Laura Manione (a cura di)

Fotocronache del 1968



La considerevole raccolta d'immagini creata dai Fotocronisti Baita in cinquant'anni di lavoro e consegnata alla città per far sì che non andasse perduta una delle più importanti fonti per la storia del Vercellese, fu organizzata dagli stessi autori intorno a due criteri: cronologico e tematico. Il primo (riguardante esclusivamente le provinature) fu adottato fino agli anni sessanta, mentre il secondo (inerente negativi e stampe) fu mantenuto per tutta la durata dell'attività.
L'Archivio ha conservato la struttura originaria del fondo e, per divulgarne la conoscenza, ha disposto un programma culturale che ricalca il duplice sistema usato dai fotografi per ordinare i materiali: accanto a esposizioni che, in forma di annuari, ricostruiscono periodi particolarmente proficui sotto il profilo quantitativo e qualitativo delle immagini, convivono mostre su argomenti sondati con insistenza da Luciano Giachetti e dai suoi collaboratori, per ragioni professionali o per squisito interesse personale.
"Fotocronache del 1968" si pone idealmente al crocevia dei due indirizzi: le immagini sono richiamate sia per loro data di produzione, sia in virtù di contenuti che possano rimandare al fenomeno o agli ambienti della contestazione. A ricerca completata, si sono costituite sezioni in grado di descrivere eventi o di indicare altre letture del Sessantotto vercellese, meno evidenti ma ugualmente accattivanti e certo suggerite dall'interpretazione contemporanea del momento storico e delle sue ripercussioni.
In merito al racconto per immagini, emerge su tutte la drammatica sequenza dedicata all'alluvione, che per i "baitini" segnò il ritorno alla pellicola 35 millimetri dopo anni di esclusivo utilizzo di strumenti a medio e grande formato: una scelta tecnica che, in presenza di un avvenimento eccezionale, risvegliò un temperamento reportagistico assopito sul finire degli anni cinquanta.
Altri servizi di cronaca citati in mostra, quali la visita del presidente del Consiglio Aldo Moro o le manifestazioni indette da lavoratori e pacifisti, pur trattati con uguale istinto documentaristico, non destarono nei fotografi il desiderio di ritornare a un approccio più viscerale con la realtà e furono quindi realizzati con apparecchiature che comportavano un atteggiamento più "riflessivo" e quindi meno partecipato.
Questo gruppo di immagini, oltre a consegnarci un resoconto dettagliato dei fatti, ci rivela informazioni preziose sul modus operandi di Luciano Giachetti e dei suoi collaboratori, incastonando un frammento "biografico" all'interno di un importante capitolo di storia locale.
Diverse, invece, le ragioni che hanno determinato la scelta di altro materiale. Nell'anno in cui l'eco di "Lettera a una professoressa" - oggetto anche di alcune tavole rotonde vercellesi - raggiunse la sua massima estensione, divenendo un simbolo per insegnanti e studenti, è sembrato opportuno inserire le immagini degli esami di maturità dell'Istituto magistrale o quelle di scuole di stampo tradizionale, assai lontane dalle riforme pedagogiche generate dal Sessantotto. Assumono nuovo valore anche le fotografie che ribadiscono un congelamento di ruoli professionali femminili, come l'infermiera o l'ostetrica, scattate a ridosso di un movimento di emancipazione della donna che sembra non lambire la città e di cui non v'è traccia fra le fotografie conservate in Archivio.
Ciò che emerge da questi esempi, quindi, è la possibilità, mediante le immagini, di intraprendere percorsi meno diretti per arrivare alla comprensione di un periodo, considerando i fatti, ma ponendosi altrettanti interrogativi su cosa non sia accaduto e riflettendo su eventuali ritardi culturali indotti - forse - da peculiarità territoriali.
Per includere, in un'ipotetica inquadratura, elementi rimasti per troppo tempo fuori campo.