Laura Manione - Piero Ambrosio (a cura di)
1948: l'anno della Costituzione
Immagini dei Fotocronisti Baita
"l'impegno", a. XXVIII, n. 1, giugno 2008
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Conclusi il 31 gennaio i lavori dell'Assemblea costituente, furono indette le prime elezioni del parlamento
repubblicano. Sulla scena politica vercellese - oltre ai costituenti Ermenegildo Bertola, democristiano, e Francesco Leone,
comunista - si mossero altri esponenti politici, alcuni dei quali saranno eletti. Si sviluppò ben presto una campagna
elettorale dai toni molto accesi; numerosi furono i comizi in città e in molte località della provincia: tra i politici più
noti fecero tappa a Vercelli il comunista Umberto Terracini, già presidente dell'Assemblea costituente; il presidente
del Consiglio dei ministri, il democristiano Alcide De Gasperi; il vicepresidente del Consiglio e segretario del Partito
socialista dei lavoratori italiani, Giuseppe Saragat; il segretario del Partito socialista, Lelio Basso.
Il 18 e 19 aprile la Democrazia cristiana conquistò la maggioranza dei voti e dei seggi alla Camera e al Senato; a
Vercelli e complessivamente in provincia - pur aumentando i consensi rispetto alle elezioni del 1946 - si collocò invece al
secondo posto, dopo il Fronte democratico popolare, comprendente comunisti e socialisti. La provincia elesse quattro
deputati del Fronte (i comunisti Francesco Moranino e Silvio Ortona e i socialisti Ernesto Carpano Maglioli e Giovanni
Sampietro), quattro deputati democristiani (Ermenegildo Bertola, Renzo Franzo, Giulio Pastore, Giuseppe Pella) e due
senatori (Carlo Cerruti, già membro del Cln provinciale, e Virgilio Luisetti, comunista il primo, socialista il secondo); a
questi si aggiunsero i senatori di diritto: Vittorio Flecchia, Francesco Leone, Fabrizio Maffi, Vincenzo Moscatelli e Pietro
Secchia, comunisti, e Alfredo Frassati, liberale.
Il 25 aprile, vietati dal governo i comizi e gli assembramenti, a Vercelli l'anniversario della Liberazione fu
celebrato ufficialmente al monumento ai caduti di piazza Cesare Battisti con la presenza dei rappresentanti della
Federazione combattenti e reduci, della Federazione combattenti partigiani all'estero e dell'Associazione ex internati in Germania,
e con la polemica assenza dei partigiani e dei partiti di sinistra, che sfidarono il divieto e - dopo essere sfilati in corteo
- si riunirono al Teatro Civico, per ascoltare il discorso di Walter Audisio, il "colonnello Valerio", giustiziere di Mussolini.
Nel corso di tutto l'anno la vita politica e associativa fu segnata da eventi e presenze di rilievo: furono soprattutto
i comunisti a organizzare varie iniziative, dalle feste nei rioni e nelle frazioni del capoluogo (tra cui quella ai
Cappuccini, a cui parteciparono i figli di Antonio Gramsci, Delio e Giuliano, accompagnati dall'ex comandante partigiano
valsesiano Cino Moscatelli) e nei paesi del circondario, fino alla Festa de "l'Unità", la prima di una lunga serie, che si svolse
ad ottobre, con corteo, sfilata di carri allegorici, comizio, gare sportive, concerti, balli e fuochi artificiali.
Sciolto ad agosto il Fronte democratico popolare, comunisti e socialisti iniziarono a percorrere strade diverse:
mentre i primi organizzarono in ottobre, con l'Associazione nazionale partigiani d'Italia e l'Unione donne italiane, una
manifestazione in difesa della Resistenza e una per la pace, i secondi (che non aderirono) organizzarono una
manifestazione per la pace il mese seguente.
Intanto procedeva la ricostruzione: il 5 settembre, alla presenza dei ministri Giuseppe Pella ed Ezio Vanoni, fu
inaugurata la prima Mostra delle attività economiche, organizzata dalla Camera di commercio; il 17 ottobre, con
l'inaugurazione del ricostruito ponte sulla Sesia (che era stato distrutto da bombardamenti aerei alleati nel 1944-45), venne
finalmente riattivata la linea ferroviaria per Novara. Ci si avviava, alacremente, alla normalità.
La riflessione sugli anni 1946-48, per mezzo dell'analisi del materiale prodotto dai Fotocronisti Baita, ha permesso
non solo di individuare tratti comuni tra vicende locali e nazionali, ma di offrire agli spettatori anche un valido
compendio sulla fotografia.
Se nelle precedenti premesse si è posto l'accento sulla ridefinizione del linguaggio fotografico dopo il periodo
fascista e in concomitanza con altre forme di espressione (fra tutte il cinema e la letteratura), ciò che si vuole sottolineare
in questa occasione è la duplice valenza che rivestono oggi le immagini. Da un lato, ogni scatto fornisce una serie
di informazioni duttili a livello interdisciplinare, applicabili (per citare alcuni esempi direttamente riconducibili alle
sezioni in cui è articolata la mostra) all'antropologia, all'etnografia, alla storia dell'ambiente urbano e rurale, fino ad arrivare
allo studio della comunicazione e, in particolare, della prossemica dei comizi, ispirata, dopo la dittatura, a una più
fluida retorica del gesto e immediatamente codificata dai diversi - spesso opposti - schieramenti politici.
Dall'altro lato, aspetto ancora più interessante, la visione delle immagini ci serve per misurare quanto siamo in
grado di leggere correttamente una fotografia, ovvero di assimilare in maniera consapevole la cospicua quantità di dati che
ci somministra. Per meglio dire: abbiamo la padronanza necessaria a valutarne i contenuti o è la fotografia a
condizionare, quando non a inibire, il nostro senso critico?
Non ci si può sottrarre al ragionamento mentre un visitatore rileva la mancanza o il rispetto della
par condicio (riferita all'assetto politico attuale) nell'osservare e inventariare simboli o partiti ormai scomparsi da più di quindici anni;
o quando non può frenare l'impulso animistico di toccare o accarezzare le stampe esposte appena vi scorge un
viso conosciuto, amato; oppure nel momento in cui preferisce anche un'unica immagine a qualsiasi forma di testo,
credendola più spontanea ed esaustiva, ma ignorando che, in mancanza del giusto supporto culturale, è impossibile
interrogarla e - di conseguenza - ricevere risposte.
Per questi motivi le iniziative dell'Archivio mirano a generare discussioni intorno a un mezzo tanto diffuso,
stimolando curiosità e - perché no - invitando ad acquisire ulteriori competenze, senza peraltro rinnegare o ingabbiare il
potere evocativo e ammaliatore delle immagini. La fotografia, in buona sostanza, è patrimonio di tutti: racconta il nostro
passato, ci accompagna nel presente e meriterebbe quindi di essere maggiormente apprezzata e sondata nelle sue
stratificazioni più profonde.
Come la Costituzione, in
fondo.
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