Incontri di storia contemporanea
"l'impegno", a. XXVII, n. 2, dicembre 2007
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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L'Istituto, nel corso del 2007, ha realizzato un ciclo di conferenze di storia contemporanea, in corrispondenza
delle significative ricorrenze del Giorno della Memoria, del Giorno del Ricordo, della Festa della donna,
dell'anniversario della Liberazione, della Festa dei lavoratori, della Festa della Repubblica e dell'anniversario della vittoria nella
prima guerra mondiale. Gli incontri, tutti svoltisi nella sede dell'Istituto, hanno ricordato le tappe fondamentali della
nostra storia, spesso con l'ausilio di musica, brani di film della storia del cinema e immagini documentarie.
Il Giorno della Memoria
Sabato 27 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria, si è tenuta la prima conferenza del ciclo di incontri.
Alberto Lovatto, etnomusicologo, consigliere scientifico dell'Istituto, ha ripercorso, utilizzando come filo
conduttore brani musicali della tradizione ebraica, le tre tappe costitutive della storia e della memoria del popolo eletto: il
ricordo della liberazione dall'Egitto, ritualmente celebrato nella cena pasquale, la sofferenza della vita nel ghetto durante
gli anni della persecuzione razziale, l'orrore della Shoah.
In un'atmosfera estremamente suggestiva e coinvolgente, Lovatto ha rievocato il
seder, ossia la cena di Pasqua in cui, seguendo il precetto di nutrirsi solo di pane non lievitato, i genitori tramandano ai figli, leggendo il testo
dell'Haggadah, il racconto dell'intervento diretto dell'unico Dio che, "con mano forte e braccio disteso", sottrasse il
popolo eletto alla schiavitù dei faraoni. Il
seder, con la codificazione dei riti e dei canti liturgici, è un rendimento di grazie e
una lode che gli ebrei rivolgono al loro Signore, nella cui potenza e nel cui aiuto ripongono completa fiducia.
La celebrazione di Pesach, della pasqua ebraica, è accompagnata anche in Italia da un intenso repertorio di canti
di tradizione, di cui Lovatto ha proposto alcuni ascolti, tratti dalle registrazioni effettuate da Leo Levi alla fine degli
anni cinquanta del Novecento.
Nella seconda parte della relazione/racconto la serenità della cena di pasqua è interrotta drammaticamente
dall'occupazione nazista. A segnare la cesura Lovatto ha proposto l'ascolto del canto "La nostra città brucia", scritto in
lingua yiddish da Mordechai Gebirtig nel 1938, che racchiude in sé sia la disperazione della popolazione del ghetto che
subì la devastazione di ciò che aveva di più caro, sia l'esortazione a reagire all'ingiustizia, a non rimanere passivi, ma
a combattere per difendere se stessi e la propria comunità:
Al fuoco, fratelli, al fuoco!/ la salvezza è solo in noi
stessi;/ se questa città vi è cara,/ mano agli attrezzi, spegnete il fuoco,/ spegnetelo con il
sangue!.
La repressione della resistenza nei ghetti, che comportò distruzione, massacri e deportazioni di massa, è
ricordata nella tradizione ebraica da canti dai quali emerge la nostalgia dolente per le città offese e ferite che seppero opporsi
con coraggio alla furia nazista (come Vilna, ricordata nella omonima poesia yiddish di L. Volfson, musicata da A.
Olshansky, che per prima seppe "innalzare la tanto amata bandiera della libertà") e lo scoramento che assale chi, cercando in
Dio un conforto alla sofferenza e all'orrore, arriva a dubitare che la sua preghiera possa essere ascoltata, come nella
canzone "Sotto la bianca stella": Vorrei tanto, mio Signore/ affidarti ciò che mi è più caro/ [...] Io corro in alto, sopra i
tetti/ e ti cerco: "Ma tu dove sei?".
La forza della fede però emerge prepotentemente come momento di affermazione della propria identità ebraica, e
quindi come opposizione estrema al tentativo di annientamento compiuto dai nazisti, nel brano di Arnold Schönberg
"Un sopravvissuto di Varsavia", con l'ascolto del quale Lovatto ha concluso il suo percorso. Di straordinaria
intensità emotiva, l'opera, composta da Schönberg nel 1947 per indurre a riflettere sull'assurdità dello sterminio, scritta per
voce recitante, orchestra e coro, racconta la vita nel ghetto di Varsavia e il momento terribile in cui i prigionieri ebrei
vengono radunati per essere condotti alle camere a gas, ferocemente percossi lungo la strada dai soldati nazisti col calcio
dei fucili. L'accelerazione del ritmo della musica imprime una crescente drammaticità alla composizione, che culmina
nel canto ebraico "Shema Isroël" che i prigionieri, poco prima di essere uccisi, trovano la forza di intonare. Questa
coraggiosa professione di fede in Dio, compiuta in un momento estremo di paura e dolore, manifesta la ferma volontà
dei condannati a morte di non lasciarsi sopraffare dalla cieca brutalità della guerra e dall'odio degli uomini e la speranza
che il compositore ripone in un mondo in cui possano vincere la pace e il rispetto dei diritti di tutti, senza distinzioni di
razza o religione. Così Schönberg disse, nel periodo in cui componeva "Un sopravvissuto di Varsavia": "[
] non
dobbiamo mai cessare di aspirare alla santità universale dei diritti dell'uomo. La nostra anima ha in sé la forza di desiderarla
con intensità creativa".
Il Giorno del Ricordo
Sabato 10 febbraio si è svolta, in occasione del Giorno del Ricordo, la conferenza di Marcello Vaudano,
vicepresidente dell'Istituto, che ha inquadrato e approfondito il tema controverso delle foibe e dell'esodo istriano. Dopo aver
sottolineato che l'argomento, nonostante quanto sostenuto da chi ne fa materia di polemica politica, fu studiato in
realtà già nel primo dopoguerra e nel corso degli anni sessanta e settanta, Vaudano ha evidenziato che tali studi ebbero
comunque una diffusione del tutto circoscritta all'ambito degli storici di professione e agli ambienti degli esuli, mentre
la vera e propria divulgazione di saggi storici e opere di memorialistica si ebbe a partire dalla seconda metà degli
anni ottanta e soprattutto negli anni novanta.
Il lungo periodo di oblio, interrottosi ufficialmente nel 2004 con l'istituzione per legge del Giorno del Ricordo in
memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale, fu determinato da una
molteplicità di elementi politici, strategici ed economici che, in un clima di guerra fredda, indussero l'Italia a
evitare aperti contrasti con la Jugoslavia di Tito, dopo il 1948 non allineata con l'Urss e, quindi, vero e proprio stato
cuscinetto nei confronti dei paesi facenti parte del blocco sovietico.
La complessità della questione del confine orientale è data, oltre che dalle travagliate vicende storico-politiche
di Istria e Dalmazia e dei loro confini instabili, anche dall'intreccio in quest'area di diverse etnie mescolate le une con
le altre (italiani, sloveni, croati). Nel corso del Novecento, la forzatura dell'identificazione tra nazione ed etnia e quindi
la sostituzione dell'entità politica dello Stato-nazione ottocentesco con uno Stato inteso come entità
etnico-culturale, aprì la strada a un esasperato nazionalismo, incapace di accettare la compresenza di differenze etniche e culturali
all'interno degli stessi confini e mirante quindi ad una semplificazione etnica.
Con l'avvento del fascismo, i territori che all'indomani della grande guerra, col Trattato di Versailles prima (1919) e
il Trattato di Rapallo poi (1920), erano stati assegnati all'Italia (la Venezia-Giulia, l'Istria e la città di Zara in
Dalmazia, mentre Fiume diventò italiana nel 1924) furono fatti oggetto di una politica aggressiva definita "fascismo di
frontiera", che mise in atto una durissima azione di snazionalizzazione nei confronti delle popolazioni slave dell'area, costrette
a subire la chiusura di giornali, scuole, circoli culturali e ricreativi, enti cooperativi e mutualistici, nonché l'arresto e
la condanna a morte di numerosi esponenti dell'opposizione politica slovena e croata e il divieto di utilizzo della
propria lingua in ogni ambito, dalla toponomastica alla celebrazione dei culti religiosi.
La situazione, già estremamente difficile, era destinata a peggiorare ulteriormente con lo scoppio della guerra e
l'occupazione italiana nel 1941 di parti della Slovenia (provincia di Lubiana) e della Dalmazia (province di Zara e
Spalato). La repressione antipartigiana messa in atto dai fascisti comportò violente rappresaglie e massicce deportazioni in
campi di prigionia allestiti allo scopo, contesto in cui si inserì, all'indomani dell'8 settembre, la prima ondata di violenze
contro gli italiani in Istria (in particolare a Pisino), per la maggior parte esponenti della classe dirigente (industriali,
proprietari terrieri) e della pubblica amministrazione del territorio, fatti oggetto di rapimenti, brutali uccisioni, infoibamenti e vere
e proprie rese dei conti di carattere personale.
A questa prima fase ne seguì una seconda, nel periodo di tempo di circa un mese tra l'occupazione di Trieste da
parte dei partigiani titini il 1 maggio del 1945 e gli accordi sulla divisione del territorio tra Alleati e jugoslavi (con la pace
di Parigi del 1947 verrà istituito il Territorio libero di Trieste, suddiviso in una Zona A, amministrata dagli Alleati e in
una Zona B assegnata all'esercito jugoslavo). La foiba di Basovizza è divenuta il simbolo di una tragedia che vide la
sparizione e l'uccisione, secondo gli studi di uno stimato storico quale Raoul Pupo, di circa diecimila persone nelle zone
di Trieste e Gorizia - la questione del numero delle vittime è però controversa -, non solo militari italiani e tedeschi,
esponenti fascisti, uomini delle istituzioni, dirigenti di imprese, banche, uffici, ma anche membri non comunisti del Cln
e persone comuni vittime di vendette personali.
Vaudano, nel ricercare le cause di tale violenza, ha evidenziato che la storiografia più recente, che ha guardato
attentamente alla complessità degli eventi definendo meglio il contesto in cui si verificarono, ha ricostruito un quadro
sfaccettato in cui le tradizionali opposte tesi basate l'una sull'idea di una pulizia etnica determinata da un radicato odio
anti italiano da parte degli slavi e l'altra sulla spiegazione della brutalità come ritorsione nei confronti delle violenze
fasciste, responsabili dell'equazione italiano = fascista compiuta dai titini, vengono integrate con la considerazione di altri
fattori. Non possono non essere valutati ad esempio il carattere etnico-sociale della violenza, vista come un riscatto
degli slavi da una condizione di subalternità durata secoli e inaspritasi con il fascismo; il progetto egemonico dei titini,
che miravano all'instaurazione di un nuovo ordine comunista realizzabile unicamente con la conquista completa del
territorio e che, seguendo l'ideologia del terrore staliniana, puntavano all'epurazione preventiva nei confronti di quanti,
discostandosi dalla più rigida ortodossia, potevano rappresentare un ostacolo per il raggiungimento dei loro obiettivi;
il prevalere dell'identificazione del nemico sulla base di considerazioni politiche, piuttosto che di carattere
nazionalistico od etnico.
In conclusione, Vaudano ha affrontato, con l'aiuto della proiezione di un filmato, il tema dell'esodo che vide, in
un lasso di tempo che va dal 1942 al 1957, la fuga di circa 350.000 italiani dai territori annessi alla Jugoslavia (Zara,
Fiume, Pola, il territorio della Zona B, l'interno dell'Istria) e una loro progressiva dispersione, dopo i primi approdi nelle aree
di Venezia e Ancona, in tutta la penisola e anche all'estero, in particolare in Australia e Sud America, in condizioni
psicologiche di spaesamento e con enormi difficoltà di inserimento in una realtà nuova e sconosciuta.
La Festa della donna
Giovedì 8 marzo, in occasione della Festa della donna, Marisa Gardoni, dirigente scolastico del liceo scientifico
"G. Ferrari" di Borgosesia, ha seguito l'evolversi del movimento femminile dalla sua nascita fino ad oggi, sottolineando
i momenti più significativi del processo attraverso il quale le donne hanno progressivamente acquisito piena
consapevolezza dei propri diritti e del proprio ruolo nella società.
Evidenziando come il modificarsi delle richieste e degli obiettivi del movimento sia strettamente legato al
contesto sociale, culturale e politico nel quale si è trovato ad operare, Marisa Gardoni ha compiuto un
excursus attraverso le tappe fondamentali della battaglia per l'emancipazione femminile, a partire dalla rivendicazione, alla fine
dell'Ottocento, del ruolo fondamentale svolto dalla donna operaia nel processo di industrializzazione e di produzione della ricchezza
e, quindi, dalla lotta per la parità della retribuzione. Cominciò così a farsi strada un'idea di affrancamento della donna
dalla tutela maschile che, dopo aver posto l'attenzione sul tema economico, si spostò, nel primo decennio del
Novecento, sul piano politico e della rappresentanza, individuando nel diritto al voto l'obiettivo fondamentale da conseguire
per poter consentire alle donne la difesa dei propri interessi specifici.
La presa di coscienza da parte della donna del proprio valore, dopo un periodo di appannamento nel periodo
dei totalitarismi, in cui si radicò nella società l'idea della donna moglie e madre, emerse nuovamente con prepotenza
nel periodo della Resistenza, durante la quale la partecipazione femminile fu fondamentale dal punto di vista
organizzativo e politico, e sfociò in un dopoguerra in cui centrale divenne il fare politica per poter decidere in prima persona
della propria sorte.
Nei decenni successivi che, dal punto di vista normativo, raccolsero i frutti delle lotte fino ad allora combattute,
la battaglia si spostò dal piano giuridico a quello culturale: non si trattava più solo di un movimento per
l'emancipazione, ma in primo luogo di un movimento di liberazione. Gli anni sessanta e settanta videro le donne rivendicare la libertà
di decidere del proprio corpo, l'affrancamento da un'immagine stereotipata, veicolata dalla pubblicità e dai mass
media, che rappresentava la donna come oggetto sessuale, l'importanza della differenza di genere, che rifiutava
l'assimilazione della donna nella società maschile e ne affermava con forza la diversità; mentre gli anni ottanta e novanta sono
il periodo in cui il movimento operò maggiormente su un piano istituzionale, per consolidare gli obiettivi raggiunti e
lavorare, all'interno delle organizzazioni preposte, all'eliminazione delle discriminazioni.
Il lungo viaggio che la relatrice ha percorso, facendo parlare direttamente le donne che ne sono state
protagoniste, mediante la lettura di brani sull'argomento, si è concluso riflettendo sull'oggi e sul fatto che, nonostante tutte le
conquiste ottenute, le battaglie per i diritti delle donne sono ancora necessarie, sia sul piano culturale, sia sul piano
della rappresentanza politica e ricordando che la diversità delle donne, adeguatamente valorizzata, può far sì che si delinei
un modo di fare politica diverso rispetto a quello maschile dominante, più basato sull'autenticità di rapporti non
gerarchici e sulla capacità di attenzione alle persone e ai loro problemi.
L'anniversario della Liberazione
Martedì 24 aprile, in occasione dell'anniversario della Liberazione, si è tenuta la quarta conferenza del ciclo.
Tiziano Ziglioli, docente del Liceo classico "D'Adda" di Varallo, ha rievocato gli anni del fascismo, della guerra
e della Resistenza attraverso lo straordinario racconto di Giorgio Bassani "La notte del '43" (1956) che, dalla
ricostruzione di un fatto tragico realmente accaduto il 15 dicembre del 1943 a Ferrara, fa emergere le contraddizioni, le colpe
rimosse, le verità nascoste di una società civile incapace di riconoscere le proprie responsabilità.
In questo caso la letteratura, con il suo sguardo meno diretto di quello della storia, ma altrettanto sottile e
implacabile, è in grado di portare alla luce le implicazioni morali di un evento complesso, concentrandosi su quegli aspetti minori
di esso che ne rivelano efficacemente il significato più profondo.
Bassani smaschera le ipocrisie della borghesia ferrarese conformista e sonnolenta, che fin dall'inizio aderisce
entusiasticamente al fascismo, e in seguito lo sostiene o, comunque, lo subisce senza opporre resistenza. L'eccidio di
undici persone (due socialisti, tre membri del Partito d'azione, tre ex fascisti schierati con Badoglio, due ebrei e un
operaio), fucilate dai fascisti nel centro cittadino per rappresaglia in seguito all'uccisione dell'ex segretario federale
Bolognesi, è un evento di cui i ferraresi vorrebbero dimenticare l'orrore, mettendo a tacere la propria cattiva coscienza, per
tornare alla tranquilla vita di sempre.
Ma il protagonista del racconto, Pino Barilari, figlio del farmacista della città, da anni ammalato di sifilide e
perennemente affacciato alla finestra della sua stanza che dà su corso Roma, proprio dove avviene la strage, con la sua
sola sfacciata presenza non consente ai cittadini di rimuovere la tragedia. Barilari ha certamente assistito alla
fucilazione degli undici civili, ma al processo contro il temuto fascista ferrarese Carlo Aretusi detto "Sciagura", ritenuto
responsabile del massacro, si limita ad affermare: "Dormivo", impedendo in tal modo la condanna.
Pino è un "uomo senza qualità", insignificante, la cui paralisi fisica, arrogantemente esibita, diventa metafora
della ben più deleteria paralisi morale di un'intera città, che nei suoi confronti prova l'irritazione e l'imbarazzo di chi
vede riflessa come in uno specchio la propria colpa. Allo stesso modo di Barilari, che per un errore di gioventù contrae
una malattia così indecorosa, i ferraresi, a causa della colpevole convivenza con il fascismo, sono portatori di
un'infermità che si rifiutano di riconoscere: la corruzione della propria coscienza.
L'impossibilità di attribuire alla strage per via processuale un colpevole preciso non consente alla borghesia
ferrarese di voltare pagina, di appagare il proprio desiderio di rimozione, e la presenza continua di Pino Barilari alla
finestra, quasi come un monito vivente, preclude ai cittadini il sollievo della liberazione dal senso di colpa. Così Bassani,
con questa figura esemplare di uomo, costruisce una metafora dello scacco esistenziale di una città e di una nazione
intera, impossibilitata a sfuggire ad un rimosso oscuro e ad ottenere la tanto desiderata autoassoluzione.
L'incontro si è concluso con la visione di un brano del film "La lunga notte del '43", per la regia di Florestano
Vancini e con il contributo alla sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini che, pur dando maggiore rilievo ai dati storico-giudiziari
e alla dinamica dell'eccidio e introducendo personaggi assenti dal racconto originale, ne mantiene intatto lo spirito,
denunciando con forza un'Italia immemore del proprio recente passato e superficialmente pacificata.
La Festa dei lavoratori
Sabato 5 maggio, in occasione della Festa dei lavoratori, la quinta conferenza del ciclo ha visto Giorgio
Orsolano, sindacalista della Cgil di Borgosesia, ricostruire in maniera coinvolgente e suggestiva, servendosi di immagini
cinematografiche, di brani musicali e della recitazione di parti del racconto di una testimone dei tragici eventi di Portella
della Ginestra, la difficile lotta dei lavoratori per l'emancipazione e la conquista dei diritti.
La Festa dei lavoratori, dal 1886 celebrata il 1 maggio in ricordo delle numerose vittime della violenza esercitata dalla polizia di Chicago contro pacifici manifestanti, grazie all'azione del nascente movimento socialista, negli ultimi
decenni dell'Ottocento si diffuse rapidamente in tutto il mondo e cominciò ad imporsi anche in Italia, nonostante la
severa repressione messa in atto dal governo di Francesco Crispi. A cavallo tra Ottocento e Novecento, accanto alla lotta
per la riduzione dell'orario di lavoro, il Primo maggio cominciò ad acquisire il valore simbolico di una domanda di
mutamento sociale radicale e di una battaglia per il conseguimento dei diritti civili.
Strumento di alfabetizzazione politica di massa per gli intellettuali socialisti, che vedevano nella ricorrenza un
mezzo per educare i lavoratori alla coscienza della propria identità di classe, l'astensione dal lavoro il 1 maggio, nonostante
i divieti delle autorità e il dispiegamento massiccio di forze dell'ordine, divenne una realtà sempre più consolidata
tanto nel Nord quanto nel Sud Italia, dove prese la forma di opposizione allo strapotere degli agrari da parte dei
movimenti bracciantili.
Ripristinata nel dopoguerra, in seguito alla sospensione del diritto di sciopero da parte del fascismo e la
conseguente condanna dei festeggiamenti alla clandestinità, la celebrazione della ricorrenza, dopo l'iniziale entusiasmo per la
ritrovata libertà, conobbe una svolta drammatica il 1 maggio del 1947, quando i lavoratori convenuti a Portella della
Ginestra subirono un sanguinoso atto terroristico, che lasciò sul terreno undici morti. Connivenze tra potere politico,
interessi degli agrari e mafia siciliana armarono la mano dei banditi di Salvatore Giuliano, che con la violenza fermarono il
processo di cambiamento innescato dalla vittoria delle sinistre alle elezioni per l'Assemblea regionale siciliana.
Le tensioni politiche e sociali che attraversarono l'Italia dalla fine degli anni quaranta ai primi anni sessanta si
ripercossero negativamente sui lavoratori, che però, nonostante le pesanti svolte autoritaristiche di Scelba prima, che
impose il divieto di riunione nelle fabbriche, e di Tambroni poi, che represse duramente le lotte operaie, continuarono
a portare avanti le proprie rivendicazioni, tra cui la riduzione dell'orario di lavoro a 40 ore settimanali.
Con il mutato clima degli anni sessanta, che videro l'esperienza politica del centrosinistra e la nascita del
grande movimento studentesco del Sessantotto, il movimento operaio, sceso in piazza a fianco degli studenti, acquistò
un impulso e un'energia nuovi, che si tradussero concretamente, nel maggio del 1970, nella ratifica dello Statuto dei
lavoratori.
Orsolano, dopo aver rievocato i momenti più significativi della storia del movimento operaio, unito e compatto
nella consapevolezza dei propri diritti negati e nella coscienza della propria identità di classe, ha evidenziato la
differenza sostanziale tra il lavoratore di allora e il giovane precario di oggi, che il lavoro flessibile ha privato del senso di
appartenenza ad una classe operaia solidale e combattiva.
La Festa della Repubblica
Venerdì 1 giugno, in occasione della Festa della Repubblica, Enrico Pagano, condirettore dell'Istituto, con l'aiuto
di documenti sonori e di brani del film "Una vita difficile" di Dino Risi, ha ripercorso le tappe che portarono alla
definizione della forma istituzionale del nostro paese, a partire dalla liberazione di Roma nel giugno del 1944, per arrivare, dopo
aver seguito il succedersi dei governi, alle elezioni del 2 giugno e alla vittoria della repubblica.
Con l'accordo siglato nel giugno '44 con gli angloamericani all'indomani del loro ingresso a Roma, che prevedeva
la rinuncia ai suoi poteri da parte di Vittorio Emanuele III e l'assunzione da parte del principe Umberto del ruolo di
luogotenente del Regno, si sancì una tregua che rinviò la complessa questione istituzionale alla fine della guerra.
I due governi Bonomi di coalizione nazionale, succedutisi dal giugno 1944 al giugno 1945, cedettero il posto al
cosiddetto governo della "Resistenza" dell'azionista Ferruccio Parri, composto da molti tra i membri del Clnai che, nel
dicembre del 1945, a causa di una crisi voluta dai liberali, fu sostituito dal primo governo De Gasperi. Durato fino al
luglio 1946, questo governo accompagnò il paese attraverso le tappe più significative del primo dopoguerra: elezioni
amministrative (le prime a suffragio universale), elezioni politiche per l'Assemblea costituente e referendum istituzionale.
La Consulta nazionale elettorale, istituita per l'occasione, stabilì l'obbligatorietà del voto e decise di affidare
alla decisione popolare, anziché al voto parlamentare dell'Assemblea costituente, la definizione della forma
istituzionale del paese. Con lo schierarsi netto dei partiti repubblicano, socialista e comunista a favore della repubblica e di
quello liberale a favore della monarchia, e con l'atteggiamento meno chiaramente definito della Democrazia cristiana che,
pur essendo per la maggior parte repubblicana, lasciò libertà di coscienza ai suoi elettori a causa dell'emersione di
posizioni differenti dal congresso del partito, ebbe inizio una campagna elettorale condotta in maniera capillare dai partiti di
massa a favore della repubblica e portata avanti con tenacia anche dal principe Umberto, divenuto re dopo la rottura
della tregua istituzionale causata il 9 maggio dall'abdicazione di Vittorio Emanuele III.
Il 2 giugno le operazioni di voto si svolsero senza alcun problema di ordine pubblico, nonostante la tensione
dei giorni precedenti, dovuta anche alla dichiarazione del 31 maggio di Umberto II, che preventivamente gettava
un'ombra di illegittimità sul risultato della consultazione, proclamando l'intenzione di ricorrere nuovamente alle urne in caso
di vittoria della monarchia per uno stretto margine, allo scopo di consentire il voto anche ai cittadini delle province
di confine del Nord-Est e ai prigionieri di guerra non ancora rientrati.
I giorni seguenti, data la lentezza nell'afflusso dei risultati e il successivo ribaltamento dell'esito inizialmente
favorevole alla monarchia, videro liberali e simpatizzanti monarchici muovere pesanti accuse di brogli, in un clima reso
sempre più teso dalla mancata proclamazione del vincitore da parte della Cassazione, che si limitò a fornire i dati
specificando la loro provvisorietà, e dal rifiuto di Umberto II di riconoscere ufficialmente la sconfitta. La situazione si sbloccò il
13 giugno, con la partenza di Umberto II, e si risolse definitivamente il 18 giugno con la proclamazione della repubblica
da parte della Cassazione che, respingendo i ricorsi, ne sancì la vittoria con una differenza di quasi due milioni di voti.
L'anniversario della vittoria
Il 5 novembre, in occasione dell'anniversario della vittoria nella prima guerra mondiale, si è svolta l'ultima
conferenza del ciclo di incontri.
Enrico Pagano ha raccontato la tragicità della guerra avvalendosi, insieme alla terribile contabilità delle vittime e
ai dati statistici sulla loro età e composizione sociale, della drammatica essenzialità dei versi del poeta-soldato
Giuseppe Ungaretti, che ben rappresentano la fragilità della vita al fronte e la fratellanza e solidarietà che la condivisione
della sofferenza genera tra i commilitoni. Le note poesie "Fratelli", "Soldati" e "San Martino del Carso" hanno fatto da
filo conduttore alla presentazione di tabelle relative alle vittime di una durissima e logorante guerra di trincea: oltre
venti milioni di uomini tra caduti e feriti su entrambi i fronti. L'Italia, con i suoi 650.000 caduti, in combattimento, per
malattia o per le conseguenze della guerra nel periodo dal 1918 al 1925, vanta il drammatico rapporto di un morto ogni
dieci combattenti, includendo nel conteggio anche gli ufficiali, e di uno ogni sette, facendo riferimento alla sola truppa.
Seguendo un percorso che, partendo dallo scenario internazionale, ha poi considerato quello nazionale, per
giungere a trattare dell'incidenza del conflitto a livello locale, Pagano ha presentato i primi risultati, ricavati dalla
consultazione dei registri di leva e dei fogli matricolari conservati negli archivi di Stato di Varallo e Vercelli, di una ricerca condotta
sui varallesi coinvolti nella grande guerra. Ne è emerso un quadro in cui i settantacinque caduti in guerra, ai quali si
aggiungono i ventotto deceduti nell'ospedale militare di Varallo, si rivelano per la maggior parte giovani nati tra il 1890 e il
1895, di basso grado militare e di provenienza prevalentemente popolare (falegnami, operai, manovali, muratori).
Affrontando infine il fenomeno dei prigionieri di guerra, aspetto del conflitto tanto più significativo in quanto
inedito fino ad allora in così massicce dimensioni, Pagano ha sottolineato come dei 600.000 prigionieri italiani poco meno
della metà fossero catturati o si arrendessero durante la disordinata ritirata conseguente alla disfatta di Caporetto.
Dispersi in un centinaio di campi di concentramento austriaci e tedeschi, i prigionieri italiani, sottoposti a lavori massacranti
e forniti di una razione quotidiana di cibo largamente insufficiente, morirono in maggioranza per malattia, fame,
freddo, stenti, con un tasso di mortalità nove volte superiore rispetto ai prigionieri austriaci e tedeschi in Italia.
Se appare scontata l'ovvia conclusione che il peggiore trattamento dei prigionieri italiani fosse dovuto a un
sentimento di vendetta da parte di Austria e Impero germanico determinato dal tradimento del nostro paese, entrato
in guerra a fianco delle forze dell'Intesa, non lo è altrettanto la tesi che attribuisce la responsabilità delle condizioni
dei prigionieri direttamente all'Italia. Di fronte all'impossibilità dei governi di mantenere l'elevato numero di
prigionieri nelle stesse condizioni delle proprie truppe quanto ad alloggio, vestiario, cure mediche e alimentazione, come
prescritto dalle convenzioni allora in vigore, Francia e Impero britannico, su sollecitazione degli organi preposti al problema
dei prigionieri di guerra (Croce rossa internazionale e Agenzia di Ginevra), si impegnarono ad inviare direttamente aiuti
ai propri soldati prigionieri, mediante convogli scortati da rappresentanti neutrali.
Il governo italiano invece, con colpevole ritardo, autorizzò l'intervento diretto da parte dei privati, ma non
intervenne mai ufficialmente con aiuti di stato, abbandonando a se stessi i propri ufficiali e soldati, come emerge chiaramente
dalle lettere scritte dalla prigionia di cui Pagano ha letto due significativi esempi. Inoltre, alla fine della guerra, i
prigionieri dovettero affrontare anche le difficoltà del rimpatrio e la diffidenza del comando supremo dell'esercito che, allo
scopo di vagliare la situazione di molti uomini sospettati di diserzione, creò appositamente nuovi campi di
concentramento, smantellati solo grazie alla pressione della stampa e dell'opinione pubblica.
Ha concluso la conferenza la proiezione di una scena del film del 2005 "Joyeux Noel", di Christian Carion, in
cui soldati tedeschi, scozzesi e francesi, alla vigilia di Natale del 1914, fraternizzano inaspettatamente sospendendo,
anche se per poco, la guerra che li mette gli uni contro gli altri: un messaggio di pace e fratellanza che evidenzia come
siano molto più forti e radicati i valori che uniscono gli uomini, di quanto possano esserlo i conflitti che li dividono. (r. f.)
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