Piera Mazzone

Lea Schiavi: un enigma valsesiano



Il saggio di Mimmo Franzinelli "Il colonnello Luca e un omicidio politico impunito. L'assassinio della borgosesiana Lea Schiavi", apparso nell'ultimo numero de "l'impegno" (n. 2, dicembre 2004) e l'articolo pubblicato da Gianni Martinetti ne "Il Monte Rosa" del 22 gennaio 2005, intitolato "La 'Mata Hari' della Valsesia", mi hanno indotta a rileggere alcune cronache pubblicate nel "Corriere Valsesiano" di cinquant'anni fa.
Sul n. 15 del 16 aprile 1950 venne riportata integralmente la storia di Lea Schiavi, raccontata dall'inviata speciale Clara Falcone ne "Il tempo", la rivista illustrata edita da Mondadori.
L'obiettivo della pubblicazione era così sintetizzato dall'allora direttore: "Noi la pubblichiamo questa storia, perché nelle colonne del nostro giornale valsesiano rimanga il segno della vita e della fine di questa nostra donna, la quale visse un'esistenza avventurosa e audace e mise il fascino del proprio spirito e della propria intelligenza a servizio di una attività pericolosa, dimostrando la forte tempra che sempre ha contraddistinto, nei secoli, la razza valsesiana".
Il réportage di Clara Falcone inizia con l'indicazione del luogo, "Tabriz (Persia). La strada verso il cimitero cattolico era stretta, contorta, polverosa, come tutte le strade laterali o periferiche di Tabriz", in cui l'inviata, accompagnata dal segretario del consolato di Francia, "unico rappresentante di un paese cattolico in Azerbaigian", si recò per cercare di far luce sulla misteriosa morte della giornalista italiana Lea Schiavi, da lei personalmente conosciuta, insieme al marito, il giornalista americano Winston Burdett. La Falcone fu colpita dalla differenza tra i due: il marito, era "piccolino, biondino, magro, giovane, più giovane di lei, con un che di timido e di infantile nel viso [...] Accanto alla moglie pareva completamente sommerso. Di solito parlava sempre lei, in francese, tessendo i più mirabolanti progetti per l'avvenire, riempiendo di sé tutta l'aria intorno".
"Lea Schiavi a Teheran ottenne grande successo tra i persiani. Era amabile come loro, sorridente come loro, voleva vivere la stessa loro vita. In pochi giorni aveva appresa l'importanza del 'fardà' - domani - che poi è il limite del tempo senza fine [...] Si era fatta una quantità di amici [...] parlava moltissimo e quasi sempre di politica. Per questo gli italiani residenti in Persia la amavano un po' meno", perché costoro cercavano di farsi notare il meno possibile, in un paese in cui non avevano più nemmeno una rappresentanza diplomatica, e potevano contare solo sul delegato apostolico, mons. Marini, "un uomo di rara intelligenza e umanità". Lea Schiavi si era rivolta anche a lui, cercando invano di convincerlo ad aiutarla a creare un'organizzazione "allo scopo di raccogliere informazioni e cooperazione alla lotta contro l'oppressore" (ossia il fascismo e il nazismo).
Lea Schiavi "parlava troppo e non sempre a proposito, talvolta anche a danno di se stessa". Dopo la partenza del marito per l'India, richiamato da impegni di lavoro, scelse di rimanere ancora per qualche tempo in Azerbaigian. Mentre era in viaggio con un'amica armena, Zina Agaian, figlia di un deputato, l'auto sulla quale viaggiavano fu fermata; un giovane curdo, dopo essersi accertato dell'identità della Schiavi, la uccise, sparandole al petto. La stessa notte del 24 aprile 1942 l'autista e l'accompagnatrice di Lea, guidati dal giovane curdo che l'aveva uccisa, bussarono alla missione delle suore lazzariste di San Vincenzo e il giorno dopo il cadavere della giornalista fu riportato a Tabriz e sepolto. Il curdo si costituì alle autorità russo-britanniche, dicendo che si era trattato di uno sbaglio e fu rilasciato. Il marito della Schiavi, rientrato dall'India, secondo la versione di Clara Falcone, non avrebbe neppure voluto conoscere la sorte dell'assassino, limitandosi a far scrivere in italiano sulla tomba della moglie: "Carissima Lea ti abbraccio teneramente".
Il réportage della Falcone si conclude con un tentativo di spiegare il mistero che avvolgeva l'intera vicenda: una persona "che sapeva molte cose e conosceva molta gente", le avrebbe rivelato che Lea Schiavi "parlava molto. Parlava troppo. E ai russi non piace che chi lavora per loro metta i propri fatti in piazza [...] quello è un modo di ammazzare da russi. Se fossero stati inglesi sarebbe morta di una qualche strana malattia, in tre giorni, nel proprio letto".
La settimana dopo nelle pagine del "Corriere Valsesiano" (n. 16 del 21 aprile 1950), comparve la replica di Natalino Schiavi, padre di Lea, che scriveva che sua figlia non era stata uccisa per motivi politici, ma assassinata da banditi curdi, durante la rivolta nazionalista del 1942.
La vicenda di Lea Schiavi fu ripresa, sempre nelle colonne del "Corriere Valsesiano", nel n. 28 del 15 luglio 1955, in un articolo intitolato "Lea Schiavi di Borgosesia, la 'Mata Hari' italiana fu vittima dello spionaggio russo". Il nuovo articolo nacque dalle dichiarazioni del marito di Lea Schiavi, che avrebbe confessato ad una Commissione d'Inchiesta di Washington "d'essere stato in passato una spia comunista e di aver poi abbandonato il partito perché fortemente deluso, giacché l'iscrizione al Partito comunista significava assoluta sudditanza e la disciplina vi è esercitata in modo così tirannico che a lui è stata persino soppressa la moglie - appunto Lea Schiavi - perché sapeva troppe cose". Lea Schiavi sarebbe venuta a sapere che i sovietici stavano addestrando dei partigiani che avrebbero effettuato una rivolta in Jugoslavia sotto la guida di Tito, con l'intento di attrarre quel paese nell'orbita sovietica e i russi avrebbero assoldato un sicario curdo per ucciderla, impedendo che questa informazione arrivasse agli alleati occidentali.
Franzinelli, nel suo articolo ne "l'impegno" tratto dal volume "Guerra di spie. I servizi segreti fascisti, nazisti e alleati 1939-1943", sostiene invece che l'assassinio di Lea Schiavi fu opera dei servizi segreti italiani, ai quali la giornalista era stata segnalata come "elemento antinazionale". Il 21 aprile 1945 il marito di Lea Schiavi si recò a Roma e denunziò alla magistratura il colonnello Ugo Luca, "un ufficiale dei carabinieri pervenuto ai massimi gradi nel controspionaggio italiano [...] figura di primo piano dei servizi riservati dell'Italia democratica", ma questi con un memoriale si discolpò, fu prosciolto dall'accusa e la denunzia fu archiviata.
Alfredo Borgo, borgosesiano, nel suo libro di memorie "Un abito celeste" (Borgosesia, 1995), ricorda brevemente Lea Schiavi, personaggio del quale nell'immediato dopoguerra a Borgosesia era ancora viva la memoria: "Si parlava di Lea Schiavi, nata a Borgosesia nel 1907, giornalista e moglie di un giornalista americano, che aveva svolto la sua attività professionale tra i Balcani e il Medio Oriente. Trovò la morte tra le montagne dell'Azerbaigian, nell'aprile del 1942, per opera dei banditi curdi, nell'adempimento della sua professione".
Gli atti di stato civile offrono scarni dati su Lea Schiavi di Natale, di anni 32, elettricista e di Valmaggia Felicina, di anni 30, casalinga, entrambi residenti nel comune di Borgosesia, che nacque a Borgosesia il 2 marzo 1907 e risulta emigrata a Torino il 6 novembre 1913. Ulteriori indagini nel capoluogo piemontese potrebbero fornire altri dati significativi sulla sua educazione e sulle vicende che la coinvolsero negli anni successivi.
Tramite la consueta cortesia dell'avvocato Enzo Barbano ho potuto leggere un articolo di Arrigo Petacco, "Il segreto di Lea Schiavi", pubblicato su "Segretissimo", purtroppo senza data, ma con l'annotazione di Barbano: "A. Petacco nel 1974 mi scriveva che questo articolo lo aveva scritto almeno dieci anni prima". Petacco sgombra subito il campo da paragoni della borgosesiana con la leggendaria Mata Hari: "La tragica vicenda di Lea fu molto diversa da quella dell'affascinante spia olandese. Lea non usava il proprio fascino per svolgere la propria attività, ma la parola e il cervello. E quando morì non cadde sotto il piombo di un plotone di esecuzione, ma davanti a un sicario che agiva per conto del servizio segreto per il quale lei stessa lavorava".
Lea sarebbe entrata in contatto con i servizi segreti russi all'inizio della guerra.
Nel 1940 la giornalista era in Polonia per motivi di lavoro, poi passò in Ungheria e Romania, e mai nascose la sua opposizione al nazifascismo, tanto che questo comportamento "sovversivo" le fu rimproverato dalla Legazione italiana di Bucarest, che le prospettò l'idea di dover rispondere dei suoi comportamenti al Tribunale speciale, qualora fosse rientrata in Italia. Lea Schiavi in quegli anni si legò sentimentalmente al radiocronista della Columbia Broadcasting Corporation, Winston Burdett, "che già allora lavorava per il servizio segreto russo", scrive Petacco, ed entrambi, all'arrivo delle truppe tedesche nei Balcani, fuggirono in Turchia e poi in Persia.
Petacco dunque avvalora la tesi della morte commissionata dai servizi segreti sovietici per i quali lei e il marito lavoravano, come sarebbe confermato dalla deposizione di Winston Burdett resa, dieci anni dopo la morte di Lea, davanti alla Commissione senatoriale di inchiesta per la sicurezza interna degli Stati Uniti, che avvalora la tesi dell'eliminazione di quello che sarebbe potuto diventare un testimone pericoloso.
Perché Lea partì nell'aprile 1942 per Tabriz nell'Azeirbagian, con l'autista persiano e l'amica armena? In seguito si disse che era stata convocata dal comando sovietico per un rapporto, ma molti misteri avvolgono ancora la vita e la tragica fine di questa donna valsesiana per nascita.


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