Alberto Lovatto - Enrico Strobino
Bande musicali e fascismo in Valsesia e Valsessera
"l'impegno", a. IV, n. 4, dicembre 1984
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Premessa
Ciò che proponiamo in questo articolo è l'analisi del rapporto fra bande musicali e regime fascista
quale emerge dalle testimonianze raccolte nel corso di una ricerca sulla storia delle bande musicali locali
in Valsesia e Valsessera. È questo il terzo intervento sul tema della storia delle bande pubblicato su
questa rivista1, ma se nei lavori precedenti il punto di partenza era rappresentato dalle bande stesse, assunte
come spunto per una lettura trasversale, musicale e storica, della realtà sociale e culturale del territorio preso
in esame, viene qui invece proposto un percorso che partendo da un preciso periodo della storia italiana,
il fascismo, ne indaga "la presenza" all'interno di una precisa forma culturale e associativa quale è la banda.
Anche qui, come negli interventi precedenti, il lavoro nasce dalla selezione "tematica" operata su un
ventaglio più esteso di argomenti emersi dalle interviste fatte ai musicanti delle bande
locali2, interviste che hanno il loro centro nel rapporto fra la storia dei musicanti stessi e la storia delle bande di cui sono o sono
stati protagonisti in prima persona. Movente di questo intervento e di tutta la ricerca non è tanto la raccolta
di informazioni sulla storia della bande ai fini di una ricostruzione fattuale degli avvenimenti ma,
piuttosto, l'analisi dei comportamenti culturali, individuali e collettivi, che emergono da tale storia. A scanso di
equivoci va quindi detto che i fatti emergenti dalle testimonianze non sono utilizzati per se stessi ma considerati
come interpretabili solo alla luce delle testimonianze che li hanno prodotti.
Proprio a questo riguardo è utile precisare che gli intervistati sono stati scelti sulla base della loro
appartenenza ad una banda e che quindi la loro identità essenziale è quella di musicanti, e che lo è non solo per
l'occasione specifica dell'intervista ma perché essa costituisce spesso realmente l'identità portante degli intervistati.
Se è vero dunque che "lo status
del suonatore è sempre uno status
particolare e la sua opera è sempre e
comunque un'opera
professionale"3, per quanto riguarda il musicante della banda occorre rilevare che, a differenza
del suonatore popolare, egli assume la banda quale mediatore nel rapporto con la comunità ed è quindi dentro
ad un gruppo solitamente esteso di individui che egli "costruisce" la propria identità. L'identità di musicante
dà perciò vita a modelli di
"autorappresentazione"4 che sono già alla base, per definizione potremmo dire,
il frutto della mediazione con un gruppo che si riconosce in una attività del tempo libero, la musica, che
però diventa, proprio perché esercitata all'interno di un gruppo-associazione ben definito, una professione
che comporta dei doveri pubblici precisi che sono del tutto assenti in altre manifestazioni musicali quali,
per esempio, le orchestre da ballo.
In rapporto al tema specifico di questo intervento, ciò non vuol dire che i musicanti reagiscano al
fascismo secondo modalità anomale rispetto agli altri individui ma piuttosto che il ruolo sociale in cui si
identificano influisce sul loro comportamento e sulla loro visione del mondo (ed è in realtà, proprio questo
l'elemento che costituisce lo specifico dell'analisi che viene qui tentata). La posizione intermedia delle bande, poste
fra la sfera colta e la sfera popolare fa sì che anche in riferimento al fascismo esse si pongano quale luogo
di confluenza-convivenza di "forme culturali di base" e "forme culturali risultanti da un intreccio fra azione
del regime e forme associative"5, cioè, in altre parole, fra "quotidianità" e politica.
Durante il fascismo, negli anni trenta in particolare, si assiste ad una forte ripresa delle attività delle
bande, fenomeno che pare solo in parte indotto dal regime. Una crisi vistosa delle bande è invece avvertibile
negli anni del dopoguerra in conseguenza dei mutamenti sociali e culturali degli anni cinquanta e sessanta che,
di fatto, hanno inciso sui comportamenti associativi molto più profondamente di quanto non fosse riuscito
a fare il fascismo. Con questo non intendiamo esprimere un giudizio assolutorio nei riguardi della politica
del regime ma, al contrario, segnalare il fatto che la banda ha rappresentato, in molti casi, un'occasione
importante per il manifestarsi, anche a livello pubblico, di forme reali di resistenza e opposizione culturale al fascismo.
Gli anni venti
L'avvento del fascismo si traduce all'interno delle bande musicali in una serie di restrizioni e di
imposizioni contrastanti con l'immagine tradizionale che esse hanno, introducendo una connotazione politica
"ufficiale'' che non tutti accettano e violando la caratteristica autonomia nella scelta dei servizi e delle occasioni a
cui partecipare, sostituita ora dall'obbligo di presenza alle cerimonie e alle celebrazioni fasciste. Non si tratta
più di un rapporto basato sullo scambio reciproco, economico, materiale e musicale, ma di un obbligo
di partecipazione:
Ormai era diventata una cosa normale anche se per qualcuno era ritenuto uno sforzo. C'era dei
suonatori che per il fascio non andavano a suonare, non sono andati a
suonare6.
Ai tempi del fascio c'era il corteo e bisognava andare, e non ti davano niente, eravamo
obbligati7.
A Crevacuore, dato che 'sto
fascismo, c`è stato un momento in cui la musica non c'era più, che han
spaccato gli strumenti; 'sto segretario politico, che era il dottore del paese, mandava a chiamare anche
l'orchestra, andava dal Lamma: "Deve venir suonare!"; partivano da in piazza fino in comune, fare cinquanta
metri; allora ci faceva andare fino in comune a rendere omaggio ai
caduti8.
Per quanto riguarda il repertorio non si riscontrano differenze rilevanti, se si eccettua l'esecuzione rituale
di alcuni brani "sigla" e il divieto di eseguirne alcuni altri con connotazioni politiche più o meno esplicite.
E cominciavano a fargli suonare la
"Giovinezza"9... ma se l'avessero detto con bella maniera ma
imporre una cosa... non si può
eh!10.
Nel '22, una volta la festa nazionale era il 20 settembre no, la presa di Roma, nel '22 avevamo il
concerto, dove ci sono quelle tre piante lì nella piazza, ecco avevamo il concerto lì e ben... suonavamo la
"Marcia reale"11, la "Marcia reale" prima, poi l' "Inno diMameli", poi l' "lnno di Garilbaldi", niente da
fare!12.
C'era la parte, davanti c'era su "Giovinezza" e dietro c'era scritta "Bandiera rossa", e allora le han
fatto su una croce, come per non suonarla più; ...quante "Giovinezze" che abbiamo suonato
madonna!13.
E prima di fare il concerto si doveva suonare "Marcia reale" e "Giovinezza", prima di cominciare
il concerto per forza, bisognava fare così
eh!14.
Proprio tali imposizioni tuttavia, pur non costituendo una grossa innovazione a livello "fattuale",
causano alcune reazioni di rifiuto simbolico: il rifiuto dell'imposizione e dell'ingerenza dell'autorità politica
non sfocia quasi mai in forme di contestazione complessiva ma si limita a contestare il caso concreto, si risolve in critica molecolare:
In piazza una volta, non so più se era il 28 ottobre, o il 21 aprile, o il 4 novembre addirittura, che
c'è andato... queste qui sono cose che... non so se è già opportuno menzionare, ma comunque... c'era
[...] suonava i piatti nella musica mio cugino, si chiamava Boggia Angelo, e lì c'è andato non so se l'[...] a
dirci di suonare 'sta "Giovinezza"; questo qui gli ha detto: "Tirati in là se no ti taglio in due con un piatto";
c'è capitato qualcosa, io 'desso proprio dirti tutto sai... non
ricordo15.
Intorno al '22 o al '23, o al '24 via, quello lì si chiamava [...], gli ha preso la cornetta a mio papà
perché gli ha detto di suonare "Giovinezza"; mio papà non ha voluto suonarla, allora gli ha preso la cornetta
per suonare "Giovinezza" lui; lì è scoppiata una lite, perché mio papà gliel'ha presa di nuovo, han cercato
di picchiarsi, se ne sono rifilati un paltò o due, son saltati fuori tutti, gli amici del mio papà con mio papà,
gli amici del [...] assieme a lui; basta hanno piantato su una mezza lotta, lì non so poi come sia andata
a finire16.
Nei racconti non manca il tema della violenza, legato ad episodi espliciti ma anche al sottile
intervento quotidiano:
Io mi ricordo da ragazzino, c'ha bruciato il piano lì alla Casa del popolo no, c'era dentro
"Bandiera rossa", nei piani quasi tutti avevano dentro "Bandiera rossa" eh; quelli lì sono andati lì han sentito
"Bandiera rossa" e gli hanno dato
fuoco17.
C'erano degli strumenti, già allora c'erano dei musicanti eh, ancora prima del Travostino si parla
in quell'epoca lì eh [1921-'22], certo, son venuti su [i fascisti], e proprio lì dove han disfatto tutto, lì
proprio dove c'era la cooperativa, c'era la cooperativa dei socialisti, lì dove poi è diventato Dopolavoro, lì
han buttato fuori tutto, perché lì era una costruzione fatta da tutti i vecchi socialisti di domenica e dei
sabati, cioè le ore di riposo, l'avevano proprio costruita
loro18.
Una volta, in tre, venivamo a casa da scuola di musica eh, al tempo dei fascisti eh, eravamo in
piazza, eravamo dove c'era quella fontana, allora siamo venuti lì fa: "Mah, ho sete!, cià beviamo un po' d'acqua".
Son passati dei fascisti, c'ha preso: "Da dove venite?". "Veniamo da scuola di musica". "Fa vedere i libri",
e gli ha dato fuoco, c'era su "Noi vogliam Dio", "Bianco fiore", c'era tutti 'sti inni lì, bruciati tutti, ... no
non erano fascisti di qui, venivano da fuori. Mi ricordo sempre, ha preso, ha tirato fuori il libro: "Oh questo
non va bene", accende il fuoco... non abbiamo neanche protestato perché... per le suonate va bé pazienza:
"Ci daranno un altro libretto ". Di quel caso lì mi ricordo sempre, mi ricorderò sempre fin quando
scampo, perché non era mica logica eh, perché... siam tutti ragazzotti, venivamo tutti da scuola, l'abbiamo detto
da dove venivamo, ma quella gente lì erano esaltati, esaltati
erano!19.
Il fascismo allarga la sua area di controllo fino a sconfinare nella sfera privata dell'individuo, all'interno
dei suoi rapporti, delle sue passioni, delle sue abitudini. Il racconto che segue testimonia questo spostamento
di confini fra l'area pubblica e quella privata, con il conseguente restringimento degli spazi personali e
autonomi20:
Noi facevamo due accademie alla settimana, mercoledì e venerdì, e era tanto: però se mancavi due,
tre, quattro, cinque volte all'accademia avevano il coraggio di mandarti a chiamare nella sede del fascio a
dirti che proponevano anche di farti mandare via da in fabbrica! Una volta non stavo proprio bene,
dovevamo andare a suonare a vespro e non sono andato; che sia stata qualche insinuazione o che o come, c'era
uno che lo chiamavano... chiamiamolo proprio con il suo nome, falusch, 'n falusch che è venuto a dirigere
a Coggiola che non meritava un esse, lo chiamavano un certo Pasquin [Giuseppe Pasquino], faceva il
segretario politico, e governava tutto, anche le famiglie! Due bisticciavano... ci pensava lui! Mi ha mandato
chiamare nella sede del fascio: "Sai che ti faccio licenziare?!" ... Sì, io ho sempre lavorato nella Bozzalla, perché
mi hanno dato anche la medaglia d'oro, io gli ho guardato addosso e gli ho fatto: "Ma chi ti credi di
essere tu?!", ero proprio fuori dai fogli eh, "Ma chi ti credi di essere tu per farmi mandare via dalla
fabbrica perché non sono venuto a suonare?! Ma sai che se io avessi potuto venire a suonare sarei venuto già
senza che me lo dicessi tu, che è la mia passione! Unica passione, lo dico ancora forte, che tante volte vado con
la febbre! E quando vuoi farmi mandare via dalla fabbrica andiamo davanti al signor Silvio che vediamo
chi sei tu, poltrone dei Fila21.
La violenza con cui il potere impone il proprio ordine e toglie ogni spazio decisionale autonomo causa
anche comportamenti più radicali, un rifiuto complessivo degli obblighi imposti dal regime:
Sono andato via di qui perché non ho voluto votare nel 1924; mica che fossi antifascista io, ma siccome
le elezioni erano fatte... bisognava portare quel bollettino... ma..." ci prendono per degli imbecilli, no, io
non vado"...e mi hanno minacciato e siccome avevo un piccolo caseificio dovevo andare in giro col
cavallo, allora non c'erano ancora i camion, in giro per i miei affari, dico: "Mi stangano... mi accoppano un
giorno o l'altro", allora ho deciso e sono andato via. Io, mia moglie che aveva vent'anni, mio figlio che aveva
un anno, i miei fratelli che erano tutti più giovani di me siamo andati via tutti... nel mio seguito son venuti
una ventina di Sostegno22.
L'ingerenza del fascismo nella vita della bande finisce a volte per pervertirne il significato culturale
e sociale, evidenziando aspetti parziali e secondari della loro storia. Le bande vengono ridotte a
elemento esclusivamente rituale e celebrativo, accanto a divise militari, gagliardetti e bandiere, tutto questo
usato come coreografia di ridondanti cerimonie pubbliche.
Quando abbiamo incominciato a imparare è poi venuto su il fascio, e abbiamo fatto tanti servizi per
inaugurare monumenti dei caduti. Presidente era l'onorevole Rossini di Novara. Nel '24 mi sembra, quando
Mussolini è venuto a inaugurare il Mausoleo a Pallanza, allora noi eravamo della musica del Gallarotti, e il
Gallarotti era un fascista uno dei primi, e allora ci ha portato là, sull'imbarcadero con la musica di ventotto,
trenta [elementi] a ricevere Mussolini; dietro a noi, poco lontana, c'era la musica di Verbania, che faceva
piacere sentirla, eppure Scandolari che comandava questa zona ha voluto che noi andassimo lì a ricevere
Mussolini e a suonare "Giovinezza", abbiamo fatto un successo. Un altro successo a Vercelli sempre quando è
arrivato Mussolini... quando hanno inaugurato le sedici medaglie d'oro. Un'altra volta quando hanno fatto la
provincia di Vercelli ma non mi ricordo più se è venuto Mussolini o è venuto uno di quei grossi proprio, che è
venuto a inaugurare la città. Poi un altro fatto grosso che abbiamo fatto, quando è venuto il principe di
Piemonte in Valsesia... tre o quattro successi grossi, e poi abbiamo inaugurato tanti monumenti ai caduti e tutte
queste feste in chiesa, insomma, ne abbiamo fatti
tanti23.
Il fascismo, quindi, fornisce alle bande anche innumerevoli occasioni di esibizione, fruttandogli
il riconoscimento da parte dei musicanti per lo spazio di intervento ottenuto. L'accentuazione esclusiva
dei tratti più "ufficiali'' della storia musicale bandistica non tiene conto e censura gli aspetti fondamentali
di quella cultura, che sono da ricercarsi soprattutto nell'autonomia organizzativa e musicale. Anche per
le bande vale quindi l'operazione di incorporamento avvenuto per altri tipi di istituzione, che in nome
della onnipresente preoccupazione per l' "estetica" porta a svuotarle dei loro veri significati culturali a
vantaggio esclusivo dell'organizzazione del consenso.
Flecchia, Coggiola, Crevacuore: tre casi
L'ampio spettro di prestazioni tradizionalmente richiesto alla banda musicale la porta a partecipare a tutti
i più importanti momenti comunitari del paese. Tale ruolo la investe di un'ufficialità e di una
rappresentatività fondamentali per la vita collettiva. L'immagine laica e apartitica, insieme al carattere volontario della
partecipazione, ne fanno una istituzione legata ad un tempo sia al potere locale che alla comunità: la
banda si trova così a condividere sia le tensioni fra queste due controparti che quelle fra diverse fazioni
all'interno della comunità stessa, riproducendone e riecheggiandone i
conflitti24.
A Flecchia, il racconto dei rapporti fra banda e fascismo incontra, e in parte vi si identifica, la vicenda
della divisione del complesso originario e la conseguente nascita di un'altra banda in seno al paese:
Perché noi qui a Flecchia abbiamo avuto anche due bande nèh, ... forse nel '22, nel '22 c'è stata un po'
la questione della politica, il fascio incominciava ad andare su e gli altri erano contrari, allora 'sta
banda l'hanno divisa; qui a Flecchia hanno fatto la "Concordia", hanno fatto la Concordia che praticamente
era qui di questa frazione bassa, Ronco; "Concordia" era il nome della banda, perché noi era "Banda
di Flecchia"25.
Secondo questa prima testimonianza pare che la divisione sia da attribuirsi al periodo in cui il fascismo
sale al potere e quindi si stabiliscono tensioni ideologiche che la banda non riesce ad assorbire e a
sedare. Tuttavia è probabile che la scissione sia precedente a questo periodo, come pare dalla testimonianza
seguente, e risponda originariamente all'opposizione tradizionale fra "banda rossa" e "banda bianca", la
formazione del nuovo gruppo musicale sarebbe quindi stata causata da una prima opposizione laico-religioso,
rosso-bianco, tramutatasi poi, nel caso di Flecchia con l'avvento del fascismo, in antifascista-fascista:
Io credo... hanno bisticciato sembra perché... che dovesse venire qualche... O il vescovo o qualcuno qui,
e uno [dice]: "Io per il vescovo non vengo a suonare"; e l'altro: "se non venite a suonare per il prete io
non vengo a suonare per voi", e qui e là e dopo...; e quindi qui si sono divisi, si sono divisi proprio per
la questione banda-rossa, banda-preti, e poi dopo 'sta banda-preti è diventata una banda fascista,
senz'altro eh.
La formazione delle due bande viene a coincidere con una divisione geografica del paese, la parte
alta, costituita dal "centro" di Flecchia, in cui opera la banda "vecchia", e la parte bassa, la frazione Ronco,
dove nasce la "Concordia". Le due bande traggono i musicanti dalla loro fetta di paese, la "Concordia"
attingendo anche a paesi vicini:
La "Concordia " era di questa frazione Ronco perché la buona parte erano di Iì, e io siccome avevo
dodici o tredici anni non sapevo neanche perché si erano divisi e allora siccome io ero di su di qui io sono
andato assieme a quelli di su di qui. La "Concordia" ha suonato fino al '36-'37, ma la banda vecchia eravamo
noi, perché son loro che si sono tirati fuori e han formato un'altra banda con suonatori di Crevacuore, di
Pray, e sono andati avanti tanto più di noi perché noi abbiamo cessato di suonare forse dopo un anno,
forse neanche, e poi c'è arrivato il fascio, un po' sono restati feriti, un po' c'hanno portato via gli
strumenti, abbiamo dovuto smettere proprio eh, abbiamo dovuto smettere e c'è restata la "Concordia" e non aveva
più niente a che fare con la banda di Flecchia.
Le due bande diventano in breve tempo i simboli delle due fazioni in cui si divide la comunità;
l'opposizione fondamentale diventerà comunque quella tra autorità fascista da una parte e comunità dall'altra; sarà
questa opposizione infatti a costringere la banda vecchia alla cessazione dell'attività:
Quando si sono divise le due bande i rapporti tra i musicanti erano abbastanza tirati, ah erano tirati, ah
per la gran carità, puoi capire com'era, ah se si trovavano poi all'osteria sentivi, sentivi! Ah noi qui
parlare della "Concordia" era come parlare, non so io... delle brigate rosse adesso, ah né più né meno!
La Concordia hanno suonato diverso tempo perché hanno fatto concerti hanno... però andavano
sempre piuttosto fuori piuttosto che qui, perché la popolazione era piuttosto contraria alle sue...; la
popolazione era sempre per la banda di Flecchia, via da 'sta frazione Ronco lì la popolazione era tutta per noi; e
forse il male era quello lì se no forse ci lasciavano suonare eh, perché noi andavamo bene anche con due
bande eh!
È chiara l'immagine di estraneità rivestita dal nostro complesso, che, a parte la frazione in cui è nato,
non riceve il consenso della maggior parte della popolazione, rimasta fedele alla banda vecchia. Anche
la convivenza di due bande non viene vissuta come particolarmente disturbante proprio perché la Concordia
è costretta a cercarsi un'area d'azione soprattutto al di fuori dei confini del paese. Tuttavia, il quasi
unanime consenso nei confronti della banda di Flecchia fa sì che il fascismo ne imponga la cessazione
dell'attività, che non riprenderà più fino al 1945.
Noi non abbiamo più suonato fino al '45 eh, e il motivo è che c'hanno proprio fatto smettere il fascio.
La questione è tutta qui: siccome che noi si son divisi proprio per questioni politiche, perché la banda
di Flecchia restava la banda rossa praticamente, là era la banda fascista; qui è arrivata una festa che
siamo usciti a suonare, facevano una festa della banda e è arrivata qui una squadra di fascisti, tre hanno
sparato, hanno portato via gli strumenti, ci son stati dei feriti e tutto, e c'han fatto smettere, anzi siamo andati per
tribunale perché insistevano che noi avevamo suonato "Bandiera rossa" invece non era proprio vero,
noi non l'abbiamo suonata, anzi è venuto qui il procuratore del re a fare le indagini gli ho detto: "Non
l'abbiamo proprio suonata, è inutile che stia lì".
L'esecuzione di "Bandiera rossa", rimproverata alla banda come fatto preciso e concreto che causa
l'intervento dell'autorità fascista, maschera una politica molto più generale tesa a disfarsi di ogni forma di
possibile opposizione o dissenso, o anche soltanto di non adesione. La presenza della banda vecchia sostenuta da
gran parte della popolazione, avrebbe senz'altro costituito nei confronti della "Concordia" e, indirettamente,
del potere locale, un simbolo di alterità:
L'occasione del divieto era quando noi avevamo fatto una festa della musica, era la banda che faceva
una festa in un prato qui, siamo andati lì in quel prato lì, lo chiamavano "Pignola", abbiamo suonato lì e...
c'è arrivato lì 'sti due o tre fascisti che giravano lì, giravano lì; poi alla sera noi qui, nell'albergo del
Centro, che c'e un cortile grandissimo, c'era una rappresentazione di uno di quelli lì che fanno fisica, uno di
'sti prestigiatori, allora c'è venuto a chiamare quello lì di andare giù a fare quattro suonate lì; difatti
siamo andati giù nella nostra tavola là, eravamo poi già ventidue o ventitré, lì abbiamo fatto quattro o
cinque suonate poi comincio a vedere a sparare lì, sono arrivati 'sti otto o dieci fascisti,... non di più eh, non è
che fossero tanti, saremo stati duecento noi là, non è che fossero tanti; sono arrivati e hanno cominciato lì
a spaccare sedie e poi iniziato a sparare, perché se non sparavano non se la cavavano lì dentro; la banda ha finito lì eh!
La testimonianza che segue afferma chiaramente il carattere di "alibi" dell'episodio in cui si accusa la
banda di aver eseguito "Bandiera rossa"; il vero motivo è che con la separazione del gruppo
originariamente "cattolico" la banda vecchia viene ad assumere una colorazione politica precisa che il potere fascista
non può legittimare: la banda di Flecchia viene quindi a caratterizzarsi come "banda rossa" proprio nel
momento in cui avviene la scissione, con l'uscita del gruppo che darà vita alla "Concordia":
Lì hanno trovato una scusa per farci smettere, senz'altro una scusa, perché il procuratore del re
insisteva: "Voi altri avete suonato 'Bandiera rossa' "; "Non l'abbiamo suonata, e noi non l'abbiamo neanche";
e difatti noi non l'avevamo "Bandiera rossa" da suonare, non avevamo proprio la parte. E c'han fatto
smettere così che praticamente quando si son tirati via quelli lì si son tirati via perché qui era restata la banda
rossa e là la banda dei preti e finito:... sì, era conosciuta come la banda dei preti; che è poi diventata la banda
dei fascisti perché hanno messo su la banda dei balilla, han formato la banda dei balilla di Pray, in seno
alla "Concordia" han formato la banda dei balilla.
Per alcuni musicanti della banda vecchia l'attività musicale si sposta e trova sbocco all'interno di
un'orchestra locale che, grazie alla sua minore ufficialità e rappresentatività, non viene cancellata. Ciò non toglie
che anche questo gruppo sia occasionalmente fatto oggetto di divieti e obblighi quasi comici per la loro assurdità:
Non abbiam più potuto suonare eh, poi era duro suonare, io dopo suonavo poi nell'orchestra; ma
noi capitava delle sere qui per esempio facevano il teatro, venivano magari quelli di Portula o quelli di
Flecchia che facevano il teatro, veniva su il fascio, quattro o cinque da Coggiola, o da Portula, venivano là e ti dicevano: "Stasera voi
non suonate". E noi non suonavamo, eravamo lì con tutti gli strumenti e vietato suonare eh! E non
suonavamo! Però non abbiamo mai alzato il becco, quando ci chiamavano da fuori andavamo a suonare, ma qui
quando ci facevano smettere...!
Praticamente la nostra orchestra erano tutti della nostra banda, della nostra banda vecchia qui,
venivano tutti di lì; è capitato anche di andare a pagare il biglietto eh, andavamo dentro con gli strumenti a
suonare, poi quando venivano dentro a dirci "Stasera non suonate, non si può suonare", allora più che andare
a prendere il biglietto e vedere il teatro! Capitato anche a prendere il biglietto!
La trascrizione, in parte, cela il tono autoironico della testimonianza che evidenzia l'atteggiamento di
chi ride sì della comicità di certe imposizioni fasciste, ma che rivela anche un velo di tristezza nel
pensare all'impotenza con cui si è sottostati a molti degli interventi repressivi messi in atto quotidianamente
dal potere.
La presenza socialista nelle bande causa l'intervento dell'autorità fascista in molti paesi; la convivenza
di due bande, quella rossa e quella bianca, registrata in molti luoghi, viene quasi ovunque rimpiazzata da
un unico complesso, spogliato di ogni precedente tendenza politica, organico al potere locale.
A Coggiola l'unione delle due bande tradizionalmente esistenti avviene nel 1929: in questo periodo la
banda di Villa e la banda di Zuccaro confluiscono a formare la banda dopolavoro "G. Verdi" di Coggiola, sotto
la presidenza del cavalier Ulisse Lesna, industriale della zona:
L'Ulisse era già il nostro promotore della banda di Zuccaro, e, signur..., qui andavamo a rotoli; poi dopo
bisognava andare dietro al regime; quelli di Villa tanti non suonavano più perché non volevano
suonare "Giovinezza", qui c'era 1'[...], lui era fascista, lui voleva sempre suonare "Giovinezza", ci son state
diverse grane, c'era quella cosa lì del partito. L'Ulisse vedendo che... "Se ne faceste una sola, ci penserei io",
fait, ci siamo trovati al Camplin, e tutti d'accordo26.
Non tutti quindi accettano le ingerenze del regime nella vita della banda, alcuni
non volevano suonare "Giovinezza", probabilmente già prima del 1929 avvengono parecchie defezioni che non consentono
la permanenza in vita di due complessi distinti. Anche con la costituzione della banda unica non si
registra comunque un'adesione unanime:
Perché ci son stati tanti che si son ritirati, che non hanno partecipato a quella banda lì, perché dicevano
che era una banda fascista, perché sotto il
dopolavoro27.
Anche a Crevacuore, nei primi anni venti, si registra la presenza di due complessi, uno di tendenza
socialista, la banda "vecchia", l'altro costituitosi dopo l'ascesa al potere del fascismo. Presto anche qui la
banda vecchia dovrà por fine alla propria attività:
Perché sta musica dopo è stata buttata giù dal fascismo, nel '23, '24 o '25, quando il fascismo ha
messo piede28.
C'han fatto portare berretto e strumento in caserma, ce l'han fatto portare lì; tanti l'han portato e tanti
non l'hanno portato; dopo, se volevano suonare, dovevano mettersi nella musica fascista; io son stato fuori,
io non volevo segnarmi, poi hanno cominciato ad andare tanti, va uno e va l'altro son poi andato anch'io.
Le testimonianze evidenziano spesso un'opposizione, una non accettazione nei confronti del regime
confinata nella sfera privata, a vantaggio di comportamenti compromissori assunti nella sfera pubblica. Le
convinzioni e le manifestazioni antifasciste sono respinte nello spazio delle idee private e soltanto chi possiede
convinzioni politiche precise reagisce agli "inviti" del regime:
La buona parte è passata nella banda nuova, la metà; quello che non fregava del fascismo o che...
andava; invece quelli che erano più sfegatati, socialisti e... non sono andati.
Le testimonianze rimandano a una realtà in cui il confine fra l'area del consenso e il dissenso,
dell'accettazione o del rifiuto, è molto sfumato e complicato; esse indicano una serie alquanto sfaccettata di possibili
mediazioni fra il proprio mondo e il potere, fra la tensione alla ribellione e la partecipazione a contenuti proposti
dal regime. La decisione di partecipare comunque a forme di vita associativa compromesse con il
potere, nonostante la personale avversione verso la sua politica, o comunque la non adesione, si accompagnano
alla volontà e al bisogno di mantenere in qualche modo delle possibilità d'incontro, di socializzazione,
di divertimento, in contrapposizione all'isolamento, allo sradicamento dai gruppi amicali, dalla vita
sociale del paese:
Perché suonare nella musica sai cosa vuol dire? alle feste... perché c'era tutto eh, Crevacuore ce
n'era diverse feste, Caprile, Ailoche, Pianceri Alto, Sostegno, Guardabosone, Postua, Giunghio, tutte 'ste
feste con i preti una volta si usava, e allora delle belle galline ripiene, dei bei rollè, noi forti e belli, il tubo
buono, non avevamo da mangiare, chi non andava? Allora siamo andati tutti, salvo qualcuno sradicato proprio;
io me ne fregavo del duce, di Hitler, dello Stalin che cos'era!
[ridendo].
Il tentativo di mantenere intatti i reticoli sociali causa l'accettazione del compromesso; soltanto chi
riesce, grazie alle sue più marcate convinzioni, a trovare all'interno della sfera politica una possibilità di
scambio, di comunicazione, non lo accetta. Lo spostamento all'interno dei reticoli meno ampi e meno
"pubblici" della sfera politica viene letto dagli altri come accettazione di totale isolamento, come completa
solitudine e sradicamento sociale, mentre probabilmente, si tratta di relazioni interpersonali più specifiche:
Una volta per forza, si era balilla da grandi così; il fatto è questo, che anche i giovani... noi... i
giovani erano tutti, quando i fascisti han preso posizione bisognava seguire...; se ce n'era qualcuno... io penso
che qualcheduno non c'era perché quei magari che avevano sette o otto anni più di noi non volevano...
insomma, seguivano ancora le vecchie idee, però non è che fossero più contenti, non so, erano piuttosto soli invece
che noi andavamo all'adunata, si trovava uno si trovava l'altro, la vita era più piena diciamo; loro erano un
po' isolati, non partecipavano29.
Gli anni trenta e il dopolavoro fascista
Nelle testimonianze degli intervistati i due temi intorno a cui si
catalizzano con maggiore frequenza le reazioni critiche al fascismo sono da un lato la violenza repressiva che ha caratterizzato la salita al potere
di Mussolini e, dall'altro, la costituzione dell'Opera nazionale dopolavoro e l'inglobamento delle bande
nelle organizzazioni fasciste del tempo
libero30.
Se nella prima fase furono coinvolte quasi esclusivamente le associazioni o i musicanti che più
direttamente si caratterizzavano in senso socialista e antifascista, di fatto, l'obbligo di iscrizione al dopolavoro fascista
fu fenomeno più generalizzato, che interessò anche i musicanti più moderati, quelli che non "facevano
politica". L'istituzione dell'Ond finì con il colpire direttamente l'autonomia formale dei complessi bandistici, la
loro immagine di fronte alla comunità, la coerenza "pubblica" dei musicanti. Se unanime fu il giudizio
negativo espresso, in realtà, proprio per il carattere generalizzato del fenomeno, le reazioni che si riscontrano
sono spesso contraddittorie. Non è un caso, infatti, che a suscitare le reazioni di rifiuto sia più il carattere
imposto dalle direttive che il loro reale contenuto. Le "contrattazioni" che seguiranno l'inizio delle attività
del dopolavoro anche a livello periferico saranno tutte giocate nel tentativo di mantenere un equilibrio fra
il desiderio di salvare la faccia di fronte alla comunità e l'esigenza di salvaguardare, nel contempo, il
proprio spazio tradizionale di relazione con essa:
Un bel momento han cercato di incorporarci nel dopolavoro, han detto: "Voialtri non potete più
andare avanti, adesso siete obbligati a incorporarvi nel dopolavoro perché adesso tutte le società...", e allora
c'han dato un anno di prova: "Vi diamo un anno di prova, sia per noi verso voialtri sia per voialtri verso di
noi". Difatti abbiamo fatto un anno di prova, l'amministrazione era sempre quella là, noi all'interno avevamo
la nostra, però eravamo sotto a quella là... Però loro avevano già detto prima: "Guardate che non trovate
mica i salam tacà i ciuéndi neh!", perché sembrava che la musica mangiasse, bevesse... ma noi facevamo
quella cena il giorno di San Ruchèt e basta, se facevamo una gita tiravamo fuori una lira tre o quattro mesi
prima, tiravamo su quelle tre o quattro lire per uno... avessimo speso anche quindici lire per trasporto, pranzo
e tutto... però metà li pagavamo di tasca nostra e metà con la cassa della banda, ecco cosa facevamo, e
quello là [il responsabile del dopolavoro] dice: "Vardè chi trovi mia i salam tacà i ciuéndi!"... e lì c'è già
piaciuto poco... basta, in quell'anno lì, ogni tanto facevamo un concerto lì nella Società. È venuto il mese di
agosto e abbiamo detto: "Guardate che noi per San Ruchèt vogliamo fare la merenda, facciamo servizio il 15
di agosto, facciamo servizio a San Rocco, sono due servizi e noi, con un po' di questi soldi facciamo
merenda". "Oh, mai più... mai più, ci vuole il permesso del presidente del dopolavoro, dell'amministrazione". "Ma
là che dicano quello che han voglia, noi l'abbiamo sempre fatto e lo facciamo ancora! ". "Oh!
guardatevi bene, guardatevi bene". Insomma ci hanno ammonito ma noi l'abbiamo fatta lo stesso e allora è
saltato fuori un batibui che volevano licenziarci dal... e allora una bella sera ci mandano a chiamare là,
nella Società, con tutta la direzione del dopolavoro che volevano ritirarci tutti gli strumenti... che
dovevamo depositarli. Difatti ci siamo trovati là e una volta là c'han fatto la morale. Noi gli abbiamo detto:
"Guardate che se ci ritirate lo strumento la musica non vive più eh! Perché noi ci ritiriamo tutti"... Lì c'è stato un
bel batibui, perché la maggior parte dei musicanti erano tutti falegnami e che lavoravano in fabbrica
c'erano cinque o sei e 'sti cinque o sei l'han depositato lo strumento e noi invece ce lo siamo riportato a casa,
ci siamo riputati... e abbiamo fatto una commissione, io, il Dante di Carola, il Ferro Felice e il
Ramaciotti Carlo e siamo andati a trovare il podestà. "E adesso, che storia è?... Ma! E voialtri?". "Ma, noi
parliamo per tutta la banda, se ci ritirano lo strumento noi ci ritiriamo tutti!". "Oh... ma adesso mi mettete...".
"Poi una cosa, l'accordo che abbiamo fatto è un anno di prova sia per voi che per noi... a noi non ci va!".
"Ah ben, se è così cercherò di...". "Bèh, che faccia quello che vuole perché se ci ritirano gli strumenti
noi... chiuso, la musica la va!". Dopo ci arriva un conto da pagare, di cose che avevano pagato per noi:
un cappello, una roba, un'altra, era un conto... non so più la cifra che dovevamo versare al dopolavoro.
Allora noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo fatto concerti per... per... per...: "Lire tante per concerti sono da dare
da voialtri a noi, ma lasciamo pure a pari"... e siamo andati avanti
così31.
Le attività artigiane connesse alla lavorazione del legno rappresentavano a Grignasco, negli anni trenta,
lo sbocco professionale prevalente, secondo solo alla Filatura di Grignasco il cui principale proprietario era,
tra il resto, presidente della Società operaia e del dopolavoro. Non sottoposta quindi ai ricatti diretti o
impliciti della Società, la maggior parte dei musicanti si rifiutava di sottostare alle direttive imposte,
assumendo un'atteggiamento di dura intransigenza.
È evidente che l'autonomia mantenuta (siamo andati avanti
così), se confrontata con il panorama
complessivo della politica del regime, dimostra di essere, di fatto, solo apparente, ma se considerata nel quadro
delle dinamiche specifiche della comunità acquista significati che vanno ben al di là del puro scontro formale.
Va sottolineato, d'altro canto, che la discussione sembra muoversi in uno spazio conflittuale che ha
radici prefasciste ma non per questo prepolitiche.
Un caso per certi versi opposto a quello grignaschese emerge dalla testimonianza di Eligio Ferraris
di Balmuccia, maestro di banda ed animatore, nel dopoguerra, della vita musicale valsesiana:
Io ero segretario qui, allora, del dopolavoro, ed ero maestro di musica... e ho avuto una disapprovazione
perché non ho presentato... Tutte le settimane venivano su a prendere delle ragazze in costume e le
portavano a Vercelli, le portavano per le loro manifestazioni... era una cosa che non mi andava. [Un gerarca
fascista] mi ha fatto chiamare a Vercelli, mi ha fatto aspettare un'ora e mezza in anticamera e poi due schiaffoni...
I carabinieri avevano inviato un telegramma perché non avevo ottemperato alle disposizioni del
dopolavoro provinciale... loro volevano fare queste manifestazioni del folklore tutte le settimane, venivano con un
camion, le caricavano su con delle panche e 'ste ragazze andavano
giù32.
La differenza dei due episodi è evidente. Nel primo caso siamo di fronte al dissenso di un gruppo che
riesce a gestire il conflitto dentro al paese, trovando una controparte probabilmente abbastanza potente per
adattarsi, pur nel rispetto delle direttive fasciste, alla situazione reale. Nel caso di Balmuccia è invece un singolo
che, rappresentante locale dell'Ond, rifiuta le direttive imposte dalla direzione provinciale trovandosi
così immediatamente ribaltato in una situazione incontrollabile. È vero che probabilmente sia in un caso
che nell'altro il regime ottiene il suo scopo, ma ci pare importante sottolineare che è fra questi due poli,
la permanenza dei rapporti di potere prefascisti e l'introduzione, da parte del regime, di modelli nuovi e
non controllabili localmente, che si esplicitano le possibilità di adattamento al (e del) regime.
Un momento organizzativo del tutto nuovo è rappresentato dai complessi collegati alle attività
dell'Opera nazionale balilla, e dei Fasci giovanili di combattimento di cui erano diretta emanazione le fanfare
dei balilla, degli avanguardisti e dei giovani fascisti. Le reazioni che si osservano di fronte a queste iniziative
del regime sono molto simili a quelle manifestate in occasione della istituzione del "sabato fascista",
del "premilitare" o dell'obbligo della divisa. Siamo cioè di fronte a fenomeni posti al confine della
nostra ricerca ma che, proprio per questo, testimoniano i metodi di appropriazione strumentale adottata dal
regime di fronte alle manifestazioni e alle funzioni delle bande musicali.
A Borgosesia c'era la fanfara dei giovani fascisti, eravamo in venticinque o trenta, tutti giovani, c'era
gente dai diciotto ai ventitré anni; il maestro era un certo Paolo Gallina, adesso è morto, e si provava dove ci
sono adesso i vigili, lì c'era la sede del fascio... era nel '34 o '35... gli strumenti li forniva tutti il partito e
1ì, quando c'era qualche raduno, bisognava andare eh! [...] C'erano anche i premilitari no, c'erano le
istruzioni premilitari e bisognava andare perché se non si andava sa... chi suonava doveva andare a fare le prove e
poi partecipare. [La divisa]. Chi aveva gli stivali neri oppure le fasce nere, i pantaloni grigioverde, la
camicia nera, il fazzoletto giallorosso, i colori di Roma, e il fez col
fiocchetto33.
A Crevacuore, intorno al 1926-27 era attiva una fanfara dei balilla. Fondatore della fanfara era stato
il maestro elementare, don Giovanni Balocco, divenuto poi direttore didattico a Borgosesia; in
collaborazione con i rappresentanti locali del partito fascista; maestro della fanfara era invece Edoardo Travostino che
era anche maestro della banda di Crevacuore.
Erano gli anni in cui inauguravano tutti i parchi delle rimembranze e tutti i comuni... specialmente qui
nella zona Pray, Coggiola, Trivero, Portula, Masserano, Brusnengo... siamo andati ad inaugurarli tutti noi
quei monumenti lì, con la fanfara... e ci seguiva anche un po' di truppa di balilla [...] A noi si faceva fare
la fanfara proprio come quella dei bersaglieri: di corsa [...] Suonavamo "Giovinezza", il "Piave" e poi
cosa c'era... Ia "Tripoli"... "Monte Grappa"... Le marce del fascio più che c'era era "Giovinezza", d'altro
non c'era niente [...] Siamo andati due o tre anni... era di nuovo all'inizio dei "Re Magi" a Crevacuore,
che erano più di trent'anni che non li facevano più e sono ritornati e allora noi eravamo ancora la banda
dei balilla che andava a suonare "Noi siamo i tre re"... eravamo con quelli della banda. Una volta sola io
ho visto che han cercato di picchiarci, non so più se a Masserano o a Brusnengo... siamo andati due volte,
una a Masserano e una a Brusnengo, mi ricordo sempre che là han cercato di far grane e davano via un po'
di calci, a noi specialmente... perché c'era ancora qualche... c'era ancora qualcuno che conservava le
sue idee, o socialiste o cos'erano non so e non gli piacevano tanto quelle cose lì perché suonavamo
"Giovinezza"34.
Intorno alla metà degli anni trenta, stabilizzatisi i rapporti con le organizzazioni fasciste del tempo libero,
i rapporti fra bande e regime sembrano "addolcirsi". Sono questi gli anni di maggiore successo del regime
che coincidono con l'immissione negli organici delle nuove generazioni cresciute all'ombra del fascismo:
In seguito i rapporti si sono abbastanza addolciti, non so come dire, tanto è vero che il vice podestà
è diventato poi il presidente della banda e la finanziava, nel '36, '37, '38, '39 anche [...] Io, per esempio
il mio debutto l'ho fatto proprio il 21 aprile del '37, mi sembra, che era poi la festa della fondazione
di Roma... il natale di Roma, che il natale di Roma voleva poi conglobare anche la festa dei lavoratori
tanto per cancellare il 1 maggio, io ho proprio debuttato quel giorno
lì35.
La testimonianza appena riportata è ancora più significativa se si considera che l'intervistato è figlio di
un vecchio antifascista, cosciente, probabilmente già allora, delle mistificazioni celebrative del regime ma
che, nonostante questo, non esita a proseguire delle "passioni" paterne almeno quella per la musica.
Sarà l'inizio della guerra ad interrompere le attività delle bande:
Fin quando ha potuto resistere il regime fascista, fin quando ha potuto sostenere la guerra, le feste
nazionali che c'erano allora si facevano ancora... le feste nazionali che c'erano allora erano il 28 ottobre, che era
la marcia su Roma, e il 4 novembre, che ricorda un po' la vittoria della guerra del '15... quelle feste
nazionali le facevano ancora36.
[La guerra] era già cominciata ma suonavamo ancora, c'erano ancora quelle riunioni in piazza,
abbiamo fatto ancora qualche anno... eh sì, fino al '42... nel '43, dopo più, dopo ognuno si è nascosto e va
là!37.
Il dopoguerra
Finita la guerra siamo andati già a suonare a Varallo, abbiamo fatto il maggio, non era la musica
completa, eravamo solo un po', qui del paese, e siamo andati a fare il 1 maggio a Varallo, ma così... abbiamo fatto
solo quel corteo là, il 1 maggio del '45, abbiamo fatto scuola una sera e poi siamo andati giù a fare quel
corteo là38.
Dopo la guerra la banda si è messa in piedi nel '45. Il primo servizio che abbiamo fatto è stato il 1
maggio del '45, con tutti gli strumenti legati con il fil di
ferro39.
Con la Liberazione le bande riprendono immediatamente la loro attività e il servizio del 1 maggio 1945
è quasi una costante così come costante è, nella narrazione di quel servizio, il riferimento ad elementi
che sottolineano la difficoltà e la precarietà dell'esecuzione in quella occasione mettendo così in risalto da
un lato l'entusiasmo e l'eccezionalità del momento e dall'altro il potere di riscatto simbolico che questo
servizio possiede in riferimento alle "difficoltà" del periodo fascista e della guerra, in un misto di spontaneità
popolare e di orgoglio per il proprio
ruolo40:
Il primo servizio l'abbiamo fatto qui a... il 1 maggio no, perché erano solo cinque giorni che... ma il
primo servizio l'abbiamo fatto a Valmaggia, per la festa patronale in luglio, il 22, subito...
Il 1 maggio non siete andati in giro?
Erano solo cinque giorni che era finita la guerra, sparavano ancora giù per... ne hanno uccisi tre o
quattro... non era mica tanto prudente andare in giro... poi anche non erano ancora arrivati tutti gli altri...
perché tanti, sa, tanti giovani erano ancora
militari41.
La situazione, nei giorni immediatamente successivi alla Liberazione, non era ovunque facile, ma
anche laddove non è stato possibile "celebrarlo", il 1 maggio è sentito come una data importante per la quale
è necessario dare delle spiegazioni.
La ripresa di attività è comunque sempre proposta come segno dell'entusiasmo del momento, della
mutata situazione, del desiderio di ricominciare:
Diciamo che dopo la guerra noi, subito nella primavera del '45, dopo la Liberazione diciamo, maggio
o giugno, noi eravamo... la banda era già in auge diciamo. Perché la prima volta che ci siamo trovati
a Valmaggia oltre ai musicanti c'erano... era pieno zeppo di gente, c'erano anche forestieri, torinesi
che lavoravano qui alla Zerboni eccetera... e allora c'era entusiasmo, un po' per la fine della guerra, un
po' perché erano quattro o cinque anni che la gente non poteva più neanche uscire di
casa42.
Con la fine della guerra le "brusche" riprendono i loro incontri informali nelle osterie, libere dai divieti
di pubblica sicurezza del fascismo.
Non so più se era nel '45 o nel '46 forse, qui dove c'era l'osteria del... c'era dentro uno di Varallo, il
Ratun, erano le dieci di sera, eravamo ancora lì che... era vicino alla porta perché c'erano due scalini per
andare fuori, e fa: "Adesso se non vi dispiace suoniamo 'Giovinezza'... porco boia",
[ridendo], era capace di suonarla davvero eh! Proprio seduto vicino alla porta c'era lì un partigiano che adesso è morto,
Quazzola Pierino, uno di quelli convinti eh!... Abbiamo incominciato tutti a guardarci addosso e quello fa: "Su
fratelli e su compagni... ", e suona l' "Inno dei
lavoratori"43.
La trovata del musicante è emblematica, come sa spesso esserlo l'arguzia, significativa proprio per la
sua profonda ambiguità. L'ironia verso il fascismo è infatti evidente, esplicitata dalla comparsa a sorpresa
dell' "Inno dei lavoratori" al posto dell'inno del fascismo. Ma la trovata si impernia in realtà sulla presenza
del partigiano, uno di "quelli convinti", che era seduto "vicino alla porta", ed è quindi anche lui ad essere
messo in discussione. Abbiamo voluto riportare l'episodio proprio per la sua capacità di rimandare alla
complessa rete di conflitti che coinvolsero tutta la società italiana del dopoguerra:
Dopo la guerra sono incominciati a subentrare i partiti, la Camera del lavoro, gli scioperi, i funerali
civili, le feste dell'Unità e ci chiamavano. Qui quasi tutte le bande erano male aggiustate... perché c'erano
delle bande che accettavano 'sti servizi qui... c'erano delle bande, magari della direzione contraria, che facevano
fare la petizione ai musicanti: "Accettate per il prete o per i comunisti?". Tante bande hanno accettato
per il prete e non per i comunisti. Noi qui abbiamo detto: "Noi vogliamo essere autonomi". Allora
diversi musicanti si sono tirati fuori, chi non poteva digerire quel sistema lì, di suonare "Bandiera rossa"... Io
ho digerito "Giovinezza" e "Marcia reale", ma tanti non digerivano "Bandiera
rossa"44.
Con i preti o con i comunisti lo scontro si radicalizza subito, nella narrazione, intorno ai poli classici
del conflitto politico del dopoguerra. L'affermazione dell' "autonomia della banda", della distanza fra la
musica e la politica è frequente nelle
testimonianze sul fascismo e abbiamo già sottolineato come tale
atteggiamento spesso nasconda il tentativo di giustificare atteggiamenti compromissori con il regime. La ricomparsa
del desiderio-affermazione di "autonomia" nel dopoguerra ha però caratteristiche differenti al periodo
precedente e non solo per il mutato segno politico, ma perché si esprime in una azione pragmatica esplicita e,
perciò, politica, anche se condotta in nome della negazione della politica:
Poi dopo è subentrata la scomunica. Non so chi ha scritto da qui; degli avversari, alla Diocesi di
Novara che la banda di Quarona sta facendo i funerali civili... che va a suonare per i comunisti... e così il
parroco di Quarona ha ricevuto l'avviso della Diocesi di Novara: "La musica di Quarona bisogna scomunicarla e
in tutta la provincia di Vercelli nessuno deve chiamare la musica di Quarona". Qui si tratta del '48.
La denuncia alla Diocesi rimanda ad un altro "classico" dei racconti sul fascismo: la delazione.
L'episodio denunciato non è però, come avveniva durante il fascismo, un comportamento privato ma un modo di
agire pubblico e ripetuto e, quindi, oggetto della disapprovazione che emerge dall'intervista non è tanto l'aver
resa pubblica la situazione, quanto l'aver coinvolto nel conflitto autorità esterne alla comunità.
A livello locale la soluzione del problema era se non indolore certo più controllabile: chi non
digeriva "Bandiera Rossa" se ne andava pagando in questo modo la propria intolleranza allo stesso modo in cui
la banda sopportava le conseguenze di queste defezioni. Il ribaltamento all'esterno introduce elementi
di sovradeterminazione che, oltre a rendere irrisolvibile il conflitto localmente, ne rende evidenti alcuni
aspetti ridicoli:
Nel '49 dovevamo fare la santa Cecilia e siccome quello lì la bandiera non ce l'ha più
data45 dovevamo inaugurare quella nuova, che l'aveva comperata il presidente Zaninetti a Milano. Il maestro, il
Langhi Carlo, è andato dal prete e gli ha detto: "Adesso noi dobbiamo fare la santa Cecilia e tutti gli anni
siamo venuti a messa per santa Cecilia, quest'anno come facciamo che siamo scomunicati?". E il prete gli
ha detto: "Voialtri avete tutte le vostre ragioni, io sono un parroco e gli ordini li ho avuti da Novara e se
volete venire a messa lasciate fuori gli strumenti e il cappello e venite dentro come liberi cittadini". ... "Solo
che noi dobbiamo benedire la bandiera". "Eh, non si può, ho avuto ordini così! ". Io penso che è una
cosa ridicola, allora gli unici scomunicati erano gli strumenti e il cappello! Qualcuno diceva: "Cerchiamo
di cedere, mettiamoci d'accordo con il prete", ma poi tenevamo duro. "Non tocca a noi cedere... non è che
noi vogliamo fare i servizi solo per quelli là, noi vogliamo suonare per tutti, l'abbiamo fatto anche prima per
il fascismo, per il prete e per tutti e adesso dobbiamo cedere noi?". "E va bene, ma adesso sono tanti
anni, non suoniamo più". "Eh! non suoniamo più... se vogliamo mantenere l'autonomia dobbiamo essere
così, altrimenti restiamo una musica sottomessa a qualcuno!".
Tolta la scomunica, che peserà sulla banda per più di quindici anni,
fino a quando è morto Pio XII, non
mi ricordo più la data che hanno nominato papa
Giovanni, la banda, ridotta nel periodo di maggiore
difficoltà a tredici elementi, ha ricominciato gradualmente a partecipare ai servizi religiosi instaurando un buon
rapporto con il nuovo parroco senza per questo perdere la propria identità "autonoma" (restando fedele, ad
esempio, ad una tradizione come quella della sveglia del 1 maggio, in cui la banda fa il giro del paese suonando
l' "Inno dei lavoratori" per svegliare la popolazione):
Noi volevamo suonare per tutti come suoniamo per tutti... noi stiamo dimostrando che suoniamo per
tutti [...] abbiamo vinto la battaglia perché hanno dovuto cedere loro e adesso siamo passati alla riscossa e
ci siamo tirati su eh!
Per comprendere più chiaramente i motivi che hanno determinato a Quarona il manifestarsi di
lacerazioni tanto profonde non è probabilmente sufficiente far riferimento al conflitto fra "preti e comunisti" ma
occorre riprendere tutta la storia della banda a Quarona durante il periodo fascista.
Una delle bande di Quarona, conosciuta come banda "Gallarotti" svolgeva le sue attività già prima del
1915. Sciolta a causa della prima guerra mondiale, la banda "Gallarotti" si ricostituiva intorno al
1920-21, continuando a portare il nome del presidente-fondatore, un orefice che aveva alle sue dipendenze
alcuni operai e che era uno dei più ricchi di Quarona.
La ricostituzione della banda coincide con l'affermazione
del potere fascista ed è questo un dato importante se si considera che Carlo Gallarotti, figlio del presidente
del complesso quaronese, si segnala immediatamente come uno degli elementi di punta dello squadrismo
valsesiano e novarese. In quegli stessi anni, la presidenza della banda passa a Rossini di Novara, deputato
del partito fascista e la banda finisce così con il confondersi con le attività celebrative del regime ad un
livello di compromissione sicuramente maggiore di quello che coinvolge, nello stesso periodo, altri
complessi della zona.
Con il consolidarsi della dittatura e con l'epurazione degli elementi "rivoluzionari" del partito anche
Carlo Gallarotti è arrestato e la banda è coinvolta nel processo di inglobamento nell'Ond. Alla morte del
fondatore, la presidenza passa a Giacomino Festa, un ex ufficiale di tendenze liberali, disegnatore tessile e, più
tardi, industriale.
Se è vero che fra i due fatti, il coinvolgimento nello squadrismo del primo fascismo da un lato e
l'atteggiamento intransigente nel dopoguerra dall'altro, non è credibile istituire un rapporto diretto di causa-effetto, non
è neppure possibile considerarli come del tutto disgiunti. Il caso di Quarona risulta significativo
proprio perché in grado di rimandare a tutto l'insieme degli atteggiamenti assunti, nel dopoguerra, in riferimento
al fascismo e non solo nelle manifestazioni estreme emerse dalla situazione quaronese, ma da tutte
le testimonianze su quel periodo.
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