Ezio Manfredi
Dalle Alpi occidentali a Santhià
La strage dell'aprile 1945 e la resa del
75o Corpo d'armata
"l'impegno", a. XXI, n. 3, dicembre 2001
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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La difesa anti-sbarco
Lo sbarco delle truppe alleate tra Anzio e Nettuno nel gennaio 1944 aveva costretto il maresciallo
Kesselring a trasferire nel Lazio la
14a armata e ad assegnare al Corpo d'armata (Armeeabteilung) von Zangen il
comando sulle aree dell'Italia settentrionale considerate zona d'operazione, cioè lungo le coste liguri, tirreniche ed
adriatiche, provvedendo al presidio, alla difesa anti-sbarco ed all'ampliamento delle fortificazioni costiere e della
Linea Gotica lungo la catena appenninica.
Le coste nord-occidentali, dal confine francese fino a Montepescali (Gr), erano affidate al
75o Corpo d'armata, che doveva anche provvedere, entro una fascia della profondità di trenta chilometri, ad operazioni di
rastrellamento anti-partigiane in collaborazione con le truppe territoriali e le forze di polizia.
Con il crollo del fronte di Montecassino nel mese di maggio e la ripresa dell'avanzata delle forze alleate
verso Roma, vennero inviate al fronte unità fresche e venne rafforzato lo schieramento difensivo sulle coste
liguri, affidando il comando di tutte le forze al "gruppo Lieb" del generale Theo-Helmut Lieb.
Dopo l'arrivo in Italia di due divisioni della Rsi addestrate in Germania (divisioni San Marco e
Monterosa), venne costituito il "Reparto di Corpo d'armata" Lieb (Korpsabteilung Lieb), comprendente la XXXIV
divisione tedesca, la San Marco ed il battaglione cacciatori di alta montagna (Hocgebirjaeger-Btl. 4), mentre la XLII
divisione tedesca e la divisione Monterosa costituirono
l'87o Corpo d'armata (già Armeeabteilung von Zangen) al
comando del generale Curt Lieb1.
Successivamente allo sbarco alleato del 6 giugno in Normandia, i comandi tedeschi ritenevano sicuro
un nuovo sbarco sulle coste liguri o sulle coste della Francia meridionale, dato che dal fronte italiano erano
stati ritirati ampi contingenti di truppe, soprattutto francesi, oltre alla concentrazione di unità navali nel
Mediterraneo occidentale e alla dislocazione di squadriglie aeree in Corsica.
Dopo la metà di luglio
l'87o Corpo d'armata venne trasformato nell'armata Liguria, il cui comando
venne affidato dal 1 agosto al maresciallo Rodolfo Graziani: l'armata era costituita dal
75o Corpo d'armata (comandato dal generale Hans Schlemmer) e dal Corpo d'armata Lombardia (comandato dal generale Curt Jahn), che
dovevano continuare nei compiti di difesa costiera e di sicurezza nelle
retrovie2.
Il nuovo fronte occidentale
Il 15 agosto 1944 gli Alleati effettuarono l'operazione
"Anvil-Dragoon", sbarcando sulla costa
provenzale tra Le Lavandou e Theoule tre divisioni americane ed una divisione mista di paracadutisti angloamericani,
oltre a sette divisioni francesi.
In pochi giorni le truppe penetrarono verso l'interno della Francia, costringendo il grosso delle truppe
tedesche a ritirarsi lungo la valle del Rodano, salvo due divisioni più vicine al confine italiano, che ricevettero
l'ordine di ritirarsi verso l'Italia. Intanto le Ffi (formazioni dei Francs tireurs partisans e dell'Armée secrète)
liberavano i dipartimenti dell'Alta Savoia, della Savoia e dell'Isère.In appoggio alla
"Anvil-Dragoon" gli Alleati
chiesero al Cmrp (Comando militare regionale piemontese) di predisporre interruzioni ferroviarie e stradali verso i
valichi alpini, mentre il comando delle Ffi chiese alla Resistenza valdostana di bloccare il passaggio dei
rifornimenti tedeschi attraverso il colle del Piccolo San
Bernardo3.
Il maresciallo Kesselring ordinò una serie di operazioni per rientrare in possesso dei passi alpini
(Maddalena, Monginevro, Moncenisio, Piccolo San Bernardo) in mano ai partigiani italiani e vennero inviate verso le
Alpi occidentali tutte le riserve possibili per formare un fronte in grado di fermare gli Alleati.
Il fronte definitivo venne raggiunto alla fine del mese di agosto, permettendo il ritiro della XC divisione
e la sua sostituzione con la V Gebirgsjaeger Division (generale Max Schranck e, dal 1 febbraio 1945, generale
Hans Steets), che il 4 settembre assunse il comando sul settore Monginevro-Aig. de Chambeyron (fra il colle
della Maddalena ed il colle dell'Agnello) fino al confine svizzero del Gran San Bernardo.
A metà settembre la XXXIV divisione del generale Lieb sostituì sulle Alpi marittime la CXLVIII
divisione, inviata nel settore difensivo costiero, mentre ai primi di ottobre la brigata italiana Cacciatori degli
Appennini (colonnello Languasco) venne inviata nella zona di Ceva (Sale, Nuceto, Bagnasco) per fronteggiare le
infiltrazioni e gli attacchi dei partigiani.
Lo schieramento sul fronte occidentale, salvo modificazioni di scarso rilievo, rimase sostanzialmente immutato
fino alla fine dell'aprile
19454. L'apertura del nuovo fronte occidentale lungo la frontiera italo-francese fece
sì che divenissero zona di operazioni, e quindi direttamente sottoposte al controllo delle truppe dell'armata
Liguria, il Piemonte, la Valle d'Aosta e la Liguria. Nel successivo mese di novembre venne trasferita nella zona Cima
del Diavolo (ad ovest del colle di Tenda)-Monviso la divisione Littorio, da poco rientrata dalla Germania; però
al Piccolo San Bernardo in Valle d'Aosta erano impiegate unità della Littorio, della Monterosa e diversi
battaglioni di paracadutisti del reggimento Folgore. Peraltro le retrovie nella Valle d'Aosta, nel Canavese e nel
Monregalese erano presidiate da numerosi reparti, per garantire la sicurezza delle vie di comunicazione e per operazioni
anti-partigiane5.
Il piano di ritirata tedesco
Nella previsione di dover effettuare lo sgombero dell'Italia settentrionale, a seguito dello sfondamento
del fronte appenninico o alpino, era stato predisposto il piano di ritirata "Nebbia autunnale" (Herbenstell), in
base al quale il Corpo d'armata Lombardia doveva ritirarsi dalla costa ligure verso Alessandria, superare il Po a
Valenza e dirigersi a sud-est di Milano, mentre il
75o Corpo d'armata, dopo essersi raggruppato nella zona di
Torino, doveva ritirarsi verso Novara, per unirsi poi al predetto Corpo d'armata, dirigersi verso il lago di Garda ed
infine raggiungere il mitico "Alpenfestung" nel
Tirolo6.
Per agevolare la prevista ritirata erano state predisposte delle linee difensive, alcune minori, altre
provvisorie, lungo il Ticino ed il Po e quella definitiva delle Prealpi nell'Italia nord-orientale (Voralpenstellung). La
situazione divenne critica ai primi del mese di aprile quando iniziò l'attacco generale delle armate alleate alla Linea
Gotica e, a metà aprile, quando la I divisione France Libre iniziò l'offensiva sulle Alpi marittime, in quanto
l'armata Liguria rischiava di rimanere isolata a seguito dell'avanzata della
5a armata americana verso il Po; quindi il
20 aprile il generale von Vietinghoff impartì l'ordine all'armata Liguria di iniziare la ritirata.
La ritirata delle truppe tedesche e della Rsi iniziava quando ormai nell'Italia del Nord venivano effettuati
gli scioperi pre-insurrezionali ed erano ormai pronte le misure per la fase insurrezionale; infatti la sera del 24
aprile il Comando militare regionale piemontese emanava a tutte le formazioni delle otto zone partigiane del
Piemonte il piano E 27 per l'insurrezione, che avrebbe ostacolato la prevista
ritirata7, durante la quale i reparti
tedeschi avevano l'ordine di non arrendersi ai partigiani o ai Comitati di liberazione (Cln), ma solo agli Alleati.
Le truppe tedesche del Corpo d'armata Lombardia, comandate dal generale Curt Jahn, si ritirarono dalla
costa ligure8 e la maggior parte riuscì ad attraversare il Po nei pressi di Valenza, mentre la divisione San Marco,
dalla costa del ponente ligure, giunse tra Alessandria e Valenza. Il 26 aprile tra il Cln di Alessandria ed il
colonnello Becker, comandante del locale presidio tedesco, venne concordata una tregua d'armi di ventiquattro ore,
rinnovata il giorno seguente con effetto fino alle 9 del giorno 28, quando venne respinta una nuova richiesta di
dilazione. Nel pomeriggio dello stesso giorno tra il generale Hildebrandt da una parte ed il Cln di Alessandria ed i
rappresentanti dei partigiani dall'altra, venne firmato l'atto di resa delle forze tedesche del locale presidio e della divisione
San Marco, mentre la sera stessa a Valenza tra il Cln di Alessandria da una parte ed il generale Jahn, comandante
del Corpo d'armata Lombardia, dall'altra, veniva concordata una tregua d'armi, fino alle 12 del giorno 29, con
tutte le truppe tedesche del suddetto Corpo d'armata che si trovavano ancora nel territorio alessandrino al di qua
del Po.
Il 75o Corpo d'armata si ritira
L'ordine di iniziare la ritirata, emanato il 20 aprile dall'armata Liguria, pervenne soltanto il 24 aprile al
75o Corpo d'armata, di cui facevano parte la XXXIV divisione e la V divisione tedesche, oltre a vari reparti
della Rsi, al comando del generale Hans Schlemmer.
La XXXIV divisione Brandenburg, comandata dal generale Theo-Helmut Lieb, era costituta da tre
reggimenti (Grenadier-Regiment 80, 107 e 253) e da un reggimento di artiglieria (Artillerie-Regiment
34)9 ed era schierata da Ventimiglia sulla costa ligure e sulle Alpi marittime fino al
Monviso10. Essa doveva ripiegare dalla Val
Roya verso Torino ed aveva incontrato notevoli difficoltà a causa della lunghezza del percorso (si dovevano
oltrepassare il colle di Tenda ed il col di Nava), dei ripetuti attacchi aerei degli Alleati e di quelli dei partigiani, ai quali il
15o Gruppo di armate alleate chiedeva di ostacolare la ritirata tedesca. I reparti raggiunsero la zona di Torino
tra Stupinigi e Rivoli (dove sarebbe avvenuto il ricongiungimento con la V divisione), il 28, in condizioni
fisiche pietose, a causa delle estenuanti marce forzate per la penuria dei mezzi di trasporto e di carburante e dei
numerosi scontri con i partigiani, con innumerevoli atti di violenza contro le
popolazioni11.
La V divisione Gebirgsjaeger, comandata dal generale Hans Steets, che era schierata dal monte Granero
al monte Bianco, era costituita da due reggimenti di cacciatori di montagna (Gjr 85 e Gjr 100), da un
reggimento di artiglieria (Gar 95), dal gruppo cacciatori di carri (Geb. Pzjg. Abt. 85), dal gruppo esplorante (Aa85),
oltre ai reparti divisionali (genio, trasmissioni, ricognizione, sanità e servizi); inoltre erano assegnati alla divisione
diverse unità della Rsi appartenenti alle divisioni Littorio, Monterosa ed al reggimento
Folgore12. Quando il 24 aprile giunse l'ordine di iniziare la ritirata, la V divisione venne suddivisa nei tre seguenti gruppi di
combattimento: "Fett" in Val Chisone, "Ernst" in Val Susa ed "Aosta" in Valle d'Aosta, che dovevano ritirarsi in successione
da sud a nord.
Il 26 il gruppo Fett (al comando del maggiore Hans Fett) scese dalle valli Po, Pellice, Germanasca e
Chisone, sostenendo alcuni scontri con i partigiani, i quali riuscirono a salvare le centrali elettriche, ed il 28 giunse
nella zona di Rivoli13.
Il gruppo Ernst (al comando del colonnello Richard Ernst) il 26 scese dalla Val Susa, e nei due giorni
di ripiegamento vi furono parecchi scontri con i partigiani che cercavano di impedire la distruzione di alcuni
ponti stradali e ferroviari, durante i quali i tedeschi ebbero parecchi morti e feriti, ragion per cui non operarono
più altre distruzioni e giunsero nella zona di Avigliana il
2814.
Il gruppo Aosta (al comando del colonnello Stautner), che comprendeva alcuni reparti della V divisione
e diverse unità italiane15, il 26 abbandonò le posizioni al Col de la Seigne (in Val Veny), al Piccolo San
Bernardo, a La Thuile16 ed il grosso delle truppe si concentrò tra Pré-Saint-Didier e La Salle. I partigiani, che
dovevano assicurare la protezione di tutte le centrali, ricevettero l'ordine, in base a precedenti accordi con i comandi
delle forze stanziate nella valle, di consentire un ordinato ripiegamento dei tedeschi, ma il Comando divisione
ordinò di ripiegare anche con la forza e di effettuare la distruzione dei principali impianti
industriali17.
Ai partigiani venne impartito l'ordine di difendere le centrali, bloccare le valli ed attaccare le forze
nazifasciste in ritirata. Il 27 Stautner riprese le trattative e chiese che, in cambio della salvaguardia degli impianti,
venisse accordato il libero transito lungo la valle ad una colonna di circa 1.000 uomini e, previa consegna delle armi,
lo sconfinamento in Svizzera a quelli che l'avessero richiesto; tali proposte vennero
accettate18. Gli alpini della Littorio si dissero disposti a collaborare con le forze partigiane, per evitare che reparti francesi penetrassero
nella Valle d'Aosta19.
Il 28, dopo la resa del presidio della Rsi (Folgore, Brigata nera e Gnr) venne occupata Aosta dalle
brigate partigiane, che poi iniziarono l'offensiva nella media e bassa valle, con diversi scontri (tra cui Chatillon,
Saint-Vincent, Verrès, Bard, Donnas, Pont Saint-Martin). La colonna tedesca, in ritirata dall'alta valle, giunse a
Bard, rifiutando però di arrendersi in base ai precedenti accordi, e proseguì lentamente verso il Canavese, dopo
aver abbandonato il forte di Bard il 2 maggio, giorno in cui a Biella veniva firmata la resa incondizionata di tutte
le truppe tedesche e fasciste del 75o Corpo d'armata presenti nelle zone di Aosta, Ivrea e Biella. Quindi i
partigiani poterono prendere definitivamente possesso dei comuni di
fondovalle20.
Lo sbarramento sull'Elvo
Dopo che la XXXIV e la V divisione del
75o Corpo d'armata si erano ricongiunte alla periferia
occidentale di Torino, il 28 il generale Schlemmer chiese di attraversare la città con le sue truppe, ma il Cln rifiutò, dato
che l'insurrezione era già iniziata il 26 ed era nel suo pieno svolgimento. Allora il cardinale di Torino Maurilio
Fossati, su richiesta del Cmrp, si recò a Rivoli chiedendo al generale di non far attraversare la città dalle due
divisioni in ritirata, ma di
aggirarla21; quindi le forze tedesche e fasciste si diressero verso il
Canavese22, non seguendo più l'originario percorso della ritirata verso la Lombardia, dato che ormai erano già state occupate dai
partigiani le località da
attraversare23.
Pertanto il comando della V divisione, in sintonia con il comando del Corpo d'armata, nel pomeriggio del
28 stabilì che venisse creato uno sbarramento difensivo lungo il torrente Elvo sulla linea Salussola-Santhià, al
fine di consentire il raggruppamento del Corpo d'armata nella zona a sud di Ivrea. L'attuazione del piano
venne affidata al 1o ed al
3o battaglione del reggimento 100, sostenuti da batterie autotrasportate del
95o reggimento di artiglieria e dal gruppo esplorante, con il compito di impedire qualsiasi tentativo alleato di attraversare
detto torrente, bloccare i ponti sulla strada statale, sull'autostrada e sulla ferrovia
Torino-Milano24.
Quindi il generale Schlemmer stabilì il quartier generale del Corpo d'armata al castello di Mazzè, nei
pressi della Dora Baltea, mentre il comando della V divisione venne stabilito al castello di Moncrivello, appena
dopo la Dora Baltea, ma già nella zona dove i suoi reparti avrebbero dovuto operare lo schieramento difensivo.
Nel frattempo le forze del presidio di Torino (i tedeschi della Kommandantur 1005 ed i fascisti della
Gnr unitamente al generale Adami-Rossi, comandante della Piazza) nella notte dal 27 al 28 abbandonarono la
città su due colonne25 e verso le prime ore del giorno giunsero a Cigliano, che era appena stata liberata dai
partigiani della V divisione Garibaldi biellese, i quali però si erano ritirati verso Cavaglià e Santhià.
Da Vercelli partì una delegazione composta da membri del Cln e religiosi della Curia, per parlamentare
con le forze giunte a Cigliano, che però chiesero di poter incontrare i comandanti partigiani, e la sera stessa a
Tronzano Vercellese avvenne l'incontro con Domenico Marchisio "Ulisse", comandante della Zona biellese, Piero
Germano "Gandhi", comandante della V divisione Garibaldi ed Elvo Tempia "Gim", commissario politico della
75a brigata Garibaldi, i quali chiesero la loro resa; i fascisti erano decisamente contrari, mentre i tedeschi si
dimostrarono meno intransigenti, ma, dopo lunghe discussioni, venne concordata una
tregua26.
Mentre le forze del presidio di Torino non si mossero, sopraggiunsero a Cigliano le avanguardie delle
truppe tedesche del 75o Corpo d'armata ed i partigiani, tenuto conto della disparità di forze, non crearono
alcuno sbarramento, ma stesero un velo di protezione su una linea da Santhià a Viverone con i reparti della
2a e della 75a brigata, provvedendo altresì all'interruzione delle strade verso Vercelli e danneggiando i ponti sul
canale Cavour lungo la strada tra Tronzano-San Germano-Vercelli e quella tra Santhià-San
Germano-Vercelli27, mentre a Vercelli erano presenti la
182a brigata e la XII divisione.
Le operazioni per lo sbarramento
Le operazioni per l'attuazione dello sbarramento difensivo lungo il torrente Elvo da Salussola a Santhià,
con un fronte lungo circa ventinove chilometri, vennero pianificate con criteri militari e dovevano svolgersi
lungo le seguenti tre linee direttrici:
a) autostrada Torino-Milano fino al ponte sull'Elvo a Carisio;
b) strada Cigliano-Borgo d'Ale-Alice Castello-Cavaglià-Salussola;
c) strada Cigliano-Tronzano Vercellese-Santhià.
Le suddette operazioni però non erano affatto a conoscenza del comando partigiano della Zona biellese,
al quale il Cmrp aveva solo comunicato che vi erano delle colonne tedesche in ritirata verso Milano, come
confermato da altre comunicazioni da parte di partigiani della zona di Chivasso e come era pure sembrato ai due sappisti
di Santhià, inviati a metà pomeriggio del 29 nei pressi dell'autostrada, che avevano visto per quasi tre ore
transitare in direzione di Milano una lunga colonna di truppe tedesche in apparente ritirata.
Invece, in diverse pubblicazioni successive ed ancora recentemente si ritiene che i tedeschi, non
potendo proseguire nella ritirata, a causa della distruzione dei ponti sul canale Cavour, avessero deciso di ripiegare
su Cavaglià e Santhià.
Le operazioni per attuare lo sbarramento difensivo si svolsero come segue.
Carisio, domenica 29, pomeriggio: il Gruppo cacciatori carri da montagna (Geb. Pzjg. Abt. 85),
proveniente da Rivoli, avanzò, con tutte le armi controcarro della divisione, lungo l'autostrada Torino-Milano e
raggiunse il ponte sul torrente Elvo, dove si attestò piazzando i suoi cannoni, per respingere qualsiasi tentativo
di attraversamento da parte degli americani, che stavano per affluire da
Milano28. In seguito i tedeschi
occuparono il vicino Comune di Carisio, dove stabilirono la sede del comando, convocarono in Municipio il sindaco, il
segretario comunale e la guardia del comune, ai quali si aggiunse volontariamente il parroco don Paolo Zanetto,
trattenendoli come ostaggi e, inoltre, minacciarono di minare il paese. Il giorno dopo vennero schierate alcune compagnie
a difesa della linea Salussola-Autostrada, appoggiate da batterie di artiglieria e, verso la cascina Drusa, tra
San Damiano e Nebbione, venneno scavati diversi fossati simili a
trincee29; altri reparti occuparono il greto del
torrente vicino sia al ponte sulla strada Santhià-Buronzo e al crocicchio con la strada Biella-Vercelli, sia vicino al
ponte lungo la linea ferroviaria Santhià-Arona.
Nel corso della mattinata giunse al ponte sull'autostrada un membro dello stato maggiore dell'armata
Liguria, per avvisare che poche ore prima, a Castiglione delle Stiviere, era stata firmata la resa senza condizioni
alle truppe americane, per cui venne subito condotto dal generale Schlemmer, che però rifiutò la resa poiché
contraria all'onore militare.
Intanto gli americani provvidero affinché loro aerei lanciassero sulle truppe tedesche dei volantini in
più lingue con il testo della resa; poi il 1 maggio una colonna di settanta carri armati della I divisione
corazzata americana arrivò al predetto ponte sull'autostrada e si fermò, ma il 2 maggio, dopo la resa dei tedeschi a
Biella, come verrà detto più avanti, gli americani entrarono a Carisio, dove rimasero per qualche giorno.
Cavaglià: la stessa domenica un battaglione del reggimento 100, al comando del colonnello Ernst, dopo
aver raggiunto Cigliano ed incontrato i tedeschi ed i fascisti del presidio di Torino, proseguì per Borgo d'Ale e
Alice Castello senza incontrare alcun ostacolo, e verso le 23 arrivò a Cavaglià, preceduto un'ora prima da un
reparto in bicicletta del gruppo esplorante, che transitò tranquillamente in paese, dove vi erano i partigiani del
battaglione Bixio della 75a brigata, del distaccamento Dinamite della
2a brigata ed un distaccamento della brigata Gl,
che avevano ordine di non attaccarli30.
Quando venne avvistata la colonna in arrivo, il commissario dei partigiani, "Grillo", passò con un'auto
lungo le vie del paese avvisando ad alta voce che erano in arrivo i tedeschi ed avvisò anche telefonicamente i
partigiani che erano a Santhià. I partigiani della Gl che si trovavano nella cascina Vigne rosse, sopra una collinetta a
fianco della strada per Salussola, scesero dalla cascina per dirigersi verso Dorzano e attraversarono detta strada
mentre stavano già passando i primi automezzi della colonna, che era preceduta da una moto-sidecar, ma nessuno
sparò; anche i partigiani della
2a e della 75a brigata, che erano disposti su entrambi i lati del viale alberato verso la
strada per Biella, si ritirarono subito verso la
Serra31. Uno sfollato però, abitante nel caseggiato della locanda
Firmino, da una sua finestra sparò un colpo di fucile verso i tedeschi, i quali risposero con un fucile mitragliatore,
poi perquisirono la locanda e, in essa o poco lontano, uccisero il partigiano "Tigre", che si trovava vicino al
Consorzio agrario, ed il civile Luigi Barbero Negro. Il civile Giovanni Nerva invece venne ucciso mentre, con una
pila accesa, usciva da un portone vicino al peso pubblico. Un caso non chiarito riguarda il civile Ernesto
Macchieraldo, di 67 anni, il quale venne arrestato o fermato, successivamente forse trascinato dietro un automezzo verso
Salussola, ed il cui corpo verrà poi trovato nei pressi della casa cantoniera.
In seguito dalla strada di Salussola arrivò un autocarro con le luci accese e una bandiera tricolore, con
tre partigiani a bordo, guidato dal sappista di Cavaglià Mario Prelle che, all'alt dei tedeschi, disse ad alta
voce: "Siamo della Sap". Cercò poi di estrarre da una tasca il tesserino, ma forse il gesto venne interpretato
come tentativo di estrarre un'arma e i tedeschi aprirono il fuoco, uccidendo il sappista ed i partigiani "Tabor" e
"Tommj" della 2a brigata, mentre un altro partigiano riuscì a salvarsi. Poi i partigiani "Cappone" e "Stavisky",
appartenenti all'intendenza della 75a brigata che si trovava a Santhià, arrivarono da Biella su un'auto del loro reparto
per rientrare a Santhià, ma vennero uccisi.
Forse poco più tardi, da Santhià, arrivò un'auto guidata dal partigiano Luciano Cogo "Nucci", comandante
di battaglione della
110a brigata, il quale stava accompagnando alla loro casa di Cavaglià le due cognate ed
una nipote insieme ad un altro partigiano. Vennero fermati dai tedeschi, che li fecero scendere; Nucci ad alta
voce disse che la guerra era finita e chiese di essere portato al comando, ma venne spintonato in avanti con
l'altro partigiano e poco dopo i tedeschi aprirono il fuoco. Solo Nucci rimase ucciso, mentre l'altro partigiano,
cadendo sotto di lui, si salvò32.
In totale i caduti furono dieci, di cui quattro civili e sei
partigiani33.
Successivamente, i tedeschi andarono ad ispezionare la cascina Vigne Rosse ed accusarono Giuseppe
Piana, figlio del proprietario, di essere un partigiano e, nonostante negasse, lo rinchiusero nella cantina della
casa Macchieraldo, adiacente all'edificio della locanda Firmino, dove erano già state rinchiuse una decina di
persone catturate nella zona. Qui gli chiesero ripetutamente di dire dove erano nascoste le armi dei partigiani ma,
poiché rispose di non saperlo, un ufficiale gli concesse cinque minuti di tempo per rispondere e poi "kaput".
Piana rispose: "Io non so niente: lei faccia il suo dovere"; allora l'ufficiale, dopo essersi fatta tradurre la frase da
un soldato, con tono sprezzante disse: "Italiani traditori", quindi Piana venne portato fuori e messo contro il
muro per essere fucilato alla schiena. Accanto a lui venne portato anche suo padre, che si mise a pregare mentre
un cappellano tedesco recitava delle preghiere ed era già pronto un plotone di esecuzione di otto uomini. Ma,
quando venne impartito l'ordine di puntare le armi, un ragazzo, che era stato catturato nei pressi ed era interrogato
in quel momento, esclamò: "Mamma mia, mamma mia, io parlo!" e disse che le armi erano nascoste nei locali
del Municipio34.
Allora i Piana vennero portati ancora in cantina, mentre il ragazzo venne accompagnato su un'auto al
Municipio, nelle cui cantine furono trovate le armi, abbandonate da soldati in fuga o prese a militari di reparti che si
erano arresi. Una squadra di guastatori tedeschi provvide poi a piazzare le cariche esplosive e alle ore 13.30 ci
fu l'esplosione, che demolì parzialmente il Municipio. Rimasero in piedi solo due soli tronconi verso la via,
che verranno successivamente demoliti perché pericolanti.
Gli ostaggi chiusi nella cantina vennero poi accompagnati, sotto scorta, al castello Rondolino, dove
furono trattenuti per un paio di giorni e vennero a sapere che, se non non si fosse trovato un accordo o non si
fosse negoziato uno scambio, sarebbero stati fucilati in piazza e che il vicario don Amilcare Garbaccio aveva
offerto la sua vita in cambio della loro.
I tedeschi stabilirono la sede del comando alla cascina Ratta, poi piazzarono una batteria di artiglieria
lungo la strada di Montemaggiore con i cannoni rivolti verso Viverone e con sentinelle sulla strada per Viverone, al
fine di controllare i movimenti verso Ivrea, mentre in paese effettuarono il pattugliamento delle strade.
Nella notte del 1 maggio i tedeschi si ritirarono e per diverse ore lungo le strade del paese transitò sotto
la neve una lunga colonna di automezzi di ogni tipo diretti verso il Canavese, mentre i quadrupedi ed i
carriaggi erano diretti verso la zona di Viverone, dove i carriaggi verranno accatastati in appositi accampamenti e
magazzini di fortuna, mentre i quadrupedi verranno abbandonati allo stato brado nella campagna.
Salussola: verso l'alba del mattino seguente una parte dei tedeschi lasciò Cavaglià e, quando ancora era
buio, arrivarono a Salussola mezzi blindati leggeri ed autocarri carichi di soldati, preceduti da una moto-sidecar
con un ufficiale che indicava dove i soldati dovevano dirigersi. Gli uomini del paese abbandonarono le loro case
e fuggirono in parte verso il Brianco e in parte verso la frazione Prelle.
I tedeschi raggiunsero quindi il ponte sul torrente Elvo e piazzarono cavalli di frisia e mitragliatrici sulla
strada verso Biella, mentre una mitragliatrice venne piazzata sul campanile di Salussola monte. Inoltre, nella parte
alta della strada prima della discesa verso il ponte, vennero create tre o quattro postazioni di mitragliatrici sulla
ripa a monte, in modo da poter tenere sotto controllo anche il ponte ferroviario e tutte le strade che conducevano
alle varie frazioni oltre il torrente35.
Quando era ormai giorno i tedeschi stabilirono il loro comando nella palazzina Torello, poi andarono
in Municipio ed avanzarono al Commissario prefettizio le richieste delle vettovaglie a loro necessarie. Poi,
verso le 11, lasciarono libera la strada statale, in quanto alcune compagnie, appoggiate da elementi del gruppo
Caccia carri e da batterie di artiglieria, vennero schierate a difesa della linea Salussola-Autostrada. Durante la
loro permanenza non furono presi ostaggi, né fatte rappresaglie e, quando si ritirarono dal paese,
abbandonarono lungo le strade molte cassette di munizioni e nastri di proiettili per
mitragliatrici36.
Tronzano Vercellese: la stessa sera del 29, verso le 22, dalla strada Torino-Milano un altro battaglione
del reggimento 100 giunse a Tronzano, presidiato da un distaccamento dei partigiani della
75a brigata Garibaldi, i quali videro transitare la colonna, affiancata ai lati da soldati della Rsi. I partigiani non la attaccarono e si
ritirarono verso la campagna, mentre il vice commissario della
75a brigata, "Riccio", riuscì a comunicare
telefonicamente al comando partigiano di Santhià che i tedeschi si stavano dirigendo anche verso di loro. Una parte rimase
a Tronzano ed il mattino dopo un gruppo raggiunse il ponte sul canale Cavour nei pressi di San Germano
Vercellese, dove si attestò a difesa e dove venne ucciso un componente della Sap di detto paese che si trovava sulla
sponda opposta del canale.
La strage di Santhià
Santhià da alcuni giorni era presidiata dai partigiani della
75a e della 2a brigata Garibaldi e già dal 28 si
era al corrente che vi erano colonne tedesche in ritirata verso la Lombardia, per cui a metà del pomeriggio di
domenica 29 il comando partigiano inviò alla vicina autostrada Torino-Milano due componenti della Sap, per controllare
l'eventuale transito delle colonne tedesche. Questi, dopo essersi appostati in regione Piagera, osservarono
per un paio d'ore che in direzione di Milano transitava una colonna di carri armati, cannoni trainati da mezzi
cingolati carichi di truppa e, poco dopo, anche soldati in bicicletta. Il tutto lasciava credere che si trattasse di una
colonna in ritirata ed in tal senso riferirono al comando al loro rientro verso le 20.
Nel tardo pomeriggio i reparti partigiani che erano in paese vennero spostati in alcune cascine lungo
una strada campestre che portava verso l'Elvo, proprio per evitare che potesse avvenire qualche scontro con la
colonna tedesca, che si pensava fosse in movimento verso la Lombardia, secondo le informazioni ricevute da Torino
e come sembrava confermato dal transito della colonna, nel pomeriggio, lungo l'autostrada verso Milano,
che invece doveva attestarsi sul ponte dell'Elvo a
Carisio37.
Però, purtroppo, i partigiani che si erano trasferiti alle cascine Governà e Magra si sarebbero trovati
proprio sulla strada che i tedeschi, giunti a Santhià la sera stessa, avrebbero dovuto percorrere il mattino seguente
per raggiungere il torrente Elvo, per attestarsi, in sincronia con i reparti giunti a Salussola e a Carisio, e così
completare la linea difensiva nel tratto dal ponte sull'Elvo a Carisio, lungo la strada verso Buronzo, fino alla frazione
di Vettignè, dove l'Elvo ed il canale Cavour si incrociano.
Nelle scuole elementari rimasero dodici partigiani della squadra comando, con il compito di sorvegliare
i feriti tedeschi sistemati nella palestra, poi tre o quattro partigiani dell'intendenza alloggiati in una locanda
e infine, nei locali del posto telefonico pubblico lungo il corso principale, alcuni partigiani per tenere i
collegamenti con gli altri reparti nei paesi vicini e con i comandi di Biella e Vercelli, oltre ad alcune pattuglie per il
controllo delle strade.
Alla popolazione era stato ordinato di ritirare dai balconi le bandiere esposte e, inoltre, era stato imposto
il coprifuoco a partire dalle 22, per evitare reazioni da parte dei tedeschi qualora passassero attraverso il paese.
Verso le 23 dalla strada di Tronzano arrivò la colonna tedesca, che si fermò poco prima dell'abitato e
mandò in perlustrazione una moto-sidecar che, entrata nel paese, percorse indisturbata il corso principale,
passando anche davanti al posto telefonico dove vi erano alcuni partigiani per tenere i collegamenti. Due partigiani,
che si trovavano casualmente fuori dal locale, la videro passare e diedero l'allarme, ma poco dopo la moto
ritornò indietro e, quando passò di nuovo davanti al posto telefonico, un partigiano si limitò a chiedere dove andasse
ed allora, prima di svoltare in via Torino per raggiungere la colonna, i tedeschi spararono alcune raffiche di
mitra che colpirono la porta esterna del locale. I partigiani uscirono subito dal retro, senza che si sentissero altri
spari, e si diressero verso le cascine Governà e Magra, salvo il partigiano
"Fulvo" che si diresse invece verso le
scuole e venne ucciso poco dopo dai tedeschi, che nel frattempo si erano avvicinati alle scuole spingendo a mano
gli autocarri per non farsi sentire38 e sorprendendo le due sentinelle fuori dall'edificio. Queste, mentre i
tedeschi stavano già entrando, riuscirono a dare l'allarme ai partigiani che si trovavano al primo piano, mentre da un
carro armato rimasto fermo lungo la strada per Tronzano furono sparate raffiche di mitraglia contro il primo piano
delle scuole.Una sentinella fu uccisa, alcuni partigiani riuscirono a mettersi in salvo, mentre altri si nascosero sul
tetto: uno di loro si buttò e venne poi portato in ospedale, mentre gli altri al mattino riuscirono fortunosamente a
mettersi in salvo39. I tedeschi poi, nella via circonvallazione, uccisero altri partigiani che stavano fuggendo; in una
casa adiacente uccisero tre civili (marito, moglie e figlio) e ferirono il nonno ottantenne e in un'abitazione del
centro uccisero il presidente del Cln Tricerri; in totale i tedeschi, senza essere stati attaccati in alcun modo,
uccisero dodici persone.
Durante la notte gruppi di soldati perlustrarono le vie del paese alla ricerca di partigiani, perquisirono
e saccheggiarono diverse abitazioni (come risulterà poi dalle denunce presentate in comune) e una ventina di
persone vennero prese come ostaggi.
Per raggiungere il torrente Elvo la strada più frequentata era quella per la frazione di Vettignè al cui
inizio si diramano due strade sterrate: sul lato sinistro inizia la strada che porta nei pressi del ponte lungo la
ferrovia a Carisio, mentre sul lato destro inizia una strada che porta alla zona Pragilardo e verso il canale Cavour.
Quando i tedeschi arrivarono all'inizio della strada per Vettignè, percorsero di certo tutte e tre le
suddette strade, anche se non si può sapere se contemporaneamente o
meno40; probabilmente venne subito presa la
strada a sinistra, dato che a poche decine di metri era ben visibile la cascina Governà e, certamente, dovevano
controllare se in essa vi erano o meno partigiani. Tuttavia, dato che riuscirono a sorprendere le sentinelle che erano di
guardia, si può ritenere che avessero saputo dai feriti tedeschi, oppure durante le perquisizioni delle abitazioni o
dagli ostaggi, che i partigiani si erano ritirati alle cascine Governà e Magra, per cui è poco probabile che siano
stati guidati da una spia del paese.
L'attacco alle cascine si svolge come segue.
Cascina Governà, dove si trovavano i partigiani del distaccamento Freccia: fu la prima ad essere
attaccata verso le 5.30. Le sentinelle furono colte di sorpresa ed una di esse fece appena in tempo ad avvisare i
partigiani, che erano dentro la cascina e sul fienile, i quali cercarono di ritirarsi dal retro. Purtroppo si trovavano sotto il
fuoco dei tedeschi, che ne uccisero quindici (compreso uno della Sap); poi vennero uccisi quattro civili (la moglie
ed il figlio del proprietario e due salariati, marito e moglie) e, infine, venne data alle fiamme l'intera cascina,
compresa la stalla con tutto il bestiame.
Cascina Magra, poco distante dalla precedente, ospitava i partigiani della
75a brigata: la loro sentinella
aprì subito il fuoco contro i tedeschi che stavano attaccando la cascina Governà, costringendoli a rallentare
l'azione e consentendo così a diversi partigiani di salvarsi. Alla ripresa dell'azione i tedeschi attaccarono la cascina, dalla
quale però i partigiani si erano ormai ritirati. Ciò li indusse a sfogare la loro rabbia contro i civili che
vennero tutti obbligati ad uscire dalle loro abitazioni. Gli otto uomini vennero portati al centro del cortile e
fucilati41, quindi fu incendiata la stalla.
Colonne di fumo si levavano dalle cascine incendiate ed un aereo ricognitore osservava dall'alto, mentre
i partigiani si dirigevano verso l'Elvo. Quando arrivarono alla frazione Lista, lungo la strada
Biella-Vercelli, fermarono alcuni autocarri di passaggio e si fecero trasportare a
Biella42.
Cascina Goretta: dista dalla cascina Magra alcune centinaia di metri ed in essa non si erano affatto
trasferiti i partigiani, ma i tedeschi, quando arrivarono uccisero tre contadini (il conduttore della cascina, il mungitore
ed il figlio).
Cascina Gorra: si trova di fronte alla predetta cascina ed in essa non vi erano stati partigiani, ma i
tedeschi uccisero comunque tre civili (il conduttore con il figlio ed un salariato).
Cascina Bianca: collocata sul lato destro della strada per Vettignè e subito dopo i binari della ferrovia
per Arona, all'inizio della strada per la regione Pragilardo, non ospitava partigiani; i tedeschi vi
giunsero contemporaneamente all'attacco alla cascina Governà, prelevarono due operai e li fucilarono all'altezza
del casello della linea ferroviaria per
Vercelli43.
Frazione di Vettignè: qui non si erano recati partigiani, ma i soldati tedeschi che vi giunsero si misero alla
loro ricerca, anche provando a stanarli infilando dei forconi nella
paglia44.
Inoltre i tedeschi avevano fatto brillare i ponti sul canale Cavour, compresi quelli della strada
Santhià-Vercelli e della strada Tronzano-Vercelli, nonché due campate della passerella in cemento armato attraverso l'Elvo,
che collegava il territorio di Santhià con la strada per
Vercelli45.
Al termine della brutale operazione nelle cascine risultarono uccise ben trentacinque persone, di cui
quindici partigiani e venti civili (comprese due donne), senza che i tedeschi fossero stati attaccati in alcun modo, o
che le indiscriminate uccisioni potessero essere giustificate come rappresaglia, dato che anche durante la
notte precedente non avevano subito alcun attacco nell'abitato. Peraltro non sono attendibili le descrizioni dei
fatti, in cui si afferma che i tedeschi avevano attaccato le cascine con carri armati e mortai e che vi era stato uno
scontro con i partigiani per più di un'ora. Addirittura infondate sono le affermazioni secondo cui "le forze
garibaldine, disposte su una linea nei pressi di Santhià e lungo il corso del canale Cavour, ingaggiano battaglia, lasciando
sul campo venticinque volontari ma bloccando la colonna, che bersagliata anche dall'aviazione angloamericana,
si arrende agli alleati"46.
Durante la mattinata i tedeschi stabilirono il loro comando nella palazzina Clemente, lungo il viale di
fianco alle scuole elementari e la truppa, con le cucine, si sistemò nella casa rurale Vercellone, quasi davanti
all'ingresso delle suddette scuole. Il comando ordinò al parroco che, entro le 18, venissero raccolte le salme delle
persone uccise, minacciando di fucilarlo insieme a tanti abitanti quante sarebbero state le salme non raccolte;
inoltre, ordinarono di cacciare in giornata le suore
dall'ospedale47. Nella stessa mattinata giunsero alcuni sacerdoti
del vescovado di Vercelli, per cercare di ammansire i tedeschi, i quali però risposero negativamente, poiché:
"La guerra è guerra; se la popolazione deve soffrire soffra; a noi non importa nulla della popolazione civile";
tuttavia misero in libertà gli ostaggi presi durante la
notte48.
Verso l'ora di pranzo giunse da Cavaglià il Comando del reggimento tedesco, per ascoltare la relazione
sui fatti accaduti ed il comando del battaglione di Santhià affermò che erano stati attaccati dai civili, intendendo
per tali anche i partigiani e, nel tardo pomeriggio, il Comando tornò a Cavaglià
49.
La risposta data è falsa, senza ombra di dubbio, e si può ritenere che si tratti di una versione di comodo,
data al solo scopo di evitare l'incriminazione per le uccisioni compiute in spregio alle leggi internazionali di
guerra ed anche senza tener conto della circolare emanata il 14 aprile 1945 dal generale von Vietinghoff, con la
quale i partigiani venivano considerati non più come "banditi", ma come nemici.
Nello stesso pomeriggio il Comando partigiano della Zona biellese, che da alcuni giorni si era trasferito
a Vercelli, trasmise telefonicamente al parroco una lettera, con la richiesta di farne una copia e di farla
pervenire al comando tedesco. In essa si richiedeva di sospendere ogni ordine dato contro la popolazione e si
comunicava che quanto prima un ufficiale americano si sarebbe messo in contatto con loro. Il parroco portò subito le
suddette richieste al comando, dove però risposero che non intendevano riconoscere né il Cln, né il Comando partigiano.
Intanto gli abitanti provvedevano a raccogliere le salme dei caduti, trasportandole al cimitero o
all'ospedale; un componente della Sap, Lidio Ferro, che aveva portato all'ospedale, sopra un carro con bandiera bianca,
le salme dei caduti nelle cascine, fu riconosciuto da uno dei feriti tedeschi che erano alle scuole, dove lui
aveva prestato servizio di guardia con i partigiani; venne caricato sopra una moto-sidecar per essere portato via e
quasi certamente fucilato, ma, dopo un primo tentativo fallito, riuscì fortunosamente a
fuggire50. Non altrettanto
riuscì a fare Vincenzo Moriano, pure lui della Sap, che aveva prestato servizio di guardia alle scuole; i tedeschi
gli chiesero di dipingere delle croci bianche sugli autocarri che sarebbero serviti poi per trasportare i feriti
delle scuole, ma venne riconosciuto e poco dopo fucilato.
Durante la giornata i tedeschi provvidero a stendere linee telefoniche per i collegamenti con gli altri
reparti dei paesi vicini, a piazzare mitragliatrici in diversi punti dell'abitato e a mettere cannoni in postazione
difensiva sulle sponde del canale Cavour; sulla strada per San Germano e nella zona di Romperone furono scavati
fossati a scopo difensivo51.
Il 1 maggio, mentre nevicava abbondantemente, giunse a Santhià la staffetta partigiana "Stella", inviata dal
Comando di Biella, per constatare quanto era successo; riuscì a vedere i partigiani morti, che erano stati
portati all'ospedale e quelli portati al cimitero e, al suo rientro, raccontò al comando quanto aveva potuto vedere sia
a Cavaglià che a Santhià.
A metà pomeriggio del giorno successivo, quando ormai i tedeschi si erano ritirati, giunsero i partigiani
del distaccamento Dinamite con alcuni autocarri, per trasportare i loro caduti a Biella, dove sarebbero stati poi
celebrati solenni funerali, assieme ai caduti di Cavaglià. Durante il tragitto verso Santhià i suddetti partigiani
avevano catturato quattro soldati tedeschi sbandati e li avevano spinti dentro al cimitero, dove erano stesi su barelle
da campo i corpi dei partigiani uccisi, ancora sfigurati dalle ferite e sporchi di sangue. Quando vennero portati
fuori, molti abitanti fecero ressa gridando vendetta, tanto che a stento i partigiani riuscirono a trattenerli. In quel
particolare momento, tre prigionieri vennero fucilati uno per volta, mentre il quarto, che aveva cercato di fuggire,
venne ucciso dalla folla inferocita52. Nel 1957 i loro corpi verranno riesumati e trasportati al cimitero tedesco
di Costermano (Vr) il 17 luglio1957, su richiesta della Commissione militare tedesca per le onoranze ai caduti,
con sede a Roma.
L'attacco aereo di Borgo d'Ale
Oltre ai reparti che avevano effettuato lo sbarramento difensivo lungo l'Elvo, altri reparti della V
divisione tedesca avevano superato la Dora Baltea ed occupato i Comuni di Villaneggia, Moncrivello, Cigliano e
Borgo d'Ale.
In quest'ultimo comune i tedeschi erano arrivati il 29 e, a seguito di alcuni scontri con partigiani di
pattuglia, rimasero uccisi due abitanti e feriti diversi altri; durante la notte affluirono altri reparti, ma al mattino del
30 ricevettero l'ordine di fermarsi, quindi sistemarono i loro automezzi in vari cortili e sotto i portoni del rione
di S. Antonio, dove sarebbero stati meno esposti alle incursioni aeree, senza però senza tenere alcun conto
delle richieste degli abitanti di portare i loro automezzi fuori dall'abitato.
Un ufficiale si recò in parrocchia ad avvisare che le autorità religiose sarebbero state ritenute
responsabili se anche un solo soldato fosse stato molestato e, se fosse stato trovato un solo partigiano, tutto il paese
sarebbe stato bruciato, perché: "Tedeschi avere esplosivo per bruciare tutto paese e per noi piacere bruciare
paese"53.
I tedeschi lasciarono intendere che dovevano andare a Milano, però durante il mattino del giorno stesso
stesero linee telefoniche attraverso le vie del paese. Verso le 18.30 due aerei alleati sorvolarono l'abitato e poi, uno
per volta, scesero in picchiata ed iniziarono a mitragliare gli automezzi, che cercarono di raggiungere qualche riparo.
I caccia bombardieri, con ripetuti passaggi che durarono una decina di minuti, scaricarono lunghe
raffiche di mitraglia e sganciarono le loro bombe distruggendo ad uno ad uno gli autocarri, mentre moltissimi
presero fuoco, producendo scoppi di munizioni, bombe ed esplosivi e un violentissimo scoppio, seguito da un
fortissimo spostamento d'aria, che provocò ingenti danni.
Per tutta la notte si susseguirono altri scoppi di mine anticarro, dinamite ed altri esplosivi contenuti
sugli automezzi, intere case crollarono o ebbero i tetti scoperchiati, si sollevarono colonne di fumo e un enorme
fragore, oltre allo scoppio di spaventosi incendi.
Gravissimi i danni subiti dal paese, le cui case per più di un quarto risultarono inabitabili e moltissime
subirono danni rilevanti; nei giorni successivi vennero demoliti i muri pericolanti, raccolti e bruciati gli animali
morti, rimosse le carcasse degli automezzi tedeschi e recuperati quelli danneggiati, che furono venduti, con il
consenso del Comando alleato ed il ricavato fu devoluto a favore dei sinistrati.
Durante la notte passarono per le strade ancora praticabili le salmerie tedesche, mentre squadre di
volontari prestarono i primi soccorsi, trasportando i feriti ad improvvisati posti di medicazione; al mattino seguente
iniziò l'estrazione delle vittime, che durò tre giorni, ed alla fine risultò che erano rimasti uccisi dodici abitanti e
venticinque soldati tedeschi, compreso il loro
maggiore54.
In merito a quanto sopra descritto, sembra opportuno far osservare che i tedeschi, ben conoscendo
l'eccezionale pericolosità del carico trasportato dai loro automezzi, non avrebbero dovuto cercare di farsi scudo delle case
di Borgo d'Ale, dato che erano sicuramente al corrente di essere da più giorni nel mirino dell'aviazione alleata,
per cui tale scelta fu pagata non solo dai loro soldati rimasti uccisi e dagli automezzi distrutti, ma in modo ben
più grave dagli incolpevoli abitanti del paese, con i loro morti e le rilevanti distruzioni delle case.
La resa del 75o Corpo d'armata
Dopo che la XXXIV e la V divisione si erano raggruppate nei pressi di Torino era stato stabilito di creare
una linea difensiva lungo il torrente Elvo, allo scopo di potersi arrendere agli americani, ma non ai partigiani.
Tuttavia il generale Pemsel, capo di stato maggiore dell'armata Liguria, dopo che a Castiglione delle
Stiviere (Mn) aveva firmato la resa incondizionata al
4o Corpo d'armata corazzato americano, aveva inviato un
maggiore del proprio comando per avvisare della resa il generale Schlemmer, ma questi rifiutò di arrendersi, poiché
contrario all'onore militare. D'altra parte non valsero a convincerlo le dichiarazioni del colonnello Eibel e del
tenente colonnello Kaiser del presidio di Vercelli, che attestavano che, dopo la resa ai partigiani il 26 aprile, sia gli
ufficiali che i centottanta militari erano stati trasportati allo stabilimento Bagni nel Santuario di Oropa e trattati
come prigionieri di guerra, mentre il personale femminile ed i familiari erano stati considerati come internati.
Nel frattempo ad Ivrea, ancora occupata dai tedeschi, sia il vescovo Rostagno che i componenti del Cln
operavano per giungere alla resa del
75o Corpo d'armata e, dato che i tedeschi non si fidavano ad arrendersi ai
partigiani, si riuscì a stabilire un contatto con la Missione britannica "Cherokee", che aveva operato sulla Serra in
contatto con i partigiani biellesi, eporediesi e valdostani e che, dopo il 25 aprile, aveva stabilito la propria sede
all'albergo Principe di Biella, dove vi era il Comando Piazza dei partigiani.
Il generale Schlemmer il 1 maggio si convinse ad accettare la
resa55, dopo aver appreso dalla radio che il
fürher era caduto nel suo quartier generale combattendo "fino all'ultimo respiro", ma più probabilmente perché
aveva saputo che il 29 a Caserta il generale von Vietinghoff aveva firmato i preliminari della resa di tutte le
truppe tedesche in Italia ed il 1 maggio aveva accettato la "capitolazione senza condizioni" e, inoltre, perché lo
stesso giorno al ponte sull'Elvo di Carisio, lungo l'autostrada da Milano, era arrivata una colonna di carri armati
della I divisione corazzata americana.
Pertanto delegò il colonnello Faulmuller, capo di stato maggiore del Comando generale del
75o Corpo d'armata, ad offrire la resa di tutte le truppe sottoposte ed a stabilire tutti i particolari per l'esecuzione della stessa.
Il colonnello Faulmuller si recò al Municipio di Ivrea, ancora in mano tedesca, dove giunse, su un'auto
con bandiera bianca e munito di lasciapassare, il comandante militare della VII divisione Garibaldi della Valle
d'Aosta, Primo Corbelletti "Timo", che lo scortò fino all'albergo Principe di Biella nel quale aveva sede la
Missione inglese "Cherokee". Nei locali dell'albergo incontrò il capitano inglese Pat Amoore, con il quale - tramite
una interprete - discusse le modalità per la resa incondizionata, senza che i rappresentanti partigiani
potessero intervenire, per l'opposizione tedesca.
L'atto di resa, datato 2 maggio, ma con decorrenza dalle 0 del giorno 3, venne redatto in tre lingue ed in
esso venne premesso che il generale Schlemmer dichiarava al Supremo comando alleato la resa incondizionata
per tutte le truppe tedesche e fasciste dipendenti dal Comando generale del
75o Corpo d'armata56.
Poi si indicò che con il capitano inglese Patrick Amoore, rappresentante della Missione militare inglese
a Biella ed in presenza del colonnello americano John M.
Breit57 e dei rappresentanti autorizzati dei partigiani
di Aosta, Biella e Ivrea, veniva stabilita la sospensione immediata delle ostilità fra le truppe tedesche e fasciste
da un lato e le truppe alleate e le formazioni partigiane ad esse collegate dall'altro. Seguirono poi l'elencazione
delle truppe tedesche e fasciste ed altre disposizioni riguardanti le modalità applicative.
Al termine della cerimonia della resa, firmata dal solo colonnello Faulmuller, la delegazione tedesca
portò l'atto di resa al generale Schlemmer.
In occasione del 1o raduno delle Special Forces in Italia, tenutosi a Biella il 10 ottobre 1970, il capitano
inglese Patrick Amoore consegnò al sindaco di Biella, nel corso di una cerimonia nella sala del Consiglio comunale,
il documento ufficiale della resa, che il Comune ha poi riprodotto in 150 copie. Inoltre il maggiore Boutigny,
a nome delle Special Forces, consegnò al sindaco una medaglia d'oro, dedicata a Biella ed a tutto il Biellese,
quale segno di riconoscenza.
Il generale Schlemmer, dopo la firma dell'atto di resa a Biella, emise un nuovo documento, con il
quale disponeva che il colonnello Faulmuller comunicasse a tutte le truppe tedesche e fasciste e ai relativi comandi
di tappa l'ordine e le condizioni di resa convenute con il superiore comando
alleato58 e con le truppe partigiane.
Rispetto al punto 2 dell'atto di resa, dove si stabiliva che tutte le formazioni dovevano sgomberare
"questa zona", senza alcuna precisazione, al punto 2 del nuovo documento si precisava che le zone riguardavano il
Piemonte e la Liguria, che invece vennero occupati dalle formazioni partigiane, mentre il comando delle zone venne
affidato al Cln. Al suddetto documento è allegata una carta topografica relativa alla zona dove le truppe tedesche e
quelle fasciste dovevano concentrarsi, rimanendo però separate. Nella suddetta zona affluirono circa 61.000
militari tedeschi e 12.000 militari della Rsi; molto fu il materiale bellico abbandonato o buttato nelle acque del lago
di Viverone.
Inoltre durante la loro permanenza furono commessi eccidi, rapine, presa di ostaggi, incendi, come
risulta dalla situazione informativa del Cmrp del 4 maggio e da numerose altre denunce e
lamentele59.
Successivamente, e con date scaglionate, i reparti tedeschi partirono verso l'Austria e la Germania, salvo
quei militari che vennero mandati in campi di concentramento, in quanto ritenuti responsabili di misfatti
commessi, come, ad esempio, il capitano Gerhard Singer, comandante del battaglione del reggimento 100 della V
divisione, che si era macchiato della strage di Santhià del 29-30 aprile e che gli americani avevano fatto prigioniero
e rinchiuso nel campo di Verona.
Lo stesso trattamento venne usato per i militari italiani ritenuti colpevoli di crimini, che di solito
vennero inviati nel campo di Coltano, mentre i reparti furono sciolti.
Le inchieste sulla strage
Il 2 maggio 1945, quando ormai i tedeschi si erano ritirati da Santhià, il Comando Zona biellese inviò al
Cln di Santhià la richiesta di fargli pervenire una relazione sui fatti relativi alla strage di Santhià e dintorni, ai
fini dell'incriminazione dei responsabili quali criminali di guerra.
Poi, il 7 maggio inviò al Comando della Missione militare britannica "Cherokee" i seguenti rapporti
ricevuti sui fatti di Santhià:
- due rapporti del prof.
Felicissimo60 in data 2 maggio e 6 maggio 1945;
- un rapporto di "Elvo", comandante della Sap di Santhià, del 4 maggio 1945;
- un elenco delle vittime.
La suddetta richiesta venne poi trasmessa dalla Missione "Cherokee" alla
5a armata americana, ormai territorialmente competente, avendo occupato l'Italia nord-occidentale, che provvide in merito.
Le indagini della
5a armata
24 giugno, quartier generale del
4o Corpo: con ordine speciale n. 48 del maggior generale
Crittemberger venne nominata una commissione per le investigazioni sui crimini denunciati.
1 luglio: venne trasmessa alla suddetta commissione la documentazione relativa ai crimini di guerra
commessi a Santhià il 29 aprile 1945.
6 luglio: la Commissione interrogò a Santhià dieci abitanti, redasse i verbali degli interrogatori, la
relativa relazione ed emise un certificato, in cui si affermava che: "Nessun accusato era presente per il motivo che
né le indicazioni, né il fatto di un'atrocità o di crimine di guerra sono stati stabiliti secondo il giudizio di
questa commissione".
Le conclusioni della commissione, che in un solo giorno aveva sentito tutti i testimoni ed aveva deciso
su quanto accaduto il 29 ed il 30 aprile, non possono essere in alcun modo condivise. Infatti, dalla
documentazione ricevuta e dalle risposte fornite da diverse persone interrogate, fra cui Giuseppe De Stefani al quale la sera
del 29, nel paese, avevano ucciso tre famigliari (figlio, nuora e nipote) e Rina Molinaro, che il mattino del 30
alla cascina Magra aveva assistito alla fucilazione di otto uomini (tra cui marito, suocero e cugino), era
assolutamente evidente che erano state violate le norme del diritto internazionale di guerra. Peraltro, da alcune delle
suddette testimonianze era emerso che il battaglione tedesco responsabile della strage di Santhià faceva parte delle
truppe alpine che arrivavano dal Moncenisio e, inoltre, che davanti al comando installato nella villa Clemente vi era
un cartello con il nome Singer, corrispondente a quello del capitano che lo comandava, il quale si doveva
considerare responsabile dei fatti. D'altra parte gli stessi americani lo avevano fatto prigioniero dopo la resa del 2
maggio e rinchiuso nel campo di Verona fino all'11 settembre 1945.
Sembra opportuno far rilevare che, sotto l'aspetto giuridico, si fa distinzione tra omicidio, eccidio e
strage, tenendo conto del numero delle vittime, ma la commissione concluse che, a suo giudizio, l'uccisione di
circa cinquanta persone, senza che vi fossero stati scontri armati o elementi per giustificare una rappresaglia,
non costituiva atrocità o crimine di guerra. Quindi, le conclusioni della commissione non possono essere in
alcun modo condivise; peraltro, dato che in un solo giorno erano stati sentiti tutti i testimoni ed era stato emesso
il giudizio, sorge il dubbio che la commissione avesse deciso in modo tale da non essere tenuta a doversi
ulteriormente occupare dell'inchiesta, che pertanto venne trasmessa alla Procura generale militare del regno a Roma.
Le indagini della Procura militare
La Procura generale militare del regno, Ufficio procedimenti contro criminali di guerra tedeschi, costituì
il seguente fascicolo processuale n. 2084/Rg: procedimento contro ignoti militari tedeschi; reato di violenza
con omicidio; ente denunciante: Comando militare alleato; parte lesa: circa 50 persone di Santhià (Vercelli);
fatto: una colonna tedesca razziando le case di detta località, uccise barbaramente una cinquantina di persone.
Il 14 gennaio 1967 il Procuratore generale militare, visti gli atti del fascicolo e poiché, nonostante il
lungo tempo trascorso dalla data del fatto anzidetto, non si sono avute notizie utili per la identificazione dei loro
autori e per l'accertamento della responsabilità, "ordina la provvisoria archiviazione degli
atti"61.
Il 31 maggio 1995 il suddetto fascicolo processuale, "rinvenuto presso l'archivio dei Tribunali militari
di guerra soppressi", viene trasmesso alla Procura militare di Torino.
Il 3 giugno 1995 la Procura militare di Torino forma analogo fascicolo processuale per "violenza con
omicidio commesso a Santhià il 30 aprile 1945 in danno di popolazione e partigiani in Santhià".
Il 13 giugno 1995 il Gip del tribunale militare, vista la richiesta di archiviazione del Pm e, rilevato che
erano rimasti ignoti gli autori del reato, dichiara di "non doversi promuovere l'azione penale" e dispone la
restituzione degli atti al Pm.
Tuttavia, prima di disporre la definitiva archiviazione e dedicando maggior attenzione ad una strage
così grave, viene effettuato un ultimo tentativo per reperire i responsabili, mediante le seguenti richieste aventi
come oggetto "Indagini sui crimini di guerra".
Il 2 marzo 2000 vengono richiesti ulteriori chiarimenti ai carabinieri di Santhià; il 21aprile 2000 viene
richiesto al Nucleo operativo dei carabinieri di Torino di acquisire, anche mediante l'Interpol, notizie circa l'esistenza
in vita e la reperibilità del colonnello Richard Ernst, già comandante del reggimento 100 Gebirgs-Jaeger e
del capitano Singer, appartenente al 2o
battaglione del predetto reggimento, appartenente alla V Gebirgs-Division.
Il 1 agosto, il 4 agosto e il 3 novembre 2000 vengono inviati solleciti al predetto nucleo operativo; il 14
novembre 2000 la Procura militare di Torino riceve via fax dal suddetto reparto operativo dei carabinieri di Torino un
messaggio dal quale risulta che, in base ai dati degli atti civili, il colonnello Ernst era deceduto a Hirschau il 6 luglio
1986, mentre il capitano Singer, che era stato fatto prigioniero dagli americani e rinchiuso nel campo di Verona
fino all'11 settembre 1945, era deceduto a Tuebingen il 6 settembre 1997.
A seguito della suddetta informativa, la Procura militare di Torino dispone la definitiva archiviazione
del fascicolo processuale con il n. 8828.
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