Alberto Lovatto (a cura di)

Oltre il confine
Diario di una famiglia ebrea*

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Dall'occupazione tedesca alla fuga in Svizzera

L'8 settembre 1943 è giornata infausta per gli ebrei italiani e per quelli stranieri che si trovano sul territorio nazionale. Il rischio che il precipitare della situazione politica e militare veda il trasformarsi dell'Italia in un paese di occupazione tedesca è forte. Ascoltato l'annuncio dell'armistizio, regnano sovrane paura e confusione. In tre anni di guerra sono transitati in Italia molti ebrei stranieri. I loro racconti, ancorché vaghi, non lasciavano dubbi sul destino degli ebrei in mano nazista. Chi non vuole credere e ancora spera nella "bontà" del fascismo e dei suoi alleati tedeschi deve immediatamente ricredersi. Chi può e riesce, scappa e si nasconde. Dalle città si fugge verso le campagne, le colline, la montagna. Si cerca solidarietà e rifugio a casa di conoscenti. L'arrivo effettivo e tempestivo delle truppe tedesche, forti delle esperienze accumulate deportando e sterminando in mezza Europa, trova molti ebrei impreparati. Schedati e censiti capillarmente dalle autorità italiane dopo la promulgazione delle leggi razziali, gli ebrei sono individuabili senza grande difficoltà. Le restrizioni imposte dalla legislazione e dalla politica antisemita del fascismo dopo il 1938 hanno causato loro grosse difficoltà economiche. La condizione di isolamento creata dalla nuova situazione li consegna, spesso indifesi oltre che impreparati, nelle mani di speculatori senza scrupoli o di delatori senza morale. Degli oltre trentatremila ebrei ancora residenti in Italia nel 1943 uno su quattro è arrestato e deportato in un campo di sterminio1. Gli altri o si nascondono o riescono ad espatriare. Molti, dal Piemonte e dalla Lombardia, cercano salvezza in territorio elvetico. Michele Sarfatti, in uno studio sull'argomento, pubblicato alcuni anni fa nella rivista "La rassegna mensile di Israel", ipotizzava contenuto "tra i 5.000 e i 6.000" il numero di "ebrei giunti in Svizzera dall'Italia per sfuggire ai nazisti e ai repubblichini": circa il 10 per cento di coloro che varcano il confine svizzero dall'Italia dopo l'8 settembre 1943. Scriveva Sarfatti a questo proposito: "Dati tutt'altro che trascurabili (5.000 ebrei su un totale di 44.000 rifugiati), ma che avrebbero potuto essere di gran lunga più elevati - e parallelamente sarebbe diminuito il tragico bilancio di quegli anni - se al momento dell'arrivo e a quello dell'ingresso gli ebrei non si fossero scontrati con la volontà di altri italiani di speculare sulla loro sorte prima, e con la normativa svizzera che regolava l'accesso poi"2.
Così è stato in Italia e così anche nella nostra provincia. A Vercelli i tedeschi arrivano il 10 settembre. Del passaggio dei primi panzer in città ha già raccontato Dario Colombo alcuni anni fa in questa rivista. In quell'occasione, seguendo la sua testimonianza e quella di Mario Pollarolo, avevo cercato di ricostruire il clima di quei giorni3. Della catena di solidarietà ha parlato tempo fa Mario Capellino scrivendo de "L'aiuto dei cattolici agli ebrei"4. Questo nuovo scritto, che segue in particolare le vicende della famiglia Cingoli, vuole essere un ulteriore contributo alla storia di quel tragico periodo.
La famiglia Cingoli è, a Vercelli, come si usa dire, conosciuta e stimata. Augusto Cingoli, il padre, in società con Aristide Segre, ha un negozio di tessuti in piazza Massimo d'Azeglio. Le leggi razziali e la guerra lo trovano già anziano. Muore nel 1942, lasciando la moglie Bianca Bachi e tre figli: Aldo, Vittorio e Alberta. Nel settembre del 1943 i due maschi risiedono a Vercelli mentre la sorella, sposatasi con Alberto Sacerdote, vive a Torino. La legislazione razzista e la campagna antisemita non intaccano tragicamente la vita della famiglia. Alberto Sacerdote è impiegato a Torino nella cartiera Vita Mayer, proprietà di ebrei, e continua a svolgere il suo lavoro. A Vercelli Aldo Cingoli ottiene la "discriminazione"5, godendo tra l'altro dei benefici che tale condizione consente: tenere la radio, avere uno studio professionale, essere esonerato dai lavori manuali, avere personale di servizio "ariano".
La situazione precipita invece con la nascita della Repubblica sociale italiana e l'occupazione tedesca. Aldo Cingoli, la moglie Lydia Segre, il figlio Franco, la nonna materna Gemma Segre, sua sorella Delia, vedova Maroni, ed una anziana persona di servizio, Maria Garzone, di Cavaglià, nell'estate del 1943 si trasferiscono a Quittengo, in valle Cervo, per trascorrervi le vacanze. A fine agosto Aldo Cingoli torna al lavoro a Vercelli, lasciando a Quittengo la famiglia ancora per un breve periodo. Con lui scende in città anche Delia Segre. I due sono a Vercelli quando il 10 settembre vi giungono i tedeschi. Le "discriminazioni" e i meriti fascisti diventano immediatamente questione d'altri tempi: essere ebrei è, comunque sia, una condizione di pericolo. Aldo Cingoli torna a Quittengo. Delia Segre, convinta di potersela cavare da sola, resta a Vercelli. È arrestata e condotta in carcere, prima a Vercelli, poi a Torino, da lì a Milano ed infine al campo di Auschwitz, dove giunge il 6 dicembre 1944 ed è probabilmente uccisa all'arrivo.
Secondo gli obblighi di legge imposti agli ebrei, il domicilio di Quittengo era stato regolarmente segnalato dalla famiglia alla Questura vercellese e per questo non è per niente sicuro. Iniziano quindi i trasferimenti: il primo è nell'abitazione di Giacomo Vanni, in via dei Fiori, a Biella.
In questa prima fase concitata si tenta di avere notizie dei parenti, anche loro in pericolo ed isolati. Maria Garzone va a Vercelli nel tentativo, fallito, di avere un colloquio con Delia Segre, che è chiusa nel carcere della città. Sempre grazie alla disponibilità della Garzone, i Cingoli cercano di avere contatti con un'altra sorella di Delia, Clara, sfollata da Torino a Fossano, e con la loro madre, Sofia Segre Amar, sfollata a Torre Pellice. Scoprono che Clara è salva, ma suo marito, Benvenuto Colombo, di sessantuno anni, ed il figlio Mario, di trenta, sono stati arrestati. Deportati al campo di Auschwitz, risultano entrambi deceduti il 30 marzo 19446. Con loro, nella stessa occasione, il 27 dicembre 1943 è arrestato anche il fratello di Benvenuto, Enrico Colombo, anch'egli deportato e deceduto ad Auschwitz. Ad aggiungere tragedia a tragedia, sopraffatta dagli eventi, in quegli stessi giorni l'anziana signora Sofia Segre Amar, ottantenne, si suicida avvelenandosi.
Il nascondiglio di Biella sembra poco sicuro e la famiglia di Aldo Cingoli trova nuovo temporaneo rifugio a Candelo, nella casa dell'ingegner Giuseppe Mares. Con l'aiuto di quest'ultimo, ottengono un contatto con padre Mino della "Piccola casa della divina provvidenza", il "Cottolengo" di Biella. La "Piccola casa" è poco sicura, troppo frequentata: si preferisce la sede di Bioglio. Lì si occupa di loro suor Ambrogina, una francescana di Sesto Calende che li sistema in due locali detti "il torrino", che formano il basamento della statua di Gesù benedicente nel giardino della "Piccola casa".
Nel frattempo, grazie all'aiuto di Dante Porrino, un industriale di Cossato, i Cingoli riescono a procurarsi documenti falsi ed a ritirare anche le tessere annonarie per il pane e per i tabacchi.
Siamo ormai nel mese di dicembre. Rimanere per troppo tempo nello stesso nascondiglio, per quanto sicuro, non è prudente. Decidono quindi di spostarsi a Mucengo, frazione di Pray, in Valsessera, spacciandosi, grazie ai documenti falsi, per sfollati di Torino ed aprendo persino un conto corrente in una banca a Pray.
La situazione si fa ogni giorno più difficile e sia pure con "regolari" documenti falsi i rischi di essere scoperti sono davvero molti. Il fratello di Lydia Segre, Giorgio, era da qualche tempo fuggito in Svizzera ed aveva più volte invitato Aldo ad imitarlo. Qualche giorno prima di Natale Cingoli va a Varese per incontrare i "contrabbandieri" che avevano organizzato l'espatrio del cognato. I "contrabbandieri", anche se disponibili, sconsigliano un tentativo di entrare in territorio elvetico perché, dicono, la Svizzera in quel periodo non accoglie rifugiati e ne rispedisce la maggior parte in Italia, esponendoli a gravi rischi.
Aldo torna a Mucengo con l'intesa che, quando si fossero create le condizioni per il passaggio, da Varese avrebbero mandato notizie a Mucengo all'indirizzo del geometra Aldo Bergoli, suo falso nome. Dopo una lunga attesa la cartolina dei "passatori" arriva ai primi di febbraio e, finalmente, il giorno 17, Aldo Cingoli, sua moglie Lydia, il figlio Franco, di nove anni, e la suocera Gemma Segre trovano rifugio in territorio elvetico.
La sorella di Aldo, Alberta Cingoli, come ho detto, vive a Torino. Sposata con Alberto Sacerdote, ha due figli: Franca, di quattro anni, e Sergio, nato il 18 giugno 1943. Immediatamente dopo l'annuncio dell'armistizio la famiglia Sacerdote lascia Torino e va a Quittengo da Aldo, per poi stabilire un primo e più sicuro rifugio ad Acqui, nella casa di campagna di Silvio Timossi, zio di Alberto Sacerdote, dove vivono anche la moglie di Timossi, Aldina Colombo, ed i figli Attilio e Gualtiero.
In gennaio il nascondiglio di Acqui sembra non essere più abbastanza sicuro: Silvio Timossi è infatti ricercato per le sue attività antifasciste. La famiglia Sacerdote si trasferisce quindi a Buronzo, ospite della famiglia di Viva Sandra, fidanzata di Vittorio Cingoli, fratello di Alberta ed Aldo.
La vita clandestina, le continue fughe, i disagi e due figli piccoli convincono Alberto Sacerdote a seguire i suggerimenti del cognato Aldo ed a prendere anche lui contatti con alcuni "passatori" di Varese per tentare un espatrio.
Presi gli accordi per il viaggio, i Sacerdote si spostano, per una quindicina di giorni, nella "Piccola casa della Divina Provvidenza" di Bioglio, nascondendosi anche loro nel "torrino" che aveva ospitato qualche mese prima la famiglia di Aldo Cingoli. A loro si unisce anche Bianca Bachi, madre di Alberta. Prima di partire, padre, madre ed il figlio più piccolo vanno qualche giorno a Torino per prendere le ultime cose. Non potendo entrare nel loro appartamento, che era stato nel frattempo posto sotto sequestro, trovano ospitalità da una conoscente, Maddalena Gaido, che, con l'aiuto della portinaia della casa dei Sacerdote, preleva quanto può loro servire per il viaggio e l'espatrio.
Il 14 febbraio Alberto Sacerdote, sua moglie Alberta, i due figli Franca e Sergio e la nonna Bianca Bachi iniziano il loro "esodo" per la terra svizzera. Seguendo itinerari diversi, i figli di Augusto Cingoli, Alberta, Aldo e, poco più tardi, Vittorio, trovano così la salvezza.
Giunto in territorio elvetico, Alberto scrive il diario del viaggio che è qui pubblicato7. Una storia fra molte vissuta sul filo, fra solidarietà e persecuzione. Un racconto di tragedia e di salvezza insieme. Un padre, una madre, due figli piccoli ed una nonna cercano la vita oltre il confine.

Il diario

"Esodo, 1944. Perché Franca e Sergio possano ricordare uno dei più tragici momenti della vita di mamma e papà, vissuto insieme con loro e la nonna Bianca quando essi non avevano che 5 anni e 9 mesi.
Perché imparino ad essere forti, calmi e buoni.
Perché abbiano eterna riconoscenza per la nazione svizzera.

Alle ore 14 del giorno 11 febbraio 1944, venerdì, partiamo da Bioglio salutati fraternamente come fraternamente eravamo stati ospitati, da suora Ambrogina, una delle più buone e intelligenti persone mai conosciute alla quale deve andare la nostra imperitura riconoscenza.
Si parte per Valdengo col servizio automobilistico: pochi chilometri. Abbiamo con noi una sola valigia e due borse, le altre tre valigie saranno portate dall'asinello della casa di riposo di Bioglio8 direttamente alla stazione di Cossato e depositate come bagagli.
Sul servizio sale pure il maresciallo dei carabinieri; per armamento ha, in tutto, un leggero bastoncino tutto intagliato; sale anche un carabiniere. Entrambi scenderanno dopo pochi chilometri, con gioia di Alberta che ha già provato, al loro salire, la prima emozione. Sergio dorme; la Dada9 è buona buona.
Siamo in breve a Valdengo ove facciamo cena alle 17. Alle 18 partiamo per Quaregna: pochi minuti di percorso sul trenino Biella-Valle Mosso. Alla stazioncina ci attende l'Angiolina10. Si pensava a pochi minuti di percorso ed invece è più di mezz'ora. Fa freddo, avanziamo un poco alla volta, col Sergio che è sempre molto buono. Finalmente arriviamo: la Dada è infreddolita, il Sergio bagnato, la nonna Bianca e l'Alberta sono stanche.
Ci ospitano dei buoni contadini, due famiglie riunite sotto l'autorità del padre: una grande cucina con una grande stufa economica. Sono tanto cortesi con noi, ma non possono darci da dormire se non su un sofà in una camera fredda per la nonna; noi in cucina, sul tavolo con sopra um materasso per i bambini. Mi rado verso mezzanotte, mentre tutti dormono, davanti ad uno specchio rotto. Alle 4 sveglia: praticamente solo il Sergio ha riposato e non bene.
È arrivata anche l'Angiolina che ci prende con la valigia. Ci incamminiamo. Fa freddo: è la giornata più pericolosa del viaggio e questo fa dimenticare tutto il resto. Si arriva a Cossato in tempo: crediamo di intravvedere un mio conoscente biellese, il rag. Boggio: ci spiacerebbe solo per eventuali imprudenze da parte sua. È un mio compagno di scuola a Pinerolo: tutto va a posto quando lui sale in seconda e noi in terza. Si parte alle 5.36. Abbiamo ora tutti i bagagli con noi: quattro valigie pesanti, due borse, la coperta rosa del Sergio.
In treno troviamo come d'accordo il Sig. Vanetti che ci accompagnerà sino a Novara: gli consegno due buste, una con 20.000 lire, l'altra con 30.000 lire ed il contrassegno: uma mezza cartolina del porto di Intra, controfirmata da me e colla scritta: "I bambini sono la più grande gioia della famiglia". L'altra busta con L. 10.000 l'avevo in precedenza consegnata all'Angiolina. Sono complessivamente L. 60.000, di cui 50.000 avute dalla mamma e portatemi a Torino giorni addietro dallo zio Mondo11. È una cifra molto forte che dovremo rimborsare quando ritorneremo in Italia; mi vien da pensare alla mia cartiera, alle provvigioni, ai miei clienti ed inoltre a tutti gli altri debiti in denaro e specie in riconoscenza verso le tante persone buone con noi che abbiamo frequentato in questi ultimi tempi. Speriamo di riuscire a tutto e bene. A ricordare tutti quanti ci vollero bene ci penserà l'Alberta.
Il Vanetti mi dà le ultime istruzioni: a Novara dobbiamo incontrare un accompagnatore od accompagnatrice sino ad Intra. Il treno si affolla: gente che viene nei piccoli paesi a cercare riso e altre cose da mangiare; si parla di controlli, di guardie repubblicane, di milizia repubblicana; dominano, chiari, senza veli, i discorsi antifascisti.
A Novara ci sono solo 4 minuti di tempo per prendere il treno per Luino: scendiamo tutti con la massima sollecitudine compatibile coi bagagli e coi bambini.
Primo contrattempo serissimo: non troviamo chi ci dovrebbe accompagnare. Una corsa al buio, sono solo le 6.32, su e giù dal treno mentre il capo stazione sollecita i ritardatari a salire ed Alberta era già quasi sul treno col Sergio. Siamo già stanchi più per la notte bianca e le emozioni che non per la fatica.
Il contrattempo può essere molto serio: la mancanza di accompagnatore vuol dire via non libera al confine con tutte le conseguenze: ritorno al punto di partenza. Ora questo per noi è molto serio perché non abbiamo casa, non possiamo facilmente ritornare a Bioglio ove saremmo troppo notati: praticamente non sapremmo dove andare. Sono molto preoccupato.
Finalmente, mentre già ci si avviava verso il treno di Biella per ritornare, troviamo la signorina che ci deve accompagnare; si sale, anzi ci si butta colle valigie sulla prima vettura che si trova, così al buio, colla Dadina tutta silenziosa ma spaventata, senza salutare il Vanetti che parla affrettatamente con la signorina e le dà le due buste.
Eccoci sul treno: sistemiamo le valigie e scambiamo le prime parole con la signorina molto spigliata e che ci dà subito un certo qual senso di sicurezza. Poi il controllore ci fa pagare la differenza di classe: siamo saliti in seconda. Poi viaggio regolare con lunga sosta del treno a Sesto Calende con la prima visione del lago Maggiore; poi eccoci a Laveno Mombello. Nella fretta di scendere perdiamo la copertina di lana fatta per la Dada dalla zia Anna12. Piccolezze rispetto a quanto ci capiterà due giorni dopo.
Si prende un torpedone stipatissimo che ci porti dalla stazione al battello: pochi minuti; dietro di me vi è un mio compagno d'università, mutilato, meridionale, di cui non ricordo il nome ma che riconosco meglio ancora dalla voce. Faccio in modo che non mi riconosca e ci riesco. Scendiamo, vado a prendere i biglietti mentre la signorina intrese molto cortesemente porta tutti, bagagli compresi, nel battello. Vento forte fuori, molto caldo dentro; si parte con lago molto mosso. Il momento cruciale si avvicina: lo sbarco ad Intra. Eccoci arrivati: si scende lentamente data la ressa; l'approdo sembra l'ingresso di un teatro fatto apposta per osservare tutti quanti passano. Noi, per forza di cose procediamo lentamente; siamo quasi gli ultimi e dato il numero non possiamo certo passare inosservati. Vi sono due carabinieri e un poliziotto in borghese che ci osservano passandoci e ripassandoci davanti mentre noi, fermi in piedi, attendiamo la signorina che si è allontanata per cercare l'altro accompagnatore.
I minuti sembrano eterni; tira un gran vento freddo, siamo intirizziti. La Dada vuole il Corriere dei piccoli; lo compro insieme con la Stampa e il Popolo, gli ultimi giornali italiani che leggeremo, per tanto tempo: siamo al sabato, 12 febbraio 1944.
Finalmente arriva la nostra signorina con un tipo di montanaro con mantellina nera lunga, scarpe solide voltate all'insù con grossi chiodi; ha sulla schiena sotto la mantellina un sacco che lo fa sembrare un gobbo. Poche parole: carica due valigie e le porta via per una stradicciola stretta. Attendiamo cinque minuti e poi eccolo di ritorno a riprendere le altre valigie. Andiamo tutti con lui, per un'altra strada ed in pochi minuti siamo in una stradicciola secondaria, davanti all'ingresso di una cantina frequentatissima da bevitori di buon vino. Prendo un poco in braccio il Sergio mentre le donne osservano le poche persone che passano sempre nella tema di scoprire qualcosa che non va.
Dopo un buon quarto d'ora arriva la macchina, magnifica, comoda, confortevole; salutiamo con un certo rammarico la nostra accompagnatrice, quasi che lasciandola dovesse finire la parte più facile - almeno come fatica - per cominciare quella più rude e dura. Si caricano le valigie, si parte. Davanti, insieme con l'autista, sale il nostro uomo - lo chiameremo Giovanni - che cerca di tener vivo il discorso con osservazioni di una certa qual arguzia prettamente montanara. Vuole far pensare all'autista che noi siamo una famiglia di sfollati: sono convinto però che l'autista sa tutto di noi, e si tratta solo di una commedia - innocente tuttavia - e che servirà a giustificare le 500 lire che l'autista mi richiederà poi per un percorso di un quarto d'ora.
Sulla strada, bella ma piuttosto stretta, che penetra profondamente in una valle angusta e brulla, tutto procede bene: incontriamo un carro di legna, qualche montanaro. Si passa qualche ponte e ci si inoltra sempre più in direzione della Svizzera: sono quasi allegro, certo un buon passo è già stato fatto.
Improvvisamente la strada è disseminata di pezzi di legno: siamo al punto terminale di tante rudimentali teleferiche per il trasporto della legna da monte a valle. La strada è sbarrata da un grosso autocarro: sbucano, come per incanto, un uomo sui trent'anni, segaligno, quasi incivile, dagli occhi freddi, che comincia a dar ordini; è il Vittorino, la nostra nuova guida. Con lui c'è suo fratello Serafino, più giovane di qualche anno, più grasso, dallo sguardo quasi bovino attraverso ad occhi grossi. Pensa certo che la sua abilità di montanaro, che si riconosce a prima vista, e la sua forza, che risulta evidente dall'esame del suo corpo, facciano colpo. Parla subito molto. È con lui una ragazza sui 18-20 anni che sapremo poi essere la sua fidanzata e che parla poco: carina rispetto alla Rosina, sorella delle guide - per ora le chiamo ancora così - Vittorino e Serafino. La Rosina è giovane, avrà 19-20 anni, con faccia contadinesca; quando parla si nota la mancanza di un canino superiore che le dà un'espressione da vecchia.
L'autotreno che ci sbarrava la via tarda a partire per difetto di accensione del gassogeno: per una difficile strada i portatori fanno proseguire i bimbi e l'Alberta. Io e la mamma ci fermiamo a lungo. Poi finalmente si può passare e ci avviamo: una ripida salita che ci deve portare a Piadina, un villaggio di poche case, su in alto sul monte. Si scambiano le prime parole con i nostri nuovi compagni; si cerca di capirli, di conoscerli il più possibile poiché ad essi è affidata la vita di tutti noi. Si parla di sicurezza, di valuta italiana, svizzera e francese, si fanno i primi progetti sulla nostra marcia.
La salita è dura ma su strada montana facile: dopo un'ora siamo alle prime case del villaggio che attraversiamo e si giunge a una specie di osteria costituita da una sola grande camera con quattro tavoli di legno, le relative panche, poche sedie ed una grande stufa sulla quale stanno preparando il pranzo. Alberta pensa subito al Sergio: gli si dà la pappa, lo cambia ed incipria, poi lo tiene su un tavolo la Rosina.
Abbiamo molto appetito: ci preparano risotto e pollo ma impazienti mangiamo parte di pollo avanzato il giorno prima, poi il risotto quando è pronto: discreto il tutto.
Per farci riposare ci danno una cameretta proprio sopra la cucina: tutti vanno a riposarsi, io resto sotto a parlare col Vittorino: e questi mi combina la prima truffa. Mi dice che un franco svizzero viene oggi pagato 120 lire italiane - per chi leggerà questo scritto fra anni ripeto, occorrevano, ed era vero, centoventi lire italiane per comperare un franco svizzero - che però per 100 franchi francesi davano 3,4 franchi svizzeri e che 1.000 franchi francesi costavano 1.800 lire italiane. La cosa enormemente vantaggiosa doveva insospettirmi, ma era tale il candore col quale mi diceva queste cose e tanto lontano da me il pensiero di non potermi fidare di chi aveva in mano la vita di tutta la mia famiglia, che pensai di seguire il consiglio e, dopo accordi con la mamma, lo pregai di cercarmi qualche migliaio di franchi francesi. Promise di procurarmeli per la mattina dopo.
Intanto sopra, in camera, la mamma era stanca, più che altro affaticata dalle emozioni e la Alberta aveva brividi di febbre.
Il Sergio aveva fatto proprio allora la popò e bisognava lavare tutto. Una piccola tragedia.
Siccome il giorno dopo era domenica, non era prudente fermarsi nel paesello e nella trattoria: così si dovevano fare altre due ore di marcia per trasferirci più addentro nella vallata e più in alto. Si decide di partire anche se le donne non stanno troppo bene.
Io precedo col Sergio e le due ragazze: una marcia veloce, tutt'altro che faticosa se non in ultimo, quando si deve fare un tratto molto ripido: sono un po' stanco anch'io.
Arriviamo in un gruppo di baite di pietra, orribili per vecchiume e sudiciume. Accendono il fuoco in una mentre in un'altra preparano quella che sarà la nostra camera da letto per una notte. Una stanza di 3 metri per due con una finestra con un vetro rotto, una porta d'ingresso che non chiude, l'impiantito sconnesso, il soffitto senza travi, dal quale penetra vento e polvere, una stufa sgangherata rotta, puzzolente e fumosa. E poi una specie di letto con materassi di foglie secche, poche coperte. Una cosa orribile.
Rimango col Sergio, che dorme sempre, nella camera dell'altra baita mentre accendono il fuoco; poi mi fanno passare nella camera diremo così da letto ove mi raggiungono poco più tardi, quando arrivano, Dada, Alberta e la nonna Bianca. Mi stupisco di loro che sembrano contente della sistemazione: certo si è passabilmente al riparo dal vento freddo e si può pensare a stendersi in un letto dopo che praticamente da due giorni - e che giorni - non si dorme.
Ci portano da mangiare: latte caldo in tazze spaventosamente rotte con cucchiai che paiono rosicchiati dai topi. Si mangia per riscaldarci: poi la mamma e l'Alberta si stendono sul letto, il Sergio nella coperta entro la quale ha già fatto tutto il viaggio dopo aver lasciato la macchina e io e la Dada vicini vicini per scaldarci su un pagliericcio di foglie che ci hanno portato. Dalla porta entra un vento gelido che fa fumare e sfavillare la stufa che di tanto in tanto mi alzo ad alimentare. Poi la devo lasciar spegnere per mancanza di legna. Dormiamo tutti poche ore, per la scomodità, i pensieri, il freddo.
Al mattino alle 7 sveglia; pare che il vento si sia calmato un poco. Oggi dobbiamo fare un altro trasferimento in avanti. Colazione in attesa del Vittorino che arriva verso le nove coi franchi francesi. E qui si perfeziona la truffa: compero qualche migliaio di franchi francesi a 1.800 lire nella fiducia di avere poi per ogni 1.000 franchi 34 franchi svizzeri; me ne daranno effettivamente 14,5. Diffidare sempre degli affari troppo lucrosi.
Il Vittorino non ci accompagna più oltre: ci affida al Serafino e alle due ragazze. Molte raccomandazioni a loro e tutto un progetto fra i due fratelli per ritrovarsi qualche giorno dopo. Siamo al 18, domenica. Partiamo verso le dieci. In un primo tempo la strada è facile, relativamente; io resto indietro con mia suocera, gli altri ci precedono di poco. Poi si sale su prati, difficili poiché si scivola e la fatica è aspra. Qualche fermata di tanto in tanto e poi sempre avanti ancora. Camminiamo così sin verso le 12.30, poi mangiamo giunti su di una strada militare, ai bordi di essa, poco pane con una scatola di carne in conserva; abbiamo molto appetito, ci si accontenta e ci si sfama. La Dada è tanto buona, infreddolita, spaurita. Mangia anche qualche biscotto e un poco di pane e formaggio.
Riprendiamo il cammino: si passa un colle con un vento violentissimo e poi facciamo un lungo tratto su neve in parte ghiacciata; alle donne, al mattino, si erano aggiunti due giovani di 22 e 24 anni; uno con un grosso foruncolo sulla guancia, l'altro con una faccia losca e cattiva; i nuovi portatori-guide, in sostituzione del Vittorino. Sono soldati reduci dalla Francia e dalla Grecia, attualmente a casa per non essere arruolati nell'esercito repubblicano; gente che per vivere senza far nulla è disposta a qualunque cosa. Lo apprenderemo due giorni dopo.
Io sono sempre con mia suocera e con una guida; prendiamo una strada diversa dal resto del gruppo. Ci ricongiungeremo poi ad un gruppo di baite; credo però che in questo momento la nostra guida ha preso una strada che non voleva prendere. Il cammino è difficile per la neve ed il ghiaccio. Dopo circa due ore si arriva.
Altro gruppo di baite sempre dello stesso genere; si accende un po' di fuoco per far la pappa al Sergio e per riscaldarci un poco. Bisogna attendere lì sino verso sera; per non arrivare nel villaggio quando altri ci possono vedere.
Due uomini ci precedono con due valigie; le altre due resteranno nella baita sino al giorno dopo. Salutiamo la Rosina e la sua amica; viene ora con noi la sorella dei due nuovi accompagnatori. Una ragazza graziosa, forse la più carina; parla però pochissimo e risponde sempre duramente; non sorride mai. Portava però molto bene il Sergio in gerla.
Verso l'imbrunire facciamo l'ultimo tratto. Circa un'ora di strada verso il fondo valle, poi una ripida salita per una scalinata di 190 gradini.
Arriviamo che annotta. Ci portano in una casetta isolata, in una stanza con un gran camino col fuoco già acceso. Il ristoro del fuoco non ci permette in un primo tempo di esaminare il locale in cui si trovava. Una casa lurida, sporca, trascurata, degna di quella vecchia megera, la madre dei portatori nuovi che ci avevano accompagnati. Ci preparano un giaciglio, altro saccone di foglie secche; ci portano due lenzuola sporche, indecenti, che ci danno un senso di schifo per tutti i nostri ospiti; vorremmo protestare tanto ne siamo nauseati, poi passiamo sopra, non senza un mesto pensiero allo spaventoso grado di civiltà di certe plaghe delle nostre Alpi. Bisognerà per rifare l'Italia cominciare proprio di lì.
Ci portano del latte per cena; lo mangiamo con un po' di pane secco. L'illuminazione è fatta con una lampada ad acetilene; illumina meglio il fuoco del camino che dobbiamo tener sempre molto acceso, dato il gran freddo. Poi gran discussione per avere due piccoli sacchi di foglie in più e una coperta: lì, sopra e sotto, dormirò io. Ci manca e ci danno con parsimonia esasperante un poco d'acqua per bere e lavarci. Non esiste gabinetto. Tutte le volte che la madre viene da noi è come se apparisse una strega: è rivoltante il suo modo di parlare e di guardare. Il marito invece, piccolino con grandi baffi neri tagliati alla francese, è il più simpatico. Mi dice subito di essere proprietario di tre case in paese; poi scompare e non lo vedremo più sino al giorno dopo e per pochi momenti. Mi pare di vederlo mentre sua moglie gli dà ordini, se pur non lo batte.
Ci troviamo spaventosamente male lì; e dovremo passarci tutto l'indomani. Cerchiamo di dormire, specie la mamma che è molto stanca, la Dada, che dorme nel grande sacco di foglie con lei e l'Alberta, è silenziosa, come intontita, cogli occhi che implorano un po' di vita calma, un po' di pace, un po' di vita serena cogli altri bimbi, cosa che le manca da mesi. Si addormenta poi come fanno i bambini tutto in un momento, ma non dorme serena anche perché è disturbata dagli altri che dormono con lei.
Io mi sdraio sui sacchi di foglie ma non dormirò che pochissimo; fra l'altro bisogna tener sempre acceso il fuoco. E così arriviamo al mattino di domenica 13 febbraio.
Bisogna cercar di riposare il più possibile rna specie il Sergio non permette ad Alberta e a tutti di farlo: tra latte, pappa e lavatura di pannolini si passa la giornata sempre in piedi. A colazione mangiamo come è possibile mangiare in un luogo come quello in cui siamo: un risotto e uova fritte. Pane poco, duro. Siamo trattati con una villania alla quale solo la nostra terribile situazione di ricercati in mano ai nostri pagatissimi complici di fuga non permette di rispondere come sarebbe mio desiderio.
Si arriva così alla sera; cerchiamo di riposare, mentre con insistenza ci vengono a reclamare anche l'unica valigia che ancora avevamo con noi. Le altre, colla scusa di applicarvi gli spallacci, specie di corde applicate attorno, per facilità di trasporto, erano state trattenute in casa della vecchia megera.
Dopo discussione, la consegneremo poco prima di partire. L'ora di partenza è fissata per la mezzanotte, col sorgere della luna che ci rischiarerà il cammino. Per fortuna il cielo è sereno, mentre il giorno prima ci avevano spaventato molte nubi che non promettevano nulla di buono.
Ci sdraiamo sui luridi giacigli di foglie; solo la Dada e il Sergio dormono: si è un po' tutti preoccupati perché sappiamo che la marcia sarà lunga e faticosa; ci avevano assicurato che il percorso complessivamente non superava le 7/8 ore di cammino.
Verso mezzanotte - martedì, 15 - arriva Severino a dire che si rimanda la partenza a più tardi, verso l'una poiché la luna non si è ancora levata. Noi eravamo già pronti e facciamo con una certa calma gli ultimi preparativi; la Dada, svegliata in pieno sonno, fa compassione, ha freddo, sonno, è terribilmente pallida. Il Sergio fa la sua pappa, serenamente; poi grandi discussioni per metterlo nella gerla. La vecchia strega ha competenza in materia, bisogna riconoscerlo. Ha portato, dietro affitto di lire 50 due scarpe di gomma per l'Alberta; le ha gettate a terra in modo così villano che avrei avuto voglia di rigettargliele in faccia; buttiamo giù anche questa.
Verso il tocco ci vengono a prendere nella stanza che abbandoniamo senza rimpianto; è tanta la preoccupazione per il lungo viaggio a piedi che non possiamo neanche soffermarci a pensare che stiamo per lasciare l'Italia, il mio papà sofferente in ospedale a Pinerolo, la mia mamma e mia sorella Anna, tutti ben sistemati ma pur sempre esposti ai voleri di gente ignominiosamente venduta ad una potenza estera e ligi a uno pseudo governo che non rappresenta nessuno, meno che mai il volere degli italiani13.
Le valigie sono già sulle spalle dei portatori: la comitiva si compone di 12 persone: noi cinque, Severino, i due fratelli figli della vecchia megera e quattro che porteranno alternativamente le valigie e qualcuno di noi.
È qualcosa di macabro quella partenza: ci vengono a prendere alla luce di una lanterna ad acetilene; il monte di fronte a noi è già illuminato dalla luna che è sorta, noi invece siamo sull'altro versante della vallata, all'oscuro.
I passi delle scarpe ferrate risuonano sinistramente sulla ghiaia; si scende sino a fondo valle scaglionati a circa 50 metri l'uno dall'altro. Scendiamo per circa una mezz'ora ed arriviamo al fondo della valle Cannobina, alla strada comunale: non conosciamo più da quattro giorni strade così belle, senza ciotoli; percorriamo così circa un chilometro, percorso non privo di pericoli, si possono incontrare tedeschi o militi in perlustrazione. Però tutto procede bene ed arriviamo abbastanza freschi al punto dove, abbandonando la strada comunale, dobbiamo iniziare la salita.
I nostri accompagnatori sembra abbiano una fretta indiavolata. Cominciamo a salire prima per un sentiero a gradini discretamente agevole, tuttavia la nonna Bianca, stanca ancora di tutto quanto ha preceduto questa giornata, con un piede leggermente dolorante, stenta a salire. Tappe di tanto in tanto e poi sempre avanti: abbandoniamo il sentiero per salire attraverso i prati, sdrucciolevoli, faticosissimi. Poi una lunga, estenuante salita attraverso una radura che sino a pochi giorni prima era un bosco, poi in un giorno un incendio l'ha ridotto a cenere e terra nera che ci insudicia scivolando su rocce viscide, incespicando ad ogni passo, tossendo per la polvere, rimbeccati per la nostra lentezza dalle guide insolitamente villane.
E giungiamo al punto massimo di salita su quel monte. Lontano si intravvede il lago Maggiore, più vicino una caserma di Milizia confinaria la cui vera denominazione da pochi giorni è Gnr, Guardia nazionale repubblicana.
Dobbiamo procedere in silenzio per non essere uditi; passiamo rapidamente di dove ci potrebbero vedere da Cannobio e facciamo una lunga sosta subito dopo, al riparo da sguardi indiscreti.
Il Sergio dorme; la Dada è come spaurita, non parla quasi e si stringe a noi. La nonna Bianca è molto stanca ma il riposo le farà bene.
Si riparte; sono circa le 4.30 di mattino: la luna illumina molto bene il nostro percorso, quasi tutto pianeggiante per un lungo tratto; vi è però ghiaccio e neve ghiacciata, bisogna andare guardinghi.
Poi si comincia a scendere e questo spiace perché davanti a noi già abbiamo visto il colle per il quale dovremo passare ed è molto alto, dall'altra parte della vallata in cui ci troviamo. Si scende per un prato con erba fitta, piccola, che ci fa scivolare. Faccio un gran capitombolo e mi rialzo mezzo pesto; subito dopo inizia quella che le stesse guide giudicano la parte più difficile - sportivamente o meglio alpinisticamente parlando - di tutto il percorso. Una discesa di un nero precipizio: istruzioni precise ai portatori e a tutti noi. Scendiamo al buio, su una ripidissima parete ghiacciata, senza bastoni, già stanchi, in mezzo a rovi che ci sferzano il viso; i bimbi e la nonna Bianca sono portati a spalle, io e Alberta veniamo aiutati dai portatori.
Scivolando, quasi strisciando, giungiamo, protetti da Dio, a fondo valle ove si deve passare su un lastrone ghiacciato. Uno per volta siamo dall'altra parte; ai piedi del monte che dovremo ancora scalare: ci riposiamo a lungo.
I portatori per riscaldarsi e sicuri di non essere visti da nessuno dato il profondo burrone in cui ci troviamo accendono un gran fuoco. Si muovono, mentre ancora è scuro, intorno al fuoco: sembrano stregoni indiani che danzano una danza di guerra. Poi alle prime luci dell'alba intravvedo la strada che abbiamo appena percorso e inorridisco; mi sembra impossibile che i miei figli e mia moglie siano passati di lì; ogni passo un pericolo; un piede in fallo voleva dire la morte certa.
Penso a chi ci ha indicato questa strada, alle loro promesse, alle loro parole; mi auguro di poter al ritorno in Italia, parlare con loro. Mi vorrò divertire.
E ora si deve compiere l'ultima lunghissima ascensione ad un monte; da fondo valle alla sommità, che per ora non si vede.
La stanchezza comincia a farsi sentire; si sale lentamente, in fila indiana. La nonna viene portata per lunghi tratti; dopo un po' di tempo facciamo un alt che dovrebbe essere l'ultimo mentre cominciamo a vedere distintamente il punto ove, secondo le nostre guide, dovrebbe trovarsi il confine; sembra vicino e occorreranno ancora circa due ore.
Si sale, sempre; il Severino e il Riccardo ci precedono di molto anche con la sola valigia che era sempre rimasta con noi. Ancora un alt; nello stesso canalone che noi percorriamo vediamo salire due persone, un uomo e una donna; salgono agilmente con un piccolo sacco da montagna. Dopo poco tempo ci raggiungono: scambiano parole colle nostre guide; sono affabili, cortesi verso l'Alberta e i bimbi. Si chiamano Carlo e Tilde, sono contrabbandieri ma si capisce subito contrabbandieri di lusso, gente che fa le cose con astuzia più che con forza, piccoli pacchi leggeri ma preziosi.
Intavoliamo subito una vivace conversazione; noi siamo molto avidi di notizie di ogni genere: una improvvisa simpatia ci attira verso di loro. Vedendo questo il Severino si fa premura di venire a dirci di diffidare di loro a scanso di pericoli raggiunto il confine; penso subito a gelosia di mestiere e non tengo conto di questi consigli.
Si sale sempre e sempre più faticosamente; il colle dal quale dovremo passare è sempre così vicino e non arriva mai.
I portatori e le guide si fanno più insolenti, hanno molta fretta; tutti i loro modi meriterebbero risposte a pugni. E non possiamo che sorridere amaro.
Ed eccoci arrivati a quello che ci dicono essere il punto di confine; le valigie sono già là sul prato una accanto all'altra. I portatori attorno mangiano un po' di pane.
Il Severino mi si avvicina e con modi villani mi richiede il contrassegno. In buona fede, reso quasi allegro per la gioia di aver raggiunto senza danni quanto si desiderava da tanti giorni, consegno il contrassegno e distribuisco mance per circa 1500 lire un po' a tutti.
Appena fatto questo vedo tutti avviarsi con decisione verso valle, quasi correndo, quasi fuggendo.
Ci ripariamo, preoccupati per il vento che spira fortissimo e che può dar noia ai bambini. Poi cominciamo a riflettere; sono sempre con noi i due, Carlo e Tilde, che ora parlano liberamente. Primo: non siamo ancora in Svizzera; la cosa ci dà grande preoccupazione poiché sono le 11 e la visibilità è ottima. Se ci scoprono è finita per tutti.
Ora, mentre scrivo queste mie memorie, non abbiamo riveduto i nostri due accompagnatori; non so se siano farabutti come i precedenti ma non credo; certo si sono comportati verso di noi così cordialmente, con tanta abnegazione, con tanto slancio, che io non posso non ricordarli con gratitudine. Certo, ci hanno salvato la vita: io solo non avrei potuto portare a buon fine la nostra avventura ed è facile immaginare cosa ci sarebbe accaduto qualora fossimo stati costretti a girovagare per i monti in cerca di aiuto e, peggio, pernottare all'aperto, senza viveri, senza coperte, in pieno febbraio.
Carlo e Tilde ci prendono le valigie e ci accompagnano uno per volta per la china ghiacciata per una buona mezz'ora sino a un punto detto 'le Baite della promiscua', in territorio svizzero; osserviamo con amore mentre li sorpassiamo due pali alti con bandierine che indicano il vero confine. Ripetono due volte il viaggio per portare anche le valigie e verso le 12 siamo tutti seduti sulle pietre davanti a due o tre casupole in pietra, disabitate.
Mangiamo quasi allegramente senza sentire la stanchezza: dò mille lire ai due, per il loro lavoro, che, pensando al peggio, non ha prezzo.
Essi non possono accompagnarci più avanti: potrebbero, e non ci tengono per ragioni evidenti, essere scoperti dai militi di confine; proprio il contrario di noi. Ci indicano la strada da percorrere per raggiungere un gruppo di baite laggiù in fondo in fondo e si preparano a partire.
Come per saggiare lo sforzo ancora da fare prendo una valigia; è insolitamente leggera; e così le altre. Spaventato le apro: sono semivuote. Alberta è con me; urla come mai l'ho sentita e poi quasi sviene. Il colpo è forte: siamo ridotti senza abiti, senza camicie, senza calze; tutto il meglio dei nostri bagagli è stato asportato; la scelta è stata fatta con cura meticolosa, diabolica.
Anche l'ultima valigia, quella che avevamo tenuto con noi sino all'ultimo momento è stata aperta durante gli ultimi metri di salita. Una cosa perfidamente feroce.
E subito ci appare la faccia da strega di quella vecchia che ci ospitò la sera innanzi e il suo sorriso infernale e gli occhi bovini di Severino e l'odioso sguardo da criminale del Riccardo. Essi sono i colpevoli, complici le loro sorelle e la loro madre, più la nostra credulità. In che mani era affidata la vita di tutti noi; c'è da inorridire! Meglio non ripensare a quei momenti! Fra l'altro sono sfumate altre 60 od 80 mila lire!
Come il tempo passava subentrò um po' di calma in Alberta; la Dada non capiva quasi e ci guardava tutti e due con implorazione. Povera bimba: le avevamo promesso tanta tranquillità e si cominciava così! Bisognava discendere a fondovalle.
Ci proviamo ma colle valigie, anche alleggerite nulla da fare. Ne lasciamo tre entro la baita, tanto contengono ormai ben poco; ci avviamo, ma fra la strada ghiacciata, i bimbi, la stanchezza, che comincia a farsi fortemente sentire, non riusciamo a discendere che poche decine di metri, scivolando quasi in punti anche molto pericolosi e fra continui spaventi. Così non può andare; mi decido ad andare a chiedere aiuto alle baite là sotto.
Li lascio e mi precipito in basso; una discesa difficile per il terreno ripido, sdrucciolevole per la neve gelata: corro, inciampo, cado tre volte, mi riprendo; le prime case laggiù sono raggiunte dopo una buona ora: sono baite disabitate. Le altre case in fondo valle sono lontane tanto; urlo aiuto a più riprese, invano. E continuo la corsa; sono quasi le 16; il tempo si annuvola, fa freddo; penso con terrore ai miei lassù in alto; sono stanco, tanto, terribilmente stanco; corro, salto ancora con la forza della disperazione; sbaglio strada, risalgo e poi scendo ancora. I doganieri del posto di Frontiera detto il Cortaccio ora sono a portata di voce: mi indicano la strada e sono da loro.
Stanco, sfinito quando mi presento al sergente che li comanda; una gran brava persona, rigida e forse troppo seccata dal ripetersi di scene come la mia. Quando gli racconto la nostra avventura non posso trattenere le lacrime, piccolo sfogo dopo tanto dramma.
I soldati che sono attorno a lui sono molto stanchi, tuttavia dopo poco si offrono spontaneamente di andare su, in alto in alto, dove sono i miei.
Io vengo rinchiuso in una gran camera sopra una stalla, con tanta paglia per terra (la fluchilinge): mi getto sopra e piango ancora: questo mi calma molto e attendo due lunghe interminabili ore.
Alle 18.30 quando già comincia a imbrunire si apre la porta e posso riabbracciare tutti.
Il 15 febbraio 1944 tutti noi siamo diventati ospiti della generosa nazione svizzera".


Rifugiati in Svizzera

La sera di martedì 15 febbraio i Sacerdote sono a Cortaccio. Il giorno seguente vengono trasferiti a Brissago e, nello stesso giorno, a Locarno. Il 17 sono alla "Casa d'Italia" di Bellinzona. Dal 25 febbraio al 30 marzo vivono al Campo per rifugiati civili di Balerna. Da lì, il 30 marzo appunto, sono trasferiti all'albergo Majestic di Lugano, dove rimangono fino al 15 maggio 1944, data in cui Alberta Cingoli, con i due figli, è inviata a Moudon (Waadt). A Moudon, come nella maggior parte dei campi per rifugiati civili, i bambini vivono separati dalle madri e dalle famiglie: raramente, in questi spostamenti, i nuclei famigliari restavano uniti. La madre Bianca, ad esempio, è fin da subito inviata in un campo con altre persone anziane. A Moudon il piccolo Sergio, che ha da poco compiuto undici mesi, si ammala. Il medico che è di servizio al campo non comprende immediatamente la gravità della situazione. Dopo qualche giorno Alberta fa ricoverare il figlio all'ospedale di Losanna. Anche lì i medici minimizzano, ma il 27 maggio Sergio muore. I disagi della vita clandestina in Italia, le fatiche del viaggio, l'allontanamento dalla madre, il cambio repentino di alimentazione, uno svezzamento forzato e forse anche un po' di negligenza da parte dei medici sono le cause miste di una diagnosi che parla di avvelenamento da "succus acidus".
Alberto Sacerdote aveva scritto il suo diario perché i figli potessero ricordare. Ma la vita non ha dato il tempo al piccolo Sergio di provare, almeno in vita, "eterna riconoscenza per la nazione svizzera".
Anche in conseguenza della morte del figlio, le autorità elvetiche concedono ai Sacerdote di ricomporre la famiglia che il 5 giugno è trasferita quindi al campo di Finhaut, Valais. In questi campi i rifugiati erano addetti a diverse mansioni. A Finhaut Alberta Cingoli si occupa della cura dei bambini, riuscendo così a restare vicina alla figlia Franca.
Con il lavoro i rifugiati indennizzavano parte del costo del loro mantenimento. All'arrivo in Svizzera, se avevano portato con loro denaro o valori, li versavano alle autorità svizzere. A guerra finita, prima di ottenere l'autorizzazione per il ritorno in Italia, veniva loro restituito quanto versato, sottraendo il costo del mantenimento. Ai Cingoli la permanenza in Svizzera costò una tabacchiera d'oro.
Nell'inverno, sembra anche grazie ad un intervento dell'American Jewish Joint Distribution Committee, che aveva la sua sede svizzera a Zurigo, viene organizzata un scuola per rifugiati ebrei, il "Collegio Mario Falco"14, con sede nell'hotel Baumen di Weggis. Grazie all'aiuto dell'ingegner Mayer, proprietario della cartiera in cui Alberto aveva lavorato, anche la famiglia Sacerdote il 3 febbraio del 1945 è trasferita a Weggis dove rimane fino al 13 luglio, data del ritorno. L'anno seguente anche la salma del piccolo Sergio fa ritorno in Italia.


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