Adolfo Mignemi
L'uso della violenza nella propaganda
"l'impegno", a. XVI, n. 2, agosto 1996
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Analizzare l'uso ed il ruolo svolto dalla violenza all'interno della comunicazione nel sistema
propagandistico del fascismo, ovvero studiare i problemi posti dalle scelte relative alla "visualizzazione" ed
alla "rappresentazione finalizzata" delle manifestazioni della violenza significa, se si intendono
evitare banalizzazioni o generici moralismi, delimitare con precisione e definire, preliminarmente, concetti
quali "violenza" e "propaganda".
Quale violenza? La morte, la tortura fisica, quella psicologica, la violenza individuale, la violenza
collettiva, l'offesa recata direttamente alla persona o alla collettività: la casistica appare sterminata. Su cosa
soffermarsi? In particolare: privilegiarne l'aspetto tecnico? costruirne tipologie di genere formale? Oppure:
esaminare la violenza sotto l'aspetto sostanziale? considerarla unicamente dal punto di vista della modalità di
rapporto? Lo stesso si dica per la propaganda. È utile considerarla unicamente nell'ottica dell'analisi dei
linguaggi utilizzati e attivati? È sufficiente porre solo dal punto di vista tecnico la questione del suo uso e
della sua fruizione? Oppure è meglio accostarsi alla sua "economia politica", analizzando i rapporti che essa
ha con la società a cui è diretta ed in cui è destinata ad agire e, al tempo stesso, con le forme politiche che
la esprimono?
Le considerazioni che seguono si sforzeranno pertanto di percorrere alcuni itinerari in campo psicologico
e sociologico, oltre che in campo storico, per giungere a meglio definire alcune tipologie di uso della
violenza nel ventennio fascista.
La violenza
Si richiamava prima l'esigenza di dare una definizione al concetto di violenza rilevando che essa
sostanzialmente oscilla tra due possibili approcci.
Il primo pone unicamente la questione della violenza in termini di tecnica e, pertanto, nel caso della
nostra indagine, finisce con il confinarla sostanzialmente nell'esperienza della guerra. Il secondo approccio
guarda invece alla violenza come modalità di rapporto e, pertanto, rinvia all'esperienza individuale, al suo
collocarsi nel contesto sociale dell'esperienza del gruppo e della nazione.
Questo secondo approccio, che ci sembra anche il più utile, rimanda direttamente a problemi connessi
con la dimensione psicologica.
Si tratta cioè di sviluppare, dal punto di vista metodologico, una riflessione sicuramente anomala per
lo storico ma indispensabile per valutare a pieno tutte le possibili fonti disponibili per la ricerca.
A tal proposito può essere utile illustrare con un esempio l'importanza che questa riflessione anomala
può avere nell'analisi di un tipico caso di "visualizzazione" e di "rappresentazione finalizzata" della violenza
in campo propagandistico.
Nella primavera '94, nell'ambito di una trasmissione televisiva di carattere giornalistico, la proiezione
dei filmati prodotti dalle unità cinematografiche alleate di "Combat film" ha proposto, in numerosi casi,
lunghe riprese su particolari raccapriccianti di episodi di violenza e di guerra che hanno suscitato disagio
negli spettatori. A spiegazione di tale disagio si sono portate le più disparate motivazioni ideologiche e
tecniche, dimenticando che quelle immagini stavano, principalmente e senza possibilità di equivoco, ponendo
allo spettatore di oggi la questione della percezionee del vissuto della violenza da parte degli operatori
che avevano registrato quelle immagini. Non è possibile infatti valutare compiutamente quei materiali
senza tener conto della cultura che li ha prodotti e pertanto della assuefazione alla morte, come esperienza
collettiva, alla quale la guerra irrevocabilmente induce chi la vive.
Ma la guerra, e lo sottolineavamo prima, è solo uno dei luoghi in cui la violenza si materializza e si
dispiega, è anzi il luogo terminale di questa manifestazione. Ci sembra pertanto utile compiere un piccolo ma
significativo passo indietro tanto più che si è assunto come territorio di indagine, per la
mise en scène della violenza, l'intero ventennio fascista.
Nello stato autoritario la società è perennemente protesa, come dice Franco Fornari, "a trovare un
nemico reale", a difendersi sia dai fantasmi del nemico interno che da quelli del nemico
esterno1.
Culturalmente si vive pertanto immersi in un clima di militarizzazione permanente, in un "mondo
psicologico" specifico di cui l'aggressività è un collante insostituibile.
Vi è la necessità di approfondire un preciso significato - quello a cui noi faremo riferimento - di questi
due concetti: "aggressività" e "mondo psicologico specifico" che altrimenti rischiano di identificare
significati e attributi soggettivi, incerti e anche contraddittori.
L'aggressività
Se, come fanno alcuni, riconosciamo una manifestazione di aggressività "in ogni manifestazione
umana rivolta a far fronte al mondo esterno e a dominare la realtà, è fuori di dubbio che tutti i rapporti umani
siano l'espressione di un'aggressività il cui concetto è stato svuotato di ogni connotazione specifica ed in
cui genericamente identifichiamo ogni tensione
vitale"2.
Se invece, per esigenze di concretezza, restiamo fedeli al significato tradizionale del termine e limitiamo
il concetto a certi atteggiamenti e comportamenti specifici, allora l'aggressività viene ad essere intesa
"come un particolare modo di entrare in rapporto con la realtà, cioè come un particolare modo di controllare
ed investire le energie di cui biologicamente disponiamo", ovvero "una modalità specifica di rapporto con
la realtà, caratterizzata dalla volontà di esercitare un controllo arrecando un'offesa".
In tale prospettiva l'aggressività si configura, piuttosto che come un istinto o una semplice reazione,
essenzialmente come un fenomeno funzionale all'adattamento dell'individuo. Ovvero: "Come ogni
condotta anche quella aggressiva è sintomo del modo in cui una persona investe, percepisce, elabora e reagisce
alla realtà".
L'aggressività ed il comportamento aggressivo, cioè la volontà di offendere e l'offesa, vanno quindi
essenzialmente interpretate "alla luce del significato che tali tipi di fenomeni assumono nel contesto
intrapsichico ed interpersonale, in rapporto cioè al vissuto e alla percezione e sanzione sociale".
Notano gli psicologi: "Un comportamento è realmente adattivo se promuove lo sviluppo psichico e
sociale del soggetto, se cioè assicura sia un positivo equilibrio intrapsichico sia un positivo equilibrio interpersonale.
L'aggressività del soldato non è la stessa aggressività del criminale, anche se le sequenze
comportamentali che portano alla soppressione del nemico e della vittima sostanzialmente appaiono le stesse.
Il vissuto è diverso, la sanzione sociale è diversa, i processi psichici che hanno anticipato e seguito
la condotta fondamentalmente sono diversi".
La differenza critica tra il soldato ed il criminale, concludono taluni studiosi, è che "il primo, pur
avendo appreso ad essere aggressivo può rinunciare ad esserlo, mentre il secondo avendo appreso ad essere
aggressivo ha fatto di tale comportamento uno stile di vita".
Ciò detto, rimane comunque come problema aperto il disadattamento indotto da una pratica prolungata
di comportamenti aggressivi. Infatti la cancellazione dal proprio vissuto personale della violenza esercitata
in base ad una "legittimazione societaria" non può essere considerato una conseguenza immediata ed
automatica, proprio a causa della esperienza della violenza, connessa a quella del comportamento aggressivo,
che viene vissuta dal soldato, non necessariamente in contesti di guerra, ma in ragione unica del suo vivere in
un gruppo strutturato in forma rigidamente autoritaria.
Il confine tra aggressività e violenza
Ma quale è il confine tra aggressività e violenza? Nel campo dell'analisi psicologica quando l'agire di
un individuo diviene totalmente distruttivo si parla di violenza: tra aggressività e violenza vi è
esclusivamente una differenza di intensità. La violenza rappresenta cioè la manifestazione estrema dell'aggressività e di
un disordine più generale della personalità.
"Come per l'aggressività - è stato notato - anche la problematica della violenza si inserisce nella
tematica più generale della personalità alla luce delle condizioni che ne hanno reso possibile lo sviluppo e ne
hanno richiesto un certo tipo di organizzazione".
Gli studi antropologici hanno dimostrato l'esistenza di una varietà di modelli nell'economia
dell'aggressività e della violenza nelle diverse culture. Tali modelli appaiono essere la risultante delle diverse
condizioni ecologiche, economiche, o di altre condizioni generali che hanno determinato il caratterizzarsi ed il
sopravvivere di particolari culture ed, in seno a queste, di particolari personalità di base.
L'aggressività e la violenza, sia come manifestazioni di un adattamento, sia come manifestazioni di
un disadattamento, fondamentalmente fanno parte del nostro patrimonio culturale e sono essenzialmente
il risultato di un apprendimento. Sulla base di tali considerazioni non vi è dubbio che la diseguaglianza,
la discriminazione costituiscano nella nostra cultura le condizioni di un vero e proprio addestramento all'aggressività e alla violenza.
L'esperienza del gruppo chiuso
Quando nel gruppo, sostengono gli studiosi di queste fenomenologie, "prevalgono sulle tendenze
produttive quelle meramente difensive, il rapporto con la realtà, attraverso processi di scissione e proiezione,
viene negato o fantasmatizzato ed il gruppo diviene condizione di regressione e di evasione".
In tali circostanze i pregiudizi, la discriminazione, la necessità di individuare un nemico comune
"possono divenire l'espressione e la condizione di vita dei gruppi stessi; la situazione del gruppo diventa allora
la condizione in cui negare le proprie ansie, rimuovere l'esperienza della colpa, esteriorizzare
primitivamente le tensioni e i conflitti che i membri portano dentro di sé".
In un gruppo in cui gli individui portano "con le loro difese ed i loro conflitti un drammatico desiderio
di sfuggire ad un contatto con una realtà vissuta come eccessivamente minacciante e frustrante, non
rimane spazio alcuno per il confronto e la comunicazione, né alcuna esperienza di dissonanza può essere
tollerata senza generare ansietà ed accentuare il sentimento di frustrazione che viene sperimentato da un tal tipo
di partecipazione acritica ed essenzialmente basata sulla rinuncia della propria individualità.
La tensione che insorge dalla frustrazione e dalla paura può facilmente trasformarsi in aggressività e
distruttività se un tal tipo di risposta viene rinforzato dall'esperienza di una qualche gratificazione o, soltanto,
riduzione dell'ansia".
Nei confronti dell'aggressività, si è constatato che la funzione del gruppo è complessa: "Il gruppo
legittimando il ricorso all'aggressività per il superamento degli ostacoli che si frappongono al perseguimento
dei fini, può, indirettamente o esplicitamente, legittimare il ricorso all'aggressività per il superamento
della frustrazione; il gruppo per i limiti che impone al narcisismo individuale è occasione di frustrazione e
pertanto di aggressività ove questa sia divenuta la modalità privilegiata di risposta alla frustrazione; il gruppo
al fine di preservare la propria coesione inibisce l'aggressività al suo interno divenendo in questo modo
nuovamente occasione di frustrazione e di aggressività; il gruppo assicurando l'approvazione sociale e
l'impunità può sollecitare i propri membri a scaricare all'esterno la propria aggressività".
Da ciò consegue che "se il gruppo e gli individui che ne fanno parte sono immaturi, indifesi, poveri
di controlli è possibile che la risposta e l'atteggiamento aggressivo diventino i modelli stabili di rapporto
con la realtà e le condizioni dell'esistenza stessa del gruppo.
In tali circostanze la coesione del gruppo ed il precario equilibrio dei suoi membri divengono
proporzionali all'esistenza di un nemico esterno e alla funzionalità di tutto un sistema di pregiudizi, di stereotipi,
di discriminazioni".
Sacrificando la propria autonomia alla vita
del gruppo gli individui sacrificano spesso la loro
responsabilità critica e morale, si alienano da una percezione realistica della loro esistenza, scindono i loro
comportamenti dalle loro naturali connotazioni emotive e motivazionali, ed accettano sotto l'ideologia del gruppo ciò
che nel loro intimo non avrebbero mai accettato.
Secondo Fornari l'alienazione della colpa e la negazione della riparazione della colpa attraverso la
delega della propria sensibilità etica ad un'entità illusoria ed impersonale che, come il gruppo, non ha
coscienza morale, costituiscono i fenomeni più pericolosi della vita dei
gruppi3.
Soprattutto nei confronti dell'aggressività il ruolo svolto dai gruppi è importante nel legittimare e nel
promuovere il fenomeno aggressivo.
È fuori di dubbio infatti che è all'interno dei gruppi che gli individui imparano ad essere aggressivi e
che quanto più il fatto aggressivo si disloca dalla sfera individuale a quella di gruppo, si indeboliscono
le preoccupazioni e le inibizioni morali e viene meno il controllo individuale. Ed è fuori di dubbio che i
gruppi non sono disposti a rinunciare all'aggressività e alla violenza per disciplinare le loro relazioni.
Così l'ostilità verso l'esterno rappresenta il modo più frequente e rapido per assicurare la pace interna di
un gruppo, per quanto essa possa dimostrarsi non sempre la più efficace.
Tra l'aggressività degli individui e quella della società - va infine notato - vi è un rapporto di
interdipendenza per cui "la prima trae origine dai modelli della seconda e rende possibile la perpetuazione di
questi"4.
Il mondo psicologico specifico
E veniamo ora all'altro concetto, che in precedenza abbiamo definito del mondo psicologico specifico.
Nota Fornari nel suo "Psicanalisi della guerra": "Il fenomeno della guerra mette in evidenza il mondo
psicologico nuovo, come trasformazione radicale di valori che si instaura con la
guerra"5.
E prosegue: "Il passaggio alla situazione guerra è sancito da riti, alcuni dei quali implicano la
maledizione, altri un vero e proprio atto di accusa verso il nemico".
La colpevolizzazione del nemico è pertanto "di importanza fondamentale per evitare il senso di colpa che
la guerra provoca nell'uomo e segna un momento essenziale nella vicenda di rottura tra tempo di pace e
tempo di guerra, nella cerimonia di apertura del mondo psicologico nuovo instaurato dalla guerra. Dopo tale
rito l'omicidio, il saccheggio, il ratto e lo stupro diventano leciti, per un periodo determinato".
Da quel momento gli uomini accettano di dare e di ricevere la morte violenta e di cercare di
impossessarsi dei beni dell'avversario con la violenza, come di mettere a repentaglio il loro proprio, come se, benché
eluso attraverso la proiezione, il sentimento di colpa implicasse tuttavia meccanismi autopunitori. "L'istinto
di conservazione entra pertanto in crisi o meglio in una vicenda drammatica governata da un
manicheismo radicale, regolato dalla scissione del mondo in amico e nemico.
Tale scissione del mondo in amico e nemico ha il carattere di un'estrema semplificazione, per cui il bene
e il male non vengono più integrati in una stessa situazione istintiva e in uno stesso rapporto oggettuale, ma
la stessa situazione acquista caratteri diversi a seconda che venga consumata su sé o sull'altro
nell'aforisma paranoico del mors tua vita mea.
Tutto l'enorme peso umano dell'ambivalenza si alleggerisce di colpo
in quanto l'amore e l'odio trovano due oggetti diversi in cui investirsi".
Inoltre la guerra "acquista il
carattere della festa, che, secondo
Durkheim, ha come compito essenziale quello di rendere più salda la solidarietà dei gruppi, aumentando il senso di unione.
Gli aspetti psicologici più tipici della festa in senso sociologico sono: il produrre un'unione materiale
dei membri del gruppo; l'essere un rito di spesa e di sperpero; il costituire una modificazione più o meno
grande delle regole morali; l'essere un rito di esaltazione collettiva; l'instaurare una specie di annullamento
della sensibilità fisica; l'instaurare riti sacrificali. La guerra sarebbe quindi
la festa suprema".
Il carattere sacro della guerra è intimamente associato alla sacralità dei riti mortuari. Essa è cioè
"intimamente unita al culto della
morte" e come vedremo più avanti, alla elaborazione del lutto.
Nella civiltà occidentale all'affievolirsi delle religioni corrisponde "il rifiorire del culto dei morti in
guerra, sotto forma del sacrario dei caduti e parco delle rimembranze, situazione intesa come il ritorno nella
nostra civiltà di usanze arcaiche.
Il culto dei caduti in guerra tende perciò a rimpiazzare il culto dei santi".
La guerra poi - ma noi vorremmo aggiungere la violenza legittimata societariamente - "porta a
verificazione spettacolare - nota sempre Fornari - una situazione umana generale per cui la morte assume valore
assoluto: le idee nel nome delle quali si muore hanno il diritto di verità, perché la morte diventa un
procedimento dimostrativo". La morte come criterio di verità! Ma la misteriosa epistemologia della guerra, fondata
sul postulato che "è vero ciò per cui si muore", dispone di un altro postulato: "È vero ciò che vince": per cui
il vincitore viene cosi omologato al vero-giusto e il vinto al falso-ingiusto.
"La guerra diventa quindi una specie di prova dell'esistenza e dell'autenticità, come se l'uomo [...]
facesse la guerra per dare a se stesso una prova del proprio esistere come vero uomo.
Tutta l'esaltazione romantica dell'eroismo e l'idealizzazione della guerra in generale si basano in
definitiva su postulati del genere.
Su tale sfondo la guerra ha alimentato atteggiamenti che vanno dalle poesie di Tirteo alla
idealizzazione della cortesia dei combattimenti cavallereschi medioevali e infine alla idealizzazione dello spirito di
brutalità che ha imperversato nelle guerre" in cui le passate generazioni sono state coinvolte.
Questo percorso sulla falsariga delle riflessioni di Fornari sulla guerra e sul contesto di preparazione
dell'evento militare, ben si adatta all'analisi dell'esperienza vissuta in Italia tra le due guerre negli anni
della dittatura.
La propaganda
E passiamo ad esaminare il secondo problema. Che cosa è la propaganda?
Jacques Ellul la definisce una sorta di contenitore enorme in cui rischia di essere contenuto tutto ed al
tempo stesso nulla. Egli scrive: "La prima difficoltà che si incontra quando si parla di propaganda è il doverne
dare una definizione. Questa difficoltà diventa ancora più grande quando si tenta di tracciarne la storia, in
quanto non è neppure possibile servirsi a tal fine della definizione ottenuta attraverso l'osservazione della
propaganda quale oggi si presenta.
La propaganda attuale, infatti, ha caratteristiche che non trovano riscontro nel passato: o si è quindi obbligati
a scegliere una definizione molto vaga, che non corrisponde appieno alla realtà contemporanea, oppure,
se si parte da questa, si è costretti a concludere che, a rigore, non c'è mai stata propaganda nel
passato"6.
È possibile comunque, sostiene Ellul, scegliere una definizione della propaganda "sufficientemente
comprensiva". E ne propone la seguente: la propaganda è l'insieme dei metodi utilizzati da un gruppo
organizzato allo scopo di far partecipare attivamente o passivamente alla sua azione una massa di individui
psicologicamente unificati attraverso manipolazioni psicologiche ed inquadrati in un'organizzazione7.
La Rivoluzione d'ottobre, egli sostiene, ha completato la "formazione della propaganda moderna" che
da strumento occasionale legato alla guerra è divenuto strumento permanente di azione politica ("nel
pensiero marxista la situazione di guerra è considerata permanente nella società" ma tale concezione verrà
assunta anche dall'ideologia fascista prima e nazionalista poi). Si configurano così due tipologie precise di propaganda: una di tipo persuasivo ed una di tipo emozionale
o agitatorio che presuppongono una organizzazione sistematica dell'intervento propagandistico in termini
di definizione di strategie o metodi e di mezzi.
Scrive Ellul: "Questa propaganda è segnata dal suo carattere massiccio: non si cerca più di
raggiungere alcuni individui particolarmente influenti, importanti, ben piazzati, un'élite di governo, ma di
modificare un'opinione pubblica nel suo insieme, di ottenere dei comportamenti di massa. Nello stesso tempo si
cerca di utilizzare il fenomeno di massa in quanto tale per favorire la propaganda. Questo carattere è causato a
sua volta non solo dall'evoluzione globale della società, in cui le masse partecipano sempre più alla vita
politica, ma anche dall'impiego, come principale mezzo di propaganda, della comunicazione di massa".
Un'ulteriore caratteristica rimarchevole di questa nuova propaganda è la sua continuità: ci si accorge che
una propaganda può avere effetti solo quando è di lunga durata, e, per quanto è possibile, ininterrotta.
"A partire da questo momento - nota sempre Ellul - non è più possibile parlare veramente di propaganda
per una campagna accidentale ed occasionale; la propaganda diventa un fattore profondamente integrato
nell'azione politica, e tende a trasformare
quest'ultima"8.
Le parole di Ellul delineano in termini sociologici, né più né meno, quanto si è andato delineando in
precedenza percorrendo la riflessione in campo psicologico dove, nota Fornari, "la propaganda di guerra
viene interpretata come una fondamentale organizzazione per impedire la depressione nel proprio paese e
per indurre la depressione nel nemico".
E conclude: "Una tale formulazione del significato della propaganda di guerra coincide con la tesi
della guerra come elaborazione paranoica del
lutto"9.
In entrambe le dimensioni di riflessione emergono come rilevanti: i problemi dei linguaggi; la
questione dell'uso della propaganda (chi la produce? per chi viene prodotta? ecc.); la questione della sua fruizione
(chi ha visto, udito ecc. un determinato messaggio propagandistico?).
La visualizzazione della violenza
E veniamo alla questione della visualizzazione finalizzata della violenza.
Tenterò ora di tracciare un possibile percorso di lettura intorno alla presenza del tema nella propaganda
in Italia in rapporto, prima, alla esperienza della dittatura e poi della guerra. La prima fase è sicuramente
quella che va dalla presa del potere ai primi anni trenta.
Qui le forme di visualizzazione della violenza sono decisamente quelle maturate nella esperienza
della grande guerra e così i linguaggi utilizzati.
Un ruolo fondamentale ha il culto dei caduti ed al centro della formulazione propagandistica sono
la monumentalistica e la "sacralizzazione" dei luoghi della guerra che divengono veri e propri santuari
della violenza. Vi è già una ampia letteratura sull'argomento. Ad esemplificazione basterà pertanto questo
brano tratto da un opuscolo dedicato al cimitero di Redipuglia, ricco di illustrazioni ed edito sul principio
degli anni trenta: "Sterminato asilo di morte: adunata solenne di tutti gli Eroi del Carso!
È il più vasto cimitero di guerra d'Italia e del mondo, perché contiene circa 30.000 Salme: tutte quelle
che furono esumate dai piccoli cimiteri di guerra e dalle doline del Carso, o sparsamente rintracciate su
quelle petraie.
Sorge sul colle di S.Elia di S.Pietro d'Isonzo (quota 48): appendice carsica, la quale, presso il piccolo
paese di Redipuglia, dal monte Sei Busi si spinge, quale vedetta avanzata, verso l'Isonzo, a destra della via che
da Sagrado conduce a Ronchi. È contornato, dal Podgora al Timavo, dai luoghi sacri della lotta nel
basso Isonzo, in vista dei colossi alpini e del mare.
È diviso in sette settori da viali, che dal sommo della collina scendono diritti a raggiera lungo i suoi fianchi.
Nei settori le Salme sono disposte in gironi concentrici, che hanno in complesso uno sviluppo di oltre
22 km. Per scavare le fosse occorsero, durante quattro anni, 21.000 mine nella viva roccia.
Nei primi due gironi, in alto, giacciono gli Ufficiali: 463 fra cui 3 generali; negli altri i militari di
truppa. Solo 5.860 tombe hanno il nome.
Questo cimitero non somiglia per nulla a tutti gli altri, ma ha carattere puramente militare. Qui non
viali coperti di ghiaia, non alberi, non fiori, non verde, né ombra; ma l'aspetto sassoso e brullo del Carso,
con sterpi e ciuffi d'erba stinta, e qualche rado arbusto dai fiorellini smunti, come quelli che, nelle
assolate pietraie, furono l'ultima visione dei morenti.
Non, sulle tombe, i consueti simboli cristiani, in legno o in cemento, ma tutti cimeli di guerra, l'uno
diverso dall'altro.
Al culmine della collina è un piazzale circolare. Al centro sorge l'obelisco della fede, in forma di faro
con quattro grandi croci rosse, da cui ogni notte si spande fatidica luce sui tumuli sacri.
Alla base una cappelletta, con sopra la scritta:
Agli Invitti della III Armata la Patria. Quattro dipinti,
alle quattro pareti, illustrano: la Promessa, l'Apoteosi, la Vittoria.
Ogni particolare dell'altare ha la forma
bellica, ed è ricavato da ordigni di guerra.
Ai lati del faro due antenne per le bandiere issate nelle solennità, guardate da due cannoni di navi
austriache, preda di guerra, e donati dalla R. Marina.
Nella parte settentrionale della collina è ancora un camminamento profondo, che conduce a una
lunga galleria di guerra, conservata così come era stata costruita dagli austriaci nel
1915"10.
Una ampia documentazione fotografica consente di ripercorrere un itinerario dantesco, nei gironi
della violenza generata da questa guerra che si rivela come evento esiziale per la memoria collettiva, capace
di penetrare fino ai livelli del vissuto quotidiano.
Accanto a questo tipo di "visualizzazione" della violenza ve ne è altra più specificatamente fascista,
connessa alla celebrazione e alla "storicizzazione" del proprio percorso politico11.
È l'organizzazione della memoria dello squadrismo e della marcia su Roma dove l'esaltazione della
violenza e la sua narrazione sono una pratica permanente.
Vi si rintraccia, ad una prima lettura, l'uso di un certo tipo di futurismo alla Marinetti, ma in realtà è
un tentativo di coniugare le forme della retorica linguistica, diffuse nella società del tempo, con quelle
del mussolinismo che proprio in questa fase si rende autonomo in ragione del suo progressivo strutturarsi
in comunicazione totalizzante all'interno di un sistema della propaganda in forte crescita e sviluppo.
Dall'aggressione all'Etiopia alla guerra mondiale
La seconda fase della
visualizzazione della violenza è quella che va dalla preparazione dell'intervento
militare in Africa orientale allo scoppio della seconda guerra mondiale.
In questa fase, da un canto, si predispongono percorsi "ritualistici" che potremmo quasi definire
"iniziatici alla violenza". Dall'altro - all'interno dello sviluppo delle comunicazioni di massa e della gestione che
di esse viene promossa dall'apparato di propaganda - vi è il collaudo dell'uso della immagine della violenza
in rapporto alla guerra.
È utile soffermarsi su entrambi questi aspetti. L'attenzione del fascismo a promuovere una propria
ritualità è questione che negli ultimi anni ha visto moltiplicarsi gli studi in proposito, impegnati ad indagare sia
il punto di vista formale sia quello dei riflessi culturali sulla mentalità e sulle pratiche quotidiane degli italiani.
Ci limiteremo quindi a richiamare in questa sede i caratteri essenziali di quella sorta di liturgia della
guerra che viene definita alla vigilia dell'aggressione all'Etiopia e che gli italiani vedranno puntualmente
ripetersi tra la fine del 1939 ed i primi mesi del 1940.
Come in ogni liturgia che si rispetti il percorso comprende un momento preparatorio di
propiziazione/consacrazione, uno di vera e propria celebrazione ed infine uno conviviale di consumo collettivo
delle offerte sacrificali con una forte connotazione ludica.
Il percorso si dispiegherà nell'arco di alcuni mesi a partire dalla fine del 1934, ossia dal momento
della decisione di condurre l'aggressione militare fino alla sua formale conclusione nel maggio 1936. I vari
momenti saranno rispettivamente scanditi: il primo, dal viaggio di Mussolini nelle regioni italiane che
avrebbero sicuramente pagato un elevato tributo alla imminente impresa militare offrendo, in questo caso, il
maggior numero di volontari; nonché dalle annuali grandi manovre dell'Esercito italiano, concluse con la
sospensione del congedo delle classi alle arrni, e dalla giornata della fede, che sancirà le nozze simboliche
tra le donne italiane e il regime. Il secondo momento caratterizzato
dall'abile regia degli appuntamenti internazionali (dagli incontri di Stresa agli "strappi" consumati a Ginevra alla Società delle nazioni) e dalle
adunate in tutte le piazze d'Italia ad accogliere le comunicazioni del duce sulle varie fasi della guerra. Il
terzo momento, infine, destinato a celebrare la nascita dell'impero sulle misere spoglie dell'Abissinia,
dominato da una esplosione diffusa di iniziative eterogenee, tutte apparentemente spontanee, tutte fortemente
connotate sul piano emotivo. Si potrebbe osservare che, salvo il suo prolungato sviluppo nel tempo, il modello,
in un certo senso, non sembrerebbe avere alcun carattere di originalità essendo rintracciabile
puntualmente, pur se in forma semplificata, in altre ritualità del regime: dalle celebrazioni della fondazione dei fasci
di combattimento, al Natale di Roma, all'anniversario della marcia su Roma.
Ciò che lo differenzia al punto da renderlo, come prima accennavamo, una sorta di percorso "iniziatico"
alla violenza è tuttavia questo suo dispiegarsi nel tempo secondo un progetto ideologico che ha i suoi punti
di forza nella esaltazione degli anni di guerra, nelle tribali distruzioni simboliche delle effigi degli
avversari, nell'uso altrettanto fortemente simbolico delle spoglie - vere o presunte, poco importa - del
nemico12.
Ma non è solo questo percorso rituale a caratterizzare la seconda fase storica che andiamo a considerare.
Si è accennato prima al collaudo in essa dell'uso della immagine della violenza in rapporto alla guerra.
La guerra d'Etiopia vede la messa a punto definitiva, da parte del regime fascista,
del suo sistema di organizzazione e gestione della propaganda. Nasce infatti alla vigilia della guerra il Ministero per la Stampa
e Propaganda, destinato di lì a qualche anno ad assumere il nome più pretenzioso di Ministero della
Cultura popolare.
Compito della propaganda è organizzare il rapporto tra produttori del messaggio e loro destinatari.
Nel corso di questa guerra gli organismi dipendenti dal Ministero, delegati alla produzione ufficiale della
immagine foto e cinematografica dell'evento, non solo elaborano detta immagine, ma si premurano di
promuoverne la circolazione più ampia possibile con funzioni anche di vera e propria informazione
strutturata dell'evento in particolare tra i militari.
Trattandosi di una guerra è in un certo senso ovvio che in tale immagine trovino ampio spazio le fasi e
gli effetti del conflitto e quindi la violenza.
Era noto fin da allora che la consuetudine con la violenza ne agevolava l'esercizio - detto per inciso,
recenti studi, condotti sullo stress manifestato dai
top gun impiegati nella guerra del Golfo, hanno evidenziato
anzi che è possibile acquisire consuetudine con la violenza anche quando essa è puramente virtuale, cioè
simulata in esercitazione con semplici video giochi - ma era pratica diffusa, in tutti gli stati in guerra,
l'esercizio della censura, ovvero di un sistema di controllo nella assunzione collettiva degli
input di violenza.
Il fascismo, sperimentando queste nuove forme di comunicazione, rompe con una consuetudine che
tendeva a interdire drasticamente l'accesso all'immagine della violenza ai non militari e consente quindi
l'irrompere di essa nella quotidianità della intera nazione. Vedremo tra breve come.
Prima vorremmo soffermarci brevemente su un ulteriore particolare aspetto.
Uno dei temi sviluppati dalla propaganda fascista era quello della barbarie dell'avversario: "Un paese
africano, universalmente bollato come un paese senza ombra di civiltà" avrebbe ribadito Mussolini nel
discorso annunciante l'aggressione militare italiana. E le sue parole erano state precedute da "libri bianchi",
presentati alla Società delle nazioni, ma ampiamente ripresi dalla stampa italiana con una ricca
documentazione che avrebbe dovuto provare questo assunto. Tra essa grande rilevanza aveva la "prova'' fotografica basata
su immagini - peraltro non tutte coeve - documentanti la pratica delle mutilazioni corporali ancora
presente nella amministrazione della giustizia etiope.
Con lo scoppio delle ostilità alla diffusione delle immagini di ladri con le mani mozzate venne
affiancata quella di immagini dei corpi di militari italiani sottoposti a crudeli mutilazioni.
La circolazione di questo materiale fotografico tra i soldati e, con il loro tramite, a sua volta tra le
famiglie a casa e pertanto nella società civile, fu una sorta di vera e propria rivoluzione nella comunicazione
propagandistica.
Si creava infatti uno stretto legame tra le strategie della propaganda e l'evoluzione dei mezzi di
comunicazione di massa.
Non solo: la diffusione, a livello personale, della fotografia avente come soggetto la violenza ne modifica
il racconto stesso, la "trasmissione" tra il soldato e il civile. Si pensi alla diffusione del modello di
posa ricordo accanto al cadavere del nemico e all'inflazionarsi delle foto ricordo ufficiali delle "atrocità
della guerra": tutte tipologie già conosciute nella storia del rapporto tra guerra e fotografia, ma che ora
vengono sottratte all'eccezionalità.
La diffusione dell'immagine ufficiale della violenza in questa fase dunque si articola e addirittura si
sdoppia: ve ne è una diretta che si traduce nella comunicazione propagandistica "ufficiale", ad esempio nel
manifesto, ed una "mediata" che ha il proprio supporto nelle serie fotografiche.
In questa fase - già lo si rilevava - la forza della visualizzazione della violenza è data dal contesto
generale del Paese. Essa cioè non reggerebbe senza quel ricorso al ritualismo, alle forme di traduzione della guerra
in festa suprema nei termini che abbiamo prima accennato, ma ancor più in assenza del clima di
militarizzazione diffuso.
In altri termini le sono indispensabili: da un lato, la forte caratterizzazione militare di tutti gli
organismi preposti a connettere la vita di partito con quella della società (dall'organizzazione dell'Opera
nazionale balilla, a quella delle Massaie rurali, ecc.); dall'altro, il consolidarsi nel mondo della produzione e
del lavoro, in generale, di modelli di relazioni interne di tipo burocratico-verticistico, rigido e con
comunicazioni unidirezionali più vicine ai modelli gerarchico-autoritari del secolo precedente che non alle
esperienze funzionali che si andavano progressivamente affermando nei paesi industrializzati più avanzati. Nonché,
dal 1934, verranno a fornire un insostituibile aiuto a questo contesto culturale l'introduzione della cultura
militare nella scuola e del cosiddetto "sabato fascista" che imponeva a tutti gli adulti maschi l'obbligo
dell'esercizio fisico e dell'addestramento guerresco una volta la settimana.
Ma su questi aspetti della trasformazione della società italiana negli anni trenta, si dispone di così ampia
ed autorevole saggistica ed anche di ineguagliabili pagine letterarie (da Gadda a Brancati, da Borgese a
Moravia) che sarebbe a noi inutile esercizio accademico richiamarle e parafrasarne le acquisizioni scientifiche.
E veniamo alla ultima fase della visualizzazione della violenza nella esperienza della propaganda fascista.
La violenza rappresentata durante la seconda guerra mondiale
La terza fase è quella della guerra. Fase articolatissima, con uno sviluppo assai particolare - e certo
imprevedibile nel 1940 - delle strategie e delle forme di comunicazione propagandistica.
L'andamento delle vicende militari nonché l'esigenza di dare adeguate risposte ai messaggi diffusi
dagli avversari incisero infatti profondamente sugli elaborati dei 41 vari centri di produzione propagandistica.
Trattandosi di un conflitto che progressivamente assunse dimensioni e caratteri totalizzanti, appare
ovvio che il motivo dominante della comunicazione dovesse finire con l'essere la "progettualità politica"
del soggetto che elaborava il messaggio propagandistico e di conseguenza la sua cultura.
Non stupisce pertanto che dai temi puramente militari della propaganda italiana nei primi due anni di
guerra si passi, con il progredire dei tracolli militari sui vari fronti, alla dominanza di temi legati alle peculiarità
e alle specificità dell'esperienza fascista, dove comunque la cultura autoritaria e il ruolo demiurgico del
sacrificio e della violenza avevano un ruolo dominante. Il problema della visualizzazione di questa ultima
rimane pertanto un tema costante e ineludibile della iniziativa propagandistica.
Con la seconda guerra mondiale, ha notato Arturo Carlo Quintavalle, riflettendo intorno ad uno dei
principali strumenti della comunicazione, "siamo giunti ad un momento chiave della vicenda del manifesto,
alla sua nuova e determinante funzione nel contesto della propaganda [...]. Si tratta di un rivolgimento
nei termini delle funzioni pubblicitarie dell'immagine molto più complesso di quanto non fosse avvenuto
nel corso del primo conflitto.
La riduzione al realismo che subiscono in genere i manifesti è molto più accentuata di quanto non dicano
le storie ufficiali, perché sopravvivono oggi di solito i pezzi più interessanti, i pezzi d'artista, per così dire, e
va perduta la pubblicità di massa, quella che effettivamente ha
costruito il modello della cultura del grande
pubblico"13.
Ciò che preme richiamare in questa sede è il discorso sulla "riduzione al reale" intesa come
stretta sovrapposizione tra l'immaginario proposto dal messaggio propagandistico e il vissuto collettivo degli
eventi a cui ci si riferisce.
Ma è indispensabile chiarire esattamente quali erano le matrici di tale "immaginario".
Il ricorso ad una iconografia di natura fotografica o cinematografica, e quindi apparentemente oggettiva,
o la semplice ispirazione a tale genere di matrice - si pensi a quante tavole illustrate della "Domenica
del Corriere" erano di dichiarata origine fotografica - si era andato sviluppando ed affermando in campo
propagandistico fin dalla metà degli anni trenta in connessione proprio con i "grandi eventi". Con la guerra
questo ricorso fu praticato senza riserve a partire però, sempre più, in seguito agli andamenti negativi della
stessa, da modelli palesemente non veritieri bensì "costruiti" per ragioni propagandistiche. Vi fu pertanto
nella gente, da un lato, una progressiva perdita di credibilità o, meglio, una vanificazione dei confini effettivi
tra realtà e finzione verso mezzi come le immagini fotografiche e cinematografiche, pur senza metterne
in discussione per intero la capacità documentale (tant'è che nel bel mezzo di questa crisi si affermò proprio
l'immagine neorealista!). Dall'altro, vi fu il totale rovesciamento sulla "realtà propagandistica" di tutta
la negatività del proprio vissuto personale della guerra.
Pertanto se consideriamo la questione della "riduzione del reale", congiuntamente alla constatazione,
più volte ribadita anche nella saggistica psicoanalitica sull'argomento - a partire da un saggio
scientificamente "fondante" quale il citato lavoro di Fornari - che la propaganda dell'Asse rispetto a quella dei paesi
alleati puntò, con ovvii risultati negativi, unicamente sulla sadicizzazione del proprio soldato piuttosto che
sulla colpevolizzazione del nemico, non sarà difficile concludere che vi è un nesso molto stretto tra questo tipo
di esiti e il precedente percorso. Meccanicisticamente si sarebbe tentati di constatare che non vi poteva
essere diverso risultato.
Le decine di ritratti di "eroi" colti nel momento del supremo sacrificio - che riempiono le sterminate
serie delle "medaglie d'oro" tradotte in manifesti e cartoline di schietto gusto necrofilo diffuse dalle
organizzazioni assistenziali del Partito nazionale fascista - richiamano le serie di fascicoli, romanzanti episodi di
guerra, destinati ai giovani e stampate a cura degli organismi ufficiali di propaganda purché risultassero
arricchite da illustratissime copertine disegnate improntate al feticismo delle armi, all'idolatria della distruzione,
alla retorica della violenza.
Di atroci morti "serenamente offerte alla Patria" furono piene le "cronache" e i "radio drammi" delle
emissioni Eiar. Tra queste colpiscono in particolare quelle destinate alle scuole, i cui testi furono dati alle
stampe per un ulteriore utilizzo didattico. Esse giocavano comunque a reciproca riflessione con le analoghe
vicende che pervasero la certo limitata, ma non per questo meno significativa, produzione cinematografica di
propaganda a soggetto guerriero.
Che dire in questo campo del sacrificio del comandante che scrollerà definitivamente l'apatia del
proprio sottoposto nel film "Quelli della montagna"? Oppure, come non trovare mille citazioni, più o meno colte, nei messaggi iconici di quei mesi, nel
rituale della morte e delle esequie del capitano della "Settima" impegnato con i suoi trecento uomini sul
fronte greco-albanese? Non meno inutile e gratuito sarà il sacrificio del cappellano militare sul fronte russo
proposto da Roberto Rossellini ne "L'uomo dalla croce". Come, parimenti gratuita, benché necessaria per il
suo riscatto, ma non meno violenta, sarà la morte della giornalista in "Inviati speciali" di Romolo Marcellini.
Tutte queste vere e proprie esaltazioni rituali del sangue generosamente offerto in segno di
riscatto, purificazione, bonifica, proposti dalla propaganda, hanno salde radici in quella "educazione dell'italiano"
di cui si è detto, in quel progressivo stratificarsi "societario" di aggressività che caratterizza il ventennio
della dittatura.
Un piccolo evento culturale quale fu nel corso della guerra la stampa in Italia, da parte di Einaudi, di
un romanzo manifesto di questa cultura della violenza, "I proscritti" di Ernst von Salomon, e l'esaurirsi
nel breve volgere di qualche mese di ben due edizioni, per un totale di quasi quattromilacinquecento
copie, costituiscono una inequivocabile "spia". Siamo nel 1943 ed il romanzo è quello di una generazione
di "adolescenti cresciuti lontano da ogni scuola di umanità", che, come ebbe modo di scrivere Giaime
Pintor, adoperarono "tutte le loro forze perché si affermasse sovrano 'il primo istinto dell'uomo: la distruzione'
"14.
Era forse anche questo un inevitabile incontro tra una generazione disorientata dalla violenza della guerra
e la cultura che l'aveva precipitata in quella catastrofe.
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