Alberto Magnani
Piloti spagnoli repubblicani nell’aviazione sovietica (1941-1948)
"l'impegno", a. XXVIII, n. 1, giugno 2008
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Quando, il 22 giugno 1941, la Germania nazista attaccò l'Unione Sovietica, "la nostra reazione", racconta Josep
Viladomat, esule dalla Spagna repubblicana a Krematorsk, "fu di euforia. L'Urss avrebbe sconfitto subito i tedeschi e
noi avremmo potuto ritornare in
Spagna"1. Sensazioni non differenti dovettero provare tanti degli esuli repubblicani
presenti in territorio sovietico. E, prima di loro, le avevano provate le centinaia di migliaia di altri esuli, concentrati
soprattutto in Francia, allo scoppio della seconda guerra mondiale: il conflitto riapriva la partita anche in Spagna e
permetteva di riprendere la lotta contro il fascismo, la cui sconfitta nel resto d'Europa - si credeva - avrebbe trascinato con sé
anche il regime di Franco. Furono numerosi, pertanto, i reduci dell'esercito repubblicano che si arruolarono negli eserciti
degli Alleati o parteciparono alla Resistenza nei paesi occupati. La storiografia spagnola, da qualche tempo, ha
incominciato a recuperare e analizzare queste vicende, di cui, fuori dalla Spagna, si conosce ben
poco2.
In Unione Sovietica, dopo la vittoria di Franco, aveva trovato rifugio una quantità limitata di profughi
repubblicani, tra i quattromila e i seimila circa, secondo alcune fonti: si trattava, nella maggior parte dei casi, di persone legate
al Partito comunista spagnolo. Tutti, a parte i dirigenti più importanti, impegnati nell'attività politica, erano stati
inseriti come lavoratori nella società sovietica, non senza problemi di adattamento, anche di natura ideologica. Il desiderio
di arruolarsi nell'Armata rossa e di combattere contro i tedeschi, comunque, si manifestò in misura molto estesa.
Anche nei profughi repubblicani in Urss il sentimento dominante era quello di continuare la lotta interrotta nel 1939, ma la
loro posizione di militanti o simpatizzanti comunisti imponeva loro un'ottica internazionalista, in base alla quale
avrebbero dovuto subordinare le proprie aspirazioni di spagnoli alle superiori esigenze dell'Urss, la "patria del socialismo".
D'altra parte scriverà anni dopo, con disincanto, Andrés Fierro, che aveva ascoltato il discorso pronunciato per radio
da Stalin il 3 luglio 1941: "[Stalin] in questo discorso ormai si dimenticò di mettere in primo piano l'internazionalismo e
basò la sua futura linea d'azione sulla tradizione nazionalista del popolo russo, per cui trasformò la guerra con la
Germania in una classica lotta
nazionale"3.
Da tali contraddizioni derivarono molti aspetti peculiari dell'esperienza dei combattenti spagnoli in Urss. Tanto
per incominciare, le autorità sovietiche, inizialmente, respinsero i volontari spagnoli. La spiegazione che Dolores
Ibarruri, la Pasionaria, ricevette da Stalin, e che riferisce nelle sue memorie, è plausibile: l'Urss non aveva bisogno di uomini
- poche centinaia di soldati in più non avrebbero certo cambiato il corso della guerra - piuttosto si dovevano
preservare i quadri del Pce per le prospettive politiche future. In seguito alle insistenze degli spagnoli, tale posizione finirà però
per modificarsi.
Una prima, significativa eccezione fu concessa alle richieste dei piloti militari. La loro esperienza è di particolare
interesse, in quanto il gruppo dei piloti fu quello che con più continuità e su tutti i fronti prese parte al conflitto. Uno dei
più autorevoli tra loro, Antonio Arias Arias, fece notare alle autorità sovietiche che addestrare un pilota richiedeva
tempo, mentre i reduci dell'aviazione repubblicana erano già addestrati e, per di più, esperti nel combattimento contro i
tedeschi. L'argomento parve convincente. Anche perché si stava elaborando un progetto per il quale c'era bisogno di
personale molto qualificato.
Antonio Arias Arias fu incaricato di stilare un elenco di nomi di piloti di provata esperienza. Sulla base di tale
elenco, venne costituito un gruppo ristretto, destinato a "un'avventura che merita di essere raccontata di nuovo", scrive
lo storico Rafael de Madariaga, "per quanto lo abbia già fatto con abbondanza di particolari Juan Lario in alcuni dei
suoi articoli"4. La vicenda può essere ricostruita grazie anche ad altre
testimonianze5.
Ai primi di agosto del 1941 il gruppo di piloti spagnoli, in tutto una quindicina di
elementi6, venne concentrato all'aeroporto dell'Istituto di ricerca dell'aviazione, poco fuori Mosca, e iniziò voli di addestramento su caccia Yak di
fabbricazione sovietica. Intorno alla metà del mese, il gruppo fu trasferito, in gran segreto, alla base aerea di Aramil,
nella regione degli Urali. Qui, non senza una certa sorpresa, gli spagnoli scoprirono che il loro addestramento sarebbe
proseguito su aerei tedeschi, in maggioranza catturati dai russi durante le operazioni
militari7.
In quelle settimane, l'Armata rossa, colta alla sprovvista dall'aggressione tedesca, era ovunque in ritirata, ma si
lasciava alle spalle nuclei di guerriglieri con il compito di operare dietro le linee avversarie. Allo stesso modo,
qualcuno pensò di estendere al cielo la pratica della guerriglia, infiltrando nello spazio aereo nemico aerei tedeschi, in grado
di penetrare indisturbati in profondità e colpire di sorpresa.
L'addestramento nella nuova base durò poche settimane. I piloti avevano bisogno di tempo per prendere
confidenza con gli aerei tedeschi, e il tempo mancava: l'offensiva lanciata da Hitler, ormai, si avvicinava a Mosca. Quando, in
ottobre, un bimotore Ju-88 finì fuori pista, con la perdita dell'apparecchio e il ferimento dell'equipaggio - due spagnoli
e un russo - l'iniziativa venne sospesa e tutti i piloti vennero destinati alla difesa del cielo moscovita.
A questo punto, affiorò una questione destinata a ripresentarsi in futuro. Alcuni piloti avrebbero voluto
costituire una squadriglia interamente composta da connazionali, ma la prospettiva, rapidamente, sfumò e gli spagnoli
vennero distribuiti in più unità, in nuclei di due, tre elementi, mescolandosi ai sovietici.
I piloti repubblicani diedero buona prova di sé nella battaglia di Mosca. Antonio Arias Arias, come tutti
desideroso di battersi, ricorda che "era rinata in noi la speranza di poter ancora affrontare gli assi della Legione Condor,
quegli stessi hitleriani che avevano raso al suolo tanti paesi della nostra amata Spagna, tra cui Guernica, e città intere in
Europa"8. E ancora: "Avevamo voglia di regolare i conti con i piloti nazisti! E li
regolammo!"9. Arias combatté di giorno
e di notte. Uno dei suoi compagni, Vicente Beltràn, si distinse uscendo incolume da un
tarán, una tecnica di combattimento rischiosissima, praticata dai russi sin dal primo conflitto mondiale: si trattava di mettersi in coda a un
bombardiere avversario e, usando l'elica come una sega circolare, spaccargli il timone di coda. I piloti adibiti alla difesa
aerea avevano l'obbligo, quanto meno morale, di ricorrervi in caso di inceppamento delle armi o esaurimento delle
munizioni. Esistono manifesti dell'epoca che lo rappresentano, con l'evidente scopo di propagandare tra la popolazione la
volontà degli aviatori di difenderla a ogni costo dai
bombardamenti10.
Dopo il fallimento dell'offensiva tedesca su Mosca, alcuni piloti spagnoli rimasero nelle squadriglie preposte
alla difesa aerea della città, altri vennero spostati altrove. Tre furono nuovamente destinati alla guerriglia aerea, il cui
esperimento venne attuato nel corso del 1942. Juan Lario, uno dei prescelti, ricorda che ci si infiltrava nello spazio
aereo tedesco soprattutto per compiere voli di ricognizione in profondità e solo in qualche caso si attaccarono di
sorpresa aerei da trasporto nemici. Pare inoltre che qualche pilota, anche spagnolo, fosse paracadutato con reparti di
guerriglieri, allo scopo di assaltare aeroporti tedeschi e catturare apparecchi di recente fabbricazione. In ogni caso, conclude
Lario, la guerriglia aerea "era possibile ma non consigliabile", a causa dei rischi troppo elevati che implicava. Anche uno
degli spagnoli pare rimanesse ucciso in questi tentativi. La tattica, pertanto, venne abbandonata.
Intanto, intorno al maggio del 1942, si era prodotto un fatto importante. Malgrado l'opposizione iniziale, i
vertici militari sovietici avevano finito per accettare le richieste di arruolamento dei repubblicani spagnoli (un ruolo
significativo in tal senso pare fosse svolto da Nikita
Kruscev)11. Molti ex piloti si erano ritrovati a combattere in reparti
del Genio o tra i guerriglieri che sabotavano alle spalle l'avanzata tedesca. Uno tra i più noti assi dell'aviazione
repubblicana, José Maria Bravo, incontrò casualmente a Mosca il generale Ossipenko, comandante della Difesa
aerea12. I due si conoscevano, in quanto Ossipenko era stato comandante di una squadriglia di caccia in Spagna, ove, per un
certo periodo, si era trovato nella stessa base aerea della squadriglia di
Bravo13. Dopo l'incontro, Ossipenko intervenne
per ottenere il trasferimento in aviazione dei piloti spagnoli: pertanto, nei mesi successivi, al gruppo iniziale se ne
aggiunsero altri, per un totale di circa cinquanta
piloti14.
In seguito alla svolta, riprese forza l'aspirazione a creare un'unità di soli spagnoli, stimolata dal fatto che, nel
settembre del 1942, venne costituita la squadriglia "Normandie-Niemen" con piloti francesi inviati da De Gaulle. Ancora
una volta, però, non se ne fece nulla. Ossipenko, intervistato sulla questione mezzo secolo dopo, dirà che "la
Normandie-Niemen fu creata d'accordo con De Gaulle, che noi riconoscevamo come governo legittimo della Francia. Con la
Spagna il caso era diverso, perché non esisteva alcun tipo di relazione, essendoci un unico governo, quello fascista di
Franco, che ci mandò la Divisiòn
Azul a
Leningrado"15. In realtà, un evanescente governo repubblicano in esilio, in
contatto con la Ibàrruri, esisteva, ma erano le condizioni politiche a impedire il progetto. Juan Lario giustifica la decisione
sovietica, affermando che "noi partecipavamo [alla guerra] per idealismo. Di fatto eravamo sovietici e ci integrammo
perfettamente nelle unità sovietiche. Se avessimo formato un'unità spagnola, avremmo provocato problemi".
I problemi cui allude Juan Lario riguardano la prospettiva, paventata dai vertici di Mosca, che, sul suolo sovietico,
si giocasse un "tempo supplementare" della guerra civile spagnola. Prospettiva non astratta, in quanto a fianco
delle truppe tedesche era schierato un reparto di volontari franchisti inviati dalla Spagna, appunto la
Divisiòn Azul. A essa si aggiungeva una squadriglia di piloti, la
Escuadrilla Azul, inquadrata nella Luftwaffe. Era prevedibile che
l'ipotetica formazione spagnola avrebbe voluto affrontare i connazionali schierati con la Germania (e viceversa), fatto
certamente clamoroso. Una squadriglia dell'aviazione aveva molta visibilità e la sua esistenza sarebbe stata in ogni caso ripresa
ed evidenziata dalla stampa
dell'epoca16.
Alla fine del 1942, la Spagna di Franco stava prendendo atto dei mutamenti negli equilibri militari del conflitto,
preparandosi a passare da una posizione di cobelligeranza con la Germania a una effettiva neutralità; e già Franco
cercava una sponda tra gli Alleati nel primo ministro inglese Winston
Churchill17. Non era dunque il caso di provocare il
dittatore spagnolo riaprendo il capitolo della guerra civile: l'Urss, che dipendeva molto dagli aiuti militari degli Alleati,
non intendeva contraddirli, come proverà l'anno seguente, sciogliendo addirittura il Comintern.
Pare inoltre che lo stesso Pce fosse contrario all'ipotesi della squadriglia
spagnola18. Ciò può essere spiegato,
in primo luogo, dalla dipendenza nei confronti del Pcus e di Stalin; ma non si può escludere che, forse, i dirigenti
spagnoli non volessero favorire una recrudescenza nella repressione interna in Spagna. Esecuzioni di massa, nel 1942,
erano ancora praticate dal regime franchista, che però, proprio in quell'anno, cominciava ad attenuare le misure
repressive, preferendo utilizzare i repubblicani come manodopera praticamente schiavile nelle difficili contingenze economiche
del momento.
Bravo e altri piloti iniziarono l'addestramento subito dopo l'incontro con Ossipenko e, successivamente,
furono assegnati alla difesa aerea di Baku, nel Caucaso. Qui, essendo tale settore tranquillo, si occuparono anche
dell'addestramento delle reclute russe: durante un volo di istruzione, Manuel Zarauza si scontrò con il suo allievo ed
entrambi morirono. Il fatto suscitò grande emozione, in quanto Zarauza era il più popolare asso dell'aviazione repubblicana,
un personaggio romanzesco, spericolato e guascone. José Maria Bravo fu assegnato inoltre a voli di trasferimento
degli aerei che venivano consegnati all'Urss dagli Stati Uniti e si trovò spesso a sorvolare tutta l'immensa distesa dello
stato sovietico, dall'estremità orientale, ove giungevano gli aiuti militari, al Caucaso. Nel 1943 fece parte della scorta
aerea che accompagnò Stalin alla conferenza di Teheran ed ebbe un fugace incontro con lui.
Gli arruolamenti di piloti continuarono per tutto il corso del 1942, via via che venivano individuati nei vari
reparti, soprattutto di guerriglieri, ove si trovavano. Tra gli ultimi a incorporarsi furono José Cirujeda e Andrés Fierro.
Cirujeda, rievocando le sue esperienze, cerca di conciliare il contrasto fra la dimensione nazionalista e quella
internazionalista della guerra. L'Urss, dice, era "la nostra seconda patria", e aggiunge: "Noi spagnoli eravamo intenzionati a
continuare la lotta iniziata nella nostra prima
patria"19. Cirujeda poté farlo a partire dall'autunno del 1943 nel settore di
Yaroslav, ove, per qualche tempo, volò nella squadriglia comandata da Andrés Fierro.
Tale squadriglia cominciò a essere chiamata "spagnola" per la presenza, in essa, di cinque piloti repubblicani.
La stampa sovietica, tuttavia, la propagandò come "internazionale", in quanto vi era inclusa una folta
rappresentanza delle varie nazionalità che componevano
l'Urss20. Fu anche l'occasione, per gli spagnoli, di prendere coscienza di
come fosse delicato e complesso il problema dei rapporti reciproci tra i componenti del mosaico etnico sovietico: "Fu
tutta una scoperta", scriverà Andrés, "e servì a farmi giungere alla conclusione che gli spagnoli, in mezzo alle varie nazionalità, erano quelli che vi prestavano meno
attenzione"21.
I piloti spagnoli, dalla fine del 1942 al 1945, presero parte a tutte le principali battaglie del fronte orientale, da
Kursk a Stalingrado, nei cui cieli cadde Pascual Santamaria: pare che, prima di precipitare con l'aereo in fiamme, avesse
abbattuto nove aerei tedeschi, e gli fu conferito, alla memoria, l'Ordine di Lenin, una delle più alte decorazioni sovietiche.
Durante la battaglia di Kursk, Alfonso Garcìa fu protagonista di un episodio degno di nota. In uno scontro con
una squadriglia tedesca, credette di riconoscere, dipinto su un aereo avversario, lo stesso emblema - un serpente -
che aveva il caccia da cui era stato abbattuto nel 1938, durante la battaglia dell'Ebro. Tra la perplessità dei compagni di
volo, si gettò su quell'aereo scaricandogli contro le mitragliatrici, finché non lo vide precipitare. Non possiamo sapere se
si trattasse davvero dello stesso pilota con cui Garcìa aveva duellato nel 1938. L'episodio sembra la materializzazione
del sentimento, in un modo o nell'altro, presente in tutti i piloti spagnoli: l'aspirazione a prendersi una rivincita sulla
sconfitta subita in patria. Il fatto è ancor più significativo in Alfonso Garcìa, in quanto egli era, ideologicamente, uno
degli elementi più "internazionalisti" e pro sovietici: aveva assunto la cittadinanza dell'Urss e adottato il nome di
Alexandr Guerasimov, lo stesso di un pilota russo che gli aveva salvato la vita in Spagna; in seguito entrerà a far parte del
Pcus22.
Con la ritirata tedesca e lo spostamento verso ovest del fronte, numerosi piloti spagnoli prestarono servizio nei
cieli di Polonia, Jugoslavia e Ungheria, dove Celestino Martìnez, quando il suo aereo fu colpito, si gettò su una
colonna corazzata tedesca. Alcuni piloti parteciparono, infine, alla battaglia di Berlino (uno di essi, Carlos Aguirre, venne
abbattuto, ma riuscì a salvarsi). La città era difesa, tra gli altri, da un reparto di volontari della
Divisiòn Azul, che, dopo il ritiro dell'unità da parte di Franco, avevano voluto continuare a combattere con i tedeschi. A Berlino erano presenti
anche deportati spagnoli, prelevati nei campi ove il governo francese aveva concentrato i profughi repubblicani. Pare
che alcuni occupassero l'ambasciata di Spagna e inalberassero la bandiera della
Repubblica23.
La contrapposizione fra le due Spagne, tante volte occultata durante il conflitto, riaffiorava dunque tra le
macerie della capitale di Hitler. Le aspirazioni degli esuli spagnoli, comunque, erano destinate a non realizzarsi. La
diplomazia internazionale non intendeva riaprire il capitolo Spagna, chiuso con la conferenza di Monaco del 1938, e la
dittatura franchista poté sopravvivere alla sconfitta degli altri regimi fascisti europei. Nel clima della guerra fredda, Franco,
anzi, divenne un'importante pedina sullo scacchiere della contrapposizione Usa-Urss.
Dei circa cinquanta piloti spagnoli che avevano preso parte alla guerra, almeno diciotto erano caduti in
combattimento. Altri avevano riportato ferite, anche gravi, come Ignacio Aguinaga, che perse entrambe le gambe. Tutti
avevano raggiunto i gradi di ufficiale, diventando, spesso, comandanti o vicecomandanti di squadriglia. Numerosi i decorati
al valore.
Concluse le ostilità, molti decisero di rimanere nei ranghi dell'aviazione sovietica, proseguendovi la carriera
militare. Nel 1948, tuttavia, uno spagnolo disertò e atterrò in Occidente con il proprio aereo, offrendo le proprie
conoscenze sull'apparato militare sovietico, pur di rientrare in Spagna. In seguito all'episodio, tutti i suoi connazionali
vennero smobilitati e inseriti nella società civile sovietica.
L'episodio, probabilmente, accelerò un processo che si sarebbe compiuto comunque. Fierro riferisce che i piloti
spagnoli da tempo subivano pressioni sempre più insistenti per convincerli ad assumere la cittadinanza sovietica. Un
dirigente del Pce in e-silio, cui sottopose il caso, gli rispose che "erano spagnoli e, come tali, erano legati alla
Spagna; d'altra parte era comprensibile che chiedessero loro di prendere la cittadinanza sovietica, perché, senza dubbio, a
guerra finita, erano diventati un corpo estraneo nella struttura dell'Esercito
sovietico"24.
Svanite le prospettive di rientrare in Spagna, i piloti, come tutti gli esuli spagnoli, si adattarono a vivere in
Urss. Qualcuno vi trascorse il resto della vita. Altri rimpatriarono a metà degli anni cinquanta. Nel periodo della
destalinizzazione, infatti, con la mediazione della Croce Rossa, fu raggiunto un accordo in base al quale l'Urss avrebbe liberato
i prigionieri della Divisiòn Azul ancora in suo possesso; in cambio, la Spagna si impegnava ad accogliere esuli
repubblicani, garantendo di astenersi da rappresaglie nei loro confronti.
Il reinserimento nella società spagnola, dominata dalla dittatura, non fu, ovviamente, facile. Sia i reduci dall'Urss,
sia gli aviatori repubblicani superstiti rimasti in Spagna incominciarono a frequentarsi per scambiarsi appoggio e
solidarietà. Le loro riunioni, col tempo, assunsero proporzioni sempre più vaste, finché, il 1 maggio 1970, a Valenza,
furono gettate le basi per creare un'associazione, praticamente
semiclandestina25. L'associazione crebbe negli anni
successivi e, dopo la fine del franchismo, poté ottenere pieno riconoscimento legale. Da quel momento operò per assicurare
ai suoi membri l'equiparazione agli aviatori della Forza aerea spagnola: equiparazione ottenuta, negli anni ottanta,
all'epoca del governo González. L'associazione continua a esistere e a operare per il mantenimento della memoria storica
relativa alla guerra civile.
| |