Ivano Lideo
Padre Russo, l'intermediario
Gli scambi di prigionieri tra partigiani, fascisti e tedeschi in Valsesia*
"l'impegno", a. XXV, n. 2, dicembre 2005
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Nel luglio del 1942 padre Russo, preceduto di pochi giorni da padre
Guglielminotti, giunse al santuario della Madonna di Rado a Gattinara con l'entusiasmo del
novello sacerdote.
Il superiore del noviziato era padre Isola, ma il punto di riferimento per tutti era padre Russo, come testimonia
Armando Sodano, uno dei giovani che in quegli anni frequentava il santuario: "Padre Isola era il superiore ma il vero
esponente era Padre Russo. Padre Isola era tutto bianco, con una bella barba bianca. Padre Russo invece era di colore
olivastro, anche un bell'uomo con un bel viso e qui si diceva che fosse di famiglia nobile. E circolava il detto che lui
non era neppure frate. Quando poi hanno detto che era tornato in Africa, in missione, tutti si sono
meravigliati"1.
L'arrivo dei padri bianchi al santuario colse di sorpresa i gattinaresi, abituati ormai da anni a vederlo utilizzato
quasi esclusivamente per le più importanti feste religiose e, dopo un primo breve periodo di diffidenza, iniziò una
buona convivenza, tanto da far ingelosire il curato perché molti paesani preferivano partecipare alle loro funzioni anziché
a quelle parrocchiali. Attirava soprattutto la familiarità con cui si presentavano i nuovi arrivati, al punto che tra la
popolazione si insinuò il sospetto che non fossero veri sacerdoti, ma persone travestitesi per scappare ai doveri militari
del tempo.
Un esempio si coglie ancora da quanto riferito da Sodano: "Pettegolezzi che si facevano: lo si considerava un
nobile travestito da frate per non avere grane né con i fascisti, né con i partigiani, ecc.; dei novizi si pensava che fosse
tutta gente imboscata. In realtà le cose come sono andate, hanno dimostrato che non era così. Poi hanno rotto un po'
la mentalità perché venivano al bagno al Sesia. Si appartavano, per la verità, un po' spostati, ma ben in vista, perché
eravamo vicini a loro. Si esponevano così. Noi con quella mentalità che
avevamo..."2.
Il primo anno vide padre Russo ed i suoi confratelli impegnati principalmente a ristrutturare, aiutati in questo
dai giovani seminaristi di Parella (To), l'edificio dove vivevano e a curarsi dei giovani novizi.
All'armistizio dell'8 settembre del 1943 fecero seguito due anni in cui padre Russo, trascinato dal suo amore per
il prossimo, cercò di frapporsi tra le varie fazioni in lotta.
Per merito di padre Russo, che più volte
rischiò la propria vita, il santuario di Rado divenne il punto di incontro
tra le formazioni partigiane, i repubblichini ed i tedeschi e venne dichiarato zona neutrale da tutti i contendenti.
Le forti tensioni a cui venne sottoposto in quegli anni padre Russo evidenziarono la gracilità del suo fisico,
testimoniata anche da alcuni ricoveri all'ospedale di Gattinara; gracilità che lo accompagnerà per tutta la vita, sopperita
però da una grande forza di volontà.
La sua attività di intermediario, in un conflitto così cruento, procurò tanta gioia alle persone e alle famiglie che
riuscì ad aiutare, ma inevitabili malcontenti in entrambe le fazioni. Egli agì comunque sempre con retta coscienza,
allo scopo di salvare più vite possibili, indipendentemente dagli ideali che avessero. Questo periodo si concluse in un
modo che si può definire profetico:
"Tutto questo lavoro, questo prodigarsi non è coronato da ricompense ed onori, ma
dalla malattia, dal dolore e dalla calunnia. P. Russo tutto accoglie e dice: 'Noi siamo come le stampelle di un ammalato
alle gambe, si usa ed abusa di esse ed in quel momento si vuole loro bene perché sono necessarie. Giunta la guarigione
le stampelle diventano inutili e vi sono di quelli che, per non ricordarsi dell'infermità che li ha umiliati bruciano,
distruggono le povere
stampelle'..."3.
Mediatore tra partigiani e nazifascisti
Ancora nel mese di novembre del 1943 i pensieri di padre Russo erano ben lontani dalla lotta partigiana, ma
avvennero alcuni fatti che lo portarono ad interessarsene; dapprima infatti si occupò di un gruppo di soldati sbandati,
che avevano cercato rifugio al santuario, ed in seguito alla formazione dei primi gruppi di "ribelli", venne a contatto
coi partigiani che operavano nella zona di
Grignasco4. Ma il fatto che lo stimolò a cercare un contatto diretto con i
comandi partigiani avvenne ai primi di dicembre: "La famiglia Zignone di Quarona mi segnalava che si pretendeva
da loro una forte somma Pro Patriotti, la cosa arrecava pena. Questo ed altri fatti mi indussero a chiedere di poter
avvicinare Moscatelli e se possibile lavorare, cambiare qualcosa
almeno"5.
Alcuni giorni dopo si presentò l'occasione propizia: "Il 18 dicembre dovetti andare a Borgosesia. [...] Così a
casaccio domandai al Signor Dominietto Domenico se questo famoso individuo si lasciava trattare. La cosa fu presto
conclusa ed in camioncino fui condotto a Celio (sic) e poi un lungo percorso a piedi per strade e sentieri
impraticabili, fango dappertutto. Vidi coi miei occhi ed ascoltai... Dopo ore d'attesa fui ammesso alla presenza di Moscatelli,
molto diffidente, tanto che fra me e lui v'era un'altra
persona"6.
Ricorda Angelo Zanotti (il partigiano che accompagnava coloro che dovevano incontrare Moscatelli): "Per
quelli invece che volevano parlare con Moscatelli [...] li
prendevo io, e questo qui prima di arrivare al Comando lo
facevo camminare due ore. Dove li facevo trovare normalmente era una cascina giù in una vallata [...] cioè li portavo
lontano per riavvicinarmi, sempre di notte, non volevo assolutamente accompagnare nessuno in nessun posto di giorno,
sempre di notte, allo scuro. [...] Pensavano di essersi spostati da Valduggia quasi due ore a piedi invece eravamo a
cinque minuti da Valduggia"7.
Zanotti ricorda i fatti accaduti la prima volta che padre Russo andò a cercare Moscatelli: "L'ho fatto prelevare
da tre ragazzi, gli ho fatto fare un giro di tre ore a piedi, e quando era stanco morto gli hanno detto: 'Adesso se ne
vada, e la prossima volta non torna più, se viene ancora...'. [...] Poi l'ho fatto incontrare una volta in paese, di notte. E poi
da allora qualche volta veniva su, magari a parlare con me, ma era diventato un agnellino. [...] La cosa era
organizzata così: [...] chiunque fosse venuto lì, io gli facevo fare dell'anticamera e quando era il momento li portavo io nel
punto stabilito e li facevo incontrare con
Moscatelli"8.
Il contatto cercato da padre Russo portò i suoi frutti, infatti Moscatelli "pensò di servirsi dapprima del
missionario non nel campo che lo vedrà protagonista in futuro, ma in un ambito più strettamente religioso e liturgico. Si
avvicinava il Natale [...] e [alcuni partigiani] manifestavano l'intenzione di assistere almeno ad una messa natalizia.
Moscatelli non era contrario alle istanze spirituali dei suoi uomini [...] tuttavia, in quei frangenti, trovare un prete
disposto a salire sui monti per celebrare una funzione religiosa era un'impresa quasi disperata. Oltre alla difficoltà
ambientale ed al rigido controllo nazifascista, agiva da deterrente l'opinione che i garibaldini fossero un blocco di
incalliti 'mangiapreti'. [...] Nonostante le buone intenzioni, [...] i tentativi operati da Moscatelli per reperire un sacerdote
risultarono infruttuosi. Prima di desistere totalmente, il commissario politico valsesiano volle rivolgersi a padre
Russo, il quale accettò la proposta. In una fumosa baita di montagna sui monti attorno a Cellio, con le armi dei partigiani
in un angolo, tra multiformi divise dalle fogge più strane, padre Russo celebrò la messa natalizia. In quell'occasione
si gettarono le basi per l'attività futura del
monaco"9.
Padre Russo ricorda le prime parole di Moscatelli: "Qui non ci accomuna l'idea di parte ma il bisogno d'Italia,
vedere l'odiato tedesco fuori, sono un comunista ma in questo momento non faccio il lavoro del mio partito, anzi
l'apice della perfezione di un comunista non è la propaganda ma i fatti. Ho nulla contro i preti e la Chiesa ma rivendico
libertà per tutti i campi religioso e politico. [...] Naturalmente la diffidenza dovette passare, perché dalle mie parole
ebbero agio di comprendere ch'io non ero una spia ma un Sacerdote. Ottenni qualcosa, le confidenze e preoccupazioni
di Moscatelli stesso circa la sua famiglia. Alle 23 feci ritorno al
Santuario"10.
Con l'arrivo del 63o
battaglione "Tagliamento", agli ordini del tenente colonnello Merico Zuccari, era iniziata per
la Valsesia la stagione degli eccidi, degli incendi, dei saccheggi, la stagione della barbarie più feroce.
Padre Russo commenta così quei giorni: "Queste scenate di terrore fatte in camicia nera e servendosi di odii e
rancori personali, seminarono e radicarono l'odio per il fascismo e favorirono la lotta dei Patriotti. Se si vuole che
un'idea si sviluppi bisogna dargli dei martiri. Certo vi furono molti sbandati per i quali prevalse l'idea che sarebbero, se
pescati, uccisi e le loro case e parenti messi a sacco e fuoco. [...] Espressi la mia ad un addetto della Provincia ed
allora il capo della Provincia di Vercelli mi mandò a prendere con una macchina per conoscermi e dare questa
disposizione conforme ai miei desideri. Non distruggere i beni dei parenti né uccidere gli sbandati ma dare agio a riprendere i
loro ranghi. Ebbi occasione di far sopprimere qualcuno dalla lista di coloro che dovevano essere fucilati a
Sostegno"11.
Il 2 gennaio 1944 padre Russo scrisse al capo della Provincia di Vercelli, Morsero: "Avendo possibilità di
conoscere l'ambiente e questo popolo di Gattinara (bevitore ma operoso), essendomi nota la posizione di Gattinara
all'imbocco dei monti, crederei opportuno che vi sia in questa stazione un comandante amato dal popolo e nel
medesimo tempo conoscitore della zona. A dire della popolazione, il Maresciallo Magg. Caretti Antonio, che attualmente
trovasi a Vidracco (Aosta) in convalescenza e che anni addietro era il Comandante della Stazione di Gattinara, sembra che
sia una persona capacissima, energica e benvoluta. Son certo che nella misura che si cerca di venir incontro alla
massa comune senza modi violenti, ma giusti e persuasivi, si potrà fare opera di
bene"12.
"L'attività d'intermediario era iniziata. Da quel momento in poi le continue corse alla Prefettura, alle carceri,
alle sedi partigiane, metteranno a dura prova la salute, già di per sé cagionevole, di padre Russo: il 16 gennaio egli fu
ricoverato per un'ulcera all'ospedale di Gattinara. Le condizioni di salute rappresentavano il più grande impedimento
per il solerte dinamismo del
religioso"13.
Si apprende dalla cartella clinica dell'ospedale di Gattinara che quel ricovero durò fino al 30 marzo 1944.
Durante questo lungo periodo, padre Russo venne però più volte costretto ad uscire dall'ospedale per intervenire, nel
tentativo di risolvere i molti problemi che sorgevano tra le compagini in lotta.
Il 26 gennaio vi fu il sequestro, da parte di alcuni partigiani, di Giovanni Magni, direttore del maglificio Lenot
di Borgosesia, e di Mario Pascale, commissario prefettizio e vice prefetto. "La Prefettura, avuta notizia della cattura
del commendator Pascale, si era immediatamente rivolta a padre Russo, pregandolo di intercedere per il rilascio del
sequestrato"14.
Di questo primo episodio padre Russo scrisse: "Il prelievo del Pascale mise in serio imbarazzo la direzione
dell'ospedale i quali vollero a qualunque costo ch'io cercassi per ottenere la liberazione. Veramente non mi sentivo né
fisicamente né moralmente d'affrontare questo lavoro. Ma dovetti alzarmi... non mi reggevo in piedi... Ma questa era la
volontà di Dio. Andai col camioncino di Cerri su ma senza conoscerne la meta, finalmente dietro indicazione di qualche
anima buona, dopo giri e rigiri nel cuore della notte in montagna fummo fermati sulla strada che va a Rimella dai
Patriotti stessi. [...] Ma dalle parole e sogghigni compresi che l'oggetto delle mie richieste non era da mollare. Finalmente
mi condussero al comando ma Pascale era libero... ed allora dovetti accompagnarlo a Vercelli dove la sua signora nell'ansia si sentiva impazzire. Era tardi... il segretario particolare del Capo della Provincia ci intrattenne... ma
inutilmente su quello che lo
interessava..."15.
Interessante è la testimonianza di Riccardo Cerri, che da quella notte fu il suo autista per molte altre volte: "Io
non sapevo dov'era, ma a Varallo nel convento dei frati ci hanno insegnato la strada, solo che vi erano ancora più di
20 km. Tutto andò bene e Moscatelli dietro insistenza accettò il cambio con due Partigiani che il giorno prima li
avevano presi i fascisti a Novara. Partito per Vercelli, fino a Varallo [Pascale] era sulla macchina dei partigiani, poi venne
sul mio furgoncino. Strada facendo ci raccontò che aveva [avuto] paura [che padre Russo] fosse venuto per confessarlo
e che poi lo uccidessero [...]. Il giorno dopo io e il vice Prefetto ci siamo recati a Novara col mio furgone dal
Federale Dongo, che era d'accordo di questo cambio. Uno di nome Sella mi ha fatto uno scritto che lassù non voleva più
andare e l'altro l'avevano già ucciso sotto i
portici"16.
Così padre Russo alle prime luci dell'alba poté far ritorno al suo letto d'ospedale, soddisfatto e dolorante.
L'indomani i familiari del Magni si recarono all'ospedale per chiedere a padre Russo l'interessamento per il
proprio congiunto. Egli non sapeva cosa fare, perché a Novara le cose non erano andate come concordato, e questo
"non servì alla causa del Magni anzi irritò talmente Moscatelli che minacciò il Magni di prossima fine, gli ottenni
tuttavia cinque minuti per vedere sua moglie. Credemmo fosse l'addio della morte, usò modi e parole d'una
perfetta rassegnazione, ma d'una tristezza sì lacerante che si dovette piangere. Rientrai all'ospedale alle due di notte che
fame e che freddo. Non dormii, l'indomani all'epistola piansi tanto, quante anime soffrivano ed io non potevo far nulla
per loro. Appena terminai la messa portarono un Patriotta ferito e che dovetti accompagnare a mezzogiorno su a
Rimella. Il 30 fu prelevato dal Rosso il Cavaliere Venanzio Coda. Dopo un quarto d'ora dal prelievo (che causò sia a
Gattinara che a Lozzolo gioia ed entusiasmo) venne al mio capezzale la sua signora... si buttò in ginocchio e con le lacrime
mi chiese d'aiutare suo marito... Mi sentii tanto male e la febbre aumentò. Nel pomeriggio andai a Rimella
accompagnato dal fratello del Coda e dal cognato i quali poterono vedere il loro caro. Si patteggiò... si voleva la liberazione
di Patriotti in cambio. Il Coda scrisse a Ezio Maria Gray ed altri suoi amici ma ottenne nulla. Allora... da Moscatelli
in nome dei suoi figliuoli e per i figliuoli di coloro che lui deteneva chiesi, insistetti ed ottenni il rilascio del Coda
mediante il versamento di L. 500.000 e del Magni per L. 1.000.000. Il 1 febbraio notte queste due creature ritornarono
ai loro cari, ma non essendo amati dalla popolazione trovarono scampo ed asilo
altrove"17.
La successiva occasione di intervento di padre Russo ebbe inizio senza premeditazione: "Il 3 febbraio sera venne
a trovarmi il Dottore Aonzo Amministratore Delegato della Cartiera Italiana, ed il Signor Fresia direttore della
medesima, affinché m'interessassi al rilascio di tre tedeschi (Poppovic, Görges, Hagenmüller) ed il loro autista prelevati
al mattino all'uscita della Cartiera di Serravalle Sesia, altrimenti i tedeschi avrebbero bruciato in rappresaglia il Paese
e la Cartiera"18.
Voci di quanto accadeva a Gattinara giunsero anche ai padri bianchi di Parella. "Il P. Cays parte per Rado. In
mattinata è venuto Bosso interessare P. Cays del caso dei 3 tedeschi involati dai partigiani a Serravalle Sesia: sono i
preposti all'industria carta e cellulosa in Italia. Si spera che P. Russo che ha già liberato altri dalle mani di
Moscatelli possa ancora liberare questi. P. Paganelli infatti venuto qui ieri e partito oggi ci dice che lo scambio con altri 3
partigiani doveva effettuarsi domenica 6 c.m., ma lo scambio dice Bosso non è
avvenuto"19.
E ancora: "P. Cays è a Rado e va a
Quarona col P. Russo dove avviene alle 12 lo
scambio"20. Anche padre Russo annotò l'intervento del padre provinciale: "Di buon mattino giunse il P. Provinciale il quale, un po' allarmato di
quel che aveva sentito dire, volle constatare e così con lui stesso andammo alla Salita di Loreto dove si effettuò il
cambio"21.
Il ruolo di padre Russo fu fondamentale fino alla fine, infatti: "Come era stabilito dalle trattative, padre Russo,
accompagnato dal dottor Barone avanza verso il centro della distanza che separa partigiani e tedeschi'. Subito dopo
si fanno avanti 'Ciro', accompagnato da Frank e il tenente tedesco, accompagnato dall'interprete e da un soldato.
Giunti gli uni di fronte agli altri, il tenente tedesco si presenta, tende la mano a 'Ciro' [...]. Conclusi i preliminari,
accordatisi sul modo di fare lo scambio, il dottor Barone avanza verso il gruppo dei partigiani per prendere in consegna i tre
prigionieri, mentre un tedesco contemporaneamente ritorna indietre a prendere i patrioti da
liberare"22.
Padre Russo fece notare che: "Questo
scambio segnò nella vita partigiana una pagina storica perché
indirettamente era un segno del riconoscimento ufficiale della loro
esistenza"23.
L'esito di questa operazione fu fondamentale per il futuro della lotta partigiana nella zona, perché: "Il fatto che
i partigiani avessero avuto la forza di far ritirare la minaccia su Serravalle e di costringere i tedeschi ad uno scambio
da pari a pari ebbe un grande effetto morale e trasformò le imprecazioni al 'maledetto Moscatelli' in un 'evviva
Moscatelli, viva i partigiani'. Quanto a Cino, aveva ormai capito che i fascisti per i tedeschi non contavano niente e che
quindi per gli scambi bisognava catturare dei tedeschi. Trattare per gli scambi di fascisti era proprio inutile, nessuno li
voleva"24.
Moscatelli volle fare della macchina su cui viaggiavano i funzionari tedeschi un dono personale a padre Russo,
che la prese, ma la inviò poi al legittimo proprietario.
Anche i dirigenti della cartiera vollero dare 150.000 lire per il santuario, come ringraziamento di quanto fatto
da padre Russo.
Il 9 febbraio Moscatelli inviò, tramite un prigioniero che decise di liberare, una lettera a padre Russo per
ringraziarlo di come aveva condotto le trattative, chiedendo però anche il suo interessamento perché, come egli stava
liberando il latore della lettera, con altrettanto benevolenza si liberasse la signorina Antonietta Guasco, detenuta a Vercelli
perché sospettata di "intendersela coi Patrioti", ma che secondo Moscatelli era invece
innocente25.
Padre Russo, il 10 febbraio 1944, recapitò lo scritto di Moscatelli al capo della Provincia, con allegata una propria
lettera di accompagnamento.
L'innocenza di questa ragazza fu confermata da Basilio Alzona, padre domenicano di Trino Vercellese, con una
lettera a padre Russo. Ricevuta all'ospedale di Gattinara l'11 febbraio 1944, questa fu poi fatta pervenire dal
missionario a Morsero, il quale decise di liberare la signorina.
La conferma del riconoscimento del santuario di Rado come zona neutrale e di padre Russo quale intermediario
si ebbe anche da parte tedesca, come attesta la lettera inviata dai comandanti partigiani valsesiani "Cino" e "Ciro"
al colonnello Buch: "Prendiamo atto del riconoscimento da parte vostra di padre Russo come unico intermediario
per gli scambi. Concordiamo nel ritenere luogo neutrale il santuario della Madonna di Rado, presso
Gattinara"26.
Il 18 febbraio padre Russo ricevette un'altra lettera da Moscatelli con la richiesta di inoltrare a Morsero la
domanda di liberazione per due persone di Varallo, cosa che si affrettò a fare il giorno dopo. Significativo, per comprendere
la stima che Moscatelli nutriva verso padre Russo dopo solo due mesi dalla loro conoscenza, è l'ultima parte di
questo scritto: "Mi spiace per Lei, Padre, sopratutto
(sic) perché talvolta è costretto dal suo buon cuore a prestarsi anche
per individui che non meritano la Sua opera buona. Con devozione Suo
Moscatelli"27.
Dopo alcuni giorni di relativa calma, trascorsi all'ospedale, padre Russo annotò: "Il 26 andai a Rimella per avere
un attestato di morte dell'autista dei tedeschi; per intercedere affinché si interessasse presso i Patriotti del Biellese
del battagl. Mameli per far rilasciare il signor Giuseppe Garlanda Podestà di
Lessona"28.
Non sempre le persone mostrarono riconoscenza all'operato di padre Russo; questo caso fu uno di quelli: "Il 29
il Signor Garlanda fu liberato andai per trovarlo, ma fui ricevuto con la massima
diffidenza"29.
Il 26 febbraio, di ritorno dalla sua missione a Rimella, padre Russo visse una brutta esperienza: "Al ritorno
giungo a Grignasco fui arrestato dagli uomini del Col. Zuccheri
(sic) perché mi credevano Moscatelli travestito da frate
dopo un po' di maltrattamenti come al peggiore dei delinquenti e dopo una scaramuccia a Borgosesia (perché passò la
macchina del Rosso) fui condotto a Pray, ove
finalmente ebbi occasione di vedere Zuccheri e convinto dello sbaglio
mi ridiede la libertà, anzi mi divenne uno strumento docile per aiutare famiglie e far liberare degli arrestati. Il 27
febbraio rastrellamento in Gattinara e Borgosesia, il mio interessamento valse
poco"30.
Un esempio di come padre Russo visse quel periodo si ha in una sua testimonianza relativa ai primi giorni di
marzo: "Il 2 ritornai su... la neve era alta, dovetti fare molta strada a piedi [...]. Al ritorno ebbi occasione di sapere che
fucilavano due spie. Era una notte di luna e gentilmente mi si fece accompagnare in slitta trainata da un mulo ma vi feci
tanti capitomboli che preferii andare a piedi. Un'altra slitta trainava la benzina necessaria al ritorno. Il 4 venne il
capitano Ragonesi (sic) e gli raccomandai molti casi di arrestati in retata ma che erano brava gente. Realmente ridonò la
libertà. Il 6 per gli stessi motivi andai a Pray e Vercelli. Il Garlanda non avendo avuto alcuna richiesta da parte della
Mameli mi portò il prezzo del suo riscatto un milione per Moscatelli, non potei inviarglielo subito perché era stato
attaccato dai tedeschi e dalla Tagliamento. L'8 un'altra retata fra i quali fu preso Riccaldoni di Lenta. Il 9 per insistenza
di Cerri e i parenti del Riccaldoni andai a Vercelli e ne ottenni la
scarcerazione"31.
Il 15 marzo padre Russo scrisse una cartolina dall'ospedale al suo superiore, dicendogli che, pur avendo meno
dolori gastrici, stava molto male. Padre Cays rispose con una lettera accorata, in cui lo invitava a ridurre, fino alla
completa eliminazione, la sua attività di intermediario, asserendo che non gli era di guadagno per l'edificazione spirituale.
Non mancava a volte chi cercava di approfittare, come avvenne ad esempio a metà marzo: "Il 14 un fuoriuscito
dai Patriotti venne da me per avere il riscatto del Garlanda, pistole, bombe a mano ecc. Era un ladro e non molto
tempo dopo fu ucciso"32.
Non mancò neppure chi andò a riferire al vescovo di Vercelli calunnie e malignità che riguardavano padre Russo
e così: "Il 26 marzo Sua Eccellenza il Vescovo anzi Arcivescovo di Vercelli venne nella mia cameretta d'Ospedale
per riprendermi della mia condotta scandalosa, perché avevo in camera fiori e radio, e ricevevo donne non importa a
che ora anche durante la notte ed infine per le somme ingenti che ricevevo per il mio lavoro. Inutile giustificarmi il
mio sacrificio piaceva a Dio perché ero criticato dagli uomini e da loro
condannato"33.
Questa visita è stata confermata da Carla Cigolini Zilio che era presente: "Un vescovo arrivato da Vercelli è
entrato nella sua camera e gli ha detto che c'era odore di donne! Questo me lo ricordo bene e siamo stati tutti lì sorpresi
perché noi eravamo lì. Io mi ricordo di questo ricovero però c'erano molte donne che bazzicavano lì. La guerra non
era ancora finita. Forse lo ha detto così involontariamente perché ha sentito magari del profumo, però quelli che sono
lì che sentono?!"34.
Padre Russo scrisse quanto segue al padre provinciale, probabilmente su sua richiesta: "La prego di dire a S.
Ecc. l'Arcivescovo di Vercelli di ritirare le calunnie sorte per un banale motivo di gelosia e che comprenda ch'io fino
ad oggi sono stato solamente un sacerdote vero e lo dico a Lei come in confessione da otto mesi prima ch'io entrassi
dai Padri Bianchi ho mai commesso un peccato mortale ciò affinché sappia la pressione più o meno alta del mio
termometro spirituale. Ancora un fatto insignificante prima che giungesse il Mons. Arcivescovo, una donna ha usato tutti i
mezzi per... la forza, tutto. Io ho reagito gli ho appioppato due schiaffi talmente forti che mi è uscito il muscolo della
mano destra con un urtone l'ho appiccicata al muro e poi mi son messo il campanello in mano. Se questo è agir da
scandaloso io non so cosa fare. I fiori omaggio fattomi di gratitudini da coloro che non ho mai voluto accettar denaro, la
radio per me quanto mai noioso, anzi l'unico modo per farmi dormire, usata affinché la gente di fuori non sentisse
ciò che dentro si diceva"35.
Padre Russo, nel seguito della lettera, espose chiaramente come il suo atteggiamento esterno fosse a volte
l'opposto di ciò che stava vivendo interiormente. Questo atteggiamento gli procurerà, da parte di molti confratelli, non
poche incomprensioni e critiche nelle successive esperienze missionarie e comunitarie: "Se poi a dir loro ho una faccia
piacente un bel fratino, che parla e scherza con disinvoltura, mi rincresce dirlo è a mio onore perché ho dovuto soffrire
soltanto nel mio intimo nella mia anima per il mio Signore e agli altri ho dato e do l'espressione più gioviale e
non curante del mondo. Non è amor proprio ma parlo al mio superiore al quale non dev'essere nulla
sconosciuto"36.
Il 30 marzo padre Russo fu dimesso dall'ospedale. Era particolarmente entusiasta e scrisse una lettera al padre
provinciale, ricordando la prossima ricorrenza della sua ordinazione sacerdotale e come, nonostante tutto, avesse il
morale alto pur non godendo ancora buona salute: "Finalmente il 30 lasciai l'Ospedale, dove vi ero entrato che
potevo camminare coi miei piedi e ne uscii che non ero capace di fare un
passo"37.
Nella successiva lettera inviata a padre Cays, padre Russo spiegò le presunte cause del suo peggioramento:
"Circa l'ultima cura fattami subire (comprendo
adesso che v'è un affare losco sotto) mi spiego: per farmi le iniezioni che
mi han fatto avrebbero dovuto anzitutto analizzare le feci (cosa che non fu fatta) e poi iniettarmi il liquido non più di 6
cc al giorno, invece me ne iniettavano 10 cc (al terzo giorno già non resistevo più - dolorissimi - non potevo più
articolare le gambe, inappetenza). Colui che ha prolungato
la mia giacenza ha ricevuto L. 50.000 (resta fra me e Lei e
basta). Questa cura mi è stata fatta qualche giorno prima ch'io avevo deciso di lasciare l'Ospedale. Perdono tutti e
di cuore. Non mi si può fare attualmente alcuna altra cura finché questi medicinali non siano usciti. Però l'appetito è
ritornato le gambe le muovo più facilmente i dolori diminuiti un progresso cè
(sic) ma non la
guarigione"38.
Venne mandato a fare la convalescenza "nella casa di salute di Ghiffa sul lago
Maggiore"39, ma a causa di forza maggiore gli cambiarono la destinazione: "Dopo aver passato qualche giorno a Pallanza (a Ghiffa tutte le camere
erano occupate) si è recato a Zumaglia per la
convalescenza"40.
"[...] anche qui ricominciano le affluenze il giorno di Pasqua vengono da Quarona per intercedere la liberazione
del loro paese che dev'essere raso al suolo in rappresaglia all'uccisione dei 5 militi avvenuta al ponte
dell'Addolorata. Telefono a Vercelli. Va bene tutto procederà per il meglio e ritornano contenti. Viene una signora di Trivero perché
gli hanno arrestato il marito"41.
E il diario di Rado prosegue: "La vicinanza dei ribelli e l'affluenza di gente che si recava a Zumaglia per
essere aiutati lo decisero a cambiare residenza: ritorna a Pallanza, dove nessuno va ad
inquietarlo"42.
Il 14 aprile mandò a padre Cays una cartolina in cui diceva di vivere un momento di particolare
sconforto perché si sentiva inutile. Nella successiva missiva del 17 aprile il missionario spiegò meglio al padre provinciale la
situazione vissuta a Zumaglia: "Ho dovuto lasciare Zumaglia dove ero andato per ministero, ho lavorato tanto, tre prediche
al giorno, tutto il resto molte, molte confessioni, a dire del Parroco mai avute tante in trentatré anni che si trova in
quel posto. Venivano molti a trovarmi in macchina, a piedi ecc. non era più per me un locale di riposo ma di super
lavoro. Deo gratias"43.
Di ciò ne stava ancora portando le conseguenze: "Dacché sono giunto però sto fisicamente male causa lo
strapazzo avuto a Zumaglia febbre, tossaccia, dolori soliti, e quel di più dovuto forse a l'intossicazione dei medicinali presi
in Ospedale, un'eruzione di
foruncoli"44.
Nei primi giorni di maggio padre Russo si recò a Milano ed ebbe un proficuo incontro con un responsabile
dell'esercito germanico: "4 maggio a Milano in via Telesio 8 ottengo dall'alto funzionario tedesco l'abolizione
dell'obbligatorietà della prestazione di manodopera per la Germania, fu una discussione lunga e laboriosa, ma ciò che gli faceva bene
era il pensare che se fosse caduto nelle mani dei Patriotti poteva utilizzare una tavola buona di
salvezza"45.
Il 4 maggio, da Milano, scrisse una cartolina al padre provinciale in cui parlò solo di "eccellenti conoscenze" e
dove asserì, riguardo la sua situazione di salute, di considerarsi ancora malato e non convalescente e che pensava di
tornare a Rado alla fine di maggio.
Il suo superiore il 15 maggio rispose manifestando il proprio disappunto per una assenza troppo prolungata
dalla comunità: "Temo che tu abbia più a perdere nel morale, che a guadagnarne nel
fisico"46.
Intanto, tornato sul lago Maggiore, il 17 maggio padre Russo prese la patente di
guida47.
Il 23 maggio ritornò a vivere in comunità nel santuario della Madonna di
Rado48, giusto in tempo per essere
presente all'arrivo del gruppo di suore che padre Cays aveva deciso di mandare al santuario, per affiancare la comunità dei padri bianchi.
Appena rientrò in santuario, padre Russo venne subito coinvolto in tutti i particolari avvenimenti quotidiani
della zona: "Il 27 devo intervenire presso il Federale Dongo di Novara per fare sospendere il fuoco, su Grignasco, per
rappresaglia. Il 29 a Novara chiedo a Dongo [...] di far rimettere in libertà il signor Riva Vercellotti. L'indomani Riva
era a casa. Il 4 giugno notte un pugno di Patriotti svaligiano la casa di Cerri e vi mettono tutto a soqquadro.
Ne ottengo la riparazione"49.
Nel diario della Casa dei padri bianchi si riscontra la conferma di quanto scritto da padre Russo: "Da un certo
tempo i Patrioti o ribelli fanno frequenti visite a Gattinara [...]. Il Cav. Coda è stato prelevato e poi messo in libertà
(per interessamento di P. Russo) dopo pagamento di mezzo milione [...]. In pieno mezzogiorno, la piazza piena di
gente, i carabinieri vengono disarmati dai ribelli e Galli, guardia municipale, schiaffeggiato. I carabinieri partono con i
ribelli: si danno anch'essi alla macchia. Nel pomeriggio i ribelli vengono a bruciare gli archivi della caserma e la
popolazione porta via gli utensili di cucina e tutto quanto si trova in caserma, rimangono in paese fino a quasi mezzanotte banchettando e danzando colla
popolazione"50.
I giorni si susseguirono velocemente, così pure i suoi impegni: "L'11 andai ancora su con Bertotto, Giletti e
Silvano, i Partigiani (così si chiameranno ormai) del biellese volevano la morte di Gilletti
(sic) ed allora si voleva discutere la cosa ma con nessun esito. Moscatelli mi disse fra parentesi dì a Giletti che paghi 5 milioni per l'opera
Partigiani vedrai che poi le cose andranno meglio. In Gattinara e altrove i presidi dei carabinieri passano in armi e bagagli
ai Partigiani. La sera veniva prelevato a Trivero il Signor Mario Zegna e veniva in seguito rilasciato ma non
sapendo questo esito favorevole il 12 il com. Bosso da Parella mi pregava ad interessarmi a qualunque
costo"51.
Quest'ultimo episodio è confermato dal cronista del seminario di Parella: "P. Cays viene chiamato dai Bosso
urgentemente... C'è che a Trivero i ribelli, gruppo autonomo, hanno preso il Sig. Zegna papà della loro nuora Ada, ieri
sera alle 7.30. Si chiede al P. se il P. Russo non potrà fare qualcosa per lui da Gattinara. Il P. Cays telefona al P. Russo
che accetta; intanto ci volle tutta la mattinata per discutere e aspettare la comunicazione... speriamo in
bene"52.
Il sequestro di Mario Zegna si risolvette velocemente: "Bosso fa sapere che Zegna di Trivero è stato liberato. P.
Russo pur intervenuto trovò la cosa già fatta. Avevano chiesto 20 milioni di riscatto! I bravi ribelli si accontentarono
di 300 mila lire"53.
Ancora: "Il 13 i Partigiani a Gattinara prelevano un gendarme stradale tedesco in motocicletta. Il 15 Moscatelli
mi invia il suddetto ma in cambio vorrebbe Paglietta... ma a Vercelli non ottengo nulla [...]. Il 16 a Vercelli veniva
arrestato Cerri dall'Ufficio Politico Investigativo subito feci di tutto per tirarlo fuori ma vi riuscii solo il 19 e meno
male che a ciò mi aiutò il Maggiore Colamussi. Mentre Cerri veniva arrestato i Partigiani a Gattinara volevano portargli
via il camioncino [...] ed allora appena tornato da
Vercelli su in montagna [...] basta tutto va bene ed in casa Cerri
montano la Guardia i partigiani
stessi"54.
Lo scambio tra il gendarme tedesco e Paglietta fu accompagnato da una richiesta scritta recapitata a padre Russo.
Il 18 giugno avvenne uno scontro cruento tra partigiani e truppe nazifasciste, che si concluse con gravi perdite
per queste ultime: "La pressione di fronte e sul fianco sinistro aveva insomma costretto i fascisti a ritirarsi e a farli
cadere proprio sotto il fuoco di quelli che erano appostati a tergo 'per il colpo di grazia'. Anche se poi le cose non erano
andate così lisce come avrebbero dovuto, perché il Bruno e gli altri stavano bloccando la strada per Biella e quelli
invece avevano infilato la strada che porta a Vercelli; così i partigiani erano stati costretti a fare una gran corsa
per cercare di bloccare quella strada ed erano giunti appena in tempo per investire l'ultimo camion che passava sulla
carrozzabile di fianco, con un intenso fuoco ravvicinato, ciò che fece carneficina. Così 25 li hanno 'funeralati' a Milano e il
resto chissà dove li hanno portati su quei camion che grondavano sangue da tutte le parti. Complessivamente c'erano
stati 42 fascisti tra morti e feriti, con 27 morti accertati; e 2 morti e 3 feriti tra i
partigiani"55.
Il santuario di Rado fu coinvolto direttamente in questo episodio, perché i nazifascisti vi si fermarono
passandoci davanti durante la fuga verso Vercelli: "Quattro camion di soldati repubblicani e tedeschi s'incontrano vicino al
paese coi ribelli, avviene una sparatoria, i ribelli hanno 3 morti, i republ. un morto ed un ferito. Questi sono obbligati a
ritirarsi, hanno paura, alcuni scappano, altri non osano neppur mirare i ribelli, sparano a casaccio dietro i rialzi dei
camion. I republ. si fermano dinanzi al santuario, inseguiti dai ribelli che sparano dietro il santuario: bussano al
santuario, vogliono entrare. Si apre loro; nel frattempo arriva il quarto camion,
che era stato bloccato dai ribelli e ripartono per Vercelli. A Gattinara la popolazione fa grandi ovazioni ai
ribelli"56.
L'indomani i militi ritornarono in forze e fecero bombardare il paese. Fu questo uno dei giorni più dolorosi
per Gattinara: "Bombardarono il paese cogli apparecchi e subito dopo con autoblinde mitragliarono il paese.
Crollarono 6 case, ci furono 10 morti, molte bombe rimasero
inesplose"57.
Racconta un testimone, l'allora quattordicenne Silvio Albertinetti: "Ero a lavorare in un campo vicino alla
Madonna di Rado. Vediamo nella curva fermarsi delle camionette con i fascisti e hanno messo giù una mitragliatrice in
mezzo alla strada e poi dopo nemmeno una mezz'oretta abbiamo cominciato a sentire i tre aeroplani che giravano. E
hanno cominciato a mitragliare sopra il paese e poi una bomba è caduta in casa Bonola [...]. Dove c'era il Cominazzi
era caduta un'altra bomba, c'era un buco e tutte le macerie. Poi è cominciata a venire fuori la gente. Dopo un quarto
d'ora che ero sopra alle macerie, c'era diversa gente lì, arriva un'autoblinda. È arrivata in piazza e ha sparato un
colpo. Allora un fuggi fuggi generale e io sono scappato verso casa. Poi abbiamo saputo che [altre] due [sono cadute]
fuori in mezzo ai campi, sui prati per andare al Sesia. E meno male che le han lasciate fuori perché, se cadevano tutte
in paese, Gattinara era pulita. Il pilota le ha buttate fuori apposta, credo, perché è difficile sbagliare il paese. Una di
quelle due non è esplosa. E anche un'altra: ha bucato tetto, pavimenti e c'era un ragazzino seduto in casa, l'ha sfiorato
ma non è scoppiata. E io cercavo il nonno, ma il nonno era andato sopra in collina e aveva trovato i partigiani. E
dalla collina i partigiani sparavano agli
aeroplani"58.
Molto interessante è la descrizione di questi fatti che i padri riportarono nel diario della Casa di Rado: "La gioia
è di poca durata! Il capitano tedesco, comandante la piccola spedizione di ieri era rientrato a Vercelli irritato.
Ritorna oggi alle 8.30, con due camion e un autoblinda: ha con sé tre italiani, un russo, gli altri sono tedeschi. Si fermano
ad un centinaio di passi dal santuario e alzano la bandiera. Nel frattempo appaiono alcuni
stukas e bombardano in picchiata il paese, gettando una cinquantina di bombe e mitragliano. Padri e novizi, dopo il bombardamento ci
rechiamo a Gattinara con gli arnesi di lavoro per estrarre i morti. Dopo mezzogiorno riappaiono in paese i camion tedeschi
che ritornano da una perlustrazione nei paesi vicini. Il capitano ci fa salire e ci conduce al santuario, dove offriamo a lui
e ai suoi soldati un po' di minestra calda, marmellata e pane, indi ritornano a Vercelli. Ritorniamo a Gattinara per
continuare il lavoro di
disseppellimento"59.
Si può qui notare l'alto spirito imparziale di padre Russo ed in generale dei padri bianchi, i quali riuscivano ad
aiutare i partigiani, la popolazione e nello stesso tempo ad accettare in santuario i tedeschi anche offrendo loro da
mangiare.
Continuavano le corse di padre Russo: "Il 21 a Novara per far rilasciare il Parroco di Campertogno Don Cortellini. Il 27 i Patriotti del Biellese arrestarono il Bertotto Giuseppe podestà di Valle Mosso ed il segretario comunale. Il 28 mattino il Com. Ercole venne al santuario, mi mise al corrente della cosa m'interessai subito... ma ormai
era troppo tardi l'avevano ucciso la sera stessa del prelievo. (Alle volte i partigiani furono eroi ma altre volte ladri e
assassini). Ebbi tuttavia il duro mestiere d'avvertire il fratello e di recuperarne la
salma"60.
A fine giugno i fascisti catturarono i membri della segreteria della Federazione comunista di Novara: "Per strapparli alla morte c'è una sola via, catturare degli ufficiali tedeschi e proporre lo scambio. [...] Il 1 luglio, vigilia
dell'attacco tedesco alla Valsesia libera, padre Russo veniva al nostro comando, annunciando che i tedeschi dichiaravano
di voler trattare e chiedevano l'elenco dei nomi dei partigiani da liberare. Indicammo ventitré nostri compagni, tra i
quali i membri della segreteria della Federazione comunista clandestina di
Novara"61.
Padre Russo così ricordò questo avvenimento: "Mi misi al lavoro il Comando di Monza accettò il cambio. Il 2
luglio i tedeschi sferrarono l'attacco nella zona, ed i Patriotti fecero saltare ponti ecc. Quel giorno dovevo dire la
Messa a Borgosesia così la sera del 4 luglio mi si dovette trasportare l'auto da un ostacolo all'altro ed infine giunto a
Romagnano mi si voleva tenere in arresto. Ma finalmente mi lasciarono col divieto di trattare il cambio [...]. In quella
giornata avevo ottenuto la 1100. Il 5 luglio sotto una pioggia torrenziale e con una tregua di 6 ore il cambio si
effettuò"62.
Rispetto agli accordi intercorsi, mancavano due persone di quelle richieste dai partigiani; Moscatelli scrisse
allora una lettera in cui chiedeva ai tedeschi una dichiarazione di intenti per la loro futura liberazione e formulò pure
per iscritto dettagliate modalità su come avrebbe dovuto essere effettuato lo scambio.
Dopo questo ennesimo episodio, padre Russo appuntò: "Moscatelli mi regala il necessario per pagare la 1100
Fiat. In questo periodo fui arrestato a Cossato [...]. Ogni giorno era un via vai continuo e bisognava ascoltare tutti e per
tutti avere una parola, quante volte dovetti saltare i pasti o le
notti"63.
Il mese successivo la situazione non cambiò: "Il 1 agosto a Brusnengo i Repubblicani prelevano nove partigiani
ed a loro volta i Partigiani prelevano nove ostaggi, dopo interessamento i partigiani rilasciano gli ostaggi. A
Borgosesia vengono prelevati ostaggi perché a Romagnano i Partigiani il 21 luglio avevano prelevato un certo Zanarola, per
non far soffrire innocenti mi metto alla ricerca. Il prelevato è morto ne ottengo la salma ed il 5 agosto lo porto a
Borgosesia (che scene le Brigate nere oltre a rubare ecc. violavano le ragazze favoreggiatrici dei partigiani, insomma
sozzure nefandezze)"64.
L'affaticamento incise inevitabilmente sul fisico già gracile di padre Russo, che il 4 agosto scrisse una lettera al
padre superiore nella quale, oltre a descrivere l'avanzamento dei lavori della casa, disse di non riuscire a ricavare né
spazio né tempo per un po' di pace per sé, trascurando non solo la propria salute e accusando forti dolori di testa e di
stomaco, ma anche la preghiera. Per questo chiese il permesso di trascorrere un tempo di cura e di riposo a Pallanza.
Padre Cays non ebbe neppure il tempo di rispondere, perché il 6 agosto padre Russo fu colpito da un forte attacco
di appendicite.
Il 7 agosto Moscatelli fornì a padre Russo un salvacondotto che gli permetteva di circolare liberamente nella
zona controllata dai partigiani, per continuare a svolgere le sue funzioni di mediatore e di cura pastorale delle anime.
Le cure mediche domiciliari non ottennero l'effetto sperato ed il giorno dopo padre Russo fu ricoverato
all'ospedale per essere operato.
Il 10 dello stesso mese scrisse un'altra accorata lettera al padre provinciale, chiedendo l'esonero dalle mansioni
di economo della comunità, dichiarando di sentirsi logorato anche psicologicamente a causa delle grandi prove
vissute, prevedendo, per rimettersi completamente, la necessità di vivere almeno due anni nella tranquillità e senza
preoccupazioni, e rinnovando la richiesta di recarsi sul lago Maggiore.
L'11 agosto il redattore del diario della comunità di Rado annotò: "P. Russo migliora regolarmente, nella serata
un po' di febbre: ha sempre visitatori, parla e si stanca. Stamani alle 5 sono venuti al santuario presso a poco ottanta
soldati tedeschi con qualche milite repubblicano, hanno bivaccato nel cortile: dei gruppi facevano perlustrazione nei
villaggi vicini per prendere ribelli. A mezzogiorno abbiamo offerto un piatto di minestra calda a tutti. Nel
pomeriggio sono partiti"65.
Tra i visitatori a cui si riferisce il cronista, c'era sicuramente qualcuno che chiedeva a padre Russo un
particolare interessamento per evitare una rappresaglia ai paesi di Ghemme e Sizzano, in provincia di Novara. Padre Russo
l'11 agosto scrisse, su carta intestata dell'Ospedale degli Infermi Giovanni Battista di Gattinara, una
lettera66 a Franco Moranino "Gemisto", l'allora comandante della
50a brigata d'assalto "Garibaldi", chiedendogli di liberare gli ostaggi
tedeschi scambiandoli con prigionieri partigiani, onde evitare ripercussioni sulla popolazione civile dei due paesi novaresi.
Il comandante partigiano il 16 agosto rispose con uno
scritto, dichiarandosi disponibile e formulando delle
precise richieste di precedenza tra le persone da
liberare67.
Si nota che, nelle lettere redatte da padre Russo, spesso c'è una sorta di contrapposizione tra il tono di quelle
che scrive al padre provinciale, le quali sembrano quasi delle confessioni, e quelle invece formulate ai vari comandi
partigiani o responsabili nazifascisti per intercedere e mediare la salvezza di vite umane.
Il 15 agosto padre Russo, dimesso dall'ospedale, si recò al santuario di Rado: "[...] non soffre, ma è molto
indebolito. La gente non gli dà tregua, viene per essere aiutata da vessazioni e
ingiustizie"68.
Il giorno successivo "parte per Pallanza, dove passerà nella tranquillità e nel riposo qualche
settimana"69.
Il 28 agosto inviò una lettera a padre Cays, in cui comunicò che la propria salute migliorava e rinnovò la richiesta
di esonero dalle mansioni di economo, nonostante padre Isola non fosse favorevole alle dimissioni, confidando
nella divina Provvidenza per le varie necessità della comunità.
La permanenza del missionario a Pallanza durò più di quanto fosse previsto, perché il decorso della
convalescenza fu altalenante, come si ricava da alcuni scritti da lui inviati, in quei mesi, a padre Cays e dagli appunti nel diario
della Casa di Rado.
Nel primo biglietto, senza data, padre Russo ringraziò per l'accettazione delle sue dimissioni da economo del
noviziato di Rado e riguardo la propria salute disse: "Per me le cose non vanno ancora bene oltre l'emicrania ho
l'insonnia, ma il Signore avrà pietà di me e un bel momento a furia di pazientare mi ridarà quel benessere fisico atto alla
mia Africa"70.
Nel secondo, del 4 novembre, la sua salute sembrava leggermente migliorata: "Dopo un periodo di
peggioramento adesso comincio a sentirmi meglio i dolori di testa e di ulcera sono rari. La ferita essendovi un coaculo
(sic) di sangue alle volte mi dà delle sincere fitture sopratutto
(sic) dopo un po' di strapazzi. Ma in genere migliora e così
va bene"71.
Ma il mese successivo la salute di padre Russo peggiorò di nuovo, come si legge nel diario del noviziato di Rado: "P. Lorini
va a Pallanza per far visita a P. Russo, che scrive cattive notizie sulla sua salute. Questo caro confratello dopo tante
sofferenze non vede la miglioria tanto desiderata, ma piuttosto un
peggioramento"72.
Il terzo scritto è un piccolo biglietto di auguri natalizi prestampato, in cui padre Russo aggiunse alcune notizie che
lo riguardavano: "Soffro tanto e la testa non mi regge, ma prego anche per Lei e la provincia
tutta"73.
Dopo le feste natalizie, padre Russo rientrò a Rado: "Il 12 gennaio 1945 parto da Pallanza, quanta neve per la
strada passo per Arona, Borgomanero, Momo, Ghemme, Romagnano
Gattinara"74.
Il suo ritorno è annotato anche nel diario della comunità: "Nel pomeriggio arriva P. Russo: esteriormente sta
molto bene, continua ad aver mal di testa ed a sentire dolori dell'ulcera, però sia l'uno che gli altri sono ben
diminuiti"75.
Durante la sua lunga assenza dalla comunità di Rado devono essere accaduti degli avvenimenti che incrinarono
il buon rapporto tra i confratelli. Il missionario ne parlò nel
post scriptum di una lettera senza data inviata al padre
provinciale poco dopo il suo ritorno; in essa egli diede sfogo alle proprie impressioni negative. Padre Cays rispose
con uno scritto non più reperibile. Se ne intuisce il contenuto leggendo la risposta di padre Russo: "La sua alquanto
paterna, e la figura simpatica di Padre Gentili mi han fatto piacere. Sappia ch'io ho nulla contro di Lei come Le dirà
P. Gentili [...] certo ero seccato e sarò stato irruente nella
forma"76.
L'attività extra comunitaria venne immediatamente ripresa da padre Russo: "A Gattinara giunge molta truppa
Italo Tedesca. Due partigiani feriti han trovato riparo nella comunità ma l'opera di spionaggio serpeggia e non
vogliono nuocermi. Il 13 sono in pieno lavoro a Gattinara prima del mio arrivo erano state operate retate dai Paracadutisti
che presidiavano Romagnano. Mi metto in rapporti coi diversi presidi certo che i Gattinaresi non saranno fucilati. I
due partigiani vedendo la loro posizione intenibile per non nuocermi s'arrendono in mia presenza li trattano con la
massima delicatezza e premura (ma appresi in seguito che li maltrattarono e li inviarono in Germania in un campo di
concentramento... lealtà
tedesca)"77.
Questo è uno dei periodi di maggior lavoro svolto da padre Russo come intermediario: "Il 16 il presidio di
Romagnano impone un servizio d'auto alla macchina del Bertotto, il
Livio78 mi prega d'andare con lui così vado a
Borgosesia dove mi vedo con don Enrico Nobile, vedo anche il tenente Pisone
(sic) passato al servizio tedesco che è ferito,
poi vado a Quarona presso la famiglia Zignone, infine a Varallo al convento dei Frati Minori (dove pranzo) per
prendere il Padre Giulio e poi il Reggente
di Romagnano e così a Boca dietro il cimitero per trattare col Pesgu circa il
cambio di due della Folgore. Per i Partigiani il Padre Giulio è una spia quindi l'aria è glaciale (malgrado che ci fosse
tanta neve). Ritorno a casa ma desiderano parlarmi l'Ingegnere Aimone e l'Ing. Cuniberti, ritorno a Gattinara [...] La
sera ero semplicemente stanco"79.
I gruppi partigiani ben collegati fra loro a volte fecero azioni mirate, anche in zone lontane da Gattinara, per
poi poter effettuare scambi tramite padre Russo. Per lui fu un continuo susseguirsi di situazioni critiche da risolvere.
Egli cercava di fare del suo meglio per tutti: "A Gattinara gente mi attende all'entrata del paese, hanno arrestato Riva
Vercellotti, Ferrero, ecc. ...e allora dai Tedeschi, ma i signori sono a mangiare bisogna venire più tardi. Nel
pomeriggio ottengo la liberazione di tutti. Il 18 viene Riva a ringraziare [...]. Il 19 vado a Vercelli [...] le autorità italiane mi
trattano con vera premura e
cordialità"80.
Il 20 gennaio avvenne un altro fatto che creò problemi nel paese di Lenta, ma padre Russo si adoperò per porre
rimedio: "A Lenta i ribelli prelevano un ragazzo di 14 anni aggregato alla Ss italiana ed allora se entro 24 ore non
sarà restituito la Repubblica preleva 20 ostaggi [...].Viene una commissione di Lenta per sollecitare interessamento, ed
allora su un biroccino in cerca del granatiere... quanto freddo, risultato nessuno. Sulla strada i liberatori bombardano carri
e cavalli. Il granatiere non vuole ritornare e per facilitarmi il lavoro mi scrive una dichiarazione da portare al suo
comandante. (È un povero ragazzo pieno di rogna ma senza nessuna idea personale eccetto quella dell'ambiente dove
si trova meglio). Il 23 vado a Roasio al comando della Ss... Bene i lentesi siano in pace, però bisogna vedere il
ragazzo e dichiari dinanzi due testimoni della libertà del suo giudizio perché è un minorenne [...]. I lentesi mi accolgono
con gioia e battimani e per di più fanno un omaggio di generi alimentari al Santuario. Il 24 al Santuario vi sono Ss
Tedesca e Italiana, Partigiani ed il ragazzo in questione, il quale riaffermò la sua opinione di voler essere un partigiano e
nulla più. Nel frattempo i Partigiani gioiosi della tregua che accordavano le discussioni brulicavano sulla strada
provinciale presso Lenta da dove passa una macchina tedesca la quale non conoscendo le condizioni di tregua prelevò un
partigiano ed allora finì in una sparatoria ecc. Povero me ancora altro lavoro devo restituire il partigiano. Smonto il
presepio tiro fuori la macchina [...]. Il 26 in cerca del partigiano ma bisogna andare a Valle Mosso. Il 27 a Valle Mosso
[...] molte parole poche effetto il partigiano non c'è. A Cossato rischio d'essere arrestato per una confusione di
segnalazione [...]. Il 29 vado a Novara dove il Vescovo reiteratamente mi aveva invitato ad andare. Che buon Papà mi
accoglie benone è contento mi elogia e mi incoraggia in questa mia difficile opera d'Apostolato ed è contento di dirmi
che in tutti gli ambienti godo la massima stima e fiducia quello che faccio io è sempre ben fatto. Anzi mi confida che
ha bisogno anche Lui d'acquistare punteggio e desidera ch'io mi vi adopri innanzitutto facendo di tutto per realizzare
il cambio del Maggiore Marino Marini asso dell'aviazione italiana e anche del Magg. Tedesco Mets. Ed intanto Lui
stesso mi accompagnerà dal Questore, dal capitano della gendarmeria Zug, quest'ultima mi rilascia il partigiano
prelevato a Lenta. Tratto con questo capitano dei cambii, della liberazione dei Gattinaresi e mi promette tutto bene. In
episcopato sono chiamato per telefono a Vercelli per comunicazioni urgenti. Si vuole inoltrare il cambio degli ufficiali tedeschi. Riporto a Landiona il Partigiano Bortoli festa. (I partigiani hanno prelevato tre ragazze supposte spie, ma
credo che esagerino)"81.
Nella lettura di questo episodio risalta la fiducia e stima che il vescovo di Novara nutriva nei confronti di padre
Russo in contrapposizione all'atteggiamento del vescovo di Vercelli.
Il 31 gennaio, in seguito ad una lettera di Moscatelli che lo invitava ad occuparsi dello scambio di prigionieri
tedeschi con alcuni garibaldini, i cui nominativi avrebbe dovuto ricevere dal parroco di Fontaneto d'Agogna, padre
Russo intraprese un breve viaggio: "[...] col Silvano,
vado a Fontaneto... vedo Pesgu ecc. Tante parole promesse, ma tutti
si interessano a imbrogliare la matassa. Passo dal lago d'Orta non l'avessi mai fatto entro in piena zona di
rastrellamento. Finalmente giungo a Pallanza da dove telefono a Novara bene le condizioni del cambio sono accettate. Sbrigo per
creare dei documenti falsi a Silvano. Il 1 febbraio documenti pronti ed allora si riparte per Arona ma ancora a Momo,
Fontaneto, non troviamo nessuno coi quali bisogna parlare, perdo un po' la pazienza. A Fara sono fermato ma al mio
nome fanno ossequio e riparto. A casa tardi stanco e affamato. Trovo nominativi che devono essere fucilati. Il 2 vado a
Vercelli per impedire o almeno prorogare fucilazione in vista delle trattative. A Novara Don Sisto è in carcere. Nel
pomeriggio riporto due ragazze di Quarona prelevate dai Partigiani tempi
fa"82.
Ai primi di febbraio avvenne un altro piccolo imprevisto: "Il 5 febbraio vado a Brusson in Val d'Aosta per
riportare a Gattinara il Comm. Bertotto. Sull'autostrada i tedeschi mi prendono una ruota di
scorta"83.
Ritornato a Rado padre Russo scrisse a Ciro rammaricandosi di non aver trovato il parroco di Fontaneto né le
altre persone che avrebbe dovuto incontrare; questo documento non è reperibile, ma se ne intuisce il contesto dal lungo
scritto che Ciro fece pervenire a padre Russo il 4 febbraio tramite don Enrico, con un lungo elenco di persone che
risultavano in mano ai nazifascisti di cui si sarebbe voluta la liberazione.
Padre Russo incontrò don Sisto dopo la sua liberazione, ma quest'ultimo non era più in possesso degli elenchi
dei prigionieri utili per completare quelli mandati al missionario da Moscatelli, così egli cercò il modo di verificarne
l'esattezza di persona: "7 febbraio, Don Sisto viene liberato, però non ha più nessun elenco, ritorna ai monti. Vado a
Novara e tratto ma sopratutto (sic) urge vedere se gli elenchi forniti da Ciro corrispondono e così fò di tutto per
andare alle carceri dove apprendo che molti al momento d'esser liberati venivano inviati in Germania ed altri si
trovavano nelle carceri senza essere noti ai comandanti [...] intanto mi interesso per i Gattinaresi, le autorità italiane sono
disposte a rilasciarmeli ma i tedeschi si irrigidiscono sempre più perché a Romagnano il presidio della folgore tessé
per ognuno di loro un verbale talmente grave da meritare il peggiore dei
trattamenti"84.
"Ancora il 7 febbraio. Insistenze d'ogni parte per il Maggiore Marino Marini e per quello tedesco. In
episcopato (dove alloggio) è un via vai continuo di persone che il Vescovo tiene ch'io ascolti e aiuti, pazienza. Telefonate...
insomma lavoro non manca. Nel pomeriggio devo andare ad Arona per ritrovarmi la sera a Novara e continuare le
trattative. A Bellinzona fondo le bronzine e allora
pazienza"85.
Dopo alcuni giorni ripararono l'autovettura e così padre Russo riprese i suoi viaggi: "Nel pomeriggio del 12
febbraio finalmente la macchina è pronta e posso ritornare a Novara. Il capitano della gendarmeria Zug è ben disposto e
mi regala tre Gattinaresi. Malgrado che il Vescovo vorrebbe ch'io andassi a colloquio col capo della Provincia
preferisco data l'ora avanzata (già le 20) di ritornare a Gattinara a rendere felice tre famiglie. Il 13 ritorno a Novara tra
capo della Provincia e gendarmeria Zug che si vorrebbe la liberazione immediata del figlio di un generale, cerco di
tirare tutto per la liberazione dei Gattinaresi. Bene accordato. Nel pomeriggio - ahimè - il figlio del Generale e altri tre
della folgore erano scappati. Poveri Gattinaresi è inutile sono scarognati però né loro né i parenti hanno mai pensato che
mi fossi adoperato, ma se non sono riuscito il Signore là
(sic) permesso affinché maggior gloria ne fosse a Lui e a
me calunnie e disprezzo"86.
L'intervento di padre Russo per la liberazione degli ostaggi venne richiesta anche in altre zone limitrofe, come
nel Biellese e, a volte, non perdette occasione di esercitare il proprio carisma sacerdotale: "Il 16 febbraio faccio
l'ecomo (sic) procuro le provviste per parecchi mesi. Nel pomeriggio devo andare (per trattare la liberazione di ostaggi di
Trivero) a Masserano ove vi è il Comando tedesco volante ma è giuoco forza andare a Vercelli dove lavoro ed insisto
per il cambio. (I nove ostaggi poi vennero rilasciati ed il Conte Ermenegildo Zegna mi inviò L. 20.000 in omaggio). Il
17 faccio il sacerdote. La mia condotta ed il mio disinteresse avevano fatto presa fra i Folgorini di Romagnano e in
occasione della morte di uno di loro (per accidente d'armi in caserma stessa) vollero confessarsi da me e solo ed
esclusivamente da me. Vedere quest'esseri fieri, sprezzanti del pericolo, senza coscienza alle volte, prendere quell'aria di
compunzione e dire come piccoli i loro mancamenti mi colpiva. Oh! come è bello essere Sacerdote poter ridare alle
anime la gioia di vivere, la grazia del perdono. A casa mi attendevano
Gray87, Silvano, Don Lippi ed altra gente. Il
cambio vicino aumenta il lavoro"88.
Fecero seguito giorni veramente gravosi per padre Russo, fu un andirivieni continuo tra le varie formazioni
partigiane, l'episcopato di Novara, le prefetture di Novara e Vercelli per definire accordi e prelevare i vari ostaggi. Si
riportano solo alcuni dei passaggi più significativi: "Il 19 febbraio a Lozzolo dove sono ospite del comandante
della Strisciante Pietro Rastrelli ed altri partigiani della prima ora [...]. Marino Marini è lì vicino ed allora prego il
comandante di rilasciarmelo in anticipo cioè prima della data ufficiale impegnandomi a risponderne di persona (per
iscritto) se avvenisse qualche maldestro. Ci tenevo a fare quest'atto per provare al Vescovo di Novara ch'ero sensibile alle
sue premure e alle sue pene, certamente questo mio gesto gli rimeriterà la stima delle autorità. Ottengo il Marino
Marini, che porto al Santuario dove casualmente si trova pure il Cappellano Militare del suo gruppo, ed allora io riparto
in cerca del Maggiore Tedesco... che infine fra fango nebbia e umidità lo trovo nei pressi di Fontaneto e
Borgomanero (Pian Rosa) ed allora dopo le formalità d'uso ritorno al Santuario per prendere il Marino Marini ma era già
partito alla volta di Novara. Via per Novara, direttamente dal Vescovo poi in Prefettura ove ritrovo il Marino Marini ci viene
offerta una cena e verso le undici possiamo rimetterci a
letto"89.
Quando il 22 febbraio padre Russo rientrò in noviziato, trovò una missiva datata 20 febbraio 1945 in cui Ciro
gli comunicava di aver avuto informazioni riguardo un tentativo da parte del comando tedesco di fingere lo scambio
per cogliere di sorpresa i partigiani; lo pregava perciò di fare molta attenzione nell'organizzare l'incontro per lo
scambio. Il missionario non si scoraggiò, proseguì il lavoro per promuovere l'incontro, ed appuntò: "Il 23 febbraio, notte
tempo sono svegliato perché cominciano ad affluire i prigionieri per il cambio. Poveri ragazzi sono abbrutiti sporchi
pieni di pidocchi che festa mi fanno la loro gioia è quella della vigilia della liberazione. Il 24 molti s'accostano ai
sacramenti. Viene Don Enrico mi mette al corrente di tante beghe, deficienze ma non ci resta che pregare. Desidera
ch'io faccia scambiare un partigiano di Borgosesia ritenuto a
Torino"90.
Ancora il 26 mattino padre Russo ricevette una missiva del 25 febbraio mandata da Moscatelli, con centomila lire
e ulteriori ragguagli e suggerimenti utili, sia per lo scambio in corso che per i successivi.
Lo scambio fu concordato per il 28 febbraio, ma trascorsero altri due giorni di febbrili trattative sempre condotte
da padre Russo: "Dopo lunga e penosa trattativa, condotta dopo l'arresto di don Sisto tramite il Frate Domenicano
(sic) padre Russo del convento della Madonna di Rado alle porte di Gattinara - un tipo matto che andava d'accordo con
il Pesgu - la situazione si sblocca e comunque soltanto il 26 febbraio è possibile informare il Comando generale
delle brigate d'assalto Garibaldi 'che dal Comando tedesco è stato accettato il nominativo di Parri Ferruccio e Teresa
Longo, con altri presentati, quale compenso per la liberazione del magg. medaglia d'oro Marino Marini, di un
maggiore tedesco e di altri ufficiali [...]'. Padre Russo, presumibilmente il giorno dopo, fa anch'egli il quadro della
situazione: 'Carissimo Cino e Ciro, voi altri lassù non potete seguire le cose da vicino. La storia reale è questa [...] qui mi
pervengono nomi su nomi. La prima lista ch'io vi ho inviata è anche stata presentata ai tedeschi non posso quindi cambiare continuamente per il concreto è
così [...]. Don Enrico desidera che al posto di Erbetta io metta Boggio Ermanno...
Posso farlo o no? Sarebbe bene così si premia il suo lavoro di collaborazione e Barbero Oreste sono io che ci tengo
perché ha lavorato molto... rispondetemi subito. Vi abbraccio Padre
Russo'..."91.
La testimonianza diretta di Luigi Loretti, uno dei partigiani liberati, è importante per capire la situazione
esistente: "Siamo usciti dal carcere di Novara alle 14 circa ed era il 28 febbraio 1945. In piazza c'era molta gente che
voleva vedere i partigiani; due camion con Tedeschi erano pronti col motore acceso [...]. Siamo partiti diretti verso la
statale per Vercelli. Rammento che sul camion c'erano le bandiere bianche; nonostante questo, strada facendo, siamo
stati mitragliati da un aereo. Per fortuna non ci furono né morti né feriti. Un tedesco mi ha offerto una sigaretta e un
altro mi disse: 'Oggi a te, domani io' [...]. Giunti a Vercelli (non posso ricordare l'ora con esattezza) ci condussero in
una grande piazza ove c'erano molti camion tedeschi [...] dopo circa un'ora siamo ripartiti verso Varallo [...] arrivati
nei pressi di Gattinara ci siamo fermati in una specie di convento. Qui c'erano tre camion fermi: uno dei partigiani
della brigata di Rastelli - l'ho riconosciuto quel 26 Fiat, mi pare grigio - e due altri militari, uno dei tedeschi e uno dei
fascisti. Siamo entrati in questo cortile e ci presentarono le armi: da una parte la fila dei partigiani e dall'altra i fascisti
e tedeschi. Quando si facevano i cambi si puntava a fare una certa impressione sui nemici! Chi aveva la divisa in
ordine e come arma il moschetto scambiava l'arma con il mitra di un altro o viceversa per la divisa. Quando poi si
rientrava all'accampamento c'erano sempre discussioni perché ci si scambiava con i pantaloni anche i pidocchi! Quella
volta non fu diverso. Quando arrivammo in fondo al cortile c'erano Marino Marini e gli ufficiali tedeschi, padre Russo -
un frate con il saio bianco - e Ciro comandante di tutti i partigiani, molto elegante e profumato. [...] Ad un certo punto
noi e i fascisti abbiamo anche scherzato, riso e bevuto insieme del vino. Ci siamo poi salutati: chi romanamente, chi
militarmente, chi con il pugno chiuso. Prima di partire un sergente fascista mi disse: 'Quando la guerra è finita se non
ti fucilano vieni a trovarmi: ho vino molto migliore di quello che abbiamo bevuto'. Era del
Monferrato"92.
Allo scambio furono presenti pure Cacciami Verginio "Ramino", il capo della polizia partigiana, che in quei
giorni aveva collaborato molto con padre Russo per radunare gli ostaggi, e un cappellano militare della Guardia
nazionale repubblicana: "Verginio era arrivato lì stanco morto dal lavoro e a vedere quel prete fascista gli sono girate le
scatole a elica: 'Lei fa poca carriera; perché assieme a quei
barabín che siete assieme...' e il prete,
'Pataslà, gli aveva piantato una sberla sul muso'. Allora il Verginio l'aveva già preso per la veste e se non arriva rapido come un fulmine
padre Russo, quello filava giù nel cortile. Comunque il Verginio lo sberlone era riuscito a ridarglielo e si riteneva
soddisfatto"93.
Nello stesso incontro si verificò un altro fatto descritto da Friedrich Piegler "Fritz", un altro partigiano presente, che mette in evidenza un atteggiamento opposto a quello sopra descritto: "Quanto a Marino Marini, poco prima di
essere rilasciato 'Nella neve è sceso giù un fagiano e non riusciva più ad alzarsi, perché la neve era fresca. Allora ho
mirato con il mitra e gli ho bruciato la testa. Un bel maschiotto anche quello, e al maggiore gli piaceva troppo. 'Bella
bestia', continuava a dire. 'Le piace? La tenga'. E quando abbiamo fatto il cambio Marino Marini aveva in mano quel
fagiano'..."94.
Riscontro della sequela di questi avvenimenti si trova pure nel diario del noviziato di Rado: "23. P. Russo con
l'autorizzazione delle autorità tedesche ed italiane conduce al Santuario il Magg. Marino Marini (aviazione) e il
Magg. tedesco Mets, di residenza a Novara, fatti prigionieri dai Partigiani, dei quali insieme ad altri 19 si
deve fare il cambio con altrettanti Partigiani fatti prigionieri. In giornata il Padre li conduce a Novara. 24. Arrivano gli
altri prigionieri, di cui otto Tedeschi. 25. Viene pure il Magg. Caccia, anch'egli prigioniero. 28. Si effettua il cambio: c'è
il Comand. Tedesco della piazza di Vercelli con soldati tedeschi e due capi Partigiani con alcuni dei loro: tutto si fa
in buon ordine, anzi
amichevolmente"95.
(1 - continua)
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