Alberto Lovatto (a cura di)
Parlando di un album di folografie
Immagini e testimonianze di Angelo De Gregori
"l'impegno", a. XIX, n. 3, dicembre 1999
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
Le note sono richiamabili singolarmente o totalmente, da link collocati rispettivamente nel testo e alla fine della pagina.
Le fotografie di cui sono inserite miniature nel testo sono visualizzabili ingrandite cliccando sulle miniature stesse. Ogni fotografia richiamata compare in una finestra sovrapposta, che contiene anche la didascalia.
È consentito l'utilizzo dei testi solo citando la fonte.
Le immagini sono utilizzabili esclusivamente per fini non commerciali ed editoriali, a condizione che ne venga citata la fonte. Ogni uso non autorizzato diverso da quello sopra indicato sarà perseguito a norma di legge.
Un album per fotografie con la copertina in pelle lavorata all'esterno e foderina interna in raso.
Diciotto fogli di cartoncino nero formato cm 22x34, tenuti insieme da un cordoncino marrone passante i fogli e
la copertina. 178 fotografie per quarant'anni di vita. Una memoria autobiografica affidata alle sole
immagini, senza alcuna didascalia. Una narrazione di sé pensata per sé, con nessun altro scopo se non quello di
dare forma ai ricordi, di fissarli in una sequenza stabilita e leggibile.
Questo, nella sostanza, il documento che è motivo di queste pagine. Simile a molti altri ma diverso
da qualunque altro perché, come tutti gli altri, segue il percorso di
una vita, di una individualità.
Un album di fotografie è una occasione che un soggetto decide di sfruttare per riordinare la propria
vita dandogli forma narrante. Ma per quelle "preziose implicazioni
sociali"1 che ogni autobiografia porta
implicitamente con sé può diventare lo spunto per guardare a tutto quanto va oltre l'individualità del soggetto.
E forse qui sta il paradosso: la narrazione fotografica, apparentemente così legata ad un singolo
soggetto, spontaneamente sa parlarci di tutto tranne che di lui. Sa raccontare il generale, la dimensione comune,
sa parlarci di abiti e posture, di luoghi, acconciature e quant'altro. Forse sa collocare nel tempo e nello
spazio, ma lo sguardo dei soggetti, lo sappiamo bene, resta a far barriera fra quella immagine e i loro pensieri
e memorie.
Così accade che un album tanto legato alla soggettività, alla individualità narrante, da solo non
sappia parlare di quell'individuo. L'individualità del narratore resta, per così dire, silenziosa, sovrastata dal
suo essere rappresentazione di una qualche dimensione esistenziale generale.
Ma sa bene chi si occupa di fonti orali che intervistare una persona a partire dalle fotografie è
occasione metodologicamente efficace per stimolare memoria e racconti. E così ho fatto, ricomponendo,
filtrata dall'autorappresentazione orale, la storia raccontata in quelle fotografie. Di quella narrazione orale ho
poi scelto quelle parti che più di altre sapevano parlare del soggetto, del suo modo di essere e di vedere le
cose: le sue cose, la sua vita, le
sue esperienze. Degli aspetti generali, come ho detto, già sanno parlare le
immagini.
Queste pagine sono dedicate all'album fotografico di Angelo De Gregori. Al centro vi è la memoria
visiva della sua vita, che lui, molti anni or sono, e senza alcuna intenzionalità di messa in pubblico, ha
voluto preparare: per piacere e appagamento suo. Le immagini dell'album sono qui attraversate dai ricordi
che invece, sempre volontariamente ma su mio stimolo, De Gregori ha voluto raccontare perché ne
facessi oggetto di questo scritto2.
Angelo De Gregori ha oggi 89 anni. È un signore orgoglioso della propria vita e del proprio passato. È
un buon narratore ed ha molte cose da raccontare anche se, ci tiene a dirlo, non vi è nulla nella sua vita
di eccezionale o di particolare: nulla che ne motivi, di per sé, una messa in pubblico. Lo spunto, la ragione
di questo scritto è, come ho detto, quell'album di fotografie, che qualche anno fa, durante una ricerca che
stavo allora conducendo sulla banda di Quarona, mi è capitato fra le
mani3. Mi è parsa una occasione per
parlare di fotografia e di soggettività. Per raccontare la storia di una persona per quella che è, "senza obbligarla
a perdere tutto quello che ha di individuale" costringendola ad assumere "l'esemplarità di marionetta che
sono le figure che descrivono il
generale"4.
Una occasione per valorizzare il senso privato e pubblico di un album di fotografie, ma anche occasione
per parlare, forse fra le righe, di quel di più di "sociale" che ogni individualità si porta appresso. E infine
per stimolare altri, a segnalare all'Istituto documenti analoghi. Non a tutti si potrà dare pubblicazione, certo,
ma a tutti si potrà dare spazio di archiviazione e conservazione.
La famiglia
Giuseppe De Gregori, il padre di Angelo, era nato a Casalino, vicino a Novara, nel 1884. La madre,
Giuseppina Gattoni, era invece originaria di Maggiate: classe 1889. Il padre "ferroviere nelle squadre di
riparazione dei binari, la cosiddetta manutenzione del traffico", lavora prima a Ponzana, vicino a Novara, e quindi
a Borgosesia, dove trova alloggio "'n
Ciciola", piazzetta nella parte alta del paese. Giuseppina è mandata
a lavorare a Borgosesia, alla tessitura Lenot, ospite di un convitto per giovani operaie. Il convitto, chiamato
"'l palasiu", era sulla strada che porta attualmente all'Ospedale: "Mio padre abitava a Sassola e mia madre
scendeva dal convitto e doveva passare proprio di lì per andare in fabbrica... e qualche cosa deve
essere successo lì, a furia di vedersi, deve essere nata lì la mia famiglia".
Alla famiglia è dedicata la prima pagina dell'album. Un esordio forse scontato ma fondamentale.
Tre fotografie: il padre Giuseppe, la madre Giuseppina e, al centro, Angelo, piccolino, seminudo e un po'
perplesso che guarda non il fotografo, al centro, ma d'un lato, forse a cercare rassicurazione nello sguardo di uno
dei genitori.
|
L'infanzia
"Questo album l'ho fatto nel dopoguerra, le ultime foto sono già degli anni cinquanta. Io sono sempre
stato appassionato dei ricordi. Mi son messo a fare questo album perché ne ho tante fotografie. Le ho scelte e
ho cercato di combinarle in questo modo, da solo. E incomincio con i genitori, e poi vado avanti con le
scuole. Prima ho messo l'asilo, poi questa che è la cosiddetta Festa degli alberi, che c'era una volta, poi le
elementari".
Angelo frequenta le elementari a Borgosesia, fino alla quinta, fatto abbastanza raro. Terminate le scuole,
il padre gli trova lavoro "presso la ditta Bertolini e Perone costruzioni in ferro,
sun andà a fé l'apprendista fabbro".
L'adolescenza
Nel 1925 il padre è trasferito a Roccapietra, al casello 22 della linea Novara-Varallo. "Noi siamo venuti
su alla Rocca il 4 novembre. L'11 novembre alla Rocca c'era la festa di San Martino, la patronale. Mio
padre conosceva bene il pievano perché quando c'è stato il disastro ferroviario di quel treno che era andato in
coda all'altro treno che era fermo lì, mio padre faceva già parte della squadra di manutenzione e allora sono
andati su per i lavori che c'erano da fare, e lì aveva conosciuto il pievano che, fra il resto, si era dato molto da
fare anche lui in quella occasione. Quando siamo arrivati alla festa questo pievano ci ha riconosciuto subito e
ci ha fatto un po' di domande. Fuori c'era la musica della Rocca che incantava l'offerta. Nella musica
suonava il guardiacanale della cartiera che mi conosceva perché passava sempre dal casello dove abitavo io. Allora
il guardiacanale dice a mio padre: 'Questo qui,
pudarìu fénu 'n bèl allievo: fèlu gni 'ntla
müsica'. Chi dirigeva la musica di Roccapietra, era il Di Rienzo di Borgosesia, che è poi diventato presidente della musica
di Borgosesia. Ho fatto un po' di solfeggio, ho fatto arrivare lo strumento dalla 'Tito Belati' di Perugia e in
sei mesi sono entrato nella musica e la prima volta che ho suonato è stato nel mese di maggio del 1926, per
il pellegrinaggio al Sacro Monte di Varallo".
Il lavoro
Dopo il trasferimento a Roccapietra Angelo continua per un po' di tempo a lavorare a Borgosesia ma
gli spostamenti, allora, non erano facili:
"Sèmpri 'n biciclèta e cun al fanàl a
carburo, che qualche volta si spegneva e qualche volta non funzionava... ma bisogna dire che allora c'erano delle belle lune e ci
salvavamo con quelle". Trova quindi lavoro dai Loro Piana a Quarona e, compiuti i diciotto anni, "prima non
assumevano", va in cartiera come meccanico. La meccanica e la musica sono le vere passioni di Angelo De Gregori.
Tra lavoro, amici, banda e orchestre passa l'adolescenza, che nell'album è raccontata in sole quattro
fotografie: una pagina di album.
Il militare
Negli anni venti i ragazzi di Quarona andavano a fare la visita a Borgosesia. I coscritti si preparavano
per l'occasione con un anno di anticipo, incominciando a mettere da parte i soldi per i festeggiamenti.
Una "settimana di baldoria da una osteria all'altra": prima la visita, poi il pranzo, e poi in giro, di giorno ed
a volte anche di notte, senza magari neppure tornare a casa per dormire. De Gregori, finito il pranzo,
non segue il gruppo degli amici coscritti: "In quel periodo là le famiglie dei ferrovieri potevano fare richiesta
di due biglietti gratis all'anno. Bisognava decidere dove si doveva andare: uno poteva chiedere
Quarona-Palermo o Quarona-Borgosesia, ma era un biglietto e fatto fuori quello eri a posto. L'amministrazione ferroviaria
ne dava due per il titolare della famiglia, diciamo, e due per ciascuno dei membri della sua famiglia. Io
avevo fatto richiesta per un biglietto per Roma. Così finito il pranzo i
quatr'ori sun ciapàmi 'l mè trenu e sun 'nda
Roma parme cunt. Par 'ndè vughi 'l mund:
avevo desiderio di vedere il mondo".
Il servizio militare lo fa ad Aosta, al Quarto reggimento alpini,
23a compagnia. "A militare io non
avevo detto che suonavo perché volevo andare a Terni a fare il corso da armaiolo, ma non c'è stato niente da
fare: ero l'unico meccanico ma non mi hanno mandato. Poi un giorno c'era con me uno di Coggiola che
suonava, e mi era venuta un po' di nostalgia della tromba e allora gli ho chiesto di darmi la tromba,
l'è dami la trumba e suma butasi fe na mesa
rutinà". Il tenente lo sente e lo mette subito nella banda. Torna a casa con il
grado di caporalmaggiore.
La müsica
Tre pagine dell'album sono dedicate alla banda. De Gregori suona nella "Fanfara alpina" di Quarona,
costituita per partecipare al raduno degli alpini tenutosi a Napoli nel 1932: "Abbiam fatto la fanfara alpina,
la Brusca, e l'avevamo rinforzata anche con altri elementi, siamo andati giù addirittura con una tradotta: noi
e quelli di Biella abbiam fatto un treno speciale. Diciassette ore per andare a Napoli".
Negli anni trenta, sotto la direzione del maestro Ernesto Donizzotti, aveva ripreso vita a Quarona la
"gloriosa" fanfara ciclistica, già attiva nel 1907. De Gregori è fra i musici che vanno a Roma nel 1936 con
la "ciclistica" debitamente inquadrata nell'Opera nazionale dopolavoro.
Nel 1937 è richiamato a militare: "Da permanente ero capoplotone dei mitraglieri, avevamo
la mitragliatris quatordes e io ero tiratore scelto e allora quelli che erano tiratori scelti nelle classi 1910 e 1912 li
hanno richiamati per fare una compagnia di mitraglieri da posizione con la Breda e abbiamo fatto il campo a
La Thuile". Nove fotografie e una pagina di album per quella estate. In una De Gregori sta sull'attenti,
sorridente, con la Breda portata in spalla come fucile.
|
Gli incontri
Tra la banda e il richiamo stanno due pagine di album dedicate a famiglia, coscritti e amici. Nei racconti
di De Gregori chiave delle occasioni della vita sono gli incontri, le persone, le amicizie, le
conversazioni anche, a volte, casuali. "Un giorno andavo a Borgosesia a suonare nell'orchestra della Massara. Dato
che pioveva, abbiam preso il treno e ho incontrato il Marazza di Cravagliana, che da soldato era stato il
postino del battaglione, lo conoscevano tutti per quello.
" ''N'te ch'at vai'.
'Mah, i vach a Sest Calent'.
''T lavori a Sest Calent'. 'Sì, 'ntla fabbrica d'i
areoplani'. 'Osteria! 'tsai mia sa ghé di
post'. `Sì! 'T mand ca
la dumanda' ". All'insaputa dei genitori va al colloquio, ottiene il nullaosta del sindacato fascista per il
passaggio di lavoro da una provincia all'altra e, nel 1933, va a lavorare alla Siai Marchetti.
Alla Siai Marchetti
Alla Siai incontra anche altri valsesiani. Con qualcuno scatta qualche foto che è riportata nell'album.
"Noi ci facevamo delle sagome e delle dime per accelerare il lavoro e andavamo nella officina da uno o
dall'altro per farcele fare. Una volta vado da uno che non conoscevo, che non sapevo chi era e gli faccio vedere
il pezzo e gli ho detto 'Guarda che qui si è rotto...'.
'Ah, a l'è sciapasi'. Gli ho chiesto subito da dove
veniva ed era il Bracchi di Cellio. Poi c'era anche un De Nicola di Marasco" .
Prima lavora nell'aggiustaggio, poi diventa responsabile di un gruppo di diciotto persone che si
occupa "delle aste, rinvii e comandi dei motori dalla cabina. Era il periodo che si facevano gli Sm 81 per
l'Abissinia. Erano apparecchi grossi, ma in Africa avevano poi avuto dei problemi perché la fusoliera era metallica ma
le ali erano di legno e tela e con il caldo si scollava".
In Africa
Non era iscritto al Partito fascista e questo fatto pesava non sui passaggi di lavoro ma sugli scatti di
stipendio. Decide allora di approfittare di una nuova occasione. La Siai, fabbrica ausiliaria, con lo scoppio
della guerra è militarizzata e il 10 settembre 1940 chiede di andare in Africa. "La Siai Marchetti aveva un
gruppo di apparecchi giù a Bengasi che andavano a bombardare Caifa, in Egitto, dove c'erano i serbatoi di
carburante degli inglesi. Da Sesto Calende siamo andati a Roma, poi siamo andati a Catania, dove c'era un Sm
74 che ci ha portati in Africa". Al periodo passato in Africa, dal 1940 al 1942, sono dedicate ben sei
pagine dell'album.
Foto di gruppo con dune, dromedario e sfondo di palmeti oppure eliche, aerei e motori. Una
pagina intera, con sedici piccole fotografie, formato 5x5, racconta la visita ai resti romani di Sabrata Flavia.
Inizialmente addetto alla manutenzione dei comandi dei bombardieri ed alla costruzione di serbatoi
supplementari necessari a garantire maggiore autonomia di volo agli aerei, passa alla manutenzione e collaudo
dei motori. Nel gennaio 1941 l'avanzata inglese costringe un arretramento delle posizioni. "Gli inglesi
sono arrivati nei mesi di febbraio del 1941. Noi siamo stati gli ultimi a venir via e siamo arrivati fino a Sirte
con l'aereo. Da Sirte siamo arrivati a Tripoli perché il colonnello Iacoponi,
c'l'èra un cal gniva d'la classe dell'aristocrazia, cal ghèva 'ncura 'l
monocolo, questo Jacopone ha fatto spaccare i motori nuovi e ha
fatto caricare i vecchi su un barcone per portarli con noi perché avessimo sempre qualche cosa da fare.
Succedeva anche questo in guerra. Noi siamo arrivati nella Sirtica, che era in mano del conte Volpi di Misurata,
era un'oasi ricchissima, una zona proprio curata dove gli italiani han fatto molti lavori:
anca 'Ghedafi 'l va ìn Sirtica 'n
vacansa".
Lavora come meccanico nelle "Sram, Squadre riparazioni aeromobili e motori e ci hanno poi mandati
a Zavia, aggregati ai caccia" e nell'agosto del 1942 ottiene una licenza di un mese. Terminata la licenza
si presentano a Lonate Pozzolo, che era la sua sede di servizio. "In quel momento stavano partendo gli
aerei che andavano in Russia: i Br20, e c'era la possibilità anche di essere mandato in Grecia oppure
potevo tornare in Africa. Invece mi han mandato a Roma, a Ciampino". Lì incontra un dirigente della Fiat
che veniva in villeggiatura in Valsesia e "i dich la verità sun andà rufianemi 'nca
mi" e riesce a rimanere a Ciampino fino all'8 settembre, addetto alle squadre di meccanici che si occupavano degli Sm 82 "il
così detto Marsupiale, da tant ch'a l'era
gròss".
L'8 settembre
Dopo l'8 settembre, come "militarizzato" deve presentarsi alla sede di Lonate Pozzolo. "Lì c'erano
due versioni: o andare in Siai, e in Siai i tedeschi avevano loro in mano tutto e c'era rischio di andare in
Germania, o fare un gruppo autonomo. Lì c'erano ancora gli Sm 79 e c'era un gruppo del capitano Faggioni
che non volevano stare né con la repubblica né con Badoglio, e han fatto 'sto gruppo autonomo. E allora ci
hanno mandato a Venegono Inferiore con questo Faggioni, che aveva cinque apparecchi e tutto il gruppo per
cinque apparecchi. E son rimasto lì fin che son finite le ostilità. Venivo a casa ogni tanto, e avevo il tesserino
dei partigiani e quello degli altri e a secondo di chi mi fermava al posto di blocco, consegnavo il tesserino
perché venivo a casa in bicicletta da Venegono. Questo Faggioni aveva fatto parte del gruppo di Buscaglia
sugli aerei siluranti. Erano un po' mezzi esaltati: quando dovevano andare a fare una missione si mettevano
il pugnale in bocca. In quel periodo lì, dopo l'8 settembre, non si facevano azioni, gli apparecchi
andavano fuori in ricognizione, ma poco perché erano scarsi anche di benzina. A chi passavano poi le
informazioni non lo so bene neanch'io, onestamente non posso dire come lavoravano loro nei confronti degli altri.
Lì c'erano dieci piloti, una trentina di meccanici, forse neanche, comandati da un tenente motorista".
A seguirne la storia che viene raccontata da Giorgio Pisanò ne "Gli ultimi in grigioverde", gli aerei
del capitano Faggioni furono protagonisti di imprese eroiche per tutti i venti mesi della repubblica
sociale5.
Nessuna fotografia nell'album racconta quel periodo fra l'8 settembre ed il 25 aprile.
Il dopoguerra
"Regolarizzata la posizione", De Gregori ha la possibilità di andare a Lecce, ad occuparsi degli
elicotteri americani ma i familiari insistono: "È ora che ti metti a posto". A trentacinque anni abbandona gli
aeroplani e trova lavoro a Milano in una officina meccanica. Mentre è lì, fa amicizia con un rappresentante di
pompe ad iniezione, "certo Bellingeri". Lascia l'officina, passa alle pompe. Nel frattempo invia però anche
alcune domande di lavoro in Svizzera e nel mese di settembre del 1946 lo assumono a La Chaux de Fonds,
cantone di Neuchatel, nel Garage du Trois Rois. Ci resta per qualche mese, poi trova altro impiego a Favag, vicino
a Neuchatel, alla Fabrique d'appareils electriques Sa, dove resta fino al 1950.
In Svizzera
Quasi cinque pagine di album raccontano il periodo trascorso in Svizzera:
la maggior parte sono
dedicati alla Musique militair-Les armes reunies di La Chaux de Fonds. "Per il mio ingresso nella banda la storia
è andata così. Sono arrivato in Svizzera a settembre, era un giovedì. Ho fatto la visita a Briga, per il
permesso di ingresso. Quando sono uscito dalla visita ho visto il chiosco dei tabacchi. Da noi c'era ancora la crisi e
tabacco ce n'era poco: ho visto tutte 'ste sigarette e ne ho comprato un pacchetto. C'erano allora
delle sigarette inglesi, con il marinaio sopra, che erano oppiate da morire, ma io non lo sapevo e ne ho
fumate tante e quando son arrivato a La Chaux de Fonds avevo un mal di testa da scoppiare. La mia povera
mamma mi aveva messo nella valigia dei calmini, si chiamavano Calmini Brioschi. Li ho dovuti prendere.
Quando sono arrivato, non sono andato nell'albergo dove dovevo andare perché c'era una
troupe di artisti di varietà e non c'era posto e sono andato all'Hotel de France. Mi son messo a letto con le finestre spalancate e
sentivo della musica: c'era un concerto ai giardini pubblici e sentivo la musica ma non riuscivo a capire il
vero suono, perché l'ho saputo dopo era una banda tutta di ottoni e noi eravamo abituati a sentire anche
i clarini, e non capivo se era una banda o se era una orchestra".
Chiede, si informa, rivede la stessa banda sfilare la domenica successiva per la "La Bradrie, che era
una sfilata di carri allegorici con i fiori, che facevano per la vendemmia". La padrona della pensione
telefona alla direzione della banda e il mercoledì successivo si presenta alle prove.
"Oltre alla Musique militair-Les armes reunies c'era altre tre musiche a La Chaux de Fonds: La
Perseverance, la Musique ouvrier, i Cadetti". Les armes reunies citate nella denominazione della banda erano quelle
che conquistarono l'indipendenza del cantone di Neuchatel dal cantone di Berna. Una banda importante,
con repertorio impegnativo: "Avevano un repertorio di classe, partivi dall 'Apprendista stregone' per arrivare
al 'Carnevale romano' ". Prove il mercoledì sera. All'inizio suona la tromba poi gli affidano il
"pìston in si bemolle". Concerti a Besançon, a Chambery, a Ginevra. Moltissime le foto: di gruppo, con la banda
al completo, con alcuni amici in atteggiamenti informali.
A Milano
A ferragosto del 1950 lascia la Svizzera e torna a lavorare a Milano come rappresentante della Pira
(Pompe iniettori ricambi accessori). Con la Musique militair-Les armes reunies continua a mantenere contatti
e quando la banda di La Chaux de Fonds, nel '59, viene in Italia per partecipare al carnevale di Viareggio,
va ad accoglierli a Domodossola, alla stazione, li accompagna fino a Milano in treno.
"In quel periodo lì volevano darmi la rappresentanza per tutta I'Italia di cinturini per orologi, con un
telefono e uno stanzino non mi sarei sporcato più le mani ma... non avrei conosciuto mia moglie. Scegliendo
di aprire una officina il vantaggio che ho avuto è stato questo: che mi sono sporcato ancora le mani ma ho
avuto l'occasione di incontrare la donna che era stata fatta su misura per me".
Lascia il posto di rappresentante e apre, con un socio, una officina meccanica per la riparazione di pompe
a iniezione, officina nella quale lavorerà fino alla pensione.
Le ultime fotografie
L'album si chiude in quegli anni. Le ultime due pagine sono per la famiglia. Una istantanea del padre e
della madre scattata a metà degli anni cinquanta e una foto di gruppo, in occasione della cresima della nipote.
La famiglia apre e chiude il racconto. 178 fotografie e una lunga conversazione dedicati a quasi quarant'anni
di una vita qualsiasi fra le molte che hanno attraversato due guerre, una dittatura e una disperata voglia
di ricostruzione.
| |