Cristiana Merani

Dal cronomotografo al cinemascope
Appunti e immagini dei cinema a Vercelli*



Le origini


Verso la fine dell'Ottocento, negli anni dell'apertura del canale Cavour, della conquista del primato europeo per la coltivazione del riso, mentre la città rifioriva e iniziavano la loro attività nuove imprese artigiane e piccole industrie, anche a Vercelli arrivò il primo cinematografo.
In quegli anni la trasmissione della cultura, delle novità e delle curiosità era affidata agli ambulanti, che con i loro carrozzoni portavano nelle diverse città meraviglie di strumenti ottici e spettacoli esotici che evocavano luoghi stravaganti e sconosciuti.
Il barocco delle decorazioni esterne, la luce elettrica, ancora perlopiù sconosciuta nelle case dei vercellesi, le musiche assordanti degli organi ed il rumore delle macchine a vapore attiravano i curiosi nei padiglioni cinematografici.
A Vercelli però il primo vero "cinematografo" non fu ospitato dal Campo della fiera, oggi piazza Mazzini, ma dall'antico Politeama Facchinetti.
Il 28 agosto 1896 in questo storico locale venne presentato per la prima volta in città il "cronomotografo, un apparecchio che riproduce per mezzo della fotografia i più minuti particolari delle scene della vita"1.
Le pellicole proposte furono le stesse delle proiezioni Lumière, avvenute a Parigi l'anno precedente: "L'arrivo del treno", "Sulla spiaggia del mare", "Prima lezione di bicicletta" e molte altre.
Dopo questa prima apparizione il cinematografo riscosse un enorme successo e le occasioni per vederlo in città furono sempre più assidue e con proiezioni ricche di nuove ed interessanti scene.
Il cinematografo continuò a mescolarsi tra le altre attrazioni da baraccone. Ai primi anni del Novecento un imprenditore vercellese, Ferdinando Trezzi, riconobbe nel cinematografo un mestiere redditizio e, divenuto proprietario dello "Stella d'Italia" (proiettore allora d'avanguardia) lo portò in tournée per tutte la maggiori città italiane.

Nascono i primi cinematografi stabili

Quando alle scenette di un minuto si sostituirono vere e proprie storie, la maggior durata degli spettacoli ed il successo ormai dichiarato del cinema, spinse gli imprenditori a cercare locali meno provvisori, più confortevoli e sicuri dei tendoni ambulanti. Il cinematografo entrò a pieno diritto in tutte le sale teatrali, affiancato dagli immancabili numeri di varietà e dalle esibizioni musicali.
L'8 novembre 1906, in corso Carlo Alberto (oggi corso Libertà), nei locali dell'antico Caffè Fondini, meglio conosciuto come Caffè della Posta, nacque l'Eldorado, il primo cinematografo stabile vercellese.
L'aspetto di questa parte del corso, all'altezza della piazzetta detta "di Rialto", cambiò profondamente; le vetrine del morigerato caffè vennero sostituite dalla luce abbagliante delle lampadine elettriche e la tranquillità della via rotta da un continuo trillare di campanelli e dalle forti grida dell'imbonitore, simpatica figura che, in piedi fuori dalla porta d'ingresso, con la pioggia e con il sole, invitava i passanti ad accomodarsi in sala, gridando buffe frasi e lodando le qualità del cinematografo.
Il trambusto fu tale che gli anziani raccontano che per un lungo periodo quel luogo fu detto "diavoleria"!
Da quell'anno il giornale locale "La Sesia" cominciò a dedicare al cinema uno speciale trafiletto intitolato "Cronaca dello Spettacolo", che non mancava di informare i lettori di orari e spettacoli, oltre a commentare vivacemente quelli delle serate precedenti.
Il prezzo del biglietto fu fissato a 20 centesimi.
L'apertura delle sale fece pian piano scomparire le attività degli ambulanti.
Le autorità locali cominciarono a richiedere condizioni di sicurezza difficili da garantire sotto un semplice tendone. Nonostante l'apertura delle sale tuttavia gli ambulanti continuarono a frequentare il Campo della fiera ancora per parecchi anni, mantenendo i prezzi d'ingresso molto bassi e comunque scegliendo le città e i paesi nei quali i cinematografi fissi non erano ancora attivi.
La loro fase storica pur prolungatasi fino agli anni venti finì, mentre il proliferare delle sale da proiezione aumentò di anno in anno.

Il Colossal Cinema Ideal

Nel grande salone dell'antico Albergo del Cappel Verde, situato in via Cavour, il signor Buffa, singolare personaggio vercellese, inaugurò il 30 luglio 1909 il Colossal Cinema Ideal.
Abbandonate le rozze e scomode panche, questo nuovo locale fu considerato "il primo locale di classe vercellese": trecentocinquanta posti a sedere, grandi porte per lo sfollamento, nuovi e potentissimi ventilatori, sale d'aspetto distinte per primi e secondi posti, eleganti decorazioni opera del pittore Vincenzo Gianolio ed un piccolo giardino interno.
Sulla facciata del bel locale spiccava una statua in gesso, opera dello scultore Gartmann, raffigurante una donna nuda celata da veli, simbolo del cinematografo.
Oltre alle attesissime proiezioni, il locale ospitava anche spettacoli di varietà nei quali le candide "caterinette" furono gradualmente sostituite da avvenenti e poco vestite "girl", che allontanarono pubblico femminile e famiglie ma attirarono una ampia partecipazione maschile.
Le iniziative prese dal signor Buffa furono innumerevoli e, grazie all'intraprendente gestore, Vercelli si vide per la prima volta protagonista del grande schermo. In occasione della cerimonia per la consegna della bandiera al nuovo Reggimento lancieri Vercelli, Buffa ingaggiò per le riprese la Itala Film di Torino.
Come è facile immaginare la pellicola riguardante questo grande avvenimento fu poi proiettata al Colossal Ideal, e riscosse un successo tale che per soddisfare le esigenze del pubblico restò in programmazione per ben venti giorni.
"Al Colossal è stata in questi giorni montata una nuova insegna luminosa di splendido effetto che con variazioni di luce proietta sempre il tricolore italiano"2.
Nel febbraio 1920 sulla facciata del cinema di via Cavour fece la sua comparsa una nuova insegna, avvenimento di cui danno notizia anche i giornali.
Sempre in quello stesso anno Buffa si aggiudicò una delle più grandi novità del momento. La rinomata casa cinematografica Pathe Frères di Parigi, avendo a disposizione operatori collocati nelle più importanti città del mondo, riuniva ogni settimana buone pellicole riguardanti i principali fatti di cronaca e le inviava ai diversi gestori in modo che le potessero proiettare nei loro locali.
Il cinema cessò di essere considerato puro divertimento e cominciò ad attirare un pubblico più colto ed interessato ai fatti di cronaca.

I fratelli Marcenaro

La nascita del cinematografo provocò sia in città che altrove una profonda crisi del teatro che, amato senza limiti dalle classi più abbienti, perse in questi anni il favore del popolo e della classe media.
Dopo aver trasformato le sale teatrali in cinematografi, il cinema si installò anche nei così detti "caffè concerto"; al contrario di quanto accadde nelle altre città italiane, dove questi locali precedettero la nascita delle sale stabili da proiezione, a Vercelli si svilupparono in contemporanea, rappresentando un'interessante alternativa.
Nel maggio 1910 il Politeama Facchinetti, antico teatro vercellese costruito nel 1872 dall'omonimo impresario genovese, situato nell'allora via dei Macelli (oggi via Laviny) ospitò per la prima volta il cinematografo di due imprenditori genovesi: i fratelli Marcenaro.
Il successo riscosso fu notevole, tanto che Buffa, riconoscendo nei Marcenaro rivali eccessivamente agguerriti, decise di cedere loro il glorioso Colossal.
Dopo aver cambiato il nome del locale in Cinema Centrale, i Marcenaro si stabilirono definitivamente a Vercelli per creare quello che da lì a poco diventò un vero e proprio monopolio.
Mentre il cinematografo era ormai uno spettacolo stabile, anche a Vercelli i giornali locali, sfruttando opportunamente la situazione, concedono sempre più spesso spazi pubblicitari a pagamento alle nuove sale. Non mancavano novità neppure per la cronaca: "I Fratelli Marcenaro che hanno saputo con la sapiente disposizione dei programmi e con l'accaparramento di tutte le più interessanti novità, tanto appassionare il pubblico cittadino alle rappresentazioni giornaliere del Cinema Centrale, stanno preparando per la prossima stagione un nuovo locale sul corso Carlo Alberto [...] fornito di ogni comodità tanto da accrescere ogni giorno l'interesse degli appassionati ai simpatici spettacoli"3.
In quella parte di corso Carlo Alberto (oggi corso Libertà), che era stata fino al 1740 occupata dalle residenze degli ebrei vercellesi, sulle macerie dell'antico Albergo del Pozzo, sorse un nuovo edificio progettato per ospitare al piano terreno un cinematografo di moderna concezione. Stava per nascere il Cinema Corso, destinato a restare per molti anni il "cine" più amato dai vercellesi.
La nuova sala, di ben duecentocinquanta metri quadrati e ben cinquecento posti a sedere, venne definita come "degna dei maggiori centri". Al salone si accedeva tramite un lungo corridoio di circa trenta metri, al termine del quale erano posti la cassa ed un piccolo tavolino in stile liberty sul quale venivano esposti per la vendita panini, croccanti e gassosa.
I vercellesi più anziani ancora ricordano la signora Marietta, che si occupava della vendita dei biglietti e del servizio bar. La maschera era invece un signore robusto che pare in gioventù fosse stato campione di lotta.
Lo spazio disponibile era talmente piccolo che le persone in coda per il biglietto arrivavano fino alla porta d'entrata; proprio qui venivano appoggiati i cartelloni degli spettacoli della settimana in modo che tutti i passanti potessero conoscerne la programmazione, sempre e comunque pubblicizzata dall'ormai assodata presenza dell'imbonitore.

Franz Kullmann

Nel primo decennio del secolo gli ambulanti che tanto avevano criticato l'attività stabile si resero conto che il cinematografo non era più una "curiosità" o un fenomeno da baraccone.
Molti di loro pensarono così di non abbandonare il fortunato mestiere, ma di fermarsi in qualche città per aprire un nuovo locale.
Così fu per il tedesco Franz Kullmann, conosciutissimo come ambulante sia in Piemonte che in Lombardia.
Nel 1912 la nuova piazza Torino, oggi Pajetta, venne completata dopo anni di lavori, con la costruzione del palazzo Regeroli e Corio.
I proprietari del palazzo destinarono fin dal progetto iniziale il piano terreno dell'edificio a sala cinematografica e fu proprio qui che nel 1913 Kullmann inaugurò il suo cinema stabile.
Il cinema Kullmann fu progettato dal geometra Viglio, di Novara, con decori ed arredi curati dal pittore vercellese Alberto Ferrero, la cui eleganza e raffinatezza fecero grande impressione in città.
La preziosità dei materiali e la bellezza dei dipinti vennero esaltati da una grandiosa illuminazione sia naturale, grazie alle ampie finestre, che artificiale, creata dalle belle lampade a muro.
Kullmann, seguendo i commenti dei giornali locali, senza badare a spese realizzò un locale "di una grandiosità e signorilità veramente eccezionali: non crediamo che altre città dell'importanza della nostra possano vantare una sala così ricca, elegante e spaziosa per questo genere di spettacoli"4.
Ben nascosti invece si trovavano la sala da proiezione ed il magnifico organo automatico d'orchestra tedesco, "che riproduce[va] due orchestre complete che [erano] una vera meraviglia".
Nei locali del seminterrato Kullmann allestì uno skating ring, la prima grande sala vercellese in stile americano dove ragazze e ragazzi potevano divertirsi in acrobatiche esibizioni sui pattini a rotelle. Locale di stile raffinato ed elegante, lo skating era frequentato principalmente da un pubblico abbiente, fatto questo che finì per influenzare anche le presenze agli spettacoli cinematografici. E così mentre Kullmann si rivolgeva ad un pubblico ricco e potenzialmente raffinato, il cinema Corso diventava la sala popolare di Vercelli.
Non per questo Kullmann rinunciò alla voglia di stupire, e da abile imbonitore ed ex ambulante quale era, il 7 marzo 1914, portò sulla scena vercellese "Lionel l'uomo leone", attrazione degna del Campo della fiera. A quei tempi le imperfezioni fisiche facevano spettacolo e un grande pubblico affollò la sala di Kullmann. Per i tanti curiosi che non erano riusciti ad aggiudicarsi un posto, il giornale locale il giorno seguente descrisse minuziosamente l'avvenimento: "Elegantemente vestito, disinvolto e svelto, ma che ha la testa, il volto, il collo e tutto il resto del corpo coperti da un pelo foltissimo, lungo, fulvo, così da giustificare il nomignolo di uomo leone [...] peli finissimi tenuti e pettinati con grande cura così che l'impressione, malgrado tutto, alla vista del fenomeno strano non è più spiacevole"5.

Il cinema sonoro e la grande guerra

Nel 1914 anche a Vercelli si sentì il bisogno di rompere il silenzio innaturale al quale le pellicole da troppo tempo erano destinate, accompagnando le varie scene con musiche eseguite dal vivo da valenti orchestre: "è tutto un orizzonte che si apre alla cinematografia, la quale minaccia di allontanarsi poco alla volta dalla film comica [la parola film viene per molti anni usata al femminile] per assurgere all'importanza di vera arte"6.
Il 1 marzo 1915, con lo scoppio della prima guerra mondiale, i giornali si riempirono di bollettini di guerra e di richieste di sussidi per la Croce rossa, gli orfani ed i mutilati di guerra.
Nonostante l'orrore di quel periodo, l'amore per il cinema non cessò e le sale cinematografiche vercellesi continuarono ad essere frequentatissime.
In quel periodo il cinema era uno dei pochi divertimenti popolari consentiti, infatti sia le manifestazioni carnevalesche che ogni tipo di ballo pubblico vennero tassativamente proibiti.
Per quel che sappiamo dalle cronache, la programmazione delle sale alternava proiezioni dedicate alle famiglie, con espliciti richiami patriottici, e spettacoli dedicati alla raccolta di fondi ed alla beneficenza, a pellicole più esplicitamente d'evasione.
Kullmann, cittadino di un paese nemico, fu costretto a lasciare l'Italia e con essa le sue prosperose attività.
Sugli schermi intanto spopolava Francesca Bertini, diva indiscussa del periodo: "non c'e film della Bertini che la Torino elegante non corra a vedere all'Ambrosio perché oltre alla grande interpretazione di questa figlia dell'arte questa sfoggia le ultimissime toilettes della casa Pasquin di Parigi"7.
Proprio in questi tristi anni anche il pubblico femminile cominciò a frequentare le sale cinematografiche, attirato prevalentemente dalla bellezza ideale delle dive e dall'alta moda parigina di cui queste sempre più spesso facevano sfoggio. I giornali si riempirono di cartelloni pubblicitari raffiguranti scene dei film e nomi degli attori.
La sala che negli anni della guerra presentò i maggiori successi fu il Cinema Corso, che prendeva a modello le grandi sale torinesi come il Cinema Ambrosio e il Ghersi, spesso citati dalle cronache quali veri e propri templi italiani del cinema.
Pellicole come "Madame Tallien", interpretata dall'allora famosissima Lydia Borrelli, vedeva accorrere alle proiezioni "la parte più eletta della città".
Le sale cominciarono ad essere così affollate che il giornale locale si trovò costretto a raccomandare prudenza durante l'ingresso agli spettacoli, e a consigliare oltre alle proiezioni serali quelle diurne, sicuramente più tranquille e facilmente accessibili. "Oltre non si ripeta quello che avvenne al Cinema Vittoria di Torino, dove tutti gli eleganti cristalli andarono in frantumi tanta era la folla accorsa per ammirare questa colossale film, si avverte il gentile pubblico vercellese che la film resterà in programma anche Sabato 2 Marzo".

La fine della guerra e il fascismo

Al termine della guerra i Marcenaro cedettero la loro attività e alla loro gestione subentrò il titolare dell'Anonima Pittaluga, società che prese in gestione il Cinema Corso, l'ex Facchinetti e l'ormai dimenticato Cinema Centrale, che ricominciò una breve ma fervente attività.
Intanto ai film comici ed alle romantiche pellicole si sostituirono gli attesissimi film dell'orrore e tutto ciò che riguardava i moderni e velocissimi mezzi di trasporto.
Nell'ambito cinematografico Vercelli non ebbe mai nulla da invidiare ai centri maggiori, riuscendo, grazie ad accorti imprenditori, a rimanere sempre al passo coi tempi.
Con l'avvento del fascismo, la censura cominciò a selezionare i film d'importazione e il cinema finì per essere gradualmente strumentale alla politica. I cinegiornali dell'Unione cinematografica educativa (Luce) affiancarono le tradizionali programmazioni. Oltre all'Anonimo Pittaluga, torinese, arrivò a Vercelli la società Chiarabba di Milano, che riuscì a riportare al successo il magnifico Cinema Italia, ormai da anni lasciato nell'ombra.
I prezzi dei biglietti, mantenuti sempre a livelli popolari, erano i seguenti: poltrone lire 2,60, ridotti lire 1,30, platea e prima galleria lire 1,30, ridotti lire 0,80, seconda galleria lire 0,80.
I due cinematografi attivi si differenziavano per generi di film proiettati: sentimentale e commedia per il Cinema Italia, avventuroso il Cinema Corso.
Il 6 ottobre 1926 negli Stati Uniti venne presentato il primo film sonoro: "Jazz singer", nel quale, nonostante il sincronismo restasse un problema, vennero inserite musica e parole.
Tre anni dopo fu il Cinema Italia, nel frattempo divenuto Super Italia, a procurarsi in prima visione nazionale il film sonoro "Strada ferrata ovvero l'allegro capostazione di Raams", cantato in italiano, spagnolo ed inglese.
Il primo film interamente parlato venne però presentato solo nel 1930 al Teatro Verdi (ex Teatro Facchinetti) che, come accadde trentacinque anni prima per il cinema muto, fu il primo a presentare alla città questa importante novità. "La prima esecuzione di un film sonoro è avvenuta giovedì scorso al Teatro Verdi e diciamo subito ha soddisfatto vivamente il pubblico, accorso assai numeroso attratto dalla novità dello spettacolo, meravigliato poi per il perfetto accordo tra lo sviluppo scenico e la emissione della voce. Dai primissimi esperimenti fatti tempo addietro, allo spettacolo goduto giovedì scorso, il progresso è stato veramente grandissimo e lascia prevedere quale sarà lo sviluppo a venire della cinematografia parlata o cantata. Il vero teatro ebbe già una temibile concorrente nella cinematografia, a stento tenuta a bada: oggi la trasformazione della cinematografia, da muta a parlata, si presenta ancora più pericolosa"8.
Le sale vercellesi furono così rivoluzionate dal punto di vista tecnico e dotate, grazie a Pittaluga, dei più moderni apparecchi per il sonoro presenti sul mercato.
Anche sugli schermi vercellesi arrivarono gli amatissimi Cric e Croc, Shirley Temple, i cartoni animati sonorizzati, King Kong ed i miti hollywoodiani come Greta Garbo e Clark Gable.

Il Cinema teatro Giovan Battista Viotti

Nei primi anni del 1930 a Vercelli venne abbattuto uno dei quartieri storici della città, la così detta "Furia", zona "malfamata" ma suggestiva e ricca di storia.
Da questa distruzione nacque, ad opera di Ernesto Zumaglini, un quartiere in stile fascista, che univa la nuova grande piazza Mussolini al corso principale mediante la via Vittorio Veneto.
Proprio qui, al piano terreno di un grande palazzo, fu pensato un nuovo cinema teatro che prese il nome di Giovan Battista Viotti.
Il nuovo locale venne sinteticamente descritto dalla stampa come "ambiente artistico moderno. Realizzazione architettonica, sala studiata per visioni ed audizioni del film sonoro. Le più confortevoli comodità. Costanza di scelta e programmazione"9.
Anche in questo locale le pellicole venivano sapientemente alternate a spettacoli teatrali e di varietà, come è ancora oggi testimoniato dai profili degli artisti che disegnatori occasionali riportavano a carboncino sulle porte dei camerini.

La seconda guerra mondiale

Al termine degli anni trenta i cinematografi attivi in città erano sostanzialmente due: il Cinema teatro Viotti e il Teatro Verdi.
Chiuse i battenti il Super Italia, nel frattempo ribattezzato dalla gestione Quaglia Cinema Varietà Italia. Anche il Cinema Corso interruppe le proiezioni.
Il Teatro Civico, sempre attivo, propose in quegli anni spettacoli di grande rilievo, ospitando tra le altre la Compagnia delle grandi riviste, dove recitarono anche Totò ed Anna Magnani.
Nel settembre 1943 il Cinema Italia cambiò ancora gestione e fece la sua comparsa a Vercelli Antonio Givogre che, con la sua famiglia, ha poi gestito le sale cinematografiche vercellesi fino ad oggi. Era cresciuto in una famiglia che da anni gestiva importanti cinematografi a Torino, la città con le più belle e moderne sale da proiezione italiane.
In quegli anni difficili di guerra il signor Givogre fu costretto a sfollare nel vicino paese di Desana ed ogni giorno superava in bicicletta, e con gli appositi lasciapassare, i posti di blocco piazzati lungo i dieci chilometri che separavano il paese dalla città.
Nel periodo più freddo, dopo il Natale, date le difficili condizioni delle strade, il cinematografo rimaneva chiuso per riaprire in primavera.
Gli spettacoli furono ridotti a quelli pomeridiani a causa del coprifuoco, ed il locale, sempre curato, veniva riscaldato nonostante le ristrettezze della guerra.
Durante l'occupazione tedesca il locale prese fuoco e la bellezza delle decorazioni, che a suo tempo furono eseguite per il Cinema Kullmann da Alberto Ferrero, furono distrutte per sempre.
Conclusa la guerra, la gente aveva bisogno di divertimenti a basso costo e gli spettacoli cinematografici erano una straordinaria occasione.
Tra le prime proiezioni di successo del dopoguerra, almeno dando credito alle cronache, fu dell'agosto 1945 con la pellicola "Bernadette Subirous", del regista Henry King. Il film riscosse un tale successo che venne proiettato ininterrottamente per quindici giorni; l'afflusso di pubblico fu incredibile: ogni sera, nonostante il buio e i disagi, centinaia di persone arrivavano in carrozza dai paesi vicini per vedere quella storia di fede e speranza di cui ognuno di loro aveva grande bisogno. I paganti furono più di undicimila e costituirono un vero e proprio record.
Negli anni trenta in città era sorto un altro cinematografo, più periferico rispetto a quelli esistenti: il Cinema Astra. Nel dopoguerra la nuova sala fu presa in gestione dalla famiglia Givogre che, sfruttando l'ampio spazio all'aperto adiacente l'edificio, l'8 giugno 1946, con una serata ad inviti, inaugurerà il primo cinema all'aperto di Vercelli.
Gli anni del dopoguerra, caratterizzati un po' ovunque da una fervente ripresa, furono a Vercelli particolarmente vivaci, tanto che nel giugno del 1948, nella campagna della tranquilla cittadina fu impiantato il set del famoso film "Riso amaro", del regista Giuseppe De Santis, prodotto da Dino De Laurentiis.
Il via vai di attori, attrici e registi, portò il tanto amato "mondo del cinema" anche per le vie della città.
Bisognoso di numerose comparse per simulare il lavoro in risaia, il regista fece assumere centinaia di mondariso, che per ben cinquecento lire al giorno dovevano fingere di mondare, intonando i canti tipici che accompagnavano ogni giorno il duro lavoro.
Ogni mattina un camion aperto passava nei paesi a caricare le donne, che per fingere di lavorare guadagnavano più di quanto avrebbero guadagnato lavorando veramente. Il film, campione di incassi del 1948, fu proiettato al Cinema Corso nel 1951.

Il cinemascope

Gli anni cinquanta furono caratterizzati dalla nascita del cinemascope, che rivoluzionò sia il modo di vedere le pellicole che le apparecchiature per la proiezione.
Lo schermo si trasformò in un "enorme" telone di venti metri per dodici ed il locale che meglio si prestò a questo genere di "tecnologie" fu il Cinema teatro Viotti, in quel periodo gestito dalla famiglia Buffa.
Furono anni d'oro per i gestori delle sale. Gli incassi giornalieri arrivavano a cifre strabilianti, anche mezzo milione di lire.
L'allargarsi del pubblico favorì la nascita di nuove sale cinematografiche minori come il Cinema Principe, situato all'inizio del corso Carlo Alberto, al piano terra di palazzo Badino.
Poco per volta tutti i cinema cittadini si adattarono alle necessità di questi grandi schermi panoramici, appoggiati dalla valente gestione della famiglia Givogre che arrivò in breve tempo ad avere in gestione tutti i cinematografi cittadini.
Nell'anno 1956 arrivarono però in città i primi televisori in bianco e nero ed il cinema cominciò a sentire la presenza di una concorrenza che, con il passare del tempo, si sarebbe fatta sempre più pesante.
I gestori delle sale cinematografiche cominciarono a correre ai ripari e già dal mese di gennaio il Teatro Civico ed il Cinema Italia fecero pubblicare sul giornale locale il seguente annuncio: "La Direzione del Cinema [...] nell'intento di far cosa grata agli affezionati clienti, onde consentire a questi anche la visione degli spettacoli più interessanti della televisione, offre a partire da sabato 28 gennaio, la visione in apposita saletta del programma tv delle ore 21 senza alcun aumento del prezzo d'ingresso per lo spettacolo cinematografico che avrà inizio alla fine della trasmissione televisiva"10.
Tutti i maggiori bar della città si attrezzarono di un apparecchio televisivo ed in occasione delle trasmissioni più popolari si riempivano di gente che avrebbe dovuto pagare solo il prezzo di "una spuma".
Nel 1958 sul giornale "La Sesia" comparvero le prime pubblicità dei televisori Radiomarelli: "Pur essendo dotati di schermi giganti a 21'' e 24'' i Televisori Radiomarelli sono apparecchi di classe che non ingombrano. Inoltre offrono una visione perfetta e un'elevata fedeltà di riproduzione sonora. Con Radiomarelli la televisione non stanca né gli occhi né l'udito. I tre modelli rv110, rv128, e rv131, costano rispettivamente 255.000, 210.000 e 169.000 lire".


note

bibliografia