Alberto Magnani

Emilio Grossi a Vercelli
La presa di coscienza di un ufficiale dell'esercito



Il 2 settembre 1938 giunse a Vercelli il capitano degli alpini Emilio Grossi. Quarantatré anni, Grossi proveniva dal 9o reggimento alpini, divisione "Julia", e vantava un passato di volontario nella grande guerra e nella campagna d'Albania del 1920, ferito al fronte, decorato con Croce di guerra. Il 4 settembre il capitano Grossi prese servizio nel suo nuovo incarico: responsabile del magazzino vestiario e armamento.
Che un ufficiale degli alpini, con un lusinghiero stato di servizio, finisse a fare il magazziniere non era certo un caso. Grossi era caduto in disgrazia per la sua disaffezione nei confronti del regime fascista. Eppure le sue origini e la sua formazione avrebbero lasciato presagire differenti sviluppi.
Emilio Grossi era nato in una cascina di Abbiategrasso il 30 gennaio 1895, da una famiglia di salariati di forti sentimenti cattolici1. In gioventù aveva militato nelle file dell'Azione cattolica, in un clima di forte conflittualità con i socialisti. Nell'Abbiatense il movimento cattolico aveva assunto forti connotazioni patriottiche, facendo propri gli ideali del Risorgimento e convergendo con radicali e liberali in fronti comuni in chiave antisocialista. Interventista, nel 1915 Emilio Grossi si era arruolato negli alpini e aveva combattuto nel settore dell'Adamello2. Promosso ufficiale, aveva per un certo periodo di tempo addestrato le reclute a Intra, cogliendo l'occasione per andare a esprimere la propria solidarietà al generale Cadorna, di passaggio a Pallanza, dopo il siluramento successivo ai fatti di Caporetto. Infine aveva partecipato alla battaglia di Vittorio Veneto.
Non disponiamo di documenti diretti circa le idee di Grossi negli anni del dopoguerra. Presumibilmente, come altri ufficiali, vide nell'avvento del fascismo il ristabilimento dell'ordine dopo i fermenti sociali del dopoguerra. Tuttavia non era fascista: la sua cultura politica era caratterizzata da un forte senso dello Stato, per cui diffidava di tutti i movimenti extraistituzionali. Nel 1919 non si unì ai legionari fiumani di D'Annunzio, anzi, chiese di rinnovare la ferma nell'esercito. Negli anni venti intraprese definitivamente la carriera militare, si attenne al codice etico secondo il quale un ufficiale non doveva occuparsi di politica e guardò con fastidio alla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, un corpo estraneo alle tradizionali istituzioni militari del Paese.
Tale atteggiamento lo portò, lentamente ma inevitabilmente, in rotta di collisione con il regime fascista, soprattutto negli anni trenta, quando lo stato fascista assunse caratteri sempre più totalitari. A risentirne fu, prima di tutto, la sua carriera: tenente nel 1917, Grossi dovette attendere il 1932 per passare capitano. In quell'anno fu assegnato al 9o reggimento alpini, con sede a Gorizia: in Friuli era già stato nel 1919, e si ambientò facilmente. Sposò Antonietta Ornaghi, una giovane aristocratica di Udine, e si dedicò con passione alla vita dell'alpino. Ma, nel suo intimo, covavano risentimenti, che esplosero, improvvisamente, nel 1937. Un giorno, a Tolmezzo, Grossi si trovava al Dopolavoro in una pausa del servizio e si lasciò trasportare in una discussione con un capomanipolo della Mvsn "per questioni di donne". Gli animi si riscaldarono. Il capomanipolo rivolse al capitano degli alpini "parole di biasimo, non solo per me", precisò Grossi, "ma per tutti gli ufficiali dell'esercito". Grossi lo schiaffeggiò, ne derivò una colluttazione e il capomanipolo finì scaraventato in un gabinetto3.
Le conseguenze del gesto furono puntuali e drastiche: "Mi venne immediatamente tolto il comando di compagnia e fatto rientrare al reggimento dove venni punito con dieci giorni di arresti in fortezza che scontai nel forte di Osoppo, e privato del comando di truppe", scrisse lo stesso Grossi. L'episodio segnò una svolta nella carriera e nella vita dell'ufficiale. Sino a quel momento Grossi non era salito sul carro del regime fascista, ma, di fatto, lo aveva accettato, aveva cercato di convivere con esso. Dopo il 1935 gli spazi di autonomia dell'esercito si ridussero. Posizioni come quella di Grossi diventarono più difficili da mantenere.
Trasferito dal 9o all'8o reggimento, Grossi trascorse un anno a Udine, rendendosi conto di essere caduto in disgrazia. Si sentiva isolato. In fondo, l'episodio di cui era stato protagonista era piuttosto banale: quando mai i militari non hanno litigato per questioni di donne? Avrebbe potuto farsi avanti qualche superiore a dire che, sì, il capitano Grossi si era lasciato un po' andare, ma era un buon ufficiale, volontario di guerra, ferito nel compimento del dovere, eccetera. Invece non si mosse nessuno, a cominciare dal generale Carlo Rossi, che lo conosceva bene e non nutriva simpatia alcuna nei suoi confronti. Rossi, annotò Grossi con amarezza, fu "per ben dodici anni mio superiore, non certo maestro"4.
Con ogni probabilità, ci si attendeva da lui un atto di sottomissione, di piena adesione al regime e di zelo fascista. Ma Grossi, temperamento orgoglioso, non era disposto a piegare il capo. Anzi, probabilmente, nei mesi fra il 1937 e il 1938, non fece che peggiorare la situazione. Infine, avvertendo la terra bruciata intorno a sé, decise di far domanda di trasferimento, in cerca di un ambiente più favorevole. Gli venne risposto, in forma tanto enigmatica quanto inquietante, di non preoccuparsi, che si stava già provvedendo al suo caso5.
La doccia fredda giunse il 26 luglio 1938. Il capitano Grossi venne collocato fuori organico, con decorrenza 30 giugno. Una sorta di licenziamento. Durante il mese di agosto rimase a disposizione del Distretto militare di Milano sinché, il 1 settembre, venne assegnato al Distretto di Vercelli "in temporaneo servizio effettivo". Raggiunta la destinazione, il giorno 5 prese servizio in magazzino.
Grossi trascorse amareggiato quella sorta di esilio cui era stato condannato a Vercelli. Cinque campagne di guerra da volontario, la lealtà alle forze armate, ed esercitazioni e corsi di specializzazione: tutto questo, dunque, non era servito a niente. I suoi sentimenti di ostilità nei confronti del regime fascista si accentuarono. Gli indirizzi politici assunti dal regime non facevano che confermarli. L'alleanza con la Germania di Hitler era un rospo difficile da inghiottire. Grossi si era formato in un clima patriottico che vedeva nel mondo germanico l'avversario tradizionale dell'Italia e non poteva gradirlo in veste di alleato. Inoltre, come cattolico, non poteva essergli sfuggita la presa di posizione contro il nazismo, espressa da papa Pio XI nel 1937 con l'enciclica Mit brennender Sorge.
Dalla sede di Vercelli Grossi si recava più spesso ad Abbiategrasso, e forse rivide qualche vecchio amico dell'Azione cattolica, nei cui ambienti andavano facendosi strada dubbi e perplessità circa la politica fascista6. Trascorrendo i suoi giorni tra la distribuzione delle uniformi del magazzino e il controllo dell'equipaggiamento in armeria, il capitano dava spesso sfogo al suo malumore, collezionando un certo numero di inimicizie anche tra i superiori di Vercelli. "Non sapevo tacere", ammise anni dopo7.
Dal 10 giugno 1940, giorno dell'intervento italiano nella seconda guerra mondiale, sino alla capitolazione francese, il Piemonte fu considerato territorio in stato di guerra, per cui Grossi risulta combattente nella campagna di Francia, pur senza essersi mosso dal suo magazzino. Gli bastò comunque per rendersi conto, come tutti, della mediocre prova offerta in quella circostanza dall'esercito italiano.
Il 31 luglio 1940 il capitano Grossi "è trasferito nella riserva a domanda". Poteva, in caso di necessità, essere richiamato, ma, di fatto, cessava dal servizio attivo: veniva congedato con il grado di maggiore e con una indennità annua di 5.000 lire. Non sappiamo se Grossi presentò tale domanda in seguito alle pressioni dei superiori, desiderosi di liberarsi definitivamente di lui, o se il gesto venne compiuto autonomamente. Di certo, egli era ormai diventato un corpo estraneo nell'esercito di Mussolini, non era più in grado di identificarsi in una istituzione nella quale aveva creduto sin dalla gioventù.
Negli anni successivi il maggiore della riserva Grossi continuò ad abitare a Vercelli. Come tutti gli italiani, dovette affrontare le ristrettezze del tempo di guerra, il razionamento, le tessere annonarie. L'indennità che percepiva serviva appena per tirare a campare, mentre in città l'inflazione, ammetteva la Questura, era "in continua infrenabile ascesa", i generi alimentari scarseggiavano e dilagava la borsa nera. Gli abitanti vivevano la guerra in un clima di sostanziale rassegnazione, senza esplicite manifestazioni di dissenso, ma senza gli entusiasmi che la propaganda voleva suscitare. La censura stentava nel celare le notizie degli insuccessi militari. Ben presto giunsero gli sfollati, a migliaia, a raccontare i bombardamenti su Torino, Milano, Genova. Alla fine del 1942, segnalava con disappunto la Questura, "il clero è contro la guerra, ostile alla Germania e contrario alle misure antisemite"8.
Quanto a Grossi, la lingua a freno non aveva imparato a tenerla. E gli sarebbe potuto costar caro. Nei suoi ricordi, annotò: "1941. Richiamo scritto da parte del Federale fascista Cobelli di Vercelli (tramite il comandante del Presidio col. Menichelli) per contegno poco riguardoso verso la Federazione fascista. 1942. Richiamo da parte del col. comandante del Presidio di Vercelli per idee contrarie al Partito. 1943. Richiamo da parte del col. della Riserva Berardi del Distretto di Vercelli per idee contrarie al grandissimo Duce ed alla sua guerra"9. Può darsi che Grossi enfatizzi la portata dei fatti: per molto meno, in quegli anni, si poteva finire davanti al Tribunale speciale con l'accusa di disfattismo. Di certo il suo atteggiamento non era esemplare agli occhi delle autorità politiche e militari. Non per niente risulta "non prescelto per l'avanzamento ad anzianità", escluso cioè dagli scatti di grado che potevano spettargli pur in posizione di riservista. Solo nell'estate del 1943 fu promosso tenente colonnello della Riserva. Proprio quando la crisi politico-militare dell'Italia era al culmine.
"I fatti del luglio e del settembre 1943 mi disgustarono e mi diedero modo di valutare quei superiori che mi avevano giudicato; il loro onore addomesticato li convinse ad abbandonare comandi e reparti per passare al tedesco, altri a cercare posti più tranquilli e sicuri"10, annotò Grossi relativamente a quei mesi. Quando, la mattina del 26 luglio, si diffuse la notizia della caduta di Mussolini, "Vercelli si rivestì rapidamente di tricolori", riferiscono le cronache, "in molte vetrine apparvero i ritratti del re e di Badoglio, e la gente si riversò nelle vie a commentare gioiosamente gli eventi"11. Molti si accanirono contro i simboli del regime. Tra i più accesi, troviamo proprio Emilio Grossi. Che non si limitò a esprimere il suo entusiasmo per strada, ma irruppe nel Distretto militare, dove si impegnò "a far bruciare i quadri di Mussolini ed a far togliere i marmi che ricordavano il Duce e tutte le balorde scritture che imbrattavano i muri ed a far distruggere tutto ciò che ricordava il fascismo"12. Invano il colonnello Berardi, che comandava la caserma, "il suo degno aiutante maggiore tenente colonnello Rossanigo ed altri venduti", cercarono di fermarlo.
La guerra comunque, come aveva proclamato Badoglio, continuava. Grossi affermò in seguito di aver intuito "il disastro cui sarebbe andata incontro l'Italia dopo il proclama Badoglio"13, preoccupandosi di cercare contatti negli ambienti dell'antifascismo vercellese. Tali contatti si concretizzarono "ai primi di settembre". È possibile che in questo periodo Grossi avesse incontrato esponenti del Centro clandestino Orbet, un'associazione, composta soprattutto da militari, ma con appoggi nel clero, costituita nel 1942 da Pietro Amoroso D'Aragona per cospirare contro il regime fascista.
Pietro Amoroso era un aristocratico che deteneva, per diritto ereditario, la carica di Gran maestro dell'Ordine militare ed ospitaliere di Betlemme (da cui il nome della sua organizzazione: Orbet), antica istituzione che risaliva ai tempi delle crociate. Tra i suoi seguaci, alcuni erano in Piemonte e parteciparono in seguito alle vicende della Resistenza in Valsesia14. Grossi, accolto nell'Ordine, fu insignito dal Gran maestro, la cui famiglia affermava di discendere dall'imperatore bizantino Michele II e si arrogava perciò il diritto di concedere titoli nobiliari, della nomina a barone di Drua e conte di Amanzia.
In questi drammatici giorni l'evoluzione di Grossi era prossima a dirsi compiuta. Il suo atteggiamento passava dalla ribellione individuale a una più chiara connotazione ideologica. Tuttavia, Grossi non compì il passo decisivo di unirsi alla Resistenza armata in montagna. È possibile che ne avesse l'occasione: l'8 settembre si trovava a Vercelli il tenente Alfredo Di Dio, in sosta durante una marcia di trasferimento. Di Dio, la cui formazione di cattolico e patriota non era molto dissimile da quella del più anziano tenente colonnello, si pose alla testa di un gruppo di militari decisi a prendere le armi contro i tedeschi e si diresse verso i monti15. Grossi non lo seguì: presumibilmente fu a conoscenza del fatto, ma, forse, ebbe qualche esitazione, o preferì attendere che la situazione fosse più chiara.
Comunque, pur rimanendo a Vercelli, Grossi non rimase inattivo e prese contatti con la Resistenza presente in città. Forse partecipò a una riunione di rappresentanti dei Cln di Vercelli e di Biella, tenuta in novembre nei giardini pubblici presso la stazione di Vercelli, allo scopo di concordare un'azione comune16. Certamente entrò in contatto con il tenente Sergio Santucci. Era questi un giovane ufficiale, il cui referente politico era il Partito d'Azione, che si era messo a disposizione del Cln di Vercelli, svolgendo un ruolo importante nel creare l'Organizzazione Ferrando17. Scopo dell'organizzazione, secondo le stesse parole di Grossi, era quello di "ricercare ed allacciare contatti con gli sbandati che, in balia di se stessi, avrebbero potuto rispondere ai bandi pubblicati in quell'epoca"18.
L'iniziativa si rivolse soprattutto agli "ex militari dispersi nelle macchie vercellesi dal Sesia alla Dora o quei soldati e quegli ufficiali e sottufficiali acquartierati sui monti biellesi da Oropa a Graglia e Sordevolo, nella vallata dell'Elvo"19. Ad essi si aggiunsero poi i giovani delle classi 1924 e 1925 richiamati alle armi con il bando Graziani del 9 novembre. Santucci tentò di far passare in Svizzera circa duecento tra sbandati ed ex prigionieri di guerra, fuggiti dai campi di concentramento dopo l'8 settembre20. Da parte sua, Grossi riferisce di essersi recato "più volte" a Torino, ove si procurava, attraverso conoscenze all'Ospedale militare, "un buon numero di licenze di convalescenza"21.
In seguito, l'attività del gruppo si precisò nel senso di "incrementare nuovi afflussi alle formazioni che il comandante Moscatelli stava man mano costituendo". Sino alla fine del 1943, Grossi racconta di essersi spinto più volte in Valsesia, per indirizzare verso Moscatelli l'afflusso degli aspiranti partigiani. In questo periodo si colloca anche la prima azione di stampo militare compiuta dall'ufficiale nella Resistenza: un recupero di armi.
Grossi conosceva ogni angolo del magazzino e dell'armeria del Distretto di Vercelli. Riuscì pertanto a introdurvisi e "ad asportare e consegnare al Santucci, nominato intendente, materiale e armi di vario genere". Tutto questo, sebbene la caserma fosse presidiata dai soldati tedeschi e il colonnello Berardi gli avesse intimato di stare alla larga, "pena gravissime sanzioni se avessi persistito nel mio, secondo lui, illogico antitaliano comportamento"22.
In base ai ricordi lasciati da Grossi, sembra di poter dire che la sua attività proseguì con una certa intensità sino alla fine del 1943, ma si interruppe o, comunque, diminuì, nei primi mesi del 1944. Ciò può essere posto in relazione con i rastrellamenti che, nel gennaio del 1944, vennero condotti contro i partigiani della montagna. Inoltre l'ufficiale doveva farsi cauto, in quanto era nel mirino delle autorità. Egli stesso era consapevole di essere "sorvegliato e pedinato sia dagli addetti al servizio particolare del Comando militare provinciale, che dagli organi della questura, già a conoscenza del mio passato antifascista"23. Del resto, non si può dire che si sforzasse di passare inosservato, da quando era a Vercelli.
A questo punto, Grossi avrebbe potuto abbandonare la città e salire in montagna. È quanto fece Santucci, che si portò nel Biellese, ove tentò, nell'autunno del 1944, di dare vita a una propria formazione, in contatto con presunti membri dei servizi segreti americani. L'incauto tenente si ritrovò coinvolto in un'avventura più grande di lui, nel mezzo di interessi politici e militari contrastanti, finché, accusato di spionaggio, finì fucilato con altre cinque persone24. Grossi invece, sino a tutto il mese di marzo del 1944, rimase a Vercelli. Che stesse attendendo l'evolvere degli eventi o il momento propizio per unirsi alla guerriglia in montagna, i suoi indugi vennero bruscamente interrotti dall'arresto.
Emilio Grossi venne arrestato la sera del 30 marzo 1944, intorno alle 19. Lo portarono nella caserma della Mvsn, dove un gerarca, il primo seniore Giovanelli, con il quale aveva già avuto a che fare, lo interrogò in presenza di una misteriosa "delatrice". Questa donna, di cui Grossi non riferisce - né forse conosceva - l'identità, era un'informatrice della Polizia fascista ed era a lei che doveva il suo arresto25.
L'interrogatorio andò per le spicce. Giovanelli lo fece picchiare "con scudiscio, cinghia e tirapugni di ferro". Infine ordinò di rinchiuderlo, ancora ammanettato, in una cella26. Qui, tra gli altri detenuti, c'era un medico, lui pure antifascista, che soccorse Grossi con mezzi di fortuna. L'ufficiale perdeva sangue da ferite al volto e all'orecchio sinistro. Ma non aveva rivelato nulla27.
Nel frattempo, la sua casa venne perquisita. I militi buttarono tutto per aria, ma non saltò fuori niente di compromettente. Con ogni probabilità, le autorità decisero di rilasciare Grossi, che, appena libero, si sottrasse alla sorveglianza e scomparve dalla circolazione. Per l'ufficiale i giorni tra la fine di marzo e i primi di aprile del 1944 furono assai movimentati, giorni di "inaudite peripezie", come scrisse anni dopo, con una certa concessione all'enfasi. Per qualche tempo si nascose a Cascine Strà, un sobborgo di Vercelli, ospite della famiglia di Alessandro Provera, un giovane che aveva aiutato a sottrarsi alla leva nei mesi precedenti. Il 12 aprile Alessandro lo accompagnò sulle sponde del lago Maggiore28: presumibilmente, Grossi era intenzionato a raggiungere qualche formazione di partigiani sulle montagne circostanti. Tuttavia, per ragioni a noi ignote, dovette cambiare i suoi piani. Decise allora di spingersi in Friuli, una terra che conosceva bene e dove poteva contare su amicizie e parenti.
Munito di un documento falso, intestato a Corsi Giuseppe fu Ambrogio, nato a Torino il 30 gennaio 189129, dopo un viaggio movimentato Grossi arrivò a Udine il 16 aprile e trovò ospitalità in casa del cognato. Ormai aveva le idee chiare ed era ben deciso a partecipare alla lotta armata. Entrò in contatto con la Resistenza locale e si unì alla rete clandestina delle brigate "Garibaldi". Fu in Carnia, dove partecipò all'esperienza della zona libera e mise in piedi i servizi di informazione. Dopo il rastrellamento di fine 1944, contribuì alla riorganizzazione delle formazioni, offrendo il contributo della sua esperienza di militare, ma anche di combattente clandestino a Vercelli. Il 28 aprile 1945 venne designato comandante unico del Raggruppamento zone Friuli e, in tale veste, coordinò la liberazione di Udine. Successivamente gestì il ritorno alla normalità, sino alla smobilitazione.
Emilio Grossi, terminata la guerra, dovette abbandonare la carriera militare, in quanto il suo fisico era uscito fortemente provato dal duro inverno '44-45 in Carnia. Si stabilì a Vercelli, ove rimase sino al 1962. In quell'anno tornò nella nativa Abbiategrasso. Incluso nel Ruolo d'Onore, raggiunse il grado di generale di divisione. Per qualche tempo si dedicò alla politica, rivestendo la carica di vicesindaco di Abbiategrasso in una giunta di centrosinistra e militando quindi nel Partito repubblicano. Sino alla morte fu presente in tutte le manifestazioni celebrative della Resistenza, offrendo, sulle colonne de "La Sesia" e di "Ordine e Libertà", una serie di riflessioni che ne sottolineavano il carattere di lotta internazionale in difesa della democrazia contro il totalitarismo. Morì il 3 gennaio 1980.


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