Alberto Lovatto (a cura di)

Parlando di un album di folografie
Immagini e testimonianze di Angelo De Gregori

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Un album per fotografie con la copertina in pelle lavorata all'esterno e foderina interna in raso. Diciotto fogli di cartoncino nero formato cm 22x34, tenuti insieme da un cordoncino marrone passante i fogli e la copertina. 178 fotografie per quarant'anni di vita. Una memoria autobiografica affidata alle sole immagini, senza alcuna didascalia. Una narrazione di sé pensata per sé, con nessun altro scopo se non quello di dare forma ai ricordi, di fissarli in una sequenza stabilita e leggibile.
Questo, nella sostanza, il documento che è motivo di queste pagine. Simile a molti altri ma diverso da qualunque altro perché, come tutti gli altri, segue il percorso di una vita, di una individualità.
Un album di fotografie è una occasione che un soggetto decide di sfruttare per riordinare la propria vita dandogli forma narrante. Ma per quelle "preziose implicazioni sociali"1 che ogni autobiografia porta implicitamente con sé può diventare lo spunto per guardare a tutto quanto va oltre l'individualità del soggetto. E forse qui sta il paradosso: la narrazione fotografica, apparentemente così legata ad un singolo soggetto, spontaneamente sa parlarci di tutto tranne che di lui. Sa raccontare il generale, la dimensione comune, sa parlarci di abiti e posture, di luoghi, acconciature e quant'altro. Forse sa collocare nel tempo e nello spazio, ma lo sguardo dei soggetti, lo sappiamo bene, resta a far barriera fra quella immagine e i loro pensieri e memorie.
Così accade che un album tanto legato alla soggettività, alla individualità narrante, da solo non sappia parlare di quell'individuo. L'individualità del narratore resta, per così dire, silenziosa, sovrastata dal suo essere rappresentazione di una qualche dimensione esistenziale generale.
Ma sa bene chi si occupa di fonti orali che intervistare una persona a partire dalle fotografie è occasione metodologicamente efficace per stimolare memoria e racconti. E così ho fatto, ricomponendo, filtrata dall'autorappresentazione orale, la storia raccontata in quelle fotografie. Di quella narrazione orale ho poi scelto quelle parti che più di altre sapevano parlare del soggetto, del suo modo di essere e di vedere le cose: le sue cose, la sua vita, le sue esperienze. Degli aspetti generali, come ho detto, già sanno parlare le immagini.
Queste pagine sono dedicate all'album fotografico di Angelo De Gregori. Al centro vi è la memoria visiva della sua vita, che lui, molti anni or sono, e senza alcuna intenzionalità di messa in pubblico, ha voluto preparare: per piacere e appagamento suo. Le immagini dell'album sono qui attraversate dai ricordi che invece, sempre volontariamente ma su mio stimolo, De Gregori ha voluto raccontare perché ne facessi oggetto di questo scritto2.
Angelo De Gregori ha oggi 89 anni. È un signore orgoglioso della propria vita e del proprio passato. È un buon narratore ed ha molte cose da raccontare anche se, ci tiene a dirlo, non vi è nulla nella sua vita di eccezionale o di particolare: nulla che ne motivi, di per sé, una messa in pubblico. Lo spunto, la ragione di questo scritto è, come ho detto, quell'album di fotografie, che qualche anno fa, durante una ricerca che stavo allora conducendo sulla banda di Quarona, mi è capitato fra le mani3. Mi è parsa una occasione per parlare di fotografia e di soggettività. Per raccontare la storia di una persona per quella che è, "senza obbligarla a perdere tutto quello che ha di individuale" costringendola ad assumere "l'esemplarità di marionetta che sono le figure che descrivono il generale"4.
Una occasione per valorizzare il senso privato e pubblico di un album di fotografie, ma anche occasione per parlare, forse fra le righe, di quel di più di "sociale" che ogni individualità si porta appresso. E infine per stimolare altri, a segnalare all'Istituto documenti analoghi. Non a tutti si potrà dare pubblicazione, certo, ma a tutti si potrà dare spazio di archiviazione e conservazione.

La famiglia

Giuseppe De Gregori, il padre di Angelo, era nato a Casalino, vicino a Novara, nel 1884. La madre, Giuseppina Gattoni, era invece originaria di Maggiate: classe 1889. Il padre "ferroviere nelle squadre di riparazione dei binari, la cosiddetta manutenzione del traffico", lavora prima a Ponzana, vicino a Novara, e quindi a Borgosesia, dove trova alloggio "'n Ciciola", piazzetta nella parte alta del paese. Giuseppina è mandata a lavorare a Borgosesia, alla tessitura Lenot, ospite di un convitto per giovani operaie. Il convitto, chiamato "'l palasiu", era sulla strada che porta attualmente all'Ospedale: "Mio padre abitava a Sassola e mia madre scendeva dal convitto e doveva passare proprio di lì per andare in fabbrica... e qualche cosa deve essere successo lì, a furia di vedersi, deve essere nata lì la mia famiglia".
Alla famiglia è dedicata la prima pagina dell'album. Un esordio forse scontato ma fondamentale. Tre fotografie: il padre Giuseppe, la madre Giuseppina e, al centro, Angelo, piccolino, seminudo e un po' perplesso che guarda non il fotografo, al centro, ma d'un lato, forse a cercare rassicurazione nello sguardo di uno dei genitori.


L'infanzia

"Questo album l'ho fatto nel dopoguerra, le ultime foto sono già degli anni cinquanta. Io sono sempre stato appassionato dei ricordi. Mi son messo a fare questo album perché ne ho tante fotografie. Le ho scelte e ho cercato di combinarle in questo modo, da solo. E incomincio con i genitori, e poi vado avanti con le scuole. Prima ho messo l'asilo, poi questa che è la cosiddetta Festa degli alberi, che c'era una volta, poi le elementari".
Angelo frequenta le elementari a Borgosesia, fino alla quinta, fatto abbastanza raro. Terminate le scuole, il padre gli trova lavoro "presso la ditta Bertolini e Perone costruzioni in ferro, sun andà a fé l'apprendista fabbro".


L'adolescenza

Nel 1925 il padre è trasferito a Roccapietra, al casello 22 della linea Novara-Varallo. "Noi siamo venuti su alla Rocca il 4 novembre. L'11 novembre alla Rocca c'era la festa di San Martino, la patronale. Mio padre conosceva bene il pievano perché quando c'è stato il disastro ferroviario di quel treno che era andato in coda all'altro treno che era fermo lì, mio padre faceva già parte della squadra di manutenzione e allora sono andati su per i lavori che c'erano da fare, e lì aveva conosciuto il pievano che, fra il resto, si era dato molto da fare anche lui in quella occasione. Quando siamo arrivati alla festa questo pievano ci ha riconosciuto subito e ci ha fatto un po' di domande. Fuori c'era la musica della Rocca che incantava l'offerta. Nella musica suonava il guardiacanale della cartiera che mi conosceva perché passava sempre dal casello dove abitavo io. Allora il guardiacanale dice a mio padre: 'Questo qui, pudarìu fénu 'n bèl allievo: fèlu gni 'ntla müsica'. Chi dirigeva la musica di Roccapietra, era il Di Rienzo di Borgosesia, che è poi diventato presidente della musica di Borgosesia. Ho fatto un po' di solfeggio, ho fatto arrivare lo strumento dalla 'Tito Belati' di Perugia e in sei mesi sono entrato nella musica e la prima volta che ho suonato è stato nel mese di maggio del 1926, per il pellegrinaggio al Sacro Monte di Varallo".

Il lavoro

Dopo il trasferimento a Roccapietra Angelo continua per un po' di tempo a lavorare a Borgosesia ma gli spostamenti, allora, non erano facili: "Sèmpri 'n biciclèta e cun al fanàl a carburo, che qualche volta si spegneva e qualche volta non funzionava... ma bisogna dire che allora c'erano delle belle lune e ci salvavamo con quelle". Trova quindi lavoro dai Loro Piana a Quarona e, compiuti i diciotto anni, "prima non assumevano", va in cartiera come meccanico. La meccanica e la musica sono le vere passioni di Angelo De Gregori.
Tra lavoro, amici, banda e orchestre passa l'adolescenza, che nell'album è raccontata in sole quattro fotografie: una pagina di album.

Il militare

Negli anni venti i ragazzi di Quarona andavano a fare la visita a Borgosesia. I coscritti si preparavano per l'occasione con un anno di anticipo, incominciando a mettere da parte i soldi per i festeggiamenti. Una "settimana di baldoria da una osteria all'altra": prima la visita, poi il pranzo, e poi in giro, di giorno ed a volte anche di notte, senza magari neppure tornare a casa per dormire. De Gregori, finito il pranzo, non segue il gruppo degli amici coscritti: "In quel periodo là le famiglie dei ferrovieri potevano fare richiesta di due biglietti gratis all'anno. Bisognava decidere dove si doveva andare: uno poteva chiedere Quarona-Palermo o Quarona-Borgosesia, ma era un biglietto e fatto fuori quello eri a posto. L'amministrazione ferroviaria ne dava due per il titolare della famiglia, diciamo, e due per ciascuno dei membri della sua famiglia. Io avevo fatto richiesta per un biglietto per Roma. Così finito il pranzo i quatr'ori sun ciapàmi 'l mè trenu e sun 'nda Roma parme cunt. Par 'ndè vughi 'l mund: avevo desiderio di vedere il mondo".
Il servizio militare lo fa ad Aosta, al Quarto reggimento alpini, 23a compagnia. "A militare io non avevo detto che suonavo perché volevo andare a Terni a fare il corso da armaiolo, ma non c'è stato niente da fare: ero l'unico meccanico ma non mi hanno mandato. Poi un giorno c'era con me uno di Coggiola che suonava, e mi era venuta un po' di nostalgia della tromba e allora gli ho chiesto di darmi la tromba, l'è dami la trumba e suma butasi fe na mesa rutinà". Il tenente lo sente e lo mette subito nella banda. Torna a casa con il grado di caporalmaggiore.

La müsica

Tre pagine dell'album sono dedicate alla banda. De Gregori suona nella "Fanfara alpina" di Quarona, costituita per partecipare al raduno degli alpini tenutosi a Napoli nel 1932: "Abbiam fatto la fanfara alpina, la Brusca, e l'avevamo rinforzata anche con altri elementi, siamo andati giù addirittura con una tradotta: noi e quelli di Biella abbiam fatto un treno speciale. Diciassette ore per andare a Napoli".
Negli anni trenta, sotto la direzione del maestro Ernesto Donizzotti, aveva ripreso vita a Quarona la "gloriosa" fanfara ciclistica, già attiva nel 1907. De Gregori è fra i musici che vanno a Roma nel 1936 con la "ciclistica" debitamente inquadrata nell'Opera nazionale dopolavoro.
Nel 1937 è richiamato a militare: "Da permanente ero capoplotone dei mitraglieri, avevamo la mitragliatris quatordes e io ero tiratore scelto e allora quelli che erano tiratori scelti nelle classi 1910 e 1912 li hanno richiamati per fare una compagnia di mitraglieri da posizione con la Breda e abbiamo fatto il campo a La Thuile". Nove fotografie e una pagina di album per quella estate. In una De Gregori sta sull'attenti, sorridente, con la Breda portata in spalla come fucile.


Gli incontri

Tra la banda e il richiamo stanno due pagine di album dedicate a famiglia, coscritti e amici. Nei racconti di De Gregori chiave delle occasioni della vita sono gli incontri, le persone, le amicizie, le conversazioni anche, a volte, casuali. "Un giorno andavo a Borgosesia a suonare nell'orchestra della Massara. Dato che pioveva, abbiam preso il treno e ho incontrato il Marazza di Cravagliana, che da soldato era stato il postino del battaglione, lo conoscevano tutti per quello. " ''N'te ch'at vai'. 'Mah, i vach a Sest Calent'. ''T lavori a Sest Calent'. 'Sì, 'ntla fabbrica d'i areoplani'. 'Osteria! 'tsai mia sa ghé di post'. `! 'T mand ca la dumanda' ". All'insaputa dei genitori va al colloquio, ottiene il nullaosta del sindacato fascista per il passaggio di lavoro da una provincia all'altra e, nel 1933, va a lavorare alla Siai Marchetti.

Alla Siai Marchetti

Alla Siai incontra anche altri valsesiani. Con qualcuno scatta qualche foto che è riportata nell'album. "Noi ci facevamo delle sagome e delle dime per accelerare il lavoro e andavamo nella officina da uno o dall'altro per farcele fare. Una volta vado da uno che non conoscevo, che non sapevo chi era e gli faccio vedere il pezzo e gli ho detto 'Guarda che qui si è rotto...'. 'Ah, a l'è sciapasi'. Gli ho chiesto subito da dove veniva ed era il Bracchi di Cellio. Poi c'era anche un De Nicola di Marasco" .
Prima lavora nell'aggiustaggio, poi diventa responsabile di un gruppo di diciotto persone che si occupa "delle aste, rinvii e comandi dei motori dalla cabina. Era il periodo che si facevano gli Sm 81 per l'Abissinia. Erano apparecchi grossi, ma in Africa avevano poi avuto dei problemi perché la fusoliera era metallica ma le ali erano di legno e tela e con il caldo si scollava".

In Africa

Non era iscritto al Partito fascista e questo fatto pesava non sui passaggi di lavoro ma sugli scatti di stipendio. Decide allora di approfittare di una nuova occasione. La Siai, fabbrica ausiliaria, con lo scoppio della guerra è militarizzata e il 10 settembre 1940 chiede di andare in Africa. "La Siai Marchetti aveva un gruppo di apparecchi giù a Bengasi che andavano a bombardare Caifa, in Egitto, dove c'erano i serbatoi di carburante degli inglesi. Da Sesto Calende siamo andati a Roma, poi siamo andati a Catania, dove c'era un Sm 74 che ci ha portati in Africa". Al periodo passato in Africa, dal 1940 al 1942, sono dedicate ben sei pagine dell'album.
Foto di gruppo con dune, dromedario e sfondo di palmeti oppure eliche, aerei e motori. Una pagina intera, con sedici piccole fotografie, formato 5x5, racconta la visita ai resti romani di Sabrata Flavia.
Inizialmente addetto alla manutenzione dei comandi dei bombardieri ed alla costruzione di serbatoi supplementari necessari a garantire maggiore autonomia di volo agli aerei, passa alla manutenzione e collaudo dei motori. Nel gennaio 1941 l'avanzata inglese costringe un arretramento delle posizioni. "Gli inglesi sono arrivati nei mesi di febbraio del 1941. Noi siamo stati gli ultimi a venir via e siamo arrivati fino a Sirte con l'aereo. Da Sirte siamo arrivati a Tripoli perché il colonnello Iacoponi, c'l'èra un cal gniva d'la classe dell'aristocrazia, cal ghèva 'ncura 'l monocolo, questo Jacopone ha fatto spaccare i motori nuovi e ha fatto caricare i vecchi su un barcone per portarli con noi perché avessimo sempre qualche cosa da fare. Succedeva anche questo in guerra. Noi siamo arrivati nella Sirtica, che era in mano del conte Volpi di Misurata, era un'oasi ricchissima, una zona proprio curata dove gli italiani han fatto molti lavori: anca 'Ghedafi 'l va ìn Sirtica 'n vacansa".
Lavora come meccanico nelle "Sram, Squadre riparazioni aeromobili e motori e ci hanno poi mandati a Zavia, aggregati ai caccia" e nell'agosto del 1942 ottiene una licenza di un mese. Terminata la licenza si presentano a Lonate Pozzolo, che era la sua sede di servizio. "In quel momento stavano partendo gli aerei che andavano in Russia: i Br20, e c'era la possibilità anche di essere mandato in Grecia oppure potevo tornare in Africa. Invece mi han mandato a Roma, a Ciampino". Lì incontra un dirigente della Fiat che veniva in villeggiatura in Valsesia e "i dich la verità sun andà rufianemi 'nca mi" e riesce a rimanere a Ciampino fino all'8 settembre, addetto alle squadre di meccanici che si occupavano degli Sm 82 "il così detto Marsupiale, da tant ch'a l'era gròss".



L'8 settembre

Dopo l'8 settembre, come "militarizzato" deve presentarsi alla sede di Lonate Pozzolo. "Lì c'erano due versioni: o andare in Siai, e in Siai i tedeschi avevano loro in mano tutto e c'era rischio di andare in Germania, o fare un gruppo autonomo. Lì c'erano ancora gli Sm 79 e c'era un gruppo del capitano Faggioni che non volevano stare né con la repubblica né con Badoglio, e han fatto 'sto gruppo autonomo. E allora ci hanno mandato a Venegono Inferiore con questo Faggioni, che aveva cinque apparecchi e tutto il gruppo per cinque apparecchi. E son rimasto lì fin che son finite le ostilità. Venivo a casa ogni tanto, e avevo il tesserino dei partigiani e quello degli altri e a secondo di chi mi fermava al posto di blocco, consegnavo il tesserino perché venivo a casa in bicicletta da Venegono. Questo Faggioni aveva fatto parte del gruppo di Buscaglia sugli aerei siluranti. Erano un po' mezzi esaltati: quando dovevano andare a fare una missione si mettevano il pugnale in bocca. In quel periodo lì, dopo l'8 settembre, non si facevano azioni, gli apparecchi andavano fuori in ricognizione, ma poco perché erano scarsi anche di benzina. A chi passavano poi le informazioni non lo so bene neanch'io, onestamente non posso dire come lavoravano loro nei confronti degli altri. Lì c'erano dieci piloti, una trentina di meccanici, forse neanche, comandati da un tenente motorista".
A seguirne la storia che viene raccontata da Giorgio Pisanò ne "Gli ultimi in grigioverde", gli aerei del capitano Faggioni furono protagonisti di imprese eroiche per tutti i venti mesi della repubblica sociale5.
Nessuna fotografia nell'album racconta quel periodo fra l'8 settembre ed il 25 aprile.

Il dopoguerra

"Regolarizzata la posizione", De Gregori ha la possibilità di andare a Lecce, ad occuparsi degli elicotteri americani ma i familiari insistono: "È ora che ti metti a posto". A trentacinque anni abbandona gli aeroplani e trova lavoro a Milano in una officina meccanica. Mentre è lì, fa amicizia con un rappresentante di pompe ad iniezione, "certo Bellingeri". Lascia l'officina, passa alle pompe. Nel frattempo invia però anche alcune domande di lavoro in Svizzera e nel mese di settembre del 1946 lo assumono a La Chaux de Fonds, cantone di Neuchatel, nel Garage du Trois Rois. Ci resta per qualche mese, poi trova altro impiego a Favag, vicino a Neuchatel, alla Fabrique d'appareils electriques Sa, dove resta fino al 1950.

In Svizzera

Quasi cinque pagine di album raccontano il periodo trascorso in Svizzera: la maggior parte sono dedicati alla Musique militair-Les armes reunies di La Chaux de Fonds. "Per il mio ingresso nella banda la storia è andata così. Sono arrivato in Svizzera a settembre, era un giovedì. Ho fatto la visita a Briga, per il permesso di ingresso. Quando sono uscito dalla visita ho visto il chiosco dei tabacchi. Da noi c'era ancora la crisi e tabacco ce n'era poco: ho visto tutte 'ste sigarette e ne ho comprato un pacchetto. C'erano allora delle sigarette inglesi, con il marinaio sopra, che erano oppiate da morire, ma io non lo sapevo e ne ho fumate tante e quando son arrivato a La Chaux de Fonds avevo un mal di testa da scoppiare. La mia povera mamma mi aveva messo nella valigia dei calmini, si chiamavano Calmini Brioschi. Li ho dovuti prendere. Quando sono arrivato, non sono andato nell'albergo dove dovevo andare perché c'era una troupe di artisti di varietà e non c'era posto e sono andato all'Hotel de France. Mi son messo a letto con le finestre spalancate e sentivo della musica: c'era un concerto ai giardini pubblici e sentivo la musica ma non riuscivo a capire il vero suono, perché l'ho saputo dopo era una banda tutta di ottoni e noi eravamo abituati a sentire anche i clarini, e non capivo se era una banda o se era una orchestra".
Chiede, si informa, rivede la stessa banda sfilare la domenica successiva per la "La Bradrie, che era una sfilata di carri allegorici con i fiori, che facevano per la vendemmia". La padrona della pensione telefona alla direzione della banda e il mercoledì successivo si presenta alle prove.
"Oltre alla Musique militair-Les armes reunies c'era altre tre musiche a La Chaux de Fonds: La Perseverance, la Musique ouvrier, i Cadetti". Les armes reunies citate nella denominazione della banda erano quelle che conquistarono l'indipendenza del cantone di Neuchatel dal cantone di Berna. Una banda importante, con repertorio impegnativo: "Avevano un repertorio di classe, partivi dall 'Apprendista stregone' per arrivare al 'Carnevale romano' ". Prove il mercoledì sera. All'inizio suona la tromba poi gli affidano il "pìston in si bemolle". Concerti a Besançon, a Chambery, a Ginevra. Moltissime le foto: di gruppo, con la banda al completo, con alcuni amici in atteggiamenti informali.

A Milano

A ferragosto del 1950 lascia la Svizzera e torna a lavorare a Milano come rappresentante della Pira (Pompe iniettori ricambi accessori). Con la Musique militair-Les armes reunies continua a mantenere contatti e quando la banda di La Chaux de Fonds, nel '59, viene in Italia per partecipare al carnevale di Viareggio, va ad accoglierli a Domodossola, alla stazione, li accompagna fino a Milano in treno.
"In quel periodo lì volevano darmi la rappresentanza per tutta I'Italia di cinturini per orologi, con un telefono e uno stanzino non mi sarei sporcato più le mani ma... non avrei conosciuto mia moglie. Scegliendo di aprire una officina il vantaggio che ho avuto è stato questo: che mi sono sporcato ancora le mani ma ho avuto l'occasione di incontrare la donna che era stata fatta su misura per me".
Lascia il posto di rappresentante e apre, con un socio, una officina meccanica per la riparazione di pompe a iniezione, officina nella quale lavorerà fino alla pensione.

Le ultime fotografie

L'album si chiude in quegli anni. Le ultime due pagine sono per la famiglia. Una istantanea del padre e della madre scattata a metà degli anni cinquanta e una foto di gruppo, in occasione della cresima della nipote.
La famiglia apre e chiude il racconto. 178 fotografie e una lunga conversazione dedicati a quasi quarant'anni di una vita qualsiasi fra le molte che hanno attraversato due guerre, una dittatura e una disperata voglia di ricostruzione.


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