Luigi Moranino
La "guerra contro le lapidi" nel Biellese antifascista
"l'impegno", a. XI, n. 3, dicembre 1991
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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A partire dalla fine del 1919 alcune organizzazioni che facevano capo al Partito socialista biellese - Lega proletaria mutilati e invalidi di guerra, leghe operaie, sezioni di partito - inizieranno la posa di lapidi
in memoria dei molti lavoratori morti in guerra.
L'iniziativa, concretamente, si tradurrà nell'indire cerimonie in cui ricordare - come scriveva il
bisettimanale socialista "Corriere Biellese" - "i morti nostri, della nostra classe, del nostro pensiero"; cerimonie le
quali, per i discorsi in esse pronunciati e per le epigrafi delle lapidi messe in opera, verranno volutamente
trasformate in affollate dimostrazioni di "condanna alla guerra" e di tutti coloro che avevano "fatto sacrificare
tante giovani esistenze".
La prima lapide ad essere inaugurata domenica 14 dicembre 1919, fu quella dedicata ai caduti del
Mandamento di Mosso S. Maria, che venne collocata nella Casa del popolo di Crocemosso, alla presenza di "una
folla immensa". Di detta lapide, che il "Corriere
Biellese"1 affermava essere "vera opera d'arte dovuta al
compagno Perino Massimino" in cui, "nella cornice di marmo, un bassorilievo eseguito con assidua cura,
rappresenta l'Umanità redenta che agita al vento la fiaccola della nuova civiltà", ecco l'epigrafe: "Questo marmo
eterni perennemente / ad opera dei socialisti e degli organizzati / del Mandamento di Mosso S. Maria / e della
Lega Proletaria Mutilati / il ricordo dei caduti/ durante l'infuriare orrendo della strage mondiale./ Sia sprone
per gli ignari / incitamento maggiore per i convinti / assillo quotidiano per tutti / a perseverare nella battaglia
/ che cancelli ogni sedimento / di barbara sopravvivenza militarista / e innalzi trionfante la nuova Umanità
/ nella convivenza civile dei popoli".
Domenica 1 febbraio 1920, per iniziativa della sezione socialista, Camandona inaugurerà una lapide
dedicata ai suoi ventiquattro caduti, murata sulla facciata del
municipio2.
Cerimonia analoga a quella di Crocemosso e Camandona avverrà - su iniziativa della Lega proletaria - domenica 14 marzo 1920 a Cossato; la lapide posta sulla facciata della Casa del popolo portava la
seguente scritta: "Pei morti nel cozzo barbaro / della guerra mondiale / i socialisti, gli organizzati / i reduci della
Lega proletaria / non hanno la finzione di portare le lagrime, ma ricordano / lo strazio della vita umana /
divinità suprema / con virili sereni propositi / per la riscossione finale / delle classi lavoratrici".
Il costo della lapide sarà di lire 775, e della sua inaugurazione il "Corriere Biellese" ha lasciato scritto:
"La manifestazione ebbe una magnifica riuscita. Ci fu un concorso numerosissimo di pubblico e di bandiere
da tutti i paesi del Biellese. Alle musiche circondariali che risposero con entusiasmo all'invito di rendere
più imponente la nostra commemorazione e che diedero la loro opera gratuita i nostri sentiti ringraziamenti.
Si rivolse primo all'immensa folla, il compagno Bianco, con brevi ma commosse e sentite parole ricordanti
i nostri compagni sacrificati nel baratro della guerra. A nome del comitato promotore e dei reduci, prese
la parola Pizzaguerra Corrado, che ricordò i dolori, i sacrifici del popolo, i doveri sacrosanti del proletariato
e i suoi sacrosanti diritti davanti al capitalismo. Seguì Barbera Anacleto e poi Mercandetti che parlò con la
sua ben nota foga. Si scoprì la lapide commemorativa al suono della marcia funebre; fu un istante di
commozione generale che continuò durante tutto il magnifico discorso del compagno ing. Prampolini, che illustrò
le cause e i dolori della guerra! Concluse col chiamare le classi lavoratrici alla riscossa finale, e la sua
parola fu squilla di fede e di vittoria. Chiuse la giornata la filodrammatica rossa con una riuscitissima
rappresentazione a beneficio della inaugurata
lapide"3.
Domenica 2 maggio 1920 "una vera fiumana di popolo" accorrerà a Portula per inaugurare la lapide -
avente la stessa epigrafe di quella di Camandona - dedicata alla memoria dei quarantacinque caduti in guerra.
La manifestazione venne organizzata da un comitato sorto su proposta della sezione socialista, i cui membri
- come informa il "Corriere Biellese" - nelle settimane precedenti il 2 maggio si erano recati "in giro per
le frazioni per una sottoscrizione facoltativa in favore di detta lapide". L'esito della sottoscrizione supererà
la previsione degli stessi promotori: "Molte famiglie - precisa il foglio socialista - pur povere e bisognose,
con animo pieno di tenerezza, hanno sottoscritto più del possibile". Per la riuscita della iniziativa
nondimeno importante - annota ancora il "Corriere Biellese" - fu "l'appoggio dato dal Consiglio Comunale che oltre
a consentire la murazione della lapide sulla facciata del Municipio concorse con la offerta di lire
300"4.
Domenica 27 giugno 1920 anche ad Andorno, per iniziativa della sezione socialista e delle
organizzazioni proletarie del luogo, si inaugurerà una lapide dedicata ai caduti in guerra in cui erano scolpite queste
parole: "Ai morti / che dettero ignari / la giovinezza / alla causa del capitalismo / i lavoratori comunisti / di Andorno
/ agli albori / della rivoluzione proletaria / rivolgono il pensiero // Dal loro sacrificio immane / divampa /
alta la fiamma distruttrice / e si eleva severo il monito / incitante i lavoratori del mondo / alla riscossa".
Di quella giornata il "Corriere Biellese" ha pubblicato un dettagliato resoconto in cui fra l'altro si
dice: "Scriviamo tutt'ora sotto l'impressione della magnifica manifestazione di domenica. Andorno ha
voluto ricordare e commemorare degnamente i suoi figli caduti nella immane guerra [...]. Fin dal mattino
un'insolita animazione già si notava, specie nelle adiacenze della località in cui venne murata la lapide, la quale a
cura della Sezione Socialista, Circolo Giovanile e delle locali Associazioni proletarie, veniva adornata con
una artistica ghirlanda di garofani rossi; le ragazze di Andorno offrirono ai caduti - deponendo a fianco
del marmo sul quale vennero eternati i loro nomi - due magnifiche palme di fiori freschi. Alle 14, le note
della musica proletaria di Andorno segnalano l'inizio della mesta cerimonia con ricevimento delle
rappresentanze [...]. Il corteo preceduto da uno scaglione di ciclisti rossi, dal Comitato e dalla Banda Proletaria di
Andorno si sviluppa fra due ali di popolo accorso da moltissimi comuni anche di altre vallate. Il momento è
solenne. Prende primo la parola il Sindaco comp. Massa, il quale legge la lunga serie delle Sezioni ed
Associazioni intervenute e le adesioni, e dichiara a nome dell'Amministrazione di prendere in consegna con affetto
il ricordo che le organizzazioni proletarie di Andorno vollero erigere ai caduti. Viene abbassato il velo
che copre la lapide, e questa appare in tutta la sua maestosità [...]. La lapide-ricordo è opera del concittano
Pretti Ernesto ed è pure nella sua semplicità un lavoro artistico di finezza e di espressività. L'epigrafe che fu
già oggetto di polemiche, è da tutti ritenuta bellissima per struttura e concezione. Ha la parola - prosegue
il "Corriere Biellese" nella sua cronaca - l'oratore ufficiale, il comp. avv. Umberto Terracini. Non è
possibile riassumere i pensieri ed i sentimenti sublimi che il nostro compagno nella sua magnifica eloquenza ebbe
ad esporre [...]. Terracini con logica sottile ed arguta dimostra quanto sia felicissima la dicitura
dell'epigrafe anche là dove si volle trovare un'offesa alla memoria dei caduti. Chiuse il suo magnifico discorso
ricordando che il compito dei presenti era altresì quello di fare giuramento solenne innanzi al ricordo del martirio dei
48 compagni, e cioè che nessun'altra guerra abbia a scatenarsi; poiché tutti e specialmente la gioventù ha
diritto alla vita e come la madre non può volere lo spargimento del proprio sangue, così nessun altro può
arrogarsi il diritto di disporre della esistenza altrui. Dopo il compagno Terracini prende nuovamente la parola
il Sindaco Massa che porta il ringraziamento a tutti gli intervenuti [...]. Seguono ancora il compagno
Jon Enrico e l'anarchico Campiglio che porta a nome del suo gruppo il saluto alla memoria dei
caduti"5.
Se dalle succitate notizie appare chiaro il significato che i socialisti e il proletariato biellese attribuivano
alla morte dei loro compagni in guerra, risultano altrettanto palesi i contrasti che dividevano i socialisti e i
loro simpatizzanti da tutti coloro che avevano dedicato o volevano dedicare alla memoria dei caduti opere
contenenti "le solite bugiarde espressioni retoriche". Prova ne è il seguente articolo, pubblicato dal "Corriere
Biellese" nel maggio 1920, in cui "I ribelli", firmatari dello scritto, attaccano i promotori per l'erezione di un
monumento ai caduti di Cossato: "Dunque il monumento si fa - scrivono i ribelli -. Stavolta non scappa più. Tutto è
ormai a posto; manca più niente. I soldi sono stati trovati... L'iniziativa è stata presa da un anno. Chi abbia dato
i soldi si sa, i signori del grigio verde. Sempre generosi essi, questi poveretti di industriali; sempre pronti
a rispondere presente alla chiamata, che bravi! [...] il monumentone, verrà innalzato - se non cambiano idea - nel piazzale della Chiesa. Bel posto. È vicino ai santi. La madonna lo assisterà... Quanto verrà a
costare nessuno lo sa. Quale la dedica... l'epigrafe ancora nessuno la conosce. È giusto. Certo contro la
guerra, eh?... Basta sapere che alla presidenza di questo famoso comitatone vi sta quel candore infantile di
Cav... Comm... mangia socialisti... Un guaio, qui il difficile, non tutti i nomi dei nostri caduti potranno
scrivere. Qualche famiglia ha già protestato energicamente, ben pochi nomi potranno avere. Ma si dice... che
verrà Don Birilla a mettere a posto tutto. Una dedica... che suoni né pro né contro la guerra. Atteggiamento
dei Pipì. Fra il ma ed il se, non spiegarsi mai. Son preti. Ma, ci troveremo noi quel giorno in piazza,
stiano tranquilli, tranquillini. È ora di finirla. Proveremo le forze, il proletariato nostro non permetterà
pagliacciate patriottiche di tale genere. La guerra la ricordiamo ancora, l'abbiamo vista e ci toccò molto più che non
i signori... farmacisti e strozzini, e... industriali sanguisughe che se la papparono tranquilli con tanto di
bracciale dai bordini d'oro. Canaglie sono, vere canaglie. Mentitori, bugiardi, farabutti, imboscati dell'armiamoci
e partite. Vergognatevi. I morti sono nostri, tutti nostri. Son figli del popolo che lavora. Appartengono
alla famiglia del proletariato. Noi che dalla guerra tornammo, abbiamo un compito, un dovere: vendicarli.
Non insultateli, state zitti, inutile ogni vostra truccatura, vi conosciamo troppo bene mascherine. Il popolo non
vi può seguire, non vi seguirà. Egli è con noi, col partito socialista, per il socialismo. Il proletariato ha
già commemorato i suoi caduti [i caduti di Cossato nella guerra 1915-18 furono
84]6 nella facciata della Casa del popolo fu posata una lapide in loro memoria; alla dimostrazione parteciparono migliaia e migliaia
di persone"7.
Parole sferzanti, dure, di sarcasmo, di indignazione, di minaccia che rispecchiano lo stato d'animo
comune in quel momento a molti biellesi che credevano nel socialismo, che vedevano in esso una forza
invincibile capace di dar loro giustizia e dignità.
Nell'estate del 1920 la persistente crisi dell'industria tessile biellese si aggraverà provocando una
notevole riduzione delle giornate lavorative Questo causerà un forte malcontento tra i lavoratori che daranno vita
ad agitazioni e scioperi ed inasprirà lo scontro tra le forze politiche A settembre l'occupazione operaia di
alcune fabbriche biellesi, avvenuta negli stessi giorni in cui identiche azioni venivano attuate a Milano e
Torino, accrescerà ancora la tensione politica e sociale.
Ma sarà in occasione delle elezioni amministrative comunali e provinciali - nel Biellese si svolsero
nell'ottobre - che la lotta politica si farà durissima e vedrà come protagonisti il Partito socialista, che poteva
contare sull'appoggio delle organizzazioni sindacali ed economiche "rosse", e il "Blocco dell'ordine",
uno schieramento che raggruppava liberali, nazionalisti, conservatori e democratici di varia estrazione.
A giudicare l'asprezza della lotta politica da quanto pubblicato da "La Tribuna Biellese", giornale
dell'Unione democratica, portavoce degli industriali e del "Blocco dell'ordine" nella campagna elettorale per
quelle elezioni, si dovrebbe dire che il linguaggio virulento usato dal periodico è un incitamento all'odio e
alla violenza. Ecco il testo di un appello pubblicato appunto da "La Tribuna Biellese": "Elettori! I
'distruttisti' hanno detto: vogliamo distruggere tutto, distruggere il Comune, distruggere la Provincia, distruggere
lo Stato, la casa del Popolo intero. Hanno detto vogliamo distruggere la famiglia, la Scuola, la Chiesa,
la Patria, il sacro vincolo che lega i figli ai padri, le madri alle viscere loro, i morti ai vivi e noi alla
memoria dei nostri nipoti. Hanno detto: siamo gli interventisti della guerra civile, siamo i trinceristi delle
barricate, vogliamo che l'immoralità dilaghi, vogliamo condannare tutti alla fame nera, alla carestia atroce,
alla predizione, alle epidemie, all'obbrobrio di tutti i popoli che ci respingeranno come cani affamati ed
infetti. Questo non è progresso, ma spaventosa rapina. Questa non è politica ma delirio. Questo non è
socialismo; ma barbarie sociale. Se costoro trionfano tutto sarà perduto; il frutto dei nostri risparmi andrà perso; il
pezzo di terra confiscato; il domicilio violato; ogni proprietà alla mercé dei faziosi e dei violenti; Chi riparerà
le strade? Chi penserà alla salute pubblica? Chi provvederà agli ospedali e alle scuole? non i
bolscevichi. L'hanno detto: Distruggere, non Amministrare è il loro spaventoso programma di morte! Elettori non
votate i distruttisti! Domenica 10 ottobre tutti alle urne! Salviamo la Provincia dalla distruzione bolscevica,
votando per i candidati del blocco
dell'ordine"8.
In quel clima politico, in cui la propaganda raggiunse i livelli esasperati sopradescritti, domenica 7
novembre 1920 avverrà a Tollegno un fatto, degno di nota per la sua originalità, che ebbe come protagonisti
Eugenio Moranino, classe 1891, filatore; Ottavio Ugliengo, classe 1889, filatore; Giuseppe Ghisio, classe
1899, assistente di filatura, residenti a Tollegno, socialisti e consiglieri di minoranza.
I tre su incarico della sezione socialista, forti di un "mandato scritto" rilasciato alla sezione dai familiari
di 15 caduti, si recheranno al cimitero di Tollegno e deturperanno "una lapide commemorativa dei caduti
in guerra che trovavasi nel camposanto, cancellando con vernice nera, tredici dei nomi ivi
scolpiti"9.
Denunciati e rinviati a giudizio per il loro gesto, essi verranno processati il 7 aprile 1921 nel
Tribunale penale di Biella. Eugenio Moranino, difeso come gli altri due dall'avvocato Ernesto Carpano,
interrogato durante il dibattimento, rispose: "Non contesto il fatto che mi si imputa ed in merito mi rimetto a quanto
ho già risposto nel mio interrogatorio. Parte dei 17 nomi vennero cancellati da me, gli altri lo furono dagli
stessi parenti dei caduti che già in precedenza avevano protestato perché non volevano che i nomi dei loro
caduti fossero iscritti nella lapide da apporsi nel camposanto, come da proteste scritte che verranno presentate.
La domanda e la sottoscrizione per la apposizione della lapide venne fatta da alcune persone che avevano
fatto i soldi durante la guerra. Si inaugurò poi la lapide senza alcun permesso e senza avviso ai
sottoscrittori. Ugliengo e Ghisio non cancellarono nessun nome, erano solo presenti quando avvenne la
cancellazione"10. Riconosciuto
colpevole, Moranino fu condannato alla pena di "mesi tre di reclusione e di lire 50 di
multa nonché delle spese processuali e tassa di sentenza", la cui esecuzione verrà sospesa per 5 anni. Ugliengo
e Ghisio vennero assolti per non aver commesso il fatto.
Poco più di un mese dopo, nella notte dal 16 al 17 dicembre, quattro fascisti si recheranno ad Andorno
e distruggeranno l'epigrafe della lapide dedicata ai caduti "perché infamava l'opera dei nostri
soldati, denigrandola". "La Tribuna Biellese" del 22 dicembre, in un dettagliato articolo su questo avvenimento
dal significativo titolo "L'oltraggio pussista d'Andorno vendicato", scriveva: "Un'ardita iniziativa è sorta
qualche tempo fa a Milano per opera di Ferruccio Vecchi. L'iniziativa consiste nella fondazione di un
apposito comitato, composto da uomini risoluti, il quale si è assunto il compito di controllare nel nome dei
morti eroici e dei superstiti valorosi, le lapidi e i monumenti di guerra. Ora come i lettori sapranno, nella vicina
Andorno la marmaglia comunista aveva murato una lapide commemorativa dei caduti [...] composta in
due distinte piastre di marmo, quella superiore la quale recava, appunto, l'epigrafe infame. I nomi dei
caduti, invece, erano e sono incisi nella piastra inferiore. Venuto a conoscenza di ciò il Comitato al quale
accennammo nominava una Commissione composta dal Capitano degli arditi Ferruccio Vecchi, dal signor Renzo
Fontanesi e dai fratelli Cornelli11, la quale Commissione la notte del 17 si è recata in automobile ad Andorno
partendo da Milano. Giunta sul luogo con apposita scala, scalpello, martello, picozza e altri strumenti, iniziò
senz'altro la demolizione della lapide stessa [parte superiore] ultimando il lavoro in circa un'ora. Per quanto
l'opera degli arditi fosse stata segnalata ai comunisti Andornesi questi non si fecero vivi, limitandosi ad apparire
per pochi minuti dietro le saracinesche delle finestre del Palazzo Comunale. Prima di allontanarsi i
quattro ardimentosi tracciarono sulle mura del paese, servendosi di un grosso pennello, le seguenti
iscrizioni: Rispettate, disertori, i difensori della Patria! La culla di Pietro Micca è finalmente vendicata dall'onta
che l'aveva colpita! Miserabili, l'ardito pugnale vi raggiungerà
ovunque12.
La risposta di Andorno "contro l'atto vile compiuto dai fascisti" sarà immediata.
Il giorno 17 i socialisti affiggeranno il seguente manifesto: "Proletari Andornesi! Noi che amammo i
nostri compagni massacrati in guerra, ne onorammo la loro incancellabile memoria maldicendo alla causa che
li portò alla tomba! Ma nella civiltà nostrana non si può dire che i morti sono morti ignari! Stanotte, dopo
tutto il can can fatto nei giornali, coraggiosi ignoti fascisti, richiesti e pagati dalla canaglia locale, che tutto
il popolo andornese conosce, hanno imbrattato col catrame la dicitura e vollero castrare le parole bollanti
alla guerra e al capitalismo! Sia di monito a tutti, sia di ricordo per
noi!"13.
Sabato 18 sarà convocato, in seduta straordinaria. il Consiglio comunale
che approverà, con il voto della maggioranza socialista, l'ordine del giorno che trascrivo: "Il Consiglio Comunale di Andorno
vivamente indignato per lo scempio compiuto da fascisti degenerati e venduti alla causa del capitalismo, contro
il marmo sacro, alla popolazione andornese; mentre lancia un severo monito contro i fascisti locali i quali sono i principali responsabili dell'offesa atroce fatta alla memoria dei poveri caduti della immane guerra; e
denuncia all'opinione pubblica la loro opere nefanda di incitamento e di rivolta alla volontà della maggioranza,
opera assecondata, o meglio voluta dai giornali borghesi locali; delibererà: che la lapide vilipesa e castrata abbia
a sorgere più maestosa e fulgida a spese del Comune, e che a fianco di essa abbia ad essere scolpito
e stigmatizzato nel marmo l'atto vigliacco dei venduti, quale monito deciso e reciso per coloro che si
illudono che colle azioni turpi e nell'assassinio, sia possibile arrestare il travolgente succedersi degli eventi
che devono portare alla rivendicazione
umana"14.
Sulla responsabilità di elementi locali nel generare ad Andorno il clima politico in cui sarebbe
avvenuta l'azione fascista, anche "I comunisti andornesi'' scrivevano sul "Corriere Biellese": "Voleva il
proletariato andornese, tramandare ai posteri, insieme al nome dei suoi martiri, anche l'attestazione della sua
avversione alla causa che li uccise. E scrisse l'epigrafe [...]. I quattro nazionalisti del paese, incominciarono la
campagna. Molto addentro nei meandri triangolari, scrivono e punzecchiano. Fanno muovere la magistratura ed
inscenare un processo: alle Assisi,
nientemeno!15. Ma non sono ancora contenti. I padri spirituali dei fasci fanno
agire le loro creature. E gli eroi del catrame entrano in scena. Di notte nell'automobile comoda, mascherati,
giù catrame e colpi di scalpello sull'innocente marmo. E non si accontentano della dedica! Ci sono al fianco
di essa parecchie simboliche figure: un mutilato, un lavoratore che vanga la terra e sfogarono la loro rabbia
da ubriachi anche su quelle!"16.
Non molto tempo dopo l'azione fascista di Andorno, nella notte dal 7 all'8 gennaio 1921,
un'impresa analoga sa:rà tentata ad Albano Vercellese da una decina di fascisti di Vercelli: azione preannunciata
dagli stessi fascisti i quali, proprio in quei giorni "sul numero 2 del giornale La Sesia", avevano minacciato
di compierla.
La lapide "che la popolazione albanese con sentimento e volontà unanimi [aveva voluto] decretare
alla memoria delle vittime della
guerra"17 si trovava sotto il portico della Casa comunale; gli squadristi
intenzionati a distruggerla raggiunsero la piccola località vercellese su di un camion, nottetempo. Ma, allorché
essi iniziarono a picchiare col martello la lapide - che aveva l'epigrafe identica a quella di Andorno -, furono
fatti segno da un colpo d'arma da fuoco, sparato dall'interno della Casa comunale, che li fece desistere dal
loro intento. A sparare col fucile contro di loro fu una delle due guardie giurate che avevano avuto dal pro
sindaco l'ordine di "difendere la proprietà comunale non solo, ma il marmo sacro alla popolazione albanese".
La fucilata colpì due membri della spedizione fascista, uno dei quali, Aldo Milano, un giovane ragioniere
di Vercelli, ferito gravemente, morì poco dopo.
Il 10 gennaio il prefetto di Novara nell'informare il Ministero dell'Interno sui fatti di Albano Vercellese
si riservava di inviare ulteriori informazioni e faceva presente che la Prefettura "aveva impartito disposizioni
alle dipendenti Autorità circondariali perché fossero invitati i Sindaci nei cui comuni si fossero
inaugurate lapidi con epigrafi sovversive, a farle togliere ed in caso di
inadempienza a provvedere
d'ufficio"18. Nel Biellese, a far ottemperare la disposizione prefettizia, s'incaricherà il sottoprefetto di Biella, cavalier
Danzi, che invierà ai sindaci dei comuni di Cossato Crocemosso, Camandona e Portula il seguente
telegramma: "La prefettura di Novara, nell'esaminare l'epigrafe murate, a memoria dei caduti di guerra, ha rilevato
che quella che trovasi sulla facciata di codesto Palazzo Comunale contiene espressioni che non possono
essere consentite. Invito perciò la S.V. a volere nel termine perentorio di giorni 10, fare procedere la rimozione
di tale lapide, avvertendo che, in caso di inadempimento sarà provveduto
d'ufficio"19.
Per protestare contro "l'ordinanza prefettizia" i rappresentanti dei quattro comuni, accompagnati da
Virgilio Luisetti e Fedele Fila, si recheranno dal sottoprefetto di Biella dal quale otterranno "la sospensione
del provvedimento per altri 10 giorni".
L'11 gennaio, l'onorevole Felice Quaglino solleciterà telegraficamente il ministro competente a
voler "provvedere sospensione inconsulto provvedimento se vuolsi evitare gravissima agitazione classe
operaia"20. All'azione di Quaglino qualche giorno dopo si affiancherà quella dell'onorevole Dino Rondani.
Domenica 16 gennaio, a deliberare di non "rimuovere le lapidi messe dal popolo in ricordo dei propri caduti"
saranno i rappresentanti delle sezioni socialiste del mandamento di Mosso S. Maria. Nel comunicato da essi
approvato, con cui rigettano "l'ordine" prefettizio, fra l'altro si afferma: "Qualora i nostri fascisti avessero
qualche intenzione poco onesta verso i nostri compagni o verso le nostre istituzioni, di rendere dente per
dente. Siamo tutti cittadini di una stessa patria e non intendiamo subire le sopraffazioni di una minoranza
pagata dal capitalismo. Fin'ora la classe lavoratrice biellese ha sempre mostrato una elevata mentalità anche
nella lotta di classe, ma qualora fosse provocata saprebbe rispondere a dovere rintuzzando ogni tentativo
bellicoso"21.
Pesanti accuse all'operato dei fascisti e del sottoprefetto di Biella saranno pure avanzate dal
"Corriere Biellese" che, nel ricostruire le diverse fasi della "Guerra contro le lapidi", scriveva: "Un bel giorno a
Biella si costituisce il fascio di combattimento. Giovani di belle speranze, la cui occupazione maggiore - in
ordine politico - era di leggere cronache sportive sui giornali; che portano con sé - malgrado qualcuno non
abbia vestito mai divisa militare - i sedimenti (la parola urta al... letterato della 'Tribuna') di odio
selvaggio impressi nel loro animo dalla guerra giurano di debellare il socialismo. Il nostro Sottoprefetto si spaventa.
E allora, non potendo con un decreto sopprimere il Socialismo, vuole soppressa qualunque
manifestazione esteriore del nostro
partito"22.
All'inizio di febbraio l'azione congiunta di Quaglino e Rondani conseguirà un primo risultato: il
Ministero, contemporaneamente alla richiesta di avere dalla Prefettura di Novara "copia delle iscrizioni lapidi"
per esaminare il testo, invitava la stessa a tenere "sospeso qualsiasi provvedimento in attesa disposizioni
questo Ministero"23. Non molti giorni dopo, il 13 febbraio, il Ministero dell'Interno inviava il seguente
telegramma alla Prefettura di Novara: "Ministero, esaminato testo epigrafi incise sulle lapidi [...] trova di poter
consentire che, senza che siano apportate modifiche al testo stesso, le relative lapidi continuino ad essere esposte
al pubblico nel posto ove già furono
murate"24.
La sorte riservata del governo alle lapidi porrà fine - almeno sul piano legale - alla "Guerra contro le
lapidi". Questo, tuttavia, non indurrà i fascisti, esaltati da "La Tribuna Biellese" per le
loro gesta, a desistere dalla lotta contro i "sovversivi": ben sapendo che, per salvare la Patria dalla "barbarie del socialismo", essi
potevano contare sui soldi degli industriali, sull'appoggio della conservatrice Unione democratica, sulla complicità
di molti organi dello Stato.
A partire dall'estate del 1921 l'attività del fascismo biellese si caratterizzerà per il suo impegno in
campo sindacale: un terreno sul quale la lotta di classe si faceva sempre più dura e il nemico da battere erano
la Camera del lavoro e le leghe "rosse" delle quali il padronato più reazionario voleva l'annientamento.
Sarà così che nel settembre, in concomitanza con la proclamazione dello sciopero generale degli operai
lanieri, verrà costituita a Biella una sezione del sindacato fascista Cise. Una organizzazione asservita al padronato
il cui ruolo - con la firma di un accordo separato col Lanificio G. Rivetti e Figli di Biella - sarà rilevante
per creare le premesse della sconfitta dei lanieri dopo circa tre mesi di sciopero generale.
Dopo la sconfitta degli operai lanieri le forze del lavoro ed i partiti antifascisti non saranno più in grado
di contenere l'offensiva fascista, che culminerà il 1 novembre 1922 con l'occupazione della Casa del popolo
di Biella: tragico simbolo della disfatta del movimento operaio.
Delle lapidi "antipatriottiche" ne parlerà ancora "ll Popolo Biellese" - settimanale dei fascisti biellesi,
uscito la prima volta il 5 agosto 1922 - che, in un resoconto sull'attività compiuta dal fascio di Biella,
scriveva: "Altra azione importante svolta da questo Direttorio sotto la direzione della Federazione Provinciale e
con l'ausilio di qualche squadra venuta da fuori, fu quella di dare battaglia contro i comuni retti dai social-comunisti. Battaglia che è cominciata con la caduta della roccaforte principale del Comune di Biella e continuò con
la conseguente caduta di altri 34 Comuni, con il prelevamento di ben 50 bandiere rosse e con la demolizione
di 15 lapidi austriache che insultavano i nostri eroici caduti per la Patria ed il sentimento italiano di
buoni cittadini Biellesi"25.
Nel Biellese le località in cui i socialisti dedicarono dei "ricordi marmorei" ai caduti - stando alle notizie
del "Corriere Biellese" - furono ventiquattro. Ecco l'elenco: Crocemosso, lapide inaugurata domenica 14
dicembre 1919 e rimossa martedì 29 agosto 1922 in seguito ad una "visita" dei fascisti alla Casa del popolo;
Camandona, lapide inaugurata domenica 1 fabbraio 1920, "abbattuta" nella notte del 17 ottobre 1921; Cossato,
lapide inaugurata domenica 14 marzo 1920, distrutta nella notte di lunedì 21 agosto 1922; Vigliano Biellese,
lapide inaugurata domenica 11 aprile 1920; Portula, lapide inaugurata domenica 2 maggio 1920, "caduta sotto
i colpi del martello demolitore delle brave camicie nere" nella notte del 4 settembre 1920; Pianceri,
lapide inaugurata domenica 30 maggio 1920; Andorno Micca, lapide inaugurata domenica 27 giugno 1920,
distrutta nella notte dal 16 al 17 dicembre 1920; Crevacuore, monumento, "lavoro artistico del nostro amico
architetto Crippa eseguito dallo scultore Cantoni di Novara", inaugurato domenica 4 luglio 1920, distrutto sabato
26 agosto 1922; Soprana, lapide, "magnifico capolavoro della ditta Barbera e Perino", inaugurata domenica
15 agosto 1920; Vandorno-Barazzetto (Biella), lapide, "opera e vanto dei compagni Barbera e Perino",
murata "nell'edificio scolastico che unisce le due frazioni", inaugurata il 5 settembre 1920, distrutta nella notte
di sabato 19 agosto 1922; Sagliano Micca, lapide inaugurata domenica 19 settembre 1920, "fatta
asportare" dal sindaco "dietro invito dei fascisti" sul finire dell'agosto 1922; Postua, lapide inaugurata domenica
26 settembre 1920: "Viene frantumato lo stemma" nella notte dal 12 al 13 settembre 1922; Cerrione,
lapide inaugurata domenica 3 ottobre 1920; Camburzano, lapide inaugurata domenica 3 ottobre 1920;
Pralungo, lapide, "opera della ditta Barbera e Perino", inaugurata domenica 31 ottobre 1920; Trivero, lapide
inaugurata domenica 31 ottobre 1920; Valdengo, lapide fatta smurare dal sottoprefetto di Biella domenica 19
dicembre 1920, giorno della sua inaugurazione; Mongrando Curanuova, monumento inaugurato domenica 26
dicembre 1920; Pralungo Sant'Eurosia, lapide inaugurata nel dicembre 1920, distrutta nella notte del 20 agosto
1922; Coggiola, "lapide monumentale", "prezioso lavoro, opera dell'architetto Crippa di Varallo e dello
scultore Cantoni di Novara", inaugurata domenica 29 maggio 1921, "purificata col martello" nella notte di
martedì 22 agosto 1922; Caprile, lapide inaugurata una domenica di fine agosto 1921; Benna, lapide
inaugurata domenica 25 settembre 1921, distrutta nella notte di giovedì 27 agosto 1922; Ailoche, lapide
inaugurata presumibilmente nell'ottobre 1921; Zubiena, lapide inaugurata domenica 21 maggio
192226.
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