Massimo Legnani
Pratiche e culture della violenza tra guerra e dopoguerra (1939-1946)
"l'impegno", a. XIV, n. 2, agosto 1994
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Anche in rapporto alla realtà italiana, violenza e seconda guerra mondiale costituiscono un binomio che
non abbisogna certo di verifiche dimostrative. L'indissociabilità dei due termini contiene tuttavia, proprio per
la sua forza condizionante, qualche insidia, quantomeno nel senso di far passare in secondo piano - di
fronte all'intensità e pervasività del fenomeno - l'opportunità di un'analisi più ravvicinata, capace di cogliere
nella varietà delle manifestazioni e delle situazioni la diversità degli impulsi e delle motivazioni. Partendo
da questa considerazione, l'Istituto ha promosso (con la collaborazione dell'Istituto nazionale per la storia
del movimento di liberazione in Italia e della Fondazione Micheletti di Brescia) un convegno su "Pratiche
e culture della violenza tra guerra e dopoguerra 1939-1946", che si è svolto a Santhià il 12 e 13 maggio
1994. Chi scrive, oltre che ai lavori, ha partecipato, insieme con Pier Paolo Poggio, della Fondazione Micheletti,
e Piero Ambrosio, alla preparazione dell'incontro, donde il carattere particolare di queste note.
La prima parte del convegno è stata dedicata a fissare alcune coordinate generali. Luigi Bonanate ("La violenza nelle guerre del Novecento") ha particolarmente insistito sulla eccezionalità del caso
italiano, ovvero di un Paese che ha conosciuto tutti e tre i tipi di guerra (tra gli stati, partigiana, civile) che si
sono succeduti e intersecati, ma ha rilevato anche quanto la riflessione storiografica si sia mostrata finora
inadeguata a restituire lo spessore del fenomeno (forse anche per la renitenza di molti studiosi a porre un
collegamento stretto tra tipologia delle guerre e tipologia dei regimi politici che le conducono).
Alberto Burgio ("La cultura della violenza") ha analizzato in profondità i codici linguistici della
propaganda nazista (il tedesco dei tedeschi doveva risultare intraducibile per quanti cadevano sotto la servitù del
Reich) nell'ambito del più generale processo di "naturalizzazione" delle differenze culturali come momento
fondativo del razzismo.
Antonio Gibelli ("Guerra, violenza e morte: un paradigma del nostro secolo") ha posto in stretta relazione
le pratiche della violenza quali si sviluppano lungo l'arco della prima metà del secolo ("da Verdun ad
Auschwitz") con la modernità in quanto processo di massificazione, esaltazione dell'efficienza, messa a punto di
sempre più incisivi apparati tecnico-scientifici; ed ha, sotto questo profilo, sottolineato la consecutività della
seconda guerra mondiale rispetto alla prima (laddove i bombardamenti sulle città costituiscono, ad
esempio, l'equivalente dell'esperienza del fronte per i soldati della grande guerra e le guerre civili si presentano
in varia misura come prodotto e corollario della "guerra totale").
Ha chiuso questa prima parte la neuropsichiatra Marcella Balconi ("Gli effetti psicologici della
guerra") che, anche sulla scorta dell'esperienza personale, ha tracciato un quadro degli effetti bellici sulla
psiche infantile.
Il secondo tempo del convegno, prevalentemente centrato sul biennio 1943-1945, ha posto a confronto
la violenza di "occupanti" e "occupati". Claudio Dellavalle ("Violenza fascista, violenza tedesca,
violenza partigiana") ha sì rilevato la necessità di costruire più puntuali categorie di analisi, ma anche di
effettuare una ricognizione più attenta ai dati quantitativi (ad esempio al fatto che nel Cuneese i civili caduti nei
venti mesi della lotta armata superino quelli partigiani). Circa le culture e gli impulsi sottostanti alle forme
di violenza, Dellavalle ha invitato a cogliere quella tedesca soprattutto nella sua fase genetica, a
collegare quella fascista al disperato recupero di una identità minata dal mancato consenso, ad esaminare
quella partigiana in stretta relazione al tema dei rapporti intercorrenti tra le bande e le popolazioni.
Brunello Mantelli ("Le deportazioni") ha esaminato il problema in dimensione europea, assumendo
lo spostamento coatto di popolazione come tratto specifico della seconda guerra mondiale, funzionale
alla instaurazione dell'ordine nuovo nazista, e chiedendosi se da questo punto di vista i piani tedeschi non
si debbano considerare largamente realizzati.
Paolo Ceola ("I bombardamenti") ha affacciato, quale definizione delle incursioni a tappeto sulle città (e
del bombardiere strategico come primo esempio di "arma totale"), quella di sterminio di massa
circoscritto, rilevando tuttavia come essa si differenzi qualitativamente sia dalla pratica dello sterminio condotto
dai nazisti contro un nemico ritenuto inferiore sia dall'impiego dell'arma atomica.
Mario Giovana ("La repressione nelle città"), ha soprattutto approfondito il ricorso alla violenza
sistematica come modalità costitutiva del potere fascista nelle città, laddove la principale preoccupazione tedesca era
quella di evitare che le proprie unità restassero ingabbiate nelle strutture sociali dei grandi centri.
Claudio Silingardi ("Guerriglia, popolazione e territorio nella pianura emiliana") ha in parte accolto la
tesi che vede nel radicalizzarsi della violenza il riemergere di lontane lacerazioni (ultima nel tempo
quella determinata dallo squadrismo fascista), ma ha sottolineato anche come il suo esplodere sia legato
anzitutto alla parabola della Resistenza emiliana, dai ritardi iniziali (connessi al difficile rapporto tra Partito
comunista e mondo contadino) alla intensificazione dello scontro nel settembre-ottobre 1944 (quando tedeschi e
fascisti controllavano le città ed i partigiani dominavano le campagne), alle dure condizioni di
sopravvivenza dell'inverno 1944-1945.
Gloria Chianese ("Rappresaglie naziste, saccheggi e violenza alleata: alcuni esempi nel Sud") ha
inteso correggere alcuni luoghi comuni e correnti (quale quello che i tedeschi si sarebbero astenuti per regola
dagli stupri) e soprattutto proporre una articolazione più ricca del tema, differenziando i contesti
socio-economici (la già largamente nota area napoletana, ma anche la zona agricola del Casertano), le fasi (la
caduta dell'immagine degli angloamericani come i liberatori in rapporto al loro ricorso alle organizzazioni
mafiose e camorristiche), ed i soggetti (la pratica del saccheggio messa in atto dai civili lungo l'intero corso
della guerra).
Roberto Botta e Gabriella Solaro ("L'amministrazione della giustizia nelle formazioni partigiane")
hanno rilevato da un lato come centrale nella costruzione del sistema disciplinare delle bande il ruolo e
l'esempio dei commissari politici e dall'altro il peso esercitato dai rapporti partigiani con le comunità locali
nel determinare una diversa valutazione, anche in termini di violenza da esercitare, a seconda che il
nemico fosse "esterno" o "interno".
Adolfo Mignemi ("L'uso del tema della violenza nella propaganda") si è soffermato principalmente
sulla visualizzazione degli atti e degli effetti della violenza come approdo di un processo di addestramento
alla aggressività tendente alla militarizzazione permanente.
Paola Olivetti ("La violenza nel cinema di Salò") ha sottolineato il carattere largamente velleitario
del progetto della Rsi di rilanciare una propria cinematografia intimamente connessa alle tematiche della
guerra in corso.
Gianni Sciola ("Il tema della violenza nella pubblicistica della Rsi") ha approfondito soprattutto
l'ideologia funebre che caratterizza la pubblicistica dell'ultimo fascismo attraverso l'esibizione della morte.
A queste relazioni hanno fatto da contorno quelle dedicate alla guerra fascista 1940-1943, di Teodoro
Sala ("La codificazione della violenza. Italiani e tedeschi nell'area balcanica, 1939-1945"), che ha rilevato
la politica di rapina più che di lungimirante sfruttamento messa in pratica dalla presenza italiana e della
violenza sistematica ad essa connessa (rinviando in particolare alla repressione guidata dal generale Robotti
nella provincia di Lubiana nel secondo semestre del 1941) e di Mimmo Franzinelli ("La religione
tra ammortizzazione e legittimazione della violenza bellica") che, utilizzando largamente fonti
ecclesiastiche dirette, ha delineato una tipologia dei cappellani militari (fascisti, nazionalisti, politicamente neutri) e
operato interessanti sondaggi nella loro cultura (ad esempio, la costante accusa, guidata anche da pregiudizi
sessuali, alle donne dei territori occupati di tramare contro i militari italiani),
La terza e conclusiva parte del convegno ha raccolto una serie di relazioni concernenti l'insurrezione
e l'immediato dopoguerra. Gianni Perona ("L'insurrezione e la violenza: il punto di vista degli Alleati")
ha illustrato i diversi atteggiamenti e posizioni presenti tra inglesi e americani, anche in rapporto allo
stallo delle operazioni nell'inverno 1944-1945 e al problema del contenimento della violenza. Raul Pupo
("Le foibe giuliane") ha ripercorso l'ininterrotto dibattito sulle responsabilità degli eccidi al confine orientale
ed auspicato una maggiore strutturazione delle indagini moltiplicando gli approcci interdisciplinari.
Mirco Dondi ("Le denunce anonime nell'immediato dopoguerra") ha rilevato come la maggior parte delle
denunce riguardino il tema degli illeciti arricchimenti e come esse si rifacciano alla diffusione delle delazioni
durante la Resistenza. Guido Pisi e Marco Minardi ("Fenomeni d'illegalità diffusa nell'immediato dopoguerra:
il caso parmense") hanno affrontato, attraverso la ricostruzione di alcuni episodi, le connessioni tra reati
comuni e quadro politico postinsurrezionale. Angela Maria Politi ("La persecuzione antipartigiana in Emilia")
ha esposto i risultati di una sua ampia ricerca, condotta su fonti in gran parte originali, sulla istruzione
di processi contro partigiani per fatti direttamente attinenti alla guerra di Liberazione. Laurana Lajolo
("Agosto 1946, i partigiani di Santa Libera") ha ricostruito il più noto e rilevante tra gli episodi di "ritorno in
montagna" dopo il voto del 2 giugno 1946 e l' "amnistia Togliatti".
Anche dalla semplice elencazione delle numerose relazioni e dei temi via via trattati credo emerga la
ricchezza del convegno e, prima ancora, l'opportunità di far convergere in una sede comune spunti, analisi
parziali, ricostruzioni fattuali che, pur affrontando problematiche affini, erano rimasti perlopiù chiusi in ambiti di
interesse locale o di approfondimento specialistico. La creazione di un circuito piu ampio, e quindi di un
più ravvicinato contatto tra i singoli studiosi, dovrebbe consentire l'ampliamento degli orizzonti
interpretativi. In questa direzione il convegno ha tracciato un profilo attendibile degli attuali limiti delle conoscenze
e delle elaborazioni. Una prima constatazione riguarda la guerra fascista, tuttora latitante come
entità complessiva. Non si tratta soltanto di rimuovere tabù politici e pretesti di falso patriottismo e portare
finalmente alla luce il quadro dei crimini fascisti sinora soverchiato dallo stereotipo dell' "italiano bravo"; si tratta
anche di misurare in profondità, al di là delle rievocazioni di costume spesso limitate agli aspetti buffoneschi,
che pure ci furono, gli effetti del militarismo fascista, della cultura della guerra e della morte che
permeano l'intera vita del regime, premessa e condizione perchè, secondo le parole di Mussolini, i "legionari di Cesare"
riapparissero sulla scena del mondo. Il tema investe anche la popolazione civile e si intreccia con il
procedere, sempre più aspro, del vissuto collettivo della guerra, antefatto indispensabile per comprendere molti
degli atteggiamenti, di singoli e di gruppi, dinanzi alle prove del 1943-1945.
Quest'ultima osservazione pone in evidenza un'altra zona poco esplorata. Mentre l'analisi di singole
pratiche di violenza, soprattutto se istituzionalizzate, ha potuto appoggiarsi ai dati della storia generale e di
quella politica, le culture che a quelle pratiche introducono sono rimaste perlopiù in ombra, anche per le
evidenti difficoltà metodologiche che la loro ricostruzione comporta. Questo dato, insieme con evidenti renitenze
di origine politica, posano anche su quella che, molto genericamente e inadeguatamente, si può definire
come violenza postinsurrezionale. Problema che ancora una volta non riguarda solo il partigianato o il
contesto politico in cui esso si muove (da protagonista non marginale della liberazione a corpo reso estraneo
dalla incombente normalizzazione), ma l'insieme del tessuto sociale, la diffusa assuefazione alla violenza,
la perdita di prestigio di ogni autorità ordinaria, l'eredità dei lutti disseminati dall'eversione fascista. Il
recupero di queste diverse dimensioni sembra dunque indispensabile per riproporre organicamente il tema del
convegno e sospingerlo verso obiettivi di ricerca più ambiziosi.
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