Cristina Merlo
La Comunità ebraica di Vercelli nel 1943
"l'impegno", a. XXIII, n. 2, dicembre 2003
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Fonti
Lo studio della Comunità ebraica di Vercelli nel 1943 è stato condotto utilizzando varie fonti.
In un primo momento sono stati analizzati i documenti conservati all'Archivio di Stato di Vercelli: la
documentazione di parte fascista, per quanto lacunosa, ha costituito il punto di partenza della ricerca. Essa consiste in una
serie di fascicoli rintracciati tra le carte della Prefettura di Vercelli, che riguardano interamente la fase della
persecuzione antiebraica dopo le leggi
razziali1.
In una seconda fase l'attenzione si è concentrata sui dati forniti dall'anagrafe di
Vercelli2 e successivamente sulle testimonianze dirette di alcuni componenti della Comunità ebraica vercellese del tempo e sulle informazioni
fornite da Dario Colombo, che ha contribuito in modo consistente alla ricostruzione della storia della comunità
vercellese, con descrizioni di fatti e persone particolarmente utili ad individuare singoli individui e gruppi familiari.
Il confronto delle fonti ha consentito di far luce sulle caratteristiche del gruppo ebraico vercellese al 1943,
ma anche di allargare il campo della ricerca ai periodi precedente e successivo al 1943, rispettivamente per gli anni
dal 1938 al 1943 e posteriori al 1943.
Profilo quantitativo del gruppo ebraico vercellese
Dall'analisi dei documenti disponibili risulta che a Vercelli nel 1943 vi erano 125 ebrei, di cui 56 uomini e
69 donne3.
Nella popolazione ebraica vercellese prevalevano gli individui compresi tra i 51 e i 60 anni, precisamente 24
persone; 23 individui avevano tra i 31 e i 40 anni e 22 erano compresi tra i 61 e i 70 anni d'età. Relativamente
scarsi risultavano invece essere i giovani, più numerosi nella fascia d'età tra i 21 e i 30 anni (14 individui).
I maschi erano più numerosi tra i 61 e i 70 anni e le femmine, invece, tra i 51 e i 60 anni d'età; l'età media era
42,06 anni, senza differenze significative fra maschi (42,08) e femmine (42,04).
Nel periodo precedente, dal 1938 al 1943, vi erano 138 individui, di cui 63 uomini e 75 donne, perlopiù
nella fascia d'età compresa tra i 51 e i 60 anni (26 persone); 25 individui si trovavano tra i 31 e i 40 anni e tra i 61 e i 70
anni d'età; quindi è confermata la presenza relativamente scarsa di giovani: erano solo 14 gli individui tra i 21 e i 30
anni. I maschi erano più numerosi tra i 61 e i 70 anni e le femmine tra i 51 e i 60. L'età media, analogamente al 1943, è
42,06, leggermente più alta per le donne (42,86) rispetto agli uomini (41,11).
Dei 125 ebrei residenti nel 1943, 56 individui erano nati a Vercelli, i rimanenti nelle vicine città
piemontesi4. Solo 21 provenivano da altre regioni: 5 dall'Emilia, 4 dalla Liguria, 4 dal Veneto, 4 dalla Toscana, 2 dall'Umbria, 1
dalla Lombardia, 1 dalla Campania. Altri 4 ebrei risultano nati all'estero e di altri 11 non si conosce il luogo di nascita.
Tra il 1938 e il 1943 i dati sono molto simili.
Il matrimonio
Nel 1943 gli uomini celibi erano 27, quelli sposati 29; tra le donne, 35 erano nubili e 34
sposate5. La maggior parte degli individui si sposava a
Vercelli6; nella maggioranza dei casi la scelta del coniuge si orientava verso una
persona che praticava la stessa religione: solo 13 individui, 7 maschi e 6 femmine risultano non appartenere alla
"razza" ebraica7. I dati non sono sufficienti al fine di chiarire i motivi per cui venissero celebrati matrimoni misti: è
comunque significativo che sempre di più il sentimento riuscisse a far superare le barriere rappresentate dalla diversa
appartenenza religiosa. Questo, almeno, è quanto racconta Mario Pollarolo, a proposito dei suoi genitori, il padre
cattolico e la madre ebrea.
Per quanto riguarda l'età del matrimonio, 40 persone si erano sposate tra i 21 e i 30 anni (rispettivamente 15
maschi e 25 femmine), altri 9 individui tra i 31 e i 40 anni (8 maschi e 1 femmina). Nelle altre fasce d'età inferiori e
superiori a quelle appena rilevate, la frequenza dei matrimoni è scarsa o nulla.
Tra il 1938 e il 1943, 31 erano gli uomini celibi e 32 quelli sposati; 36 erano le nubili e 39 le donne
sposate8. Il matrimonio per 30 casi venne celebrato a
Vercelli9; i dati relativi alla scelta del coniuge vedono 7 maschi e 6
femmine non appartenenti alla "razza" ebraica. 44 individui si erano sposati tra i 21 e i 30 anni (17 maschi e 27 femmine);
10 individui, invece, tra i 31 e i 40 anni d'età (rispettivamente 9 maschi e 1 femmina). Anche in questo caso scarsa o
nulla è la frequenza dei matrimoni per le classi d'età inferiori e superiori a quelle appena citate.
Le famiglie
I gruppi familiari erano 62, per la maggior parte di tipo nucleare, composti cioè da genitori e figli, mentre
poche erano le famiglie allargate10. Anche per gli ebrei considerati tra il 1938 e il 1943 è stata ricostruita la
composizione dei nuclei familiari, la quale presenta caratteristiche analoghe a quelle viste per il gruppo ebraico analizzato al
194311.
Nel 1943 i 125 ebrei erano concentrati nelle vie del centro cittadino, principalmente in via Foa, chiamata nel
1500 via degli Orefici, dei "doreriis", divenuta poi via del Ghetto, poiché nel 1740 era stata destinata a dimora degli ebrei.
Anche tra il 1938 e il 1943 il massimo addensamento era nel centro cittadino; anche in questo caso le vie
più abitate erano via Foa e corso Carlo Alberto.
La professione
L'analisi delle professioni per il campione di ebrei oggetto di studio è stata possibile soprattutto grazie ai
dati ottenuti all'anagrafe di Vercelli ed alle informazioni fornite da Dario Colombo. Bisogna segnalare che, in alcuni
casi, le professioni indicate dall'anagrafe, per i singoli individui, non si riferivano al periodo studiato, ma ad un
periodo successivo o precedente; per evitare, pertanto, che una persona risultasse svolgere, ad esempio, la professione
di commercialista all'età di 10 anni, oppure fosse indicato come studente all'età di 56 anni, è stato necessario
confrontare la professione e l'età dell'interessato per rimediare ad eventuali errori.
Nell'insieme, il gruppo ebraico vercellese, visto al 1943, aveva una composizione socioprofessionale
medio-alta. Il numero degli operai era estremamente limitato, precisamente 2; esisteva invece una forte presenza di
professioni autonome e liberali: 17 commercianti, 9 liberi professionisti, di cui 4 vantavano un diploma di scuola media
superiore e 5 avevano conseguito la laurea; 3 erano gli artigiani. Va segnalato inoltre che un gruppo consistente era
rappresentato da 19 impiegati; esistevano poi 6 insegnanti, 3 industriali e 2 individui impegnati in un ambito che aveva
a che fare con il culto, ossia un rabbino e una suora di carità, tale Cesira Calabresi, rintracciata nelle carte
dell'Archivio di Stato di Vercelli, dove esiste un documento che si riferisce al suo caso. La categoria di "condizione non
professionale" comprende al suo interno il gruppo degli studenti, che erano 13 e delle donne, così suddivise: 31 casalinghe
e 7 tra "agiate" e "benestanti". La maggior parte delle donne rientrava in tale "condizione non professionale";
soltanto 8 erano le impiegate, 4 le insegnanti e 3 le commercianti.
Le professioni svolte dagli ebrei vercellesi tra il 1938 e il 1943 rispecchiano il quadro delineato sopra e riferito
al gruppo ebraico al 1943. Vi era una maggioranza di impiegati, ossia 19; 17 erano commercianti, 12 erano liberi
professionisti, di cui 6 laureati, 4 erano artigiani, 3 industriali; le donne rientravano per lo più nella "condizione
non professionale": 32 casalinghe, 10, invece, tra "agiate" e "benestanti"; 16 erano gli studenti.
Gli spostamenti del gruppo
L'analisi degli spostamenti degli individui appartenenti al gruppo ebraico vercellese si differenzia dalle ricerche
di cui si è detto fino ad ora, in quanto non ci si limita qui ai due gruppi di ebrei riferiti al 1943 e al periodo
compreso tra il 1938 e il 1943. Le emigrazioni e le immigrazioni si riferiscono a un gruppo più ampio che comprende i
precedenti, ai quali sono stati aggiunti altri 45 ebrei rintracciati nelle carte e che, per cause diverse, sono stati
esclusi, perché deceduti o trasferiti prima del 1938 (1943). Dalle elaborazioni di cui si è dato conto sin qui, si è ottenuto
così un numero globale di 183 individui: 91 maschi e 92 femmine. Va peraltro precisato, al fine di non commettere
errori, che quei 183 individui non rappresentano la totalità degli ebrei presenti a Vercelli negli anni compresi tra il 1938
e il 1945; nonostante questo, si è deciso di utilizzare tutti i dati disponibili al fine di un'analisi degli spostamenti,
in quanto sembrava sbagliato omettere informazioni certo imprecise, ma pur sempre ricche e significative. Sia per
le emigrazioni che per le immigrazioni sono stati dunque considerato dati relativi ai periodi prima del 1938, dal
1938 al 1942, dal 1943 al 1945, dopo il 1945 e una serie di trasferimenti che risultano senza data.
Il numero totale di individui che emigrò, da prima del 1938 a dopo il 1945, e di coloro che risultano essere
emigrati, ma senza sapere esattamente quando, è di 92 persone, 41 maschi e 51 femmine. Più precisamente: di 5
individui non si conosce la data di emigrazione; 33, invece, emigrarono prima del 1938, 14 emigrarono tra il 1938 e il 1942,
9 emigrarono dal 1943 al 1945 e 31 dopo il 1945.
Le immigrazioni ammontano a un totale di 72 persone, 34 maschi e 38
femmine12. I luoghi verso cui si
orientavano le emigrazioni e da cui provenivano gli immigrati erano principalmente le regioni del Nord Italia.
Più numerosi furono gli spostamenti prima del 1938, che si concentrarono principalmente in Lombardia (17) e
in Piemonte (13 persone, di cui 10 a Torino). Dal 1938 al 1942 si ebbero 7 emigrazioni nel Piemonte, tutte verso
Torino, mentre 6 persone emigrarono all'estero. Dal 1943 al 1945 risultano scarsi gli spostamenti del gruppo; infine, dopo
il 1945, 15 persone emigrarono all'interno del Piemonte, 8 si diressero verso la Lombardia e 5 verso la Toscana.
Per quanto concerne le immigrazioni, prima del 1938 arrivarono 20 persone dal resto del Piemonte, di cui 10
da Torino; 6 giunsero dalla Toscana e 7 dall'estero. Dal 1938 al 1942 sono 7 le persone che giunsero dal Piemonte, di
cui 6 da Torino; 4, invece, arrivarono dall'Emilia. Dal 1943 al 1945 le immigrazioni risultano scarse; infine, dopo il
1945 il maggior numero di immigrati, peraltro pochi, era concentrato in Piemonte: 5 persone in tutto, di cui 4
arrivarono da Torino.
Complessivamente risulta che ben 92 individui emigrarono e 72 immigrarono, pertanto è assai elevata la
percentuale degli individui che si spostarono, non saldamente legati alla città di Vercelli: possiamo dedurre un alto
grado di mobilità del gruppo.
Vercelli e la persecuzione razziale
La violenta campagna antisemita messa in atto dal regime fascista e l'immediata conseguenza di tale
campagna, ossia la promulgazione delle prime leggi razziali, non risparmiò la città di Vercelli: la piccola ma florida
Comunità ebraica vercellese ebbe identica sorte alle altre comunità italiane.
Alla data del 1938 gli ebrei vercellesi erano integrati, conosciuti e rispettati all'interno della società vercellese.
In base ai dati raccolti e ai risultati ricavati tramite le ricerche condotte all'Archivio di Stato di Vercelli ed
all'anagrafe e tramite le informazioni ottenute da tutti gli intervistati, risulta che il gruppo ebraico occupasse un posto di
rilievo all'interno della città. Gli ebrei vercellesi appartenevano, per lo più, alla cosiddetta "buona borghesia": si
trattava infatti di famiglie che godevano di una discreta condizione economica e di un altrettanto discreto prestigio sociale.
Molti individui, come già indicato da Terenzio Sarasso in "Storia degli Ebrei a Vercelli", erano emigrati, ma chi
era rimasto aveva dato un notevole impulso alla Comunità ebraica vercellese. Erano emerse, all'interno del
gruppo, personalità di spicco; si era affermata la studiosa gioventù israelita, i cui membri vantavano titoli di studio sia
a livello di scuola media superiore che a livello universitario, cosa che aveva permesso loro di svolgere professioni
in grado di garantire la sicurezza economica.
Molti giovani continuavano a svolgere la professione un tempo svolta dal padre e ancor prima dal nonno;
venivano tramandate, in particolare, di generazione in generazione, l'attività di commerciante, di generi alimentari e
di tessuti, e l'attività di
orefice13.
Anche le persone intervistate nel corso di questa ricerca provenivano da famiglie conosciute e stimate in
città: Cingoli, Segre e Colombo. I Cingoli erano una famiglia di negozianti di tessuti, i cui figli Aldo e Vittorio si
laurearono in ingegneria e legge e la figlia Alberta frequentò il ginnasio, senza però diplomarsi. I Segre, marito e
moglie, furono negozianti di stoffe; la figlia si diplomò in ragioneria. Infine, la famiglia Colombo era costituita dal
marito, laureato in economia e commercio alla Bocconi di Milano e libero professionista, dalla moglie casalinga e da
un figlio studente, diplomatosi poi in ragioneria.
La famiglia di Mario Pollarolo, anch'egli intervistato, era una famiglia "mista", poiché il padre era cattolico e
la madre ebrea. Mario fu indirizzato verso la religione professata dalla madre e dalla zia materna; la famiglia
Pollarolo era una delle poche di estrazione e tradizione operaia, fra quelle ebraiche, come affermato dallo stesso testimone.
Il grado di istruzione raggiunto, la professione svolta e la sicurezza economica conquistata, avevano conferito
alle famiglie ebraiche vercellesi un certo prestigio, permettendo loro di entrare a pieno titolo nella cerchia ristretta
della borghesia locale, la quale però fu la prima a voltare le spalle agli ebrei durante il periodo delle persecuzioni.
In questa situazione di assoluta normalità, di tranquilla quotidianità e pacifica convivenza e integrazione, la
propaganda antisemita e le leggi razziali incisero in profondità, abbattendosi sin dall'inizio come un vero e
proprio "fulmine a ciel sereno". Fu la stampa a dare il via ai primi attacchi contro il gruppo israelita della città. "Il
giornale 'La Provincia di Vercelli', organo ufficiale della Federazione dei fasci, incomincia subito una sistematica e
feroce campagna razzista, che, a onor del vero, non solo trova scarsa adesione tra la popolazione, ma turba la coscienza
di molti cittadini. Fra gli stessi fascisti vi sono titubanze e qualcuno, scosso moralmente, in silenzio solidarizza con
gli oppressi. Il giornale 'La Sesia', che tarda a dimostrare coscienza razzista, viene minacciosamente e
pubblicamente ammonito. Solo alcuni gruppi studenteschi, stimolati del federale Zerbino e guidati da qualche fanatico del
Guf, ostentano una crudele faziosità. Circolò persino la voce che costoro volessero appiccare il fuoco alla sinagoga.
Le leggi razziali (17 novembre 1938) considerano gli ebrei 'cittadini appartenenti a nazionalità nemica'. [...]
una [...] legge espelle gli Ebrei, insegnanti e studenti, dalle scuole pubbliche. E la solita 'Provincia di Vercelli' fa eco
alle disposizioni del partito con un articolo intitolato: 'È ora che questi bambini ebrei non infettino più le nostre
scuole'..."14.
La propaganda antisemita, ormai ben avviata anche a Vercelli, fu seguita dai primi provvedimenti razziali
emanati dal regime fascista: i documenti rintracciati in Archivio di Stato tra le carte della Prefettura, consistono in una
serie di circolari, indirizzate ai prefetti del Regno e provenienti dal Ministero dell'Interno, che costituiscono la prova
di come l'aberrante legislazione razziale approdò sulle scrivanie della Prefettura. Esse contenevano interpretazioni
delle leggi o nuove disposizioni contro gli ebrei. In ordine di tempo la prima circolare giunta a Vercelli proveniva
dal Ministero dell'Interno ed era datata 15 dicembre 1938, con timbro di arrivo a Vercelli del 22 dicembre 1938;
l'oggetto di tale disposizione ministeriale era: "Dipendenti enti locali. Provvedimenti per la difesa della razza". L'ordine
in essa impartito, eseguito in tutto il paese, era quello di "dispensare dal servizio" i dipendenti di "razza" ebraica
e, schedando tutti i dipendenti dei vari enti, scovare gli ebrei che, in qualche modo, cercavano di
nascondersi15.
Un documento intestato Comune di Vercelli, datato 23 gennaio 1939, con timbro di arrivo alla Prefettura di
Vercelli del 25 gennaio 1939, contiene la risposta alla circolare del 9 gennaio 1939 riguardante i dipendenti degli enti
locali; il documento recita: "In risposta a circolare 9 gennaio corrente n. 30663 Div.
2a C., pregiomi trasmettere le dichiarazioni dei signori funzionari di questo Comune, in ordine ai provvedimenti emanati con Rdl 17 novembre 1938
n. 1728 per la difesa della razza.
Le schede che si inviano sono: n. 44 degli impiegati di ruolo, n. 33 degli impiegati avventizi, n. 69 dei salariati
di ruolo, n. 38 dei salariati avventizi.
Tutti i funzionari posti oggi alle dipendenze di questo Comune appartengono alla razza ariana. [...].
Alle dipendenze di questo Comune trovavansi tre funzionari di razza ebraica, i quali vennero dispensati dal
servizio coi sottonotati provvedimenti:
1 - Ing. prof. Giuseppe Leblis, professore all'Istituto tecnico [...].
2 - Dott. prof. Eugenio Treves, professore all'Istituto tecnico [...].
3 - Verona Salvatore, applicato di
1a classe [...]".
Segue la firma del podestà. I tre dipendenti dispensati dal servizio erano i già noti Giuseppe Leblis ed
Eugenio Treves (cfr. nota 13) e Israele Salvatore Verona, nato a Vercelli il 14 settembre 1888, residente a Vercelli in corso
Carlo Alberto 85, celibe e professionalmente indicato come impiegato, morto a Vercelli il 27 luglio 1957. Di Treves e
Verona non si conosce la successiva occupazione, invece l'ingegner Leblis si sarebbe dedicato all'insegnamento
all'interno della scuola ebraica "Asilo Levi".
Quei primi provvedimenti crearono danni solo parziali al gruppo ebraico vercellese, che era ancora
abbastanza libero di condurre un'esistenza tranquilla; il problema dell'allontanamento dal lavoro venne affrontato e in
parte risolto dagli interessati che si cimentarono in nuove professioni o continuarono a svolgere la propria in
maniera ufficiosa.
La legislazione razziale continuava intanto a colpire con l'emanazione di nuovi e sempre più specifici
provvedimenti, miranti a privare gli ebrei italiani di ogni loro diritto e ad intaccare irreversibilmente le loro libertà.
Infatti, un'altra circolare, proveniente sempre dal Ministero dell'Interno, datata "Roma, lì 22 dicembre 1938-XVII" e
recante il timbro di arrivo alla Prefettura di Vercelli in data 25 gennaio 1939, ha come oggetto: "Rdl 17 novembre
1938-XVII, n. 1728, recante provvedimenti per la difesa della razza
italiana"16.
Esiste poi un'altra circolare riguardante i provvedimenti per la difesa della razza italiana; essa non è datata
né intestata, semplicemente compare in alto a sinistra la dicitura "Rdl 17 novembre 1938-XVII n. 1728"; segue un
titolo centrale "Provvedimenti per la difesa della razza italiana", che detta norme per individuare gli elementi "di
razza ebraica"17.
Oltre alle circolari sopra indicate è rintracciabile in archivio anche una serie di fogli manoscritti indecifrabili,
in cui sono chiaramente leggibili solo le date: 9 gennaio 1939, 7 febbraio 1939, 27 febbraio 1939, 4 marzo 1939,
16 marzo 1939.
Molto interessante, invece, risulta essere il documento riguardante il caso particolare di Cesira Calabresi, figlia
di Scipione Calabresi e di Consolina Debenedetti, nata a Saluzzo il 28 settembre 1887, residente a Vercelli in via
Simone Collobiano 11, indicata dall'elenco della Questura repubblicana come suora di carità ed emigrata a Crescentino
(Vc) l'8 marzo 1975. Si tratta, precisamente, di un verbale di adunanza consigliare dell'asilo infantile Filippi di
Vercelli datato "Vercelli, 5 febbraio 1939". Vi si legge: "L'anno millenovecentotrentanove ed alli due del mese di
febbraio, alle ore 16,30, nella solita sala delle adunanze del consiglio di amministrazione dell'asilo infantile Filippi di
Vercelli, in Vercelli al primo piano nella casa propria dello stesso asilo, in Via Feliciano di Gattinara n. 16. [...].
Difesa della razza-Provvedimenti
Il presidente ricorda al consiglio che la circolare prefettizia n. 30663 div.
2a in data 9 gennaio scorso, richiama l'attenzione delle amministrazioni degli enti locali sulle disposizioni dettate dal Rdl 17 Novembre 1938 n.
1728, concernenti i provvedimenti per la difesa della razza italiana.
Dice l'art. 20 di detto decreto che anche le istituzioni di pubblica beneficenza devono dispensare dal
servizio, non oltre il 4 marzo 1939, i propri dipendenti appartenenti alla razza ebraica, e che non oltre il 28 del corrente
febbraio, devono essere trasmesse alla R. Prefettura, con la deliberazione di dispensa o con la comunicazione che
non ricorre il caso di adottare alcun provvedimento, le schede del personale dipendente conformi a modulo predisposto.
Fra le maestre insegnanti nell'asilo infantile Filippi di Vercelli, suor Maria Consolata (Calabresi Cesira di
Scipione e di Debenedetti Consolina, nata a Saluzzo il 28 settembre 1887) pur essendosi convertita alla religione
cristiana, ed ivi, dal 1909, apprezzata educatrice, per essere discendente da genitori entrambi ebrei, è da considerarsi ebrea
essa stessa.
Ciò premesso invita i convenuti a voler deliberare in merito.
Il consiglio, udito quanto sovra, presa visione delle disposizioni legislative che dettano le norme per la
difesa della razza italiana
Con voto unanime delibera
1 - Di esonerare dal servizio che presta presso l'asilo infantile Filippi di Vercelli, a far tempo dal 4 marzo
1939, l'insegnante Calabresi Cesira di Scipione e di Debenedetti Consolina (suor Maria Consolata) e ciò perché è da
considerarsi di razza ebraica, anche se professa la religione cattolica.
2 - Di inviare la presente deliberazione all'approvazione dell'autorità tutoria, previa pubblicazione a sensi di
legge".
Tale documento si è rivelato estremamente importante ai fini dell'analisi della persecuzione razziale sul
suolo vercellese, in quanto mostra come le circolari inviate dal Ministero dell'Interno alle prefetture delle città italiane,
tra cui Vercelli, e di qui ai vari enti locali delle città, siano state prese alla lettera e gli ordini in esse presenti siano
stati eseguiti con la massima precisione e rapidità. Il caso di Vercelli, appena analizzato, costituisce una prova
dell'impegno e dello scrupolo nell'eseguire gli ordini impartiti dal regime; i dipendenti di enti locali appartenenti alla
"razza" ebraica dovevano essere allontanati dall'impiego e così fu per Calabresi Cesira, suor Maria Consolata. Inoltre,
il verbale di adunanza dell'asilo infantile Filippi mette in luce un interessante particolare, ossia la situazione
paradossale per cui una suora di carità nata da genitori ebrei fosse: "[...] da considerarsi di Razza ebraica, anche se professa
la religione cattolica".
A poco a poco, quindi, il gruppo ebraico vercellese venne assoggettato ai primi provvedimenti razziali e
venne fatto bersaglio di ripetuti atti di antisemitismo. Intanto la borghesia vercellese cattolica, nonostante
nell'insieme manifestasse un diffuso appoggio al fascismo e si adattasse alla normativa antisemita del regime, non mutò,
salvo poche eccezioni, atteggiamento nei confronti degli ebrei che conosceva ed aveva sempre frequentato, soprattutto
agli inizi della campagna razziale; in seguito, una parte di essa, fece sfoggio di alcuni comportamenti antisemiti
e incominciò ad isolare gli ebrei.
La situazione peggiorò dopo l'entrata in guerra dell'Italia e l'avvicinamento alla Germania. Infatti,
l'inasprimento della legislazione razziale portò alla ricerca ossessiva degli ebrei sul territorio italiano, alla loro schedatura e
immissione in appositi elenchi: a tal proposito bisogna segnalare che, oltre alle circolari sopra presentate risalenti ai
primi anni della legislazione antisemita, esistono, tra le carte della Prefettura, i particolareggiati elenchi di persone di
"razza" ebraica compilati tra il 1942 e il 1944, periodo in cui la guerra, l'alleanza con Hitler e la presenza armata
dei tedeschi in Italia portarono Mussolini e i suoi collaboratori fascisti a "partecipare" alla "caccia all'ebreo". Come
già accennato, gli elenchi rintracciati all'Archivio di Stato di Vercelli sono tre: l'elenco compilato dalla Questura
repubblicana di Vercelli, l'elenco di ebrei non segnalati dalla Questura di Vercelli, infine l'elenco degli ebrei residenti
in Vercelli compilato il 21 febbraio 1944 dal Comune di Vercelli e trasmesso alla Prefettura repubblicana. Relativo
a quest'ultimo elenco esiste in archivio un documento intestato "Comune di Vercelli", datato "21 febbraio 1944"
e indirizzato alla Prefettura repubblicana di Vercelli, con il timbro di "Arrivo" del 22 febbraio; tale documento
sembra accompagnare l'elenco di persone di "razza" ebraica compilato dal Comune e inviato alla Prefettura: "In risposta
a circolare 11 febbraio corrente [...] mi pregio trasmettere l'elenco nominativo - maschi e femmine - degli
appartenenti alla razza ebraica discriminati e non, inscritti nei registri anagrafici di questo Comune", firmato dal podestà, dottor
Mario Busca. Così, anche a Vercelli, gli elenchi di persone di "razza" ebraica vennero compilati con la massima
precisione, indicando nome e cognome dell'individuo, paternità e maternità, data di nascita e residenza in Vercelli; inoltre,
salvo casi rari, tutti gli ebrei vercellesi furono rintracciati e schedati, tanto da favorire così, in un secondo tempo,
i soldati tedeschi a caccia di ebrei da sottoporre alla "soluzione finale" di Hitler.
La vera e propria tragedia ebraica iniziò dopo la firma dell'armistizio l'8 settembre 1943; con l'arrivo dei
tedeschi a Vercelli l'incredulità ed il terrore invasero anche la piccola Comunità
ebraica18. In base alle testimonianze
raccolte, si può stabilire che i tedeschi giunsero a Vercelli tra il 9 e il 12 settembre 1943. Dario Colombo ricorda che i
tedeschi arrivarono a Vercelli il 9 settembre: "... Giorno 9, ore nove del mattino. ... La comunicazione, cioè l'aver appreso
che l'Italia aveva firmato l'armistizio è, mi sembra, delle 5 o le 6 del pomeriggio dell'8 settembre, il mattino del 9
i tedeschi sono entrati in Vercelli". Per Mario Pollarolo invece il ricordo è più sfuocato: "... Eh, non so adesso, il
10, dopo l'8 settembre sarà stato il 10 o l'11, non di più". Pia Segre afferma che i tedeschi arrivarono al 12 settembre:
"... Settembre, la disfatta militare, i camion a Vercelli, i tedeschi sono arrivati, credo al 12". Aldo Cingoli nel suo
manoscritto indica, addirittura, che i tedeschi occuparono Vercelli verso fine settembre: "Non ricordo esattamente la
data della occupazione tedesca di Vercelli, ma mi pare che sia stata al 28
settembre"19.
A proposito del concentramento degli ebrei, Vercelli si adeguò con l'installazione in periferia di un campo di
raccolta. I documenti rintracciati in archivio, sempre tra le carte della Prefettura, testimoniano l'allestimento del
campo vercellese20: una circolare indirizzata al questore di Vercelli, il cui oggetto era "Ebrei", e datata 4 dicembre
1943, testimonia l'installazione di un campo di concentramento per ebrei in Vercelli; il testo della circolare era il
seguente: "A conferma ordini verbali già dativi in conformità Superiori disposizioni recenti, vogliate compiacerVi tener presente:
1 - L'azione nei confronti degli ebrei deve essere sollecitata e condotta con massima diligenza e severo criterio;
2 - Il campo di concentramento dovrà essere predisposto immediatamente a cura del Comune di Vercelli presso
la cascina Aravecchia;
3 - Per la necessaria vigilanza del detto campo provvisorio di concentramento ho già dato disposizioni al
Comando gruppo carabinieri [...]".
In una seconda circolare, intestata "Prefettura repubblicana di Vercelli", indirizzata al podestà di Vercelli,
datata 6 dicembre 1943 e avente come oggetto: "Campo concentramento ebrei", si legge che: "A conferma delle
verbali istruzioni, impartite, vogliate provvedere subito ad allestire un campo di concentramento per gli appartenenti
alla razza ebraica alla cascina Aravecchia, di proprietà comunale", firmata dal capo della Provincia, Michele
Morsero. Un secondo telegramma, riportante in fondo al testo la data dell'8 marzo 1944, rende noti ulteriori provvedimenti
per quanto riguarda l'internamento degli ebrei, indicando l'esclusione di alcuni di essi se appartenenti a
determinate categorie: "In seguito ed analoga comunicazione avutasi dalla direzione generale demografia e razza [...]
confermasi che ebrei puri tanto italiani che stranieri debbono essere inviati campi concentramento fatta eccezione per
vecchi oltre 70 anni et malati gravi rimangono esclusi da tale provvedimento ebrei di famiglia mista compresi ebrei
stranieri coniugati con nazionali ariani aut con cittadini ariani di qualsiasi nazionalità siano originari non vanno inoltre
soggetti al medesimo provvedimento coloro che ai sensi legge 13 luglio 1939 nr. 1204 tuttora in vigore hanno
ottenuto formale dichiarazione di non (ripetesi non) appartenente alla razza ebraica [...]
Capo polizia Tamburini".
I due telegrammi e le due circolari riguardanti l'internamento degli ebrei vercellesi in campi di
concentramento, testimoniano, ancora una volta, come la legislazione razziale, relativa in questo caso all'internamento degli
ebrei, approdasse nelle città di provincia e come chi le governava si impegnasse per eseguire al meglio gli ordini
impartiti dal Ministero dell'Interno.
Di fronte ad una simile situazione gli ebrei meditarono sul da farsi e molti presero in considerazione la
possibilità di fuggire21. La situazione a Vercelli era grave, la "caccia all'ebreo" si era ormai scatenata e chi era in grado di
farlo cercava di mettersi in salvo. Certo non era facile sfuggire alla furia tedesca; infatti anche la piccola cittadina di
provincia sacrificò le proprie vittime al progetto di sterminio
nazista22. Il professore Giuseppe Leblis dimostrò
enorme coraggio quando, dopo la sua fuga a Mocchie, sopra Condove, venne arrestato il 20 dicembre 1943, condotto
in carcere a Torino e a Milano e da qui deportato in campo di concentramento. Al momento dell'arresto, esasperato per
la fuga e infuriato per il fatto di doversi nascondere perché ebreo, sembra che alla domanda dei tedeschi se fosse
ebreo abbia risposto "sì", specificando la sua risposta in tre lingue: italiano, francese, tedesco, come a voler dimostrare
che non solo era ebreo, ma era orgoglioso di esserlo.
I controlli effettuati sul gruppo ebraico vercellese divennero sempre più pressanti e particolareggiati:
risalgono infatti ad un periodo compreso tra il maggio e il giugno del 1944 una serie di "schedine" individuali per ogni
ebreo ritenuto tale. Tali cartelle personali altro non erano che piccoli fogli volanti recanti il timbro della Questura
repubblicana di Vercelli, in una data compresa appunto tra il maggio e il giugno 1944, indirizzati alla Prefettura
repubblicana di Vercelli e attestanti l'esistenza di "beni ebraici" e l'appartenenza alla "razza" ebraica dell'individuo
considerato.
Una di queste reca il seguente testo: "[...] si comunica che la nominata Foa Rinalda fu Sansone, già residente
a Vercelli ed in atto allontanatasi per ignota direzione, appartiene alla razza ebraica", segue la firma del questore,
A. Sartoris.
Proseguiva intanto la caccia agli ebrei vercellesi, dalla quale emersero le grandi contraddizioni con le quali
fu condotta tutta la politica antisemita, fino all'ultimo giorno. Infatti, se da un lato molti ebrei furono arrestati, e
tra questi anche alcuni ebrei discriminati e "misti", senza distinzioni di alcun tipo, dall'altra, invece, altri ebrei,
per ragioni a volte incomprensibili e del tutto casuali, vennero risparmiati. È il caso di un ebreo vercellese, tale
Lazzaro Segre detto Lazzarino, che era
Schamasch del Tempio e che non venne mai ufficialmente considerato un
"ebreo economicamente utile al Reich", ma non venne ugualmente mai "né toccato né arrestato". Inoltre, bisogna
segnalare che alcuni ebrei, grazie agli aiuti della popolazione di Vercelli, ma anche del Biellese e della Valsesia, riuscirono
a trovare una via di fuga, che non sempre si rivelò
sicura23.
(1 - continua)
| |