Francesca Koch
Lo sfollamento nella memoria femminile*
Proposta di lettura di alcuni testi dell'Archivio diaristico nazionale
"l'impegno", a. XIII, n. 1, aprile 1993
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Nel corso della ricerca riguardo al mutamento dell'identità femminile durante la guerra, è emersa
la necessità di porre attenzione non solo ai cambiamenti esterni legati alle nuove possibilità di lavoro o
di iniziativa individuale, ma soprattutto ai modi di organizzazione della memoria femminile nella
ricostruzione del proprio vissuto durante gli anni di guerra; a gesti, comportamenti, immagini che possono essere
il segno di una percezione mutata di sé e del mondo esterno; alla ricchezza innovativa dell'esperienza
individuale, pur nel confronto e nella tensione con identità condivise e progetti collettivi; alla capacità o meno
di rielaborare personalmente il senso degli avvenimenti e di strutturare delle strategie di difesa o di riparazione.
Gli appunti che seguono rappresentano un tentativo di lettura di alcuni diari e memorie femminili,
con particolare attenzione ai testi conservati nell'Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano e ad alcuni
diari romani, nell'ottica, appunto, di un'indagine sulla soggettività femminile intesa, con Luisa Passerini,
come "luogo di tensione tra determinismo e libertà", tra modelli e comportamenti; dunque, non
semplicemente frutto dell'incontro di determinanti sociali o di reti di relazione, ma anche capacità di invenzione e di
scatto oltre l'esistente1. "Ma quando sarà scritta la storia di questi anni ci sarà forse chi onestamente dirà che
le donne avevano visto chiaro, terribilmente chiaro, più degli uomini. Perché esse sono tutto istinto e in
questa guerra, mentre i militari facevano calcoli e si curvavano sulle carte, esse dovevano mandarci i loro figli,
i loro uomini e sentivano strapparsi la pelle. Non misuravano tanto il numero delle divisioni, il
tonnellaggio, il terreno. Odoravano l'aria, si tastavano il polso, dicevano semplicemente: non va. Come sempre,
non furono interrogate. Avrebbero potuto rispondere solo scuotendo desolatamente la testa per dire di no, di
no". Questa lungo brano, tratto dal diario di Anna
Garofalo2, è molto eloquente, non soltanto perché rivendica
la profonda consapevolezza femminile della tragedia bellica, ma forse soprattutto perché il "vedere" delle
donne appare qui legato al loro istinto, al fatto di essere toccate negli affetti primari, nella fisicità delle
relazioni biologiche. Nel corso del testo questa immagine delle donne ferite, che ribadiscono il loro no alla guerra,
la loro estraneità impotente, si allarga a rappresentare l'intero Paese, violentato e umiliato dai lunghi anni
di guerra, ma prima ancora, secondo la Garofalo, dalle scelte di una classe dirigente incapace e
arrogante. Certamente l'immagine non è nuova, anzi, rappresenta uno degli stereotipi della narrazione della guerra,
ma nel diario della Garofalo la sua vicenda personale, l'attesa straziante del ritorno del figlio imbarcato
come ufficiale su una nave della Marina militare, diventa metafora dell'attesa di un intero Paese; l'inabissarsi
nel gorgo dei privatissimi sentimenti di odio, di impotenza, di rancore, di disperazione, si giustifica anche
come atto politico, come processo conoscitivo di una morte collettiva, come descrizione delle comuni speranze
di rinascita. Il figlio in guerra, al di là del concreto, appassionato riferimento biografico, assume il
valore emblematico della vita stessa; il suo ritorno legittima l'attesa del futuro. L'osservazione degli anni di
guerra attraverso l'intensità emotiva degli avvenimenti privati è la chiave che Anna Garofalo sceglie
consapevolmente; ma anche per molte altre donne la guerra rappresenta una occasione drammatica di
introspezione, una costrizione a guardare in se stesse, a riconoscere come propri sentimenti fino allora sconosciuti,
a ricorrere a linguaggi e ambiti simbolici assolutamente inusuali.
Per molte l'atto stesso di scrivere un diario è un modo di avere uno spazio per sé, di ricordare
un'esperienza che si ritiene unica: "Molti episodi della normalità hanno assunto significati impensati, profondi,
da non disperdere nella dimenticanza del tempo che inesorabile trascorre su di
noi"3; "scrivere mi permette
di scaricare i pesi più riposti, alleggerisce di ansie altrimenti
insopportabili"4; "poche parole che [...] un
giorno rileggendole possano darmi l'impressione di cosa veramente sia stata questa orribile
guerra"5. È anche un modo di stare con l'altro, assente: molti diari, o memorie si rivolgono a un "tu" affettivamente importante
(le figlie, il partner, il fratello). "Oggi che sono nuovamente sola, tagliata fuori [...] ho bisogno di mettere
giù qualcosa, potrei non sopravvivere agli eventi e allora lui potrà trovare qui ancora per sempre il
mio amore, il mio ricordo"6; Marcella Ceruti scrive per raccontare alle sue bambine gli anni della guerra perché "forse,
in seguito, raccontate a voce, certe vicende potrebbero sembrare esagerazioni" (Modena, agosto
1945)7. La necessità di ricordare è una spinta determinante anche per le memorie posteriori, molte delle quali
sollecitate dalla trasmissione "La mia guerra": "Non ci sarà più nessuno che testimonierà [...] se non ne
lasceremo la
memoria"8; "anche questa
è una maniera per farsi ricordare e per non morire del
tutto"9.
Il diario, in qualche
caso10, sostituisce gli oggetti esterni di riferimento dei quali si è state private;
l'atto di comunicazione rende presente non soltanto il destinatario, ma gli elementi del mondo esterno che,
in tempi normali, sostengono il riconoscimento della propria identità. "Ogni giorno, per poter scrivere,
mi allontano di soppiatto, scegliendomi un posto sempre nuovo, ora tra i mirtilli, ora tra i castagni,
affondando nei mucchi delle foglie secche e umide, distratta dal profumo delle mammole nascoste tra le erbe. Sono
i momenti più miei, capaci di ridarmi un po' di vigore e di pace, per poter ritomare poi alla realtà
della mandra, dove ritrovo tutti raccolti intorno al
fuoco''11.
La scrittura quotidiana presuppone un atteggiamento attivo, una decisione volontaria di
osservazione della realtà esterna, ma soprattutto della propria interiorità, e può divenire per questo strumento di
salvezza, "il mezzo di una conquista di sé per mezzo di se
stessi''12. Nelle situazioni estreme, in ultima analisi,
si scrive per "il bisogno di dare espressione alla lotta personale contro le tendenze distruttive presenti
nella società e nell'individuo e di comunicare gli sforzi personali per trovare il senso della
vita''13.
Nel discorso che si articola nei diari è essenziale la dipendenza dal tempo della scrittura, la
segmentazione progressiva, la discontinuità; l'incertezza del periodo è in qualche modo rispecchiata dalla precarietà e
dalla incertezza degli appunti quotidiani, nei quali prevale un sentimento di impotenza e non c'è spazio
per valutazioni complessive. Le memorie invece, grazie ad una visione globale e ad una riflessione di
lungo periodo, si organizzano secondo i ritmi del tempo interiore e della coscienza di sé in base ai quali
vengono riordinati fatti e ricordi resi significativi dall'elaborazione
personale14.
La dichiarazione di guerra rappresenta per
molte la fine di un'epoca, la perdita di un mondo. Valga
per tutte il ricordo di Maria Luisa Faita che, a Milano, ascolta alla radio il discorso di Mussolini: "Nel
silenzio della piazza gridò: 'Lo volete voi? 'Fu un urlo di migliaia di voci a rispondere 'Si'. In quell'istante
mia madre si portò le mani alla bocca e disse: 'No' e scoppiò a piangere. Gianni si fermò di colpo, mio
fratellino continuò a giocare col meccano e io finalmente capii cosa era successo. Eravamo in guerra. Era il
dieci maggio (sic) 1940. Fu in quel momento che incominciai a diventare grande. Il mio piccolo mondo
dorato era scoppiato come una bolla di sapone. Avevo appena compiuto 14 anni". D'altra parte, che le donne
non fossero contente dell'entrata in guerra dell'Italia era noto anche agli informatori dell'Ovra ("gli animi
sono abbastanza sereni, tolto l'elemento femminile di ogni ceto, che è sempre avverso ad un intervento,
Genova, 23 maggio 1940"15; "molte donne piangevano, e, alla fine, si è notata larga affluenza nelle chiese, Roma,
11 giugno 1940''16) e si può facilmente documentare attraverso le numerose testimonianze scritte, private
o pubbliche.
Questa guerra viene
percepita come un fatto assolutamente nuovo: "credo che nella storia di tutti i
tempi non siano mai capitati a creatura umana momenti simili" scrive nel suo diario la fiorentina Maria
Alemanno; "una guerra che forse non ha riscontri nella storia, sia per gli errori umani, sia per la ferocia dei mezzi,
sia per il numero incalcolabile delle vittime, sia per l'estensione del conflitto", aggiungerà, a guerra finita,
la bolognese Gianna Poggi Pollini.
In molti di questi testi acquista
grande importanza l'esperienza dello sfollamento, narrata come
una vicenda emblematica e durissima di straniamento e spoliazione una "tragedia
muta''17, un'esperienza limite di esilio, di umiliazione, spesso di morte, di fronte alla quale è necessario attivare risorse nuove, strategie
e forme di solidarietà impensate, e che costringe ad un ribaltamento dei punti di riferimento sociali e
individuali.
Lo sfollamento, anche nelle evidenti diversità legate alle differenze sociali, rappresenta per tutte
un processo doloroso di deprivazione, che spesso si prolunga anche per otto-dieci mesi, durante il quale
vengono sottratti, con i beni materiali, anche le più ovvie abitudini quotidiane, le relazioni personali, lo
stesso benessere fisico: la casa, innanzitutto: "Col pensiero sono in questo momento a Genova, nella mia casa
[...] L'ambiente è caldo, accogliente, rivedo ogni angolo, ogni mobile [...] E noi siamo qui [...] anche se il
nostro spirito è rimasto laggiù e vive tra quelle
pareti"18, ma anche gli oggetti personali e familiari
19: "Le nostre care cose, delle quali siamo tanto gelosi per quanto custodiscono in sé di te, di
noi"20, il proprio passato: "Ma io ho bisogno di rifugiarmi nel passato, di aspettare apparecchiando la tavola con la tovaglia di
lino odorosa di cassa''21, il luogo mentale delle proprie sicurezze e del rapporto con gli altri, il proprio
spazio personale, le sia pur limitate conquiste di indipendenza, l'intimità, la salute fisica (numerosi i
racconti relativi alla fame, alla malattia; il disagio comporta immediatamente la perdita delle mestruazioni).
Sandro Portelli fa notare giustamente che lo sfollamento coincide con una riduzione allo stato di
natura, certo sottolineata anche dalla spoliazione della proprietà: "La sensazione di non avere 'assolutamente niente', la perdita di oggetti simbolici [...] rafforza quella di trovarsi al di fuori dei rapporti sociali
consolidati"22
Di questa riduzione ad uno stato naturale (che d'altra parte è descritta con lucidità dalle stesse
protagoniste: "Gli uomini diventano trogloditi, ritornano alla primitività in tante
cose"23) fa parte integrante lo
sconvolgimento nella percezione del tempo e dello spazio, non più scanditi dalle regole sociali, non più
ordinati dall'insieme complesso dei simboli della cultura: ora un
continuum che disorienta e costringe a
inventare forme diverse di adattamento. Nello sfollamento vengono annullate le differenze tra il tempo individuale
e quello collettivo, viene cancellata la possibilità di uno spazio, simbolico e materiale, per sé o per il
proprio gruppo; si veda, ad esempio, la promiscuità della convivenza nelle mandre dei monti sopra Formia e
il tentativo di "delimitare" il proprio territorio, narrato da una giovane sfollata insieme alla sua famiglia:
"Ora vorrei che non cadesse mai più la notte, per non ripetere il buffo cerimoniale di preparazione al giusto
riposo in compagnia di estranei, questi allineati da un lato, noi dall'altro: ma dati i limiti della mandra e la
pendenza del terreno, niente di più logico e normale che ogni notte ci ritroviamo tra le gambe di quelli,
senza stupore né eccitazione o pudore di sorta. Favorisce lo scivolamento anche la paglia raccolta sotto i
materassi e le coperte, instabile e levigata nelle sue infinite particelle, regno quasi naturale di pulci e di insetti
vari"24. Lo spazio esterno, naturale, è in realtà incapace di offrire riparo e sicurezza: "Comincio a pensare che
siamo in terra di nessuno"25; "non avevo mai provato quello stato angoscioso di ansia, quella paura travolgente
che ti vorrebbe far fuggire per trovare un posto sicuro in cui rintanarti, ma non puoi farlo, perché quel posto
non c'è, non esiste"26.
La perdita delle coordinate fisiche e mentali, insieme alla violenza della guerra, ai
bombardamenti, genera follia soprattutto negli anziani: "Ma c'è chi l'ha già perduta, la fiducia, specie gli anziani, e non è
più capace di riacquistarla: Totonno il cocchiere, ad esempio, che vediamo sbandare per la via, quando riesce
a muovere un passo, e piangere come un agnellino, nonostante i suoi sessantacinque anni suonati, o
gridare come un pazzo e non sa quel che dice [...] Ho paura che saremo travolti tutti da pazzia collettiva [...] Non
ci stupisce ormai più incontrare persone che godono di
uno stato di beatitudine assurda: ebeti, esaltati,
pronti ad attirare l'attenzione e quindi l'ilarità con gesti strani e spesso osceni. O vediamo uno accoccolato
ai margini del sentiero con il capo tra le mani, vestito di stracci pidocchiosi, che per nulla al mondo
solleverebbe la testa: forse piange, o dorme, o crede di pensare [...] I morti non si contano più, specie tra i
neonati e i malati, privi di assistenza e di vitto adeguato. E i vecchi continuano ad impazzire accasciati al fianco
di una roccia, dopo aver sbandato e brontolato per vari
giorni"27.
C'è anche, forte, una sensazione di vergogna, per il proprio aspetto, per il dover
chiedere, per la perdita dell'immagine sociale di sé, anche nei bambini; ricorda Adriana Alunno: "Io non so perché, mi
vergognavo a trovarmi in quella circostanza penosa e la vivevo male; sentivo cocente l'umiliazione della nostra
situazione e avevo la sensazione della nostra miseria e la consapevolezza che la sventura quella volta era
proprio toccata a noi. Erano molti e confusi quei sentimenti che mi facevano gran male, tanto che cominciai
anche ad avere una certa nausea. Era il rifiuto di tutto quello che mi toccava vivere, carretto e somarello
compresi"28. Lo sfollamento d'altra parte ribadisce i ruoli tradizionali e l'importanza dell'unità familiare: le
donne sono costrette dalla necessità a curarsi dei bambini, dell'igiene di tutto il gruppo (eloquenti in tal senso
le pagine sulla bollitura dei panni contro i pidocchi, o sulla umiliante ricerca dei parassiti sul proprio corpo
e su quello dei familiari nei diari di Irene Paolisso, Ada Reale e altre), e della difficilissima opera di
reperimento del cibo; gli uomini, pochi, valutano la situazione, decidono gli spostamenti, danno gli
ordini. L'umiliazione e la fatica dello sfollamento sembrano tuttavia colpire gli uomini in modo più
accentuato anche perché, in genere, si tratta di persone in età avanzata; ricorda Annamaria Corbara: "Raggiunsi
mio padre che diceva 'Che paura, che paura'. Era avvilito. In quel momento mi sembrò invecchiato di 10
anni. Mi fece una gran pena [...] Papà mi pregò di andare al paese col sindaco... era avvilito... non sapeva
cosa decidere... disse che io ero la sola che poteva tentare di raggiungere Tramonte". Per la bambina
Adriana Alunno è la scoperta che anche gli uomini piangono: "Fino a quel giorno non avevo mai visto piangere
un uomo e fu per me come scoprire un segreto: dunque non era vero, come mi era sempre stato detto, che
le lacrime fossero un appannaggio esclusivo delle donne, in quanto deboli e di scarsa forza d'animo, e che
gli uomini possedessero tutti il cosiddetto 'coraggio virile'
"29. Sono soprattutto gli uomini a lasciarsi morire
di fame; le donne sono troppo occupate a garantire la sopravvivenza dei figli o dei
familiari30 e per esse, forse, l'urgenza di questi "scopi di vita", come li definisce Primo Levi, rappresenta una difesa contro la morte.
Per Anna Garofalo, intellettuale consapevole, capace di giudizi severi e di analisi lucide, il
sentimento della guerra assume i toni dello strazio primitivo di una madre cui hanno sottratto il figlio; come si è
detto prima, la sua esperienza della guerra è tutta racchiusa in questo viaggio interiore alla scoperta di
sentimenti e di istinti finora non tollerati e non conosciuti. L'esperienza dell'odio, ad esempio, che anima molte pagine
del suo diario (come del resto di altre donne) "Non sono che odio, odio, odio e per questo mi tengo in
piedi. Se mi abbandonassi alla mia pena crollerei"; "allora il rancore che sempre cova dentro di me si riaccende,
mi fa sentire il suo bruciore, la sua stretta. Ancora una volta, in ogni goccia del mio sangue io non sono
che odio, odio, odio". Fino alla coraggiosa descrizione della fisicità del dolore: "A un tratto impreco. Mi
accorgo di imprecare. Parole basse, pesanti, orribili mi escono dalla bocca. Rivolgo ingiurie tremende ai
responsabili della mia inumana sofferenza. Mi sporgo, la bocca vomita parole che non ho mai pronunciato, è
la parte più bassa, più animale di me che le espelle, per darmi comunque un sollievo. Il ventre mi fa
male, quello che lo ha generato. I minuti passano, Eterni. Quando alzo dalle mani il mio viso che brucia
incontro gli occhi smarriti di mia madre, che mi guarda senza parlare. Preferirebbe vedermi piangere, agitare e
invece sono quasi immobile, piegata in due, con quel flotto di parole orribili che mi esce, come serpi dalla
bocca [...]. Anche in quel momento è l'odio che mi tiene in piedi, l'odio, il rancore, l'imprecazione. A tratti
sono più forti del dolore".
Nella ricerca delle cause e dei responsabili, le donne colte riescono a individuare dei soggetti (i
governanti, il traditore) mentre per le meno consapevoli la guerra assume il volto di un cataclisma
naturale, diventa soggetto a sua volta. Scrive Alba De Cespedes che le due giovani figlie di un contadino abruzzese
"si difendono dalla guerra come da un fenomeno naturale, il ciclone o la grandine"; ma anche la romana
Maria Patricola31, se la spiega in modo simile: "La colpa è tutta de la guerra e nun c'entrano nessuno e
quando capitano 'ste cose non sai con chi prenderla e si parli, nessuno te risponde, pe' niente". Evidentemente
avere un bersaglio per il proprio odio o la rabbia permette un inizio di razionalizzazione. Ma non per questo è
più facile una consolazione: "Gli amici più cari ci lasciavano, la nostra memoria era un campo sterminato
di piccole croci. Sapevamo di perderli per una causa senza speranza e questo toglieva al nostro dolore
ogni idealità e ogni possibilità di
conforto"32. Né è possibile accettare la rassegnazione di molte: "Non ho mai
un attimo di rassegnazione e sempre mi divincolo in questa camicia di forza che sono costretta a portare.
Per questo soffro di più. Vedo miti creature portare la loro croce sospirando, non recriminando mai. Le
invidio, ma in fondo non le apprezzo. Questa ribellione cattiva, offensiva che mi pervade è ancora un atto di vita,
un metter olio al lume del rancore che ogni italiano deve tener acceso nel
petto"33. Quest'odio, questo
rancore, non colpisce in realtà individui concreti, ma è soprattutto un modo di veicolare sentimenti di rifiuto e
di estraneità. Nei confronti di colui che è additato come "nemico", la reazione è molto diversa: "Ma chi
aveva detto che costui era il nemico? Io non lo odiavo. Nessuno certo lo odiava. [...] Nemmeno a questo
pensiero so odiarli. Odio chi li ha portati a questo, chi li ha spinti, nella dolce notte di giugno, sopra un
paese disarmato, chi li ha provocati e
sfidati34. Anche Lea
Pierantoni35, giovane vedova di un medico del
Partito d'Azione, ucciso alle Fosse Ardeatine, dice di non odiare i tedeschi che hanno sparato a suo marito, ("è
la guerra") ma piuttosto la spia italiana che lo aveva denunciato.
L'individuazione del nemico per le donne non sembra coincidere del tutto con gli schieramenti
bellici; restano, in molti testi, prove di una capacità di giudizio autonomo e personale ("i tedeschi non sono poi
il diavolo, ci siamo abituati a vederli tra noi, alcuni fanno pena; ragazzini imberbi sbattuti fuori dalla casa
e dalla patria, soggiogati da una mano di ferro", scrive a Firenze Maria Alemanno) e la tendenza al
riconoscimento di valori umani comuni. Così la giovanissima Rosa Saccucci, madre di due bambini, che al
momento dello sfollamento assume atteggiamenti insolenti e aggressivi, si comporta in modo molto diverso
con l'ufficiale tedesco che entra nella sua capanna, e le parla della moglie e del figlioletto morti a Berlino; i
mesi dello sfollamento in capanne di fortuna hanno cambiato la percezione della tragedia comune e hanno
reso possibile anche esperienze di reciproca comprensione. La categoria amico/nemico viene dunque
sottoposta a rielaborazione personale; c'è l'animosità e la paura dei tedeschi, ma il singolo tedesco suscita pietà
e comprensione; gli americani sono, sì, i liberatori, ma quanta vergogna e ostilità, non solo per il loro modo
di fare da conquistatori ma anche per il ricordo delle distruzioni di cui si sono resi
responsabili36. L'altro, il fascista, il partigiano, il soldato indiano, o brasiliano, o marocchino, o cosacco, viene di volta in
volta giudicato a seconda del danno che infligge, del suo aspetto fisico, del suo
comportamento37; riguardo alle "segnorine" o a quanti cercano di arrangiarsi in modi più o meno plausibili, si esprime lontananza, ma
non condanna.
Atteggiamenti pacati non sembrano tuttavia più possibili dopo 1'8 settembre, quando le popolazioni
sia in città che durante gli sfollamenti sono esposte a rischi di rappresaglia e di violenza: "Che razza di
essere vivente è ormai un tedesco per noi? Uomo no, non più. Non riusciamo a immaginare niente di più
pericoloso di un tedesco", scrive nel suo diario Irene Paolisso, sfollata sui monti sopra Formia; "i tedeschi
hanno assunto una maschera fredda e inumana, che ne fa in apparenza dei temutissimi mostri". Lo scontro non
ha più caratteristiche umane: se da un lato i tedeschi sono "non più uomini per noi, ma mastini, che hanno
infestato il paese entrando nelle case e frugando in ogni angolo", gli uomini che fuggono sono "lucertole
che ora strisciano tra rocce e cespugli in cerca di un rifugio sicuro". Al di sopra della caccia umana "la
popolazione di questo paesino, apparentemente abulica e indifferente, si mostra sempre più ostile ad
ogni intromissione di estranei, quasi non faccia differenza tra sfollati e tedeschi". L'autrice di questo diario
denota una capacità di osservazione autonoma e inquieta: le immagini che essa descrive, in questo come in
altri passi, mettono in scena l'odio, la paura, l'indifferenza ma parlano anche degli echi interiori di tutto
questo; come nel diario di Anna Garofalo, il racconto dei durissimi mesi di sfollamento, dei soprusi e dei
terribili rischi esterni è soprattutto racconto di una sofferenza tutta personale, è la protesta di una giovanissima
che nella violenza della situazione comune denuncia in particolare la fine delle proprie speranze di
emancipazione, la negazione di uno spazio solo per sé.
Nei testi esaminati emergono diverse forme di protesta individuale nei confronti delle coercizioni che
si devono subire: dal giovanile sberleffo nei confronti del soldato tedesco che controlla le operazioni di
sfollamento, narrato da Rosa Saccucci, la cui risposta insolente si rafforza con una
smorfia38, alla protesta più
adulta, tesa a contestare alcuni soprusi particolari e difendere in qualche modo i propri
diritti39. Talvolta l'impotenza di fronte agli avvenimenti non impedisce gesti simbolici di condanna e di contestazione, come quelli
narrati nell'autobiografia di Matilde Agnoletti
Cestelli40. A livello collettivo, soprattutto alcuni gesti concreti,
come l'ospitalità nei confronti di partigiani o di prigionieri evasi, assumono un evidente sapore di protesta e
di resistenza, ma, secondo Irene Paolisso, la stessa vicenda dello sfollamento esprime questa
consapevolezza: "Ci chiediamo, tra l'altro, se i giovani braccati che rischiano la fucilazione per non voler collaborare,
le donne, e i bambini che vivono le stesse ansie degli uomini e si espongono cento volte al pericolo di
rimanere vittime della guerra non siano tutti protagonisti di un'azione di resistenza degna un giorno di
menzione"41.
In numerose occasioni le donne difendono, comunque, una propria dignità, nonostante la fame, la
miseria e le umiliazioni; nel diario di Clelia Curti, ad esempio, frequenti sono gli accenni in questo senso, che
si tratti di nascondere la propria fame perfino davanti a persone amiche, o di schivare l'ambigua protezione
di militari americani dopo il 4
giugno42.
Un importante aiuto per la sopravvivenza è dato anche dall'immaginazione: soprattutto le
giovanissime si abbandonano a fantasie di pranzi che permettono di superare la
fame43, ma molte e varie sono anche le fantasie amorose: "Un romanzo che trae sempre lo spunto dalla realtà vissuta o immaginata o sentita, non
è che la ricostruzione di fatti mediante la fantasia. Dunque io vivrei, come nel passato, in una realtà
mai totalmente concreta e oggettiva, piuttosto arbitrariamente ricostruita. Che pasticcio, vero? Perché, in
tutto questo marasma, io proseguo per una via che sfiora gli eventi o li taglia in mezzo senza esserne
contagiata e ferita più di tanto: dove comunque la morte è possibile, in quanto la penso e la vedo, creatura vera
com'è vera la vita, pur continuando a procedere come la morte non fosse mai destinata a noi. E tu,
alter ego di questo mio confessarmi per iscritto, pur se muto e ignaro, mi sei indispensabile come non fossi
soltanto riferimento del mio pensiero: è così che il mondo che mi appartiene travalica i limiti della
concretezza, fratello. Quindi il romanzo, quindi la ragazza che non fa che sognare, che viene addirittura
considerata stravagante e perditempo. La forza di apparire sereni o distaccati è pazzia, è
cecità"44. Il lavoro dell'immaginazione, per cosi dire, spoglia della sua inumanità il mondo esterno "rifacendolo" in modo
tale che conosca il dolore umano in una sorta di "coscienza
oggettuale"45. Le strategie di difesa tracciano,
in molti casi, un percorso di allontanamento dalla realtà attraverso la fantasia: è possibile così fuggire
nel passato, nella rievocazione letteraria,
nella trasfigurazione di rapporti precedenti: "Intanto Napoli rimane
la meta di molte mie fantasticherie; approdo istantaneo di improvvisi voli che mi portano finalmente libera
al di là di questo quadratino di mondo condiviso troppo gomito a gomito con tanti inetti buoni soltanto
a piangere e a recriminare. Saltano i nervi, non si misurano parole né atti, si raggiungono e si travalicano
limiti di sopportazione dai quali mi tengo istintivamente lontana. Allora sì, mi è facile produrre il miracolo
di trasposizione che mi tiene distaccata dal padre che spesso mi spia, perché non sopporta di vedermi
distratta dalla comune e presente tragedia. Ma non sempre le fantasie napoletane rappresentano vere e proprie
evasioni piacevoli".
Il recupero del passato assume particolare importanza nel tempo fermo dello sfollamento, dove è
giocoforza la mancanza di attività lavorative e l'abbondanza di tempo libero: "Certi pensieri [...] hanno il potere
di estraneare dall'uragano della guerra"; "non ho messo il naso fuori della porta, oggi. Me ne sono stata a
lungo con gli occhi chiusi, e sono tornata indietro nel tempo. Ho chiamato come tante volte Rita e siamo
uscite insieme; [...] Ho fatto l'acquisto di due grossi quaderni e mi riprometto di distrarmi a ricostruire un
passato da sovrapporre a questi giorni assurdi e perciò inumani [...] In poco più di un'ora ho riempito molte
pagine di non so quali vaneggiamenti, uno sfogo necessario [...] Rifugiarmi nel passato normale sta diventando
un'abitudine, un bisogno naturale, una valvola di
sicurezza"46. Anche Alba De Cespedes scrive nel
suo diario di sfollata: "Vivo tutta nel passato in questi giorni". L'attesa di un futuro, si dice esplicitamente, è
resa possibile proprio dalla memoria di un passato: "Aspettiamo, abbiamo bisogno di forza per aspettare; e
la forza ci viene dal ricordo, dal sogno vivificatore dei ricordi, che ci ridonano affetti e persone care in
luoghi e momenti che non sono presenti". In modo non dissimile Christa Wolf annota che "la totale presenza
di spirito è possibile solo sul terreno di un passato vivo. Quanto più il nostro ricordo arriva in profondità,
tanto più si libera spazio per ciò a cui si rivolge tutta la nostra speranza: il
futuro"47. In questo senso la
giovane sfollata, per usare ancora le parole della Wolf, ripete "un atto morale", mette in atto una sua
"memoria dell'immaginato"; la quale "conserva le cose che non si sono realmente viste o sperimentate, ma che
ci siamo solo immaginati, che abbiamo ardentemente desiderato o temuto". Anche se la memoria
dell'immaginato è ancora meno affidabile della memoria del reale... non serba tuttavia "qualsiasi sciocchezza, ma
una realtà, sia pure molto
cifrata"48.
Più rara, ma tuttavia presente in alcune testimonianze, è una capacità ironica di guardare se stesse e
la situazione, una via d'uscita attraverso
l'umorismo49.
Significativo è anche il rapporto con la natura il cui ciclo vitale assume, nonostante tutto, per le
giovani donne abituate alla città, una funzione di garanzia e di
pacificazione50; si tratta di un sentimento
comunque contraddittorio, legato alla proiezione di stati d'animo personali, di sconcerto e di spaesamento, oppure
di relativa fiducia. D'altra parte, come nota Irene Paolisso, "le condizioni atmosferiche hanno
un'importanza capitale per i nostri umori", giacché "il mondo si è contratto fino all'inverosimile per tutti, nessuno riesce
a portare la mente oltre i limiti della mandra, un tempo rifugio di greggi". Su questa contrazione dello
spazio geografico si sofferma anche Alba De Cespedes: "In questo lieve intrico di linee che lo spazio di
un'unghia può coprire è adesso la mia vita. [...] tutto per me è ormai chiuso nei limiti del bosco [...] Sulla grande
carta del mondo questo bosco è un granello di polvere e io sono una parte infinitesimale di esso, eppure è qui
che si decide tutto per me''51.
Nel rapporto con gli altri, la comprensione e la compassione verso il singolo permettono di
considerare in modo personale le reciproche situazioni e di prendere le distanze dalle valutazioni collettive. Nel diario
di Clelia Curti la fatica di assumersi i dolori degli altri è letteralmente messa in scena in un dialogo interiore.
Secondo Todorov52 il
souci, insieme alla "dignità" (come rispetto di sé, come capacità di resistenza)
e alle "attività dello spirito" (intellettuali, estetiche) è una delle "virtù" quotidiane che, proprie del tempo
di pace, sono necessarie nelle situazioni "estreme" per conservare una dimensione umana e
difendersi dall'imbarbarimento. Le "virtù quotidiane" si differenzierebbero dalle "virtù eroiche" proprio per una
loro maggiore attenzione all'individuo; la cura per l'altro, il
souci, appunto, è infatti una delle dimensioni
predominanti dei diari, nelle sue diverse espressioni; la
maternità53, l'accudimento dei
parenti54, l'amore55.
Molto importante è, poi, la fede e la devozione religiosa, nelle sue diverse manifestazioni: nei testi
sono numerosi i voti offerti dalle madri, ma
molti anche quelli delle bambine; diffusa in quasi tutti i diari è
la fiducia nella provvidenza; se la devozione mariana della milanese famiglia Faita risente di forme
della cultura borghese, le preghiere a sant'Antonio della piccola Assunta Rossi rivelano un contesto religioso
più arcaico, ma identiche sono le aspettative taumaturgiche e la fiducia nell'intervento protettivo del santo
o della Madonna. "Ora andiamo in chiesa più di frequente", scrive da Noto Pina Mincio, la situazione
di guerra costringe le più giovani a rivedere alcune loro posizioni religiose, sia nel senso di criticare
l'ateismo paterno per cercare una serenità nella
fede56 sia, viceversa, nel ritornare alle devozioni familiari o
materne, prima contestate, per un bisogno di
sicurezza57.
Per una fascia di giovani sono fondamentali l'interesse culturale, lo scambio con gli amici, le
speranze condivise; per chi può rimanere in città, questo stesso fatto garantisce una serie di relazioni sociali
e maggiore informazione; in altre donne, e in particolare per quelle che lo sfollamento ha costretto a
interrompere le normali attività quotidiane, si esprime comunque, anche se in forme più individuali, un
interesse vivace, un bisogno di informazioni, un rimpianto, ad esempio, per i propri libri, in quanto segno di
un passato e di una libertà
precedente58. Il lavoro è una risorsa fondamentale per la giovane Amodio, sfollata
da Napoli in provincia di Cuneo, non solo per mantenersi, ma soprattutto per affermare una immagine di
sé, giovane e meridionale, di grande fierezza.
In molti diari sono descritti, con grande forza narrativa, l'esperienza dei bombardamenti, gli orrori e
gli eccidi a cui le narratrici assistono (in Toscana, in Campania, in Friuli, in Emilia); inseriti nella
normalità quotidiana, vengono narrati anche i numerosi, gravi episodi di esecuzioni sommarie, di vendette personali
o di gruppo, di umiliazioni che fanno seguito alla Liberazione. Si delinea un insieme di testimonianze agghiaccianti, descrizioni di stragi finora non conosciute, come l'eccidio di Pioppetti, in provincia di
Lucca, cui segue una macabra messa in scena ("i tedeschi [...] hanno scaricato 26 uomini e dopo averli uccisi,
li hanno legati col fil di ferro agli alberi, lungo tutta la strada in atteggiamenti irrisori [...] Sono tanti
poveri esseri messi in tutte le posizioni: dietro un albero, in mezzo alla strada, attaccati ad un cartello
stradale, vicini ad una casa con un mestolo in mano, insomma in ogni posto. Torniamo verso l'una
sconvolte"59), o come gli eccidi compiuti nella Carnia dalle truppe cosacche della Wehrmacht, nel maggio
194560.
Questi racconti, in cui la realtà e l'incubo si confondono, sono importanti, non soltanto per
l'altezza tragica e l'intensità espressiva del linguaggio e delle immagini che vengono usate, ma soprattutto
perché l'impatto con questa realtà viene vissuto come l'aspetto realmente "indicibile" della guerra, quello
che segna in modo definitivo il rapporto con se stesse e con il mondo esterno delle giovani narratrici, quello
che molte diranno poi di non voler più ricordare nel tentativo di proteggere se stesse e la generazione
successiva dall'orrore di un lutto che non trova elaborazione, di una perdita della quale ancora si cerca il senso.
Il giudizio su quegli anni è evidentemente molto diverso a seconda del vissuto personale: molte
donne rivendicano a se stesse la fierezza per "avercela fatta", per aver retto, e ricordano come fondamentale
la speranza che le sorreggeva: sono in genere le donne più mature, con responsabilità familiari, come
Maria Bellonci ("mai più tornerà un tempo così pieno per noi") o Marcella Levi Bianchini, ebrea romana
sfollata a Chiusi per due anni, che esprime una conclusione dal sapore manzoniano: "Certo che da tutto quello
che è successo posso dedurre che Dio mi ha dato una grande lezione che dovrebbe servirmi per l'umiltà,
perché nelle persone del popolo ho trovato i più grandi aiuti. Che nella massa degli uomini c'è molta
cattiveria, molta indifferenza ed egoismo, però ci sono anche delle persone eccezionalmente buone ed è un
immenso conforto conoscerle ed amarle".
Molte, però, particolarmente le più giovani, hanno vissuto questa tragedia come definitiva e senza
riparazione: "Se dovessi riaffrontare una cosa del genere, è meglio morire; [...] noi siamo sopravvissuti,
ma perché eravamo morti
dentro"61.
A giudicare dalle testimonianze, l'esperienza della guerra in città, per il fatto che permette di
mantenere la propria casa e le proprie coordinate, nonostante la gravità della situazione materiale (per esempio
a Roma), non è assimilabile a quella dello sfollamento, dove il rischio di "perdersi" è reale. L'esperienza
dello sfollamento è anzi ricordata come atroce, difficile da reintegrare nella propria personalità; coincide con
la constatazione di perdita delle caratteristiche umane, verso una deriva del non umano: "Ecco che da
oggi, propriamente da questa mattina all'alba, gli uomini hanno cessato di essere uomini: si sono trasformati
in lucertole che strisciano tra l'erba e le piante, che si annidano dietro massi e cespugli in
attesa"62; "la guerra [...] ci tiene annidati come bestie, [...] ci fa azzannare tra di noi abbrutiti dall'inerzia, dall'ansia, dalla
paura [...] questo tedio, questa morte civile, questo respirare senza vivere che ci fa pazzi, feroci, spietati gli
uni verso gli altri"63.
In una lettera al marito prigioniero in India, nel novembre 1945, Pina Mincio conferma con amarezza
il prolungarsi di questo imbarbarimento anche nei rapporti personali: "Tutte le privazioni subite in tanti
anni hanno modificato completamente il nostro carattere. Siamo tutti così, ormai. Egoisti, brutali, sgarbati,
privi di sentimento. Siamo tornati allo stato primitivo, selvaggio, in una parola. Ci occupiamo solo di noi
e lottiamo solo per riuscire a sfamarci. Il resto non esiste più, non conta più". Nei primissimi mesi del
dopoguerra le ingiustizie sociali e le rapide fortune dei nuovi ricchi rendono ancora più amaro il ricordo
delle esperienze recenti: "Forse se avessimo sofferto tutti ugualmente, ci sarebbe stata più
rassegnazione"64.
In città, sulle colline, nei casolari, sotto i bombardamenti, sulle montagne la guerra, nei suoi aspetti
più traumatici, rimane comunque un'esperienza in gran parte ancora incomunicabile; in questi testi,
forse proprio nelle pieghe del non detto, rivivono esperienze personali profonde, tracce preziose per un'indagine
che voglia tentare di comprendere la gravità del trauma della guerra e descriverne il significato, per coglierne
gli echi e i segni nella memoria e nei comportamenti femminili successivi.
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