Alberto Lovatto
"Volontari per forza": lavoratori civili in Germania
Il caso di Fobello
"l'impegno", a. VI, n. 3, settembre 1986
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Premessa
"Io sono stato addetto alla costruzione di baracche. Noi facevamo solo le fondamenta, poi arrivavano
i pannelli prefabbricati in legno e venivano
montati"1.
"Tagliavamo 'ste assi per far su baracche, per far baracche, per fare su campi di concentramento perché
loro credevano che non finiva più la
guerra"2.
La prima testimonianza è di un deportato nel campo di concentramento di Mauthausen, la seconda è di
un lavoratore civile in Germania. Una coincidenza forse casuale ma significativa che può valere
quale constatazione che dà il senso a questo articolo: ciò che unisce, dal punto di vista storico, le vicende di
coloro che dal '43 al '45 furono deportati in Germania non è tanto e solo la sofferenza e la violenza subita ma
il disegno economico-produttivo che ne giustificava l'esistenza in Germania. Credo possa essere questa
la prospettiva attraverso la quale tentare di analizzare, sia pure partendo, come qui, da un episodio
periferico, il quadro complessivo degli "spostamenti di popolazione e
deportazione"3 del periodo bellico. Se
infatti risulta legittima "l'immagine del lager come macchina di annientamento [...] essa però rischia di metterne
in ombra la funzionalità a un progetto di dominio del mondo basato su una generale gerarchizzazione
della società"4.
Non voglio con questo minimizzare il problema dello sterminio inserendolo in una questione più
ampia, voglio solo dire che se il problema della deportazione si pone in termini di numero di morti per categorie
di deportati (e mi scuso per la brutalità), la questione dei
zivilarbeiter non si pone neppure. Se invece la
si considera sul piano complessivo dell'incremento della produttività bellica germanica entro il disegno
globale del "nuovo ordine europeo" perseguito dal nazionalsocialismo, il problema riacquista un
senso5. Deportazione intesa, quindi, non solo quale "espressione di una disumana logica di guerra" ma come "razionale
progetto di rapina delle capacità produttive dei paesi
sottomessi"6.
Una simile prospettiva di analisi porta all'immediata constatazione dell'assenza di studi a carattere
generale sull'argomento7. Questo fatto ha comportato, in fase di progettazione e realizzazione della ricerca e
di stesura di questo articolo, non pochi problemi costituendo in fondo gli studi sul lager, questi sì
abbondanti, il riferimento primario anche se, come si è detto, pericoloso.
Un'assenza che si constata anche a livello locale visto che, ad esempio, di questo episodio di
deportazione i testi sulla Resistenza in questa zona non parlano affatto. In fase di stesura mi sono così attenuto il
più possibile ai fatti narrati, cercando di ricondurre le singole testimonianze ad una visione d'assieme,
senza tuttavia pretendere di dare eccessiva sistematicità al racconto. La ricerca aveva infatti il senso di un
"assaggio", cui dovranno seguire ulteriori approfondimenti e confronti con altre esperienze
analoghe8. Il tentativo è, in sostanza, solo quello di rendere pubblica una vicenda di deportazione di
lavoratori civili, non possedendo, evidentemente, l'esperienza di Fobello, in alcun modo, carattere paradigmatico.
A Fobello
L'azione militare che prelude agli arresti e alla deportazione di cui qui mi occupo è del 5 e 6 aprile 1944.
In quei giorni, infatti, le truppe del
63o battaglione della legione "Tagliamento", penetrando in val
Mastallone, disperdono il comando delle formazioni attive nella zona, provocando un notevole sbandamento nel
movimento partigiano ed operando, nei giorni seguenti, una serie di rappresaglie, arresti, fucilazioni e deportazioni
di cui sono vittime, per lo più inermi, le popolazioni civili della
zona9.
Fobello era diventata sede delle formazioni valsesiane dopo che, a seguito dei rastrellamenti del
gennaio '44, era stato deciso lo spostamento in val Mastallone, e precisamente a Rimella, dove Moscatelli era
giunto alla fine di gennaio10.
La situazione in valle era rimasta tranquilla per tutto l'inverno e la presenza
partigiana non aveva causato problemi particolari per la popolazione che, se si esclude l'attacco aereo del 1
marzo11, era rimasta estranea ad azioni militari rilevanti, facendo della val Mastallone un sicuro rifugio per
molti giovani di leva e renitenti che vi affluivano da Varallo e dalla bassa valle. I problemi si erano accentuati
nella seconda metà di marzo quando, dopo aver attaccato le formazioni biellesi a
Rassa12, le forze nazifasciste si erano concentrate su quelle valsesiane.
Il rastrellamento inizia la mattina del 5 aprile, con un'azione piuttosto articolata che vede impegnate
quattro compagnie che puntano su Fobello da Boccioleto e da Bannio Anzino, oltre che dal fondo valle.
Lo sganciamento delle formazioni è quasi completo e, alla sera del 5, il diario della "Tagliamento"
riporta: "Tutta la zona è tornata sotto il controllo nostro e la stragrande potenza di Moscatelli appare ora come
una beffa alla popolazione del
luogo"13.
A Fobello, come in altre località, la decisione di non presentarsi da parte dei giovani chiamati alle armi
dalla Repubblica sociale, matura nel clima confuso dei primi mesi dell'occupazione nazista. "In un paese
come Fobello, dove non c'era vita culturale di nessun tipo ecco, i miei contatti con la cultura erano
lunghissime chiacchierate che facevo con l'allora parroco di Fobello, don Piero Tosi, che poi è diventato prevosto
di Romagnano e poi è morto qualche anno fa, che era veramente antifascista sul piano della dottrina, e
cercava, con qualche cautela perché, non poteva mica.... di farci capire qualche cosa, e io ricordo che facevo
delle discussioni lunghissime, ho passato ore sempre a discutere, perché la cosa mi interessava; non ero certo
in grado... il dialogo era forse a senso unico perché io ascoltavo, ogni tanto facevo qualche obiezione perché
mi pareva di dover obiettare qualche cosa e quasi sempre l'altro riusciva a dimostrarmi, a persuadermi...
Non solo nessuna cultura politica, ma nemmeno nessuna altra cultura e io, io avevo diciotto anni, e qualcun
altro ne aveva qualcuno in più, ma l'età era questa, perche altrimenti gli altri erano già a militare [...] E lì la
nostra decisione di non aderire a sta Repubblica sociale eccetera è stata non certo motivata da ragioni politiche
ma io direi di più da ragioni di ribellione ad una situazione che sia pure così, in modo non cosciente, non
ci andava"14. (M. B.)
A caratterizzare la realtà sociale di Fobello non è comunque solo l'isolamento: molti sono infatti
impiegati alla Lancia di Torino, altri sono cuochi e camerieri. È significativo comunque che, nonostante molti
siano, appunto, operai di mestiere, questo non influisca sulle attività lavorative svolte nel periodo in Germania.
L'inizio del racconto è comunque per tutti l'8 settembre: "Siamo andati in Grecia, abbiam dato il cambio
alla Julia, la Julia è rientrata, difatti è affondata lì a Nauplion, e noi c'abbiam dato il cambio e siamo andati
a presidiare [...] Alla mattina ci siamo svegliati e abbiam trovato due cannoni piazzati, lì dove eravamo
accampati, e c'hanno portati a coso... a Atene, e c'hanno caricati sul furgone e abbiamo fatto... ventisette giorni
c'abbiam messo ad arrivare a Stoccarda. A Stoccarda c'hanno messo dentro ai campi di concentramento e
hanno incominciato a far vedere i film della liberazione di Mussolini. Noi eravamo all'oscuro di... niente,
non sapevamo niente, niente, niente, niente, niente, e lì tanti, buona parte, quelli che han potuto, hanno
aderito... c'era questione di fare quindici giorni e poi ci portavano in Italia, in Italia, e difatti io quando sono
arrivato a Verona, appena ho potuto ho preso la via di casa e sono andato a nascondermi". (T. R.)
"Ero ad Aosta... artiglieria alpina... caserma Chiarli... Arriva il tenente o il colonnello... era tenente
colonnello e ci dice: 'Ragazzi, si salvi chi può'. Dove dovevo andare? Io non mi ero mai mosso di qui. Ad Aosta...
vado via e vedo una squadra di alpini e chiedo: 'Dove andate?', rispondono: 'Andiamo alla stazione', allora
sono andato anch'io con loro [...] Siamo venuti prima a Pont Saint Martin e poi siamo venuti giù, siam poi
passati da Gressoney ad Oropa. Ad Oropa abbiam preso la benedizione, poi siamo tornati a salire su fino ad
una galleria a Piedicavallo, abbiam fatto di nuovo il colle siamo venuti giù a Piode, a Rassa. [...] Ho preso
la corriera e sono andato fino a Valmaggia. A Valmaggia una donna mi ha detto che a Varallo c'erano i
fascisti, allora questa donna mi ha dato il suo grembiule, me lo ha messo, e mi sono messo sopra un
motocarro, c'erano degli stracci sopra e mi hanno portato indietro fino a Vocca. A Vocca sono venuto su, son salito
alla Colma e son venuto fuori a Bellaria, son venuto su a piedi fino a Nosuggio, a Nosuggio c'era un camion
di roba, son partito con questo camion, son venuto a Fobello e son venuto a casa e son sempre rimasto a
casa". (B. A.)
La maggior parte dei giovani fobellesi, al ritorno, vive nelle proprie case, al massimo nascondendosi
in qualche baita o in qualche "balma", più a monte del paese. Una situazione che si fa ancora più sicura,
come si diceva, con l'arrivo in valle dei partigiani. Pochi sono in verità i fobellesi che aderiscono alle
formazioni, ma molti sono quelli che si prestano per i piccoli lavori: "Perché noi andavamo a Rimella a prendere la
farina e la roba, pane o qualcosa, lì a Rimella, e gliela portavamo su alle Selle e la pagavano, allora sono andato
su anch'io a portargliela, perche pagavano e soldi non ne avevamo mica tanti, c'era miseria, e ci davano
magari qualche cosa, pasta o farina o... allora sono andato su io e due o tre degli altri e mio fratello, siamo
arrivati su e ci han detto: 'Ragazzi volete fermarvi qui insieme a noi?', 'No, no - gli ho detto - non ci fermiamo';
io e un altro di qui gli abbiam detto: 'Non ci fermiamo', quello lì era uno, Bianchi Pierino, sta a Valduggia,
gli ho detto: 'No, no, no, non ci fermiamo', e gli altri: 'Noi ci fermiamo'. Ah, fate come volete - gli ho detto -
noi dobbiamo andare a casa perché ci aspettano a casa i nostri'. 'Ah, noi stiamo nei partigiani'
"15. (B. A.)
L'arresto
Quando il 5 aprile i fascisti entrano in Fobello, i giovani in età di leva e i renitenti sono nascosti a
gruppi nelle frazioni alte del paese. "Noi eravamo in giro per i boschi perché quando abbiamo ricevuto la
cartolina qualcuno, la maggior parte di noi dovevano andare a militare di leva, proprio... abbiamo ricevuto la
cartolina dalla Repubblica di Salò proprio e allora andiamo in Municipio, l'abbiam presa e noi abbiam detto:
'Noi andiamo a militare', e invece non siamo andati e non ci siamo presentati perciò eravamo dei disertori".
(G. C.)
I fascisti entrano a Fobello "verso le 3, 3 e mezza, 4" (M. C.) del 5 aprile. "Hanno occupato militarmente
il paese con grande spiegamento di forze, anche con qualche azione abbastanza barbara perché, ad esempio,
il dottor Tirozzo, che era il medico condotto di Fobello, anziano e che, ovviamente in buona fede, era
fascista, e quindi è sceso in strada per accoglierli, lo hanno falciato a colpi di mitra". (M. B.)
"I partigiani quel giorno lì son partiti al mattino... qui c'è rimasto un partigiano solo, che era uno slavo,
un certo Bucovic, il quale ha sparato da quella casa là e ha ferito un fascista lì, dove c'è la casa del Pizzi
adesso, poi dopo anche lui, io ancora non ero scappato dal Boco, è tornato al comando, ha sacramentato un
po' perché non c'era più nessuno e poi se n'è andato anche lui". (M. C.)
Preso possesso del paese, la "Tagliamento" inizia perlustrazioni e rappresaglie che interessano tutti
gli abitanti, colpevoli di aver dato assistenza alle formazioni partigiane. Sulla base di un elenco
probabilmente ricostruito con l'aiuto delle autorità locali, vengono fermati i genitori di molti dei renitenti alla leva
che erano nascosti in paese. Molte case vengono messe sottosopra, i fascisti entrano dappertutto. "Son venuti
a casa mia, han svuotato tutta la casa, e la casa di sotto, ci han portato via quel che c'era, tutti i salami
che avevo... quel che c'era". (M. C.)
"Poi hanno incominciato a bruciare
le case e poi non so se sono venuti a sapere da qualcuno che noi
eravamo a casa, hanno avvisato i nostri genitori che se non ci presentavamo continuavano a bruciare e allora ci
siamo trovati un po' tutti e abbiamo deciso di presentarci: 'Tutt'al più ci manderanno, ci manderanno... ci
avevano detto che se ci presentavamo ci arruolavano... ci arruoleranno e poi scappiamo di nuovo' ". (G. C.)
"Hanno fatto bruciare per rappresaglia, credo di non sbagliare, centosei case, nelle varie frazioni
intorno, hanno prelevato parecchi abitanti del paese, li hanno tenuti lì, li hanno minacciati. Nel frattempo,
avvisati, eravamo tutti sparsi intorno a 'ste montagne lì, nelle varie baite, nascosti e avevamo quella notte lì
naturalmente, la prima notte, eravamo piuttosto terrorizzati, diciamo pure, perché si vedevano tutte 'ste case che
bruciavano nella notte, nei vari punti e non sapevamo assolutamente che cosa era capitato a Fobello, avevamo
sentito sparare, avevamo visto 'ste colonne arrivare, però notizie noi non ne avevamo". (B. M.)
Datato 7 aprile, circola in paese un biglietto: "Ordine di presentazione. D'ordine del Comando del
63o Battaglione 'M' ... è invitato a presentarsi al Comando suddetto in Fobello non oltre le ore 12 del
7.4.1944 ed è promessa salva la vita, in caso contrario saranno prelevati i famigliari ed incendiata la
abitazione, Fobello, 7 aprile 1944. p. il Podestà il delegato
Vescia"16.
"I miei sono riusciti a trovare uno che grosso modo conosceva la zona e che si è assunto l'incarico di
venirci a cercare per comunicarci 'sta roba, è venuto e difatti ci ha trovati, ha camminato un bel po' e ci ha
detto: 'Guardate, dovete consegnarvi subito perché altrimenti fan fuori i vostri, eccetera', e nella
concitazione, benedetto uomo, non si è ricordato di dire 'promessa salva la vita', non l'ha detto, per cui noi... io
ricordo perfettamente la strada che ho fatto scendendo: 'Vado giù e mi faccio fucilare', d'altra parte pensavo: 'Se
i miei mi hanno mandato ad avvisare evidentemente hanno fatto una scelta' ". (B. M.)
"La molla che ha fatto scattare tutta questa cosa qua è il fatto che han preso papà e mamma e poi
minacciavano di bruciare case e tutto e i responsabili, gli interessati eravamo noi altri". (G. E.)
"Allora ci siamo trovati un po' tutti e abbiamo deciso di presentarci. Loro avevano un elenco di
nomi, quando ci siamo presentati, difatti io e un certo Tosi Roberto non eravamo neanche nell'elenco". (G. C.)
Alla sera sono quasi tutti consegnati nelle mani della "Tagliamento", all'albergo della Posta, dove
trascorrono la notte. Il giorno seguente vengono effettuati i primi interrogatori: "Mi hanno interrogato, che ci han
detto se volevamo ancora andare a soldato facevamo in tempo e io gli ho detto: 'Io...', e mi ha detto: 'E allora
la camicia rossa ti piacerebbe portarla?', e gli ho detto: 'Meglio la camicia rossa di quella nera, eh', e lì
ho preso anche qualche sberla". (N. R.)
La mattina seguente, quando ancora i fascisti stanno bruciando case e proseguendo i rastrellamenti, il
gruppo degli arrestati è trasportato a Varallo a piedi, essendo la carrozzabile inagibile dopo che, al principio di
marzo, era stato fatto saltare il ponte della Gula. "Quando han bruciato le case qui a Santa Maria, qui la
mia casa, lì, la casa del mio papà, noi eravamo a Fobello, stavamo... partivamo da Fobello". (B. A.)
Il passaggio sul ponte della Gula offre lo spunto ai militari di scorta per nuove minacce: "Son passato
sul ponte vecchio della Gula, con una valigia piena di carne e c'era 'sto macaco lì di quattordici anni armato
di mitra e mi diceva, adesso quando siamo sul ponte ti sparo una raffica di mitra e ti butto giù". (G. E.)
"Siamo arrivati a Varallo ci han fatti sfilare, su e giù per tutta Varallo, Varallo, tutta chiusa, sembrava...
non c'erano persone in giro, avevano dato ordine di chiudere tutte le porte, nessuno per la strada, e con noi
hanno sfilato sette o otto ragazze di Fobello, più o meno della mia età, anno più anno meno, insomma che a
loro giudizio erano state... con un cartello no, tutte rapate, e con un cartello dove c'era scritto: 'Noi siamo
state le sollazzatrici dei partigiani'
"17. (B. M.)
"Poi siamo arrivati qua a Varallo nelle scuole nuove [...] E lì le ho prese ancora perché ho tentato di
scappare ancora, perché io ero venuto grande lì a Varallo, e andavo a scuola lì, ho fatto per scappare giù dalla
finestra, era bloccata e mi hanno preso e ho preso una carica di legnate". (N. R.)
A Varallo si uniscono ai fobellesi anche altri arrestati "da tutta la valle, neh, tutta la val Mastallone, e in
più gente di Camasco, di Morondo, di Cellio, di Varallo". Caricato su un camion il gruppo è quindi trasferito
a Borgosesia e da lì a Vercelli.
All'arrivo alla caserma di Vercelli, il clima è piuttosto teso. Due giorni prima, infatti, il pomeriggio del 6,
gli uomini di Pesgu e di Rastelli, avevano fatto saltare un camion di fascisti a Quarona, al ponte della
Pietà18. "Alla caserma di Vercelli... c'han radunati tutti lì, e nel cortile della caserma c'eran tutti schierati, 'sti
fascisti, quelli brutti veramente, con i mitra spianati e noi abbiam dovuto passar lì davanti e c'han fatto fare il
giro attorno allo scheletro di quel camion bruciato lì al ponte della Pietà che avevano portato nel frattempo lì
a Vercelli, e c'han costretti a girare lì intorno e poi c'han rinchiusi dentro, e lì urla, sputi e tutte quelle cose
lì, insomma, anche qualche pedata" (B. M.)
A Vercelli sono rinchiusi in una sola cella "molto piccola e eravamo dentro in ventidue o ventitré" (N.
R.), e anche gli interrogatori a Vercelli sono più "duri". "A Vercelli l'interrogatorio era abbastanza duro ...
qui c'han chiesto dove c'erano i partigiani però non è stato particolare l'interrogatorio ... però a
Vercelli l'interrogatorio era duro, con la pistola e il nerbo di bue, un colpo qui e l'altro sulla testa, ma io sono
stato ancora uno di quelli... perché avevo le mani con su i calli sono stato abbastanza fortunato, han visto
che lavoravo no, no perché altrimenti erano legnate no, perché qualcuno arrivava dentro tutto... tutto
marchiato... come si dice, tumefatto proprio eh, ah faceva... era terribile lì". (R. G.)
Alla sera di Pasqua il gruppo è trasportato a Torino, alle Casermette di Borgo San Paolo, "perché le
'Nuove' erano piene". Dalle Casermette alcuni possono avvisare parenti e conoscenti " che lavoravano alla
Lancia". (G. C.)
"Mio zio Achille, che sarebbe il fratello di mia mamma, mi ha perfino portato una valigetta con dentro
due o tre... stracci e un paio di scarpe". (N. R.) Gli stessi Lancia vengono interessati per la liberazione.
Il cibo, alle Casermette, era scarso, quasi sempre "fagioli brasati" (C. D.) da consumare senza posate: "Lì
ci davano una volta al giorno un catino di quelli di smalto, un catino ogni dieci o dodici, di acqua e fagioli,
cioè fagioli cotti nell'acqua senza una posata, senza sale, senza condimento, assolutamente niente... e so che
io ero riuscito a farmi una specie di cucchiaio con un pezzo di legno e un coperchio della scatola da lucido
Brill [...] Nel frattempo, in quei nove giorni lì, è successo l'attentato contro Ather Capelli, che allora era
direttore della Stampa e lì per rappresaglia son venuti lì e han fatto la conta e ne han prelevati dieci, però noi non
lo sapevamo... c'han messi in riga e si son messi lì fuori e tac, tac, tac, dieci, fuori. Io so che ero il nono di
un gruppo però non ho avuto nessunissima emozione perché non sapevo il decimo dove andava". (B. M.)
La mattina del 20, dopo dieci giorni di permanenza a Torino, insieme ad altri arrestati, non solo
valsesiani, vengono caricati su un treno speciale: "Quattrocentocinquanta lavoratori italiani in partenza dalla
stazione di Porta Nuova di Torino per la Germania, volontari".
(C. D.)
"Lì a Torino vedere la gente era... prima che partisse il treno si vedeva la gente, che... in giro no, mi
ricordo che è arrivato un altro treno, e c'era una signorina che mi fa, io mi ricordo che non piangevo mai allora
eh, mi ricordo che è arrivata una signorina con un treno e mi ha chiesto: 'Dove andate?', e mi sun dighi:
'I 'ndoma vuluntari 'n Germania'. Avevamo su le Ss sul vagone, quella signorina s'è messa a piangere e
m'ha preso anch'io m'ha preso il... magone quello lì è un particolare che mi ricordo, poi mi ricordo, quando
è partito il treno, che tutta la gente si è riversata dentro alla stazione no". (R. G.)
Prima ed unica fermata a Milano, alla stazione Centrale: "C'avevan fermati a Milano e c'avevano portato
in un ristorante sotterraneo, lì alla stazione, e c'han dato un buon pasto, eravamo tutti stupiti". (B. M.)
"Han fatto finta come se fossimo noi dei volontari per andare in Germania, c'han fatto anche le fotografie". (G.
C.) "La fuga noi non abbiamo neanche tentato, ritenevamo che non fosse possibile, poi... senza una
base senza un riferimento, sapevamo quello che avevamo lasciato alle spalle, dove andavamo, tornare a
casa ritenevamo che fosse impossibile, vista la situazione perché non potevamo immaginare quale poteva
essere l'evoluzione". (B. M.)
Senza ulteriori soste, il treno, formato da normali carrozze passeggeri, ma sotto nutrita scorta, via
Brennero, raggiunge la Germania il giorno 21: "Mi ricordo che siamo arrivati là a Garmisch, vicino a Garmisch
che c'erano tutte le bandiere e ho chiesto ed era il compleanno di Hitler, il 21 aprile". (M. C.) All'arrivo
ad Innsbruk "c'han trattati abbastanza bene, c'han dato quelle pappette, quelle minestrine loro e c'han dato
la grappa". (B. A.)
Destinazione del convoglio è Oberottmarshausen, in un lager della organizzazione
Todt19: "E quando siamo arrivati lì, in questo campo di concentramento c'han scaricati lì, col ribaltabile, e pataslaffete giù, come
se fosse sabbia e via... e da lì è cominciata la nostra odissea". (N. R.)
In Germania
L'accoglienza all'arrivo in Gcrmania è immediatamente illuminante del destino futuro. Il fatto di
essere scaricati dal camion che li trasporta con "il ribaltabile" è per tutti "il primo momento che ci han fatto
vedere che non ci trattavano più come prima". (M. C.) Nonostante questo, non per tutti è facile adattarsi alla
nuova situazione: "Quando siamo arrivati là che c'han dato quelle pappette di orzo certi la gettavano nel bidone
e gli ho detto: 'Tenetela da conto che viene buona' ". (T. R.)
Il campo era nei pressi di Oberottmarshausen, "una stazione proprio piccola, tipo Roccapietra, ma il
paese era più piccolo, Roccapietra è un paese, lì era proprio tre case [...] un campo di baracche, tutte
baracche nuove" (B. M.). Nel campo si stanno ultimando i lavori di costruzione: "Dovevamo costruire questo
campo, non c'era acqua, non c'erano gabinetti, non c'era niente, c'era solo le baracche e le cucine". (G. E.)
All'arrivo la popolazione concentrazionaria è composta quasi esclusivamente da "russi e italiani ... un migliaio
di persone".
"La prima cosa che ci han detto, c'era uno che parlava italiano: 'Uno picco e una pala... uno picco e una
pala' ". (M. C.), e "Picco e pala camerata ja!"
diventa il destino del gruppo: "Primo lavoro che ho fatto io è
una tampa alta due metri, due metri per lunghezza e un meno per larghezza, era un buco alto come qui dentro
e ho detto: 'Qui ci scaviamo la fossa da soli' ". (G. E.)
"I primi tempi che eravamo là dormivamo in due in un posto largo così, metà appoggiati sull'altro,
un pasticcio tremendo... oh era un disastro". (G. C.) Il regime alimentare è quello tipicamente
concentrazionario: "Questo pane vi serve quattro giorni, sappiate regolarvi, la zuppa c'è due volte al giorno, al mattino
caffè". (M. B.) e lo slogan ricorrente diventa: "Nichts arbeit, nichts essen, niente lavoro, niente mangiare". (G. E.)
Dopo un mese circa il gruppo, che era rimasto unito fino a Oberott, viene separato e inviato in altre
località a svolgere lavori diversi per periodi di tempo spesso molto brevi. La ricostruzione precisa di tali
spostamenti risulta difficile se non impossibile. Seguendo i racconti è comunque possibile ricomporre almeno le
tappe essenziali a testimonianza delle diverse esperienze
vissute20.
"Dopo un po' siamo andati a Bobingen, che è il posto dove siamo stati di più". (M. B.) A Torino, prima
della partenza, alla richiesta del mestiere preferito tutti avevano risposto "cuochi e camerieri", ma non era
servito a nulla. Carlo Moretti, maestro elementare, aveva addirittura stipulato un regolare contratto per andare
a insegnare a Ludvigshaffen sul lago di Costanza, ma arrivati a Bobingen "sempre pich e pala...
ferrovie, ferrovie, ferrovie". (M. C.)
Fra i fobellesi trasferiti a Bobingen si fa subito notare Roberto Tosi, che diventa "il capo degli italiani":
"Era diventato il capo degli italiani perché aveva insultato un ingegnere delle ferrovie... e quello lì invece
di punirlo l'ha preso a ben volere". (M. C.) Proprio grazie alla sua intraprendenza Tosi compie spesso viaggi a Landsberg per
fare acquisti al mercato nero. Durante una di queste visite vede un biglietto di un suo compaesano,
Vincenzo Colla, prigioniero militare: "L'ho visto scritto sul muro in uno spaccio, dove si andava dentro e c'era
una specie di mercato nero". (T. R.)
Dopo essersi informato alla stazione, e nonostante Colla sia prigioniero a più di 80 chilometri da
Bobingen, decide di "andarlo a prendere", portandolo al campo e riuscendo dopo poco tempo a farlo assumere
dalla Held und Frank, la ditta alle cui dipendenze lavoravano i fobellesi.
Tosi pagherà tuttavia la sua intraprendenza: accusato di furto e arrestato con altri due valsesiani,
Prachinetti e Del Ponte, è condotto prima ad Augsburg e, successivamente, dopo il processo, in carcere a Landsberg e in
un campo di punizione a Jgling (G. E.): "di giorno fuori coi buoi e di notte mi portavano in prigione" (T.
R.), dove rimane fino alla fine.
La situazione più tranquilla di
Bobingen21 e la presenza nella stessa baracca di diversi fobellesi spinge
un gruppetto ad organizzare una fuga: "Totalmente da incoscienti perché non c'era nessuna possibilità".
(B. M.) Scappano Mario Bruno, Arturo Narchialli, Battista Del Ponte, Roberto Tosi (B. M.), Gaudenzio
Sfordini e Franco Spanna (M. C.), confidando nel fatto che fra sabato e lunedì, data la pausa domenicale,
non venivano fatti appelli. L'idea era quella di risalire il fiume Lech arrivando così in Svizzera. Viaggiando
di notte, però, incontrano alcuni problemi e un "mattino presto sentiamo rumori, cucchiai, padelle, cani
che abbaiano: 'Ma dove siamo capitati?... Comunque aspettiamo che venga giorno e non
muoviamoci'... guardiamo... eravamo al margine di un accampamento di soldati tedeschi che stavano alzandosi per
fare colazione". (M. B.) Abbandonano quindi l'impresa, ritornando al campo il più velocemente possibile
per evitare punizioni e in treno rientrano a Bobingen cercando, all'arrivo, di scusarsi facendo credere
che, durante un giro domenicale "ci eravamo persi", senza incorrere in punizioni particolari e saltando solo
la razione di cibo del lunedì. (M. B.)
Anche Renzo Narchialli con "due di Pinerolo" tenta la fuga: "Abbiam tentato una volta, e poi ci han
presi". Dopo qualche giomo di fuga sono ospitati da una famiglia cui avevano chiesto del cibo e mentre sono in
casa a mangiare arriva la polizia, probabilmente avvisata dagli stessi che li avevano ospitati e, dopo aver
ricevuto "una fila di nervate", vengono condotti nuovamente al lavoro.
A Bobingen muore di difterite Evardo Prini, di Civiasco, l'unico dei deportati valsesiani arrestati
nei rastrellamenti dell'aprile '44 a non fare ritorno. Prini, sorpreso in Grecia l'8 settembre e ritornato a casa,
era stato arrestato e condotto in Germania con i deportati fobellesi. Ammalatosi di difterite è lasciato
morire nonostante le numerose segnalazioni dei compagni: "L'han lasciato proprio morire lì, come un cane
[...] morto per non aver aderito, per non aver accettato di andare con la Littorio e con la Monterosa [...] Immediatamente dopo che è morto son venuti, l'han portato via, han disinfettato tutto [...] han fatto
il diavolo a quattro". (B. M.) Al fratello Eugenio, anch'egli arrestato e deportato è concessa mezza giornata
di permesso per partecipare alla sepoltura e Mario Bruno gli presta un vestito "decente" che aveva
conservato dalla partenza. (B. M.)
Il lavoro
Un'altra ditta alle dipendenze della quale lavoravano alcuni fobellesi è la Holdsman (M. C.), una
grossa impresa di costruzioni che aveva allestito un grosso cantiere in una foresta nei pressi di Jgling e
Kaufering22. Dal campo di Oberottmarshausen tutti i giorni i deportati facevano "sette chilometri a piedi, ventisette
in treno [...] poi ci portavano lì in quella fabbrica lì, in quell'enorme cantiere [...]. Era lungo 300 metri, c'era
un capannone, una volta alta mi pare... uno spessore di 16 metri, di cemento armato che scendeva fino
al livello della terra, poi sopra c'avevano messo un metro di terra e poi avevano piantato tutti 'sti alberelli,
'sti abetini no, per nascondere; poi dal livello del terreno scendevi giù 50 o che metri e lì trovavi 'sto
grande capannone dove entravano due treni eh, c'erano dentro le gru dove montavano già i piani prefabbricati,
tutti 'sti longaroni di cemento che adoperavano per fare i ponti, montavano tutti 'sti piani perché lì mettevano
tutte 'ste macchine: fresatrici, torni e poi sotto c'era la pista, una specie di piazza eh [...] Ci portavano in
quella fabbrica lì a lavorare e lì c'erano tutti 'sti ebrei... al mattino noi entravamo e gli ebrei uscivano, c'erano,
non so, millecinquecento ebrei, una cifra del genere". (G. E.)
Durante la notte in quel periodo spesso le guardie, "olandesi o polacchi", usavano tormentare i
prigionieri senza alcun motivo: "All'una di notte venivano dentro 'sti olandesi e polacchi lì, e ci facevano saltare
fuori a far caramba in mezzo al cortile". (G. E) "In quel periodo lì, la notte c'erano anche le guardie che
rompevano le balle", facendoli alzare di notte a fare "long e
cürt"23 nel prato. (R. G.)
"Poi lì c'è stato uno smistamento, c'hanno chiesto chi voleva andare a lavorare... con un furgone cellulare
di quelli chiusi con le reti, non si sapeva dove si andava a finire... abbiamo detto: 'Qui crepiamo eh,
qui, andiamo in qualunque posto, magari sarà meglio, magari sarà peggio'... e c'hanno spostati nella segheria
di un civile a Buchloe". (G. E.)
A Buchloe, dopo qualche giomo, portano anche Giulio Reffo: "Un giomo ci portano a fare la disinfezione
a Kaufering e mentre siamo radunati al sole ad asciugare si avvicina uno e chiede: 'Tu, sei capace di
piantare chiodi?' . 'Madonna... basta non adoperare più la pala', c'han presi in dieci e c'han portati a Buchloe [...]
in un posto dove facevano baracche. C'era una segheria, c'erano già cinque o sei di noi che avevano
preso prima, e lì siamo stati abbastanza bene". (R. G.) Nella segheria sono comandati da un "civile", che una sera
invita a cena a casa sua Ezio Giacobini: "Mi ha chiesto chi eravamo noi", lui glielo spiega "e allora
questo qui c'ha presi un po' in considerazione". (G. E) Con Ezio Giacobini lavorano nella segheria anche
Giulio Reffo, Camillo Pesce di Borgosesia, Carlo Marchini di Varallo, Costantino Novello di
Cravagliana, Vincenzo Camosso di Cervatto. (G. E.)
Oltre a lavori di scavo e costruzioni, il lavoro in falegnamerie e segherie è tra i più frequenti.
Annibale Bottone lavora per due periodi diversi a Mindelheim in una segheria. Nel periodo estivo, dalla segheria
è trasferito in una cascina: "Cercavano otto volontari per andare a lavorare in una cascina". (B. A.)
Accettano "tre di Cuneo, della Val Pellice" e, oltre a Bottone, Giacomo Falcione, Edoardo Bottone, fratello di
Annibale Mario Galizia e Angelo Albertetti. Bottone, che è addetto al lavoro nelle stalle, trascorre un periodo
tranquillo. Gli altri quattro fobellesi invece, in un'altra cascina, sono addetti alla raccolta del grano e sottoposti a
ritmi di lavoro molto più pesanti. (B. A.)
A Mindelheim, in una segheria, lavora anche Ugo Falcione, gli ultimi giorni, prima di scappare,
nell'aprile del '45. Durante l'inverno Ugo Falcione è trasferito in montagna, a Sonthofen-Indelang, "a tagliar
piante [...] la prima motosega che ho visto l'ho vista lì e la prima turbo fresa per la neve, loro l'avevano già,
gli scavatori anche". (F. U.)
Renzo Narchialli lavora invece a Ulm: "Andavamo alla stazione con un carrettino con la stanga in
mezzo, uno di lì, uno di lì, uno di lì e uno di lì, a caricare assi". (N. R.)
A volte vengono trasferiti anche per periodi molto brevi, svolgendo i lavori più diversi: "Siamo andati
a finire quindici giorni a Hingoldingen, era a 60 chilometri dal lago di Costanza. Siamo rimasti
quindici giorni lì a far niente". (G. E.) "A Landsberg c'era un campo e ci portavano in una birreria della Todt a fare
le pulizie, lì c'era la cucina, a segar legna, a far 'sti lavori lì, ci facevano fare un po' di tutto". (G. E)
Giulio Reffo, con Franco Bottone della Bellaria, vicino a Varallo, gli ultimi giorni prima di "scappare
a casa" lavora nei pressi di Jgling, "a fare il boscaiolo", a tagliare legno per le cucine di un
accampamento militare, "un seicento soldati" (R. G.), probabilmente della Volkssturm: "Una mattina vengo fuori, si
sentiva già i cannoni che arrivavano no, un genovese viene fuori e mi fa: 'Reffo ci sono gli alpini',
'Madonna!', vengo fuori e vedo gli alpini... io avevo il fratello che non sapevo più niente... e sento parlare piemontese
no e dico: 'Madonna, c'è qualcuno della Valsesia fra voialtri?', sento uno che fa: 'Chi è che parla della
Valsesia?', era il Gallina Mario di Borgosesia". (R. G.) Dopo pochi giorni il campo viene smobilitato e "quando
abbiam visto che vuotavano i magazzini" (R. G.), Reffo decide di scappare, recandosi a Landsberg a cercare
altri valsesiani.
I fobellesi durante il periodo in Germania, in particolare nei cantieri di grossa dimensione, si trovano
a lavorare con gli "ebrei... i Kl, Konzentrationslager". (G. E.) Nella 'graduatoria dei disgraziati" (B. M.)
gli ebrei rappresentano infatti il livello più basso, costretti a vivere in situazioni estremamente più
drammatiche di quelle dei zivilarbeiter. All'interno stesso dei campi di concentramento i deportati addetti ai lavori
nei cantieri, nelle ferrovie e nelle cave erano fra quelli sottoposti ai ritmi di lavoro più
pesanti24. Il contatto continuo con le tremende condizioni di vita dei Kl, però, porta rapidamente anche i "lavoratori civili"
ad accettarne il destino. I lavori di costruzione di ferrovie, il trasporto delle traversine e dei binari era
chiaramente un lavoro pesante: ogni traversina doveva essere spostata da un solo operaio, "però noi ce la facevamo, il
che significava che il nostro fisico, per quanto affamato, per quanto... era in grado di fare queste cose, ma
gli ebrei si mettevano in dodici per portare una traversina e andavano barcollando... non parliamo poi
quando c'erano le rotaie... si mettevano talmente vicini che non riuscivano più a camminare, eppure non
riuscivano a spostarla e lì legnate, frustate però era come niente, non ce la facevano, non si riparavano neanche
dai colpi, proprio. E noi vedevamo tutte queste cose e all'inizio si può immaginare... chiunque, non so,
le sensazioni, ma dopo un po' che le vedavamo, che eravamo mescolati... come se niente fosse, non
provavamo più nessuna sensazione di indignazione, di rabbia, di ribellione, niente, accettavamo quel fatto come,
come se fosse una cosa normale". (B. M.)
Il ritorno
Avvicinandosi la fine del conflitto la situazione si fa sempre più confusa: "Alla fine l'era tutti ma
scheiss, scheiss, scheiss". (M. C.)
I bombardamenti alleati si fanno più frequenti e precisi: "La soddisfazione più bella che ho avuto è
questa qui: lavoravamo lungo la ferrovia e passa un merci di venti o trenta vagoni, con tutti apparecchi ben
lucidati, tutti di legno, dipinti, con vetri d'argento e io dico al mio capo: 'Ma la Germania vorrà mica vincere
la guerra così'... 'Ah, dice, la Germania è furba... quelli lì li mettiamo fuori nel prato... nel campo di Lechfeld,
vicino a noi... gli altri li teniamo dentro la foresta'. La mattina dopo alle 3, le 4, alle 5 venivano a
svegliarci. Andiamo giù e vediamo tutti gli apparecchi ben montati, non so se erano venti o venticinque, tutti là
nel prato e nel bosco... fianchi, ali, ruote... tutto per aria". (M. C.)
Alla stazione di Augsburg "eravamo in cinquemila tra ebrei e noi che si lavorava" per rimettere in attività
la stazione dopo i bombardamenti: "so che una volta abbiamo lavorato per trentasei ore filate". (B. M.)
Il terrore dei tedeschi era quello di essere "occupati dall'esercito russo", al sorvegliante "dicevamo
Siberia e lui capiva quella parola, tremava e diventava... comunque una mattina l'abbiamo visto arrivare in
borghese, aveva tinto, aveva fatto tingere gli abiti militari, era vestito con la divisa della Todt che era una divisa tra
il giallo e il... tipo senape con il bracciale eccetera, aveva fatto tingere questa divisa, cappello compreso,
con l'intelligenza tipica dei tedeschi... tutta di blu, blu forte, l'abbiamo visto arrivare con le mani in tasca,
senza fucile e continuava a sorvegliarci, e allora ci siamo guardati e abbiam detto: 'E no, adesso qui basta' "
(M. B.), e decidono di scappare.
Per un altro gruppo il segnale, che la guerra sta per finire, che la situazione è ormai precipitata
avviene quando "gli ultimi giorni c'hanno portati a bruciare un campo degli ebrei", nei pressi di Landsberg.
"Siamo entrati in una baracca e abbiam cercato della paglia da ammucchiare per bruciare e un certo punto
vediamo lì, a metà baracca, delle baracche lunghissime, 50 metri anche, vediamo che c'era qualche cosa là,
diciamo per terra no, siamo andati a vedere, ci siamo avvicinati a vedere e c'erano delle coperte e abbiam visto
che sotto... abbiam capito che sotto c'era qualcuno morto e allora abbiamo tirato giù e mi sono trovato
sette ebrei, stecchiti, c'era solo la pelle e le ossa, e allora siam scappati e la baracca non l'abbiam
bruciata, l'abbiam lasciata lì". Alla sera, tornando al campo, trovano tutte le guardie tedesche ubriache e decidono
di scappare.
Per i deportati nei campi di concentramento si può realmente parlare di "liberazione", per i lavoratori
civili liberazione non c'è stata: i fobellesi incontrano gli americani fra Trento e il lago di Garda; semplicemente
la situazione si fa nell'ultimo periodo così caotica che più nessuno si occupa di loro: "Abbiam fatto su
una squadra e siamo partiti e via, a piedi". (B. A.) Già da qualche giorno transitavano nella zona altri
prigionieri provenienti dal nord della Germania: i fobellesi scappano tutti intorno al 20 aprile, a un anno dall'arrivo
in Germania.
L'attraversamento del fronte non è evidentemente esente da rischi: Camillo Giacobini, recatosi a
Landsberg a cercare i compagni è "pescato di nuovo" per scaricare dei camion; altri vengono scoperti a rubare
delle scarpe da un vagone in una stazione: "È arrivata una pattuglia di tedeschi e ne ha fucilati quattro". (B.
M.) Al confine, sul Brennero, ci sono ancora i tedeschi e il problema "era passare, perché lì c'era già gente,
tanti erano [...] e lì li hanno bloccati, non li lasciavano passare perché c'erano i tedeschi". (G. C.) Carlo
Moretti, prevedendo i problemi del passaggio del Brennero, entra in Italia dal passo di Resia con Mario
Bruno Spanna e Sfordini. Un po' a piedi e un po' in treno tutti arrivano in Italia: "Viaggiavamo su un treno che
non c'era più né vetri, né niente e c'erano dei buchi così nelle portiere, tutte mitragliate dagli americani". (G.
E.) "Non mi ricordo più il paese in cui eravamo, in quattro o cinque, saltiamo fuori dal bosco, c'era una
strada che passava, ci siam trovati in mezzo ai tedeschi che si arrendevano da una parte e ai partigiani con
le mitragliatrici dall'altra parte". (G. C.) Le strade brulicano di colonne tedesche in fuga e bisogna stare
attenti a non venire investiti.
La prima tappa per molti è Bolzano, dove c'è una fabbrica della Lancia: "Siamo andati là come due
ex lancieri chiedendo chi c'era dei proprietari dello stabilimento Lancia e combinazione c'era il Valerio
Lancia buon'anima e c'ha detto: 'Ma, io non ho più niente qui però - era già occupata la fabbrica - vi porto giù
al Magnesio', la fabbrica Magnesio che è giù sotto e siamo stati lì". (F. U.)
Il gruppo più numeroso, che nel frattempo si era ricomposto a Bolzano, decide di evitare Trento
passando dal passo della Mendola, Madonna di Campiglio, a piedi fino al "posto di ristoro" di Pinzolo (G. E.) e da
lì in camion fino al centro di raccolta dell'arcivescovado di Brescia.
"Alla stazione centrale di Milano, finalmente, abbiam chiesto notizie di com'era l'Italia, di cosa
succedeva [...] tutte sorprese per noi". (B. M.) "A Milano siamo arrivati quando c'era il duce attaccato su a
piazzale Loreto". (M. C.) "A Milano sfilava Moscatelli". (T. R.)
Ezio Giacobino è il primo ad arrivare a Fobello, la mattina del 7 maggio, l'11 arrivano, per ultimi,
Carlo Moretti e Mario Bruno che, arrivati in treno a Vogogno rientrano dal passo di Baranca. Al rientro
tutti portano con sé ricordi e paure: "Però io ero, ero, non so neanch'io cosa dirvi, ero fuori di me, fuori di
me, ecco, e mi ricordo proprio un particolare quando sono arrivato a casa, alla sera, non so, avevo un mal di
testa tremendo, poi soffrivo anche per i denti, anche in Germania... e mia mamma mi ha dato un'aspirina e
mio papà buon'anima aveva già fatto la guerra aveva già provato e tutto... e ha visto che me l'aveva data in un
bicchiere normale no, e mio papà gli ha detto: 'No non dargliela in un bicchiere, dagliela in una tazzina'
e difatti avevamo quella tazzina di alluminio... e difatti me l'ha data, io non mi sono accorto quando
gliel'ho restituita, forse dal nervoso, forse l'irritazione, forse la paura, anche perché ultimamente, specie
ultimamente, era un bombardamento continuo, gliel'ho restituita piatta quella tazzina, era addirittura piatta". (N. R.)
Ma le difficoltà non sono fnite: "Tornato a casa sono stato a casa un po', ho lavorato ancora un mese...
poi ho ricevuto la cartolina e sono andato a militare". (G. C.) Camillo Giacobini si fa ancora undici mesi
di militare, Renzo Narchialli diciotto, Giulio Reffo diciassette. Così, dopo tutto quanto avevano passato
in Germania, "siamo andati a soldato perché eravamo andati in Germania 'volontari' " (R. G.), e il
dopoguerra non era più il '43, "non si poteva più scappare un'altra volta eh". (R. G.) Anche la pace aveva il suo prezzo.
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