Pierfrancesco Manca

Guerra civile e guerra di popolo nel Biellese*



La polemica esplosa alla fine degli anni ottanta sulla legittimità dell'uso della categoria di "guerra civile" per indicare il conflitto che dopo l'8 settembre 1943 si combatté in Italia tra fascismo e antifascismo, interessò anche il Biellese. Questa rivista pubblicò numerosi articoli sull'argomento e dedicò una rubrica alle opinioni dei lettori. È utile ricordare alcuni elementi ricorrenti nelle argomentazioni dei partigiani e degli antifascisti intervenuti nel dibattito per negare che fu combattuta una guerra civile.
Il nucleo centrale delle argomentazioni presentate è l'identificazione tra movimento di liberazione e movimento di popolo: "La lotta di liberazione fu una guerra patriottica..." i partigiani non avrebbero potuto vincere la guerra "...se non ci fosse stata la popolazione che li sosteneva; nascondendoli [...] informandoli quando avvenivano i rastrellamenti [...] nutrendoli e vestendoli"1.
La partecipazione popolare alla Resistenza è ritenuta incompatibile con la visione tradizionale della guerra civile, che presuppone lo scontro diretto tra due schieramenti di cittadini. Il nemico è quindi "escluso dalla cittadinanza": "Le forze partigiane [...] perseguivano la liberazione del territorio italiano dal tedesco invasore e dai fascisti mercenari, quindi 'nemici', quindi anch'essi 'stranieri' e come tali da considerarsi a tutti gli effetti"2. Viene anche ricordato che "molti, oltre a essere agli ordini dei tedeschi, vestivano la loro stessa divisa"3. Dall'estensione della qualifica di "straniero" al fascista repubblicano deriva l'impossibilità di parlare di guerra civile. Dunque "nella guerra di liberazione non c'erano due parti in lotta (della stessa nazione), ma il popolo italiano da una parte e i tedeschi dall'altra, sostenuti da un piccolo nucleo di fascisti"4.
Le argomentazioni contrarie alla categoria di guerra civile si fondano quindi sulla supposta incompatibilità di guerra civile e guerra di popolo.
Certamente la proclamata "rinascita fascista" non fu che l'ombra del passato regime, e il fatto che i fascisti potessero esibire di nuovo la loro prepotenza soltanto perché protetti dalle baionette tedesche privava quella "resurrezione" di ogni margine di eroicità. Vero è che fu larga la partecipazione popolare alla Resistenza e molto estesa l'ostilità verso i tedeschi e i fascisti; nell'estate del 1944 anche le fonti fasciste ammettevano che "l'opinione pubblica è sempre orientata contro il Fascismo, ritenuto responsabile della guerra e delle conseguenti rovine, lutti, miserie. Solo una minoranza [...] ravvisa nel tradimento la vera causa della presente situazione italiana"5.
Tuttavia tra i partigiani e il "piccolo nucleo di fascisti" si consumò un conflitto spietato, la più tragica e lacerante delle guerre, quella nella quale è maggiore l'intensità della violenza6.
Non si tratta di equiparare fascisti e partigiani, non avrebbe senso né sul piano etico né su quello storico, ma è necessario ripercorrere la storia della Resistenza senza rimozioni, senza indulgenze, cercando di cogliere il clima di dolore e di paura di quei mesi, recuperando, come ha suggerito Mario Isnenghi, la "dimensione tragica nella storia d'Italia"7.
Si tratta di un percorso interpretativo nel quale i concetti di guerra civile e di guerra di popolo perdono ogni accezione mitica, e strumentale, per divenire due aspetti inscindibili dello stesso processo storico. Se risulta improprio e pretestuoso richiamarsi alla "lotta fratricida" negando l'ampia e diffusa adesione popolare alla Resistenza, quest'ultima non può essere compresa fino in fondo se separata dal contesto di guerra civile nella quale si sviluppò; poiché movimento di liberazione e popolazione cercarono incessantemente punti di equilibrio e mediazioni durante i venti mesi di governo della Rsi, stabilendo legami fitti e articolati.
Il 14 dicembre 1944 andava in onda la prima trasmissione di "Radio Libertà", l'emittente radiofonica della Resistenza biellese. Le trasmissioni della radio garibaldina sottolineavano il consenso popolare raccolto dai partigiani e la partecipazione dei civili alla guerra di liberazione. Una rubrica era dedicata alla posta e le voci dei presentatori davano indicazioni su come farla pervenire all'emittente: "Scriveteci: le vostre lettere presto o tardi ci giungeranno: siamo collegati con tutte le formazioni partigiane [...] Ricordate: Radio Libertà. Indirizzo: ogni casa d'Italia"8.
I partigiani erano ormai coscienti di combattere una guerra di popolo contro "l'invasore tedesco" e contro il fascismo, ma quando era sorta con tanta chiarezza questa consapevolezza?
L'esistenza di stretti rapporti con il territorio nel quale operava fu indubbiamente condizione necessaria alla sopravvivenza stessa della Resistenza. Le comunità biellesi fornirono sostegno, appoggio, rifugio ai partigiani; garantirono forme di controllo sociale che ridussero i rischi di delazione. Tuttavia il rapporto tra Resistenza e territorio non fu privo di contraddizioni, difficoltà e incomprensioni; durante il primo inverno di lotta rischiarono addirittura di venire meno i legami che avevano consentito la nascita dei primi distaccamenti garibaldini.
Soltanto a partire dal giugno del '44, con la grande affluenza di nuove reclute partigiane, "nel popolo cominciò a formarsi lo spirito partigiano, quello che oggi è di tutti"9.
Un processo complesso e in continuo divenire è dunque il fuoco principale della nostra analisi; che deve prender le mosse dalle condizioni che resero possibile il definirsi e il consolidarsi dell'ampia adesione e del diffuso consenso alle formazioni partigiane.

I figli delle valli biellesi

La speranza di nascondersi ai tedeschi e ai fascisti; la volontà di ribellarsi all'occupante; l'antifascismo maturato in famiglia o nelle fabbriche; la necessità di agire di fronte allo sfascio del Paese furono le principali motivazioni che convinsero i giovani a unirsi alle prime bande di ribelli. Tuttavia va considerato anche il contesto nel quale ogni decisione maturò, perché è con le relazioni amicali e con l'opera di singoli antifascisti operanti nei paesi del Biellese che la scelta si definiva e si attuava: "Eravamo una squadra che giocavamo le carte no, allora lì: 'ma come facciamo?'... 'mah - uno dice - mah, io vado su in montagna, c'ho un parente lassù'... allora uno dice: 'ma tu dove vai?'... 'mah, stare qui non mi va tanto, vengo su anch'io, c'è il posto?'... 'ma sì, c'è un'altra piccola baita vicino, andiamo'. Allora... uno per l'altro, finché ci siam ritrovati in dodici"10.
Applicate a una scala di ricerca sufficientemente grande, le dinamiche della scelta, magistralmente riassunte da Claudio Pavone11, acquistano spessore, emergendo con le necessarie sfumature e rimandando a nuove categorie interpretative e a ulteriori terreni d'indagine.
La decisione di prendere la strada della montagna nasce quindi da una pluralità di motivazioni e tra le principali vanno collocate l'appartenenza sociale e territoriale e la rete di rapporti parentali e amicali. Significativa in tal senso è la presenza abbastanza frequente di reclute partigiane di uno stesso paese che scelgono di aderire insieme a una stessa formazione.
Durante i venti mesi di lotta partigiana la coesione garantita dalla comune provenienza venne rispettata e favorita dai comandi garibaldini: il 13 novembre 1944 Ulisse, del Comando raggruppamento divisioni "Garibaldi" biellesi, inviava al comando della 75ª brigata la richiesta di trasferimento di due garibaldini a quella formazione, aggiungendo a mano: "Sono due miei compaesani che prestavano servizio presso il Com[ando] Div[isione] "Ora li mando di là con mio fratello e mio cugino Gandhi e molti altri miei paesani..."12.
La decisione di diventare partigiano non significò quindi, nella maggior parte dei casi, l'allontanamento dalle proprie abitazioni e dai propri familiari. La possibilità di operare nelle proprie zone di residenza era considerata come una risorsa fondamentale dai resistenti: nei mesi di marzo e aprile alcuni dei garibaldini piemontesi non residenti in provincia di Vercelli abbandonano le formazioni del Biellese per unirsi a quelle operanti nella propria zona di provenienza. Nell'aderire a una nuova formazione sembra incidere, più dell'appartenenza politica, l'esigenza di assicurarsi un rifugio nei momenti di difficoltà e la certezza di trovare maggiore protezione e ospitalità in luoghi familiari13.
Anche Fenoglio si è soffermato sulla predominanza del fattore territoriale su quello politico nel determinare la scelta, nel racconto "Gli inizi del partigiano Raoul": "in politica io sono rosso e a cose finite è facile che m'iscrivo al partito comunista... - E allora perché stai nei badogliani? - Cosa vuol dire? Io sono nei badogliani perché quando son venuto in collina son cascato in mezzo ai badogliani. Se cascavo in mezzo agli anarchici o ai partigiani del Cristo che so io, facevo il partigiano con loro. Cosa vuol dire?"14.
"L'autoctonia" è caratteristica della Resistenza piemontese nell'arco dei venti mesi di lotta di liberazione, ma certamente si accentua con la riorganizzazione delle formazioni a partire dall'estate del 1944, quando furono conquistate basi relativamente stabili per i distaccamenti. I comandi partigiani favorirono il mantenimento dei legami tra resistenti e territorio, così da alleviare i problemi di sostentamento e alloggiamento degli uomini.
È esemplare in tal senso quanto accadde nella zona ligure-alessandrina: "Molti giovani avevano preso spontaneamente le armi per difendere i loro paesi. Questi giovani chiedevano ora di essere armati ed organizzati stabilmente, pur continuando a rimanere presso la loro famiglia ed al loro lavoro. Questa soluzione fu trovata da noi ottima, in quanto senza aggravare i nostri problemi di rifornimento, ci dava la possibilità di accrescere la nostra forza con una massa di manovra disponibile per ogni evenienza"15.
Provvedimenti analoghi furono presi anche nel Biellese: il 25 agosto 1944 il comando della 2ª brigata ordinava: "Tutte le persone che si presentano per essere incorporate quali nuovi garibaldini, devono essere accettate solo se residenti nella zona della 2ª brigata. Tutti gli altri individui residenti in zone diverse devono essere inviati o alla 50ª o alla 75ª brigata a seconda dove questi hanno la loro residenza"16.
Un documento analogo, datato 3 gennaio 1945, proviene dal Biellese orientale e contiene la richiesta di trasferire un garibaldino poiché "ha la famiglia nella nostra zona"17.
Oltre a risolvere il problema del sostentamento dei numerosi nuovi partigiani, i resistenti "autoctoni" rinsaldavano i rapporti con le comunità dalle quali provenivano, garantendo ai garibaldini un migliore controllo del territorio e la possibilità di trovare rifugi relativamente sicuri in caso di rastrellamenti nemici. La loro presenza è assolutamente considerevole dal punto di vista quantitativo: oltre l'80 per cento dei circa 4.300 resistenti delle formazioni garibaldine biellesi risultava infatti residente in provincia di Vercelli.
Conseguenza principale della provenienza autoctona di gran parte dei combattenti della Resistenza biellese fu la possibilità di riconoscersi completamente nelle comunità nelle quali si agiva e si aveva la propria sede.
Le testimonianze al riguardo sono molto numerose e spesso sottolineano la forte coesione sociale che regnava nei paesi operai anche prima dello scoppio del conflitto: "Eravamo tutti amici perché ci siamo allevati insieme e cresciuti insieme; era un'amicizia che derivava dal vivere tutti insieme; vicini, in questo quartiere popolare [di Tollegno] dove si può dire ci sia stata una famiglia unica... Amicizia che è rimasta e si è consolidata nella Resistenza... Dopo l'8 settembre i primi giovani sono andati in montagna e noi si andava su a trovarli, non era proprio un'attività partigiana, erano commissioni... poi si sono formati i gruppi partigiani già più organizzati..."18.
I giovani partigiani sembrano incarnare l'avanguardia di un gruppo sociale (in questo caso gli operai tessili di Tollegno) già fortemente compatto prima della guerra; il rapporto che ne deriva è presentato privo di incrinature. Nell'immagine senza sbavature che si vuole sovrapporre a una realtà più complessa, probabilmente non è assente una "forzatura della memoria"; tuttavia se rivolgiamo lo sguardo ai documenti dell'epoca, l'immagine che la popolazione restituisce del suo rapporto con i partigiani non cambia. In occasione del capodanno del 1944 i dipendenti del Lanificio di Pavignano organizzarono una sottoscrizione in favore dei "Patrioti" della zona; la dedica recitava: "Le vostre mamme, le vostre spose, i vostri cari uniti ai dipendenti del Lanificio..."19. Analogamente le "donne della valle di Andorno" facenti parte dei Gruppi di difesa della donna scrivevano alla V divisione "Garibaldi" in occasione del Natale: "Le madri, le sorelle, le spose, le compagne degli epici garibaldini, che in armi combattono per la difesa del popolo, per la sua libertà, unite in una sola volontà di lotta per la vittoria comune..."20. Il documento dimostra una certa coscienza politica, la guerra è interpretata come scontro ideale e il partigiano è descritto come "il giusto", che vive tra i pericoli lontano dalla propria casa. Tuttavia il recupero dell'immagine della prima Resistenza, "quella della montagna", serve a evidenziare ancor più i legami tra la comunità di Andorno e i suoi figli. Le donne, da casa, incoraggiano alla lotta e "vogliono essere vicine spiritualmente e moralmente ai loro figli, ai loro fratelli, ai loro sposi, ai loro compagni, ai combattenti..."21; descrivendo un gruppo ampio, ma dai confini netti, perché definiti dall'appartenenza comunitaria e ideale.
La guerra civile aveva imposto alle comunità biellesi criteri di inclusione ed esclusione rigidi, che avevano ridisegnato le appartenenze e i gruppi sociali. Dove la Resistenza aveva un più forte radicamento, più alto era il livello di riconoscimento reciproco con la comunità. A fine settembre le formazioni garibaldine contavano ormai circa 3.000 resistenti, cifra che indica una larga partecipazione alla lotta di liberazione.

La divisione del territorio
Fare parte del tessuto sociale nel quale si era inseriti non significava automaticamente maggiore protezione e fino all'estate del 1944 fu molto difficile per gli antifascisti biellesi trovare luoghi "sicuri" sia dalle delazioni delle spie sia dagli attacchi delle forze armate tedesche e repubblicane.
Valgano a esempio gli antifascisti di Cossato, costretti, nei primi mesi del '44, ad abbandonare il paese per la crisi attraversata dal distaccamento "Piave".
A partire da giugno, con il Biellese controllato dai partigiani, a eccezione dei pochi centri nei quali avevano sede i presidi fascisti, ebbero inizio movimenti di persone che disegnavano due flussi: quello degli oppositori della Rsi verso le zone libere, e da qui quello dei simpatizzanti fascisti verso i centri presidiati dalle forze armate repubblicane.
Il 4 settembre il notiziario della Gnr testimoniava che "l'attività dei banditi che infestano la Valsesia, il Biellese e la zona pedemontana è sempre molto intensa. L'esiguità delle forze preposte ai rastrellamenti non può mutare la situazione, che mantiene in continuo allarme quelle famiglie di sentimenti patriottici che non hanno avuto la possibilità di sfollare dai loro paesi"22. Dunque i fascisti che potevano farlo avevano abbandonato i centri del Biellese soggetti al controllo garibaldino fin dall'estate. Chi non poteva andarsene, doveva chiudersi in un riserbo totale per non destare sospetti tra gli informatori dei partigiani.
Quando non nasceva dal consenso, i garibaldini dovevano garantirsi l'omertà della popolazione con la costrizione e le minacce. Il 22 dicembre 1944 Ezio Peraldo "Alba", responsabile del Servizio informazioni e polizia della V divisione, scriveva a una donna di Oropa segnalata perché manteneva contatti con una famiglia di simpatie fasciste: "La vostra attività e le persone che frequentano la vostra casa non sono delle più raccomandabili in questi momenti di lotta e di guerra per il popolo italiano [...] Se voi persistete nell'accogliere e nel frequentare detta famiglia siamo costretti a procedere senza indugio e per direttissima nei vostri confronti"23.
Anche i partigiani si posero il problema di dare protezione ai propri familiari residenti nelle zone in cui era più debole la loro presenza: il 29 dicembre 1944 il garibaldino Adone chiedeva al Comando raggruppamento divisioni biellesi l'autorizzazione a trasferire la moglie nella zona di Pettinengo, perché oggetto di persecuzione da parte dei fascisti a Vercelli24.
La divisione del territorio ricalcava la tradizionale separazione tra centro e periferia: "La Repubblica sociale conservava l'esercizio formale delle proprie funzioni solo là dove la presenza militare tedesca ne garantiva l'autorità, mentre in periferia il funzionamento dell'apparato statale risultava fortemente pregiudicato"25.
L'8 marzo 1945 Alba inviò una lettera di ammonimento a un funzionario comunale di Biella, per indurlo ad astenersi "dal tenere lo stesso tenore di vita e di azione perché la mano della nostra, della vera giustizia, non tarderà a raggiungervi anche se trincerato dietro le mura della città"26.
Si acuiva la contrapposizione tra le città, Biella e Vercelli, e i paesi biellesi. I due principali centri urbani della provincia erano sede di importanti presidi tedeschi e fascisti, da dove provenivano la maggior parte delle spie che cercavano di infiltrarsi nelle formazioni. Anche le forme di controllo sociale, efficaci nelle piccole comunità delle valli, venivano meno se tentate nei grandi centri.
A Biella e a Vercelli funzionavano reti di informatori partigiani, ma esse non erano in grado di fornire informazioni precise su tutti i giovani che chiedevano di essere arruolati dai garibaldini, sugli sfollati nei paesi, sui fermati perché trovati a passeggiare per le colline in mano ai ribelli. I residenti in città finirono per essere guardati con un certo sospetto, specie quelli della lontana Vercelli; erano i "metropolitani"27, che non avevano mai avuto particolari affinità con gli "operai montanari" delle valli Biellesi.

Il territorio come risorsa
Combattere nella propria zona di residenza significò anche poter attuare la tecnica della guerriglia, che si basava su rapide imboscate, colpi di mano e sabotaggi, che richiedeva di "fare il vuoto" di fronte ai rastrellamenti nemici, e che soprattutto imponeva la perfetta conoscenza dei luoghi di combattimento, delle baite raggiungibili, dei sentieri, delle asperità del terreno.
La completa padronanza delle zone nelle quali si agiva era per i resistenti un'arma fondamentale, riconosciuta anche dai fascisti. Ha scritto Carlo Mazzantini, milite della "Tagliamento": "Quei luoghi appartenevano a loro, quelle valli, quei paesi. Gli appartenevano e li difendevano. Ne conoscevano i sentieri, le baite, le forre. Sapevano quante ore di marcia ci avrebbero impiegato ad arrivare a quel crinale, quale percorso avrebbe seguito sulla costa spelata la nostra fila scura, gli ostacoli e le incertezze che ci avrebbero ritardato. Avevano informatori, staffette che si arrampicavano ai loro rifugi, misteriosi segnali d'allarme"28. Era stato anche grazie all'uso strategico del territorio fatto dai partigiani che i militi di Zuccari non avevano potuto avere la meglio sulle formazioni garibaldine nell'inverno del 1943-44. Ma il radicamento nel territorio implicava solidi legami con la popolazione: conoscenze, amicizie, affetti, parentele.

La paura
La guerra di popolo fu però un obiettivo conquistato faticosamente, frutto della continua e dolorosa ricerca del giusto equilibrio tra la permanenza nel paese di residenza e la disponibilità alla mobilità, le tendenze campanilistiche e l'acquisizione di un orizzonte nazionale e sovranazionale di lotta. Sui limiti e sui rischi impliciti nel rapporto con le popolazioni è perciò necessario soffermarsi.
Il legame strettissimo che legava partigiani e popolazione non rispondeva a regole assolute, era piuttosto un rapporto dinamico, che cambiava nel tempo e a seconda delle necessità imposte dagli eventi e dalle scelte operate dai comandanti delle formazioni, le quali dovevano perseguire gli obiettivi militari e politici della lotta e, contemporaneamente, far fronte alle richieste che giungevano dalla popolazione.
L'eccessivo radicamento dei distaccamenti alla propria zona operativa poteva comportare anche rischi e problemi. Il 20 settembre 1944 i comandanti del distaccamento "Terribile" chiesero al comando della 2ª brigata che fosse loro concesso di far svolgere brevi marce ai propri uomini così da raggiungere ogni volta i vicini distaccamenti e trascorrere con loro alcune ore. L'iniziativa si era resa necessaria affinché gli uomini della brigata conoscessero di persona i propri compagni e ogni garibaldino imparasse "a stimare; con una maggior convinzione, non solo i propri, ma pure i comandanti d'altri reparti"29.
Il documento testimonia sia la centralità del distaccamento come "unità di misura" della Resistenza sia il rischio di una interpretazione campanilistica del conflitto in corso, provocato dagli orizzonti troppo ristretti con i quali si confrontavano i combattenti.
La Resistenza aveva fin dal suo sorgere instaurato con la gente del Biellese un "rapporto di scambio", fondato sul soddisfacimento dei reciproci bisogni: i partigiani dovevano la loro stessa sopravvivenza alla popolazione che li proteggeva, procurava loro cibo e denaro, segnalava la presenza dei tedeschi e dei fascisti; in cambio le formazioni consentivano ai giovani di sottrarsi all'arruolamento e alla deportazione in Germania, garantivano l'ordine pubblico nelle molte zone sfuggite al controllo delle istituzioni repubblicane, contrattavano con gli industriali il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. Lo scambio avveniva anche sulla base di elementi meno "concreti e tangibili": i comandi partigiani fin dal dicembre 1943 dovettero considerare anche la paura come fattore che deteriorava i propri rapporti con le comunità delle valli, colpite duramente dalle rappresaglie fasciste. Almeno fino all'estate del '44 i garibaldini furono impotenti di fronte alle vendette fasciste, che colpivano i territori che avevano dato loro ospitalità.
I civili, non potendo estraniarsi dal conflitto, si sentivano "schiacciati" tra i contendenti, maturando la consolatoria illusione che a rimetterci fossero loro soltanto; è quanto accadde nel marzo del '44 a Rassa, dopo la fucilazione di un gruppo di partigiani: "Poi ho visto uno che è andato lì con la rivoltella e ha dato il colpo di grazia a tutti. Quindi questo maggiore mi ha detto: 'Adesso noi ce ne andiamo, se sappiamo che qui ci mette piede ancora un partigiano, noi bruciamo tutto il paese...' Io gli ho detto: 'Arrivate voi siete armati, arrivano gli altri sono armati, e noi dobbiamo subire gli uni e gli altri'..."30.
La solidarietà spontanea per i ribelli vacillava di fronte al rischio di essere coinvolti nelle stragi e i tedeschi lo sapevano bene; di fronte alla necessità di proteggere le proprie retrovie non avevano nessuno scrupolo a commettere stragi, a puro scopo dimostrativo: "Il soldato tedesco è costretto, nelle zone infestate da bande, a supporre che ogni borghese, di ambo i sessi, sia capace di un assassinio a tradimento e che da ogni casa possano partire colpi di arma da fuoco mortali"31.
L'impietosa e brutale strategia antipartigiana già adottata dai tedeschi nei paesi europei occupati, fu fatta propria anche dai reparti italiani della Rsi che, alle motivazioni strategiche della violenza, ne aggiunsero altre di carattere psicologico: la necessità di punire i traditori, i nemici della patria, i "non italiani". L'intero Piemonte fu percorso dalla volontà punitiva dei nazisti e dei fascisti e sempre con analoghi risultati: il diffondersi della paura e del dubbio sull'utilità di una lotta che tante sofferenze stava costando.
Ricorda un testimone intervistato da Nuto Revelli. "I partigiani se ne stessero un po' in montagna... Sì sì, è guerra. Ma vengono giù, ammazzano un capitano, e poi magari va a finire che i tedeschi si vendicano, e ammazzano tuo padre, tua madre, e i fratelli"32. Estremamente efficaci sono anche le pagine nelle quali Fenoglio descrive lo stato d'animo della popolazione della zona di Alba nell'ottobre del '44 dopo la sconfitta partigiana, che meritano di essere riportate integralmente per il loro valore paradigmatico: "Tutta la gente stava cambiando, gradualmente, dappertutto. La disfatta partigiana in città aveva influito anche su loro, sulla loro speranza di una fine della guerra ragionevolmente vicina. Per mesi e mesi avevano dato ed aiutato e rischiato, unicamente in cambio di assicurazioni di un progresso verso la vittoria, per i loro raccolti e i loro greggi e il loro tranquillo andare a fiere e mercati, questa brutta faccenda di tedeschi e fascisti seppellita una volta per tutte. Ora, dopo la secca lezione della città, dovevano continuare a dare, aiutare e rischiare testa e tetto, nella brumosa lontananza della vittoria e della liberazione. Per mesi avevano dato e aiutato sorridendo, ridendo e facendo un mondo di fiduciose domande, ora dovevano cominciare a dare in silenzio... infine in muta e poi non più muta protesta"33.
I documenti relativi al Biellese riportano analoghe diffidenze e paure, confermando il mese di giugno come il periodo nel quale anche la visione popolare della Resistenza muta profondamente. In primavera "nella comunità [di Crevacuore] c'è chi li considera con benevola comprensione patrioti sinceri e utopisti che vogliono cambiare il mondo, chi ingenui plagiati e mandati allo sbaraglio dai 'vecchi' antifascisti, chi solo scapestrati che si fanno partigiani per sbarcare il lunario non avendo il lavoro perché renitenti e genitori in grado di mantenerli" e "sono in tanti per nulla convinti che il loro sacrificio possa servire a qualcosa"34.
Nell'estate del 1944 la guerra sembrò davvero sul punto di finire; ma non cessava la caccia ai renitenti, né la deportazione dei cittadini italiani in Germania, né la guerra civile che colpiva con sempre maggiore ferocia. La gente delle valli biellesi affidò i suoi figli ai partigiani con rinnovata fiducia, perché andavano in distaccamenti distanti pochi chilometri, tra gente conosciuta; con il delinearsi della sconfitta militare dell'Asse, si era allentata anche la morsa di paura che aveva stretto le valli biellesi.
La trasformazione è stata ben colta da Alessandro Orsi: "Il rapporto tra Crevacuore e movimento garibaldino si modifica sensibilmente nel mese di giugno: le brutalità prima e la partenza dei fascisti poi hanno estraniato la gente dalla repubblica di Salò; la presenza partigiana assume la funzione di punto di riferimento e di governo per i cittadini; le scelte di arruolarsi dei giovani del paese invischiano decine di famiglie, cattivando per il movimento patriottico ansiosa attenzione e fraterno aiuto; anche la decisione del comando del 'Pisacane' di spostare le operazioni di guerra verso la pianura si caparra consensi e crea sollievo; persino la partecipazione di molti giovani 'da fuori' alle formazioni sembra utile agli occhi dei crevacuoresi per deviare le stoccate dei fascisti, così violentemente concentrate nei mesi scorsi sul borgo. Inoltre aumenta la simpatia della classe operaia, che ottiene dagli industriali, in seguito all'azione garibaldina, le cinquecento lire mensili per adeguamento carovita"35.

I rapporti con la popolazione
Le dimensioni della partecipazione popolare alla Resistenza, sia come numero di adesioni alle formazioni sia come sostegno non armato ma altrettanto importante, consentono di parlare del movimento di liberazione come di un movimento di popolo, voluto e sostenuto da una larga maggioranza di italiani soggetti all'occupazione tedesca e al governo della Rsi. Il principale elemento che rese possibile il notevole sviluppo della Resistenza e la formazione di "zone libere" nella regione, fu il "circolo virtuoso" per il quale all'avanzata alleata in Italia centrale e all'apertura di un secondo fronte in Francia, seguì l'allontanamento di numerosi reparti tedeschi e repubblicani dalle zone partigiane piemontesi e quindi l'abbandono di molti dei presidi aventi funzioni antipartigiane, con conseguente accelerazione del processo di crescita delle formazioni.
Sarebbe però impreciso e fuorviante identificare nell'andamento del conflitto mondiale l'unico motivo dei consensi raccolti dal movimento di liberazione nell'estate del '44. Per quanto riguarda il Biellese - ma analoghe considerazioni potrebbero certamente valere per l'intero Piemonte e per buona parte dell'Italia occupata - la sfida garibaldina di coinvolgere nella lotta al nazismo e al fascismo la fascia più ampia possibile di società civile, fu vinta grazie a un'attenzione continua alle esigenze della popolazione, a un ascolto puntuale delle sue richieste, a un'assunzione di responsabilità che talora esulavano dagli obiettivi immediati della lotta. Vale la pena mettere a fuoco alcuni di questi passaggi e interpretarne le ricadute sui rapporti con i biellesi.
In primo luogo ebbe enorme importanza il ruolo svolto dai garibaldini nei confronti della classe operaia biellese, fin dagli scioperi di dicembre e di gennaio. I legami stabiliti in quel periodo non vennero mai completamente meno. La repressione degli scioperi aveva sconvolto le comunità operaie: presunti capi delle agitazioni caricati sui camion, uomini e donne prelevati dai reparti e mai più tornati, arresti, maltrattamenti, uccisioni. La prudenza era aumentata, talora provocando un rallentamento nello sviluppo dell'organizzazione antifascista di fabbrica, ma l'ambiente operaio si rivelò sempre prodigo di aiuti fornendo nuovi ribelli alle formazioni, contatti con il territorio, divulgazione del materiale propagandistico, informazioni e persino la produzione e la riparazione di materiale bellico per i partigiani36. I garibaldini erano del resto riconosciuti come gli artefici principali delle migliorie di salario e di alimentazione concesse dagli industriali: "Da Cerruti il Natale 1944 [distribuirono] anche tagli di stoffa. Elargizioni che le testimoni attribuiscono non alla generosità del padrone, ma alla pressione delle formazioni partigiane e all'effetto degli scioperi per il pane" 37.
Un secondo elemento da considerare riguarda le sofferenze imposte alle popolazioni dalla presenza partigiana. Spesso i comandi garibaldini dovettero decidere se ritirarsi di fronte alle minacciate violenze sulla popolazione o proseguire nei propri intenti, a rischio di subire l'accusa d'avere scatenato la rabbia dei nazisti e dei fascisti. Le scelte adottate non risposero a un solo criterio, ma tennero in considerazione più fattori: nel febbraio del 1944 i partigiani, malgrado la minaccia dei nazisti di incendiare l'intero paese di Serravalle Sesia, non rilasciarono i tre tedeschi catturati in Valsesia; in questo caso la sfida fu vinta dai partigiani, che ottennero uno scambio di prigionieri senza che fosse fatto alcun male alla popolazione. In altre circostanze i garibaldini agirono diversamente; malgrado gli ordini del comando regionale di interrompere ogni produzione industriale a vantaggio dei nazisti, nelle valli ci si rese conto che se i tedeschi non avessero ottenuto merci avrebbero deportato in Germania i macchinari e i lavoratori biellesi. Con il consenso dei distaccamenti, anche dalle fabbriche situate nelle zone libere alcuni camion cominciarono a partire per i magazzini nemici, con grande sollievo della popolazione. Per evitare rappresaglie sugli operai, le azioni partigiane colpivano i mezzi incaricati del trasporto delle merci e non direttamente le fabbriche.
Significativa è anche la vicenda del santuario d'Oropa, occupato dai garibaldini del "Bixio" nel giugno perché sito in una posizione strategica che consentiva di minacciare la stessa città di Biella. Quel luogo rivestiva però una grande importanza per il clero biellese, tanto che intervenne il vescovo di Biella perché fosse risparmiato dagli scontri. Quando il 29 si profilò un attacco diretto dei fascisti al santuario, furono gli stessi garibaldini a decidere di abbandonarlo per evitare che subisse danni. Lo stesso vescovo Rossi ringraziò pubblicamente il distaccamento del gesto compiuto, scrivendo una lettera pubblicata dall'organo del Partito comunista "La nostra lotta", che apriva una fase di distensione nei rapporti tra clero biellese e Resistenza38.
A partire dall'estate del 1944 la Resistenza biellese riuscì ad avvicinare anche il mondo contadino del Vercellese. In particolare il distaccamento "Vercelli" del "Bixio", guidato da Pietro Camana "Primula", condusse azioni rilevanti penetrando perfino nelle lontane pianure attigue al capoluogo provinciale, dove appoggiò i contadini nell'opporsi agli ammassi di grano e di bestiame, ottenendo un prezioso aiuto per estendere la lotta partigiana ai braccianti e ai contadini di quelle zone. Così Primula descriveva le azioni di giugno: "Ieri mercoledì 22 [giugno] abbiamo intralciato il raduno di Salussola [...] la popolazione tutta contenta. Entusiasmo generale. Oggi giovedì 23 c'era il raduno a Santhià, eravamo tutti stanchi ma bisognava andarci [...] risultato: non un capo di bestiame è giunto a Santhià [...] tra metropolitani e repubblica erano circa 300 ma non sono usciti dalle strade principali. Figuratevi eravamo in 16 [...] la popolazione molto ci aiuta [...] Riguardo la trebbiatura in diversi posti siamo stati presenti [...] distribuito il grano ai contadini in pieno accordo con gli agricoltori"39.
Infine i partigiani, tentarono di trovare soluzioni al problema della "borsa nera", si impegnarono nelle "zone libere" per la costituzione di amministrazioni cittadine liberamente elette, punirono con estrema severità ogni abuso sulle popolazioni perpetrato dai propri compagni. Certamente il loro comportamento era ispirato ai nuovi valori dei quali si facevano portatori: libertà e democrazia in primo luogo; ma conquistare la fiducia e l'appoggio delle comunità con le quali si interagiva era anche necessario alla sopravvivenza stessa della Resistenza.

Il concetto di straniero

Quale immagine del nemico ebbe la Resistenza? Chi era lo straniero?
Per rispondere a queste domande occorre premettere alcune considerazioni. La seconda guerra mondiale aveva provocato un restringimento degli spazi mentali degli italiani. Di fronte ai lutti e alle sofferenze patite, di fronte alla perdita del futuro e all'incapacità di dare una spiegazione agli eventi, gli ambiti di riferimento si ridussero fino a rinchiudere le esistenze individuali all'interno dell'ambito ristretto del proprio paese o del proprio quartiere, alla ricerca di una serenità impossibile da recuperare, di una solidarietà che si esprimeva nel comune cordoglio ai concittadini caduti, nella condivisione della speranza che il conflitto avesse presto fine. La guerra di liberazione, e quella inevitabile tra italiani, scatenarono complessi meccanismi di inclusione/esclusione dalle comunità, spezzando i legami che avevano costituito un'illusoria difesa dai terribili eventi bellici. Gli italiani, che in luglio si erano trovati "orfani" del fascismo, a settembre si dovettero orientare nella complessa costellazione dei poteri che si muovevano nella penisola: la monarchia e gli Alleati angloamericani a Sud, il governo repubblicano e gli occupanti tedeschi al Centro-Nord, ai quali si contrapponevano i partigiani, composti da forze politiche tra loro diverse.
I tedeschi erano il nemico più facilmente identificabile per la Resistenza e per la popolazione italiana. Erano stati alleati stimati, perché temuti, durante i primi anni di guerra, ma ora l'Italia aveva cambiato schieramento e rischiava di essere travolta dalla stessa violenza che aveva contribuito a scatenare in Europa. I racconti della ritirata di Russia e delle brutalità commesse dai nazisti nei confronti delle popolazioni slave avevano avuto ampia diffusione. La paura creava miti sui tedeschi: l'imbattibilità, la precisione disumana anche quando si trattava di attuare le violenze, l'indifferenza per la propria vita privata, la disciplina perfetta di ogni soldato, l'incondizionata fiducia nel führer. Miti che riaffiorano anche nelle testimonianze. Nel gennaio del 1945 William Valsesia ebbe modo di parlare con alcuni prigionieri tedeschi: "Chiesi se sapevano dei bombardamenti a tappeto su Düsseldorf, Colonia, Francoforte, Dresda e se avevano notizie della famiglia. Da tempo non ne avevano. 'Bomb Amerika... ja, ja, naturlich, normale... Noi prima bombardare Londra, loro adesso bombardare Germania'. Risposta fredda, coscienza insensibile, sentimenti umani cancellati dal nazismo..."40.
Ogni guerra richiede la demonizzazione del nemico, non accetta sfumature. "La guerra era guerra - ha scritto Nuto Revelli - e in quei venti mesi ogni tedesco ucciso voleva dire una pallottola ben spesa, un nemico in meno"41; ma nello stesso libro ha poi lasciato che il dubbio affiorasse attraverso le parole di un suo amico tedesco: "magari il vostro odio di allora vi ha accecati, fino al punto che non vedevate più quei tanti poveri diavoli che indossavano pure la divisa tedesca"42.
L'immagine dei nazisti poteva facilmente assumere i contorni semplicistici del mito; talvolta la brutalità della realtà superava le iperboli della fantasia e nei tedeschi la rabbia e la voglia di vendicarsi del tradimento subito, favorite da una tradizione militare che prevedeva la guerra di sterminio, crescevano man mano che appariva più evidente l'impotenza di fronte alla superiorità degli Alleati. La guerra anche per i soldati del Reich era divenuta un terribile incubo "il futuro non ha più volto, a un certo punto è mozzo, e più ci pensa, più si rende conto di quanto è ormai vicino a quel 'presto'. Presto morirò: una certezza che si colloca tra un secondo e un anno. Non ci sono più sogni..."43.
Anche i tedeschi agognavano e insieme temevano la fine della guerra. "Non avevamo nessuna voglia di sprecar parole sulla guerra, che era il nostro presente. Troppo spesso e troppo da vicino ne avevamo visto il ghigno feroce, e il suo orrendo respiro, quando i feriti, nel buio della notte si lamentavano tra i due fronti in due lingue diverse, ci aveva troppo spesso fatto tremare il cuore. La odiavamo troppo per credere ancora alle frasi vuote come bolle di sapone che, dall'una all'altra parte, la canaglia faceva salire al cielo per darle il valore di una 'missione'. Nemmeno il futuro poteva essere oggetto dei nostri discorsi. Il futuro era un nero tunnel tutto punte aguzze, che ci avrebbe lacerato, e noi ne avevamo paura, perché l'atroce condizione di essere soldato e dover sperare di perdere la guerra ci aveva svuotato il cuore"44.
Purtroppo, come ha ricordato uno studioso tedesco, "fa parte delle aporie del giugno 1944 che la voglia di pace che vi era nella popolazione italiana e tra i soldati tedeschi, dovuta all'andamento della guerra in quei mesi, fu anche causa di ferocia e di terrore"45.
Senza dubbio l'isolamento al quale furono soggetti i tedeschi in Italia fu totale; in giugno le relazioni della censura postale tedesca in Italia sottolineavano che "...'la massa della popolazione [italiana] odia la guerra... La Wehrmacht non riceve più il sostegno di cui ha bisogno'. Questo isolamento, aggravato dalla sensazione di impotenza di fronte alla preponderanza delle forze alleate, finiva per sfogarsi in pura aggressività... 'Bisogna quindi intervenire con misure rapide e draconiane. Mentre quotidianamente in Germania donne e bambini sono vittime dei bombardamenti nemici, non è consentito avere riguardi per la popolazione di un territorio occupato, anche se governato da un regime amico'..."46.
Nel Biellese i partigiani punivano con estrema severità ogni contatto della popolazione con i tedeschi; chi lavorava per loro era guardato con diffidenza e disprezzo. C'era invece un rapporto di reciproco rispetto dal punto di vista militare tra garibaldini e tedeschi. I partigiani italiani si erano conquistati "sul campo" il rispetto del nemico, dei soldati germanici i quali certo erano meno follemente determinati e disciplinati di quanto sembrassero: "Mi imbattei nel sottufficiale Frank, un uomo intelligente, forte, vecchio soldato, da poco insignito della croce di ferro per un'azione temeraria e sicuramente anche feroce compiuta nei paesi di montagna occupati dai partigiani a sud di San Paolo d'Enza... da qualche tempo si sforzava di entrare in un rapporto più stretto con me. Dissi a Frank del telegramma. Egli rispose eccitato: qui c'è una soluzione, passare immediatamente ai partigiani"47.
Le forze armate repubblicane del Biellese, trattate con sdegno dall'alleato, invano si lamentavano del trattamento riservato dai comandi tedeschi ai garibaldini: "I partigiani vengono considerati dalle forze germaniche non come fuori legge ma come veri e propri combattenti; quindi scambi di prigionieri con le dovute forme di cortesia, saluti ed ambasciatori... Si ha l'impressione che il rastrellamento sia effettuato dalle forze partigiane nei confronti di quelle dell'ordine... E tale stato di cose è provocato dai comandi germanici..."48.

L'isolamento dei fascisti
Le memorie dei resistenti tendono spesso a contrapporre alla criminale coerenza tedesca la barbarie dissennata dei fascisti, distribuiti in formazioni che di fatto sfuggivano a ogni controllo e più carichi d'odio gratuito verso i partigiani e le popolazioni. L'accanimento fascista richiede una spiegazione articolata. Certamente servono a chiarirlo le considerazioni d'ordine etico - sono gli stessi principi che muovono alla lotta a segnare una distanza morale incolmabile tra fascisti e partigiani - e quelle inerenti all'identità collettiva - i volontari della Rsi tendono a descriversi come i leali combattenti che non tradiscono la patria offesa e, pur sapendosi sconfitti, accettano con orgoglio la lotta e il proprio destino -. Ma occorre anche considerare il clima di solitudine e il crescente isolamento in cui si consumò la tragedia dell'esercito di Salò, conseguenza del progressivo radicarsi della Resistenza nel territorio biellese.
Dunque ancora una volta può essere utile analizzare il contesto nel quale quella guerra fu combattuta. Purtroppo le ricerche storiche sulle formazioni della Rsi scontano un ritardo gravissimo e quindi non sono possibili comparazioni esaustive con l'universo partigiano; tuttavia in alcuni casi ci si può richiamare alla memorialistica di parte49. Nel caso del 63º battaglione "Tagliamento", di cui faceva parte Mazzantini, emergono due aspetti importanti: i giovani volontari provengono da tutta Italia50, ma non dal Piemonte né tantomeno dal Biellese; hanno un'ostilità preconcetta verso la regione d'arrivo: "Questa regione di vigliacchi, culla della monarchia traditrice! Ma gliela faremo vedere noi!"51.
I fascisti si consideravano i soli ad avere il diritto di chiamarsi "italiani", perché erano i pochi ad avere reagito al tradimento monarchico-badogliano per riscattare l'Italia agli occhi della storia. Il 10 novembre 1943 apparve sui muri del Biellese un bando di presentazione alle armi di tenore inequivocabile: "Giovani delle classi mobilitate o richiamate: per la tranquillità della vostra famiglia, per la serenità del vostro paese, per la salvezza della nostra patria, per il vostro onore presentatevi! Venerdì 10 novembre. Da questo giorno non ci saranno più Italiani contro Italiani. Chi non si sarà presentato non potrà più essere considerato Italiano"52.
Ma furono i fascisti a venire esclusi dalla vita delle comunità, a loro fu negato il "diritto di cittadinanza", perché, come ha scritto Pavone, "I membri di un popolo che si pongono al servizio dello straniero oppressore vengono considerati colpevoli di un tradimento radicale al punto da spegnere in loro la qualità stessa di appartenenti a quel popolo"53.
Nelle pagine precedenti è stata messa in rilievo la complessa rete di sostegno sulla quale potevano contare i partigiani; per i militi repubblicani la situazione dovette essere opposta: "Sentivamo dietro le spalle i loro sguardi ostili che ci seguivano da dietro le imposte socchiuse. Si entrava in un bar, in un'osteria, udivi quel bisbiglio che si spegneva, i discorsi si interrompevano. Vedevi i loro sguardi traversati da un lampo di fastidio, e subito dopo fissarsi ostinatamente sul pavimento. Allora scattava il bisogno di offendere, fare violenza... inasprire l'immagine che avevano di noi"54.
I militi della Rsi si trovavano dunque a operare in un clima ostile, isolati anche durante il periodo più difficile per le formazioni biellesi, ed erano consapevoli del legame che invece univa strettamente i resistenti alle loro zone d'azione. Così Mazzantini coglie l'atteggiamento di fondo dei partigiani del "Matteotti" dopo che si erano arresi: "Erano scesi giù va bene, avevano lasciato le armi, ma non sembrava fossero cambiati i loro modi, il loro stare nel mondo... Sembravano gente comune, montanari, gente come quella che incontravamo nei paesi"55.
Se la provenienza da zone distanti da quelle operative, attestata nel caso dei militi del battaglione di Mazzantini, fosse verificabile per l'insieme delle forze antipartigiane, lo stesso concetto di guerra civile andrebbe ripensato: il confronto tra i volontari della "Tagliamento" e i partigiani biellesi sembra meglio spiegabile come contrapposizione tra chi è portatore di un'idea astratta di patria e chi fa riferimento a quella concreta di comunità, seppure non intesa in termini esclusivi o campanilistici.
Ha scritto Roberto Battaglia: "In verità possiamo trovare anche nelle lettere dei caduti di Salò accenti coraggiosi, commozione sincera [...] Ma il punto che li divide dai martiri della Resistenza [...] è proprio il modo di concepire l'amor patrio. La patria per i seguaci della sedicente repubblica resta in ogni occasione quel concetto astratto che il fascismo aveva ereditato dal nazionalismo"56.

La "zona grigia"
Quanto emerso non significa che l'intero corpo sociale dell'Italia del Nord fosse schierato con la Resistenza. Molti dei soggetti agli obblighi di leva scelsero di non schierarsi e cercarono, talora riuscendovi, di sottrarsi ai bandi militari della Rsi; altri decisero con chi stare sulla base dei rischi supposti; altri ancora tentarono di aggregarsi ai partigiani a giochi ormai fatti, magari dopo una lunga permanenza nelle forze repubblicane. Difficile è valutare il comportamento di coloro i quali poterono non esporsi, anche se è probabile che guardassero con ostilità entrambe le parti in lotta.
Dai documenti d'archivio emergono comunque alcune vicende singolari, che consentono di comprendere meglio la complessità dei rapporti che si instaurarono tra la Resistenza e le comunità del Biellese, e di analizzare la posizione di chi cercò di sottrarsi allo scontro in atto.
A fine agosto i tedeschi e i fascisti condussero azioni di rappresaglia a Ternengo, dove incendiarono tre case, e a Ronco Biellese, dove ne bruciarono diciassette e ne danneggiarono altre dieci. Una relazione redatta il 1 settembre rileva che a Ronco "la popolazione è molto indignata nei confronti dei partigiani, specie per il loro comportamento nell'attacco dell'automezzo carico di nazifascisti"; che stavano giungendo in paese per attuare la rappresaglia "i patrioti addetti al blocco della strada [...] stavano nella Villa Olga adiacente alla stessa e si divertivano suonando una fisarmonica [...] i patrioti invece di appostarsi si diedero alla fuga [...] comportamento [...] tutt'altro che lodevole"57.
La mancata difesa del paese da parte dei partigiani non deve stupire: le formazioni erano cresciute considerevolmente nei mesi estivi; molti dei nuovi resistenti non erano preparati allo scontro, non avevano ricevuto un adeguato addestramento. L'estate aveva portato molto entusiasmo ma anche molta confusione nelle file garibaldine e i comandi, anche per i continui attacchi nemici, non erano ancora riusciti ad organizzare le forze a disposizione. La vicenda di Ronco però provocò conseguenze che meritano d'essere riportate: il 19 settembre in una relazione sulla vigilanza da parte dei civili, la Sezione di polizia della V divisione si lamentava che "a Ronco i giovani si sono rifiutati di adempiere detto servizio allegando delle scuse puerili e dichiarando di avere paura delle rappresaglie nazifasciste. Anzi dicono pure che i nazifascisti venendo a conoscenza che negli altri Comuni funziona la guardia dei Civili e a Ronco invece la popolazione [h]a rifiutato, si sentono al sicuro delle eventuali rappresaglie nazifasciste comprendendo questi che la popolazione non facendo la guardia non è favorevole ai partigiani [...] più di una cinquantina di giovani sono sbandati e preferiscono dormire la notte sotto una pianta in campagna anziché organizzarsi per la sorveglianza"58. La convinzione che le autorità fasciste avrebbero giudicato con favore l'atteggiamento della comunità non era sbagliata, il 7 settembre, il notiziario della Gnr informava che "il 2 corrente, alcuni banditi armati si recavano nel comune di Ronco biellese, protestando perché la popolazione aveva strappato dai muri alcuni manifestini di propaganda sovversiva. I banditi venivano però accolti ostilmente, specialmente da parte di numerose donne, e costretti alla fuga sotto una gragnuola di sassate"59.
L'atteggiamento della comunità di Ronco rivelava probabilmente lo stato d'animo del paese, deluso e sfiduciato nei confronti dei garibaldini. Un esempio quindi di "zona grigia organizzata", prodotta dalle inadempienze partigiane. La Sezione di polizia nella relazione citata proponeva "il prelevamento di una parte di questi giovani ed il loro internamento in montagna, tenuti a polenta e acqua per 15 giorni"60; un provvedimento non grave ma d'effetto, utile a riaffermare in quella zona l'autorità della Resistenza.
I comandi avevano però compreso il rischio di una frattura con gli abitanti di Ronco; il 22 settembre erano stati avvisati che in un'abitazione di un esercente era nascosta molta merce, che veniva poi venduta a borsa nera. Informatori avevano sentito dire ai responsabili: "ai partigiani diamo quello che non possiamo fare a meno"61. Come prescritto era scattata la perquisizione nell'abitazione segnalata (purtroppo nessun documento esaminato riferisce l'esito che ebbe) ma ancora una volta Ronco Biellese dimostrava un basso consenso ai patrioti.
Sempre il 22 settembre i comandanti della 2ª brigata indirizzavano alla Sezione di polizia la risposta alla loro segnalazione sui problemi nell'organizzazione del servizio di vigilanza a Ronco: "questo comando [...] ha deciso di non prendere nessuna misura nei riguardi dei giovani dell'abitato di Ronco Biellese. Si prega pertanto di volerli lasciare stare, purché non danneggino le nostre formazioni"62.
Era una decisione fondata sulla necessità di non creare fratture con una comunità posta in un'area vicina alle postazioni repubblicane; ma che fa emergere anche un ulteriore aspetto: l'isolamento delle comunità, la loro chiusura crescente verso l'esterno. I partigiani probabilmente sapevano che quanto era accaduto a Ronco non avrebbe avuto modo di diffondersi a macchia d'olio sull'intero territorio sotto il loro controllo.
Comunque è evidente che l'episodio rappresenta solo una delle soluzioni possibili alle difficoltà dei rapporti tra la Resistenza e le popolazioni. In questo caso i partigiani accettarono la non collaborazione di una comunità perché non avrebbe provocato particolari danni alle formazioni.
I giovani di Ronco rappresentano un esempio di "zona grigia", intesa genericamente come area della non scelta, del disimpegno rispetto allo scontro in atto; tuttavia, come ha ricordato Claudio Pavone: "Non si deve dimenticare che esistettero davvero anche italiani 'attendisti', nel senso negativo che al termine è stato dato dalla storiografia resistenziale, italiani cioè che non seppero scegliere e che riempirono la loro apatia morale con la solerte cura di non inimicarsi il governo fascista e l'occupante tedesco, senza tuttavia bruciarsi in anticipo nei confronti degli ormai sicuri vincitori. Stabilire confini netti fra costoro, certo numerosi, e i veri e propri collaborazionisti non è facile; potrebbe forse giovare l'adozione di una formula del tipo 'collaborazionisti passivi', che starebbe ad indicare coloro che costituirono la base di quel collaborazionismo di Stato che va distinto, come ormai è entrato nell'uso, dal collaborazionismo politico-ideologico"63.
Verso costoro le scelte dei partigiani spesso non poterono mostrare la clemenza adottata per i giovani di Ronco Biellese.
Resta difficile definire con precisione e quantificare il fenomeno; tuttavia occorre considerare due elementi. Il primo è meramente quantitativo: l'alto grado di presenza partigiana nei comuni del Vercellese, come emerge dal rapporto tra la popolazione censita nel '36 nei comuni della provincia di Vercelli e il numero di resistenti che vi risiedevano64.
Il secondo elemento da considerare è che il rischio delle delazioni, che i garibaldini cercavano di impedire con ogni mezzo, obbligava la gente delle valli a schierarsi. La presenza di una spia in un paese a guida partigiana o che aveva contatti con i partigiani rappresentava un pericolo enorme, capace di portare alla cattura di interi distaccamenti e del gruppo degli antifascisti locali. Per scongiurare una simile evenienza, i comandi partigiani agirono con estrema determinazione, talvolta arrivando a ordinare l'eliminazione fisica di persone soltanto sospettate di collusione con il nemico, in particolare se segnalate da persone appartenenti alla stessa comunità. Era perlomeno difficile ritagliarsi "spazi di privato", estraniarsi dagli eventi in un simile contesto.
Le comunità disponevano di meccanismi atti a sancire l'appartenenza e l'esclusione dei propri membri: il principale era il controllo sociale e siccome le valli biellesi erano luogo di ribelli, particolare attenzione era riservata agli ultimi arrivati, agli immigrati da altre regioni in cerca di lavoro. Per loro scegliere di non scegliere fu ancora più difficile.
A Occhieppo Superiore, il 7 ottobre del 1944, i partigiani giustiziarono due veneti, padre e figlio, spie della repubblica e responsabili della morte di un garibaldino. La confessione di uno degli imputati metteva in rilievo la distanza che si era creata tra il fascismo e la gente del Biellese, e l'impossibile integrazione nella comunità per chi "professava una fede, ed era un veneto diverso dalla gente di queste parti"65.
Lo stesso isolamento e la stessa ostilità circondavano i militi delle forze armate repubblicane, e colpivano anche i pochi simpatizzanti fascisti rimasti nei paesi delle valli. Una volta innescata la guerra civile in una comunità, non era possibile ristabilire la convivenza tra i sostenitori delle parti avverse e alla conquista di un territorio seguivano le epurazioni.
Anche in questo caso l'analisi dei documenti d'archivio consente di ricostruire vicende individuali che possono mettere a fuoco gli argomenti trattati.
Il comune di Pray, i cui abitanti avevano contribuito alla nascita dei distaccamenti "Pisacane" e "Matteotti", nel febbraio del '44 era divenuto sede di un reparto del battaglione "Tagliamento". La posizione del paese era strategica: permetteva di controllare l'alta Valsessera e di raggiungere facilmente i principali centri dell'area; da lì partirono i principali attacchi ai distaccamenti garibaldini; i fascisti locali rialzavano la testa dopo mesi vissuti nella paura dei ribelli.
Il 2 giugno il reparto abbandonò Pray per raggiungere la linea gotica, perché l'avanzata degli Alleati minacciava direttamente la capitale. Gli uomini di Zuccari potevano occupare il proprio "posto di fronte all'odiato nemico e salvare ancora una volta col sangue l'onore d'Italia"66, ma per i fascisti di Pray tornava la paura; il sogno di bloccare il corso degli eventi, di tornare ai fasti del regime si era frantumato definitivamente.
Scriveva una donna di Pray a ufficiali fascisti per avvisarli dei cambiamenti avvenuti nel paese: "ho rievocato gli ultimi tempi della vostra permanenza qui, al nostro vivere sereno di quel periodo troppo presto finito..."67.
In poche settimane il paese si era trasformato, fino a diventare irriconoscibile: "non pensate Pray quale si presentava a Voi quando [ci avete] lasciato. Era ed è più che mai tutt'altra [cosa. Io] che sono di Pray non ho mai provato come in questi ultimi tempi tanto schifo e tanta nausea di dover vivere qui e essere una donna di Pray..."68.
Con il mutare dei rapporti di forza anche l'atteggiamento degli "abitanti la zona grigia" era cambiato, tanto che nella lettera si suggeriva: "se ritornerete [...] siate più seri, più resti a riannodare amicizie che avevate prima e molta, molta prudenza [...] una parola uscita dalle vostre labbra e raccolta da chiunque può essere un danno per voi. Diffidare di tutto e di tutti stare sempre sulla difensiva, il nemico si nasconde dappertutto. Si soffre per questa Italia straziata. Si soffre per tutta questa miseria morale..."69.
Nel Biellese la zona grigia, luogo ampio della storiografia, è un luogo ristretto della storia; un ambito nel quale collocare le aspirazioni di molti e le possibilità di pochi.

La guerra in casa

Gli obiettivi dei partigiani

Una circolare del Comando militare regionale piemontese rivolta ai comandi di zona, in data 12 dicembre 1944, elencava le categorie di persone "senz'altro soggette alla pena capitale: ministri, sottosegretari, capi della provincia, segretari federali in carica dopo l'8 settembre 1943; membri dei tribunali speciali del fascismo; comandanti e militi delle brigate nere, Ss italiane e tedesche, X flottiglia Mas, 'Muti' e qualsiasi altra formazione armata in camicia nera dopo l'8 settembre"70. Soggetti alla pena capitale, previo sicuro accertamento, erano anche le spie e gli informatori dei tedeschi e dei fascisti dopo l'8 settembre.
Ogni brigata partigiana disponeva di un tribunale militare competente per i reati militari e civili commessi nella propria zona operativa. Recita un resoconto sull'amministrazione della giustizia del 25 dicembre 1944 rivolto al Cln: "Due sono gli ordini di giudizio: in primo grado giudicano i Tribunali di Brigata, in appello unico giudica il Tribunale di appello. Il Tribunale di Brigata è formato da un Presidente (un elemento del Comando), un accusatore, un Difensore e alcuni Giudici, tutti scelti tra i garibaldini e non sedenti permanentemente in Corte di Giustizia. Il Tribunale d'appello è analogamente costituito, ma è formato da elementi tratti dai comandi divisionali"71. Il resoconto prosegue ricordando che "nei confronti degli estranei, elementi nemici o delinquenti comuni [...] le pene sono [...] solamente due: l'ammonizione o la pena capitale"72; mentre nei confronti dei garibaldini le pene ammesse vanno dal semplice rimprovero alla pena capitale, che non poteva però essere eseguita senza il consenso del Tribunale d'appello.
Dai fondi archivistici esaminati le formazioni garibaldine biellesi risultano aver eseguito 287 condanne a morte, 275 delle quali nel periodo compreso tra l'agosto 1944 e il maggio 1945. I militari giustiziati sono soltanto 56, uno dei quali tedesco, in 15 casi per rappresaglia tra aprile e maggio del '45. I garibaldini fucilati dai compagni sono 25 e i civili 157; in 49 casi non è stato possibile attribuire una classificazione al giustiziato.
I dati quantitativi fanno emergere l'entità rilevante del fenomeno; è tuttavia necessario analizzare le fasi dello sviluppo della guerra civile nel Biellese, soffermarsi sui singoli episodi, immergersi nelle tensioni e nelle passioni di quei mesi per comprendere meglio questo aspetto della Resistenza.

"L'educazione alla violenza"
La data di inizio della guerra civile nel Biellese è probabilmente il 22 dicembre 1943, il giorno delle stragi di Biella e Tollegno e delle uccisioni in Valsessera, nonché dell'eccidio di Borgosesia.
In precedenza i soldati tedeschi e fascisti avevano ucciso dei militari sbandati e dei civili durante i rastrellamenti di inizio novembre; l'11 dicembre i partigiani avevano giustiziato Bruno Ponzecchi, industriale di Ponzone e organizzatore del locale fascio repubblicano; ma "mercoledì 22 dicembre battezza la nascita di un mostro. La ferocia del comportamento repubblichino spalanca una porta: le comunità delle valli si trovano in guerra, da adesso tutto è possibile..."73.
I partigiani videro molti dei fascisti "perdonati" dopo il 25 luglio 1943 diventare spietati assassini, imparando che la guerra in corso non permetteva clemenza né pietà; tuttavia non era facile accettarne la logica, uccidere a sangue freddo. Ha scritto un membro dei Gap di Torino: "l'addestramento fu soprattutto psicologico. Ce lo diedero i compagni che avevano fatto la guerra di Spagna e che erano stati nei maquis francesi. Il problema non è il tiro di precisione. Il problema è imparare a vedere una persona, a vederla in faccia a un metro o due e dire: 'Adesso te ne vai'. Acquisisci, tra virgolette, 'una mente criminale'..."74.
L'inverno nel Biellese aveva significato per i partigiani lutti e sofferenze, pericoli enormi, la paura di poter morire ogni giorno, come era successo a tanti compagni di lotta. Anche il dolore sofferto e la volontà di vendicare i garibaldini caduti rappresentò un incentivo a innalzare il livello dello scontro. I partigiani smisero di essere ragazzi e affrontarono il rischio di essere uccisi e la responsabilità di uccidere.
A ricordare la necessità di essere implacabili con il nemico, alla fine della primavera del 1944, contribuivano gli exempla contenuti nel "Bollettino n. 12" del Cvl intitolato "Essere spietati ed annientare le spie nazifasciste". Tre brevi racconti a tesi: nel primo un atto di clemenza provocava la morte di alcuni partigiani, nei successivi invece la vigilanza e l'attenzione nella conduzione degli interrogatori portavano all'eliminazione delle spie, "gente disprezzabile che per i vili 'trenta denari' si mette anima e corpo al servizio del boia nazista contro il popolo italiano"75.
Anche le vicende direttamente vissute dai garibaldini furono tristemente dense di insegnamenti: nel novembre del '44 venne arrestata una guardia scelta della Gnr, colpevole di aver tolto i fiori depositati sulle tombe dei 22 patrioti uccisi in Piazza Quintino Sella a Biella. Processata e condannata a morte, ottenne di poter scrivere un messaggio per i familiari prima della fucilazione, nel quale astutamente denunciò un compaesano riconosciuto tra i garibaldini: "se volete sapere come è avvenuta la mia cattura rivolgetevi all'amico Piero, il quale è in grado di poter dare ampie e dettagliate spiegazioni"76. "L'amico Piero", originario dello stesso piccolo centro in provincia di Pavia da cui proveniva il milite arrestato, nei giorni successivi fu catturato dai fascisti e fucilato; era una guerra che non permetteva cortesie: anche gli atti di umanità nascondevano pericoli.

"L'un contro l'altro armati"
Nell'estate del '44 la guerra civile ricevette nuovo vigore e legittimità da parte fascista con la creazione delle brigate nere, annunciata il 26 luglio da Pavolini sulla base di un decreto di Mussolini del 30 giugno precedente. Nella neonata formazione fascista "giovanissimi e vecchia guardia si ritrovavano vicini nel desiderio di vendetta, i primi portandovi la carica di un conflitto generazionale, la seconda aggrappandosi al mito del 'ritorno alle origini', quando i nemici erano stati appunto altri italiani indegni di questo nome"77.
L'istituzione del "partito in armi"78 seguiva di poco l'arrivo in Italia delle divisioni di Graziani, con le quali la guerra di liberazione assunse il "carattere di vera guerra civile"79; la sola che fosse concesso di combattere ai reparti italiani.
Come ha ricordato Claudio Pavone: "sia il governo regio che il governo fascista evitarono di massima, evidentemente d'intesa con i rispettivi alleati, di schierare sul fronte gli uni contro gli altri i propri reparti regolari. È questa una conferma che la guerra civile non fu combattuta fra Regno del Sud e Repubblica sociale italiana. Fu una guerra combattuta tra i fascisti e gli antifascisti, sull'unico territorio che li vedeva presenti entrambi politicamente e militarmente"80. Le forze armate della Rsi raramente furono schierate contro gli angloamericani; era la dimostrazione della scarsa fiducia nutrita dall'alleato nazista, il quale le obbligava ad assolvere "funzioni di polizia" contro i ribelli, relegandole in una guerra minore, perché gli italiani erano considerati inaffidabili e non abbastanza coraggiosi per combattere81. L'agognata prosecuzione della guerra contro gli Alleati, mito fascista della catarsi per il tradimento dell'8 settembre, fu impedita dalla necessità di lottare contro "i ribelli". Nella guerra antipartigiana, i fascisti sfogarono perciò anche la rabbia per le sconfitte e le umiliazioni patite.
La violenza espressa dai partigiani non ebbe mai uguale significato di ricerca di un'identità perduta, non fu mai strumento per esorcizzare un futuro incerto e minaccioso. Non sono rari i documenti che attestano che i fascisti catturati dai partigiani furono trattati come prigionieri di guerra; in una relazione del 20 aprile 1945 sui militi catturati nei giorni precedenti e ancora non giudicati con regolare processo, di un sottotenente è scritto: "non accenna a un eventuale ritorno qualora fosse fatto il cambio, dice soltanto che i Partigiani di questa zona sono stati per lui una rivelazione, poiché credeva all'atto della cattura di essere torturato, seviziato e ucciso, al contrario venne qui trattato come prigioniero di guerra"82.
Nei confronti delle forze armate della Rsi i garibaldini biellesi applicarono la regola della severità estrema per chi era manifestamente fascista e per coloro i quali si erano macchiati di crimini contro i partigiani e contro i civili; usando clemenza negli altri casi.
Tra maggio e giugno del '44 apparve in Valsessera un manifestino indirizzato ai "soldati dell'Esercito Repubblicano" e firmato dal comando delle brigate "Garibaldi": "Chi collabora in qualunque modo coi fascisti da una parte non fa che prolungare inutilmente lo strazio del nostro paese, dall'altra segna la propria condanna a morte. A voi quindi la scelta si propone per l'ultima volta [...] Noi siamo ancora pronti a tendervi una mano, ad accogliervi ancora come fratelli anche se molto in ritardo giungete: perché sia cancellata la vostra vergogna prima che l'ora giunga in cui non potrà più restare nascosta. Siate finalmente uomini secondo il vostro cuore"83.
Il 27 settembre 1944 il comando della 2ª brigata invitava alla diserzione i militi del posto di blocco del ponte della Maddalena, a Biella, garantendo loro "la vita [...] purché scappino armati e portino seco tutte le armi del posto di blocco. Essi avranno lo stesso trattamento fraterno degli altri garibaldini ed a fine guerra (che sarà fra pochi giorni) potranno fare ritorno sani e salvi presso le loro famiglie"84.
I resistenti cercarono di stabilire differenze tra i fascisti, invitando a una scelta salvifica e non mancarono di operare distinzioni di responsabilità anche per chi militava sotto le bandiere della Rsi. La disponibilità a perdonare i trascorsi nelle forze armate repubblicane veniva meno in assenza di garanzie di "ravvedimento" e di affidabilità: il 3 dicembre 1944 i partigiani prelevarono un milanese sedicenne che si recava in Valsessera a trovare la fidanzata: affermava di essersi presentato più volte volontario dopo l'8 settembre nelle formazioni repubblicane e tedesche, e di esserne sempre fuggito. Dalla sua dichiarazione del 4 dicembre, giorno della sua esecuzione, emerge la figura di un giovane proveniente dal meridione e provato dalla guerra, con cinque fratelli morti sotto i bombardamenti, una precaria situazione familiare e una profonda instabilità emotiva, che lo aveva portato a compiere atti di autolesionismo per motivi sentimentali. Un ragazzo, forse una spia, troppo instabile per essere accolto in formazione e troppo pericoloso per essere lasciato libero85.
Un problema non trascurabile per i partigiani consisteva nel distinguere i militi fascisti da quelli coscritti nel confuso groviglio di formazioni regolari e reparti speciali esistente nella repubblica di Salò.
Il 15 settembre 1944 la V divisione "Garibaldi" comunicava ai comandi della 2ª e della 50ª brigata i nomi di alcuni militari residenti nelle zone operative delle due formazioni, da arrestare perché "sono nell'Esercito, ma in una recente occasione si sono comportati da fascisti, tradendo dei loro compagni che passavano da noi"86. Il 24 febbraio del '45 la distinzione tra fascisti e soldati di leva sembrava perdere significato di fronte agli eventi: il Comando raggruppamento divisioni Garibaldi biellesi inviava alla Sezione di polizia una circolare informativa: "Personale della Littorio macchiatosi di crimini di guerra e spirito anti italiano"87, da punire quindi, malgrado fino ad allora il trattamento alle truppe coscritte fosse stato più benevolo di quello destinato ai volontari.
Il 9 marzo 1945 il comando della V divisione "Garibaldi" rivolgeva al comando del 115o battaglione "Montebello" della Gnr una richiesta curiosa: "A seguito dell'odierna esecuzione di Salussola, abbiamo provveduto a denunciare il vostro reparto e al Governo Italiano quali 'criminali di guerra'. In caso che l'esecuzione non fosse stata opera vostra, vogliate precisarci il reparto e gli ufficiali responsabili per le rettifiche del caso"88.
Lo scontro armato che contrappose i partigiani alle forze armate della Rsi rappresentò l'aspetto più evidente della guerra civile, non il più doloroso.
La violenza della guerra mostrava appieno la sua tragicità quando, attraverso percorsi indecifrabili, penetrava le comunità delle valli, arrivando a piegare gli affetti più profondi alla sua logica spietata.
Il 26 agosto del 1944 i partigiani della 2ª brigata "Pensiero" processarono e giustiziarono un milite repubblicano della "Monte Rosa" accusato di avere minacciato di morte il proprio fratello, entrato nelle formazioni garibaldine nel mese di maggio89.

Il coinvolgimento dei civili

Il problema delle spie

"La spia" fu il principale nemico delle formazioni partigiane, perché il legame strettissimo che univa i resistenti al territorio e la loro provenienza in gran parte autoctona rappresentavano altrettanti punti deboli in caso di delazione. Le famiglie dei patrioti potevano essere facilmente perseguitate se segnalate, i paesi delle valli da rifugi sicuri si trasformavano in trappole mortali. La rete popolare di sostegno alla Resistenza sorta in ogni paese del Biellese rischiava di essere sgominata in pochi giorni a causa delle spie.
Gli informatori dei fascisti erano odiati, disprezzati e temuti non solo dagli antifascisti, ma anche dai renitenti e dalle loro famiglie, che potevano diventare facili prede delle forze di polizia repubblicane.
Le testimonianze e i documenti dell'epoca sono ricchissimi di episodi e di citazioni della lotta alle spie, che nel Biellese ebbe inizio a gennaio del 1944, dopo i primi durissimi colpi alle formazioni inferti dalle truppe tedesche e repubblicane, in buona parte risultato delle delazioni.
Luigi Moranino ha ricordato che, dopo i tragici fatti di gennaio e febbraio, i partigiani si resero conto che i loro itinerari dovevano essere noti al nemico, quindi "tutti i distaccamenti garibaldini intensificarono la caccia alle spie per la loro soppressione: un provvedimento drastico che si rese necessario per tutelare l'incolumità dei singoli partigiani, la sicurezza dei distaccamenti, dare protezione ai collaboratori. In risposta alle sempre più frequenti atrocità nazifasciste, essere implacabili contro dirigenti e responsabili del fascismo repubblicano, membri della milizia e della Guardia nazionale repubblicana, collaboratori attivi dei tedeschi e spie, diventò per i partigiani una necessità che non escludeva azioni mirate ad personam che avessero effetti deprimenti sul morale del nemico"90.
La durezza che emerge dalla testimonianza citata non deve stupire, perché rappresentava la sola risposta possibile al rischio delle delazioni. Nuto Revelli ha recentemente scritto: "non ho mai condiviso l'attivismo di certi 'colpisti', e non solo perché temessi le rappresaglie. Era quel 'vado e ammazzo' che mi riusciva inaccettabile. A meno che non si trattasse di un torturatore o una spia"91.
All'informatore dei tedeschi o dei repubblicani veniva generalmente attribuita un'immagine stereotipata: prezzolato, avido di denaro, malfattore e piccolo delinquente se uomo, di pessima condotta morale e facili costumi se donna. Ma per i partigiani, seguendo l'identikit suggerito dall'immaginario bellico, era più facile scovare i devianti che gli informatori.
Ha ricordato Fenoglio: "Già le spie. Sapeva che dal primo momento dell'occupazione squadre speciali avevano arrestato i fascisti notori e simpatizzanti e li avevano incolonnati ai campi di concentramento predisposti sulle colline più alte, ma sapeva pure che in quei casi non si piglia quasi mai il buono e mai tutto"92.
Anche nel Biellese furono commessi errori, talvolta irreparabili; in qualche caso ammessi esplicitamente. Il 18 agosto 1944, il Tribunale militare della 50ª brigata analizzò il caso di una donna di Milano, giustiziata dai garibaldini, ammettendo che: "è risultata l'innocenza della sopraddetta. È stato commesso un gravissimo errore fucilandola"93.
Il 21 aprile 1945 il comando della XII divisione "Garibaldi" inviò alla signora P. di Milano le informazioni sulla scomparsa di un conoscente: "Con profondo rincrescimento [...] il sopraddetto riconosciuto da un agente della Polizia Partigiana quale milite [...] di Milano, è stato prelevato e passato per le armi perché trovato in possesso di documenti fascisti. L'agente che ha proceduto all'arresto non era a conoscenza delle trattative che intercorrevano tra il Comandante della Divisione e lui stesso. Addolorati per la disgrazia che ha tolto la vita ad un nostro neo collaboratore, vi porgiamo le più sentite condoglianze"94.

Il controllo sociale
Gli errori nascevano dalla paura, dalla tensione, dal desiderio di vendicarsi del nemico, dal clima pesante di quei mesi, dall'impossibilità di verificare le informazioni. Non c'è alcun dubbio che la risposta partigiana alla strategia del terrore attuata dai nazisti e dai fascisti non poté che essere intimidatoria nei confronti dei civili ostili ai garibaldini. "Il piccolo nucleo di fascisti" rimasto nei paesi doveva essere messo in condizione di non nuocere. Per evitare di ricorrere all'eliminazione fisica dei possibili delatori, i partigiani contavano innanzitutto sull'effetto persuasivo delle loro azioni, sulla propria presenza sul territorio. È nota la lettera inviata da Giorgio Agosti a Dante Livio Bianco: "Cosa abbiamo noi? Poche armi e pochi uomini; ma in compenso uomini intelligenti e decisi. Dunque: l'azione deve tener conto di questi dati. Noi la vediamo così: prima ed essenziale l'uccisione di quante spie vengono individuate; l'uccisione dei gerarchi Pfr; atti di sabotaggio. Queste azioni, studiate bene, presentano molte probabilità di riuscire, non attirano rappresaglie (ché i tedeschi se ne fregano delle uccisioni dei fascisti), ci creano maggior sicurezza (le spie sono la nostra rovina) e soprattutto ci fanno una fama di misteriosa santa Weheme utilissima presso gli apatici o i collaborazionisti per fiacchezza morale o per terrore"95.
Anche i partigiani facevano paura, incutevano timore: un collaboratore della 50ª brigata, di Croce Mosso, aveva preferito darsi alla fuga piuttosto che seguire i due garibaldini incaricati con le armi in pugno di prelevarlo per un interrogatorio; dovette nascondersi per qualche tempo prima che l'equivoco fosse chiarito e venisse annullato l'ordine di fucilazione a vista emesso nei suoi riguardi96.
I garibaldini non esitavano neppure a minacciare ritorsioni sui familiari pur di ottenere l'obbedienza necessaria; in una lettera inviata a M. F. di Biella Ezio Peraldo "Alba", responsabile del servizio di informazioni e di polizia partigiana, scriveva: "occorrendoci chiarimenti riguardo il vostro atteggiamento [...] vi invito a trovarmi [...] fido sul Vostro buon senso [... se non verrete] sarò costretto ad agire in modo diverso, le cui conseguenze potrebbero ricadere sulla vostra famiglia"97.
La paura fu una presenza costante di quei mesi; la violenza, da qualsiasi parte provenisse, portava con sé nuovo terrore, nuova diffidenza. Ha raccontato una testimone, che faceva "il doppio gioco" per i partigiani: "Le ho anche prese dai partigiani perché era stato segnalato che ero con i fascisti [...] mi hanno pestata, certo io preferivo prenderle che dire che ero partigiana. Potevano essere travestiti, potevano benissimo essere dei fascisti"98.
I partigiani poterono avvalersi degli stretti rapporti con la popolazione per esercitare il controllo sociale. Gli indiziati di simpatie per il fascismo dovevano stare attenti a non fornire occasioni di sospetto; nessuno poteva avere rapporti con il nemico o diffamare i garibaldini.
Nell'aprile del 1945 una giovane di Vigliano veniva condannata a tre mesi di reclusione "per diffamazione e attività antipartigiana", nella sua difesa aveva sostenuto: "Sono sfollata a Biella perché a Vigliano Biellese davano la colpa a noi, causa il servizio di mio padre [maresciallo della Milizia disperso in Grecia], di tutti i fatti contro i partigiani che succedevano [in paese]"99.
Ma l'attenzione dei partigiani non era rivolta soltanto a chi aveva mostrato in passato simpatie per il regime, cercando anzi di estendersi in modo capillare a tutti i residenti delle "zone libere".
Dall'autunno del '44 i documenti testimoniano un notevole incremento delle raccolte di fondi da parte dei lavoratori delle fabbriche per le formazioni garibaldine biellesi, conseguenti ai vantaggiosi accordi salariali stipulati con gli industriali nel settembre grazie all'intervento dei garibaldini, allo sviluppo delle brigate Sap nelle fabbriche delle valli, alla forte componente operaia tra i partigiani, alla solidarietà verso la Resistenza che si preparava ad affrontare un nuovo difficile inverno. Tuttavia le sottoscrizioni assolvevano anche una funzione di controllo dell'atteggiamento delle maestranze verso la Resistenza. In due fabbriche, per le quali è conservata documentazione, furono elencati i nomi dei lavoratori assunti nell'azienda e a fianco fu segnato l'importo donato da ognuno alle formazioni, oppure la giustificazione per la mancata offerta100.
Le formazioni garibaldine biellesi potevano anche contare su un efficiente servizio informativo, del quale facevano parte numerosi "agenti", capillarmente inseriti nel territorio e nelle istituzioni repubblicane civili e militari, e organizzati in zone operative. In alcuni casi era ammesso un compenso per gli informatori partigiani; scrive Alba a un suo collaboratore il 10 gennaio 1945: "per il Rag. B. di Vigliano assumilo pure quale nostro informatore: assumo io tutte le responsabilità se realmente questo individuo può dare una seria e veritiera collaborazione. Trasmettimi le sue generalità e l'importo approssimativo del suo onorario"101.
Anche tra la popolazione dovettero avere una discreta diffusione le notizie riguardanti le azioni partigiane e le decisioni prese nei confronti dei civili. A dicembre giunse a una brigata della XII divisione, nel Biellese orientale, la richiesta di una famiglia di poter adottare il figlio di una informatrice fascista della valle di Mosso, giustiziata in luglio dai garibaldini del "Bandiera"102.
Funzionale al controllo sociale fu anche la possibilità di comminare pene come deterrenti ai civili, così da evitare il ripetersi di atteggiamenti dannosi alle formazioni. Esempio tipico di "punizione esemplare" è quanto accadde alla fine del 1944: due ragazze di buona famiglia, figlie di un industriale, colpevoli di avere parlato male dei garibaldini, furono punite con tre settimane di lavoro al distaccamento "Biondino", con il compito di lavare la biancheria dei partigiani103.
Le punizioni comminate dai partigiani ai civili tenevano in massima considerazione i rapporti con la popolazione, miravano a ottenere un "alto consenso sociale" e a non ledere gli interessi della comunità. Si tratta di aspetti comuni al movimento di liberazione nazionale. Ha scritto Roberto Botta: "Credo esistano molti episodi della Resistenza italiana in cui il comportamento partigiano possa essere letto come un tentativo di abbassare la soglia della violenza, anche in ragione della necessità, sempre ben presente ai partigiani, di non confliggere troppo con i sentimenti e i valori delle popolazioni delle località in cui combattevano e dove spesso essi stessi risiedevano"104.
Concretamente ciò significò spesso esercitare una "violenza dimostrativa" in luogo dell'eliminazione fisica: fu un provvedimento di questa natura la rasatura dei capelli delle ausiliarie fasciste - un episodio di questo tipo è segnalato già l'11 giugno 1944 da una relazione della Gnr105-, ma è ascrivibile a questo aspetto anche quanto accadde a Camandona nel novembre 1944. In quel paese, sede del comando della 2ª brigata, operava un libero professionista106 noto per le sue simpatie fasciste e fortemente sospettato di essere un informatore della repubblica. Prelevato dai partigiani, furono riscontrati a suo carico gli elementi per decretarne la condanna a morte; tuttavia egli svolgeva nel paese e nella zona circostante mansioni difficilmente sostituibili, "serviva alla comunità". Fu rilasciato e dopo alcune settimane di discussioni sul da farsi fu deciso di sequestrare suo figlio tredicenne, che fu liberato una volta ottenute dal padre le dimissioni da tutti gli incarichi istituzionali ricoperti e una dichiarazione con la quale si impegnava a non allontanarsi da Camandona senza il consenso degli esponenti del comando107.

Le "regole dell'agire partigiano"
Le spie individuate che ebbero salva la vita, seppure grazie ad azioni di per sé crudeli, furono comunque molto poche; la pericolosità degli informatori era tale da meritare estrema severità e da non consentire imprudenze.
Dall'analisi delle sentenze emesse dai tribunali garibaldini non emerge un unico criterio di valutazione dei reati, un codice di norme universalmente valide e accettate. I tribunali partigiani avevano infatti un ampio margine di autonomia e dovevano rispettare unicamente le indicazioni molto generiche dei comandi regionali delle formazioni "Garibaldi" e del Comando militare regionale piemontese, di cui si è detto.
Anche Claudio Pavone ha rilevato che le formazioni partigiane godettero di un "forte grado di autonomia [...] che le [posero] in grado di valutare le situazioni contingenti con una libertà sconosciuta ai reparti degli eserciti regolari"108; ma se non esistono regole assolute alle quali i tribunali partigiani biellesi si potessero attenere, è tuttavia possibile descrivere i criteri empirici che adottarono, quali emergono dall'analisi della documentazione.
In primo luogo la pena capitale si rivelava spesso necessaria quando non era possibile procedere all'incarcerazione dei prigionieri. Il 30 settembre 1944 i comandi delle brigate garibaldine biellesi ricevettero una circolare della V divisione, nella quale si informava che "vengono avviati a volte ai distaccamenti delle persone di non provata fede patriottica. Ciò deriva nella maggior parte dei casi dal fatto che non ci fidiamo di lasciar scendere al basso certe persone prelevate. A tale scopo verrà costituito un campo di concentramento ove verranno inviati tali elementi"109. Il progetto si rivelò tuttavia di difficile realizzazione. Senza un campo di concentramento sicuro, le basi partigiane rappresentavano una prigione adeguata in assenza di attacchi, ma di fronte all'avanzata nemica non davano alcuna affidabilità. Poteva accadere perciò che, di fronte a un minacciato rastrellamento, i partigiani giustiziassero gli elementi ritenuti pericolosi in loro possesso: "Teniamo informare questo Comando, dato l'allarme che regna nella nostra zona, abbiamo pensato bene secondo le disposizioni già con voi prese di fucilare il Fascista L. P. di Cossato"110.
In secondo luogo è interessante analizzare il numero delle esecuzioni di civili effettuate dai partigiani in relazione al periodo e ai paesi di residenza dei giustiziati (cfr. tabella).

Civili giustiziati dai partigiani
suddivisi per località di residenza
Località di residenzaa bctot.
Andorno Micca1010
Biella11 112
Borriana 1 1
Camandona11
Candelo 11
Chiavazza 55
Coggiola11
Cossato 6 8 14
Cossila 2 2
Crevacuore 3 3
Croce Mosso 1 1
Curino 11
Graglia 2 2
Lessona 72 9
Mezzana 1 1
Mongrando11
Mottalciata1 1
Muzzano 11
Occhieppo Inf. 4 4
Occhieppo Sup. 4 4
Pavignano 1 1
Pray 4 4
Roasio 1 1
Sagliano 2 2
Sordevolo 2 2
Strona 1 1
Tollegno 1 1
Trivero 2 13
Valle S. Nicolao 1 1 2
Valle Mosso 2 2
Vandorno 1 1
Veglio 1 1
Vercelli 2 2
totali 84132 99
Residenza non nota24 29 35
totali 1081511134
legenda:a - luglio-dicembre '44
b - febbraio-marzo '45
c - aprile-maggio '45


I dati esposti suggeriscono due considerazioni. Innanzitutto va rilevato l'alto numero di civili giustiziati nei primi mesi di egemonia partigiana; la rinascita della Resistenza nell'estate significò inevitabilmente la resa dei conti nei paesi che avevano visto una crudele repressione nei confronti dei partigiani e degli antifascisti. Dal punto di vista simbolico l'eliminazione dei fascisti nei paesi che più avevano sofferto la violenza antipartigiana rappresentava l'avvenuto passaggio del monopolio della violenza nelle mani degli antifascisti. Le modalità non sono lineari, ad esempio Alessandro Orsi ha scritto che a Crevacuore "nel giugno libero sono prevalse le opinioni e gli ordini dei comandanti garibaldini autorevoli e lungimiranti: riportare nel paese pace e conciliazione, nessuna vendetta"111. Ma con la battaglia di luglio si aprì una nuova fase di violenze per il paese della Valsessera, perché "è in gioco la figura di chi comanda, di chi dirige [...] l'esercizio della giustizia è il segno di chi governa: emanazione e applicazione della pena contro le spie indicano chi legifera [...] La liquidazione del nemico 'interno' mostra alla comunità che vengono riequilibrati i conti dopo l'onta delle violenze nazifasciste e che il Cln si accredita, si legittima con la forza"112.
Il secondo aspetto che emerge con evidenza dai dati della tabella è la maggiore incidenza della guerra civile nei paesi "contesi" tra i partigiani e i fascisti; si tratta in particolare delle località sede di presidi tedeschi e repubblicani: Cossato, Biella, Andorno; o delle aree contese: Occhieppo Inferiore e Superiore, Lessona, Chiavazza.
Questa considerazione permette alcune riflessioni sulla natura della violenza esercitata dai garibaldini: l'eliminazione dei simpatizzanti fascisti avvenne soltanto dove e quando fu minore la possibilità di controllarne l'operato e di scongiurarne la pericolosità. Dal punto di vista generale, quindi, i comandi partigiani biellesi esercitarono soltanto la violenza che ritennero di volta in volta necessaria a garantire margini di sicurezza accettabili ai propri uomini e ai civili che li aiutavano, rifiutandosi di accogliere la logica stragista "dell'epurazione di massa" ed esemplare, che mosse gran parte delle azioni condotte dai repubblicani e dai tedeschi.
Infine occorre capire quale fosse l'estrazione sociale e professionale dei giustiziati dalle formazioni partigiane, quali i motivi della condanna. Complessivamente i civili condannati a morte furono 157, dei quali 59 sono donne, un numero considerevole. Per alcuni si hanno informazioni lacunose, per altri complete perché sono stati conservati i verbali dei processi.
Gli anni di nascita sono noti in 85 casi e risultano compresi tra il 1868 e il 1930, distribuiti con una certa regolarità a partire dall'ultimo decennio del XIX secolo113.
La residenza dei giustiziati, nota in 112 casi, è in grande maggioranza situata nella provincia di Vercelli, 106 ricorrenze pari al 95 per cento; tuttavia analizzando i luoghi di nascita, per i quali l'informazione è disponibile in 85 casi, la percentuale di vercellesi scende al 53 per cento.
L'analisi delle professioni vede una netta prevalenza operaia, 33 casi su 61 segnalati, circa il 54 per cento del totale, 8 sono i lavoratori autonomi e 7 gli artigiani, soltanto 1 è contadino e 2 sono benestanti, 1 "agiato" e 1 industriale. L'alta presenza di operai non modifica quanto sostenuto circa il larghissimo sostegno che i partigiani ricevettero dalle fabbriche. Circa il 70 per cento della popolazione attiva biellese era occupata nel settore industriale e gli operai, come si è visto, esercitavano un attento controllo sociale, che rendeva relativamente semplice individuare i colleghi ostili alla Resistenza; tuttavia i dati presentati possono "complicare" l'immagine agiografica dei lavoratori entusiasticamente schierati con il movimento di liberazione. Il quadro complessivo non muta, ma forse può essere utile arricchirlo di sfumature e ritoccare alcuni particolari.
Le motivazioni della sentenza di morte sono note in 133 casi114.
Il reato di spionaggio è segnalato 82 volte, in alcuni casi l'accusa scaturisce dalla confessione dell'indagato, in altri è sostenuta dalla popolazione. Spesso i documenti garibaldini fanno riferimento a una generica "connivenza con il nemico" o al pericolo rappresentato dal sospettato se lasciato libero. Nel Biellese, così come per altre regioni nelle quali si sviluppò la Resistenza, spesso "anche nel dubbio occorre eliminare la spia per la ragione suprema della nostra incolumità"115.
Di frequente gli informatori risultavano iscritti al Partito fascista repubblicano: 41 casi. I garibaldini non considerarono indizio di colpevolezza l'adesione al fascismo durante il ventennio, ma gli aderenti alla repubblica di Salò rappresentavano un pericolo per le formazioni, specie se risiedevano nelle "zone contese" alle quali si è accennato, dove era minore la protezione che si poteva garantire agli antifascisti. Questo non significa che i fascisti repubblicani fossero sistematicamente eliminati per la sola iscrizione al Pfr, ma tra loro venivano scelte le vittime di rappresaglie partigiane a stragi commesse dai nazisti e dai fascisti e la tessera del partito fascista rappresentò comunque un'aggravante per l'imputato se accusato di altri reati.
Tra i giustiziati vi furono 17 persone condannate per furto, 11 delle quali avevano finto di essere partigiani, ledendo così il buon nome dei garibaldini. I comandi partigiani punirono sempre con estrema severità reati di questo tipo, perché rischiavano di compromettere i rapporti instaurati con la popolazione.
Il 24 novembre del '44 i partigiani procedettero alla cattura di un ex partigiano, colpevole di vessazioni ai danni della popolazione di Casanova Elvo, lo processarono e lo condannarono a morte. Tra le motivazioni della sentenza si legge: "Con l'arresto del V. è stata liberata una zona, nella quale la popolazione era sotto il continuo terrore di una banda di delinquenti [...] portando così alla vera luce quali siano le azioni dei valorosi partigiani [...] fra gli abitanti di quei paesi rurali [...] l'unico mezzo per liberarsi di tali individui era il rivolgersi alle Brigate Nere"116. L'eliminazione dei truffatori, dei ladri e dei grassatori si imponeva quindi per i partigiani sia per evitare che fossero nuovamente chiamati ad assolvere tale mansione i fascisti, sia come atto simbolico che attestava la loro funzione di garanti dell'ordine pubblico. Per questo spesso i garibaldini diedero pubblico risalto alle esecuzioni dei rei di furti, anche attraverso il macabro rituale di un cartello posto sul corpo del giustiziato117.
In 24 casi risultò che gli imputati avevano compiuto atti che direttamente danneggiavano il movimento di liberazione, sabotando le iniziative garibaldine e contribuendo all'arresto dei partigiani e degli antifascisti; mentre 13 indiziati risultarono colpevoli di aver stretto rapporti con elementi della Gnr (si trattava quasi sempre di relazioni sentimentali tra donne biellesi e militi repubblicani o tedeschi).
Per 14 giustiziati compare l'esplicita accusa di pessima condotta morale o comportamento indegno; in particolare è molto frequente l'accusa di prostituzione alle informatrici dei tedeschi e dei fascisti e di vita dissoluta per gli uomini. Anche in questo caso sembra essere tenuto in grande considerazione il sistema di valori che la comunità esprime, non senza venature di moralismo che portavano alla riprovazione garibaldina di ogni atteggiamento non conforme alla morale sessuale tradizionale.
Il 13 ottobre 1944 si sposarono due partigiani della 2ª brigata; il periodo scelto non era dei più felici ma le nozze erano state sollecitate dai comandi garibaldini affinché "il pubblico non [avesse] più a trovare biasimo nei loro confronti"118.
Ma non era soltanto l'attenzione ai sentimenti popolari a favorire un marcato moralismo, anche i tribunali partigiani giudicavano compromettente una dubbia moralità sessuale, stabilendo un legame "etico" tra "leggerezza sessuale" e attitudine al tradimento. Di un'imputata accusata di piccoli furti alle formazioni e di sospetto spionaggio fu ricordato che: "la Signora in oggetto ha sempre condotto una vita poco esemplare dimostrando di essere leggerissima (prostituzione)"119.
In ben 21 casi la posizione dell'indagato risulta aggravata, o interamente dipendente, dalla condanna popolare, cioè dalle accuse diffuse tra la popolazione e riportate da persone ritenute credibili dai partigiani. Il 21 settembre 1944 Gemisto ricevette una lettera di un collaboratore che lamentava l'annunciata liberazione da parte dei partigiani di un fascista di Candelo, in seguito giustiziato: "non ritengo fondate le voci sulla sua liberazione, ma se così fosse ti dovrei far presente la delusione del Comitato e ancor più dell'Informatore il quale ritiene [...] inutile la sua opera se, a certi elementi, non viene "somministrata" la lezione che si meritano [...] altrettanta delusione la prova il popolo che ha avuto modo di conoscerlo"120.
Analogamente poteva accadere che fosse l'opinione favorevole della popolazione a scagionare un sospettato: a ottobre, nel paese di Andorno, già duramente provato dalla guerra civile, i partigiani prelevarono un uomo, "reo" di aver giocato a bocce con i repubblicani. Nella comunità si alzarono voci critiche verso i partigiani e si affermò la comune convinzione dell'innocenza del sospettato. La vicenda terminò con la sospensione della sentenza (non è nota la condanna che gli era stata inflitta) e con la liberazione del prelevato121.

Violenza necessaria e vendetta
L'analisi dei criteri ai quali si attennero i tribunali militari partigiani ha messo in evidenza sia la volontà dei garibaldini di attenersi a una "violenza necessaria", non esente da errori ma non disposta a scivolare sul piano della vendetta personale o del rancore; sia l'attenzione ai rapporti con la popolazione, da intendersi come ricerca del consenso popolare al proprio operato e come ascolto delle opinioni diffuse tra i civili.
Non mancarono episodi nei quali emerse chiaramente tra i garibaldini il desiderio di vendetta, anche se è difficile distinguerlo dall'esercizio della violenza necessaria e talvolta riguarda unicamente il sentimento con il quale agirono e non l'azione stessa. Uno dei responsabili militari della 182ª brigata, nel marzo del '45, scrive al comando della V divisione, riferendosi alla spia che lo aveva fatto arrestare: "Mi raccomando perché è una spia. Piuttosto chiedo un paio di giorni di permesso per venire da te a trovarlo [...] aspetto con ansia il suo atto di morte"122.
Ha scritto Paolo Ceola che il rischio connesso al "crollo del monopolio della violenza esercitato dallo stato e che i campi avversi cercano di ripristinare a loro vantaggio" è che la situazione sfugga al controllo dei comandi delle rispettive parti in lotta; "di qui il proliferare di bande, assassinii incontrollati, sterminii senza un'apparente logica militare"123. In realtà l'argine più efficace alla tentazione di esercitare la giustizia in modo sommario fu rappresentato dalla sovrapposizione di più organi giudicanti, strutturati in modo gerarchico dal comando di distaccamento fino a quello di divisione, in grado di scambiarsi informazioni e impressioni nei periodi di normale amministrazione della giustizia.
Nell'ottobre del '44 la polizia partigiana nella zona di Quittengo prelevò un uomo perché sospettato di essere informatore dei tedeschi a causa dei suoi numerosi viaggi a Biella. Questi fu affidato al distaccamento garibaldino "Chaberton", che operava in zona e che, dopo aver raccolto informazioni in paese sul suo conto, così relazionò al comando della 2ª brigata, competente dal punto di vista giuridico: "I nostri due Gar. della polizia, che in occasione del tentativo di eludere il posto di blocco l'avevano fermato e consegnato a noi [...] ammettono che i sospetti provengono solo dal fatto che il M. si recasse sovente a Biella [...] Credo che il prelevamento sia stato un po' troppo precipitoso"124. La procedura seguita dai partigiani permise di fare emergere l'innocenza del sospettato, scagionato anche grazie al giudizio positivo dei suoi compaesani e degli informatori residenti in quella comunità.
Il livello di violenza che i partigiani espressero di volta in volta nel conflitto fu il risultato dell'interazione tra la severa "violenza necessaria" dei garibaldini e il più emotivo comportamento della popolazione, facilmente incline al perdono ma anche alla vendetta.
La già ricordata circolare del 12 dicembre 1944 del Comando militare regionale piemontese ai comandi di zona si soffermava sul rischio che la vicina liberazione aprisse un periodo di vendette da parte della popolazione verso i prigionieri e gli esponenti delle istituzioni fasciste repubblicane: "[occorre] impedire il diffondersi di dubbi sulla volontà di giustizia [...] che, insieme al naturale risentimento per le sofferenze patite, potrebbero originare quegli scoppi di furore popolare che non sono mai privi di eccessi"125. Dunque soltanto una giustizia "rapida ed esemplare" era ritenuta in grado di evitare impunità ed "eccesso di stragi"126.
I timori dei comandi partigiani erano giustificati dal clima di violenza che si respirò in quei mesi, dalla convivenza con la tragicità quotidiana della guerra civile. Ha giustamente ricordato Cesare Bermani che "vivere nella precarietà esistenziale ha favorito la nascita di un diverso senso della vita e della morte, senza tenere conto del quale non riusciremmo a capire come abbiano potuto verificarsi atrocità che paiono oggi inaudite, ma erano consuete in quell'epoca"127.
Il 29 novembre Alba scriveva al Comando raggruppamento divisioni Garibaldi del Biellese informandolo che girava libero per Cossato il presunto assassino di un garibaldino, giudicato però innocente dal tribunale militare della 50ª brigata, e aggiungeva: "Tengo a precisarvi che la popolazione è alquanto stupefatta [...] vogliono a tutti i costi eliminare detto individuo [...] protestano che non devono salvarsi coi denari, ma chi sbaglia in questo modo deve pagare come tutti gli altri colla propria pelle"128.
La morte, il rituale della danza macabra medioevale, era invocata a sanare le presunte ingiustizie; in altri casi utilizzata come strumento per perseguire fini personali che nulla avevano a che fare con la guerra in corso. Il comando della 75ª brigata, il 7 dicembre 1944, segnalava al Comando raggruppamento divisioni Garibaldi biellesi il caso di una donna che aveva cercato in tutti i modi di far eliminare il proprio marito, incolpandolo ingiustamente di essere "pessimo elemento e per giunta repubblicano [...] al solo scopo di carpirle quel miglioncino (sic) o due per poi spassarsela con l'amante"129.
La popolazione aveva imparato che i garibaldini agivano con determinazione di fronte alle spie, per questo ci fu chi pensò di utilizzare la giustizia partigiana per i propri scopi, formulando false denunce. Il 21 marzo '45 Alba riusciva a sventare il tentativo di incolpare un innocente, segnalando il fatto al comando della 2ª brigata: "[Il sig. R. accusa la signorina S.] di 16 anni circa, di essere collaboratrice dei nazifascisti, invece trattasi di odio personale"130.
Non si tratta purtroppo di casi isolati: vicende di questa natura si registrano con raccapricciante frequenza nei documenti partigiani dell'epoca, tanto che il 9 ottobre 1944 la 2ª brigata d'assalto "Garibaldi" inviava ai propri distaccamenti le "disposizioni preliminari di marcia" da attuarsi quando si fosse resa necessaria la discesa in pianura per evitare fatti incresciosi". Al punto 7 veniva segnalato che "se nell'eventualità i garibaldini dovessero ricevere denunzie da parte di civili, sul conto di un tizio o di un caio, facendoceli credere delle spie [...] avvertirli che tali fatti devono sempre essere inseriti a verbale [...] di questi simili fatti ne accadranno ancora e in abbondanza, mentre invece dovranno cessare dato che i partigiani sono il fior fiore della nazione (non dei banditi come ci chiamano) e non [...] degli strumenti per servire sì luride e nefande bassezze"131.
Se i partigiani contribuirono a controllare il livello di violenza espresso dalla popolazione, cercando di garantire il rispetto dell'ordine pubblico, anche dalla società civile emerse la volontà di alleviare la severità garibaldina; in particolare chiedendo clemenza per alcuni partigiani che avevano commesso mancanze in apparenza non gravi, ma per i quali vigevano punizioni molto dure.
Nell'ottobre del '44 il Fronte della gioventù di Camandona chiese la revoca della condanna a morte emessa per due garibaldini della 2ª brigata, colpevoli di furto ai danni di un industriale di Biella. Nel documento si chiede al comando di brigata di giudicare "con severità e con giustizia [... senza giungere] fino al limite estremo; punizione che porterebbe altri lutti presso le famiglie già tanto in ansia per le avversità di questi giorni terribili [...] E se domani avrete saputo pur con la giusta severità perdonare in parte alla terribile mancanza dei due giovani, non solo non si scambierebbe la vostra magnanimità per debolezza, ma si potrebbe realmente affermare che i Patrioti Italiani non son solo forti ma anche umani"132. I partigiani ascoltarono la supplica del Fronte della gioventù e si limitarono a espellere i giovani garibaldini dalle formazioni.


note