Brunello Mantelli

Resistenza e collaborazionismo



La Francia, laboratorio culturale di un'Europa in radicale crisi

I concetti di Resistenza e collaborazionismo hanno un'origine ed una profonda matrice francese; fu infatti nella Francia sconfitta ed occupata dei mesi successivi alla catastrofe militare dell'estate 1940 che entrambi gli atteggiamenti si manifestarono e si fronteggiarono. A chi scelse di opporsi e di lottare, nelle forme di volta in volta possibili, contro l'occupante tedesco (ed italiano) si contrapposero coloro che ritenevano opportuno trovare con esso un modus vivendi. Se l'arco delle motivazioni, delle ispirazioni ideali, delle prospettive politiche e delle visioni del mondo di chi optò per la Résistence fu assai vario e composito, ancor più esteso fu lo spettro dell'universo della collaboration.
Schematizzando, possiamo introdurre una prima dicotomia fra collaborazionismo conservatore e collaborazionismo ideologico, dicotomia che - nuovamente - trova espressione concreta, fisica addirittura, in territorio francese; al collaborazionismo degli apparati statuali e dei ceti che ne erano espressione (militari, alti burocrati) - che aveva la sua roccaforte a Vichy, capitale dell'État français, guidato dal maresciallo Philippe Pétain (la parola république, intrisa di umori popolari e di echi giacobini, venne infatti abolita, ed alla triade rivoluzionaria Liberté, Égalité, Fraternité si sostituì il più "rassicurante" trinomio Travail, Famille, Patrie) - si oppose infatti il collaborazionismo dei gruppi che si sentivano ideologicamente affini al fascismo italiano ed al nazionalsocialismo tedesco, gruppi le cui attività facevano perno sulla Parigi occupata dalle armi germaniche. Per i conservatori, infatti, l'occupazione militare da parte di regimi fortemente connotati da una visione del mondo organicista e gerarchica come quelli fascisti venne a costituire un'occasione - bon gré, mal gré - per regolare i conti con le espressioni più radicali dei processi di modernizzazione e secolarizzazione che avevano attraversato l'Europa nei secoli XIX e XX, accentuandosi dopo la prima guerra mondiale.
Radicalismo democratico, socialismo nelle sue diverse espressioni, emancipazione femminile, erosione dei privilegi di caste, aristocrazie e ceti dominanti di varia origine e natura - in una parola tutto quanto veniva trascinato dal tumultuoso svilupparsi della società di massa - erano i pericoli con cui i conservatori vichyssoises ritenevano (grazie alla sconfitta militare subita dal proprio esercito!) di poter regolare i conti. Per le forze fascistizzanti, invece, l'occupazione tedesca rappresentò un'occasione unica ed irripetibile per tentare di trasformarsi da minoranze politiche in gestori del potere, in grado quindi di avviare la costruzione di regimi affini se non identici ai modelli rappresentati dall'Italia mussoliniana e dal Terzo Reich. In questa prospettiva (poco importa che essa si fosse rivelata poi del tutto velleitaria) si mossero tanto il Parti populaire français di Jacques Doriot quanto il Rassemblement national populaire di Marcel Déat e tutta la galassia dei gruppuscoli minori, un tessuto che trovava espressione nell'importante settimanale "Je suit partout", diretto da Robert Brasillach ed a cui collaborarono quasi tutti i maggiori intellettuali della destra fascista ed antisemita francese.
Se, in tal modo, la Francia mantiene - in circostanze profondamente mutate - il ruolo di fucina culturale della destra fascistizzante europea (mentre all'Italia spetta la primazia derivante dall'essere stata il primo Stato fascista, ancorché sia stata la Germania ad averne rappresentato la versione più compiuta, compatta e possente) che le era stato proprio nei decenni precedenti lo scoppio del secondo conflitto mondiale, la coppia concettuale Résistence-collaboration, elaborata nel milieu resistenziale (il secondo termine va completato infatti con la locuzione avec l'ennemi, cosa che rende necessario, per tradurlo in altre lingue, il ricorso a neologismi, come il tedesco Kollaboration - ricalcato sull'originale - o l'italiano "collaborazionismo"), ne rilancia una funzione analoga nello schieramento antifascista militante già negli anni della guerra e poi nel dopoguerra.
A quei due concetti faranno ricorso tanto la storiografia quanto la memoria collettiva di tutti quei paesi d'Europa che avevano subito l'occupazione da parte delle forze dell'Asse (oltre alla Francia, Albania, Austria, Belgio, Danimarca, Grecia, Jugoslavia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Urss, con in più il caso specifico costituito da Boemia e Moravia erette in Protettorato del Reich dopo il dissolvimento della Cecoslovacchia), nonché - per estensione e con un significato per forza di cose in parte diverso - di quegli stati che in un primo tempo avevano fatto parte del blocco nazifascista e poi se ne erano distaccati (Italia ed Ungheria). Non solo, la categoria di Resistenza (Widerstand) viene utilizzata anche dalla storiografia e dalla memoria collettiva della Germania postbellica (tanto nella Repubblica federale quanto nella Repubblica democratica, ancorché - come è ovvio - con intonazioni ed accentuazioni diverse) per indicare l'azione di quelle minoranze strutturate che si opposero in modo militante al nazionalsocialismo, distinguendo da essa un più generico atteggiamento di dissenso e non conformità (opposition, Resistenz) proprio di altri, più estesi, gruppi della società tedesca.

L'occupazione militare italo-germanica come catalizzatore di un malessere profondo

Il binomio Resistenza-collaborazione nasce avendo in sé, è bene averlo presente, un chiaro giudizio di valore; i suoi poli sono da questo punto di vista asimmetrici ed hanno il primo una valenza positiva, il secondo negativa. Se consideriamo il contesto storico in cui esso prese forma, la cosa ci appare inevitabile e tutt'altro che ingiustificata, visti i presupposti, i valori, le idee-forza del Nuovo ordine europeo che le forze nazifasciste intendevano costruire ed al quale i collaborazionisti apportarono il loro contributo; d'altro canto una condanna principalmente etica del collaborazionismo ne ha spesso favorito l'identificazione con la categoria concettuale del "tradimento". Il traditore, è noto, si pone al di fuori della propria comunità di appartenenza, rompe i legami con i propri simili, si allea - e si mette al servizio - dell'hostis, del nemico che è per definizione esterno, penetra nei patrii confini provenendo da territori alieni.
L'equazione così stabilita fra il collaborazionista ed il traditore della patria, equazione che venne sanzionata anche giuridicamente dalle leggi di epurazione approvate immediatamente dopo la guerra in parecchi dei paesi coinvolti, ha rischiato però di appannare la comprensione del fenomeno e delle sue radici endogene, come tali non riconducibili di per sé alla tipologia del "tradimento". Alle spalle di un'operazione del genere, che (nella generalità dei paesi dell'Europa occidentale) avviene parallelamente alla monumentalizzazione di una Resistenza descritta però quasi soltanto come "guerra di liberazione nazionale", e perciò privata delle sue componenti di rivolta sociale e di spinta alla democratizzazione di Stato e società, stanno oltre ad istanze etiche (di per sé sempre rispettabili) anche motivazioni assai meno nobili: se i collaborazionisti furono meri traditori, infatti, essi si posero da sé ipso facto al di fuori della comunità nazionale, la quale finì quindi collocata in solido nel campo della Resistenza. Vengono in tal modo occultati due importanti elementi del quadro; il primo è l'esistenza di una vasta "zona grigia", come si suole definirla nella storiografia, cioè di un campo abbastanza esteso che mantenne un atteggiamento nel complesso oscillante, e fu di frequente disponibile se non alla collaborazione aperta quanto meno al compromesso con l'occupante; il secondo è la profondità della spaccatura che l'occupazione nazifascista produsse nelle società dei paesi occupati, spaccatura che poté essere così drammatica perché la sconfitta e l'occupazione avevano portato alla luce fratture profonde. Insomma, nell'Europa prebellica la tentazione fascista si era diffusa ben al di là degli stati dove un regime fascista si era affermato.
L'insofferenza verso la società di massa, i suoi riti e le sue regole; l'ostilità violenta verso il movimento operaio e le istanze di cui era portatore, rivolta indistintamente a tutte le sue componenti si ispirassero esse al comunismo sovietico od alla socialdemocrazia di tradizione secondinternazionalista; l'aspirazione a "rimettere ordine" ed a ricostituire una compagine sociale gerarchicamente strutturata dove ciascuno (operai, donne, minoranze culturali, nazionali, o religiose, popoli coloniali) se ne stesse al posto che gli "competeva" si mescolavano nelle menti e negli animi di coloro - non pochi! - che guardavano con ammirazione e rispetto (magari conditi con un po' di timore) all'operare politico di Benito Mussolini ed Adolf Hitler. Se si tiene conto da un lato che del loro fascino caddero vittima pressoché in tutto il continente gruppi non inconsistenti dell'intelligencija e dei ceti dominanti, dall'altro che della "zona grigia", poc'anzi ricordata, fece parte non solo la piccola gente ossessionata dalla difesa del proprio particulare, ma anche cospicui esponenti delle élites politiche, amministrative, ed imprenditoriali, si comprende come non fossero pochi coloro che, nel dopoguerra, bramavano coprire col vessillo della Nazione unita (a parte una minoranza di felloni!) contro l'invasore le proprie private vergogne e gli ingombranti scheletri che tenevano accuratamente chiusi nei propri armadi.

Le differenti strategie dell'occupante

Per comprendere e valutare la natura e le modalità con cui si manifestarono nei diversi stati occupati dalle forze dell'Asse atteggiamenti, comportamenti ed attività politiche collaborazioniste, occorre tener preventivamente conto che lo spazio d'azione del collaborazionismo era rigidamente predeterminato dalla forma di occupazione di volta in volta scelta dalla potenza fascista occupante. Bisognerà perciò soffermarsi sulle varie strategie d'occupazione; purtroppo un esame dettagliato è possibile soltanto a proposito degli stati e dei territori occupati dalla Germania nazionalsocialista, e ciò non soltanto per la loro estensione incomparabilmente maggiore rispetto alle aree controllate dall'Italia fascista (l'Albania, la provincia di Lubiana, il litorale dalmata, parte della Croazia, le isole jonie ed un settore della Grecia continentale, Nizza e le Alpi marittime francesi, poi - dall'estate 1942 - il territorio fra la riva sinistra del Rodano ed il confine italofrancese, nonché la Tunisia), ma anche perché non esiste uno studio complessivo dedicato specificatamente al ruolo ed alle strategie politiche dell'Italia come potenza occupante nel corso della seconda guerra mondiale (1940-1943); la questione è stata esaminata soltanto per quanto riguarda la porzione di territorio francese occupato ed in riferimento alle politiche del regime fascista nei confronti della Jugoslavia, e sempre nel contesto di indagini il cui principale oggetto non era l'Italia fascista come Stato aggressore ed occupatore. Se si confrontano quantità e varietà delle opere che - a vari livelli di approfondimento e serietà scientifica - hanno preso in esame le vicende dell'Italia occupata nel periodo che va dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 con lo stato degli studi sull'Italia occupante negli anni 1939-1943 (forse, ancor meglio, 1935-1943, includendovi cioè l'invasione dell'Etiopia) salta agli occhi una evidentissima sproporzione, che non può essere spiegata limitandosi a censurare le disattenzioni della storiografia e dell'accademia, ma che rinvia ad un grave deficit della coscienza collettiva nazionale (gli italiani, si sa, sono "brava gente", cattivi sono sempre gli altri; questo malsano ma diffusissimo stereotipo, condiviso dai più diversi e magari politicamente contrapposti gruppi e persone, ha fatto e fa velo alla percezione delle responsabilità assai pesanti che gravano sul nostro Paese in quanto artefice di guerre di aggressione).
La collaborazione, si diceva, poté svilupparsi solo là dove l'occupante fascista e nazionalsocialista le concesse uno spazio più o meno grande; ciò dipese essenzialmente dalle scelte politiche di fondo operate centralmente dalle massime autorità politiche e militari della potenza occupante. Nel caso, che esamineremo, del Terzo Reich, tali scelte furono in stretto rapporto con i progetti e le ipotesi di riorganizzazione dell'Europa che la dirigenza nazionalsocialista elaborò prima e nel corso della guerra, progetti ed ipotesi in cui si intrecciarono strettamente le due logiche che guidarono il suo agire: la prima mirava al predominio economico, la seconda alla gerarchizzazione razzista. L'Europa postbellica vagheggiata a Berlino (che ad un certo punto verrà designata con il nome di Nuovo ordine europeo) avrebbe dovuto costituire infatti uno spazio geografico in cui da un lato sarebbe stata garantita la supremazia economica tedesca attraverso il controllo di tutte le risorse (tanto industriali quanto dell'agricoltura - di cruciale importanza queste ultime) e la funzionalizzazione di tutti quanti gli apparati produttivi preesistenti ai progetti imperiali del regime e dei grandi Konzerne con esso strettamente intrecciati; dall'altro distribuzione e caratteristiche della popolazione residente nei diversi angoli del continente si prevedeva dovessero subire colossali mutamenti finalizzati all'instaurazione di un ordine gerarchico razzisticamente fondato: in alto i popoli di ceppo germanico, in fondo alla scala gli slavi, sui gradini intermedi tutti gli altri. Non ci sarebbe stato ovviamente spazio, in questo schema, per ebrei e zingari, destinati in quanto tali all'eliminazione.
Schematizzando, possiamo distinguere differenti modelli di gestione dei territori occupati: l'annessione pura e semplice (Sudeti, Austria, parte della Polonia, Alsazia-Lorena, Lussemburgo, territori sloveni non occupati dall'Italia); la costruzione di domini di tipo coloniale (Protettorato di Boemia e Moravia, Governatorato generale in Polonia); l'organizzazione di una rete di controllo amministrativa, militare, economica e di polizia che lasciasse però sussistere un simulacro di governo nazionale semiautonomo (Francia, a parte il territorio amministrato dagli italiani, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Norvegia, Croazia, dopo l'8 settembre 1943 l'Italia, e dall'estate 1944 l'Ungheria); amministrazione militare diretta (territori greci non occupati dall'Italia, Serbia, territori occupati dell'Urss: Ucraina, Bielorussia, paesi baltici, Caucaso, parti della Russia cadute in mano germanica). All'interno di questa tipologia (per forza di cose sommaria) occorre poi introdurre alcune ulteriori distinzioni, da ricondurre o all'applicazione del principio della gerarchizzazione razzista, od a scelte politiche di opportunità da parte delle autorità d'occupazione; per quanto riguarda il secondo gruppo, infatti, ai polacchi venne attribuito uno status nella scala razziale talmente basso da ridurre pressoché a zero la possibilità che si strutturassero forze autoctone disposte alla collaborazione politica. Nell'ambito del terzo gruppo (il più numeroso) talvolta gli occupanti preferirono appoggiarsi ai gruppi conservatori indigeni affidando a loro la gestione dell'amministrazione e degli apparati pubblici del Paese conquistato (come accadde in Belgio, nei Paesi Bassi, in Francia ed in parte anche in Danimarca, che costituisce però un caso particolarissimo poiché vennero lasciati sussistere legalmente - anche sotto l'occupazione - il Parlamento ed i principali partiti politici, escluso quello comunista), talaltra conferirono il potere politico (pur con rigide limitazioni) a forze ideologicamente affini al fascismo ed al nazionalsocialismo (casi della Norvegia, della Croazia, in seguito dell'Italia e dell'Ungheria); al di là di questa pur importante differenza gli stati qui richiamati vennero comunque sottoposti, senza eccezione alcuna, ad una triplice struttura di controllo germanica, costituita da una rappresentanza politica del Reich, una delegazione della Wehrmacht, un'istanza superiore della Ss e della polizia, a cui era in particolare demandata la lotta contro i movimenti di Resistenza
È opportuno rilevare, inoltre, come una netta distinzione separasse le politiche di occupazione attuate nell'Europa occidentale, settentrionale ed in parte dei Balcani e quelle messe in pratica nei territori centrali ed orientali del continente (e nel resto della penisola balcanica, che rappresenta un po' il confine fra le due modalità di gestione delle terre invase); da una parte si punta alla costruzione di regimi collaborazionisti, dall'altra si preferisce scegliere un modello coloniale o l'amministrazione militare diretta. Si noti come quest'ultima opzione non dipese soltanto dal contesto militare (il mancato crollo dell'Urss prima dell'inverno 1941-42, come era nelle aspettative del Terzo Reich, ed il prolungarsi del conflitto sul vastissimo fronte orientale, dal mar Baltico al mar Nero), ma ne fosse esplicitamcnte prevista l'attuazione anche in caso di una rapida vittoria delle armi germaniche. Una linea fortificata, sulla direttrice che unisce Arcangelo, sul mar Bianco, ad Astrakhan, sul mar Caspio, avrebbe dovuto separare lo spazio dominato dal Grande Reich germanico dalle steppe siberiane; ad occidente del limes, nel nuovo spazio coloniale che sarebbe giunto fino a Varsavia e Königsberg, un'aristocrazia militare teutonica avrebbe regnato con pugno di ferro sul contadiname slavo.

Collaborazionisti e collaborazionismi: una tipologia

Alla luce di quanto è stato già illustrato, possiamo definire il campo delimitato dai poli contrapposti di Resistenza e collaborazionismo non come un terreno nettamente spaccato in due campi ostili, bensì come una sorta di continuum - solcato certamente da numerose linee di frattura - ai cui estremi si collocano le minoranze organizzate (dall'identità ben chiara) rappresentate da un lato dai militanti della Resistenza, dall'altro dai corifei e vessilliferi del collaborazionismo ideologico (i membri dei gruppi e partiti modellati sul Pnf (Partito nazionale fascista) o sulla Nsdap (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei) e che ad essi si rifacevano per ideologie e programmi. Oltre ai raggruppamenti francesi in precedenza citati, i più importanti erano la Nationaal-Socialistische Beweging (Nsb) olandese, guidata da Anton Mussert, la Nasjonal Samling (Ns) del norvegese Vidkun Quisling, il movimento Rex di Léon Degrelle nel Belgio francofono ed il Vlaamsch Nationaal Verbond (Vvn) di Staf De Clercq ed Hendrik Elias nelle sue province fiamminghe, il movimento ustascia del croato Ante Pavelic). Nella vasta palude che stava nel mezzo si collocavano tutti coloro che assunsero atteggiamenti intermedi, ovviamente assai diversificati l'uno dall'altro: si andava infatti dal compromesso accettato in mancanza di migliori alternative, alla collaborazione non ideologica ma invece motivata da consonanze puramente politiche con l'occupante o da interessi materiali (grandi o piccoli che fossero), od ancora dalla convinzione che solo tramite e con l'appoggio dell'invasore fosse possibile la realizzazione di quegli obiettivi politici, economici, sociali che apparivano desiderabili.
Nel collaborazionismo, si fondasse esso sull'ideologia, sull'opportunismo, o sulla condivisione di valori d'ordine, erano presenti infatti visioni politiche, prospettive, motivazioni le più diverse, ancorché tutte fossero cementate dall'anticomunismo (termine che veniva declinato dai fascisti e dai collaborazionisti in modo da inglobarvi tutto quanto il movimento operaio e socialista), dall'odio verso la società di massa e la democrazia in tutte le sue forme, dal razzismo verso i non bianchi. Si collaborava con il Terzo Reich e con il suo junior partner fascista mussoliniano per micronazionalismo, ma anche in nome di un europeismo nostalgico delle gerarchie tradizionali, clerico-reazionario ed antisemita. Ne sortì un miscuglio composito, contraddittorio e (se mi è permesso) anche un po' maleodorante, ma assai facile da plasmare, nelle forme desiderate, da parte delle istanze d'occupazione e delle gerarchie supreme del Terzo Reich, le quali riveleranno una luciferina abilità nel servirsi, giocandole spesso l'una contro l'altra, delle sue varie componenti. Così, per esempio, nelle zone occupate dell'Urss verranno di volta in volta attizzati i nazionalismi dei popoli non russi, esaltate le reciproche differenze linguistiche, culturali e religiose, ma non si mancherà di solleticare il nazionalismo grande-russo nostalgico dello zarismo e lo si utilizzerà in chiave antibolscevica. Analogamente nei Balcani, si punterà a scagliare croati contro serbi, ed entrambi contro i musulmani di Bosnia, a cui si offrirà d'altro canto una pelosa protezione. È una partita sanguinaria a cui parteciperanno fino in fondo anche i militari italiani stanziati in Dalmazia ed in territorio croato. In Europa occidentale i micronazionalismi bretone, vallone, fiammingo troveranno tutti sostegno, ancorché limitato e condizionato da parte dell'occupante. Alla capacità di aderire ad ogni più piccola articolazione del tessuto dei popoli d'Europa, trasformandone ogni particolarità in motivo di antagonismo reciproco, fece da contraltare la propaganda a favore del Nuovo ordine europeo e del suo indispensabile corollario: la crociata europea antibolscevica.
Analogamente, il collaborazionismo si nutrì di umori ruralisti, particolarmente forti e significativi nei paesi meno sviluppati dell'Europa centrale e sud-orientale, come anche di istanze nazionalsindacaliste, vagheggianti uno Stato nazionale del lavoro che assumesse il corporativismo come struttura fondante; spinte queste ultime presenti in misura cospicua in Europa occidentale.
Come si è visto, fu proprio in quest'ultima area (ed in parte nei Balcani) che il Terzo Reich non si limitò semplicemente ad utilizzare gli apparati amministrativi e polizieschi degli stati invasi, ma favorì l'insediamcnto di governi che avessero per divisa l'amicizia con la Germania nazionalsocialista; con due rilevanti eccezioni (la Norvegia di Quisling e la Croazia di Ante Pavelic) Berlino preferì però che a gestire la quota di potere riservata alle autorità collaborazioniste fossero non i gruppi dirigenti dei movimenti e dei partiti apertamente filofascisti e filonazisti bensì frange conservatrici o francamente reazionarie dei vecchi gruppi dirigenti. Si creò così una situazione per certi versi paradossale; quegli esponenti nazionalconservatori contro cui si era appuntata, negli anni precedenti la guerra, la polemica delle frange fascisteggianti e nazionalrivoluzionarie ne scavalcarono - grazie all'appoggio tedesco - i dirigenti ed i quadri; a costoro, che si sentivano i migliori amici dei nazionalsocialisti, venne riservato un mero ruolo di fiancheggiamento. Non senza frustrazioni, risentimenti, mugugni, e reiterati tentativi di far mutare parere alle autorità d'occupazione, essi finiranno con l'accettare di svolgere attività di fatto collaterali alla gestione del potere, impegnandosi nella produzione giornalistica e pubblicistica, nell'organizzazione di formazioni volontarie che - inquadrate nel settore propriamente militare della milizia di partito nazionalsocialista (la Waffen Ss, articolazione della Ss) - parteciperanno alla guerra sul fronte orientale, ed infine prestando la loro opera di delazione e d'intervento squadrista nel rastrellamento e nella deportazione delle minoranze ebraiche di tutta quanta l'Europa occidentale.
Perché l'occupante fece una scelta del genere? In questo caso prevalse la Realpolitik; a Berlino interessava principalmente che i territori occupati dell'industrializzata e sviluppata Europa occidentale producessero a pieno ritmo per l'economia di guerra del Grande Reich, gli fornissero manufatti, derrate agricole, manodopera; ciò richiedeva il regolare funzionamento degli apparati pubblici e della sfera produttiva, e sarebbe stato garantito molto meglio da militari, alti burocrati, imprenditori disposti a collaborare, piuttosto che da gruppi minoritari ultrafascisti che avevano dimostrato di avere un seguito tutto sommato assai ridotto fra la popolazione.

Il collaborazionismo militare: i volontari nella Waffen Ss e nelle file della Wehrmacht

Nel quadro della "crociata antibolscevica" scatenata contemporaneamente all'operazione Barbarossa (l'attacco all'Urss) nell'estate del 1941, il Terzo Reich puntò a costruire un'armata di volontari provenienti da tutti i paesi d'Europa caduti sotto il suo controllo; prima di passare ad una rapida panoramica del fenomeno, occorre anche in questo caso fare una distinzione tra ciò che accadde nell'Europa occidentale e lo svolgersi degli eventi nelle aree meridionale ed orientale del continente. Nella prima l'arruolamento di volontari - in cui si impegnarono con tutte le loro forze i gruppi filofascisti - avvenne prevalentemente sotto la spinta di motivazioni politico-ideologiche (l'anticomunismo in primo luogo); nelle seconde ad ingrossare le file della Waffen Ss o dei reparti ausiliari della Wehrmacht fu essenzialmente un aggressivo nazionalismo antirusso (e, talvolta, la volontà di sottrarsi con l'arruolamento alle tremende condizioni dei campi di prigionia che le autorità militari germaniche riservavano ai militari sovietici caduti nelle loro mani).
Divisioni, reggimenti, od unità minori della Waffen Ss furono costituite con volontari provenienti da Norvegia, Francia, Belgio (si distinse in questo caso tra reparti formati da valloni francofoni e reparti costituiti da fiamminghi di lingua madre neerlandese), Danimarca, Estonia, Lituania, Lettonia, Croazia, Bosnia (venne organizzata una formazione composta da bosniaci di religione musulmana), Ucraina, Azerbaigian, Turkestan, Georgia ed Armenia (anche le unità formate con personale proveniente dal Caucaso vennero organizzate rigidamente su base nazionale e religiosa assieme), nonché - dopo l'8 settembre 1943 - Italia.
La forza della Waffen Ss ammontava, verso la metà del 1944, ad un totale di circa seicentomila uomini, di cui pressoché la metà era originaria di territori posti al di fuori dei confini del Reich (in questa seconda cifra erano compresi, però, anche i Volksdeutsche, cioè i membri delle numerose minoranze tedesche presenti negli stati dell'Europa centrale ed orientale). Gli italiani che militarono nella Waffen Ss furono pressappoco ventimila. Anche la Wehrmacht (le forze armate regolari del Reich) utilizzò reparti ausiliari composti da stranieri, prevalentemente arruolati fra le nazionalità non russe dell'Unione Sovietica (talvolta in loco, talvolta nei campi di prigionia); erano definiti Ost-Bataillone (battaglioni dell'Est). Posti agli ordini di ufficiali tedeschi, vennero estesamente impiegati nella repressione delle insorgenze partigiane, anche in Italia.
Può essere interessante ricordare, accanto al caso - relativamente più noto - di una tribù collaborazionista cosacca che, nel 1944, si insediò - uomini, donne, bambini, animali - con il beneplacito tedesco nella Carnia friulana (ribattezzata dagli occupanti germanici Kosakenland), alcune formazioni del genere che operarono nella pianura padana; si trattò della 162a divisione di fanteria "Turk", formata da soldati azerbaigiani e turkmeni; degli Ost-Bataillone 263o, 560o, 616o, 617o; di un battaglione composto da soldati giorgiani inquadrato nel 198o reggimento tedesco (denominato battaglione II (georg.) / 198). Nell'Italia occupata agì anche l'Ost-Türkischer-Verband della Waffen Ss, unità composta da turchestani al comando dell'ufficiale Ss Wilhelm Hintersatz, che amava farsi chiamare dai suoi soldati con il nome di Harun el Rashid Bey!
Fra l'autunno del 1942 e l'estate del 1943, inoltre, all'interno delle massime gerarchie del nazionalsocialismo si era fatta strada l'ipotesi di costituire un "comitato nazionale russo" che operasse in funzione antisovietica, ed ai cui ordini avrebbero potuto essere collocati reparti formati da russi caduti pngionieri. Un possibile capo politico e militare era già stato individuato nel generale sovietico Andrei Vlassov, che - dopo essere stato catturato - si era dichiarato disposto a collaborare con la Wehrmacht; il progetto andò incontro però a numerosi ostacoli: la costituzione di un esercito russo, sia pure su basi anticomuniste e disposto a combattere a fianco delle unità germaniche contro l'Armata rossa, contraddiceva infatti la prospettiva nazionalsocialista di trasformare la parte europea dell'Urss in un'immensa colonia, in cui agli slavi sarebbe stato riservato il ruolo di servi della gleba. Solo nell'autunno 1944, dopo l'apertura del secondo fronte da parte degli angloamericani e quando ormai la guerra lambiva il territorio del Reich, verrà finalmente costituito un Comitato nazionale per la liberazione dei popoli di Russia, ed a Vlassov verrà affidato il comando di una "Armata" forte di circa cinquantamila ex prigionieri di nazionalità russa. L'Armata di Vlassov non combatterà mai sul suolo sovietico, ma si dissanguerà nella difesa dei confini orientali del Reich germanico.

Le autorità collaborazioniste, gli apparati amministrativi e la deportazione degli ebrei

Abbiamo in precedenza rilevato come nei paesi occupati dalle forze dell'Asse le strutture statuali, amministrative e poliziesche siano state in parecchi casi affidate a quei settori delle élites prebelliche che fossero disposte a collaborare con i nuovi padroni, e non invece alle minoranze fascistizzanti; abbiamo anche visto come il collaborazionismo di tali élites si nutrisse più di conservatorismo autoritario che di umori nazionalpopulisti. Ciò ha offerto il destro, negli anni del dopoguerra, ad interpretazioni giustificazioniste (od autogiustificazioniste): l'operato dei leader militari, politici, economici e burocratici che scelsero la collaborazione cioè, sarebbe stato determinato essenzialmente dalla volontà di "salvare il salvabile" dopo la catastrofe nazionale causata dal crollo dei propri eserciti e dall'invasione della forze dell'Asse.
La tesi è di per sé poco convincente, se si tiene conto dei tentativi di rimodellare le strutture costituzionali del proprio Stato messi in atto durante gli anni d'occupazione proprio da quei gruppi dirigenti, tentativi tesi univocamente a creare strutture statuali fortemente autoritarie, imperniate su valori tradizionali di ordine e gerarchia, in cui il conflitto sociale fosse abrogato e sostituito da una bardatura corporativa (insomma, l'occupazione nazifascista come occasione per fare finalmente i conti con la democrazia politica e con il movimento operaio - e qualunque altra spinta libertaria), ma diventa francamente oscena qualora - come è necessario fare - si prendano in esame le misure prese dai governi collaborazionisti verso gli ebrei residenti nei territori di loro competenza, fossero essi cittadini dello Stato o stranieri, magari colà rifugiatisi per sfuggire alle persecuzioni.
Con l'unica eccezione della Danimarca (il cui caso è talmente singolare da rendere difficoltoso inquadrarlo nella categoria del collaborazionismo), la cui piccola comunità ebraica fu messa in salvo dalle autorità di governo nella vicina, neutrale, e sicura Svezia, in tutti i paesi occupati dal Terzo Reich e dove erano insediati governi collaborazionisti gli apparati dello Stato, le polizie in primo luogo, svolsero un ruolo centrale nello schedare, rastrellare e concentrare gli ebrei, consegnandoli nelle mani dell'istanza nazionalsocialista (la sezione IV b 4 del Reichssicherheithauptamt - Rsha - il cui massimo dirigente fu Adolf Eichmann) a cui Adolf Hitler aveva demandato la "soluzione finale del problema ebraico", cioè l'attuazione della Shoah. I delegati di Eichmann provvederanno poi a deportarli, con destinazione Auschwitz.
Senza la zelante partecipazione delle burocrazie dei paesi occupati, dai poliziotti ai commissari, dagli ufficiali d'anagrafe ai direttori ministeriali, sarebbe stato impossibile, per le forze tutto sommato limitate che il Rsha aveva a disposizione, realizzare la Shoah in territori stranieri, malconosciuti, dove la gente parlava lingue diverse dal tedesco. Non solo, ma non era infrequente (ciò avvenne, per esempio, nella Francia di Vichy guidata dall'eroe della prima guerra mondiale Philippe Pétain, ma anche nella Croazia governata dagli ustascia) che le strutture dell'amministrazione pubblica controllata dai collaborazionisti non si limitino (cosa che di per sé sarebbe già gravissima!) a rispondere positivamente a richieste e pressioni provenienti dagli uffici tedeschi perché venisse attuata questa o quella misura antiebraica, ma prendessero esse stesse in prima persona iniziative persecutorie verso i propri concittadini ebrei. L'allievo supera così il maestro.
Per comprendere le motivazioni di ciò, occorre pensare che per i gruppi dirigenti e le élites nazionalconservatrici che si fecero collaborazionisti l'antisemitismo non rappresentasse una merce d'importazione, ma fosse profondamente radicato nella loro mentalità e nella loro Weltanschauung; evidentemente nella società gerarchica, tradizionalista, "bene ordinata", che essi stavano tentando di restaurare, per gli ebrei (tutti gli ebrei in quanto tali, indipendentemente da chi fossero e cosa pensassero) non c'era posto. Quale miglior occasione per liberarsene che consegnarli alle camicie brune?
Della Shoah i collaborazionisti furono perciò responsabili a tutti gli effetti, in solido con i responsabili del Terzo Reich. Ciò vale per i funzionari di Vichy come per i seguaci di Quisling, per gli alti burocrati olandesi come per i dirigenti della polizia belga, per gli ustascia croati come per i quadri non solo politici ma anche amministrativi della Repubblica di Salò.

Résistence e collaboration: il conflitto sui simboli

L'occupazione militare da parte delle forze dell'Asse fece precipitare una crisi già da tempo latente; la società si frantumò e tese a riaggregarsi attorno ai poli contrapposti rappresentati dalla Resistenza e dal collaborazionismo. Essi si combatterono non solo politicamente e militarmente, ma ingaggiarono anche un duro scontro che aveva per posta il controllo e l'appropriazione dei simboli della propria storia e della propria identità nazionale.
I concetti di patria, popolo, nazione, i grandi personaggi ed i momenti salienti del passato, i valori e gli stereotipi, che definiscono quelle mezze verità che siamo soliti chiamare caratteri nazionali, vengono chiamati in causa. Non a caso la divisione di Waffen Ss composta da volontari francesi che difesero fino all'ultimo il bunker di Hitler nella Berlino assediata dall'Armata rossa si era scelta il nome di "Charlemagne", mentre le forze della Resistenza gaullista combattevano sotto il simbolo antico della croce di Lorena; i fascisti della Rsi chiamarono la propria milizia Guardia nazionale (repubblicana), richiamandosi così ad un'istituzione gloriosa del periodo risorgimentale, mentre le formazioni partigiane d'ispirazione comunista si definirono brigate "Garibaldi", nome che voleva simboleggiare patriottismo, spirito democratico ed animo pronto all'impegno.
Nel fuoco della lotta le idee subirono impreviste ed inusitate torsioni: le forze del movimento operaio, del cui patrimonio ideale facevano parte una profonda critica del patriottismo ed una forte carica internazionalista, si riappropriarono delle idee di patria e nazione; i collaborazionisti, originariamente conservatori, molto spesso tradizionalisti, ed ultranazionalisti, agitavano di frequente la bandiera di un europeismo apparentemente contraddittorio con le loro convinzioni più profonde. In proposito occorre intendersi: non si era di fronte a meri fenomeni di opportunismo oppure di uso spregiudicato della propaganda; l'ordinato disporsi l'uno accanto all'altro di concetti e categorie quale si presenta nella filosofia politica e nella storia delle idee attiene infatti maggiormente alla catalogazione museale che alla vita concreta di idee e simboli nella temperie storica, dove essi conoscono altrettante vicissitudini quante ne attraversa l'esistenza dei singoli esseri umani. Eppure i musei sono di grande utilità, bisogna però non scambiarli con il mondo reale.
Va da sé che patria, popolo, nazione erano declinati dalle donne e dagli uomini della Resistenza secondo modalità e sensi assai diversi da quelli propri ai collaborazionisti; sia gli uni quanto gli altri comunque aspiravano a porsi come rappresentanti dell'interesse generale, tentando in tal modo un'operazione egemonica (come è ovvio e ragionevole si proponga qualunque soggetto politico impegnato in una lotta mortale come quella che si svolse allora, in cui non c'era spazio per compromessi: o si vinceva, o si era irrimediabilmente sconfitti). Per i collaborazionisti i partigiani erano "banditi"; alle insorgenze resistenziali venne così negato ogni carattere politico, le si trasformò in un problema di ordine pubblico; per i partigiani i collaborazionisti erano "traditori", postisi in tal modo automaticamente al di fuori della comunità nazionale.
Il conflitto sui simboli e sul terreno del linguaggio ha influenzato, naturalmente, la storiografia successiva; qui vanno individuate le radici del dibattito aspro ed infuocato apertosi recentemente sul concetto di Resistenza come (anche!) "guerra civile"; la cultura resistenziale ed antifascista si è servita per decenni, infatti, della categoria di "guerra di liberazione nazionale", mentre a far propria la definizione di "guerra civile" è stata la cultura della destra neofascista. In entrambi i casi i termini erano usati in un senso intriso di valutazioni etiche: per l'antifascismo la guerra era stata "di liberazione nazionale" perché solo essa aveva permesso la rinascita di nazioni indipendenti e democratiche; per i fascisti ed i neofascisti era stata "civile" in quanto aveva rotto l'unità del popolo, che essi presupponevano di aver realizzato nell'alleanza e nella collaborazione col Terzo Reich.
Va da sé che la recente riproposta della categoria di "guerra civile" come valida descrizione di alcuni degli aspetti della lotta partigiana da parte di studiosi dal chiaro orientamento antifascista come Claudio Pavone in "Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza", edito da Bollati Boringhieri nel 1991, si colloca oltre questo confronto, puntando invece a dar conto delle profonde fratture della società civile, del mondo politico, e della cultura che emersero nei paesi occupati dagli eserciti dell'Asse, senza per questo nulla negare della radicale differenza fra coloro che combattevano in difesa del sistema politico ed ideologico che aveva prodotto Auschwitz e chi invece lottava per espellerlo dalla storia.

Il dopoguerra: l'epurazione antifascista e la ricostruzione di una identità nazionale nei paesi occupati

La conclusione della guerra, con la sconfitta della Germania nazista e dei suoi alleati, e la contemporanea o di poco precedente caduta dei governi collaborazionisti, pose alla coalizione antifascista ed alle forze della Resistenza uscite vincitrici problemi di nuovo genere, ben diversi - per esempio - da quelli che avevano dovuto affrontare i vincitori della prima guerra mondiale. Il conflitto appena conclusosi aveva infatti avuto caratteristiche assai particolari: era stata una guerra di eserciti ma anche di ideologie; aveva assunto - per volontà esplicita di uno dei blocchi contrapposti, quello nazifascista - carattere di guerra di annientamento (specialmente nell'Europa centrale, nei Balcani, e sul fronte orientale, ma - almeno per quanto riguarda la deportazione e lo sterminio degli ebrei - anche in Europa occidentale); aveva determinato una polarizzazione interna agli stati sconfitti ed occupati dalle armi nazifasciste creando una sorta di "fronte interno" assai mobile in cui si fronteggiavano due schieramenti, Resistenza e collaborazione, che in qualche modo richiamavano i due blocchi contrapposti e ne costituivano l'articolazione interna in ciascuno degli stati coinvolti.
Tutto questo e le profonde ferite subite dal tessuto sociale imposero una sorta di nuovo inizio, che non poteva non passare per un redde rationem. Ovunque veniva all'ordine del giorno il problema dell'epurazione. Esso ebbe però caratteristiche diverse da Stato a Stato; a questo proposito occorre fare una serie di distinzioni, un conto è la situazione della Germania, dove il regime nazionalsocialista crollò per effetto di un tracollo militare e dove la Resistenza (nelle sue varie componenti) non riuscì, nonostante molti tentativi generosi, ad andare oltre la testimonianza morale e politica; molto diverso si presentava il quadro in quei paesi dove soltanto grazie all'occupazione straniera poterono insediarsi al potere governi collaborazionisti (Francia, Belgio, Olanda, Norvegia). Dentro questi due casi estrerni c'erano numerose variazioni intermedie, prima di tutto quegli stati che - retti da regimi fascisti o parafascisti - fecero parte fin dall'anteguerra del sistema di alleanze del Terzo Reich, salvo poi, visto l'andamento del conflitto, cercare di sganciarsi dal carro nazista e venire di conseguenza occupati dalla Wehrmacht (gli esempi più rilevanti sono l'Italia e l'Ungheria); di seguito venivano i paesi i cui assetti istituzionali crollarono per l'effetto congiunto di invasione esterna e sovversione nazionalfascista interna (Cecoslovacchia, Jugoslavia), ed ancora quelli dove di collaborazionismo politico non si poté quasi parlare non perché ne mancassero i presupposti endogeni, ma perché l'occupante non se ne dimostrò interessato, e sono l'Unione Sovietica (stati baltici compresi), dove il collaborazionismo si manifestò quasi esclusivamente sotto il profilo dell'arruolamento in formazioni militari o di polizia operanti a fianco dei tedeschi, e la Polonia, dove mancò financo quest'ultimo aspetto. Che dire poi dell'Austria? Bisogna considerarlo il primo degli stati europei a cadere vittima delle brame espansionistiche del Terzo Reich, o va giudicato in modo non dissimile dalla Germania nazionalsocialista? La questione, tanto nella storiografia quanto nell'opinione pubblica austriaca, è ancora oggi tutt'altro che chiaramente definita.
Ciò detto, i punti di vista che si scontrarono nel progettare e nel condurre l'epurazione antifascista furono sostanzialmente i seguenti: per alcuni si dovevano colpire solo e soltanto i responsabili di collaboration avec l'ennemi, per altri bisognava invece anche puntare a rimuovere le cause profonde che avevano permesso la deriva fascista. Come si vede, in questa controversia riaffiorano, e con valenze tutt'altro che meramente accademiche, gli echi del dibattito storiografico sulle interpretazioni del fascismo; per i sostenitori della prima ipotesi il fascismo (il collaborazionismo) rappresenta una sorta di parentesi nella storia nazionale, per i fautori della seconda è invece qualcosa che viene da lontano.
In linea generale, si può affermare che negli stati dell'Europa occidentale abbia prevalso l'interpretazione più riduttiva (è più difficile valutare cosa sia realmente accaduto nei paesi dove si stabilizzarono regimi comunisti, al di là della considerazione che l'epurazione fu effettivamente più estesa; solo negli ultimi tempi comunque sono state avviate ricerche approfondite in merito); la rottura dell'unità antifascista e il precipitare della tensione fra blocco occidentale egemonizzato dagli Usa e blocco orientale a guida sovietica esercitarono senza dubbio un'influenza anche su questo aspetto della vita pubblica postbellica.
Ciò detto, bisogna rilevare come - pur nei limiti ora ricordati - la profondità e l'ampiezza dell'epurazione variarono notevolmente da Paese a Paese; essa fu assai più radicale in Belgio, Norvegia, Paesi Bassi, si arrestò molto più in superficie, invece, in Francia ed in Italia. I due stati mediterranei, infatti, avevano non pochi scheletri nell'armadio, che i gruppi dirigenti postbellici (in entrarnbi i casi di orientamento centrista e moderato) non avevano alcun interesse ed alcuna voglia di esporre alla luce del sole.
Per il nostro Paese il punto dolente era costituito dal rapporto tra il fascismo di Salò ed il regime monarchico-fascista che lo aveva preceduto; per la Francia la questione era quella del largo consenso di cui il regime di Vichy aveva, bene o male, goduto. Là si rispose con una sorta di monumentalizzazione della Resistenza, che poté giovarsi della figura carismatica di Charles De Gaulle (militare, cattolico, conservatore con mai nascoste simpatie monarchiche - non troppo dissimile dai pétainisti, cioè - e pur tuttavia resistente della prima ora e poi leader di tutto quanto lo schieramento antifascista); qui da noi prevalse nell'opinione pubblica per il primo quindicennio della Repubblica una sorta di "antifascismo moderato" (molto moderato), che non lesinava le critiche alle correnti resistenziali più radicali e militanti e che corrispondeva abbastanza bene agli umori di quella vasta "zona grigia" che ora garantiva la sua fedeltà alle forze di governo. Solo dopo il 1960 l'antifascismo e la Resistenza furono riconosciuti dalla quasi totalità delle forze politiche (a parte le destra neofascista, ovviamente) come il fondamento e la matrice della Repubblica.

Bibliografia essenziale

Purtroppo non esistono in lingua italiana studi comparativi sul collaborazionismo in Europa che abbiano un taglio generale; è perciò giocoforza ricorrere ad opere d'impianto monografico, anch'esse per altro non numerose. Possono essere proficuamente consultate anche ricerche che abbiano per oggetto territori geograficamente limitati, nonché le indagini disponibili sul tema dell'epurazione. Le opere in italiano su questi due sottotemi si riferiscono però prevalentemente all'Italia; nell'utilizzarle sarà perciò opportuno inquadrarle nel contesto generale. La bibliografia che segue è divisa perciò in tre parti: opere di taglio comparativistico; studi settoriali; ricerche sull'epurazione e sulla rielaborazione del passato collaborazionista nell'opinione pubblica postbellica.
1) Enzo Collotti (a cura di), L'occupazione nazista in Europa, Roma, Insmli, Editori Riuniti, 1964 (raccoglie una parte delle relazioni presentate al convegno internazionale sul tema svoltosi l'anno precedente a Karlovy Vary)
Luigi Cajani - Brunello Mantelli (a cura di), Una certa Europa. Il collaborazionismo con le potenze dell'Asse 1939-1945. Le fonti, Brescia, Annali della Fondazione "Luigi Micheletti" (n. 6), 1994 (raccoglie gli atti del convegno internazionale svoltosi a Brescia nel 1991)
Yves Durand, Le nouvel ordre europeen nazi 1938-1945. Paris, Editions Complexe, 1990 (è un testo agile, facilmente consultabile e ben informato)
2) Pier Paolo Poggio (a cura di), La Repubblica sociale italiana 1943-45, Brescia, Annali della Fondazione "Luigi Micheletti" (n. 2), 1986 (raccoglie gli atti del convegno omonimo svoltosi a Brescia nel 1985)
Enzo Collotti - Teodoro Sala - Giorgio Vaccarino, L'Italia nell'Europa danubiana durante la seconda guerra mondiale, Milano, Insmli, 1967
Enzo Collotti, Il Litorale adriatico nel Nuovo ordine europeo 1943-45, Milano, Vangelista, 1974
Denis Peschansky (a cura di), Vichy 1940-1944. Quaderni e documenti inediti di Angelo Tasca, Milano-Parigi, Annali della Fondazione "Giangiacomo Feltrinelli" (n. XXIV), 1986
Pascal Ory, La France allemande. Parole du collaborationnisme français (1933-1945), Paris, Gallimard, 1977
Pierre Laborie, L'opinion française sous Vichy, Paris, Seuil, 1990
3) Massimo Legnani - Ferruccio Vendramini (a cura di), Guerra, guerra di liberazione, guerra civile, Milano, Angeli, 1990 (raccoglie gli atti del convegno tenutosi due anni prima a Belluno)
Henry Rousso, Le syndrome de Vichy de 1944 à nos jours, Paris, Seuil, 1990
Romano Canosa, Le sanzioni contro il fascismo. Processi ed epurazioni a Milano negli anni 1945-47, Milano, Mazzona, 1978
Guido Neppi Modona (a cura di), Giustizia penale e guerra di liberazione, Milano, Angeli, 1984 (dedicato in prevalenza al Piemonte)
Lamberto Mercuri, L'epurazione in Italia 1943-1948, Cuneo, L'Arciere, 1988