Carlo Musso

I garibaldini della Valsesia e la Svizzera



L'ormai vastissima letteratura sul movimento di liberazione permette oggi di ricostruire in gran parte la dinamica dei fatti politici e militari di quegli anni. L'orientamento recente degli studi ha poi aperto grosse brecce che permettono di far luce anche sugli aspetti e sui risvolti economico-sociali del complesso fenomeno che va sotto il nome di Resistenza italiana. Gli elementi che la ricerca ha man mano acquisito offrono le basi per un discorso che supera la grande dimensione, ma circoscritta nel tempo, della lotta contro il nazifascismo e si proietta in un'analisi di lungo periodo che investe i problemi del dopoguerra e, in definitiva, quelli dell'Italia di oggi.
Lo studio della Resistenza non è però un capitolo chiuso; gli avvenimenti che si collocano tra il 1943 e il 1945 sono ben lontani dall'esser ormai conosciuti, anche in aspetti per nulla marginali; le ipotesi acquisite ma non confermate, le parentesi, i vuoti, i punti oscuri, i dubbi sono ancora molti e in parte lontani dall'esser risolti.
Uno degli aspetti che da poco si è iniziato a studiare in modo approfondito è quello dei rapporti complessi, ramificati, difficili che la Resistenza ha avuto con la Svizzera e con le forze che vi operavano: rapporti che vanno comunque inseriti all'interno della grossa questione delle relazioni diplomatiche tra movimento di liberazione ed Alleati, ma che ebbero pure una specificità propria, non riconducibile ai canali tradizionali seguiti dal Comitato di liberazione nazionale per l'Alta Italia nei suoi contatti con gli agenti angloamericani in territorio elvetico.
Anzi, per certi versi, una serie di rapporti con l'ambiente svizzero (non solo con gli agenti alleati, ma spesso con rifugiati, gruppi politici, rappresentanze diplomatiche italiane, singole personalità), furono intessuti da organismi dirigenti locali, e talvolta da singole formazioni, indipendentemente dal Clnai e dai suoi rappresentanti. Queste relazioni, a volte frammentarie ma comunque diffuse, contribuirono non poco a plasmare un'immagine del movimento partigiano presso gli Alleati e, d'altro canto, garantirono aiuti e appoggi, non solo materiali, alle forze che in Italia sostenevano lo scontro diretto con l'occupante. In limitati casi, poi, ciò si rivelò determinante per la stessa sopravvivenza di alcune formazioni.
Gli organismi dirigenti centrali della Resistenza avevano, per proprio conto, stabilito relazioni con la Svizzera fin dall'autunno del 1943 attraverso rappresentanti appositamente designati, allora rifugiati in Svizzera, come Alberto Damiani, Adolfo Tino, Rodolfo Morandi. Erano stati pure organizzati nel Canton Ticino alcuni incontri ufficiali tra i delegati del Cln e gli agenti inglesi ed americani; ne era nata una prima chiarificazione dei rapporti, peraltro destinati a rimanere difficili ancora per molto tempo.
A partire dall'estate del 1944, dopo una serie di polemiche tra sinistre e forze moderate, aveva cominciato a funzionare a Lugano una Delegazione svizzera del Clnai, che comprendeva i rappresentanti dei cinque partiti ed esercitava numerosi compiti: tra questi, grande importanza era assunta dalle relazioni con la Legazione d'Italia a Berna, dal contatto con la massa dei rifugiati italiani nel territorio della Confederazione e, naturalmente, dal rapporto con John Mc Caffery e Allen W. Dulles, agenti dei servizi di informazione britannico e statunitense in Svizzera. Il lavoro dei delegati della Resistenza si protrasse e si ampliò lungo tutto il corso della guerra di liberazione e diede notevoli frutti in termini di appoggio materiale, politico ed ideologico alla guerra partigiana, nonostante le molte ambiguità e contraddizioni che spesso sorgevano nell'ambiente elvetico.
Oltre a quelli tenuti dagli organismi dirigenti, al di là dell' "ufficialità", esistevano contatti diretti con la Svizzera tenuti da singoli comandi e formazioni partigiane. Nel corso del '44, e anche prima, il territorio svizzero acquistò importanza per tutte le formazioni che operavano in aree geografiche vicine ai confini (Valle d'Aosta, Valsesia, Val d'Ossola, la zona di Varese, il Comasco, la Valtellina), e non solo perché rappresentava una possibile ancora di salvezza in caso di difficoltà "militare".
Vi furono spesso rapporti informali, che non erano cioè controllati né ratificati dal Clnai, il quale talvolta ne ignorava totalmente l'esistenza. Nel quadro generale delle relazioni tra la Resistenza italiana e la Svizzera, tuttavia, essi assunsero in taluni casi un'importanza ragguardevole e in ogni modo sono estremamente significativi, oggi per noi, poiché costituiscono la testimonianza di un rapporto quasi permanente, mantenutosi durante la guerra di liberazione, tra organizzazioni partigiane, gruppi di rifugiati e centrali alleate in territorio elvetico.
Tenuti di solito da formazioni presenti nelle zone alpine e prealpine, e facilitati quindi dalla vicinanza geografica con la Confederazione, questi contatti sono assai difficili da misurare nella loro estensione e importanza complessiva. La difficoltà deriva dall'esigenza di far emergere dalla miriade di piccole iniziative quelle che ebbero un certo carattere di continuità o che comunque, pur circoscritte nel tempo e nello spazio, permettano di precisare il quadro delle relazioni tra l'Italia partigiana e la Svizzera, e di render conto del clima politico-militare del momento.

Nel quadro generale del conflitto, il territorio svizzero aveva acquistato notevole rilievo. Fino alla metà del '44 unica area dell'Europa continentale non controllata dalle forze nazifasciste, la Svizzera era diventata sede delle centrali di spionaggio inglesi ed americane (Special Force e Office of Strategic Service) che avevano vaste ramificazioni sia in direzione della Germania che dell'Italia. Per la sua politica di neutralità durante la guerra, era anche spesso sede di ufficiosi e semiclandestini incontri tra le varie forze in campo.
Occorre poi sottolineare che, dopo l'8 settembre 1943, si erano riversati in Svizzera migliaia di rifugiati militari e civili. Più di 20.000 soldati dell'esercito italiano, dissolto con l'armistizio, si trovavano nei campi di internamento concentrati soprattutto nella Svizzera interna. A questi si aggiungevano i molti rifugiati politici e razziali che fuggivano la persecuzione fascista.
In numerose località svizzere i rifugiati civili delle diverse tendenze avevano dato vita a gruppi politici che facevano riferimento o erano organicamente collegati ai partiti che in Italia agivano nella clandestinità. La voce di varie personalità politiche e culturali aveva trovato ospitalità su giornali ticinesi idealmente affini, che regolarmente, tra il '44 e il '45, pubblicavano pagine speciali curate direttamente dagli esuli italiani, anche se questi ultimi erano costretti, per la legislazione sui rifugiati, a mascherare la propria identità.
I quotidiani del Canton Ticino per mesi fecero da cassa di risonanza dei dibattiti politico-ideologici tra le diverse forze, offrendo nel contempo ampie informazioni sull'andamento reale del conflitto. Vasti settori democratici della popolazione svizzera seguivano con interesse lo svolgersi della lotta partigiana, esponenti dei partiti di sinistra si prodigavano spesso in favore dei rifugiati italiani e molti cittadini, specialmente ticinesi, furono pronti ad offrire ospitalità e aiuto in momenti difficili, in particolare durante e dopo gli avvenimenti della Val d'Ossola.
Ma in Svizzera avevano pensato bene di stabilirsi anche numerosi esponenti monarchici, legati in vario modo al passato regime, alcuni dei quali membri di Casa Savoia, che vivevano in lussuosissimi alberghi e in condizioni neanche lontanamente immaginabili dagli altri rifugiati. In buone relazioni con il ministro d'Italia a Berna, con gli ambienti del Consiglio federale e con gli agenti alleati, le forze moderate e di destra contribuivano ad inquinare il clima politico e, spesso e volentieri, svolgevano opera diffamatoria verso la lotta partigiana. Il panorama politico era vasto: vi erano le componenti liberali e democristiane che pensavano già al "domani governativo" e le forze azioniste, socialiste e comuniste che in varia misura si impegnavano in un appoggio diretto alla guerra di liberazione.
Per le sue caratteristiche la Svizzera offriva quindi possibilità di iniziativa che andavano al di là della dimensione puramente geografico-militare. Con motivi e scopi politici talvolta differenti, varie formazioni fecero riferimento e attinsero all'ambiente elvetico, traendone maggior forza e possibilità di manovra. Il quadro delle relazioni tra Svizzera ed Italia nel corso della Resistenza è dunque assai ricco e fornisce gli spunti per una ricerca in parte ancora da compiere.

Tra i collegamenti diretti che le singole formazioni ebbero con il territorio elvetico, ci occuperemo di quelli instaurati dal Comando del Raggruppamento divisioni Garibaldi della Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano, poiché essi assunsero, nel quadro complessivo della lotta partigiana, un notevole significato dal punto di vista della continuità e dell'efficienza. L'esame di questo aspetto dell'attività dei garibaldini offre poi spunti interessanti per chiarire meglio l'importanza e il ruolo avuti dalla Svizzera nel periodo della Resistenza ed è anche rivelatore della linea di azione e del metodo politico che orientavano le formazioni di Cino Moscatelli ed Eraldo Gastone1.
Il Comando del Raggruppamento divisioni Garibaldi della Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano, per ragioni militari dovute alle zone geografiche di operazione e a causa di avvenimenti specifici come quello della Repubblica ossolana, andò col tempo perfezionando una rete autonoma di collegamenti, organizzati attraverso staffette che facevano capo a un nucleo di collaboratori in territorio svizzero.
Saltuari contatti con la Svizzera esistevano già in precedenza: fin dai primi mesi dopo l'armistizio le formazioni garibaldine si erano impegnate nel favorire l'espatrio di gruppi di prigionieri alleati ed alcuni passaggi oltre confine si erano avuti in occasione della creazione della zona libera della Valsesia.
Cino Moscatelli, commissario politico del Comando Raggruppamento, manteneva rapporti con Michele Lanza. Quest'ultimo, che fino al 25 luglio era stato segretario d'ambasciata a Berlino, era certamente lontano dalle posizioni comuniste e conservava un orientamento filomonarchico. Tuttavia, dopo essersi rifugiato a Fobello, in Valsesia, nel mese di settembre, si presentò spontaneamente a Moscatelli, allora animatore delle prime formazioni partigiane della zona, offrendo la propria collaborazione2. Lanza, qualche tempo dopo, passò in Svizzera con l'incarico di procurare aiuti in armi e medicinali alle formazioni garibaldine e farsi interprete delle loro esigenze presso i rappresentanti alleati.
L'idea di istituire rapporti stabili e regolari con la Svizzera giunse però a maturazione verso la metà di settembre del '44. In un rapporto a Pietro Secchia, Moscatelli chiese di essere messo in contatto con il responsabile del Pci in Svizzera, sostenne i vantaggi di un collegamento periodico ("...potrebbe servirci per molte cose: appoggiare richieste di lanci, avere della stampa... eventuale rimpatrio di compagni e ufficiali, propaganda per le brigate, ecc.")3 e dichiarò inoltre la possibilità per il Comando Raggruppamento di curarne l'organizzazione dal lato tecnico.
Qualche giorno dopo Secchia confermò la propria disponibilità in questo senso4. La necessità di collegamenti con la vicina Confederazione veniva infatti particolarmente sentita in quel periodo, a causa della situazione che si era creata in Val d'Ossola, ai confini con il Canton Ticino.
Risalgono alla fine di settembre due lettere di Moscatelli rispettivamente al console americano di Lugano, Donald P. Jones, e a Rossi (John Mc Caffery, rappresentante inglese a Berna) dove veniva esplicitamente richiesto un aiuto finanziario, in armi e munizioni, vista la necessità di difendere una zona così vasta5.
I contatti più assidui vennero ricercati sin dall'inizio con il rappresentante inglese, nonostante le sue forti pregiudiziali anticomuniste. Nella lettera a Mc Caffery si può leggere anche un'accorata difesa dell'immagine e della dignità delle formazioni garibaldine, spesso screditate dagli Alleati e dagli ambienti moderati dell'emigrazione politica:
Non è vero che siano tutti comunisti - scriveva Moscatelli - e che svolgano un'attività politica. Delle nostre formazioni fanno parte per lo più giovani di tutte le tendenze politiche o meglio giovani che di politica non ne sanno niente e pensano solamente a combattere per liberare la loro patria. Tale è la nostra direttiva, cioè lottare contro i tedeschi, contro i fascisti nella guerra di liberazione a fianco degli alleati, senza preconcetti di partito, al di sopra di ogni idea o credo religioso... Non è vero che i commissari politici svolgono un'intensa propaganda a favore del partito comunista... Per ciò che concerne la libertà di culto nelle nostre formazioni basta chiedere ai parroci di tutta la Valsesia, i quali si sono spontaneamente offerti come cappellani per le nostre formazioni.
Nonostante questo, va tenuto presente che i ripetuti appelli e le dichiarazioni di disponibilità verso i rappresentanti angloamericani non giovarono molto ai garibaldini, ma del resto gli aiuti alleati alla Val d'Ossola furono praticamente nulli durante tutto il periodo della zona libera.
A seguito dei tragici avvenimenti che misero fine alla Repubblica ossolana si determinò un certo allentamento nei rapporti, i quali vennero ripresi a partire da novembre, quando Michele Lanza fu ufficialmente investito della carica di delegato plenipotenziario in Svizzera del Comando Raggruppamento. Il testo della delega, firmato da Ciro (Eraldo Gastone) e da Cino, conferiva ampi poteri: Lanza diventava "legittimo rappresentante" dei garibaldini e dei loro "interessi economici, militari e morali nel territorio della Confederazione elvetica". Inoltre il Comando si impegnava da subito a riconoscere "ogni atto" compiuto da Lanza "nell'esplicazione del delicato incarico"6.
Del nuovo mandato affidato a Michele Lanza (che da questo momento assume lo pseudonimo di Moro) vennero messi subito al corrente la Delegazione svizzera del Comando generale del Cvl e i rappresentanti alleati.
Lanza iniziò il lavoro di presa di contatto con gli ambienti elvetici al fine di sostenere la causa dei garibaldini e ottenere quanti più aiuti possibile. Nel suo lavoro venne ben presto coadiuvato da Antonio Costanzo, un patriota in contatto con Cino e Ciro sin dai primi mesi di Resistenza. Costanzo, dopo l'arresto e la fuga dal campo di concentramento di Bolzano, si era messo in salvo in Svizzera e aveva ripreso il contatto epistolare con il Comando di Moscatelli.
All'inizio di dicembre del '44 a Costanzo venne affidato l'incarico di occuparsi dei garibaldini internati in Svizzera dopo la ritirata dall'Ossola, che versavano in condizioni assai disagevoli, in particolare coloro che erano stati rinchiusi al campo del Lago Nero (Schwarzsee)7.
Sui compiti affidati a Moro e a Costanzo venne naturalmente informato Pini (Cesare Marcucci), quale responsabile del Pci in Svizzera. Nel rapporto a Marcucci si dava questa interessante descrizione di Lanza:
È un commendatore ancora giovane, ex segretario di ambasciata a Berlino, ex fascista, e monarchico ancora adesso. È però un tipo intelligente che vede bene le cose come sono oggi e già da molto tempo nostro collaboratore. Ha già parlato con Massarenti e gli puoi parlare tranquillamente come comunista. È stato inviato da noi in Svizzera quale nostro 'rappresentante diplomatico' presso tutta quella cagnara che c'è lì per vedere se può ricavarne qualche cosa di utile per le nostre formazioni... Lo scopo primo per noi era però quello di sfruttare la fiducia che Rossi ha di lui, sfruttare le tante relazioni in Svizzera, compresa la Legazione italiana di Berna, per concretizzare tutto ciò in aiuto alle nostre formazioni e tenermi informato su tutto quanto possa interessarci8.
Moro portò avanti però il suo compito solo per qualche settimana. Alla fine di gennaio venne infatti nominato console generale a Losanna e questa elevata carica diplomatica divenne evidentemente poco compatibile con il mantenimento del mandato del Comando garibaldino. Cino e Ciro revocarono quindi la delega a Lanza e nominarono in sua vece Antonio Costanzo, informandone sempre le Delegazioni svizzere del Clnai e del Cvl9.
L'obiettivo del Comando fu sempre quello di "unificare sotto un'unica direzione tutte le direttive a favore dei garibaldini in territorio svizzero, come si può leggere in un lungo e circostanziato rapporto di Cino a Costanzo del 29 gennaio 194510. Lo stesso documento conteneva delle direttive generali e indicava gli impegni maggiori a cui il delegato doveva adempiere oltre confine. Costanzo veniva consigliato di mettersi in contatto "con certo Fante di Lugano" (Fante era lo pseudonimo di Paolo Bossi, che in realtà risiedeva a Losanna)11 e soprattutto con i maggiori esponenti del Pci in Svizzera, Cesare Marcucci (Pini) e Sante Massarenti (quest'ultimo svolgeva l'incarico di rappresentante del partito nella Delegazione svizzera del Clnai, che aveva sede a Lugano).
Tra gli incarichi da svolgere vi era innanzitutto quello di prendere contatto con il rappresentante inglese John Mc Caffery per proseguire l'opera di valorizzazione delle posizioni delle brigate Garibaldi, sfatando la convinzione angloamericana che queste fossero formazioni di partito, e soprattutto allo scopo di sollecitare, per il tramite appunto degli agenti in Svizzera, un maggior sostegno alle richieste di aiuto presso i comandi alleati.
Sembra che comunque gli accordi per gli aviolanci non vennero mai presi direttamente con Mc Caffery e i rappresentanti americani in Svizzera, ma richiesti direttamente al Comando di Caserta per mezzo delle missioni alleate (Cherokee e Chrysler) con cui i garibaldini erano direttamente in contatto; questo soprattutto per evitare ritardi e disguidi.
Altri aiuti in denaro, medicinali e generi di conforto venivano inoltre procurati grazie al lavoro di raccolta organizzato dai collaboratori in Svizzera, tra i quali vengono spesso ricordati Mario Alberti, già ufficiale presso la 6a brigata "Nello", espatriato dopo la caduta dell'Ossola, e Maria Fiore, figliastra di Massimo Olivetti, la quale si occupava di inviare regolarmente dettagliati rapporti con informazioni sulla situazione politica e militare tratte dalla stampa svizzera12.
Altro incarico svolto da Lanza, e in particolare da Costanzo, fu quello di fare in modo, utilizzando tutti gli strumenti a disposizione, che venisse garantito un migliore trattamento ai garibaldini. Questo impegno si esplicò soprattutto verso i garibaldini internati al campo del Lago Nero, nel canton Friborgo, che subivano una pesante discriminazione politica.
Nell'ottobre del 1944, a seguito della caduta della Repubblica dell'Ossola, migliaia di civili e centinaia di partigiani furono infatti costretti a passare il confine svizzero per sfuggire alla repressione nemica. Molti entrarono dal Sempione, verso Briga, e altri valicarono i confini ticinesi delle Centovalli e della Val Maggia. I resti delle formazioni che avevano combattuto nell'Ossola (la "Valdossola" di Superti, parte della "Valtoce", la brigata "Piave" comandata da Filippo Frassati, e altre) espatriarono nella seconda metà di ottobre. Una parte delle forze garibaldine era comunque riuscita a ripiegare verso la Valsesia, dopo una faticosa marcia di giorni e giorni, e a riprendere successivamente la lotta.
Un nucleo di circa cinquecento garibaldini fu però costretto a passare in Svizzera e venne così internato. Le autorità svizzere operarono in quella circostanza una rigida distinzione in base all'appartenenza politica. Diversamente dalle altre formazioni, i garibaldini, considerati tutti comunisti (ricordiamo che il Partito comunista svizzero era stato posto fuorilegge nel 1940 e che il Consiglio federale manteneva una politica rigidamente orientata in senso anticomunista), furono sottoposti ad una disciplina durissima, ammassati in un campo speciale, circondato da filo spinato e torrette di guardia, e sorvegliati a vista da militari armati.
Le condizioni di vita in questo campo erano particolarmente penose, a tal punto che i partigiani decisero uno sciopero della fame per protestare contro l'insufficienza del cibo e le condizioni di prigionia a cui erano sottoposti. In questa circostanza fu esercitata opera di pressione sia verso le autorità svizzere sia verso la Legazione italiana di Berna perché intervenissero direttamente. Lo stesso Moscatelli si indirizzò a Berio, incaricato d'affari italiano in Svizzera, affinché facesse in modo che i garibaldini del Lago Nero ottenessero la qualifica di internati militari, alla stessa stregua di tutti gli altri ritiratisi dall'Ossola, e ne venissero migliorate le condizioni di vita.
Da parte del Comando garibaldino fu sempre rivolta grande attenzione alle condizioni degli internati, cercando di mantenere il contatto con i campi. Furono anche diffusi alcuni appelli13 allo scopo di sostenere moralmente i garibaldini costretti all'inattività e alla prigionia nei campi. Il primo di questi messaggi, firmato da Cino Moscatelli ed Eraldo Gastone, venne diffuso nei primi giorni di novembre del '44 e pubblicato su "La Stella Alpina". Un secondo, pure firmato da Cino e Ciro, ma sicuramente redatto da Lanza14, venne indirizzato agli internati in occasione dell'inizio del nuovo anno. In entrambi si insiste sulla necessità di occupare attivamente il periodo di sosta forzata nello studio, nell'organizzazione del tempo secondo un programma prestabilito di riunioni, di discussioni, di letture, di incontri con altri gruppi di partigiani. In secondo luogo si invitano gli internati a mantenere la disciplina nei campi, a frenare le irrequietezze e a non tentare iniziative isolate di rientro in patria.
Nelle settimane precedenti la liberazione, la propaganda si intensificò anche per mezzo della diffusione diretta nei campi del giornale "La Stella Alpina", che in questo periodo cominciò ad uscire in veste "unificata": non più cioè quale voce del Comando Raggruppamento garibaldino, ma come organo dei Volontari della libertà della Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano. Le prime cento copie del giornale vennero inviate in Svizzera verso la metà di marzo del '4515 e nei primi giorni di aprile furono spedite più di trecento copie16 da far circolare nei campi.
Nel frattempo il Comando garibaldino, in collaborazione con i propri rappresentanti oltre confine, si sforzava di studiare ed organizzare nelle forme migliori il rientro degli uomini indispensabili alle formazioni combattenti. Poiché i tentativi di rientro comportavano elevati rischi, vennero impartite direttive precise ai collaboratori svizzeri affinché evitassero qualsiasi iniziativa avventata.
Circa il rientro dei garibaldini in Italia - scrivevano Ciro e Cino in un rapporto dell'8 marzo '45 - bisogna andare cauti. Occorre anzitutto evitare e proibire le iniziative individuali o comunque non approvate da voi. A questo proposito vi informo che, su diciannove garibaldini rientrati in questi ultimi tempi, diciassette sono stati presi dai fascisti e gli altri due non sappiamo dove siano andati a finire. Intanto voi fate bene a predisporre per la preparazione morale e materiale del rientro in Italia dei garibaldini e dei patrioti tutti, ma questo deve avvenire nel limite delle vostre possibilità materiali e soprattutto quando noi vi daremo l'ordine e i dettagli per il rientro17.
In territorio elvetico il Partito comunista era, rispetto alle altre forze politiche, assai ben organizzato e poteva contare su una diffusa presenza nei campi di internati. Il Comitato dirigente del Pci in Svizzera svolgeva un intenso lavoro di propaganda tra la massa dei rifugiati, attraverso la stampa clandestina e promuovendo la creazione di un'organizzazione di base tra gli stessi internati per far fronte alle difficoltà e ai problemi del periodo dell'internamento. Obiettivo prioritario era quello di suscitare il maggior appoggio possibile alla guerra di liberazione e in tal senso uno dei problemi di più ardua soluzione fu quello del rientro in patria di gruppi di uomini destinati ad aggiungersi alle formazioni combattenti.
Le disposizioni del governo svizzero rendevano assai difficile il passaggio in Italia e gli stessi agenti alleati erano più che sospettosi verso iniziative di tal genere, quando non le ostacolavano direttamente. I rischi di incappare nelle guardie di frontiera svizzere, o addirittura di finire nelle mani dei fascisti subito dopo aver passato il confine, erano altissimi; nei mesi precedenti alcune di queste spedizioni erano finite tragicamente18. Da ciò traeva le sue ragioni un atteggiamento di massima prudenza nel promuovere e nell'organizzare simili tentativi, peraltro richiesti da molti internati costretti nei campi mentre in Italia si combattevano le ultime battaglie della liberazione.
La forzata inattività creò spesso momenti di forte tensione fra i rifugiati e talvolta piccoli screzi assunsero una dimensione esasperata. Ad esempio nel campo di Gudo, nel Canton Ticino, dove si trovavano circa 200 garibaldini, vi furono momenti di frizione fra gli internati e il capo campo, Ernesto Oliva, che assunsero toni estremamente personalistici. Il comitato di partito del campo stese una relazione sul comportamento di Oliva, accusato di tenere atteggiamenti autoritari, e la inviò al Comando Raggruppamento19. La questione si appianò presto, ma resta indicativo il fatto che la contesa si sia sviluppata tra Oliva, combattente garibaldino da lunga data, che godeva di ampia fiducia da parte del gruppo dirigente del Pci in Svizzera, e gli internati di un campo che contava il 45 per cento di iscritti al Partito comunista e un numero di simpatizzanti superiore al 30 per cento, secondo quanto Oliva stesso riferisce20. La condizione di internamento poteva indurre divisione anche tra le forze partigiane più unite e fu proprio questo che costrinse il Comando garibaldino a rinnovati appelli21.
I contatti con il territorio elvetico assunsero dunque un carattere di regolarità a partire dagli ultimi mesi del '44. Un rapporto di Moscatelli a Secchia22, del 31 dicembre '44, ci informa che in quel periodo stava concretizzandosi un collegamento quindicinale con la Svizzera attraverso il colle del Lys sul Monte Rosa, affidato a tre guide alpine provette. Si trattava di superare in pieno inverno un passo situato a più di 4.200 metri di altezza, essendo il passo del Monte Moro controllato dai tedeschi, per scendere poi a Zermatt e da lì raggiungere Losanna.
Era poi in via di organizzazione un secondo collegamento, più comodo, in Val Cannobina, via ideata soprattutto per permettere un più facile rientro ai partigiani.
Questi canali vennero da subito messi a disposizione della missione britannica per il Biellese, offrendo la possibilità di utilizzare le staffette per il trasporto di plichi di documenti e materiale informativo in Svizzera.
Attraverso la via alpina non passava solo il materiale del Comando garibaldino, ma, ed è importante sottolinearlo, venivano trasportati regolarmente i rapporti, i documenti, le relazioni e la stampa del Comando generale delle brigate Garibaldi e del Partito comunista23. Divenne insomma uno dei canali più usati per i contatti tra il Comitato dirigente del Pci in Svizzera e la Direzione del partito nell'Italia occupata.
Nel primo periodo il passaggio del Rosa venne affidato alle guide Leo Colombo, Giacomo Chiara e Giuseppe De Bernardi24. Dal febbraio del '45 Leo Colombo venne esonerato dall'incarico e il compito di maggior fiducia fu affidato a Chiara, preferito in questo sia dagli svizzeri25, sia dai rifugiati comunisti oltre frontiera. Le vie utilizzate per gli sconfinamenti comportavano un rischio altissimo: verso la fine di marzo del '45 durante uno di questi passaggi Chiara precipitò in un crepaccio, in circostanze sospette, mentre trasportava materiale informativo di una certa importanza26.
Un aspetto interessante che riguarda l'organizzazione di questi passaggi è costituito dal tipo di accordi che vennero presi con le autorità svizzere. Queste ultime furono infatti messe subito al corrente da parte del Comando Raggruppamento dell'intenzione di creare un collegamento stabile con la Svizzera. Furono presi accordi con il tenente svizzero Richard, che si occupava del Servizio informazioni elvetico per la zona del Canton Vallese. Sotto questo profilo la convenzione ebbe la medesima caratteristica di quella stipulata tra i rappresentanti del Clnai e il capitano Bustelli, responsabile del Servizio informazioni del Canton Ticino. Secondo gli impegni presi, i servizi elvetici garantivano il transito dei corrieri, da e per la Svizzera, in cambio di notizie e rapporti informativi sulla situazione politica e militare del Nord Italia (movimenti delle truppe nazifasciste, azioni delle bande partigiane, ecc.).
Con il passar del tempo gli accordi vennero ulteriormente perfezionati. È stato conservato il verbale27 di un incontro del 12 febbraio '45 tra Richard e Mario Aliprandi: quest'ultimo divenne infatti uomo di fiducia di Costanzo e lo sostituì nell'incarico di delegato del Comando garibaldino in Svizzera all'inizio di marzo, quando Costanzo di sua spontanea iniziativa partì per Roma allo scopo di prendere contatti diretti con il governo italiano e i comandi alleati.
Dal documento emerge la completa fiducia che Costanzo aveva saputo ottenere da Richard. Quest'ultimo si impegnava ad aiutare Costanzo per la sua partenza dalla Svizzera, consigliandolo pure sulle vie da seguire per ottenere la possibilità di rientro nella Confederazione. Stando al verbale, nell'incontro si accennò pure all'intenzione di costituire un ufficio di informazioni a Losanna gestito da Costanzo e da Mario allo scopo di raccogliere dati e notizie che potessero interessare il servizio segreto elvetico e di svolgere sistematica propaganda sui giornali della Svizzera romanda; Richard avrebbe sostenuto l'iniziativa indicando egli stesso le redazioni a cui far capo.
Per quanto riguardava i partigiani internati si decise di chiedere, con l'appoggio della Legazione d'Italia a Berna, l'autorizzazione permanente per il garibaldino Oliva di visitare periodicamente i campi, aiutando le autorità svizzere a mantenere la disciplina. Per ciò che concerneva invece eventuali rientri di militari e ufficiali presso formazioni patriottiche, Richard si impegnava ad indicare i mezzi migliori per ottenere le autorizzazioni necessarie.
Questi contatti con l'agente del servizio informazioni elvetico diedero effettivamente alcuni frutti. Nel corso del mese di marzo fu infatti mandato presso le formazioni garibaldine un giovane radiotelegrafista di Airolo con i mezzi tecnici necessari a mantenere un continuo collegamento radio con la Svizzera, e fu sempre per interessamento di Richard che vennero inviati due operatori cinematografici con l'incarico di realizzare films documentari sulle azioni partigiane nell'imminenza della liberazione28. La fama dei garibaldini della Valsesia valicò i confini svizzeri e, nella primavera del '45, giunsero tra le formazioni di Moscatelli due giornalisti romandi, André Guex e René Caloz, per seguire e documentare da vicino la realtà partigiana29.
I corrieri, ad ogni passaggio, consegnavano agli agenti svizzeri il materiale informativo militare che poteva loro interessare. Naturalmente non venivano mostrati i documenti e i rapporti riservati ai rappresentanti garibaldini e ai membri del Pci, per timore che venissero sequestrati. Per questo fin dai primi passaggi venne adottato il sistema delle due buste. La busta intestata semplicemente "per Moro" o "per Costanzo" veniva mostrata alle guardie svizzere, mentre i plichi che portavano l'intestazione "strettamente personale" venivano accuratamente nascosti.
L'organizzazione di questi collegamenti nel complesso funzionò bene fino alla liberazione. Non mancarono però le iniziative prese da singole formazioni al di fuori delle indicazioni del Comando unificato. Ricordiamo ad esempio il viaggio, del dicembre '44, di Mario (Mario Muneghina) e Pippo (Giuseppe Coppo) in Svizzera, rispettivamente comandante e commissario politico della 2a divisione Garibaldi.
Dalla "relazione sul viaggio in Svizzera" stesa successivamente da Mario e Pippo emerge che i punti più importanti discussi durante le riunioni, tenute il 9 e il 14 dicembre a Lugano, con Arca (già comandante di una brigata della divisione "Piave") e i rappresentanti socialisti del Cln di Lugano, furono la costituzione di una divisione "Matteotti" contemporaneamente alla creazione di un Comando di settore dipendente dal Comando zona Ossola. Secondo Mario e Pippo quest'iniziativa avrebbe dovuto avere esclusivamente "un carattere formale", per non perdere gli eventuali aiuti forniti dal Partito socialista e dagli Alleati: in realtà si sarebbe trattato, sempre a giudizio dei due comandanti, di "vera e propria fusione sotto l'egida garibaldina"30.
In secondo luogo in queste riunioni si decise l'organizzazione di un servizio regolare di staffette con la Svizzera per lo scambio di corrispondenza e di stampa dei partiti socialista e comunista e della Delegazione luganese del Clnai. Non solo, ma attraverso gli stessi punti di collegamento previsti (in Val Cannobina e ad Ascona) venne pure progettato un traffico contrabbandistico tra l'Italia e la Svizzera. I proventi del contrabbando sarebbero stati "accreditati o alla 2a divisione o al comando di settore a seconda della provenienza della merce".
Inutile dire che una simile iniziativa suscitò severe critiche da parte sia del Comando garibaldino che del Comando generale del Cvl. Ciro e Cino inviarono il 7 gennaio un rapporto al Comando generale delle brigate Garibaldi dove biasimavano la "tendenza, purtroppo non nuova, a voler creare dall'alto delle formazioni con denominazioni pompose di brigate, divisioni, dove non esiste nemmeno il materiale umano sufficiente per creare un decoroso distaccamento"31. Ma ciò che venne criticata fu soprattutto la decisione di dar vita a operazioni di contrabbando con la Svizzera. Il Comando considerava "ripugnante" il ricorso a metodi che in definitiva non facevano altro che "impoverire il patrimonio nazionale, collaborando, sia pure su scala ridotta ed in altra direzione, al sistematico saccheggio praticato dai tedeschi". In base a queste considerazioni Cino e Ciro inviarono un biasimo severo ai due dirigenti garibaldini, i quali riconsiderarono la loro iniziativa e ne ammisero in gran parte l'arbitrarietà32.
Anche dopo questi episodi elementi della 2a divisione mantennero con la Svizzera relazioni non controllate dal Comando Raggruppamento, facilitati in questo dalla zona di operazione e dai facili punti di passaggio in Svizzera offerti dalle valli ossolane. Attraverso il passo di Monscera, che mette in comunicazione la valle di Bognanco con la Svizzera, la 83a brigata "Comoli", che faceva parte della 2a divisione Garibaldi, organizzò di propria iniziativa il rientro di gruppi di partigiani, prendendo contatti diretti con le guardie di confine del posto e con il capitano Bustelli, informando solo in un secondo tempo il proprio comando33. Altri piccoli episodi potrebbero essere citati.
Lungo la frontiera con la Svizzera, infatti, si sviluppò in molti punti una sorta di processo di osmosi che coinvolse gruppi partigiani di diverso orientamento politico e di varia consistenza. Ciò era pressoché inevitabile in aree come ad esempio quella ossolana e comasca e, d'altronde, l'uso di qualsiasi possibilità di movimento, offerta dal terreno e dalla posizione geografica, era insito nel concetto stesso di guerriglia partigiana anche se talvolta poteva creare seri problemi di accentramento ed organizzazione.
I contatti con la Svizzera instaurati dal Comando Raggruppamento garibaldino della Valsesia-Ossola-Cusio-Verbano ebbero comunque un valore e un significato che andavano ben oltre le necessità immediate e la contingenza locale. L'iniziativa non nacque da singole bande, ma fu decisa dal Comando stesso, su proposta di Moscatelli e con l'approvazione degli organi dirigenti centrali delle brigate Garibaldi, e non ebbe un carattere episodico. Anzi, i rapporti con la Svizzera furono pensati in lunga prospettiva, quale aspetto non secondario della politica condotta dalle formazioni garibaldine lungo tutto il corso della guerra di liberazione, a partire dal momento di massima espansione della lotta e nell'estate-autunno del 1944.
Gli aiuti materiali provenienti dall'estero, anche se vi furono, non ebbero evidentemente soverchia importanza per il grosso delle forze garibaldine, che traevano le ragioni della loro sopravvivenza e della loro forza dall'ambiente in cui operavano, a stretto contatto con la popolazione.
È tuttavia degno di nota l'aspetto politico di questi contatti con l'ambiente elvetico, che permisero un'opera di efficace propaganda e di valorizzazione del contributo dei partigiani, e dei garibaldini in particolare, alla guerra di liberazione.
Per i garibaldini costretti all'internamento in Svizzera fu poi fondamentale l'attenzione rivolta alle loro condizioni. La coscienza di non aver perso totalmente i legami con il proprio comando si rivelò determinante per mantenere quella fiducia e quella forza necessarie per far fronte ad una situazione di difficile isolamento.
Va infine considerato, e meriterebbe un supplemento di indagine, il ruolo della via aperta dal Comando Raggruppamento per lo scambio di rapporti e messaggi tra gli organismi dirigenti del Pci e la rete organizzativa del partito creata in Svizzera. Non si trattò certamente dell'unico canale usato per i contatti fra le due parti, ma sicuramente acquistò, almeno per un periodo, una relativa importanza.
Il lavoro propagandistico nell'ambiente svizzero dei rifugiati, l'assistenza ai partigiani internati nei campi, i contatti con la stampa elvetica per uno scambio reciproco di informazioni, le relazioni con gli agenti alleati, con le rappresentanze diplomatiche italiane, con varie personalità italiane rifugiate acquistano, in ogni caso, rilievo non solo nella storia delle brigate Garibaldi, ma occupano anche un posto non trascurabile nello studio dei complessi rapporti tra la Resistenza italiana e la Svizzera.


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