Alberto Magnani

Piloti spagnoli repubblicani nell’aviazione sovietica (1941-1948)



Quando, il 22 giugno 1941, la Germania nazista attaccò l'Unione Sovietica, "la nostra reazione", racconta Josep Viladomat, esule dalla Spagna repubblicana a Krematorsk, "fu di euforia. L'Urss avrebbe sconfitto subito i tedeschi e noi avremmo potuto ritornare in Spagna"1. Sensazioni non differenti dovettero provare tanti degli esuli repubblicani presenti in territorio sovietico. E, prima di loro, le avevano provate le centinaia di migliaia di altri esuli, concentrati soprattutto in Francia, allo scoppio della seconda guerra mondiale: il conflitto riapriva la partita anche in Spagna e permetteva di riprendere la lotta contro il fascismo, la cui sconfitta nel resto d'Europa - si credeva - avrebbe trascinato con sé anche il regime di Franco. Furono numerosi, pertanto, i reduci dell'esercito repubblicano che si arruolarono negli eserciti degli Alleati o parteciparono alla Resistenza nei paesi occupati. La storiografia spagnola, da qualche tempo, ha incominciato a recuperare e analizzare queste vicende, di cui, fuori dalla Spagna, si conosce ben poco2.
In Unione Sovietica, dopo la vittoria di Franco, aveva trovato rifugio una quantità limitata di profughi repubblicani, tra i quattromila e i seimila circa, secondo alcune fonti: si trattava, nella maggior parte dei casi, di persone legate al Partito comunista spagnolo. Tutti, a parte i dirigenti più importanti, impegnati nell'attività politica, erano stati inseriti come lavoratori nella società sovietica, non senza problemi di adattamento, anche di natura ideologica. Il desiderio di arruolarsi nell'Armata rossa e di combattere contro i tedeschi, comunque, si manifestò in misura molto estesa. Anche nei profughi repubblicani in Urss il sentimento dominante era quello di continuare la lotta interrotta nel 1939, ma la loro posizione di militanti o simpatizzanti comunisti imponeva loro un'ottica internazionalista, in base alla quale avrebbero dovuto subordinare le proprie aspirazioni di spagnoli alle superiori esigenze dell'Urss, la "patria del socialismo". D'altra parte scriverà anni dopo, con disincanto, Andrés Fierro, che aveva ascoltato il discorso pronunciato per radio da Stalin il 3 luglio 1941: "[Stalin] in questo discorso ormai si dimenticò di mettere in primo piano l'internazionalismo e basò la sua futura linea d'azione sulla tradizione nazionalista del popolo russo, per cui trasformò la guerra con la Germania in una classica lotta nazionale"3.
Da tali contraddizioni derivarono molti aspetti peculiari dell'esperienza dei combattenti spagnoli in Urss. Tanto per incominciare, le autorità sovietiche, inizialmente, respinsero i volontari spagnoli. La spiegazione che Dolores Ibarruri, la Pasionaria, ricevette da Stalin, e che riferisce nelle sue memorie, è plausibile: l'Urss non aveva bisogno di uomini - poche centinaia di soldati in più non avrebbero certo cambiato il corso della guerra - piuttosto si dovevano preservare i quadri del Pce per le prospettive politiche future. In seguito alle insistenze degli spagnoli, tale posizione finirà però per modificarsi.
Una prima, significativa eccezione fu concessa alle richieste dei piloti militari. La loro esperienza è di particolare interesse, in quanto il gruppo dei piloti fu quello che con più continuità e su tutti i fronti prese parte al conflitto. Uno dei più autorevoli tra loro, Antonio Arias Arias, fece notare alle autorità sovietiche che addestrare un pilota richiedeva tempo, mentre i reduci dell'aviazione repubblicana erano già addestrati e, per di più, esperti nel combattimento contro i tedeschi. L'argomento parve convincente. Anche perché si stava elaborando un progetto per il quale c'era bisogno di personale molto qualificato.
Antonio Arias Arias fu incaricato di stilare un elenco di nomi di piloti di provata esperienza. Sulla base di tale elenco, venne costituito un gruppo ristretto, destinato a "un'avventura che merita di essere raccontata di nuovo", scrive lo storico Rafael de Madariaga, "per quanto lo abbia già fatto con abbondanza di particolari Juan Lario in alcuni dei suoi articoli"4. La vicenda può essere ricostruita grazie anche ad altre testimonianze5.
Ai primi di agosto del 1941 il gruppo di piloti spagnoli, in tutto una quindicina di elementi6, venne concentrato all'aeroporto dell'Istituto di ricerca dell'aviazione, poco fuori Mosca, e iniziò voli di addestramento su caccia Yak di fabbricazione sovietica. Intorno alla metà del mese, il gruppo fu trasferito, in gran segreto, alla base aerea di Aramil, nella regione degli Urali. Qui, non senza una certa sorpresa, gli spagnoli scoprirono che il loro addestramento sarebbe proseguito su aerei tedeschi, in maggioranza catturati dai russi durante le operazioni militari7.
In quelle settimane, l'Armata rossa, colta alla sprovvista dall'aggressione tedesca, era ovunque in ritirata, ma si lasciava alle spalle nuclei di guerriglieri con il compito di operare dietro le linee avversarie. Allo stesso modo, qualcuno pensò di estendere al cielo la pratica della guerriglia, infiltrando nello spazio aereo nemico aerei tedeschi, in grado di penetrare indisturbati in profondità e colpire di sorpresa.
L'addestramento nella nuova base durò poche settimane. I piloti avevano bisogno di tempo per prendere confidenza con gli aerei tedeschi, e il tempo mancava: l'offensiva lanciata da Hitler, ormai, si avvicinava a Mosca. Quando, in ottobre, un bimotore Ju-88 finì fuori pista, con la perdita dell'apparecchio e il ferimento dell'equipaggio - due spagnoli e un russo - l'iniziativa venne sospesa e tutti i piloti vennero destinati alla difesa del cielo moscovita.
A questo punto, affiorò una questione destinata a ripresentarsi in futuro. Alcuni piloti avrebbero voluto costituire una squadriglia interamente composta da connazionali, ma la prospettiva, rapidamente, sfumò e gli spagnoli vennero distribuiti in più unità, in nuclei di due, tre elementi, mescolandosi ai sovietici.
I piloti repubblicani diedero buona prova di sé nella battaglia di Mosca. Antonio Arias Arias, come tutti desideroso di battersi, ricorda che "era rinata in noi la speranza di poter ancora affrontare gli assi della Legione Condor, quegli stessi hitleriani che avevano raso al suolo tanti paesi della nostra amata Spagna, tra cui Guernica, e città intere in Europa"8. E ancora: "Avevamo voglia di regolare i conti con i piloti nazisti! E li regolammo!"9. Arias combatté di giorno e di notte. Uno dei suoi compagni, Vicente Beltràn, si distinse uscendo incolume da un tarán, una tecnica di combattimento rischiosissima, praticata dai russi sin dal primo conflitto mondiale: si trattava di mettersi in coda a un bombardiere avversario e, usando l'elica come una sega circolare, spaccargli il timone di coda. I piloti adibiti alla difesa aerea avevano l'obbligo, quanto meno morale, di ricorrervi in caso di inceppamento delle armi o esaurimento delle munizioni. Esistono manifesti dell'epoca che lo rappresentano, con l'evidente scopo di propagandare tra la popolazione la volontà degli aviatori di difenderla a ogni costo dai bombardamenti10.
Dopo il fallimento dell'offensiva tedesca su Mosca, alcuni piloti spagnoli rimasero nelle squadriglie preposte alla difesa aerea della città, altri vennero spostati altrove. Tre furono nuovamente destinati alla guerriglia aerea, il cui esperimento venne attuato nel corso del 1942. Juan Lario, uno dei prescelti, ricorda che ci si infiltrava nello spazio aereo tedesco soprattutto per compiere voli di ricognizione in profondità e solo in qualche caso si attaccarono di sorpresa aerei da trasporto nemici. Pare inoltre che qualche pilota, anche spagnolo, fosse paracadutato con reparti di guerriglieri, allo scopo di assaltare aeroporti tedeschi e catturare apparecchi di recente fabbricazione. In ogni caso, conclude Lario, la guerriglia aerea "era possibile ma non consigliabile", a causa dei rischi troppo elevati che implicava. Anche uno degli spagnoli pare rimanesse ucciso in questi tentativi. La tattica, pertanto, venne abbandonata.
Intanto, intorno al maggio del 1942, si era prodotto un fatto importante. Malgrado l'opposizione iniziale, i vertici militari sovietici avevano finito per accettare le richieste di arruolamento dei repubblicani spagnoli (un ruolo significativo in tal senso pare fosse svolto da Nikita Kruscev)11. Molti ex piloti si erano ritrovati a combattere in reparti del Genio o tra i guerriglieri che sabotavano alle spalle l'avanzata tedesca. Uno tra i più noti assi dell'aviazione repubblicana, José Maria Bravo, incontrò casualmente a Mosca il generale Ossipenko, comandante della Difesa aerea12. I due si conoscevano, in quanto Ossipenko era stato comandante di una squadriglia di caccia in Spagna, ove, per un certo periodo, si era trovato nella stessa base aerea della squadriglia di Bravo13. Dopo l'incontro, Ossipenko intervenne per ottenere il trasferimento in aviazione dei piloti spagnoli: pertanto, nei mesi successivi, al gruppo iniziale se ne aggiunsero altri, per un totale di circa cinquanta piloti14.
In seguito alla svolta, riprese forza l'aspirazione a creare un'unità di soli spagnoli, stimolata dal fatto che, nel settembre del 1942, venne costituita la squadriglia "Normandie-Niemen" con piloti francesi inviati da De Gaulle. Ancora una volta, però, non se ne fece nulla. Ossipenko, intervistato sulla questione mezzo secolo dopo, dirà che "la Normandie-Niemen fu creata d'accordo con De Gaulle, che noi riconoscevamo come governo legittimo della Francia. Con la Spagna il caso era diverso, perché non esisteva alcun tipo di relazione, essendoci un unico governo, quello fascista di Franco, che ci mandò la Divisiòn Azul a Leningrado"15. In realtà, un evanescente governo repubblicano in esilio, in contatto con la Ibàrruri, esisteva, ma erano le condizioni politiche a impedire il progetto. Juan Lario giustifica la decisione sovietica, affermando che "noi partecipavamo [alla guerra] per idealismo. Di fatto eravamo sovietici e ci integrammo perfettamente nelle unità sovietiche. Se avessimo formato un'unità spagnola, avremmo provocato problemi".
I problemi cui allude Juan Lario riguardano la prospettiva, paventata dai vertici di Mosca, che, sul suolo sovietico, si giocasse un "tempo supplementare" della guerra civile spagnola. Prospettiva non astratta, in quanto a fianco delle truppe tedesche era schierato un reparto di volontari franchisti inviati dalla Spagna, appunto la Divisiòn Azul. A essa si aggiungeva una squadriglia di piloti, la Escuadrilla Azul, inquadrata nella Luftwaffe. Era prevedibile che l'ipotetica formazione spagnola avrebbe voluto affrontare i connazionali schierati con la Germania (e viceversa), fatto certamente clamoroso. Una squadriglia dell'aviazione aveva molta visibilità e la sua esistenza sarebbe stata in ogni caso ripresa ed evidenziata dalla stampa dell'epoca16.
Alla fine del 1942, la Spagna di Franco stava prendendo atto dei mutamenti negli equilibri militari del conflitto, preparandosi a passare da una posizione di cobelligeranza con la Germania a una effettiva neutralità; e già Franco cercava una sponda tra gli Alleati nel primo ministro inglese Winston Churchill17. Non era dunque il caso di provocare il dittatore spagnolo riaprendo il capitolo della guerra civile: l'Urss, che dipendeva molto dagli aiuti militari degli Alleati, non intendeva contraddirli, come proverà l'anno seguente, sciogliendo addirittura il Comintern.
Pare inoltre che lo stesso Pce fosse contrario all'ipotesi della squadriglia spagnola18. Ciò può essere spiegato, in primo luogo, dalla dipendenza nei confronti del Pcus e di Stalin; ma non si può escludere che, forse, i dirigenti spagnoli non volessero favorire una recrudescenza nella repressione interna in Spagna. Esecuzioni di massa, nel 1942, erano ancora praticate dal regime franchista, che però, proprio in quell'anno, cominciava ad attenuare le misure repressive, preferendo utilizzare i repubblicani come manodopera praticamente schiavile nelle difficili contingenze economiche del momento.
Bravo e altri piloti iniziarono l'addestramento subito dopo l'incontro con Ossipenko e, successivamente, furono assegnati alla difesa aerea di Baku, nel Caucaso. Qui, essendo tale settore tranquillo, si occuparono anche dell'addestramento delle reclute russe: durante un volo di istruzione, Manuel Zarauza si scontrò con il suo allievo ed entrambi morirono. Il fatto suscitò grande emozione, in quanto Zarauza era il più popolare asso dell'aviazione repubblicana, un personaggio romanzesco, spericolato e guascone. José Maria Bravo fu assegnato inoltre a voli di trasferimento degli aerei che venivano consegnati all'Urss dagli Stati Uniti e si trovò spesso a sorvolare tutta l'immensa distesa dello stato sovietico, dall'estremità orientale, ove giungevano gli aiuti militari, al Caucaso. Nel 1943 fece parte della scorta aerea che accompagnò Stalin alla conferenza di Teheran ed ebbe un fugace incontro con lui.
Gli arruolamenti di piloti continuarono per tutto il corso del 1942, via via che venivano individuati nei vari reparti, soprattutto di guerriglieri, ove si trovavano. Tra gli ultimi a incorporarsi furono José Cirujeda e Andrés Fierro. Cirujeda, rievocando le sue esperienze, cerca di conciliare il contrasto fra la dimensione nazionalista e quella internazionalista della guerra. L'Urss, dice, era "la nostra seconda patria", e aggiunge: "Noi spagnoli eravamo intenzionati a continuare la lotta iniziata nella nostra prima patria"19. Cirujeda poté farlo a partire dall'autunno del 1943 nel settore di Yaroslav, ove, per qualche tempo, volò nella squadriglia comandata da Andrés Fierro.
Tale squadriglia cominciò a essere chiamata "spagnola" per la presenza, in essa, di cinque piloti repubblicani. La stampa sovietica, tuttavia, la propagandò come "internazionale", in quanto vi era inclusa una folta rappresentanza delle varie nazionalità che componevano l'Urss20. Fu anche l'occasione, per gli spagnoli, di prendere coscienza di come fosse delicato e complesso il problema dei rapporti reciproci tra i componenti del mosaico etnico sovietico: "Fu tutta una scoperta", scriverà Andrés, "e servì a farmi giungere alla conclusione che gli spagnoli, in mezzo alle varie nazionalità, erano quelli che vi prestavano meno attenzione"21.
I piloti spagnoli, dalla fine del 1942 al 1945, presero parte a tutte le principali battaglie del fronte orientale, da Kursk a Stalingrado, nei cui cieli cadde Pascual Santamaria: pare che, prima di precipitare con l'aereo in fiamme, avesse abbattuto nove aerei tedeschi, e gli fu conferito, alla memoria, l'Ordine di Lenin, una delle più alte decorazioni sovietiche.
Durante la battaglia di Kursk, Alfonso Garcìa fu protagonista di un episodio degno di nota. In uno scontro con una squadriglia tedesca, credette di riconoscere, dipinto su un aereo avversario, lo stesso emblema - un serpente - che aveva il caccia da cui era stato abbattuto nel 1938, durante la battaglia dell'Ebro. Tra la perplessità dei compagni di volo, si gettò su quell'aereo scaricandogli contro le mitragliatrici, finché non lo vide precipitare. Non possiamo sapere se si trattasse davvero dello stesso pilota con cui Garcìa aveva duellato nel 1938. L'episodio sembra la materializzazione del sentimento, in un modo o nell'altro, presente in tutti i piloti spagnoli: l'aspirazione a prendersi una rivincita sulla sconfitta subita in patria. Il fatto è ancor più significativo in Alfonso Garcìa, in quanto egli era, ideologicamente, uno degli elementi più "internazionalisti" e pro sovietici: aveva assunto la cittadinanza dell'Urss e adottato il nome di Alexandr Guerasimov, lo stesso di un pilota russo che gli aveva salvato la vita in Spagna; in seguito entrerà a far parte del Pcus22.
Con la ritirata tedesca e lo spostamento verso ovest del fronte, numerosi piloti spagnoli prestarono servizio nei cieli di Polonia, Jugoslavia e Ungheria, dove Celestino Martìnez, quando il suo aereo fu colpito, si gettò su una colonna corazzata tedesca. Alcuni piloti parteciparono, infine, alla battaglia di Berlino (uno di essi, Carlos Aguirre, venne abbattuto, ma riuscì a salvarsi). La città era difesa, tra gli altri, da un reparto di volontari della Divisiòn Azul, che, dopo il ritiro dell'unità da parte di Franco, avevano voluto continuare a combattere con i tedeschi. A Berlino erano presenti anche deportati spagnoli, prelevati nei campi ove il governo francese aveva concentrato i profughi repubblicani. Pare che alcuni occupassero l'ambasciata di Spagna e inalberassero la bandiera della Repubblica23.
La contrapposizione fra le due Spagne, tante volte occultata durante il conflitto, riaffiorava dunque tra le macerie della capitale di Hitler. Le aspirazioni degli esuli spagnoli, comunque, erano destinate a non realizzarsi. La diplomazia internazionale non intendeva riaprire il capitolo Spagna, chiuso con la conferenza di Monaco del 1938, e la dittatura franchista poté sopravvivere alla sconfitta degli altri regimi fascisti europei. Nel clima della guerra fredda, Franco, anzi, divenne un'importante pedina sullo scacchiere della contrapposizione Usa-Urss.
Dei circa cinquanta piloti spagnoli che avevano preso parte alla guerra, almeno diciotto erano caduti in combattimento. Altri avevano riportato ferite, anche gravi, come Ignacio Aguinaga, che perse entrambe le gambe. Tutti avevano raggiunto i gradi di ufficiale, diventando, spesso, comandanti o vicecomandanti di squadriglia. Numerosi i decorati al valore.
Concluse le ostilità, molti decisero di rimanere nei ranghi dell'aviazione sovietica, proseguendovi la carriera militare. Nel 1948, tuttavia, uno spagnolo disertò e atterrò in Occidente con il proprio aereo, offrendo le proprie conoscenze sull'apparato militare sovietico, pur di rientrare in Spagna. In seguito all'episodio, tutti i suoi connazionali vennero smobilitati e inseriti nella società civile sovietica.
L'episodio, probabilmente, accelerò un processo che si sarebbe compiuto comunque. Fierro riferisce che i piloti spagnoli da tempo subivano pressioni sempre più insistenti per convincerli ad assumere la cittadinanza sovietica. Un dirigente del Pce in e-silio, cui sottopose il caso, gli rispose che "erano spagnoli e, come tali, erano legati alla Spagna; d'altra parte era comprensibile che chiedessero loro di prendere la cittadinanza sovietica, perché, senza dubbio, a guerra finita, erano diventati un corpo estraneo nella struttura dell'Esercito sovietico"24.
Svanite le prospettive di rientrare in Spagna, i piloti, come tutti gli esuli spagnoli, si adattarono a vivere in Urss. Qualcuno vi trascorse il resto della vita. Altri rimpatriarono a metà degli anni cinquanta. Nel periodo della destalinizzazione, infatti, con la mediazione della Croce Rossa, fu raggiunto un accordo in base al quale l'Urss avrebbe liberato i prigionieri della Divisiòn Azul ancora in suo possesso; in cambio, la Spagna si impegnava ad accogliere esuli repubblicani, garantendo di astenersi da rappresaglie nei loro confronti.
Il reinserimento nella società spagnola, dominata dalla dittatura, non fu, ovviamente, facile. Sia i reduci dall'Urss, sia gli aviatori repubblicani superstiti rimasti in Spagna incominciarono a frequentarsi per scambiarsi appoggio e solidarietà. Le loro riunioni, col tempo, assunsero proporzioni sempre più vaste, finché, il 1 maggio 1970, a Valenza, furono gettate le basi per creare un'associazione, praticamente semiclandestina25. L'associazione crebbe negli anni successivi e, dopo la fine del franchismo, poté ottenere pieno riconoscimento legale. Da quel momento operò per assicurare ai suoi membri l'equiparazione agli aviatori della Forza aerea spagnola: equiparazione ottenuta, negli anni ottanta, all'epoca del governo González. L'associazione continua a esistere e a operare per il mantenimento della memoria storica relativa alla guerra civile.


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