale, per la Csc, della sua autonomia ed identità e della ridotta adesione di larghe fasce cattoliche finché restava imprigionata nella gabbia interpartitica della Cgil, sussistevano effettive divergenze di indirizzo di politica economica e di politica sindacale. Si trattava di una diversa concezione della politica economica e del sindacato, che nell'area cattolica privilegiavano la libera contrattualità rispetto agli schemi rigidi e centralistici del sindacalismo che si diceva unitario, ma che in realtà affermava la prevalenza dello schematismo ideologico della lotta di classe e del diretto legame con i partiti della sinistra.

La Democrazia cristiana

Il vasto movimento di mobilitazione degli ideali e delle organizzazioni biellesi del mondo cattolico doveva necessariamente completarsi nella società e nelle istituzioni mediante la forma storica della rappresentanza democratica: il partito politico. Le masse popolari avevano connaturato nel loro modo di pensare e di fare politica la forma-partito e la sua tradizionale forma gerarchica, introiettata nella mentalità collettiva da venti anni di diffusione del partito fascista in ogni struttura e ganglio della società62.
Nei mesi precedenti la Liberazione, i cattolici dei Cln biellesi, circondariale e comunali, si erano più volte riuniti sotto l'ala protettiva delle associazioni cattoliche nella sede di via Marconi 1563 e in molte case parrocchiali, e avevano assunto l'etichetta, in certo modo obbligata, di "democratici cristiani", in quanto nell'Italia settentrionale la composizione dei Cln era cristallizzata nei partiti: Dc, Pci, Psiup, Pli, Pda (Partito d'azione)64. Sicché al 25 aprile 1945 la Dc, con il simbolo dello scudo crociato, comparve nelle "giunte del Cln" in quasi tutti gli ottantatré comuni biellesi.
Inoltre il lavoro preliminare aveva portato, nel volgere di pochi mesi, all'adesione di oltre duemila iscritti65 e alla costituzione di settanta sezioni, la cui prima assemblea circondariale ebbe luogo domenica 11 ottobre 1945 a Biella, nell'edificio dell'antico Teatro Villani66. Le matrici dei democratici cristiani biellesi erano tre: quella "popolare", dalle radici nella Dc murriana e nel Ppi sturziano, dall'opposizione al fascismo67: il gruppo era rappresentato dall'ultimo segretario del Ppi biellese e della Cil, Renato Botto (primo segretario della Dc biellese), da Eugenio Aimone Prina, esponente del popolarismo e della Cil, da Secondo Eusebio Uberti, da Giuseppe Pella, da Serafino Chinea, ultimo segretario provinciale del Ppi della provincia di Novara, dall'industriale Bruno Blotto Baldo. Il secondo gruppo - appartenente alla "generazione del Novecento" - proveniva dalle recenti esperienze della clandestinità: tra le figure di spicco l'architetto Alessandro Trompetto "Micca", del Cln provinciale e poi membro della Deputazione provinciale di Vercelli; Leonardo Forgnone "Romolo" sindacalista, co-estensore e firmatario del "Patto della Montagna" con Francesco Colombo "Piccione", sindacalista e direttore del settimanale della Dc biellese "Vita Biellese"; Pietro Cicuta "Taurus", partigiano combattente; il tesoriere dell'Ac, Guido Martignone "Isidoro", del Cln di Biella e tesoriere delle associazioni cattoliche. Nella terza componente si configurava l'ala giovanile, vissuta e maturata nell'Azione cattolica, con figure di spicco quali Lidia Lanza, dirigente della gioventù di Ac, l'avvocato Dino Bertola, il professor Silvio Mello Grand dei Fratelli delle Scuole cristiane, Adriano Colombo, funzionario della Gioventù di Ac.
Dirigenti e iscritti del nuovo partito appartenevano quasi tutti alla classe operaia e contadina ed al ceto medio impiegatizio e delle professioni, della scuola, dell'artigianato e del commercio, con la rara eccezione di qualche imprenditore della piccola industria. Se il pensiero cattolico ne qualificava le tensioni ideali, la tradizione biellese delle autonomie locali e del lavoro contribuiva, in termini moderati, alla loro visione pragmatica dei problemi economici e sociali, sicché la loro concezione del mondo e la prospettiva delle loro attese ben si componevano nei rassicuranti schemi della scuola sociale cristiana e nella sintesi politica della Democrazia cristiana.
Alla presenza nelle giunte comunali del Cln e all'azione organizzativa delle sezioni e dei gruppi di ambiente, la Dc biellese aveva affiancato un proprio giornale, "Vita Biellese", che tra il 1945 e il 1947 aveva contribuito al suo insediamento nel Circondario. Il settimanale "Vita Biellese" era apparso in edicola il 25 settembre con la presentazione del ventaglio di idee, proposte, uomini, che avrebbero caratterizzato la Dc biellese per il restante mezzo secolo.
Nel corsivo di apertura, "Vita Biellese" (formato grande a otto colonne e quattro pagine) proponeva subito il leit motiv programmatico della "ricostruzione sociale" secondo i valori cristiani. Nel "fondo", Francesco Colombo spiegava la ragione per cui era stata affidata a lui, operaio e sindacalista68, la direzione del giornale. L'unica promessa che si può fare oggi, affermava, è: "Vi daremo del lavoro, l'unica cosa che possiamo offrire a noi stessi e che serva un poco", ed elencati i punti chiave della ricostruzione, constatava: "Solo con questo mezzo combineremo qualcosa in Italia". Al centro pagina campeggiava l'articolo portante: "Problemi dell'industria biellese. I. Il finanziamento". La firma di "Max" celava neppur tanto il nome del professor Giuseppe Pella69, che nelle successive puntate avrebbe anche trattato i problemi del lavoro e della politica economica. Di spalla, "La tesi del decentramento regionale sostenuta dalla Deputazione provinciale", in cui "Micca" (altro pseudonimo), Alessandro Trompetto, componente di quell'organismo, richiamava l'idea e la proposta regionalista, che, presentata dalla prima Democrazia cristiana (il movimento murriano di inizio Novecento) e formalizzata nella carta programmatica del Ppi, era stata fatta propria dalla nuova Dc, che poneva il fulcro delle autonomie e del decentramento nell'istituto regionale. E l'Ente regione - secondo il documento della Deputazione provinciale di Vercelli, cui il Biellese faceva capo - era la persona giuridica che avrebbe dovuto rispondere alle istanze dell'autonomia "con la creazione di nuovi Enti circondariali, rispondenti alle caratteristiche necessità locali e con ampi poteri". "Micca", che affidava a formule non tradizionali le richieste biellesi, concludeva: "Quindi, non indifferenza, ma ragionata opposizione (ma era solo una sua opinione, nda) a nuove provincie e per conto nostro anche a tutte le esistenti"70.
Completava la "pagina-programma" del primo numero di "Vita Biellese" la notizia della nomina del professor Gustavo Colonnetti a membro della Consulta nazionale, nell'intenzione di comunicare ai lettori che la Dc biellese era presente fin dal primo consesso nazionale rappresentativo dell'Italia postfascista71, una presenza che avrebbe autorevolmente consolidato alla Costituente con Giuseppe Pella. Quel primo numero di "Vita Biellese", vera e propria carta d'identità della Dc, accoglieva in seconda pagina le cronache "dalla Serra al Sesia", i corsivi e le polemiche di "sigma", Silvio Mello Grand, che, oltre la redazione, guidava lo staff degli impiegati (erano tre o quattro) del partito, e che, dopo la successione a Renato Botto nella segreteria della Dc biellese sarebbe diventato segretario particolare di Giuseppe Pella (1953-1960) e poi parlamentare in subentro all'on. Bovetti (1960-1963).
La terza pagina era costruita sullo schema classico dei quotidiani del tempo ed era dedicata alla cultura: vi collaborarono affermate firme biellesi della letteratura, dell'arte, della scuola che si riconoscevano nella generalità dei postulati democratici. Di un angolo di tutto rispetto godevano la narrativa, spesso impegnata su argomenti sociali, e la poesia: dalla lirica in lingua di Giulia Poma alla riflessione sociale in vernacolo di Leonardo Forgnone.
L'ultima pagina era riservata allo sport, alle cronache cittadina e giudiziaria, puntualissima quest'ultima riguardo ai procedimenti e alle sentenze della locale Corte di Assise a carico dei repubblichini e dei collaborazionisti72.
"Vita Biellese" riprendeva la denominazione del giornale della prima Democrazia cristiana, svolgendo - nel periodo dell'incertezza a cavallo delle elezioni del 2 giugno 1946 - pure una certa funzione (concordata?) di differenziazione dal cattolico ufficiale "Il Biellese", all'interno della stessa appartenenza culturale e politica. Il giornale democristiano usciva il martedì, giorno di uscita de "Il Biellese" quando la pubblicazione era bisettimanale, mentre "Il Biellese", allora in unico numero settimanale per il contingentamento della carta, continuava a comparire il venerdì.
A risultati elettorali e politici consolidati attorno al forte polo democratico-cristiano e, terminato il periodo di contingentamento della carta, "Il Biellese" tornava, a fine 1946, all'edizione bisettimanale in concomitanza con la cessazione di "Vita Biellese" e con la riserva di una spaziosa rubrica pro-Dc nell'edizione del martedì.
Nel periodo del passaggio dalle incertezze dell'immediato dopoguerra ai tempi più rassicuranti del successivo biennio, "Vita Biellese" permise alla Dc di connotarsi come partito autonomo rispetto all'Azione cattolica e alla gerarchia ecclesiastica, di svolgere senza condizionamenti le sue campagne propagandistiche, di lanciare l'offensiva delle polemiche, di combattere ad armi pari con i concorrenti politici. Lo stesso Alessandro Cantono, quando volle parlare da democratico-cristiano e rilevare l'identità e l'originalità della Dc, ricorse a "Vita Biellese". "La Democrazia cristiana di ieri era virtualmente la stessa Democrazia cristiana di oggi", scrisse nell'ottobre 1945, spiegando che il primo movimento "tendeva alla libertà dell'azione politica [...] che hanno i cattolici francesi, belgi, inglesi. Oggi [detta] la libertà è riconosciuta, i democratici cristiani ne godono, agiscono cioè, sul terreno politico, sotto la propria diretta responsabilità, non impegnando in nessun modo l'autorità religiosa", aggiungendo: "Né è dissimile, sostanzialmente, quanto a programma. Quello che significava ieri la Democrazia cristiana avvicinata al Cristianesimo, lo significa anche oggi. Il programma lanciato a Torino dai democristiani, il 15 maggio 1901, in nuce contiene l'essenza del programma attuale"73.
Alla presenza nell'opinione pubblica, faceva da supporto l'intensa attività organizzativa. Nell'ultimo trimestre del 1945, il partito svolse un sistematico lavoro nella vita del Biellese con frequenti riunioni dei segretari di sezione, dei membri democristiani nelle giunte cielleniste, dei giovani e delle donne74. In particolare, la Dc biellese, con la guida di Lidia Lanza, si dedicò al mondo femminile, facendone crescere le potenzialità politiche con incontri di studio e con dibattiti sull'attualità, in dialogo continuo con personalità femminili della Resistenza e del partito75, facendovi pure confluire significative esperienze di Ac e di impegno sindacale76. Lidia Lanza, candidata alla Costituente, avrebbe registrato il 2 giugno 1946 una brillante affermazione personale.
Nella vita del Biellese il partito dava dimostrazione pratica della sua vocazione popolare e solidarista, rivendicando con pubbliche manifestazioni i diritti all'assistenza e al lavoro degli ex combattenti, delle vedove e degli orfani di guerra, degli indigenti e degli sfollati. Ampia risonanza ebbe la "Giornata della solidarietà popolare", indetta dalla direzione centrale del partito per la prima settimana del novembre 1945. Il vicesegretario nazionale della Dc, Giuseppe Dossetti, ne aveva enunciato gli obbiettivi dai microfoni di Radio Roma, esortando alla raccolta di offerte, alimenti, vestiario. "Il popolo ha bisogno di giustizia e di pace, ha bisogno di pane e di libertà" - aveva dichiarato Dossetti - e "Vita Biellese", ponendo le parole di Dossetti a manifesto delle iniziative biellesi, aveva aggiunto per stimolare alla mobilitazione: "Sarebbe assurdo attendere dalle supreme assisi politiche, dalla Costituente, il cui funzionamento è necessariamente lento e complesso, la soluzione dei problemi che l'inverno prospetta e rende di immediata attualità"77.
La Dc biellese aveva rivolto appello a tutte le organizzazioni politiche e sociali del Biellese per un'azione comune78. L'adesione era stata ampia e "Vita Biellese", che proclamava: "L'affrancamento del popolo dalla servitù dal bisogno è il primo scopo della Giornata della solidarietà", ne dava notizia79. La "Giornata" si sarebbe sviluppata dal 4 all'11 novembre, con le raccolte cui avrebbero provveduto la Dc, l'Udi, il Fronte della gioventù, secondo la concordata ripartizione delle zone del Biellese. Centrale sarebbe stata la manifestazione del Cinema Impero, per la trattazione dei temi dell'emergenza, con l'intervento dell'avvocato Dino Andreis della Dc regionale80.
Intanto, tra la fine del '45 e il primo trimestre del 1946, la Dc biellese procedeva alla rilevazione dei problemi strutturali del territorio, attraverso riunioni locali e incontri con esperti di settore. Nonostante il Biellese, per la posizione geografica a ridosso delle montagne - dissuasiva delle incursioni aeree - e per il presidio degli stabilimenti industriali e delle infrastrutture stradali garantito dai partigiani81, non avesse subito distruzioni, alla fine della guerra portava nelle infrastrutture i segni di una decadenza diffusa, aggravata dall'isolamento dalle grandi vie di comunicazione del Nord Italia. Su un territorio di novecentocinquanta chilometri quadrati a elevata densità industriale non era penetrata sino allora alcuna strada statale, i due tronchi ferroviari - la Biella-Santhià e la Biella-Novara - appartenevano a società private, la viabilità intercomunale si articolava in strade "semi-provinciali" per lo più soltanto inghiaiate. Né si presentava con buone prospettive l'assetto industriale, che per qualche anno avrebbe pure beneficiato di una certa ripresa, a seguito dello sblocco dei mercati della materia prima, all'indomani del forzato stoccaggio delle lane nei paesi di origine (Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, Sudamerica) dovuto alla guerra, e che sarebbe stato sollecitato dalla ripresa della crescente domanda di vestiario, bene di consumo immediato, rarefatto dall'economia di guerra. Fin dal 1946 si avevano le prime avvisaglie di crisi nel lanificio a ciclo completo - che occupava il 40 per cento delle maestranze laniere - per l'obsolescenza degli impianti e per la carenza di una politica di settore, atta a rilanciare la monoeconomia tessile oltre le mortificazioni della decennale autarchia, che aveva bloccato il turn over tecnologico e ogni spinta all'innovazione.
Ebbene, per il Biellese la Dc impostò un programma di rinascita, secondo la lettura critica della struttura economica e del territorio, effettuata dall'angolo visuale dell'autogoverno nelle autonomie locali, della libertà economica nella vita delle imprese, del solidarismo nel tessuto sociale. Interpreti, in prima persona, di questa linea furono Giuseppe Pella e Alessandro Trompetto82.
La proiezione di questo lavoro avveniva tra l'opinione pubblica e gli operatori con lo strumento del giornale e della propaganda locale, ma soprattutto con incontri in cui venivano presentati e discussi il disegno di insieme e le singole proposte per la rinascita del Biellese. E se gli scritti di Pella richiamavano l'attenzione di vasta parte del ceto medio, qualificando la Dc come partito-guida della ricostruzione e garante dell'economia libera, gli studi di Trompetto fornivano le dirette indicazioni per la modernizzazione e lo sviluppo del Biellese, presentando le premesse programmatiche per l'imminente voto amministrativo.
La concezione di Trompetto partiva dall'analisi del territorio considerato un tutto unico collegato funzionalmente al capoluogo83. "Il Piano regolatore di Biella deve discendere da una visione generale di tutto il Biellese", scriveva Trompetto, documentando cartograficamente le analisi, e precisava: "Non può sussistere che come dettaglio particolare del Piano regionale", e nello stesso ambito situava le indicazioni per dotare il Biellese di infrastrutture e servizi adeguati84.
Secondo questi orientamenti la Dc formulava il programma per le elezioni comunali dell'aprile 1946, ponendo il saldo rapporto tra il capoluogo e il Circondario. Il documento, intitolato "Per l'avvenire di Biella e del Biellese", fu presentato e illustrato al Teatro sociale da Giuseppe Pella a fine marzo del 194685.
Tra le affermazioni di principio della sua "carta programmatica", la Dc poneva "la necessità di accordare ai comuni la massima autonomia contro lo strapotere ingiusto e soffocante delle Autorità centrali" e reclamava "l'abolizione del sistema attuale per cui la vita dei comuni è dominata dalle Prefetture, organi di Stato". Abolizione da conseguire "nel quadro del decentramento regionale dei poteri" e secondo il principio per cui "l'opera degli amministratori, in regime di libera democrazia, deve essere soggetta al controllo prevalente, se non esclusivo, dei cittadini". E ai cittadini - asseriva il programma - deve ricorrersi "su questioni di essenziale importanza della vita cittadina e regionale [...] con il metodo del referendum, quale mezzo più idoneo per l'attuazione di una democrazia diretta". Affermata la funzione regionale di Biella anche come capoluogo del Biellese e indicati gli impegni pratici, il programma proponeva per il finanziamento delle opere "il ricorso a pubblici prestiti, da collocarsi su larga base a basso interesse e a un lungo ammortamento, sia per un'economica conversione dell'attuale debito pubblico comunale, sia per finanziamento di opere pubbliche", osservando che "il tenue tasso di interesse potrebbe essere integrato con opportune facilitazioni rispetto alla prossima imposta straordinaria sul patrimonio86 e, se del caso, con altri accorgimenti tecnici"87.
Alle comunali del 31 marzo 1946 concorsero a Biella quattro liste della compagine ciellenista (mancava quella del Partito d'azione). La Dc, capeggiata da Giuseppe Pella, conseguì il maggior numero di voti e tredici seggi su quaranta. L'unione dei tredici socialisti e degli undici comunisti, elesse sindaco il socialista Virgilio Luisetti (ultimo sindaco del prefascismo). I democristiani, messa a punto un'intesa sull'emergenza amministrativa e su un programma minimo, parteciparono alla giunta del socialista Luisetti con Pietro Sidro, vicesindaco, e due assessori88.
Il contributo culturale della Dc biellese al nuovo assetto politico si perfezionava frattanto con l'informazione e le discussioni intorno al modello statuale che si voleva produrre con la Costituente. A differenza de "Il Biellese", che si intratteneva soprattutto sulla sostanza del dibattito pervenendo a indicazioni definitive, "Vita Biellese" poneva invece in termini di apertura gli argomenti da dibattere, per riferire poi degli esiti e delle iniziative cui perveniva il partito. Si alimentava così un discutere complementare tra il cattolico "Il Biellese" e il democristiano "Vita Biellese", nel senso che la prima testata affrontava le questioni dal punto di vista dei valori (persona, famiglia, scuola), mentre quella democristiana approfondiva la parte pratica, delle istituzioni e degli strumenti, indispensabili per dar corpo ai valori89.
Superate le controversie interne sulla questione istituzionale - la Dc biellese aveva indicato con l'80 per cento delle preferenze la scelta repubblicana - il partito s'impegnò a fondo nella campagna elettorale, forte dei successi conseguiti nelle amministrative. Giuseppe Pella e Lidia Lanza percorsero con instancabile attivismo le contrade biellesi, di frequente affiancati dai colleghi democristiani di altre zone del partito: Gustavo Colonnetti, Oscar Luigi Scalfaro, Ermenegildo Bertola, Renzo Franzo, Anna Maria Girola Gallesio. Il responso delle urne spinse ancora più avanti delle amministrative le adesioni allo scudo crociato, che nel Biellese conseguì 30.108 voti. Pella raggiunse, nel collegio Torino-Novara-Vercelli, il quinto posto, con 25.632 voti preferenziali e fu eletto alla Costituente, nel cui arco di tempo avrebbe raggiunto (maggio 1947) l'investitura governativa piena come ministro delle Finanze, esercitando in materia economico-finanziaria un ruolo influente nella ricostruzione.

Per un commento a conclusione

La rassegna della vicenda dei cattolici negli anni della Costituente e della costruzione e il governo della Repubblica consente di rilevare come nel Biellese si sia svolta in un clima caratterizzato dall'aspirazione al rinnovamento dello Stato, secondo una diffusa cultura politica di ceti moderati, animati da una consapevole (e storica) propensione riformista. Una cultura politica alla cui crescita, tra le masse popolari, aveva contribuito, in diverse fasi e molteplici espressioni, il movimento cattolico-sociale, dalla prima Dc all'Azione cattolica, dalle Leghe bianche al sindacato pluralista e contrattualista della Csc e della Cisl, e che, nel secondo dopoguerra, aveva trovato nella Dc degasperiana la forma storica cui affidare il mandato per la costruzione della Repubblica.



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