Mario Giovana
La lunga guerra civile
"l'impegno", a. XX, n. 1, aprile 2000
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Quando si ha guerra civile
La tripartizione introdotta da Claudio Pavone nella sua ormai classica, e fondamentale, opera sui significati
della Resistenza guerra patriottica, guerra civile, guerra di classe1, generalmente accolta come congrua dagli
storici, merita una riflessione d'indole più approfondita, crediamo, per quanto concerne la latitudine temporale lungo la
quale collocare l'intervenire e lo svolgersi del secondo dei termini della scansione proposta, appunto quella inerente la
"guerra civile" (che è anche il dato interpretativo di fronte al quale, soprattutto nella parte del mondo resistenziale più
direttamente legata alla vicenda del partigianato combattente, si palesano persistenti riserve, quando non si avanzano
risentite, quanto infondate, riteniamo, contestazioni, spie di un fraintendimento "patriottico" non casuale).
Il problema a monte della discussione ci pare quello di definire quando e come si ha il verificarsi della
condizione di "guerra civile". Il fenomeno riguarda, per definizione, una frattura con opposizione violenta tra cittadini dello
stesso organismo statuale; in quelle circostanze si apre un processo di scontro quasi sempre carico di irriducibilità,
convulse e insanabili, da entrambe le parti in contesa ("la più feroce e più sincera di tutte le guerre", secondo
l'espressione di Concetto Marchesi opportunamente richiamata da Pavone
nell'incipit del suo saggio).
La divaricazione avviene di norma di fronte all'intollerabilità di condizioni di mancanza di garanzie di libertà
politiche e soprattutto di equità socio-economiche per una massa di cittadini di quell'ordinamento, mettendo quindi
in movimento forze di rottura contro il potere imperante e le correnti della stessa società che lo egemonizzano, o
affiancano e lo sostengono: in questo caso, lo sbocco è una fase di rivoluzione, vittoriosa o sconfitta, al termine di una
lotta aspra e talora colma di spietatezze da entrambi gli attori della vicenda.
Una seconda eventualità è costituita ad esempio, nella guerra di secessione nordamericana del 1861-64
dalla volontà di un settore della società statuale di separarsi dalla vecchia appartenenza per dar vita a un altro
organismo indipendente.
Una terza eventualità può configurarsi nel sopravvenire in un dato ordine costituito di un colpo di stato a opera
di una minoranza che conquisti il potere violando il patto costituzionale sul quale quell'ordine si è fondato e
perseguitando poi gli oppositori con ogni mezzo, senza peraltro eliminarne la presenza e ottenerne la resa definitiva.
Se si ripercorre la situazione italiana alla svolta del periodo dell'offensiva squadristica del 1921-22, che
doveva culminare nella marcia su Roma del 28 ottobre fatidico e nella assunzione del fascismo al potere da parte della
monarchia, si hanno almeno tre coefficienti classici di una condizione del sopravvenire di "guerra civile": una
minoranza armata che trova complicità in istituzioni dello Stato, impedendo con la violenza agli organismi dell'ordinamento
di vita democratica di proseguire la propria azione, sovente spazzandoli via in modo cruento ed eliminando
fisicamente gli oppositori; l'instaurazione di una dittatura che sopprime ogni libertà individuale e di aggregazione collettiva,
che discrimina tra cittadini che si piegano al regime e collaborano in qualche modo con esso, e cittadini che lo
rifiutano; il permanere di uno stato, sia pure relativo, di emergenza per l'ordine totalitario determinato dalla
continuità dell'opposizione che esso incontra nella società, obbligando i suoi strumenti di difesa poliziesca e giudiziaria a
una costante sorveglianza e repressione, le quali portano sui banchi di un tribunale speciale, in carcere, al confino e
talora davanti al plotone d'esecuzione una folla di avversari (parecchie migliaia) appartenenti a correnti ideali e
politiche, a credenze religiose e a strati sociali differenti.
Il fatto che condizioni del genere non diano luogo, a breve scadenza, a momenti insurrezionali è del tutto
irrilevante ai fini della corretta registrazione di una realtà di "guerra civile" potenzialmente esplosiva: eventi insurrezionali
sotto una dittatura poliziesca, sorretta da consolidati istituti dello Stato preesistente, si possono produrre soltanto
quando si verifichino circostanze di crisi del sistema tali da permettere a una già in corso, sotterranea ribellione dal basso
di venire alla luce del sole, essendosi procurata i mezzi adeguati per combattere sul suo stesso terreno la violenza
del nemico, e potendo anche mobilitare a proprio sostegno la solidarietà di masse che paura, miseria, e persino
opportunistici attendismi, hanno tenuto silenziose e appartate, ma non hanno legato al regime e, anzi, hanno largamente
reso ostili alle sue prevaricazioni individuali e collettive e alle sue insolvenze rispetto alle loro necessità.
Il retroterra della stagione insurrezionale
Se il quadro delle condizioni di "guerra civile" è quello che si può ricavare dalla sommaria casistica sulla
quale abbiamo indugiato, allora pare difficile ignorare come in Italia le premesse e le virtualità di una "guerra civile"
fossero nate nel 1921-22 per trasformarsi successivamente in realtà operante nelle pieghe di una società nazionale
schiacciata dalle sorveglianze
poliziesche2, impoverita in una infinità di risorse primarie, disorientata e indubbiamente
anche suggestionata e frastornata in suoi larghi settori dai "successi" del fascismo.
Una minoranza non demordeva dal tenere alte le ragioni di un progetto di stato democratico inconciliabile con
l'ordine vigente; e a questa tenace affermazione tendeva a dare corpo di lotta preinsurrezionale: le tre forze centrali
della battaglia clandestina, comunisti, militanti di Giustizia e libertà e socialisti, erano impegnate allo spasimo in un
lavoro clandestino indirizzato a una occasione del genere.
L'8 settembre 1943 rappresentò il verificarsi della opportunità auspicata: la Resistenza armata inaugurò
la fase insurrezionale della guerra civile, allo sbocco della crisi del regime, delle capacità di mediazione degli ambienti
tradizionalmente suoi complici (monarchia, gerarchie militari, alta burocrazia, potentati industriali e alto clero),
destituiti di credito o messi in difficoltà a svolgere siffatte mansioni dalle catastrofi belliche del fascismo, e dello
svanire di ogni prospettiva di evitare lo sfaldamento del sistema, di cui la rimediata Repubblica sociale mussoliniana non
poteva se non costituire che una funebre caricatura.
Lo sfascio dell'organismo militare rese disponibili i mezzi concreti per aprire quello snodo decisivo della
ventennale "guerra civile", cioè l'armamento dell'iniziativa popolare. Le vittorie angloamericane assicurarono le opportunità
e il traguardo vittorioso della guerra sul cui esito liberatore l'antifascismo, controparte dei fascisti nella "guerra
civile", aveva puntato.
Ora, se si fanno coincidere 8 settembre del '43 e inizio della Resistenza con l'intervenire della "guerra civile",
di fatto si isola l'antifascismo del ventennio dall'insurrezione armata e clandestina dei venti mesi; si cancella cioè
il retroterra ideale e politico dal quale il fenomeno resistenziale trae le ragioni prime della propria legittimità non
meramente militare, della propria direzione unitaria e del proprio programma di riscatto del Paese non soltanto
dall'oppressione dell'occupante nazista.
Del pari, se si colloca la fase dell'opposizione clandestina militante dell'antifascismo in uno spazio temporale
estraneo alla "guerra civile", si amputa la stagione della Resistenza del suo denso capitolo ventennale delle "resistenze"
che hanno pagato un enorme tributo alle sofferenze del carcere, alle umiliazioni delle coazioni del confino politico,
ai triboli dell'esilio, alle brutalità squadristiche e postsquadristiche con i loro strascichi di drammi privati (sovente
ignorati dalla storia), rinunce costose, sopraffazioni, torture fisiche e morali.
Di più: se il ventennio dell'antifascismo è visto in una dimensione a sé stante, non percorso dalla materia
operante di un processo di penata liberazione, ma parentesi testimoniale nobile e tuttavia sostanzialmente ininfluente ai
fini dello scontro decisivo, allora alla base della "guerra civile" non rimane che la spontaneità senz'altro indiscutibile
della quota maggiore dell'organizzazione armata partigiana al suo nascere e delle fasce di sostegno che essa
trovò nella società, e scompare tutto quanto vi trasfuse lo spirito della tenuta delle opposizioni ad oltranza, ne ispirò l'impianto strategico e unitario, ne curò le strutture e la direzione di marcia, i margini di autonomia di fronte agli
Alleati, l'asse disciplinare sul quale vennero gestite le formazioni; oltre a ciò, si finisce con l'ignorare come una
percentuale non secondaria degli uomini che le assicurarono esperienza bellica, conduzione nella guerriglia, mordente
d'attacco, provenissero dalle esperienze del volontariato dei combattenti nella guerra civile spagnola e nel
maquis francese in quanto militanti antifascisti, e altri si fossero temprati al vaglio delle burrascose avventure clandestine o dei
calvari nelle prigioni per prendere la guida della gente in armi.
E, ancora, si omette di considerare che le ragnatele delle solidarietà politiche dell'antifascismo tessutesi nel
ventennio erano fattori essenziali della sopravvivenza e della continuità aggressiva di settori portanti
dell'organizzazione militare. Il proletariato Fiat che si compattava per sabotare la produzione e preparare la difesa degli stabilimenti,
portava dentro di sé il lievito di una lezione di antifascismo non andata mai perduta per tutti gli anni bui della forzata
passività nei lacci della dittatura.
La Repubblica sociale italiana non era soltanto il prodotto dell'8 settembre di sconfitta, bensì anche il tentativo
di perpetuare in condizioni da "ultima spiaggia", riproponendone ed esasperandone i tratti falsamente
rivoluzionari e accesamente delinquenziali degli esordi, la somma di valori negativi e di orizzonti dispotici del fascismo. E le
forze che si scontravano in quell'ultimo atto del dramma italiano ripetevano le ragioni e gli obiettivi della scissione
intervenuta nella realtà del Paese venti anni prima e che avevano continuato ad essere motivi di incomunicabilità e di
insanabile frattura lungo tutto quel periodo storico.
L'8 settembre e la vicenda resistenziale non facevano che sciogliere i nodi venuti al pettine del divergere in
assoluto di concezioni di vita e di progetti di ordinamenti costituzionale e della società sui quali non erano possibili
transazioni conciliative di alcun genere. Il conflitto veniva da lontano, era costato agli oppositori del regime in camicia nera
prezzi gravosi ed era stato mantenuto vivo malgrado le asfissie e le crudeltà praticate dalla parte al potere; la quale, a
sua volta, non si era mai illusa di poter comporre il dissenso radicale e aveva drasticamente puntato ad annientarne i
protagonisti e seppellirne nell'infamia delle accuse di mene "antinazionali" e "biecamente sovversive" i motivi
politico-ideologici.
Accogliere un criterio cronologico di inizio della "guerra civile" all'8 settembre del '43, e quindi del suo
procedere parallelo con gli sviluppi della Resistenza partigiana e clandestina, equivale inoltre a sanzionare in qualche
modo, indirettamente, la tesi neofascista che l'antifascismo profittò del crollo militare per scagliare italiani contro
italiani; che è il modo più loiolesco e comodo per voltare pagina sul ventennio dell'oppressione fascista, sul particolare
della occupazione nazista quale conseguenza dello schieramento del regime nella guerra mondiale, sul
collaborazionismo fascista con le follie hitleriane impostato a partire dal loro trionfo in Germania, non dalla data dell'alleanza
bellica, in quanto risultante di una associazione di affinità di scopi antidemocratici, totalitari, brutalmente ispirati alle
tecniche della sopraffazione più spietata, e, infine, equivale a trascurare l'ignobile capitolo delle leggi razziali e della
prima persecuzione antiebraica e lo scatenamento assassino delle milizie di Salò.
La deriva dell'ex combattentismo
Datare l'inizio della "guerra civile" all'8 settembre 1943 comporta ancora una conseguenza: quella di esaurire
la complessità del fenomeno della Resistenza antifascista e partigiana nell'esperienza militare dei venti mesi,
aiutando una tendenza presente nello stesso universo resistenziale della componente conservatrice incline a
restaurazioni prefasciste presente nel fronte di lotta a incasellare il conflitto partigiani-nazifascisti in una dimensione
meramente di "guerra patriottica" di per sé escludente le componenti dialettiche dell'unità raggiunta, e liquidando la terza
scansione individuata da Pavone, la "lotta di classe": elemento che disturba una rappresentazione appunto
nazionalpatriottica e che non a caso Togliatti e il Pci assunsero per legittimare i comunisti come grande forza nazionale (secondo
una logica politica al momento comprensibile, e anche produttiva di effetti positivi, ma gravida di equivoci nelle
strategie di lungo periodo per i programmi innovativi delle sinistre e per l'assetto della repubblica democratica). Non è
accidentale che settori partigiani anche di ispirazione della sinistra, ma che hanno scarsamente introiettato le
ragioni profonde del moto, respingano istintivamente il tema della "guerra civile", reputandolo lesivo della loro
onorabilità di combattenti in guerra: l'identificazione della Resistenza come "guerra patriottica" ha prodotto i suoi effetti.
La Resistenza viene in tal modo ristretta a "guerra di liberazione dallo straniero", cancellando verità di auspici
e virtualità di radicali cambiamenti delle basi dello Stato, dei rapporti sociali di cui era permeato il movimento in settori
per nulla marginali del suo slancio.
Questo criterio ha facilitato ripiegamenti su di una configurazione ex combattentistica celebrativa e retorica
della storia partigiana, in nome di coesioni unitarie già destinate inevitabilmente a non sopravvivere alla scadenza
della Liberazione se non in termini di pure rivendicazioni di principio e sindacali e divenute via via motivi di
assorbimento nelle stanche ritualità dei reducismi di sempre: tant'è vero che in una delle "capitali" della Resistenza, Cuneo,
un ex comandante partigiano presiede l'Associazione combattenti nella quale, ovviamente si può supporre
abbiano diritto di cittadinanza ex volontari d'Africa e di Spagna dal lato dei franchisti, e comunque sodali rimasti del
tutto estranei quando non contrari all'antifascismo e alla Resistenza.
I meccanismi dell'unanimismo nel segno dell'indifferenziato "sacrificio combattentistico" giocano così a
offuscare le realtà dei processi storico-politici e raggiungono, avallandola, per altre vie, l'idea che la condizione di
combattente dia luogo di per sé all'appartenenza a una indifferenziata categoria morale: nefasta mistificazione di
tutte le alienazioni "patriottiche" costruite onde risarcire i reduci da guerre perlopiù vissute loro
malgrado e sublimate dai sopravvissuti in posteriori memorie gratificanti.
In siffatte confusioni, non è sorprendente che le generazioni giovani abbiano stentato e stentino a
comprendere, anche nelle peraltro non frequenti occasioni nelle quali fruiscono di un minimo di conoscenza del passato, la
natura specifica del fenomeno resistenziale. Il problema di conferire alla nozione di "guerra civile" l'ampiezza
temporale e i contenuti che la realtà degli svolgimenti storici le hanno riservato, rimane dunque un'esigenza cardine della
chiarezza nella interpretazione delle implicazioni che ebbe la dicotomia fascismo-antifascismo entro la società italiana
dagli albori fino alle estreme propaggini delle conflittualità da essa scaturite.
Una eredità della Resistenza che si perpetui consumandosi nelle edulcorate ricorrenze ufficiali e nelle
deposizioni di corone alle tombe dei caduti, non disturba alcuno e rientra in qualsiasi tollerabile protocollo delle
consuetudini civiche: immersa in queste liturgie, la "guerra civile" perde ogni risonanza e approda ognora più sovente alla
richiesta umanamente legittima e civile di non fare differenze tra i morti delle parti, celando però quasi sempre dietro
questa cristiana invocazione lo scopo di livellare le antitesi della "guerra civile". Il che presuppone una
"parificazione" assurda nella quale si smarrirebbero i fondamenti stessi della nozione di storia, oltre che il senso di una
tragedia collettiva durata vent'anni.
| |