Francesca Koch

Lo sfollamento nella memoria femminile*
Proposta di lettura di alcuni testi dell'Archivio diaristico nazionale



Nel corso della ricerca riguardo al mutamento dell'identità femminile durante la guerra, è emersa la necessità di porre attenzione non solo ai cambiamenti esterni legati alle nuove possibilità di lavoro o di iniziativa individuale, ma soprattutto ai modi di organizzazione della memoria femminile nella ricostruzione del proprio vissuto durante gli anni di guerra; a gesti, comportamenti, immagini che possono essere il segno di una percezione mutata di sé e del mondo esterno; alla ricchezza innovativa dell'esperienza individuale, pur nel confronto e nella tensione con identità condivise e progetti collettivi; alla capacità o meno di rielaborare personalmente il senso degli avvenimenti e di strutturare delle strategie di difesa o di riparazione.
Gli appunti che seguono rappresentano un tentativo di lettura di alcuni diari e memorie femminili, con particolare attenzione ai testi conservati nell'Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano e ad alcuni diari romani, nell'ottica, appunto, di un'indagine sulla soggettività femminile intesa, con Luisa Passerini, come "luogo di tensione tra determinismo e libertà", tra modelli e comportamenti; dunque, non semplicemente frutto dell'incontro di determinanti sociali o di reti di relazione, ma anche capacità di invenzione e di scatto oltre l'esistente1. "Ma quando sarà scritta la storia di questi anni ci sarà forse chi onestamente dirà che le donne avevano visto chiaro, terribilmente chiaro, più degli uomini. Perché esse sono tutto istinto e in questa guerra, mentre i militari facevano calcoli e si curvavano sulle carte, esse dovevano mandarci i loro figli, i loro uomini e sentivano strapparsi la pelle. Non misuravano tanto il numero delle divisioni, il tonnellaggio, il terreno. Odoravano l'aria, si tastavano il polso, dicevano semplicemente: non va. Come sempre, non furono interrogate. Avrebbero potuto rispondere solo scuotendo desolatamente la testa per dire di no, di no". Questa lungo brano, tratto dal diario di Anna Garofalo2, è molto eloquente, non soltanto perché rivendica la profonda consapevolezza femminile della tragedia bellica, ma forse soprattutto perché il "vedere" delle donne appare qui legato al loro istinto, al fatto di essere toccate negli affetti primari, nella fisicità delle relazioni biologiche. Nel corso del testo questa immagine delle donne ferite, che ribadiscono il loro no alla guerra, la loro estraneità impotente, si allarga a rappresentare l'intero Paese, violentato e umiliato dai lunghi anni di guerra, ma prima ancora, secondo la Garofalo, dalle scelte di una classe dirigente incapace e arrogante. Certamente l'immagine non è nuova, anzi, rappresenta uno degli stereotipi della narrazione della guerra, ma nel diario della Garofalo la sua vicenda personale, l'attesa straziante del ritorno del figlio imbarcato come ufficiale su una nave della Marina militare, diventa metafora dell'attesa di un intero Paese; l'inabissarsi nel gorgo dei privatissimi sentimenti di odio, di impotenza, di rancore, di disperazione, si giustifica anche come atto politico, come processo conoscitivo di una morte collettiva, come descrizione delle comuni speranze di rinascita. Il figlio in guerra, al di là del concreto, appassionato riferimento biografico, assume il valore emblematico della vita stessa; il suo ritorno legittima l'attesa del futuro. L'osservazione degli anni di guerra attraverso l'intensità emotiva degli avvenimenti privati è la chiave che Anna Garofalo sceglie consapevolmente; ma anche per molte altre donne la guerra rappresenta una occasione drammatica di introspezione, una costrizione a guardare in se stesse, a riconoscere come propri sentimenti fino allora sconosciuti, a ricorrere a linguaggi e ambiti simbolici assolutamente inusuali.

Per molte l'atto stesso di scrivere un diario è un modo di avere uno spazio per sé, di ricordare un'esperienza che si ritiene unica: "Molti episodi della normalità hanno assunto significati impensati, profondi, da non disperdere nella dimenticanza del tempo che inesorabile trascorre su di noi"3; "scrivere mi permette di scaricare i pesi più riposti, alleggerisce di ansie altrimenti insopportabili"4; "poche parole che [...] un giorno rileggendole possano darmi l'impressione di cosa veramente sia stata questa orribile guerra"5. È anche un modo di stare con l'altro, assente: molti diari, o memorie si rivolgono a un "tu" affettivamente importante (le figlie, il partner, il fratello). "Oggi che sono nuovamente sola, tagliata fuori [...] ho bisogno di mettere giù qualcosa, potrei non sopravvivere agli eventi e allora lui potrà trovare qui ancora per sempre il mio amore, il mio ricordo"6; Marcella Ceruti scrive per raccontare alle sue bambine gli anni della guerra perché "forse, in seguito, raccontate a voce, certe vicende potrebbero sembrare esagerazioni" (Modena, agosto 1945)7. La necessità di ricordare è una spinta determinante anche per le memorie posteriori, molte delle quali sollecitate dalla trasmissione "La mia guerra": "Non ci sarà più nessuno che testimonierà [...] se non ne lasceremo la memoria"8; "anche questa è una maniera per farsi ricordare e per non morire del tutto"9.
Il diario, in qualche caso10, sostituisce gli oggetti esterni di riferimento dei quali si è state private; l'atto di comunicazione rende presente non soltanto il destinatario, ma gli elementi del mondo esterno che, in tempi normali, sostengono il riconoscimento della propria identità. "Ogni giorno, per poter scrivere, mi allontano di soppiatto, scegliendomi un posto sempre nuovo, ora tra i mirtilli, ora tra i castagni, affondando nei mucchi delle foglie secche e umide, distratta dal profumo delle mammole nascoste tra le erbe. Sono i momenti più miei, capaci di ridarmi un po' di vigore e di pace, per poter ritomare poi alla realtà della mandra, dove ritrovo tutti raccolti intorno al fuoco''11.
La scrittura quotidiana presuppone un atteggiamento attivo, una decisione volontaria di osservazione della realtà esterna, ma soprattutto della propria interiorità, e può divenire per questo strumento di salvezza, "il mezzo di una conquista di sé per mezzo di se stessi''12. Nelle situazioni estreme, in ultima analisi, si scrive per "il bisogno di dare espressione alla lotta personale contro le tendenze distruttive presenti nella società e nell'individuo e di comunicare gli sforzi personali per trovare il senso della vita''13.
Nel discorso che si articola nei diari è essenziale la dipendenza dal tempo della scrittura, la segmentazione progressiva, la discontinuità; l'incertezza del periodo è in qualche modo rispecchiata dalla precarietà e dalla incertezza degli appunti quotidiani, nei quali prevale un sentimento di impotenza e non c'è spazio per valutazioni complessive. Le memorie invece, grazie ad una visione globale e ad una riflessione di lungo periodo, si organizzano secondo i ritmi del tempo interiore e della coscienza di sé in base ai quali vengono riordinati fatti e ricordi resi significativi dall'elaborazione personale14.
La dichiarazione di guerra rappresenta per molte la fine di un'epoca, la perdita di un mondo. Valga per tutte il ricordo di Maria Luisa Faita che, a Milano, ascolta alla radio il discorso di Mussolini: "Nel silenzio della piazza gridò: 'Lo volete voi? 'Fu un urlo di migliaia di voci a rispondere 'Si'. In quell'istante mia madre si portò le mani alla bocca e disse: 'No' e scoppiò a piangere. Gianni si fermò di colpo, mio fratellino continuò a giocare col meccano e io finalmente capii cosa era successo. Eravamo in guerra. Era il dieci maggio (sic) 1940. Fu in quel momento che incominciai a diventare grande. Il mio piccolo mondo dorato era scoppiato come una bolla di sapone. Avevo appena compiuto 14 anni". D'altra parte, che le donne non fossero contente dell'entrata in guerra dell'Italia era noto anche agli informatori dell'Ovra ("gli animi sono abbastanza sereni, tolto l'elemento femminile di ogni ceto, che è sempre avverso ad un intervento, Genova, 23 maggio 1940"15; "molte donne piangevano, e, alla fine, si è notata larga affluenza nelle chiese, Roma, 11 giugno 1940''16) e si può facilmente documentare attraverso le numerose testimonianze scritte, private o pubbliche.
Questa guerra viene percepita come un fatto assolutamente nuovo: "credo che nella storia di tutti i tempi non siano mai capitati a creatura umana momenti simili" scrive nel suo diario la fiorentina Maria Alemanno; "una guerra che forse non ha riscontri nella storia, sia per gli errori umani, sia per la ferocia dei mezzi, sia per il numero incalcolabile delle vittime, sia per l'estensione del conflitto", aggiungerà, a guerra finita, la bolognese Gianna Poggi Pollini.

In molti di questi testi acquista grande importanza l'esperienza dello sfollamento, narrata come una vicenda emblematica e durissima di straniamento e spoliazione una "tragedia muta''17, un'esperienza limite di esilio, di umiliazione, spesso di morte, di fronte alla quale è necessario attivare risorse nuove, strategie e forme di solidarietà impensate, e che costringe ad un ribaltamento dei punti di riferimento sociali e individuali.
Lo sfollamento, anche nelle evidenti diversità legate alle differenze sociali, rappresenta per tutte un processo doloroso di deprivazione, che spesso si prolunga anche per otto-dieci mesi, durante il quale vengono sottratti, con i beni materiali, anche le più ovvie abitudini quotidiane, le relazioni personali, lo stesso benessere fisico: la casa, innanzitutto: "Col pensiero sono in questo momento a Genova, nella mia casa [...] L'ambiente è caldo, accogliente, rivedo ogni angolo, ogni mobile [...] E noi siamo qui [...] anche se il nostro spirito è rimasto laggiù e vive tra quelle pareti"18, ma anche gli oggetti personali e familiari 19: "Le nostre care cose, delle quali siamo tanto gelosi per quanto custodiscono in sé di te, di noi"20, il proprio passato: "Ma io ho bisogno di rifugiarmi nel passato, di aspettare apparecchiando la tavola con la tovaglia di lino odorosa di cassa''21, il luogo mentale delle proprie sicurezze e del rapporto con gli altri, il proprio spazio personale, le sia pur limitate conquiste di indipendenza, l'intimità, la salute fisica (numerosi i racconti relativi alla fame, alla malattia; il disagio comporta immediatamente la perdita delle mestruazioni).
Sandro Portelli fa notare giustamente che lo sfollamento coincide con una riduzione allo stato di natura, certo sottolineata anche dalla spoliazione della proprietà: "La sensazione di non avere 'assolutamente niente', la perdita di oggetti simbolici [...] rafforza quella di trovarsi al di fuori dei rapporti sociali consolidati"22
Di questa riduzione ad uno stato naturale (che d'altra parte è descritta con lucidità dalle stesse protagoniste: "Gli uomini diventano trogloditi, ritornano alla primitività in tante cose"23) fa parte integrante lo sconvolgimento nella percezione del tempo e dello spazio, non più scanditi dalle regole sociali, non più ordinati dall'insieme complesso dei simboli della cultura: ora un continuum che disorienta e costringe a inventare forme diverse di adattamento. Nello sfollamento vengono annullate le differenze tra il tempo individuale e quello collettivo, viene cancellata la possibilità di uno spazio, simbolico e materiale, per sé o per il proprio gruppo; si veda, ad esempio, la promiscuità della convivenza nelle mandre dei monti sopra Formia e il tentativo di "delimitare" il proprio territorio, narrato da una giovane sfollata insieme alla sua famiglia: "Ora vorrei che non cadesse mai più la notte, per non ripetere il buffo cerimoniale di preparazione al giusto riposo in compagnia di estranei, questi allineati da un lato, noi dall'altro: ma dati i limiti della mandra e la pendenza del terreno, niente di più logico e normale che ogni notte ci ritroviamo tra le gambe di quelli, senza stupore né eccitazione o pudore di sorta. Favorisce lo scivolamento anche la paglia raccolta sotto i materassi e le coperte, instabile e levigata nelle sue infinite particelle, regno quasi naturale di pulci e di insetti vari"24. Lo spazio esterno, naturale, è in realtà incapace di offrire riparo e sicurezza: "Comincio a pensare che siamo in terra di nessuno"25; "non avevo mai provato quello stato angoscioso di ansia, quella paura travolgente che ti vorrebbe far fuggire per trovare un posto sicuro in cui rintanarti, ma non puoi farlo, perché quel posto non c'è, non esiste"26.
La perdita delle coordinate fisiche e mentali, insieme alla violenza della guerra, ai bombardamenti, genera follia soprattutto negli anziani: "Ma c'è chi l'ha già perduta, la fiducia, specie gli anziani, e non è più capace di riacquistarla: Totonno il cocchiere, ad esempio, che vediamo sbandare per la via, quando riesce a muovere un passo, e piangere come un agnellino, nonostante i suoi sessantacinque anni suonati, o gridare come un pazzo e non sa quel che dice [...] Ho paura che saremo travolti tutti da pazzia collettiva [...] Non ci stupisce ormai più incontrare persone che godono di uno stato di beatitudine assurda: ebeti, esaltati, pronti ad attirare l'attenzione e quindi l'ilarità con gesti strani e spesso osceni. O vediamo uno accoccolato ai margini del sentiero con il capo tra le mani, vestito di stracci pidocchiosi, che per nulla al mondo solleverebbe la testa: forse piange, o dorme, o crede di pensare [...] I morti non si contano più, specie tra i neonati e i malati, privi di assistenza e di vitto adeguato. E i vecchi continuano ad impazzire accasciati al fianco di una roccia, dopo aver sbandato e brontolato per vari giorni"27.
C'è anche, forte, una sensazione di vergogna, per il proprio aspetto, per il dover chiedere, per la perdita dell'immagine sociale di sé, anche nei bambini; ricorda Adriana Alunno: "Io non so perché, mi vergognavo a trovarmi in quella circostanza penosa e la vivevo male; sentivo cocente l'umiliazione della nostra situazione e avevo la sensazione della nostra miseria e la consapevolezza che la sventura quella volta era proprio toccata a noi. Erano molti e confusi quei sentimenti che mi facevano gran male, tanto che cominciai anche ad avere una certa nausea. Era il rifiuto di tutto quello che mi toccava vivere, carretto e somarello compresi"28. Lo sfollamento d'altra parte ribadisce i ruoli tradizionali e l'importanza dell'unità familiare: le donne sono costrette dalla necessità a curarsi dei bambini, dell'igiene di tutto il gruppo (eloquenti in tal senso le pagine sulla bollitura dei panni contro i pidocchi, o sulla umiliante ricerca dei parassiti sul proprio corpo e su quello dei familiari nei diari di Irene Paolisso, Ada Reale e altre), e della difficilissima opera di reperimento del cibo; gli uomini, pochi, valutano la situazione, decidono gli spostamenti, danno gli ordini. L'umiliazione e la fatica dello sfollamento sembrano tuttavia colpire gli uomini in modo più accentuato anche perché, in genere, si tratta di persone in età avanzata; ricorda Annamaria Corbara: "Raggiunsi mio padre che diceva 'Che paura, che paura'. Era avvilito. In quel momento mi sembrò invecchiato di 10 anni. Mi fece una gran pena [...] Papà mi pregò di andare al paese col sindaco... era avvilito... non sapeva cosa decidere... disse che io ero la sola che poteva tentare di raggiungere Tramonte". Per la bambina Adriana Alunno è la scoperta che anche gli uomini piangono: "Fino a quel giorno non avevo mai visto piangere un uomo e fu per me come scoprire un segreto: dunque non era vero, come mi era sempre stato detto, che le lacrime fossero un appannaggio esclusivo delle donne, in quanto deboli e di scarsa forza d'animo, e che gli uomini possedessero tutti il cosiddetto 'coraggio virile' "29. Sono soprattutto gli uomini a lasciarsi morire di fame; le donne sono troppo occupate a garantire la sopravvivenza dei figli o dei familiari30 e per esse, forse, l'urgenza di questi "scopi di vita", come li definisce Primo Levi, rappresenta una difesa contro la morte.
Per Anna Garofalo, intellettuale consapevole, capace di giudizi severi e di analisi lucide, il sentimento della guerra assume i toni dello strazio primitivo di una madre cui hanno sottratto il figlio; come si è detto prima, la sua esperienza della guerra è tutta racchiusa in questo viaggio interiore alla scoperta di sentimenti e di istinti finora non tollerati e non conosciuti. L'esperienza dell'odio, ad esempio, che anima molte pagine del suo diario (come del resto di altre donne) "Non sono che odio, odio, odio e per questo mi tengo in piedi. Se mi abbandonassi alla mia pena crollerei"; "allora il rancore che sempre cova dentro di me si riaccende, mi fa sentire il suo bruciore, la sua stretta. Ancora una volta, in ogni goccia del mio sangue io non sono che odio, odio, odio". Fino alla coraggiosa descrizione della fisicità del dolore: "A un tratto impreco. Mi accorgo di imprecare. Parole basse, pesanti, orribili mi escono dalla bocca. Rivolgo ingiurie tremende ai responsabili della mia inumana sofferenza. Mi sporgo, la bocca vomita parole che non ho mai pronunciato, è la parte più bassa, più animale di me che le espelle, per darmi comunque un sollievo. Il ventre mi fa male, quello che lo ha generato. I minuti passano, Eterni. Quando alzo dalle mani il mio viso che brucia incontro gli occhi smarriti di mia madre, che mi guarda senza parlare. Preferirebbe vedermi piangere, agitare e invece sono quasi immobile, piegata in due, con quel flotto di parole orribili che mi esce, come serpi dalla bocca [...]. Anche in quel momento è l'odio che mi tiene in piedi, l'odio, il rancore, l'imprecazione. A tratti sono più forti del dolore".
Nella ricerca delle cause e dei responsabili, le donne colte riescono a individuare dei soggetti (i governanti, il traditore) mentre per le meno consapevoli la guerra assume il volto di un cataclisma naturale, diventa soggetto a sua volta. Scrive Alba De Cespedes che le due giovani figlie di un contadino abruzzese "si difendono dalla guerra come da un fenomeno naturale, il ciclone o la grandine"; ma anche la romana Maria Patricola31, se la spiega in modo simile: "La colpa è tutta de la guerra e nun c'entrano nessuno e quando capitano 'ste cose non sai con chi prenderla e si parli, nessuno te risponde, pe' niente". Evidentemente avere un bersaglio per il proprio odio o la rabbia permette un inizio di razionalizzazione. Ma non per questo è più facile una consolazione: "Gli amici più cari ci lasciavano, la nostra memoria era un campo sterminato di piccole croci. Sapevamo di perderli per una causa senza speranza e questo toglieva al nostro dolore ogni idealità e ogni possibilità di conforto"32. Né è possibile accettare la rassegnazione di molte: "Non ho mai un attimo di rassegnazione e sempre mi divincolo in questa camicia di forza che sono costretta a portare. Per questo soffro di più. Vedo miti creature portare la loro croce sospirando, non recriminando mai. Le invidio, ma in fondo non le apprezzo. Questa ribellione cattiva, offensiva che mi pervade è ancora un atto di vita, un metter olio al lume del rancore che ogni italiano deve tener acceso nel petto"33. Quest'odio, questo rancore, non colpisce in realtà individui concreti, ma è soprattutto un modo di veicolare sentimenti di rifiuto e di estraneità. Nei confronti di colui che è additato come "nemico", la reazione è molto diversa: "Ma chi aveva detto che costui era il nemico? Io non lo odiavo. Nessuno certo lo odiava. [...] Nemmeno a questo pensiero so odiarli. Odio chi li ha portati a questo, chi li ha spinti, nella dolce notte di giugno, sopra un paese disarmato, chi li ha provocati e sfidati34. Anche Lea Pierantoni35, giovane vedova di un medico del Partito d'Azione, ucciso alle Fosse Ardeatine, dice di non odiare i tedeschi che hanno sparato a suo marito, ("è la guerra") ma piuttosto la spia italiana che lo aveva denunciato.
L'individuazione del nemico per le donne non sembra coincidere del tutto con gli schieramenti bellici; restano, in molti testi, prove di una capacità di giudizio autonomo e personale ("i tedeschi non sono poi il diavolo, ci siamo abituati a vederli tra noi, alcuni fanno pena; ragazzini imberbi sbattuti fuori dalla casa e dalla patria, soggiogati da una mano di ferro", scrive a Firenze Maria Alemanno) e la tendenza al riconoscimento di valori umani comuni. Così la giovanissima Rosa Saccucci, madre di due bambini, che al momento dello sfollamento assume atteggiamenti insolenti e aggressivi, si comporta in modo molto diverso con l'ufficiale tedesco che entra nella sua capanna, e le parla della moglie e del figlioletto morti a Berlino; i mesi dello sfollamento in capanne di fortuna hanno cambiato la percezione della tragedia comune e hanno reso possibile anche esperienze di reciproca comprensione. La categoria amico/nemico viene dunque sottoposta a rielaborazione personale; c'è l'animosità e la paura dei tedeschi, ma il singolo tedesco suscita pietà e comprensione; gli americani sono, sì, i liberatori, ma quanta vergogna e ostilità, non solo per il loro modo di fare da conquistatori ma anche per il ricordo delle distruzioni di cui si sono resi responsabili36. L'altro, il fascista, il partigiano, il soldato indiano, o brasiliano, o marocchino, o cosacco, viene di volta in volta giudicato a seconda del danno che infligge, del suo aspetto fisico, del suo comportamento37; riguardo alle "segnorine" o a quanti cercano di arrangiarsi in modi più o meno plausibili, si esprime lontananza, ma non condanna.
Atteggiamenti pacati non sembrano tuttavia più possibili dopo 1'8 settembre, quando le popolazioni sia in città che durante gli sfollamenti sono esposte a rischi di rappresaglia e di violenza: "Che razza di essere vivente è ormai un tedesco per noi? Uomo no, non più. Non riusciamo a immaginare niente di più pericoloso di un tedesco", scrive nel suo diario Irene Paolisso, sfollata sui monti sopra Formia; "i tedeschi hanno assunto una maschera fredda e inumana, che ne fa in apparenza dei temutissimi mostri". Lo scontro non ha più caratteristiche umane: se da un lato i tedeschi sono "non più uomini per noi, ma mastini, che hanno infestato il paese entrando nelle case e frugando in ogni angolo", gli uomini che fuggono sono "lucertole che ora strisciano tra rocce e cespugli in cerca di un rifugio sicuro". Al di sopra della caccia umana "la popolazione di questo paesino, apparentemente abulica e indifferente, si mostra sempre più ostile ad ogni intromissione di estranei, quasi non faccia differenza tra sfollati e tedeschi". L'autrice di questo diario denota una capacità di osservazione autonoma e inquieta: le immagini che essa descrive, in questo come in altri passi, mettono in scena l'odio, la paura, l'indifferenza ma parlano anche degli echi interiori di tutto questo; come nel diario di Anna Garofalo, il racconto dei durissimi mesi di sfollamento, dei soprusi e dei terribili rischi esterni è soprattutto racconto di una sofferenza tutta personale, è la protesta di una giovanissima che nella violenza della situazione comune denuncia in particolare la fine delle proprie speranze di emancipazione, la negazione di uno spazio solo per sé.
Nei testi esaminati emergono diverse forme di protesta individuale nei confronti delle coercizioni che si devono subire: dal giovanile sberleffo nei confronti del soldato tedesco che controlla le operazioni di sfollamento, narrato da Rosa Saccucci, la cui risposta insolente si rafforza con una smorfia38, alla protesta più adulta, tesa a contestare alcuni soprusi particolari e difendere in qualche modo i propri diritti39. Talvolta l'impotenza di fronte agli avvenimenti non impedisce gesti simbolici di condanna e di contestazione, come quelli narrati nell'autobiografia di Matilde Agnoletti Cestelli40. A livello collettivo, soprattutto alcuni gesti concreti, come l'ospitalità nei confronti di partigiani o di prigionieri evasi, assumono un evidente sapore di protesta e di resistenza, ma, secondo Irene Paolisso, la stessa vicenda dello sfollamento esprime questa consapevolezza: "Ci chiediamo, tra l'altro, se i giovani braccati che rischiano la fucilazione per non voler collaborare, le donne, e i bambini che vivono le stesse ansie degli uomini e si espongono cento volte al pericolo di rimanere vittime della guerra non siano tutti protagonisti di un'azione di resistenza degna un giorno di menzione"41.
In numerose occasioni le donne difendono, comunque, una propria dignità, nonostante la fame, la miseria e le umiliazioni; nel diario di Clelia Curti, ad esempio, frequenti sono gli accenni in questo senso, che si tratti di nascondere la propria fame perfino davanti a persone amiche, o di schivare l'ambigua protezione di militari americani dopo il 4 giugno42.
Un importante aiuto per la sopravvivenza è dato anche dall'immaginazione: soprattutto le giovanissime si abbandonano a fantasie di pranzi che permettono di superare la fame43, ma molte e varie sono anche le fantasie amorose: "Un romanzo che trae sempre lo spunto dalla realtà vissuta o immaginata o sentita, non è che la ricostruzione di fatti mediante la fantasia. Dunque io vivrei, come nel passato, in una realtà mai totalmente concreta e oggettiva, piuttosto arbitrariamente ricostruita. Che pasticcio, vero? Perché, in tutto questo marasma, io proseguo per una via che sfiora gli eventi o li taglia in mezzo senza esserne contagiata e ferita più di tanto: dove comunque la morte è possibile, in quanto la penso e la vedo, creatura vera com'è vera la vita, pur continuando a procedere come la morte non fosse mai destinata a noi. E tu, alter ego di questo mio confessarmi per iscritto, pur se muto e ignaro, mi sei indispensabile come non fossi soltanto riferimento del mio pensiero: è così che il mondo che mi appartiene travalica i limiti della concretezza, fratello. Quindi il romanzo, quindi la ragazza che non fa che sognare, che viene addirittura considerata stravagante e perditempo. La forza di apparire sereni o distaccati è pazzia, è cecità"44. Il lavoro dell'immaginazione, per cosi dire, spoglia della sua inumanità il mondo esterno "rifacendolo" in modo tale che conosca il dolore umano in una sorta di "coscienza oggettuale"45. Le strategie di difesa tracciano, in molti casi, un percorso di allontanamento dalla realtà attraverso la fantasia: è possibile così fuggire nel passato, nella rievocazione letteraria, nella trasfigurazione di rapporti precedenti: "Intanto Napoli rimane la meta di molte mie fantasticherie; approdo istantaneo di improvvisi voli che mi portano finalmente libera al di là di questo quadratino di mondo condiviso troppo gomito a gomito con tanti inetti buoni soltanto a piangere e a recriminare. Saltano i nervi, non si misurano parole né atti, si raggiungono e si travalicano limiti di sopportazione dai quali mi tengo istintivamente lontana. Allora sì, mi è facile produrre il miracolo di trasposizione che mi tiene distaccata dal padre che spesso mi spia, perché non sopporta di vedermi distratta dalla comune e presente tragedia. Ma non sempre le fantasie napoletane rappresentano vere e proprie evasioni piacevoli".
Il recupero del passato assume particolare importanza nel tempo fermo dello sfollamento, dove è giocoforza la mancanza di attività lavorative e l'abbondanza di tempo libero: "Certi pensieri [...] hanno il potere di estraneare dall'uragano della guerra"; "non ho messo il naso fuori della porta, oggi. Me ne sono stata a lungo con gli occhi chiusi, e sono tornata indietro nel tempo. Ho chiamato come tante volte Rita e siamo uscite insieme; [...] Ho fatto l'acquisto di due grossi quaderni e mi riprometto di distrarmi a ricostruire un passato da sovrapporre a questi giorni assurdi e perciò inumani [...] In poco più di un'ora ho riempito molte pagine di non so quali vaneggiamenti, uno sfogo necessario [...] Rifugiarmi nel passato normale sta diventando un'abitudine, un bisogno naturale, una valvola di sicurezza"46. Anche Alba De Cespedes scrive nel suo diario di sfollata: "Vivo tutta nel passato in questi giorni". L'attesa di un futuro, si dice esplicitamente, è resa possibile proprio dalla memoria di un passato: "Aspettiamo, abbiamo bisogno di forza per aspettare; e la forza ci viene dal ricordo, dal sogno vivificatore dei ricordi, che ci ridonano affetti e persone care in luoghi e momenti che non sono presenti". In modo non dissimile Christa Wolf annota che "la totale presenza di spirito è possibile solo sul terreno di un passato vivo. Quanto più il nostro ricordo arriva in profondità, tanto più si libera spazio per ciò a cui si rivolge tutta la nostra speranza: il futuro"47. In questo senso la giovane sfollata, per usare ancora le parole della Wolf, ripete "un atto morale", mette in atto una sua "memoria dell'immaginato"; la quale "conserva le cose che non si sono realmente viste o sperimentate, ma che ci siamo solo immaginati, che abbiamo ardentemente desiderato o temuto". Anche se la memoria dell'immaginato è ancora meno affidabile della memoria del reale... non serba tuttavia "qualsiasi sciocchezza, ma una realtà, sia pure molto cifrata"48.
Più rara, ma tuttavia presente in alcune testimonianze, è una capacità ironica di guardare se stesse e la situazione, una via d'uscita attraverso l'umorismo49.
Significativo è anche il rapporto con la natura il cui ciclo vitale assume, nonostante tutto, per le giovani donne abituate alla città, una funzione di garanzia e di pacificazione50; si tratta di un sentimento comunque contraddittorio, legato alla proiezione di stati d'animo personali, di sconcerto e di spaesamento, oppure di relativa fiducia. D'altra parte, come nota Irene Paolisso, "le condizioni atmosferiche hanno un'importanza capitale per i nostri umori", giacché "il mondo si è contratto fino all'inverosimile per tutti, nessuno riesce a portare la mente oltre i limiti della mandra, un tempo rifugio di greggi". Su questa contrazione dello spazio geografico si sofferma anche Alba De Cespedes: "In questo lieve intrico di linee che lo spazio di un'unghia può coprire è adesso la mia vita. [...] tutto per me è ormai chiuso nei limiti del bosco [...] Sulla grande carta del mondo questo bosco è un granello di polvere e io sono una parte infinitesimale di esso, eppure è qui che si decide tutto per me''51.
Nel rapporto con gli altri, la comprensione e la compassione verso il singolo permettono di considerare in modo personale le reciproche situazioni e di prendere le distanze dalle valutazioni collettive. Nel diario di Clelia Curti la fatica di assumersi i dolori degli altri è letteralmente messa in scena in un dialogo interiore.
Secondo Todorov52 il souci, insieme alla "dignità" (come rispetto di sé, come capacità di resistenza) e alle "attività dello spirito" (intellettuali, estetiche) è una delle "virtù" quotidiane che, proprie del tempo di pace, sono necessarie nelle situazioni "estreme" per conservare una dimensione umana e difendersi dall'imbarbarimento. Le "virtù quotidiane" si differenzierebbero dalle "virtù eroiche" proprio per una loro maggiore attenzione all'individuo; la cura per l'altro, il souci, appunto, è infatti una delle dimensioni predominanti dei diari, nelle sue diverse espressioni; la maternità53, l'accudimento dei parenti54, l'amore55.
Molto importante è, poi, la fede e la devozione religiosa, nelle sue diverse manifestazioni: nei testi sono numerosi i voti offerti dalle madri, ma molti anche quelli delle bambine; diffusa in quasi tutti i diari è la fiducia nella provvidenza; se la devozione mariana della milanese famiglia Faita risente di forme della cultura borghese, le preghiere a sant'Antonio della piccola Assunta Rossi rivelano un contesto religioso più arcaico, ma identiche sono le aspettative taumaturgiche e la fiducia nell'intervento protettivo del santo o della Madonna. "Ora andiamo in chiesa più di frequente", scrive da Noto Pina Mincio, la situazione di guerra costringe le più giovani a rivedere alcune loro posizioni religiose, sia nel senso di criticare l'ateismo paterno per cercare una serenità nella fede56 sia, viceversa, nel ritornare alle devozioni familiari o materne, prima contestate, per un bisogno di sicurezza57.
Per una fascia di giovani sono fondamentali l'interesse culturale, lo scambio con gli amici, le speranze condivise; per chi può rimanere in città, questo stesso fatto garantisce una serie di relazioni sociali e maggiore informazione; in altre donne, e in particolare per quelle che lo sfollamento ha costretto a interrompere le normali attività quotidiane, si esprime comunque, anche se in forme più individuali, un interesse vivace, un bisogno di informazioni, un rimpianto, ad esempio, per i propri libri, in quanto segno di un passato e di una libertà precedente58. Il lavoro è una risorsa fondamentale per la giovane Amodio, sfollata da Napoli in provincia di Cuneo, non solo per mantenersi, ma soprattutto per affermare una immagine di sé, giovane e meridionale, di grande fierezza.

In molti diari sono descritti, con grande forza narrativa, l'esperienza dei bombardamenti, gli orrori e gli eccidi a cui le narratrici assistono (in Toscana, in Campania, in Friuli, in Emilia); inseriti nella normalità quotidiana, vengono narrati anche i numerosi, gravi episodi di esecuzioni sommarie, di vendette personali o di gruppo, di umiliazioni che fanno seguito alla Liberazione. Si delinea un insieme di testimonianze agghiaccianti, descrizioni di stragi finora non conosciute, come l'eccidio di Pioppetti, in provincia di Lucca, cui segue una macabra messa in scena ("i tedeschi [...] hanno scaricato 26 uomini e dopo averli uccisi, li hanno legati col fil di ferro agli alberi, lungo tutta la strada in atteggiamenti irrisori [...] Sono tanti poveri esseri messi in tutte le posizioni: dietro un albero, in mezzo alla strada, attaccati ad un cartello stradale, vicini ad una casa con un mestolo in mano, insomma in ogni posto. Torniamo verso l'una sconvolte"59), o come gli eccidi compiuti nella Carnia dalle truppe cosacche della Wehrmacht, nel maggio 194560.
Questi racconti, in cui la realtà e l'incubo si confondono, sono importanti, non soltanto per l'altezza tragica e l'intensità espressiva del linguaggio e delle immagini che vengono usate, ma soprattutto perché l'impatto con questa realtà viene vissuto come l'aspetto realmente "indicibile" della guerra, quello che segna in modo definitivo il rapporto con se stesse e con il mondo esterno delle giovani narratrici, quello che molte diranno poi di non voler più ricordare nel tentativo di proteggere se stesse e la generazione successiva dall'orrore di un lutto che non trova elaborazione, di una perdita della quale ancora si cerca il senso.
Il giudizio su quegli anni è evidentemente molto diverso a seconda del vissuto personale: molte donne rivendicano a se stesse la fierezza per "avercela fatta", per aver retto, e ricordano come fondamentale la speranza che le sorreggeva: sono in genere le donne più mature, con responsabilità familiari, come Maria Bellonci ("mai più tornerà un tempo così pieno per noi") o Marcella Levi Bianchini, ebrea romana sfollata a Chiusi per due anni, che esprime una conclusione dal sapore manzoniano: "Certo che da tutto quello che è successo posso dedurre che Dio mi ha dato una grande lezione che dovrebbe servirmi per l'umiltà, perché nelle persone del popolo ho trovato i più grandi aiuti. Che nella massa degli uomini c'è molta cattiveria, molta indifferenza ed egoismo, però ci sono anche delle persone eccezionalmente buone ed è un immenso conforto conoscerle ed amarle".
Molte, però, particolarmente le più giovani, hanno vissuto questa tragedia come definitiva e senza riparazione: "Se dovessi riaffrontare una cosa del genere, è meglio morire; [...] noi siamo sopravvissuti, ma perché eravamo morti dentro"61.
A giudicare dalle testimonianze, l'esperienza della guerra in città, per il fatto che permette di mantenere la propria casa e le proprie coordinate, nonostante la gravità della situazione materiale (per esempio a Roma), non è assimilabile a quella dello sfollamento, dove il rischio di "perdersi" è reale. L'esperienza dello sfollamento è anzi ricordata come atroce, difficile da reintegrare nella propria personalità; coincide con la constatazione di perdita delle caratteristiche umane, verso una deriva del non umano: "Ecco che da oggi, propriamente da questa mattina all'alba, gli uomini hanno cessato di essere uomini: si sono trasformati in lucertole che strisciano tra l'erba e le piante, che si annidano dietro massi e cespugli in attesa"62; "la guerra [...] ci tiene annidati come bestie, [...] ci fa azzannare tra di noi abbrutiti dall'inerzia, dall'ansia, dalla paura [...] questo tedio, questa morte civile, questo respirare senza vivere che ci fa pazzi, feroci, spietati gli uni verso gli altri"63.
In una lettera al marito prigioniero in India, nel novembre 1945, Pina Mincio conferma con amarezza il prolungarsi di questo imbarbarimento anche nei rapporti personali: "Tutte le privazioni subite in tanti anni hanno modificato completamente il nostro carattere. Siamo tutti così, ormai. Egoisti, brutali, sgarbati, privi di sentimento. Siamo tornati allo stato primitivo, selvaggio, in una parola. Ci occupiamo solo di noi e lottiamo solo per riuscire a sfamarci. Il resto non esiste più, non conta più". Nei primissimi mesi del dopoguerra le ingiustizie sociali e le rapide fortune dei nuovi ricchi rendono ancora più amaro il ricordo delle esperienze recenti: "Forse se avessimo sofferto tutti ugualmente, ci sarebbe stata più rassegnazione"64.
In città, sulle colline, nei casolari, sotto i bombardamenti, sulle montagne la guerra, nei suoi aspetti più traumatici, rimane comunque un'esperienza in gran parte ancora incomunicabile; in questi testi, forse proprio nelle pieghe del non detto, rivivono esperienze personali profonde, tracce preziose per un'indagine che voglia tentare di comprendere la gravità del trauma della guerra e descriverne il significato, per coglierne gli echi e i segni nella memoria e nei comportamenti femminili successivi.


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