Monica Mascarino

"Extracomunitari": integrazione e invisibilità



Gli stranieri nella provincia biellese

"Fino a dieci anni fa se in città passava una persona di colore tutti si voltavano a guardare. Lo straniero era veramente una 'stranezza' da queste parti. Oggi, sono più di tremila gli immigrati regolari residenti in provincia di Biella".
Piero Gibello racconta così l'evoluzione del fenomeno migratorio nel Biellese. Di quello che è successo, i volti e le storie che si sono succeduti, lui sa tutto: dal 1990 lavora in qualità di responsabile allo sportello per extracomunitari dell'Associazione nazionale oltre frontiera (Anolf) di intermediazione culturale promossa dal sindacato Cisl. È abituato ad affrontare problemi di ordine pratico: i documenti, il lavoro, la casa. "Nell'ultimo anno - spiega - in prevalenza abbiamo offerto aiuto e consulenza tecnica a chi doveva regolarizzarsi e quindi compilare i moduli. Circa il 20 per cento delle pratiche di regolarizzazione e di quelle di revoca del procedimento di espulsione presentate in Questura sono passate tra le nostre mani. Inoltre abbiamo offerto consigli ai datori che volevano regolarizzare i propri lavoratori"1.
Questa è storia oramai: in Italia, lo si sa, è stata la variegata realtà del privato sociale a colmare i vuoti dell'intervento pubblico nelle politiche per l'immigrazione. Questo almeno fino alla legge 40/19982 che, come sottolinea il direttore della Caritas diocesana romana monsignor Guerino Di Tora, rappresenta un tentativo, più serio e adeguato rispetto al passato, di non abbandonare al caso il fenomeno sociale dell'immigrazione e di valorizzare il processo di integrazione in un contesto di effettiva programmazione attraverso la regolarizzazione dei flussi di ingresso nel territorio dello Stato e, di conseguenza, l'accesso al mercato del lavoro3.
La normativa, però, come le grandi cifre - 1.250.214 gli stranieri regolari all'inizio del 1999, secondo i dati pubblicati nel Dossier Caritas di questo anno - non è in grado di raccontare l'immigrazione più silenziosa, quasi sconosciuta che vive e lavora in questa provincia. I dati forniti (10 settembre 1999) dall'Ufficio stranieri della Questura di Biella indicano 3.236 adulti con permesso di soggiorno (1.658 maschi e 1.324 donne). Tra i 2.936 stranieri stabilmente residenti, 1.300 hanno ottenuto un permesso per lavoro subordinato, 162 per lavoro autonomo e 260 per quello domestico, 304 sono in attesa di occupazione.
Non si conosce esattamente quanti tra coloro che hanno ottenuto l'asilo politico (104) o il ricongiungimento familiare (976) siano occupati (stima 70-80 per cento).
Per quanto riguarda le aree geografiche di provenienza, prevale il Marocco (1.300), seguito dall'Albania (300), l'ex Jugoslavia (236), l'ex Unione Sovietica (180), la Cina (150).
E dove lavorano queste persone? "Nel 70-80 per cento dei casi - spiega l'ispettore Mario Cinti - nell'industria tessile e in particolare nelle varie fasi della lavorazione (ritorcitura, tintoria), dove coprono i turni di notte. Segue il settore del lavoro domestico e, quasi a pari merito, l'edilizia e la ristorazione. Non mancano le cooperative di servizi di cui risultano soci gli extracomunitari impiegati per mansioni di basso livello, in genere le pulizie". Il lavoro sommerso, come ovunque - precisa -, esiste anche qui: nelle piccole attività che operano per conto di terzi, come i piccoli laboratori tessili, nell'edilizia (i cantieri itineranti) e tra le donne collaboratrici domestiche. Nel biellese, in definitiva, anche se a volte "in nero" l'impiego si trova, e troppe volte senza difficoltà.
Come si legge nell'Introduzione del Dossier Caritas 1999 "anche nelle regioni [italiane] più promettenti dal punto di vista occupazionale, vi è una distanza tra la cittadinanza economica, in buona parte raggiunta, e la cittadinanza sociale, ancora caratterizzata da una forte marginalità". Infatti, "più l'immigrazione diventa stabile e più è necessario rispondere alle esigenze abitative, alla richiesta di servizi sociali, sanitari, educativi, e al bisogno di luoghi di aggregazione, cultura e tempo libero. Specialmente per quanto riguarda i figli degli immigrati, non basta, come è stato detto con uno slogan azzeccato, accogliere i nuovi ragazzi come allievi in classe se poi restano stranieri in città".
Che cosa sta facendo Biella per favorire l'integrazione, in che modo si fa carico della "seconda accoglienza": quali servizi offre e chi li gestisce? Oltre allo sportello informativo Anolf-Cisl da dieci anni esiste il Centro di ascolto per stranieri gestito dal volontariato vincenziano. "Oggi il problema principale - racconta Stefano Minola, uno dei volontari - è la ricerca dell'abitazione. Chi vuole lavorare trova sempre un impiego, anche se inizialmente un po' precario".
Il dato è confermato da Piero Gibello: "Le case ci sono, ma è difficile entrarne in possesso: i costi sono elevati e da parte dei cittadini italiani si registra una chiusura totale. La Caritas è l'unica associazione attiva su questo fronte: affitta alloggi che richiedono alcuni interventi di ristrutturazione (impianti elettrici da mettere a norma, servizi igienici da sostituire) e poi li subaffitta agli stranieri oppure utilizza la formula del comodato per affittare. Certo, il suo intervento è in grado di aiutare al massimo dieci-quindici famiglie".
Quello della casa rappresenta un bisogno pressante, tenuto conto che l'immigrazione negli ultimi anni è stata caratterizzata dal processo di sedentarizzazione.
I dati nazionali pubblicati nel Dossier relativi ai motivi di ingresso nel 1998 evidenziano il prevalere dei ricongiungimenti familiari (45.537, cioè più del doppio di quelli rilasciati per lavoro, pari a 21.638), e in particolare tra i cittadini provenienti dal Nord Africa (82,5 per cento), dal Subcontinente indiano (69,1 per cento) e dall'Estremo Oriente (47 per cento): dei 110.966 cittadini stranieri arrivati in Italia lo scorso anno il 60 per cento è rappresentato da donne (67.473).
Ripartendo i nuovi venuti per classi di età - anche se lo schedario dei permessi di soggiorno non consente ancora di registrare i famigliari che si ricongiungono per tipo di parentela - emerge che un sesto del totale (7.424) sono figli minori; 10.348 hanno un'età compresa tra i 18 e i 25 anni e sono in prevalenza giovani coniugi e più raramente figli maggiorenni a carico; 17.757 hanno tra i 26 e i 40 anni e sono coniugati; dai 41 anni e oltre (10.008) prevalgono i coniugi, senza che si possano escludere altri parenti a carico.
In Piemonte il dinamismo dei ricongiungimenti è tale da superare la metà dei nuovi permessi di soggiorno rilasciati (4.033 su 7.254).
A Biella, come si è detto, i permessi per ricongiungimento familiare rappresentano circa un terzo del totale: di fronte a queste persone interessate a stabilirsi in Italia, e quindi all'esigenza di servizi socio-educativi e di supporti culturali relazionali, le amministrazioni cosa fanno? Secondo Gibello non abbastanza: "Occorre rivolgere uno sguardo positivo a questa presenza. Pensare che nei comuni della dimensione di Biella gli stranieri non rappresentano un `problema', ma costituiscono un'opportunità". E poi aggiunge: "Certo, se gli stranieri fossero stati origine di qualche iniziativa di impatto sulla restante popolazione, forse l'attenzione sarebbe stata maggiore".
Opinione che trova conferma nelle parole di monsignor Di Tora: "Gli amministratori si appoggiano molto sul volontariato. In realtà, la collaborazione con le organizzazioni del privato sociale si inquadra in una strategia positiva quando intende creare una rete di interventi sociali, mentre è deficitaria quando la mancanza di progettualità delle strutture pubbliche porta a delegare in toto gli interventi".
Fino ad oggi l'unica iniziativa comunale era rappresentata dal dormitorio: "Una struttura non adeguata - commenta Luciano Rossi, presidente dell'associazione "ApertaMente-Persone per una società sostenibile e multiculturale" - che non viene frequentata dagli immigrati. Abbiamo sensibilizzato l'istituzione cittadina per arrivare a un tavolo di lavoro comune, dove si possa discutere della educazione scolastica dei minori e dell'assistenza socio-sanitaria". E qualche passo in questa direzione è stato compiuto perché nel prossimo anno verrà aperto uno sportello informativo rivolto agli extracomunitari sulla base di una convenzione Anolf-Comune. Sarà gestito una volta alla settimana da un operatore di nazionalità marocchina dell'Anolf, grazie al finanziamento e ai locali messi a disposizione dal Comune".
Interpellata, l'Amministrazione comunale risponde con decisione. Mary Rimola, responsabile per i servizi sociali, ribadisce che "il Comune, operando con i servizi sociali del territorio, è da anni che offre agli stranieri le stesse prestazioni riservate agli italiani. In questa direzione va segnalata la presenza del dormitorio rivolto a chi si trova nel Paese per un periodo di tempo limitato e la concessione a stranieri del 20 per cento degli alloggi di edilizia popolare". Non manca la stoccata conclusiva: "La situazione attuale è particolare: improvvisamente si è scoperto il problema immigrati, ma l'ente pubblico è da tempo che lavora in questo campo".

Visibili ma in fabbrica

Presenze invisibili. Gli stranieri che vivono nel Biellese sembrano esistere unicamente sul posto di lavoro: usciti da lì, spariscono. "Non si vedono per strada, le loro vite sono parallele, non si intrecciano a quelle dei cittadini di nazionalità italiana", spiega Luciano Rossi. "La realtà di Biella è diversa da quella della città; da noi è ancora più difficile relazionarsi con le comunità straniere. Gli albanesi, anche se molti numericamente, sono dispersi sul territorio e la rete sociale dei cinesi e dei filippini, come ovunque, rimane nascosta agli sguardi degli occidentali. Quanto ai somali si tratta di una comunità ristretta a tre, quattro famiglie".
Non esistono, dunque, luoghi di ritrovo di extracomunitari? "Sì, esiste il circolo Arci Amici di Riva gestito e frequentato da marocchini, ma è l'unico". E sul suo conto, va detto, non tutti i giudizi sono positivi, forse un po' per diffidenza, forse per opinioni fondate.
Piero Gibello sottolinea che "non ci sono mai state iniziative significative da parte degli stranieri: le stesse realtà sindacali sarebbero interessate a un loro investimento in termini di tempo e responsabilità".
Anche secondo Stefano Minola manca un'autorganizzazione da parte delle comunità: "Il circolo di Riva non è presente nella vita cittadina, neppure culturalmente". Cinque anni fa il Comune tentò, con esito negativo, di creare un luogo di ritrovo autogestito per immigrati; gli spazi vennero poi dati in gestione un giorno alla settimana alla San Vincenzo, che aprì un centro di animazione rivolto ai bambini immigrati. Oggi all'iniziativa partecipa anche l'associazione ApertaMente.
In verità, le occasioni di contatto tra cittadini di paesi diversi sembrano davvero poche e riservano sorprese: nel corso di una manifestazione culturale sull'India, grazie all'interessamento di un imprenditore, è stata scoperta nella valle di Mosso la presenza di microcomunità indiane di circa 25 persone, impegnate nelle industrie tessili della zona.
In questo momento il vero polo di aggregazione per gli extracomunitari musulmani è la moschea, acquistata grazie a un autofinanziamento proprio nel centro della città e aperta alla comunità islamica da ottobre. Non rappresenta unicamente un luogo di culto, ma anche di incontro e di cultura grazie ai corsi di italiano e arabo destinati ai bambini e alle mamme. In precedenza, i musulmani del Biellese si riunivano per pregare in un fabbricato industriale affittato da un imprenditore comprensivo.
Per Adam 'Mbody, senegalese, si tratta di una vera conquista. Lui, da venti anni in Italia, di cui dieci vissuti a Biella, ex sindacalista Cgil per gli immigrati e oggi dirigente regionale Fiom, ritiene che "oggi l'integrazione lavorativa esiste, ma manca il riconoscimento dell'individuo nella sua globalità. E in particolare il riconoscimento religioso: per noi l'essere musulmani rimane al primo posto rispetto al Paese di provenienza". A suo avviso vivere a Biella significa "crescere dal punto di vista del lavoro, vero e proprio oggetto di culto, ma anche maggiori certezze, maggiore tranquillità, rapporti più semplici con le istituzioni".
Adam 'Mbody sorride pensando a sé, al suo personale percorso di integrazione da sindacalista a dirigente: "Ricordo gli sguardi perplessi dei lavoratori riuniti in assemblea. Sui loro visi si legge chiara la domanda: parlerà italiano? capirà? Come il cattolico che, entrato in chiesa, si trova di fronte a un coccodrillo: il sottoscritto".
Secondo Piero Gibello la comunità marocchina nei primi anni di immigrazione ha vissuto uno sbandamento culturale, caratterizzato da un forte individualismo. La moschea ha funzionato da polo di attrazione anche per le giovani generazioni, guadagnando terreno rispetto alle altre forme di aggregazione.

Le difficoltà della scuola

Se degli adulti extracomunitari poco si sa e poco si vede, ben diverso è il caso dei minori, anche se non esistono dati precisi sulla loro presenza numerica. Ma questa è la realtà nazionale, come si legge nel Dossier Caritas: "Non tutti i minori hanno un loro documento, ma molti sono segnati sul permesso di soggiorno dei genitori, sicché anche il loro numero complessivo è spesso di non certa definizione. Secondo una stima aggiornata al 31 dicembre 1998 i minori stranieri presenti sul territorio nazionale sono 181.597, pari al 14,5 per cento di tutti gli stranieri con una ripartizione al loro interno di 47 femmine e 53 maschi ogni 100. Ad essi vanno aggiunti i circa 21.000 e più bambini che ogni anno nascono in Italia da almeno un genitore straniero".
E la scuola come reagisce di fronte a questa presenza? Rimane disorientata. Dal Provveditorato agli studi, dove non esiste ancora un elenco degli studenti stranieri, suggeriscono di contattare direttamente la scuola media "Nino Costa", la cui realtà esemplifica quanto capita sul territorio. Gabriella Giachino è una delle insegnanti e racconta dell'immigrazione dal Veneto e poi dal Sud d'Italia che ha coinvolto il quartiere periferico in cui si trova la scuola: oggi, tra i 160 ragazzi dell'istituto si incontrano ragazzi di "buona famiglia", situazioni di forte disagio sociale e 10 studenti stranieri, in gran parte marocchini o tunisini, più alcuni cinesi. "Il primo straniero è stata una ragazza tailandese, tre anni fa. Non parlava italiano e il suo inserimento ha rappresentato un grosso problema, tanto che abbiamo contattato il Cidis di Torino per avere qualche suggerimento. Adesso grazie ai testi che abbiamo acquistato, la presenza di mediatori linguistici (a volte, in verità, si tratta della collega che sa il cinese) e la conoscenza, anche di base, della lingua italiana posseduta dai ragazzi stranieri, riusciamo a gestire la situazione. Va comunque sottolineato il rifiuto del Provveditorato alla richiesta di finanziare gli insegnanti che trascorrono ore aggiuntive con gli studenti stranieri, aiutandoli nell'integrazione e nell'alfabetizzazione".

La situazione a Vercelli

Quaranta chilometri separano Biella e Vercelli, poco più di mezz'ora di viaggio in automobile. Eppure qui si "respira un'aria diversa, come se la A4 non dividesse solamente la pianura in due", commenta Luciano Rossi, presidente dell'associazione multiculturale ApertaMente. Il discrimine è la presenza del lavoro che a Biella si trova e a Vercelli manca. "È una città morta - afferma suor Rita del Centro ascolto Caritas - dove il lavoro non esiste se non in nero". Gli stranieri che si rivolgono a lei chiedono un aiuto per trovare un impiego a tempo indeterminato, spesso semplici informazioni, a volte dei mobili.
In provincia di Vercelli, secondo i dati forniti dall'ispettore Gerardo De Sanctis della Questura risiedono circa 4.000 stranieri, uomini nel 60 per cento dei casi e in prevalenza provenienti dal Marocco, seguito da Albania, Cina, Senegal, Romania, Tunisia, Giappone ed ex Jugoslavia. In occasione dell'ultima regolarizzazione (15 dicembre 1998) sono state presentate 647 domande (604 per motivi di lavoro, 43 per motivi di famiglia) e prenotate 174; sul totale 416 sono state accolte per lavoro (148 sono ancora pendenti) e 39 per famiglia (4 respinte).
Spiega Fall N'Diogou, senegalese, da dieci anni residente in questa città, che "sono tanti gli stranieri che vivono in questa zona, anche se la ricerca di un lavoro rappresenta un problema. Molti di quelli che non sono riusciti a inserirsi, neppure come ambulanti nei mercati, si sono trasferiti a Brescia, Verona, o nelle Marche. Qui non li trattiene più nulla: non si trova lavoro, casa, assistenza sociale". Fall N'Diogou è presidente di "Incontri e percorsi", un'associazione multietnica nata ad aprile che cerca di rilanciare la città favorendo l'integrazione. I soci, suddivisi in commissioni (lavoro, cultura, casa), si riuniscono ogni mese per affrontare e tentare di risolvere i vari problemi: "Cerchiamo di promuovere momenti di incontro, iniziative culturali in cui coinvolgere l'amministrazione e la cittadinanza italiana. Lo scorso novembre abbiamo organizzato un convegno di aggiornamento rivolto agli insegnanti che lavorano con ragazzi stranieri, al quale hanno partecipato il Provveditorato e l'Assessorato alla Politiche sociali". Una goccia in un mare magnum.
Così come le risposte "emergenziali" ai problemi pratici offerte dalle associazioni: l'istituto privato Piccola opera caritas, dove vengono accolte le donne con disagi familiari, il Centro di ascolto della Caritas diocesana. Fino a oggi, come spiega l'assessore per le Politiche sociali, Maria Pia Massa, il Comune non ha pensato interventi specifici per gli stranieri, ai quali venivano offerti gli stessi servizi sociali erogati per i cittadini italiani, ad eccezione di un alloggio di pronta accoglienza con diciassette posti letti, mai occupati totalmente.
"Le persone straniere che si fermano a Vercelli - continua l'assessore - hanno un lavoro, spesso nelle cooperative sociali e non, che faticano a trovare manodopera, penso alle pulizie o all'assistenza domiciliare agli anziani. L'agricoltura, oramai meccanizzata, non offre più possibilità di impiego". L'esistenza del lavoro in nero rimane un dato di fatto anche se, a seconda dei punti di vista, è giudicata più o meno evidente. "Oggi l'amministrazione - precisa Maria Pia Massa - deve puntare all'integrazione dello straniero considerato unicamente da un punto di vista assistenziale. In questa direzione il Comune ha scelto di collaborare economicamente alle attività dell'associazione `Incontri e percorsi'organizzate in occasione del Natale". Una risposta, forse, alla critica espressa da Fall N'Diogou della mancanza di partecipazione dell'ente pubblico. Senza dubbio la testimonianza di un dialogo iniziato recentemente.
L'unico luogo di ritrovo per stranieri è il circolo ricreativo marocchino "Casablanca", rigorosamente chiuso in se stesso. La moschea non esiste ancora: al momento, grazie a una autotassazione, i praticanti musulmani si ritrovano in un piccolo locale in affitto. Per il futuro sperano nei fondi sauditi. Un po' meno in quelli comunali.
Se l'integrazione procede lentamente per gli stranieri adulti - poco visibili, conferma l'assessore, anche perché spesso residenti nei piccoli paesi della zona - diverso il discorso tra i minori sempre più presenti nelle scuole.
Secondo un'indagine del Provveditorato relativa all'anno 1998-99 il numero degli alunni stranieri iscritti e frequentanti le scuole pubbliche è aumentato negli ultimi tre anni del 30 per cento. In totale sono inseriti 403 alunni stranieri, in prevalenza provenienti dal Marocco e dalla Cina, distribuiti per il 9,7 per cento nelle materne, il 49,9 per cento nelle elementari, il 23,6 per cento nelle medie e il 16,7 per cento nei corsi serali. Il fenomeno è prevalentemente urbano, visto che gli iscritti solo a Vercelli sono 152, pari al 37,7 per cento; migliora la conoscenza della lingua italiana, i giudizi negativi (scarso/insufficiente) rappresentano il 18 per cento contro il 50 per cento di quelli positivi.
Emerge con evidenza il problema della differenza tra età anagrafica e livello raggiunto nel percorso scolastico: un ritardo coinvolge il 33,4 per cento degli allievi alle elementari e il 48 per cento alle medie, a cui va aggiunto il 23 per cento di pluriripetenze.

15 dicembre 1999
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