Massimo Legnani
Società in guerra e forme della mobilitazione
Stato degli studi e orientamenti di ricerca sull'Italia
"l'impegno", a. XIII, n. 1, aprile 1993
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Interpretazioni storiografiche a confronto
A più riprese, negli ultimi anni, ho avuto occasione di manifestare una radicata insoddisfazione per
lo stato degli studi sull'Italia nella seconda guerra mondiale, così che può apparire del tutto scontato e
ormai convenzionale ribadire simile
giudizio1. E tuttavia proprio il tema di questo contributo - quale immagine
la storiografia italiana ci trasmette delle forme di mobilitazione del Paese in guerra poste in atto dal
regime fascista - consente di misurare appieno la profondità di quella insoddisfazione, di chiarire come essa
non dipenda tanto dai troppi aspetti e situazioni che ancora attendono di essere esplorati e ricostruiti
(condizione comune, e fisiologica, ai più diversi campi di ricerca), quanto dalla carenza di concetti ordinatori
sufficientemente saldi per interrogare le fonti, recepirne e discuterne dati e giudizi. E per formulare ipotesi
interpretative che, attraverso la lente di ingrandimento della mobilitazione, sappiano leggere non solo il dipanarsi
di singole vicende (le operazioni al fronte
piuttosto che le condizioni di vita della popolazione o la tenuta
degli apparati pubblici), ma le correlazioni tra fenomeni concomitanti, le congruenze o incongruenze tra le
scelte della classe dirigente fascista, la condotta militare ed economica, l'attivazione del fronte interno.
Ciò non significa, beninteso, che da alcune delle ricerche più recenti non traspaiano, oltre ai limiti
gravi della produzione precedente, anche impulsi ad approfondire l'indagine in rapporto alla complessità dei
nodi documentari ed interpretativi che via via emergono. Si tratta però di elementi sparsi, la cui incidenza
sul quadro generale è tuttora marginale. Sotto questo profilo, il volume dedicato da Renzo De Felice
all'operato di Mussolini nel 1940-19432 riflette fedelmente la media della letteratura, caratterizzato com'è dal
divario tra l'accumulo, considerevolissimo, dei dettagli e la precarietà, altrettanto palese, delle categorie che,
organizzandoli, dovrebbero renderli espressivi. Non si tratta tanto di ridiscutere l'insieme dell'opera e le
sue coordinate interpretative (benché questa ipoteca pesi, e non poco, anche sull'ultimo volume e sulle
riserve che esso solleva)3, ma di tener conto della pochezza dei riferimenti di cui lo stesso De Felice ha
potuto giovarsi per far muovere il "suo" duce sullo sfondo dei primi anni quaranta; pochezza che ha
indubbiamente contribuito ad accrescere il senso di incontinenza filologica e di inconcludenza interpretativa che in
più punti l'opera comunica al lettore. E che - va da sé - tende a farsi particolarmente acuto nel momento in
cui il termine di paragone per valutare l'operato di un Mussolini sempre meno demiurgo si incarna nel
dramma collettivo che la società e lo Stato italiano stanno vivendo. A questo passaggio la tensione tra storia
e biografia si accentua, così come, per altro verso, si accentuano le incognite insite in una ricreazione
della realtà italiana del tempo che tende a mantenere rigidamente separati i fattori economici, politici e
culturali proprio nel momento in cui l'originalità della crisi che si sta aprendo riposa su un loro intreccio sempre
più ristretto.
"Guerra in preparazione" e modello "a tre corsie"
C'è tuttavia un punto in cui De Felice si pone in qualche misura il problema di capire quale
modello presiedesse alla visione mussoliniana dell'intervento in guerra. Dopo essersi soffermato sulla "messa
in efficienza delle forze armate", De Felice sottolinea opportunamente che essa riguarda "solo
marginalmente la questione più generale della preparazione dell'economia nazionale per far fronte alle esigenze di
un prolungato conflitto intereuropeo, che è poi, in realtà - aggiunge - la questione storicamente più
importante per chi voglia veramente capire la vicenda della partecipazione italiana alla seconda guerra mondiale in
tutti i suoi aspetti, militari in senso stretto, ma anche di strategia politica in senso lato e di politica
interna"4. La formulazione del quesito appare, come si vede, del tutto corretta. Essa non prelude tuttavia ad una
specifica analisi, giacché De Felice, bollata come inguaribilmente "ideologica" la tesi di coloro che (come
MacGregor Knox, su cui ci soffermeremo più avanti) non vedono soluzione di continuità tra imperialismo fascista e
politica di riarmo, si limita, sulla scia delle ricerche di Fortunato Minniti, a far propria la convinzione
che Mussolini si fosse sì orientato, intorno alla metà degli anni trenta, verso la "guerra in preparazione",
ma che il modello prescelto, se da un lato contemplava il potenziamento delle forze armate e dell'apparato
produttivo, dall'altro non rinunciava, anzi postulava come complementare, una serie di interventi a largo raggio
per rinsaldare la compagine sociale e renderla sempre meno dipendente dall'estero. Uno schema, secondo
la definizione di Minniti, a "tre corsie", al quale Mussolini non avrebbe rinunciato nemmeno nel primo
biennio di guerra, ma solo davanti al profilarsi della sconfitta militare e dunque alla necessità di investire
senza risparmio nel conflitto tutte le residue risorse.
Per valutare il peso di questa ipotesi e l'utilizzo che ne fa De Felice qualche osservazione si
impone. Anzitutto occorre chiarire che essa non sta al centro dei numerosi saggi che Minniti è venuto pubblicando
da quindici anni a questa parte (e che vertono principalmente
sul rapporto tra preparazione militare e
produzione bellica), ma viene affacciata in chiusura del più recente di tali contributi come traccia esplicativa
della direzione in cui lo studioso intende proseguire le proprie
ricerche5. Non si tratta dunque di un esito
consolidato, bensì di una prospettiva di lavoro cui le indagini sin qui svolte conferiscono indubbio interesse, ma
che non può essere accreditata come frutto di una matura elaborazione. Le modalità con le quali De Felice se
ne serve appaiono pertanto un poco disinvolte e precipitose. A ciò si aggiunga - entrando nel merito del
contesto entro cui Minniti inserisce il modello della "guerra in preparazione" - che De Felice tende a
ridimensionare lo schema in due passaggi essenziali: dei rapporti che, in forza e durante la preparazione della
guerra, si instaurano tra il regime ed i grandi gruppi industriali e finanziari; della individuazione del momento in
cui il modello stesso entra in fase operativa. Sul primo punto De Felice introduce una lambiccata distinzione
(di cui non è agevole cogliere il rilievo storiografico) affermando che l'arrendevoleza della dittatura di
fronte agli interessi costituiti del mondo degli affari e della produzione non va tanto intesa, secondo la lettura
di Minniti, come "una consapevole scelta politica" quanto piuttosto come conseguenza del
"tradizionale 'complesso di inferiorità' rispetto al mondo economico della macchina burocratica civile e
militare"6. Più interessante è invece la rettifica che De Felice propone circa la datazione del modello, che a suo parere
va fatta risalire non, come sostiene Minniti, alla guerra d'Etiopia, ma al 1937-1938; più interessante perché
la precisazione si salda alla tesi che in quel biennio Mussolini giudica non imminente l'aprirsi di un
conflitto generale e, soprattutto, perché il fascismo non ha "ancora compiuto la sua scelta" tra Londra e
Berlino7. Quest'ultima valutazione, è risaputo, occupa un ruolo centrale nel racconto defeliciano circa i tempi,
le modalità e gli obiettivi dell'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale; e l'accanimento con cui
De Felice si sforza di dimostrare come anche dopo il giugno 1940 quella "scelta di campo" resti in
qualche modo in bilico, potrebbe fornire spunto ad una riflessione che, sul filo del paradosso, metta in evidenza
tutta l'irrealtà, nella logica stessa del regime, di una guerra "fascista" che Mussolini conduce con le armi
rivolte (ma con grande moderazione) contro il nemico inglese, e la volontà politica pervicacemente orientata
a contenere, se non a contrastare, i disegni dell'alleato tedesco. Qualcosa tuttavia di questa impostazione
va ritenuto, perché in essa è contenuta la spiegazione, oltre che delle improvvisazioni che caratterizzano
l'intervento, anche della determinazione con cui Mussolini si sarebbe attenuto allo schema della "guerra in
preparazione" anche a conflitto in atto, privilegiando anzitutto, per quella ossessione antitedesca che si è
già rimarcata, una sorta di accantonamento delle risorse disponibili nell'intento di farle pesare, più che
sull'andamento delle operazioni, sulla determinazione dell'assetto postbellico. Il passaggio dalla guerra
"breve" alla guerra "lunga" non avrebbe dunque scalfito, se non a ridosso della crisi finale, la persistenza,
quantomeno nel campo della mobilitazione economica, del comportamento intonato alla "guerra in preparazione".
Va però aggiunto che di tale persistenza e degli effetti da essa prodotti, le pagine di De Felice non
offrono significativi riscontri analitici; e quando, lo si vedrà più avanti, il biografo di Mussolini tornerà ad
alludere alla "terza corsia", il riferimento non andrà, secondo l'ipotesi di partenza, all'insieme della politica
interna, ma alla sola, sia pur rilevante, politica alimentare (il cui fallimento verrà peraltro addebitato a
decisivi quanto generici ritardi e disfunzioni organizzative).
La sequenza fissata da De Felice sembra dunque acquistare contorni sufficientemente netti: la
congiuntura bellica in cui il Paese entra intorno alla metà degli anni trenta altro non è che l'avvio ad un
graduale processo di preparazione militare scisso da obiettivi immediati sia per gli irrisolti interrogativi di fondo
sulla collocazione internazionale dell'Italia che per la prosecuzione, affermata come intrinseca a quel processo,
di interventi di politica interna finalizzati sì al complessivo raggiungimento di una maggiore
indipendenza economica, ma tali da ribadire, più in generale, le mete di fondo della politica sociale fascista.
L'esplosione anticipata del conflitto - anticipata rispetto alle prospettive entro le quali il disegno mussoliniano era venuto
maturando - porta alla decisione di un intervento che non altera la precedente scelta di fondo. L'Italia
combatte la guerra guerreggiata attenendosi al modello della "guerra in preparazione". A determinare
simile esito influisce certo l'estrema difficoltà di variare nella sostanza i tempi di realizzazione del processo
di riarmo (e qui riemergono tutti i vincoli rappresentati dalle insufficienze in fatto di materie prime,
spesa pubblica, impianti industriali), ma vi incide ancor più la scelta mussoliniana di considerare la
partecipazione italiana alla guerra - almeno fin tanto che appare del tutto fondata l'ipotesi di una vittoria tedesca - soprattutto come un pegno da gettare sulla bilancia dell'assetto postbellico. Il "non potere" e il "non volere"
si saldano strettamente, ma va da sé (e sembra indubbio che De Felice voglia spingere il lettore in
questa direzione) che la riduzione dell'impegno del conflitto ad una dimensione prevalentemente
politico-diplomatica toglie peso e interesse ad una indagine minuta sulla morfologia della mobilitazione italiana, sulla sua
distribuzione nel tempo e sui nessi che si stabiliscono tra operazioni militari e
fronte interno. Nel delineare questa immagine di sostanziale staticità, se non passività, della mobilitazione italiana, De Felice esclude
recisamente che a determinarla abbiano concorso, in misura rilevante, preoccupazioni di politica interna, ovvero
l'esigenza di non dilapidare quel patrimonio di consensi al regime che già nel 1938-1939 aveva mostrato - e proprio di fronte all'incognita del coinvolgimento italiano in un conflitto generale - segni evidenti di
logoramento. È una sottolineatura di non poco conto se la si confronta, ad esempio, con i giudizi, prevalenti
tanto nella storiografia che nella memorialistica, sulla mobilitazione tedesca, fortemente marcata, per
quanto riguarda i rapporti tra regime e Paese, dalla volontà della classe dirigente nazista di preservare una
popolazione dalla memoria ancora largamente rivolta al 1917-1918, da condizioni di vita tali da innescare la
miccia della protesta sociale. Nel suo studio sull'economia di guerra tedesca, Alan Milward stabilisce un
collegamento neppure troppo indiretto tra questa preoccupazione ed il tentativo di mantenere ad oltranza (o
di restaurare non appena possibile) il corrispettivo economico del blitzkrieg, quello schema di "armamento
in estensione" la cui duttilità, rendendo possibile l'alternarsi di brusche accelerazioni ed altrettanto
repentini rallentamenti, avrebbe favorito la continua ricerca di un punto di equilibrio tra strategia militare, curva
delle produzioni di guerra, soddisfacimento dei consumi
civili8. Riprenderò più avanti questo riferimento
ponendolo in rapporto con la categoria della "guerra totale", ma l'accenno fatto ora si rivela utile anche
per rimarcare le cospicue differenze tra la tesi defeliciana prima esposta (e che pone ai margini le istanze
sociali) e quelle che, sempre sul tema in discussione, hanno espresso altri studiosi per solito assimilati agli
orientamenti storiografici di De Felice.
Corporativismo e statalismo
Indicativa in questo senso è la ricostruzione degli anni 1939-1945 contenuta negli "Annali
dell'economia italiana", un testo non privo di interesse per quanto spesso
trascurato9. Stando ai termini generali
della impostazione, quali si ricavano dall'ampio contributo di Gaetano
Rasi10 (che trova del resto
corrispondenza nel profilo politico tracciato da Francesco
Perfetti)11, alla adesione alla interpretazione che De Felice
fornisce della politica estera mussoliniana (adesione, se possibile, ulteriormente estremizzata, giacché Rasi fa
in pratica coincidere la scelta di campo italiana con l'intervento del giugno 1940) si accompagna una
netta divaricazione circa i tempi, l'intensità e, soprattutto, la consequenzialità, rispetto alle scelte
precedenti, dell'instaurarsi in Italia di un sistema di economia di guerra. Rasi ritiene infatti che l'impegno a
sviluppare ciò che definisce il riformismo economico-sociale del regime sia rimasto vivo ben oltre l'intervento,
cercando vie di conciliazione con gli imperativi della produzione bellica. Solo nel corso del 1941
l' "economia statalista di guerra" si sarebbe imposta sulla "economia corporativa di pace". Affermazione di cui
importa non tanto sottolineare, benché non sia irrilevante, l'anticipazione di circa un anno di un fenomeno (la
piena accettazione dell'economia di guerra, appunto) che De Felice tende invece a far slittare verso la fine
del 1942, quanto la diversità delle motivazioni che sarebbero state all'origine del lento e riluttante
adattamento: la guerra delle armi subordinata alla guerra della politica secondo il Mussolini di De Felice, la
convinzione che la conservazione dell'anima sociale del regime meritasse sostanziosi sacrifici non meno della
condotta del conflitto, secondo Rasi. La base comune è pur sempre rappresentata da un certo margine di
estraneità dell'economia e della società italiana alla guerra, ma questa estraneità scaturisce da impulsi ben diversi,
e divergenti sono pertanto le direzioni nelle quali spingono l'analisi delle forme di mobilitazione (o,
entro certi limiti, la rinuncia ad essa) praticate dal fascismo. Ed è quantomeno singolare che Rasi
consideri pregiudizialmente alternative economia di guerra e politica sociale, trascurando il nesso strettissimo
che, come nel caso inglese, l'esperienza del conflitto instaura tra i due poli.
Entrambe le tesi esaminate sembrano in realtà prigioniere delle fonti su cui principalmente si basano e
che esse tendono ad utilizzare in modo autarchico, trasformandole in altrettante lenti deformanti. De
Felice fa di Mussolini visto attraverso Mussolini un protagonista assoluto. Questo non significa che la
ricostruzione sia necessariamente giustificazionista (le insufficienze del dittatore sono spesso rimarcate con
severità, a cominciare dall'inguaribile dilettantismo che colora le sue ambizioni di capo militare), ma che i
termini del giudizio restano tutti interni al personaggio Mussolini, non abbracciano mai, se non per accumulo
di descrizioni settoriali, quei centri concentrici sempre più larghi che segnano la discesa dell'esperienza
della guerra nelle profondità della realtà italiana. Ciò che fa difetto sono proprio quei criteri ordinatori di cui
si parlava all'inizio, tanto che, alla fine del volume, posto di fronte alla necessità di spiegare la rapidità e
la totalità della sconfitta italiana, De Felice non sa indicare altro che una sorta di metastorico deficit morale
del Paese, laddove quel deficit, per diventare agente storico, avrebbe dovuto scaturire dal vivo della
guerra fascista e non essere postulato - scambiando l'effetto con la causa - come una malattia dell'anima
nazionale (che è esattamente la spiegazione che si dà Mussolini quando è costretto a constatare la sempre più
flebile risposta del Paese alle parole d'ordine della "guerra fascista"). Il caso di Rasi è più semplice, ma di
qualità non diversa. La asserita persistenza della prospettiva corporativa riflette abbastanza fedelmente
l'opinione di quegli ambienti sindacali che dalla guerra si ripromettono di ricavare una ulteriore e più profonda
spinta rinnovatrice12. Accenni come quello, implicitamente critico, alla statizzazione degli enti agricoli o, in
questo caso laudativo, alla industrializzazione del Sud in parallelo con i progetti di riallocazione degli
impianti industriali rimandano a componenti non certo maggioritarie all'interno del regime, neppure se si
dovessero leggere in positivo (come segmenti di un programma politico anziché come sfoghi oratori determinati
dalla dura intransigenza spartitoria del ceto imprenditoriale) le polemiche antiborghesi del Mussolini
1937-1938 (e poi di quello, ormai assediato dal fantasma della sconfitta, del 1941-1943). Rasi, è vero, cerca di
rivestire la propria tesi di una patina di oggettività attingendo a piene mani (come del resto fanno i suoi
collaboratori) alla abbondante legislazione fascista per trovare conferme tanto dell'impegno profuso per sostenere il
Paese in guerra quanto per porre in evidenza l'ottica sociale che avrebbe guidato una parte considerevole di
quegli interventi. Ma è una esposizione tutta condotta sul filo delle intenzioni, senza riscontri circa le
effettive ripercussioni di quelle misure (o, come in De Felice, con generiche ammissioni sulla inefficacia di molte
di esse invocando ora le dimensioni stesse del conflitto, ora l'insufficiente rispondenza della "macchina"
che doveva garantire la realizzazione). Tutto questo, mentre i riferimenti all' "economia corporativa" si
fanno sempre più sbiaditi e confusi (si badi alla sensazione di irrealtà che trasmette l'ampia rievocazione del
noto convegno pisano del maggio 1942)13.
La "costante" dell'imperialismo fascista
Se ci spostiamo (sempre nell'intento di fornire qualche spunto di discussione, non certo di compiere
una esauriente ricognizione storiografica) nel campo degli studiosi che, in tutto o in parte, hanno fissato
della guerra fascista una visione lontana da quella di De Felice, abbiamo l'immediata conferma - il che rende
più agevole ed omogeneo il confronto - che anche per essi l'approccio al tema della preparazione bellica
(con l'economia spesso in primo piano, ma tutt'altro che slegata dal gioco degli altri fattori) è
strettamente dipendente dal modo di leggere la logica, e le consequenzialità di obiettivi, della politica estera fascista.
La discriminante, in altri termini, è affidata alla qualità che si attribuisce all'imperialismo mussoliniano,
ovvero alle sue potenzialità eversive in sede di relazioni internazionali da un lato, alla sua capacità di
aggregare volontà e interessi all'interno del Paese dall'altro. Sembra cioè evidente - pur con qualche
voluta schematizzazione - che se, come nel caso già esaminato di De Felice, si sposta alla fase conclusiva della
crisi (per l'ltalia, ai mesi della non belligeranza) la "scelta di campo" del regime, questa chiave di lettura
conferisce, retrospettivamente, al processo di "preparazione alla guerra" una accezione debole, di
generica predisposizione ad un evento la cui natura, a cominciare dalla parte che vi reciterà l'Italia, resta ancora
in varia misura indeterminata; se all'opposto, a partire quantomeno dal 1936, si interpreta l'azione
internazionale del fascismo come svolgimento coerente di una scelta "revisionista" che lega sempre più la
dittatura mussoliniana alla Germania nazista (e al riconoscimento di fatto della leadership tedesca), il tema
della "preparazione alla guerra" acquista una portata imperativa, impone di verificarne i successivi passaggi
in basa alla congruità delle decisioni operative con finalità già nettamente stabilite.
Lo storico che, nella letteratura recente, più si è spinto avanti in quest'ultima direzione, è senza
dubbio Knox, sia con il volume del 1982 sulla "guerra di
Mussolini"14 che in successivi interventi sulle linee
di sviluppo della politica estera
fascista15. Anzi, nell'ultima occasione citata, Knox irrigidisce ancor più
l'asserita "coerenza bellicista" della politica di Mussolini, sempre eguale in questo senso a se stessa, anche se coartata
sino al 1933 da "un ordine internazionale che non permetteva quell'espansione violenta che egli
aveva cercato fin dall'inizio"16. È un giudizio sul quale sembra lecito avanzare più di una riserva. Knox vi
perviene inanellando con accanimento opinioni, gesti, sfoghi mussoliniani che dovrebbero suffragare
quella conclusione. Ma quanta parte essi "coprono" nella politica estera del regime? Non si ripresenta, secondo
l'osservazione fatta a proposito di De Felice, anche se con esiti "contenutistici" rovesciati, il rischio di vedere
Mussolini esclusivamente attraverso Mussolini, trasformando, per così dire, in
passe-partout quella che in definitiva è solo una delle chiavi di accesso alla realtà italiana (e della politica estera dentro di essa) di
quegli anni? Resta tuttavia il fatto che la letteratura che Knox propone degli orientamenti generali della
politica estera fascista a partire dalla metà degli anni trenta appare convincente e riposa del resto su
convinzioni largamente diffuse, che risalgono in parte al dibattito, sviluppatosi soprattutto negli anni settanta,
circa l'esistenza o meno di uno specifico "programma fascista" di politica estera (si veda, ad esempio, la
implicita stringente risposta fornita da Ennio Di Nolfo a De Felice a proposito dei tempi di realizzazione
dell'alleanza italo-tedesca e, sempre su quest'ultima, le valutazioni di Enzo
Collotti)17. Appare convincente ed apre
la strada ad approfondire la questione della "preparazione alla guerra" investendo la faccia interna del
problema, ovvero l'impatto che la scelta espansionistica ha sul funzionamento del sistema di potere di cui
il fascismo è depositario.
Nella ricostruzione di De Felice questo aspetto presenta forti chiaroscuri. Alcuni versanti (ad esempio,
il dualismo regime-corona) sono minutamente indagati, altri (quali il rapporto regime-forze armate: e
con effetti che si possono intuire trattandosi di contestualizzare il tema al passaggio dagli anni trenta agli
anni quaranta) scarsamente approfonditi, altri ancora (in particolare, il rapporto regime-gruppi capitalistici,
ai quali De Felice, come già nei volumi precedenti, non riconosce alcun ruolo sia pure mediamente
politico) fondamentalmente negati. Ne esce perciò sfocata proprio l'immagine che De Felice vuol suggerire
del fascismo alla fine degli anni trenta, cioè di un momento di almeno tendenziali trasformazioni dettate
dal disegno di "totalitarizzazione" avviato da Mussolini dopo la vittoria in Africa e di fronte ai prodromi
della seconda guerra mondiale. Il nesso esistente tra i due poli va sicuramente meglio indagato, ma sembra fuor
di dubbio che la carta della politica estera viene giocata anche a fini interni, come supporto,
probabilmente decisivo nelle aspettative mussoliniane, per attuare quel riassetto di poteri che dovrà armonizzare le
mete della "totalitarizzazione" alla realizzazione della prospettiva imperiale. Knox sottolinea questo nesso e
lo innalza senz'altro ad esplicito programma. Ma l'affermazione è troppo recisa, perché sminuisce la
contraddizione che a quel proposito è sottesa, vale a dire di far leva su un determinato sistema di alleanze
per preparare una guerra il cui esito avrebbe dovuto riverberarsi anzitutto su quello stesso sistema,
provocandone una revisione profonda. Sotto questo ultimo profilo, l'analisi di Knox, che pure chiama in causa tutti
i diversi soggetti (monarchia ed alti gradi militari, Chiesa, potere economico), si presenta come
eccessivamente statica, tale comunque da non rendere al meglio la peculiarità del 1939-1940 rispetto al percorso
complessivo del regime (percorso che certo doveva pesare non poco nel frenare le critiche degli ambienti che
ostentavano maggior scetticismo nei confronti dell'intervento). Quanto al grado di
preparazione/impreparazione militare, Knox, rilevate le deficienze di base insite anzitutto nella povertà delle risorse nazionali, tende a
non considerarle paralizzanti nella prospettiva di uno sforzo intenso, ma breve e ad attribuire semmai un
peso particolare alle culture e mentalità che guidarono l'impiego dei mezzi, tanto che questo significhi
anteporre l'arretratezza degli alti gradi militari allo stesso dilettantismo di Mussolini, quanto (e l'argomento è in
parte complementare al precedente) che comporti il caratterizzare i primi mesi successivi all'intervento
come dominati, da parte italiana, da una sorta di autoparalisi (che impedisce ad esempio di mettere in
difficoltà nel Mediterraneo forze inglesi tutt'altro che inattaccabili). La valutazione del potenziale italiano è
pertanto meno negativa di quella data da altri studiosi (ad esempio da Giorgio Rochat che, parlando di
bluff mussoliniano, ha inquadrato l'intervento in termini di puro azzardo), ma occorre dire che per Knox
la "guerra di Mussolini" si esaurisce sulle montagne dell'Albania. Il problema della preparazione militare
si misura pertanto esclusivamente nei termini della "guerra breve" e, di conseguenza, il fronte interno
non viene nemmeno chiamato in causa, giacché esso vive la seconda metà del 1940 tra speranze di
rapida conclusione e sempre meno vaghi timori di prolungamento, ben lontano comunque dal tipo di prove che
la guerra riserverà ad esso a partire dal 1941. In questo senso gli elementi che fornisce Knox riguardano
quasi esclusivamente i perché e le modalità dell'intervento, e la fine della cosiddetta guerra parallela
sembra aprire un capitolo interamente nuovo, in cui l'Italia esce di scena come soggetto attivo della politica
internazionale ed il regime deve fronteggiare una incipiente crisi interna su cui Knox tuttavia non ci dice nulla.
La morfologia della mobilitazione. Spunti di analisi
Una delle principali utilità delle tesi interpretative sinora poste a confronto (tesi, giova ripeterlo, che
non esauriscono certo la casistica storiografica sull'argomento, ma che di questa esprimono le polarizzazioni
più significative) sta nel fatto che esse consentono una valutazione complessiva del ciclo 1936-1941 i cui
presupposti di omogeneità sono assicurati dalla predominanza della iniziativa e del comando di Mussolini.
Si tratti del Mussolini che, come vuole De Felice, non prende completamente partito neppure dopo
l'entrata dell'Italia in guerra, oppure di quello delineato da Knox, determinato e lucido da sempre
nell'individuare nelle democrazie occidentali il nemico per antonomasia del regime, le vie sulle quali si attua la
preparazione alla guerra prima e la guerra combattuta poi rimandano costantemente alle scelte del dittatore e su di
esse misurano progetti e realizzazioni. Le forme di mobilitazione che la guerra innesca sono per
conseguenza analizzate in rapporto alla maggiore o minore congruità con il disegno mussoliniano, con i sostegni e
gli ostacoli che esso incontra tanto sulla scena internazionale che nel contesto interno. Questa linearità
nasconde però anche il limite evidente di trasformare il soggetto principale, Mussolini, in protagonista assoluto e
di confinare quindi i comportamenti di ogni altro agente a semplici reazioni di contorno. In altri
termini, proprio perché sia De Felice che Knox (d'accordo del resto con la grande maggioranza degli storici
del fascismo) convengono sul fatto che la partecipazione alla guerra rappresenta, sempre nella visione di
Mussolini, un passaggio obbligato verso la conquista di un ruolo di grande potenza da parte dell'Italia e
la radicale trasformazione in senso totalitario del regime, l'esame della consistenza degli ostacoli e dei
sostegni interni (e della loro incidenza nel frenare e incentivare il bellicismo di Mussolini) acquista un
notevole rilievo. Su quest'ultimo versante tuttavia le nostre conoscenze sono ancora troppo sommarie e ciò che
mi propongo, nell'intento di portare il discorso sulle forme di mobilitazione un poco oltre le
generiche formulazioni attuali, è di integrare e organizzare alcuni riferimenti in funzione di una sia pure
schematica ipotesi esplicativa che abbracci l'intero quadro.
Il ciclo 1936-1941
La prima questione da riformulare in modo più rigoroso (se è vero che il risalto dovuto all'operato
di Mussolini va collocato in un orizzonte più largo) è quella della correlazione tra gli ultimi anni trenta e
il periodo di guerra aperta. Parlare infatti di preparazione alla guerra e misurare l'efficacia di tale
preparazione esclusivamente nei confronti degli avversari contro i quali l'Italia scenderà poi in campo (ovvero
constatare, con valutazioni negative di diversa intensità da autore ad autore, l'insufficienza di quella preparazione o
il cattivo uso dei mezzi disponibili) può condurre ad una sottovalutazione delle ripercussioni interne
provocate dalle scelte allora fatte. Posto che sia corretto affermare che non ci troviamo in presenza, già alla metà
degli anni trenta, di una svolta che sacrifica ogni risorsa al riarmo, occorre pur chiedersi che cosa comporta
la preparazione alla guerra, nei limiti nei quali fu realmente attuata, per la società e l'economia italiane, per
il blocco di potere che in esse si aggrega, per il controllo/repressione che il regime esercita sul Paese. In
un contributo di qualche anno fa ho cercato di esaminare la spirale negativa in cui la finanza pubblica
viene risucchiata dopo e per effetto della guerra in
Etiopia18. La constatazione non ha in sé alcun carattere
di originalità, tanto che alcuni richiami (a cominciare dal pauroso contrarsi delle riserve auree e valutarie,
per solito suffragato con il rimando alla testimonianza di Felice Guarneri il quale, benché si mostri dal
1940, assunta la presidenza del Banco di Roma, come uno dei più rapaci profittatori
dell'espansionismo mussoliniano, assurge nell'opinione storiografica corrente a fascista "saggio") sono ormai stabilmente
presenti anche nelle pagine delle storie generali. Ciò che è stato meno considerato (ma non senza
eccezioni almeno parziali)19 è la risposta del regime a tali difficoltà, tanto per quel che riguarda la bilancia
commerciale che l'incremento del gettito fiscale. In entrambi i casi come è risaputo il fascismo si muove in modo
da rendere pienamente evidenti da un lato gli imperativi dirigisti che l'emergenza
impone20, dall'altro la conseguente necessità di ricontrattare i propri rapporti con il potere economico. È alla luce di queste
"coercizioni" che le soluzioni adottate acquistano significato, giacché la statizzazione del commercio estero e
l'introduzione di nuove imposte straordinarie sono accompagnate dalla accentuazione del corporativismo "a
senso unico" (si pensi all'autogestione delle licenze commerciali da parte delle categorie di produttori interessate) e della condizione di privilegio accordata al capitale mobiliare. Per quanto riguarda quest'ultimo
vale sottolineare che il trattamento di riguardo ad esso riservato costituisce uno dei più robusti fili di
continuità tra anteguerra e guerra, come dimostrerà a partire dall'estate 1940, la parabola dei provvedimenti relativi
alla imposizione sui sovraprofitti e alla regolamentazione del mercato
azionario21.
Certo l'analisi non può arrestarsi ad un pura rassegna degli strumenti legislativi, ma resta significativo
che la tendenza indicata trovi piena rispondenza, in una situazione ormai di acuta emergenza come
quella del 1942-43, nelle misure volte ad incoraggiare la concentrazione nelle unità produttive, misure che,
soprattutto attraverso le agevolazioni fiscali, di fatto vanificano il proposito di convogliare all'erario quote
significative del capitale mobiliare. Non v'è dunque ragione di chiamare in causa un supposto "complesso
di inferiorità" del regime e degli apparati pubblici verso i ceti capitalistici (come psicologicamente inclina
a credere De Felice). Si tratta di scelte ragionate che il fascismo compie e ribadisce; e che in qualche
misura riproducono il "paradosso" più sopra richiamato: di doversi alleare, accedendo ad ulteriori
compromessi, per condurre il conflitto, con forze che l'esito della guerra avrebbe dovuto "punire" rendendo più strette
e onnipresenti le maglie del potere fascista. Né può essere trascurato l'effetto che queste stesse scelte
esercitano sull'insieme della politica economica e sociale. Il modello affacciato da Minniti e ripreso da De
Felice, di un percorso a "tre corsie", di cui la terza rappresenterebbe la conferma dell'impegno sociale del
regime, può prestarsi ad una lettura fuorviante se il discorso resta confinato al limbo dei propositi. È ben vero
che sino alle soglie dell'intervento (e in qualche caso anche oltre) il regime cerca di tener viva la prospettiva
di un nuovo tempo riformatore: dall'edilizia popolare ed economica agli interventi sul latifondo siciliano
le tracce per verificare simile ipotesi non mancano, anche se si fanno sempre più labili. Ma, immerse
nel panorama generale, queste istanze appaiono sempre più come elementi residuali di precedenti
programmi (si pensi per tutti alla precoce eclissi della bonifica integrale). In alcuni casi l'impronta dell'economia
di guerra acquista subito concretezza anche fisica (i contadini che affluiscono in Etiopia per dar vita agli
enti colonizzatori sono inquadrati in reparti della Milizia), in altri (e si tratta di provvedimenti di portata
generale, a cominciare dalla legge contro l'urbanesimo dell'estate 1939) si riflette direttamente un diffuso
malessere sociale e comunque la crescente difficoltà di assicurare un equilibrato funzionamento del mercato
del lavoro, uno dei settori chiave dell'economia di guerra, nel quale non a caso l'estrema debolezza della
gestione fascista si renderà rapidamente palese e densa di conseguenze tanto per l'alimentazione dello
sforzo bellico che per il sostegno del fronte interno.
Punto esemplare di raccolta dei vari sintomi negativi la situazione dei consumi, che subisce un
sensibile deterioramento nel biennio prebellico, nel corso del quale viene messa in opera una serie di
provvedimenti che ci introducono direttamente alla congiuntura di
guerra22. A partire dalla fine del 1937 si ampliano
le misure coercitive in tema di approvvigionamenti (estensione degli ammassi a lana, cotone, granoturco,
olio di oliva); la compressione dei consumi incomincia ad investire anche generi di prima necessità (pane,
carne, tessuti, carburante); i prezzi di beni e tariffe subiscono lievitazioni che gli aumenti salariali disposti
nel 1939-1940 riusciranno solo in parte a compensare. Parallelamente lo spostamento di risorse dai settori
civili all'industria bellica entra, per così dire, nelle case, con interventi, soprattutto a partire dall'inizio del
1939, che porteranno senza soluzione di continuità ai divieti e alle requisizioni degli anni di guerra. Siamo
certo ben lontani dal disporre di una documentazione concludente sulle conseguenze che questa dinamica
ha prodotto sulla distribuzione dei redditi e le condizioni di vita degli italiani alla fine degli anni trenta,
ma quanto sappiamo autorizza a ipotizzare che, in alcuni dei gangli più delicati, e sicuramente per
l'alimentazione, si giunse in prossimità della soglia del sottoconsumo per larghe fasce della
popolazione23. Due aspetti tra loro collegati vanno dunque ribaditi con forza: quale che sia la direzione e l'intensità della
preparazione alla guerra, essa si sviluppa entro l'angusto canale degli equilibri sui quali si fonda il rapporto tra regime
e ceti imprenditoriali e finanziari; quale che sia il giudizio sull'entità delle restrizioni introdotte in materia
di consumi civili, va considerato che esse incidono su livelli già molto bassi (i consumi alimentari
assorbono mediamente la metà dei redditi delle famiglie). Ciò significa che una preparazione alla guerra anche
di modesta intensità (e quindi di scarsa incidenza sul piano dell'efficienza militare) era passibile di
innescare nella società italiana del tempo forti tensioni.
Stato e partito
Sostanziosi addentellati con i problemi posti da una riconsiderazione unitaria del ciclo 1936-1941
presenta la individuazione delle istituzioni e degli organismi ai quali il regime affida la realizzazione
della mobilitazione. Se ha fondamento quanto detto a proposito della assenza di sostanziali soluzioni di
continuità tra l'anteguerra ed i primi anni del conflitto, anche le scelte relative agli strumenti di intervento
vanno misurate sull'intero periodo e non v'è dubbio che in tale direzione il primo terreno da esplorare
(proprio perché la guerra avrebbe dovuto rappresentare una esperienza per tanti aspetti decisiva nel cammino verso
la "totalitarizzazione") sia quello dell'intreccio tra apparati dello Stato e strutture del partito. Il
problema generale sotteso a tale intreccio si
riconnette a quello, ripetutamente sfiorato, del funzionamento
del sistema
di potere e di alleanze su cui il fascismo si regge e rispetto al quale (il riferimento va soprattutto
alla ricostruzione di De Felice) le analisi hanno forse troppo privilegiato la semplice descrizione della
dimensione politico-istituzionale (che per sua natura trova espressione in atti legislativi o comunque
nelle formalizzazioni di documenti ufficiali). Nel caso della mobilitazione, cioè di interventi indirizzati anche
se non soprattutto al disciplinamento del corpo sociale e quindi destinati ad incidere in profondità sulle
modalità della vita collettiva, questa esigenza di fare continuamente interagire i diversi aspetti è ancora più
pressante e può trovare soddisfazione soprattutto nella ricostruzione degli spaccati locali.
Sul piano generale un dato di partenza sembra particolarmente rilevante: l'accentuarsi degli impulsi
a rendere sempre più pervasiva la presenza del Pnf. Non ne scaturisce certo un percorso lineare; anzi,
la difficoltà di darne una lettura univoca mette in evidenza il suo carattere tortuoso, quel costante e
generalizzato sovrapporsi di spinte e controspinte che è un dato comune all'intero disegno della mobilitazione e
su cui, come vedremo, le esemplificazioni non mancano, da quella largamente nota della produzione
bellica (tale per cui mentre l'approvvigionamento e la destinazione delle materie prime rientra nella sfera del
governo, le commesse restano di pertinenza delle amministrazioni militari) alle vicende malnote della
alimentazione e degli altri consumi civili primari (per le quali, lo si è già osservato a proposito di De Felice,
è costantemente in agguato la generica spiegazione legata alle inefficienze burocratiche e alle confusioni
di competenze). Al contrario, proprio la vicenda della estensione dei compiti del Pnf dimostra che la radice
di quelle "inefficienze" e di quelle "confusioni" va ricercata anzitutto nelle oscillazioni di fondo del regime
e nel fatto che queste oscillazioni riportano costantemente in primo piano l'alternarsi di tendenze in
contrasto. È sintomatico in proposito il fatto che, conferito al segretario del Pnf, nel gennaio 1937, il titolo e le
funzioni di ministro segretario di Stato, passino oltre quattro anni prima che le relative attribuzioni vengano
definite e quando ciò si verifica non avviene certo in termini da tacitare gli interrogativi. Il relativo decreto
dell'estate del 1941, infatti, se da un lato precisa che la facoltà di iniziativa legislativa deve riferirsi
esclusivamente "ai compiti, all'organizzazione e all'attività del Pnf e delle organizzazioni ed enti dipendenti", subito
dopo aggiunge che i provvedimenti legislativi da chiunque promossi che, per la loro portata politica, sociale
ed economica, abbiano riferimento con l'azione, le funzioni e le finalità del Pnf, sono proposti di concerto
col segretario del Pnf. Sintomatico, perché il documento costituisce una spia utile a intendere il precario
assetto della coabitazione partito-Stato, e più particolarmente l'incerta collocazione di un partito che, in
definitiva, non riesce ad assurgere a quel ruolo di grande protagonista cui aspira, ma strappa per così dire un diritto
di interdizione delle iniziative altrui.
Quanto ai compiti sui quali il Pnf cerca di accendere la propria ipoteca, quello di centro propulsore
della propaganda di guerra gli appartiene di diritto in quanto depositario dell'ortodossia fascista. Nessuno
del resto contesta questa prerogativa (nemmeno il Ministero della Cultura popolare), anche se l'arcipelago
degli organismi che vi fanno riferimento andrebbe meglio scrutato nelle sue dinamiche interne e nella capacità
di muoversi con sufficiente sintonia. Dalle iniziative di formazione promosse dall'Istituto di cultura
fascista alle discussioni che si accendono sui giornali dei Guf (anno topico il 1941, quando si sviluppa il
tentativo, sbollite le illusioni della "guerra breve", di fissare i contenuti autentici della "guerra fascista"), dalla
cultura militare impartita dalla Gil alle forme di presenza nelle comunicazioni di massa, il largo spettro dei
campi di intervento merita di essere esaminato
non come semplice amplificatore di direttive unitarie, ma
come espressione di una realtà sicuramente multiforme e non necessariamente omogenea. L'impegno del
partito sembra però soprattutto rivolto ad allargare il raggio di influenza verso gli apparati pubblici e
la regolamentazione della vita civile. In entrambi i casi la linea di tendenza è già pienamente delineata
alla metà degli anni trenta e si tratta quindi
soprattutto di capire in qual misura la guerra la rilanci e quali
risultati questo rilancio produca. Per quanto concerne gli apparati, l'accelerazione è maggiormente percepibile
quando il funzionamento dell'assetto istituzionale entra in affanno. Significativa la norma che nel
novembre 1941 affida al Pnf il controllo sulla ortodossia di chi ricopre "cariche ed incarichi di interesse pubblico o
di portata politica"24. Ancora una volta la dizione è tale da lasciare aperti larghi varchi alle
interpretazioni discrezionali, ma l'obiettivo perseguito non si presta a dubbi. E quando, di lì a poco, una legge sanziona
la attribuzione della qualifica di pubblico ufficiale a tutti i gerarchi del partito (sino ai gradi più bassi, di
capo settore e capo nucleo) 25, si ha la riprova che ci troviamo di fronte allo svolgimento di un disegno
non occasionale.
Anche l'assunzione da parte del Pnf di sempre più estesi compiti attinenti alla organizzazione della
vita civile, ha già un ricco retroterra alle spalle. Dentro al quale spicca come capitolo di particolare rilievo
la decisione dell'autunno 1936, contestuale alla svalutazione, di attribuire al segretario del partito la
presidenza del Comitato di vigilanza sui
prezzi26. Di particolare rilievo perché siamo all'esordio del ciclo di cui
prima s'è discusso e perché il
provvedimento è in dipendenza di una decisione destinata a introdurre
significative tensioni nel corpo sociale. Con l'intervento in guerra i compiti del partito si fanno più articolati
e incisivi specialmente nel settore dei consumi alimentari, sino al riconoscimento, in ambito provinciale,
che le decisioni delle strutture del Pnf hanno carattere vincolante per le Sepral (sezioni provinciali
dell'alimentazione)27. Un processo analogo si dipana anche in direzioni nuove. È quanto avviene nel servizio del
dopolavoro, per il quale il partito provvede "al censimento ed all'addestramento" degli interessati, mentre il
Ministero delle Corporazioni attende "all'assegnamento e alla chiamata".
L'ultimo esempio riportato rientra nella ben nota casistica degli intrecci e delle sovrapposizioni di
competenze, ma si presta anche ad una diversa digressione. A partire dall'intervento, il Ministero delle
Corporazioni perde o vede progressivamente ridotte le proprie attribuzioni a favore ora di un organismo
politico (come nel caso citato) ora della burocrazia ordinaria (come si dirà tra poco a proposito del passaggio
al Ministero dell'Agricoltura dei servizi della distribuzione alimentare). Sembra quindi di poter ipotizzare
che le necessità della mobilitazione bellica producano una spinta centrifuga proprio in quelle strutture che,
nella architettura del regime, avrebbero dovuto, più di altre, esprimere l'originalità della "rivoluzione
fascista". Un'ipotesi, beninteso, e non una conclusione, che offre però l'opportunità di agganciare il discorso su
alcuni aspetti della disciplina di guerra alla più generale contestualizzazione storica del dirigismo fascista
come frutto di accordi (si pensi soprattutto alla letteratura sulla nascita dell'Iri) che emarginano le istituzioni in
cui maggiormente si riflette l'ideologia del regime (e che peraltro non significa, come più di uno studioso
ha interpretato, la depoliticizzazione di quel dirigismo, il suo essere non fascista, ma la attribuzione della
sua genesi e dei suoi equilibri interni al diretto rapporto tra la dittatura ed i centri del potere economico,
al "corporativismo reale" rispetto a quello proclamato).
La regolamentazione dei consumi alimentari
Sinora s'è fatto riferimento ai consumi alimentari sotto il profilo dei soggetti istituzionali, burocratici
e politici, che presiedono alla loro gestione, sfiorando solo la questione del loro livello. Le scarse
ricerche fatte ci forniscono in proposito, alternati o intrecciati, due tipi di contributi. Anzitutto la descrizione,
specie a partire dal 1941-1942, della forte e diffusa carenza di molti generi di prima necessità (donde i
riferimenti al mercato nero come ad un fenomeno tanto precoce quanto pervasivo); in secondo luogo la denuncia
della inefficienza e della corruzione che regnano negli organismi preposti al settore. L'uno e l'altro aspetto
sono massicciamente documentati dalle fonti
ufficiali28. Anzi i rapporti dei prefetti e dei questori ci mettono
sotto gli occhi una situazione deficitaria già nel corso del 1939, richiamando l'attenzione delle autorità
centrali sulle speculazioni e gli imboscamenti ed esprimendo scetticismo sulla possibilità di contrastare
questa patologia. Gli allarmi risultano particolarmente preoccupanti perché - lo si è ricordato a proposito
della ipotesi di guardare al 1936-1941 come ad una ininterrotta sequenza - i fenomeni che si vanno
delineando investono una condizione già precaria (donde, ad esempio, le sottolineature relative all'insufficiente
recupero del potere d'acquisto assicurato dagli aumenti salariali disposti nel 1939 e 1940). Analoga uniformità
i rapporti dalla periferia mostrano per quanto riguarda la corruzione. Ad essere presi di mira sono
soprattutto i responsabili dei fasci locali e non c'è dubbio che i frequenti rapporti di rissosa competizione tra
burocrazia ordinaria e Pnf configurino taluni rapporti come strumenti di denigrazione a fini di lotta intestina.
Le dimensioni reali del fenomeno restano tuttavia cospicue e tali risultano anche attraverso la percezione che
di esso riporta l'opinione comune. Il discorso potrebbe anzi allargarsi ad altre pratiche spesso addebitate
a gerarchi e amministratori pubblici (anche se non ad essi soltanto), pratiche che si riconnettono alla
patologia della guerra o, se si preferisce, all'etica sociale della guerra e che a seconda dei casi parlano di
compravendite illegali di terreni e case, di commercio clandestino di preziosi, di gioco d'azzardo. Riprenderò altrove
questo accenno, anche se vale osservare che i contorni dei fenomeni di corruzione sono più affidati alla
riproduzione delle voci allora circolanti che non a qualche sia pure iniziale ricerca.
In ogni caso, anche una più puntuale analisi della penuria alimentare e delle smagliature volute o
subite dagli apparati di controllo non surrogherebbe il vuoto di indagini che circonda le scelte ed i criteri
che stanno alla base del sistema alimentare messo in opera dal regime fascista e la necessità, per una
valutazione meno superficiale, di porlo a confronto con l'esperienza di altri paesi. Può essere, come in sostanza
ritiene De Felice, che il fascismo, confidando al solito nel "genio" di Mussolini, ritenga di potersi esimere
dal combattere la guerra anche dopo averla dichiarata, ma la tesi che la latitanza delle autorità si fondi
sulla illusione di potere evitare a lungo misure troppo drastiche è palesemente contraddetta dai
provvedimenti assunti a partire dagli ultimi anni trenta ed al loro carattere di introduzione all'economia di guerra. Ciò che
deve essere messo allora in discussione sono gli stessi principi informatori degli interventi realizzati
sulla produzione, gli approvvigionamenti e la distribuzione. Un documento al proposito esemplare perché
riflette già l'esperienza della guerra in corso è la relazione che accompagna la riorganizzazione dei servizi alla
fine del 194029. In essa si precisa che agli apparati statali "spetterà essenzialmente un compito di direzione,
di vigilanza e di coordinamento, che dovrà appoggiarsi sulla collaborazione e sull'attività anche esecutiva
delle organizzazioni sindacali e degli enti economici che il regime corporativo è andato costituendo e che
oggi forniscono i mezzi per una disciplina, che è in gran parte autodisciplina delle stesse categorie
interessate". Alla luce di tale enunciazione è più facile intendere l'assegnamento fatto, per la distribuzione,
"sull'attività commerciale, indirizzata e controllata, ma non soppressa", e la facoltà, riservata al Ministero
d'Agricoltura, per "disciplinare il consumo di taluni generi alimentari, per contenerli nei limiti delle disponibilità e
per evitare possibili sperperi", di "procedere, quando occorra, al razionamento del consumo della
popolazione civile". I due presupposti del sistema che si va definendo sono dunque l' "autodisciplina" di produttori
e commercianti da un lato, il ricorso al razionamento come misura estrema dall'altro. Sembra quindi
corretto parlare di un "doppio mercato", l'uno rigidamente regolato e l'altro almeno parzialmente libero; ed
aggiungere che con il progredire degli anni di guerra, l'accentuarsi delle restrizioni ed il farraginoso
accumulo delle disposizioni un terzo mercato, "grigio", viene ad incunearsi tra i primi due, aprendo la strada
ai correttivi del "mercato nero"30
Se sommariamente paragoniamo questa soluzione italiana con quanto parallelamente viene messo
in opera in Gran Bretagna e in Germania, le differenze appaiono immediatamente macroscopiche. In
Germania l'effettivo controllo sui prezzi è grandemente favorito dalla determinazione con la quale il regime
nazista tiene relativamente alto il livello dei consumi civili (determinazione tutt'altro che ininfluente sul
modello economico del blitzkrieg); in Gran Bretagna i sacrifici di gran lunga maggiori imposti alla
popolazione civile sono accompagnati da un impegno egualitaristico che, come è risaputo, investe i più diversi
campi della vita sociale. A fronte dell'uno e dell'altro esempio, la condizione dell'Italia è caratterizzata da
un indiscutibile più basso livello di disponibilità iniziale, ma proprio per questo risalta, con ancora
maggior crudezza, quanto la soluzione adottata sia tale, per le istanze privatistiche che incorpora, da accentuare
le sperequazioni esistenti e generarne di nuove. Solo a questo punto, e non prima, si inserisce il discorso
sulla sovrapposizione di competenze e la inefficienza della macchina burocratica. Uno degli esempi più vistosi
è fornito dal fatto che inizialmente, nel dicembre 1939, si dispone che i servizi centrali di
approvvigionamento siano attribuiti al Ministero d'Agricoltura e quelli di distribuzione al Ministero delle Corporazioni,
salvo la riunificazione delle due strutture a livello periferico mediante le Sepral, costituite presso i consigli
provinciali delle corporazioni e rette da pletorici consigli direttivi composti da membri di diritto e presieduti
dal prefetto (l'attuazione delle delibere delle Sepral è poi affidata ai podestà, che dovrebbero a loro volta
essere assistiti dai comitati di resistenza civile). Un anno più tardi anche i servizi di distribuzione vengono
concentrati nel Ministero d'Agricoltura, nell'ambito del quale è stata nel frattempo istituita la Direzione
generale della alimentazione. Il passaggio è significativo per sottolineare ancora una volta la lentezza e la
macchinosità con le quali gli apparati corrispondono alle urgenze dello stato di guerra e per rilevare come i tempi e le
fasi della politica annonaria mescolino, sommandone gli effetti negativi, la precocità e insieme il ritardo
degli interventi. Non sembri un paradosso. Se è vero che le restrizioni precedono lo stato di guerra, tanto
che all'atto dell'intervento la disponibilità alimentare ha già subito sensibili decurtazioni, le misure
successive appaiono straordinariamente lente e impacciate, com'è nel caso del razionamento del pane, che
interviene solo nell'ottobre del 1941 e secondo quantità che, per quanto modeste, dovranno subire un ulteriore
abbassamento pochi mesi più tardi. Segno, certo, di gravi difficoltà che, proprio perché tali, avrebbero
dovuto indurre ad un impiego ben altrimenti pianificato delle risorse. Ma, come s'è visto, l'imprevidenza è solo
una variabile dipendente da quell'atteggiamento "rinunciatario" su cui si è richiamata prima l'attenzione.
"Guerra lunga" e fronte interno
Uno dei sintomi più evidenti della svolta che matura a partire dai primi mesi del 1941 sta nel
diverso ruolo che la propaganda del regime attribuisce al fronte interno. Sino alla fine del 1940 gli appelli che
il fascismo rivolge al Paese si risolvono principalmente in un invito alla disciplina. La popolazione civile
deve schierarsi compatta dietro le forze armate e sostenerne l'impegno; di sacrifici non si parla, se non nel
senso che il Paese deve mostrarsi consapevole della partita
che si sta giocando e le privazioni che lo stato di
guerra impone sono più un obbligo morale che una necessità economica. Una linea, in definitiva, che
rieccheggia i motivi della campagna antisanzionista, l'esempio più illustre, e più riuscito, di mobilitazione psicologica
di massa che il regime abbia alle spalle. Dopo l'inverno 1940-41, a seguito e per effetto della campagna
di Grecia, il mutamento di toni e di contenuti è immediatamente percepibile. Riorganizzazione degli alti
comandi e rilancio dei piani di produzione bellica sono passaggi essenziali, ma per l'opinione diffusa
restano sullo sfondo, mentre ciò che viene in primo piano è che la mobilitazione del fronte interno muta registro:
la disciplina non è più solo un atto di fierezza, ma il presupposto per attrezzarsi ad un conflitto ben più
oneroso di quanto l'estate 1940 abbia lasciato intravedere. L'immagine stessa del nemico subisce
sostanziali modificazioni o, quanto meno, non si riassume più soltanto nella rappresentazione del castigo
oltraggioso che si sta abbattendo sull'arroganza inglese. La deformazione in chiave gangsteristica della figura di
Churchill vela appena il timore, per la prima volta concreto, fisico, di trovarsi di fronte ad un avversario ben
determinato a combattere (e apre la strada a quello che sarà il leit-motiv della propaganda fascista dall'autunno
del 1942, con la ripresa in grande stile dei bombardamenti alleati sui centri industriali: il nemico barbaro
che infierisce sui civili come sulle opere d'arte, e che affida la sua vendetta ad un esercito di mercenari di
ogni razza)31.
Quanto questo cambio di rotta nel modo di presentare il conflitto al Paese rifletta un effettivo
cambiamento, da parte del regime, nel modo di organizzare la società in guerra è un problema ancora
aperto. Ancora aperto almeno per quanto riguarda le reali intenzioni di Mussolini e del gruppo di comando
fascista. Una piccola spia delle tensioni che si avvertono all'interno del regime è rappresentata dagli accenni già
fatti al Pnf e ai suoi tentativi di moltiplicare le proprie forme di presenza. Non c'è motivo di sopravvalutarne
gli effetti (che probabilmente sono soprattutto quelli di indurre l'opinione comune a identificare sempre
più nelle gerarchie centrali e periferiche del partito i responsabili delle prove cui il Paese è sottoposto), ma
di essi va tenuto conto se si vuol capire per quali vie la guerra tenda a radicalizzare i suoi contenuti
ideologici, a presentarsi sempre più come "guerra fascista". Sul piano dell'organizzazione sociale le conseguenze
sono irrilevanti. Anzi, il peggioramento delle condizioni di vita (e può valere qui l'esempio già fatto della
questione alimentare), sembra servire soprattutto a mettere in più cruda luce quello che già s'è definito il
comportamento rinunciatario del regime, purché tale rinuncia venga interpretata come fattore molto prossimo
all'impotenza (e l'impotenza, a sua volta, venga fatta principalmente risalire ai vincoli di classe che da
sempre hanno caratterizzato la politica fascista). In questo senso, a partire dall'inverno 1941-1942 si
moltiplicano gli interventi in campo fiscale e annonario, ma la loro impostazione resta quella degli anni precedenti
ed agisce quindi in direzione opposta a qualsiasi impulso ad una maggiore coesione sociale. E che i
fenomeni di tipo disgregativo tendono a dilatarsi è dimostrato dall'inasprimento delle pene per colpire anzitutto i
reati di tipo economico, che sono i primi, nel 1941, ad allargare la casistica dei "reati contro la personalità
dello Stato", che come tali comportano la pena di morte, e il passaggio al Tribunale speciale di tutti i reati
punibili con una pena massima non inferiore ai vent'anni. I delitti economici, s'è detto, compaiono costantemente
in primo piano (tanto da essere esclusi dall'amnistia e dal condono disposti nell'ottobre 1942 per il
ventennale del regime) e si riconnettono anche, sempre alla fine del 1942, alle misure che hanno diretta attinenza con
le situazioni create dall'intensificarsi dei bombardamenti.
In questo stesso periodo si rende evidente anche la
tendenza32 ad ampliare la sfera di competenza
della giustizia militare rispetto a quella ordinaria. Solo una indagine diretta, in ambiti e tempi determinati,
sulle fonti giudiziarie potrà fornirci elementi utili e ricostruire questa patologia. Il riordinamento degli
strumenti dell'azione repressiva ci dice comunque che il regime per primo avverte la sempre maggiore lontananza
del Paese dalle proprie parole di ordine. Sarebbe tuttavia riduttivo limitare l'analisi a questo aspetto.
Proprio perché una parte crescente dei fenomeni che attraversano il corpo sociale sfugge al controllo delle
istituzioni si apre un capitolo di indagine rispetto al
quale la documentazione ufficiale contiene poco più che
dei riferimenti allusivi. Nell'inverno 1942-1943 si pongono le basi di
dinamiche (tesorizzazione, formalizzazione degli agenti e della mappa del mercato vero) che troveranno poi pieno sviluppo nel biennio
successivo33.
Guerra "totale" e guerra "fascista"
Nella letteratura sull'Italia nella seconda guerra mondiale, la dizione "guerra totale" ha
incontrato scarsissima fortuna. O, meglio, quando è stata impiegata è servita soprattutto per alludere alle
dimensioni del conflitto (questa volta, rispetto al 1914-1918, davvero mondiale) o, più ancora (e qui il
riferimento/confronto con la grande guerra acquista maggior spessore), al contemporaneo coinvolgimento di militari
e civili. In entrambi i casi si tratta di un uso certamente legittimo, ma anche di una accezione debole, utile
più per le titolazioni di tipo manualistico che per costruire una categoria analitica dotata di ambizioni
interpretative. È però difficile registrare queste insufficienze solo come frutto di un ritardo storiografico. La prevalenza
delle ricostruzioni cronachistiche e memorialistiche non basta a motivare una simile conclusione e
sembra piuttosto necessario chiedersi se non siano i tratti distintivi della guerra italiana a rendere
difficilmente praticabile quella definizione o quantomeno a indurci ad elaborare una modalità di impiego del tutto
particolare. Anche di fronte a questo problema, così come nelle pagine precedenti, mi limito ad indicare
alcuni spunti di discussione, ben consapevole che le lacune di cui ho più volte detto pesino particolarmente
proprio quando si voglia suggerire un'ipotesi onnicomprensiva, com'è quella sottesa alla categoria di "guerra
totale".
Una prima necessaria osservazione ci riporta al tema dell'imperialismo fascista e dei reciproci,
sempre più stretti vincoli che si vengono a stabilire tra politica estera e politica interna nel corso degli anni
trenta. All'inizio, ponendo a confronto soprattutto la tesi di De Felice e Knox, ci si è soffermati sui modi di
leggere quella correlazione, modi ora più inclini a non andare oltre la constatazione di empirici parallelismi, ora
a scorgervi una organica complementarietà. Si è già detto come questa seconda ipotesi appaia, se evita
di cristallizzarsi in formule troppo rigide, più convincente e armonizzabile con il problema storico
complessivo del fascismo. L'osservazione rischia tuttavia di risultare ambigua se non si ribadisce, nel contempo,
che l'ambizione dell'Italia fascista di rendersi protagonista della scena internazionale è essenzialmente
legata alla sua capacità di inserirsi nel gioco delle grandi potenze, non certo di imporne uno proprio. In
questo senso (e mi pare che Ernesto Ragionieri lo abbia ben chiarito già alla metà degli anni settanta
guardando all'intero corso dell'Italia
postunitaria)34 l'imperialismo italiano è inguaribilmente "parassitario", in
quanto per affermarsi deve necessariamente lucrare sulle occasioni che la congiuntura internazionale gli offre.
E quando l'imperialismo mussoliniano imbocca senza possibilità di ritorno la strada dell'espansionismo
aggressivo sconta sino in fondo l'incognita di avere alle spalle quella che la diplomazia internazionale ha
da sempre definito non senza sarcasmo giustificato, come la "più piccola delle grandi potenze". Può
sembrare un riferimento sin troppo generico, però serve a ridimensionare alcuni dei quesiti sui quali la storiografia
si è sin troppo accanita. Così, per limitarmi ad un solo esempio, quando si enfatizza, a proposito del
modello della "guerra in preparazione", lo scarto rappresentato dall'anticipato intervento del giugno 1940
rispetto alla previsione (di Mussolini) di portare a compimento entro il 1942-1943 una fase essenziale del riarmo,
si affaccia un dato reale (l'entrata in guerra che si verifica controtempo rispetto a ragionevoli requisiti
di efficienza militare) intrecciandolo però con un falso problema, quasi che il rispetto dei tempi
mussoliniani possa determinare una effettiva modificazione dei rapporti di forza. Il richiamo alle reali dimensioni
della potenza italiana vale del resto anche per l'emorragia provocata dalle spese militari anteriori al
1939-1940. Le operazioni in Etiopia, l'intervento in Spagna, gli oneri gravosissimi della politica coloniale
costringono ad un finanziamento, per così dire, a singhiozzo dei programmi di riarmo, che si trasforma in
condizionamento tanto più negativo quanto più ci si rapporta ai limiti angusti delle risorse italiane. In definitiva,
il grado di "totalità" (quanto a posta in gioco e quindi ad estensione nello spazio e nel tempo) che il
conflitto che si andava delineando avrebbe potuto assumere non sarebbe dipeso dall'iniziativa dell'Italia
fascista, destinata in ogni caso ad un ruolo minore. Quando De Felice registra lo scarso impegno bellico di
Mussolini e il suo puntare su una gestione essenzialmente politica del conflitto presuppone una scelta strategica
che tale non è (cioè fondata su un ragionevole margine di autodeterminazione), ma che riflette semplicemente
la necessità di adeguarsi alle scelte altrui. Sotto questo profilo, il rinchiudere, come fa Knox, la "guerra
di Mussolini" nel ristretto spazio rappresentato dall'estate-autunno 1940 riflette un più realistico
apprezzamento della prospettiva fascista (anche se il concetto di "guerra parallela" suscita riserve che non è il caso
di discutere qui).
Se l'Italia fascista è comunque predestinata al ruolo di comprimario, è su questa scala che la
mobilitazione va misurata, quanto ai tempi e quanto all'intensità. In un contributo di qualche anno fa ho parlato,
con l'occhio ai provvedimenti presi a ridosso dell'intervento, di "mobilitazione sotto
tono"35, attribuendo tale caratteristica sia alla diffusa convinzione di una guerra breve (e che perciò stesso non avrebbe potuto
trasformarsi in "guerra totale"), sia all'eredità degli interventi effettuati alla
metà degli anni trenta (che,
viceversa, potrebbero far pensare quantomeno ad una scelta tendenziale verso la mobilitazione globale delle
risorse). Si tratta di una dicotomia da approfondire ponendoci da un punto di osservazione più interno
all'intero periodo 1936-1943. La mobilitazione resta infatti per molti aspetti "sotto tono" anche al di là del
disastro greco, quando naufraga l'illusione della guerra breve, che cessa quindi non solo di fornire una
spiegazione adeguata alla nuova fase, ma mette in dubbio anche la sua validità precedente. A partire infatti
dalla primavera-estate del 1941 sono percepibili diversi tentativi di attrezzare il Paese - si tratti
dell'efficienza militare o dello sfruttamento dell'apparato economico, assai meno della tenuta del fronte interno - ad
uno sforzo massiccio e prolungato, tale per cui la modestia dei risultati raggiunti (ben percepibile anche a livello
delle conoscenze attuali) non può più essere letta come esito di una voluta autolimitazione (la
"mobilitazione sotto tono", appunto), ma come una caratteristica intrinseca alla macchina da guerra fascista.
Credo che allora due ordini di ragioni vadano considerati. Il primo riguarda l'inevitabile eclissi che,
nel passaggio dalla guerra breve alla guerra lunga, subisce ciò che ho prima definito imperialismo
"parassitario". La dilatazione in ogni senso del conflitto priva infatti quell'imperialismo del suo alleato più
prezioso, ovvero di una situazione internazionale sufficientemente duttile per essere passibile di sviluppi
diversi. L'alleanza con la Germania rappresenta più che mai l'unica carta da giocare. E il velleitarismo che
spinge Mussolini a vagheggiare di quando in quando scenari almeno in parte diversi da quelli dettati
dalla subordinazione al Terzo Reich, serve solo a ridurre ulteriormente l'influenza italiana sulla condotta
della guerra, non certo a creare al fascismo impensabili spazi di autonomia. Il secondo ordine di ragioni,
di tutt'altra natura, è quello della compatibilità tra una mobilitazione in "profondità" e il sistema di alleanze
su cui il regime fascista si regge. Ho parlato all'inizio della contraddizione evidente insita nel ricorso
agli alleati tradizionali del regime per affrontare una guerra il cui esito vittorioso avrebbe dovuto portare
a maturazione il processo di "totalitarizzazione" (e perciò stesso al ridimensionamento delle posizioni
di potere di quegli stessi alleati). Riconosco che, se semplicemente enunciata, la tesi pecca di astrazione
e richiede comunque di essere scomposta nei vari elementi di culture non meno che di interessi che in
essa confluiscono. Resta tuttavia indubbio che l'intervento in guerra riduce la coesione di quel sistema di
alleanze anche perché la ridiscussione che esso provoca degli squilibri precedenti (la dittatura vista anzitutto
come garante dell'ordine e delle gerarchie sociali interne) non è accompagnata dalla proposizione di una
solida alternativa, ma solo dalla sempre più aleatoria promessa di un "futuro imperiale". Muovendo da
questa premessa elementare, l'esperienza della guerra consuma con progressione accelerata il patrimonio di
consensi accumulato negli anni venti e trenta, senza peraltro suscitare nuove aggregazioni sia pure
minoritarie. Già estraneo a quella parte del Paese che l'ha subito (e che abbraccia un'area sociale che gli esigui
nuclei antifascisti cercano di interpretare, ma di cui non sono necessariamente espressione), il fascismo rischia
di rendersi estraneo anche a chi lo ha voluto. E qui il richiamo ai modi di governo del fronte interno è
essenziale per non equivocare sui caratteri della crisi che si va aprendo. Nella stretta dei secondi anni trenta, il
regime cerca, sul piano economico e sociale, di dosare gli interventi in modo che dalla condizione di
privilegio riservata ai ceti imprenditoriali e proprietari non vadano disgiunte misure compensative intese a
salvaguardare almeno in parte le condizioni delle classi medie e dei ceti subalterni. Misure molto timide,
come denotano la indebolita tutela del risparmio e la parabola dei salari, ma non irrilevanti a fronte del
totale abbandono seguito all'intervento. Le motivazioni di questo abbandono chiamano in causa le capacità
operative del regime, ma prima ancora i forti elementi di privatismo che, a dispetto delle proclamazioni di
principio, caratterizzano la disciplina del Paese in guerra. Lo si è esemplificato attraverso la regolamentazione
dei consumi alimentari, ma riferimenti analoghi si possono riscontrare nella politica fiscale e in altri
campi ancora. A questi comportamenti, in cui non è difficile ritrovare le costanti della politica sociale del
regime, si affianca del resto la grave insufficienza delle più elementari misure dallo stato di guerra (si pensi
alla assenza di ogni effettiva protezione delle città dai bombardamenti aerei e agli interventi del tutto parziali
e ritardati di fronte al fenomeno dello sfollamento). Se si guarda alla situazione interna dei principali
paesi belligeranti l'esperienza italiana sembra davvero caratterizzata da una pronunciata divaricazione tra Stato
e società, tanto che si potrebbe affermare, con una punta di paradosso, che il coinvolgimento dei civili
nel conflitto (uno degli aspetti centrali della "guerra totale") avviene non per la capillare mobilitazione messa
in atto, ma per il suo contrario, ovvero per la latitanza delle autorità e delle istituzioni. Il discredito del
regime fermenta soprattutto su questo terreno e lascia quindi del tutto impregiudicate le possibili vie di
uscita politica dalla crisi che si sta aprendo. (Nel medesimo contesto - ma è solo un accenno a riprova di quanto
ora detto - si alimenta in parte anche quell'ala della militanza fascista che dalla disaffezione del Paese è
spinta a riesaminare criticamente le scelte del ventennio e ad accentuare motivi di radicalismo ideologico
(da "guerra totale" in quanto guerra di religione) che fanno da ponte verso l'esperienza di Salò).
In questo senso la gestione del fronte interno ci pone interrogativi non sostanzialmente dissimili da
quelli della mobilitazione industriale, e dei raccordi tra questa e la strategia dei cicli militari. Il quadro
italiano sfugge ad ogni distinzione rigida tra "armamento in profondità" e "armamento in estensione", sembra in
un primo tempo avviarsi, sia pure non sistematicamente, sulla prima strada, per abbracciare poi, ma in
maniera del tutto empirica e disordinata, la seconda, per sfociare infine in esiti difficilmente classificabili in base
ad un modello dato e le cui spiegazioni vanno forse ricercate nelle correlazioni tra la politica estera e la
politica interna quali si vengono sviluppando lungo gli anni
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