Ruggero Giacomini
La legione "Tagliamento" nelle Marche*
"l'impegno", a. XXVIII, n. 2, dicembre 2008
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Da tempo i fascisti di Pesaro invocavano l'invio di forze specializzate per la lotta contro il movimento partigiano.
Già il 18 febbraio il triunviro federale Portinari aveva chiesto che fosse mandato in aiuto alla locale Gnr uno dei
battaglioni "M"1. Il 13 aprile era tornato alla carica il capo della Provincia scrivendo al Ministero dell'Interno: "Allo scopo [...]
di potere organizzare un'azione di rastrellamento a largo raggio, che consenta la cattura di dette bande e ne
impedisca l'esodo nei territori delle province limitrofe, si prega codesto Ministero voler disporre l'immediata assegnazione a
questa Provincia di qualche Battaglione 'M' e di reparti di
Polizia"2.
Le sollecitazioni rimasero inascoltate fino a che non intervennero le esigenze germaniche della sicurezza dei
lavori sulla Linea gotica. Era questo un progetto imponente, una barriera di fortificazioni dall'Adriatico al Tirreno, che
avrebbe dovuto sbarrare la strada agli Alleati e consentire lo sfruttamento della pianura padana secondo Kesselring fino
alla primavera del '463! Dalle alture sul mare oltre Pesaro, lungo una fascia larga anche alcuni chilometri, sfruttando le
disposizioni naturali del terreno, risaliva la riva sinistra del Foglia fino ai monti Simone e Simoncello, per proseguire
poi nella provincia di Arezzo e fino a Massa Carrara. Comprendeva strade e camminamenti, fossati anticarro e torrette
per l'artiglieria, nidi di mitragliatrici e gallerie, punti di osservazione, campi minati, ripari. Un'impresa diretta
dall'organizzazione specializzata tedesca Todt, cui collaborava l'organizzazione Paladino della Rsi. Si avvaleva di imprese edili
locali e di un gran numero di operai, in parte dipendenti delle ditte italiane, la maggior parte rastrellati e obbligati. La
Resistenza cercava di ostacolare e sabotare in varie forme l'avanzamento dei lavori, con azioni militari dirette, spingendo
gli operai a non andare al lavoro, incoraggiando la diserzione. Per questo fu inviata nel Pesarese la legione
"Tagliamento". La "legione", termine romano-fascista equivalente all'unità divisionale, era composta da due battaglioni:
"Camilluccia", che prendeva il nome da un quartiere romano ed era composto in origine soprattutto da studenti universitari e
liceali della capitale, e il 63o "Tagliamento", che proveniva dalla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Questa, dopo
il 25 luglio, era stata incorporata nell'esercito con le stesse strutture di comando, e all'indomani dell'8 settembre il
comandante Merico Zuccari si schierava coi tedeschi e veniva aggregato con compiti di polizia alle Ss. Rimasero
direttamente dipendenti dai tedeschi anche quando a metà novembre i reparti della ex Milizia furono incorporati
nominalmente nella Gnr. Prima di venire nelle Marche, la "Tagliamento" si era resa tristemente nota in Valsesia, segnalandosi per
innumerevoli atrocità4.
Il 1 marzo 1944 si era aggregato il battaglione giovanile "Camilluccia", ed era nata la "I legione d'assalto
Tagliamento", e per l'occasione lo Zuccari era stato promosso
colonnello5. Comandavano i battaglioni, col grado di maggiore,
Giuseppe Ragonese ("Tagliamento") e Oreste Menegozzo ("Camilluccia").
La legione "Tagliamento" fu inviata nel Pesarese nel giugno del 1944. La partenza dal Piemonte fu solennizzata con
una manifestazione a cui parteciparono il comandante generale della Gnr Renato Ricci e il comandante delle Ss
dell'Italia nordoccidentale Willy Tensfeld. Fu fatto credere ai legionari di essere destinati alla riconquista di Roma, dove il 4
giugno erano entrati gli angloamericani. Un evento altamente traumatico per la tenuta dei fascisti, come apprendiamo
da un'angosciata lamentazione del questore di Ascoli Piceno: "L'occupazione di Roma da parte degli anglo-americani
ha depresso lo spirito pubblico ed ha scosso la fiducia della popolazione [...] Tale stato d'animo ha prodotto deleteri
effetti anche in seno alle truppe repubblicane, determinando lo sbandamento di circa ottanta elementi del locale
Deposito Misto Provinciale, che si sono dati disertori, portando con sé armi e
munizioni"6.
I legionari della "Tagliamento" sostarono qualche giorno a Bologna, dove furono benedetti dal camerata
don Calcagno7 e salutati da una rappresentanza delle donne fasciste della città. Ma invece della "gloria" da
riconquistatori di Roma che già si immaginavano, scoprirono ben presto di essere destinati a replicare il lavoro sporco a cui si
erano adattati. A confortarli ed assolverli spiritualmente pensava il cappellano seguace di don Calcagno, il frate dei
carmelitani scalzi Augusto Pio Intreccialagli, detto padre Antonio, il quale si vanterà in seguito di aver avallato
serenamene numerose esecuzioni capitali. Il comandante, "volendo avere la coscienza più tranquilla possibile, mi sottoponeva
i casi più difficili, in cui avrebbe dovuto prendere l'estrema decisione", e "se io avessi manifestato un qualche motivo
di esitazione sulla pena da applicare, era sufficiente un mio segno azzurro sulle cartelle personali, e si desisteva a
eseguire la sentenza"8. Il che era assai raro.
Da Bologna partirono il 13 giugno a scaglioni autotrasportati e l'indomani erano già in posizione nelle Marche.
Il battaglione "Camilluccia" si dispose lungo la linea da Pennabilli ad Urbino, guardando anche il valico verso S.
Angelo in Vado e Borgo Pace. Di esso si hanno scarne e indirette notizie, soprattutto di rastrellamenti e fucilazioni. Del
battaglione "Tagliamento" si sono invece conservati il
diario9 e alcuni documenti ed è possibile quindi seguirne le
mosse dall'interno. Era organizzato su tre compagnie di circa un centinaio di uomini ciascuna, che si posizionarono
all'arrivo rispettivamente ad Auditore, Tomba di Pesaro (Tavullia) e
Tavoleto10. Quest'ultima il 18 giugno fu spostata a
Sestino, al confine tra Marche e Toscana, mentre il comando del battaglione si posizionava a Mercatale, e dal 25 giugno a
Caprazzino. Il comando della legione, sistemato inizialmente a Saludecio, si stabilì dal 17 giugno a Sassocorvaro.
I lavoratori sulla Linea gotica erano militarizzati e vi operava un reggimento tedesco di "pionieri". I legionari
della "Tagliamento" ebbero il tempo di sistemarsi negli accantonamenti, e già il venerdì 16 giugno si presentarono alla
loro maniera alla popolazione locale. Riferisce il "Diario" alla stessa data: "Dalla
2a Cp. viene segnalato che verso le ore 9 i
civili cominciarono a saccheggiare i silos di grano di Borgo S. Maria. I nostri Legionari immediatamente inviati sul
posto sono costretti ad usare le armi contro la folla imbestialita. Un civile rimane ucciso ed altri 2 feriti. Il grano viene
quindi distribuito senza che nessun altro incidente venga a turbare l'ordine [...] A sera viene tratto in arresto in Tavullia
il Podestà [...] Viene pure arrestato un renitente alla leva.
Un plotone della 2a Cp. viene inviato a Borgo S. Maria (Pozzobasso) per proteggere 600 lavoratori, su ordine
emanato dal 16o Reggimento Pionieri Germanico".
Dallo scarno resoconto traspare lo smacco per il fatto che l'uso della maniera forte, con la sparatoria e l'uccisione di
un civile, non era valso a far scappare la gente, che anzi si era infuriata al punto tale che avevano dovuto consentire
ciò che volevano impedire, e cioè la distribuzione del grano. L'arresto a sera del podestà, giudicato evidentemente
non abbastanza collaborativo, è una forma di rappresaglia, come la cattura del renitente. Ma non è che l'inizio.
Il comando si preoccupò prima di tutto di attivare un servizio informativo, di cui si hanno numerosi riferimenti
nel "Diario". "La raccolta di notizie sui banditi procede bene", si legge già il 18 giugno. E il 1 luglio successivo: "Continua
la raccolta di notizie sui movimenti e la dislocazione dei
banditi"11. Si organizzarono quindi pattugliamenti e
rastrellamenti e ci scapparono altri morti. Il 23 giugno durante una operazione a sud di Auditore "un bandito che si dava alla
fuga viene ucciso dal fuoco delle armi". Cinque giorni dopo nella zona di Monte Nuovo, al confine tra i comuni di Urbino
e Lunano, venne catturato "un bandito armato di fucile mod. 91 con 6 caricatori", che al ritorno sulla piazza di
Mercatale venne fucilato. Era il partigiano Angelo Marchi, originario di Cingia de' Botti
(Cr)12.
Domenica 25 giugno, durante un rastrellamento effettuato dalla
2a compagnia, vennero catturati alcuni renitenti
alla leva e disertori del servizio obbligatorio del lavoro, e il comando ordinò che venissero a scopo terroristico
"fucilati parte in paese ed alcuni al campo lavoratori di Tavullia". La notizia si diffuse velocemente, provocando
costernazione e l'intervento dell'Ispettorato militare del lavoro (organizzazione Paladino), che reclamò la consegna dei "propri"
operai. Sotto la data del 27 giugno nel "Diario" si legge annotato che per tale ragione "il Comandante la
2a Cp. [...] non ha potuto fucilare gli 8 renitenti alla leva ed i 5 disertori". Punto sul vivo del leso potere di trucidare, il colonnello
Zuccari prese immediato contatto telefonico col suo degno diretto superiore e protettore, l'Oberführer
Ss Ernst Hildebrandt, "comandante le Ss. Polizei per l'Emilia ed il Veneto", il quale autorizzò senz'altro le esecuzioni, "dando al
Comando Legione libera iniziativa in tema di operazioni di polizia". Così nel pomeriggio del 28 giugno si procedette senza
indugio all'eccidio, che avvenne in Tavullia. Fu la compagnia del capitano Fabbri che lo eseguì e rendicontò al colonnello
comandante, aggiungendovi una critica che sapeva gradita al "disfattismo" dell'autorità locale: "Renitenti alla leva. Sono stati passati per le armi oggi, come da comunicazione a parte, 5 renitenti alla leva.
La responsabilità dei numerosi casi di mancata presentazione alle armi è da attribuirsi a mio giudizio, alle
autorità locali: Commissario Prefettizio, Segretario Comunale; Comandante distaccamento G.n.r. (ex carabinieri), ora sfollati
o fuggiti dopo avere abbandonato i loro uffici, i quali non solo non si sono preoccupati di fare applicare le leggi ma
hanno fatto spesso propaganda disfattista in merito.
Disertori dal lavoro. Sono stati passati per le armi oggi, come da comunicazione a parte, 7 disertori dal lavoro,
arrestati da questo Comando. L'esecuzione è avvenuta nel cortile della Manifattura Tabacchi, dove adesso è
accantonato il 16 Battaglione Lavoratori Milano, del quale i disertori facevano
parte"13.
La responsabilità dell'eccidio ricade dunque interamente sullo Zuccari, che all'autorità di Hildebrandt ricorre per
coprirsi le spalle, e non viceversa; non si era limitato ad adempiere con diligenza ad una "sollecitazione
tedesca"14. La pluralità e rivalità dei poteri, tipica del sistema
dell'occupazione15, consentiva autonome dimostrazioni della piena
assimilazione dei più spietati metodi nazisti. Questa pulsione imitativa è peraltro un dato identitario dei battaglioni
"M". L'eccidio presso il ponte di Casteldelci, oggi ponte "Otto martiri", dove l'8 aprile 1944 erano stati seviziati e uccisi
otto partigiani, di cui uno col busto di gesso per handicap congenito, era stato anch'esso opera di un reparto del
battaglione M "Venezia Giulia" di stanza a Cesena. In un promemoria riservato del comandante della caserma di Pennabilli
ai comandi dei carabinieri di Urbino e Pesaro all'indomani del fatto si legge: "Il comandante del reparto della G.n.r. -
Ten. Dasistro - che presenziò alla fucilazione avrebbe dichiarato che gli otto ribelli erano stati consegnati loro da
soldati tedeschi con facoltà di farne ciò che avessero
voluto"16.
E questa facoltà essi l'avevano ampiamente esercitata, tanto che prima di ammazzarli, li avevano anche - come
poté constatare il canonico della cattedrale di Pennabilli don Luigi Giardi -, "orrendamente martoriati; ad alcuni
mancava addirittura metà
cranio"17. A militi dello stesso battaglione è da attribuire in tutto o in parte assieme ai tedeschi la
responsabilità della strage di Fragheto del giorno prima, stando alle dichiarazioni di testimoni oculari
sopravvissuti18.
Nel caso di Tavullia, la disputa di "competenza" col comando responsabile dei lavori riguardò solo gli operai
dipendenti e non i renitenti alla leva, ed ebbe uno strascico con apertura di una vera e propria inchiesta che, se pure sfociata in un nulla di fatto, creò qualche preoccupazione nei diretti responsabili dell'assassinio. Leggiamo infatti in un
rapporto dello stesso capitano Fabbri, del 3 luglio: "Si presentava a questo Comando il capitano germanico Pistorius
Leone, Ufficiale di collegamento del gen. Toussaint presso l'Organizzazione Paladino (Ispettorato Militare del Lavoro)
per iniziare un'inchiesta sulla fucilazione dei 7 disertori dal lavoro effettuata il giorno 28 scorso mese da questo
reparto. Secondo tale comando l'esecuzione è da ritenersi arbitraria perché l'Organizzazione Paladino è considerata, dal
Comando Tedesco dal quale dipende,
'tabù'..."19.
Fabbri si riparò ovviamente dietro l' "ordine" del colonnello Hildebrandt delle Ss, ma Pistorius ribatté seccato: "Mi
ha proibito - è ancora Fabbri che riferisce - di trattenere eventuali altri disertori dal lavoro e di procedere in alcuna
maniera contro di loro, ma di restituirli al loro Battaglione lavoratori". E nel frattempo "il Comando tedesco che nella giornata
del 29 Giugno mi aveva consegnato il nominato Gramolini Marino, mi ha chiesto la sua scarcerazione, cosa che io ho
fatto". È probabile che l'ignaro Gramolini debba la sua vita alla provvidenziale sottrazione dalle grinfie del battaglione
"M". L'intervento di Pistorius fece sì che nei giorni successivi gli uomini catturati nei rastrellamenti venissero
regolarmente consegnati ai battaglioni del lavoro, restringendo, senza che venisse del tutto meno, la facoltà omicida del
comando legionario.
Il 30 giugno a Sestino un "milite scelto", tale Scanu Salvatore, "che si era allontanato abusivamente dal paese",
fu catturato dai partigiani. Le "accurate ricerche", subito attivate e proseguite nei giorni
successivi20, restarono infruttuose, fino a che il 29 luglio troviamo
annotato: "Informazioni raccolte dicono che il Mil. Sc. Scanu Salvatore, della
3a Cp., prelevato dai banditi il 30/6, abbia già passato, sotto scorta, le linee inglesi".
In effetti Scanu aveva passato le linee con la brigata Garibaldi "Pesaro" e il suo nome figura nell'elenco dei
prigionieri consegnati agli Alleati21. Catturato due giorni dopo la strage di Tavullia compiuta dal battaglione di cui
faceva parte, poteva essere fucilato per rappresaglia; fu traghettato invece sano e salvo oltre le linee. Un piccolo
dettaglio, nell'economia generale della guerra, ma che mostra anch'esso la differenza. Andò male invece all'allievo milite
Giovanni Lucchesi, che il 23 giugno decise di
disertare22, ma invece che dai partigiani fu ripreso dai suoi commilitoni, che
lo fucilarono il 10 luglio: "Questa mattina alle ore 6,30 è stato fucilato l'allievo milite Lucchesi Giovanni, reo di
diserzione. Considerato che tale esecuzione è stata una dura lezione, che porterà certamente i militi alla esatta valutazione
del momento attuale, chiedo a codesto Comando il condono di tutte le punizioni della mia compagnia attualmente in
corso, anche se le mancanze [...] sono piuttosto gravi. Con l'esecuzione di oggi e con il condono spero di potere chiudere
un periodo di evidente indisciplina nel reparto e di iniziare ex novo un periodo di mentalità diversa e più
aggiornata"23.
Purtroppo non è dato sapere a cosa si riferiscono gli episodi di "evidente indisciplina" cui si accenna, salvo
supporre che il clima di violenza e arbitrio che contraddistingueva l'agire dei "mussoliniani" si riflettesse in qualche modo tra
gli stessi militi.
Il 4 luglio il tenente colonnello a capo del battaglione dei lavoratori di Macerata Feltria segnala l'avvistamento di
"un centinaio di banditi molto ben armati [...] nella zona di S. Paolo, e chiede un rinforzo per i 20 legionari della Cp.
della Morte Aretina che sono aggregati al suo
Battaglione"24. Viene subito spedita un'intera compagnia in autocarro e
all'alba del 5 luglio viene effettuato il rastrellamento. L'abitato di S. Paolo "viene circondato e le case minuziosamente
perquisite", ma i partigiani sono già lontani, "certamente avvertiti da qualcuno che conosceva il progetto. Si sospetta
di alcuni elementi facenti parte del Comando del Btg.ne
lavoratori"25. Nel corso del rastrellamento vengono fermati
"due renitenti alla leva" e arrestata dal sottotenente Mazzantini "una donna fortemente implicata nell'affare della rapina
a mano armata perpetrata ai danni di alcuni lavoratori della O.T.".
Continua nei giorni seguenti la caccia ai renitenti - tre di loro il 6 luglio "vengono incarcerati in attesa di giudizio" -
e agli uomini di qualunque età adatti al lavoro "da consegnare alla O.T.". Ne vengono "reclutati" sei il 7 luglio nella
zona di Sestino e di Monteromano. Il "Diario" naturalmente tace sulle azioni di violenza, saccheggio, rapina praticate
dai militi della "Tagliamento" nel rapporto con la popolazione. Risulta però che esso è tale da suscitare lo sdegno
degli stessi comandi tedeschi, provocando un nuovo confitto di competenze. Il capitano Martucci, comandante del
7o battaglione Costruzioni e Fortificazioni, scrive l'11 luglio al comando della compagnia della "Tagliamento" di stanza a
Tomba di Pesaro per rivendicare su sollecitazione tedesca la propria competenza in materia di polizia: "Reclami di cittadini di
S. Veneranda e di S. Pietro in Calibano mi hanno informato che Codesta Compagnia ha effettuato, per la seconda volta
in tre giorni, due perquisizioni agli abitati sopra citati. Durante tali operazioni sono state asportate biciclette, generi
alimentari ed altri materiali. Sono stati inoltre devastati mobili vari. Sono stati infine fermati alcuni elementi di varie
classi. Avverto Codesta Compagnia: 1) Le località sopraccitate rientrano nel settore a me affidato dalle Autorità
germaniche. Anche Tomba di Pesaro rientra in tale settore. 2) In questo settore ho piene funzioni militari e di polizia; a me è
quindi devoluta qualsiasi azione eventualmente necessaria contro la popolazione. 3) Il comportamento delle Camicie Nere
è stato tale - a quanto mi viene riferito - da portare disdoro all'Esercito Italiano. E sì che siamo in territorio nostro!
4) Considero quello che è stato fatto come un vero e proprio saccheggio. Trasmetto copia del foglio a me pervenuto
dal Comando germanico"26.
A seguito di un attacco partigiano la notte di domenica 16 luglio sulla strada tra Sestino e Pian di Meleto, in cui
"due sottufficiali della 3a Cp. in motocicletta mentre si dirigevano al Comando del
63o per portare un plico urgente"
rimanevano feriti, lo Zuccari emanava in una circolare più aggressive
disposizioni: "Le rappresaglie sono state da me
personalmente ordinate e dirette. Poiché da questo e da altri molti fattacci si deduce che i ribelli, in questa zona, stiano
aumentando gradatamente la loro attività, dispongo: a) tutti i reparti, oltre al normale pattugliamento della zona di
rispettiva giurisdizione, comandino dei pattuglioni con il compito durante la notte di effettuare appostamenti fissi nei pressi
di mulattiere o campestri che conducono a centri abitati, case coloniche di una certa importanza o a strade
principali. Tenere presente che i ribelli si riforniscono di viveri in centri abitati o nelle case coloniche. Vanno alla ricerca
specialmente di formaggio fresco di pecora; b) distacchino anche delle pattuglie su quote dominanti onde tentare la cattura
di elementi prezzolati che fanno segnalazioni agli aerei nemici; c) cerchino di sapere con qualsiasi mezzo dalla
popolazione notizie sui banditi. Dobbiamo, insomma, dominare la situazione come la dominavamo in Valsesia".
Nonostante la particolare cura dedicata fin dall'inizio al servizio informativo, non c'erano stati tuttavia risultati
significativi, le informazioni arrivavano piuttosto
confuse27. Nel "Diario" è annotato alla data del 17 luglio: "Continua
l'impressione, per molte ragioni aumentata, che nella zona effettivamente siano stabiliti forti nuclei di banditi, ma la
popolazione è molto riservata e scarsa di informazioni".
I fascisti dunque attorno alla Linea gotica non riuscivano a "dominare la situazione". Ciò si vede anche dalla
resistenza dei contadini a mietere e battere il grano maturo nei campi, per non lasciarlo cadere nelle mani dei nazifascisti. Per
cui sono gli stessi militi che debbono adattarsi a fare i contadini: "La
3a Cp. - si legge infatti nel "Diario" alla data del 13
luglio - continua il raccolto, già in parte iniziato nei giorni precedenti, nei poderi abbandonati dai contadini sfollati per
l'avvicinarsi della linea di combattimento".
Il lavoro che riesce meglio ai legionari è il rastrellamento degli uomini validi e giovani in età di leva nelle
campagne, interrogarli alla loro maniera, ogni tanto ucciderli per non perdere l'abitudine e soprattutto rifornire con essi i
battaglioni del lavoro. Il 14 luglio il "Diario" registra la continuazione degli "interrogatori dei fermati dei giorni precedenti". Il
15 "numerosi fermi di sospetti e di renitenti alla leva e l'arresto di un rapinatore a mano armata di lavoratori
dell'Organizzazione Palladino (sic), e dei suoi
complici"28. Il 18 "continuano intensi gli interrogatori dei fermati". Da altra
documentazione si ricava un rastrellamento a Petriano nella notte tra il 17 e il 18 luglio, che fallisce la cattura di "certo Settimio
Rossi probabile partigiano"29, ma in cui vengono fermate una quarantina di persone, tra cui il parroco don Sante
Zaccaria sospettato di aver dato assistenza ai
partigiani30.
Nei giorni successivi l'azione più importante è "una operazione di polizia a largo raggio nella zona Pian di Castello
- Montefiori Conca - Gemmano" attuata il 21 luglio dalla
1a compagnia, che produce la cattura di "vari elementi
renitenti alla leva, che vengono successivamente avviati ai lavori delle fortificazioni militari". Il 23 luglio a Candelora "un
renitente alla leva fuggito al comparire del Plotone e che non si fermava all'intimazione, veniva ucciso e un individuo
anziano, per la stessa ragione, ferito". La mattina del 24 in "un piccolo scontro con elementi fuori legge" restava ferito un
milite, nel pomeriggio altro scontro, altro ferimento. Inoltre presso Sestino un automezzo germanico era attaccato dai
partigiani, due soldati tedeschi morti e all'accorrere dei militi "cade da prode il V.Brig. Baglioni Mattia". Un partigiano è
fatto prigioniero ed è costretto poi a fare da guida nei luoghi frequentati dai ribelli. Che però non si fanno trovare.
Il 25 luglio la 2a compagnia rientra dai rastrellamenti con "25 fermati", che vengono avviati ai lavori obbligatori. Il
26 nella zona di Montefiore Conca vengono catturati "quattro renitenti alla leva, sospetti di connivenza con le
bande", mentre a Montenuovo di Lunano è fermata "una ebrea polacca il cui marito è sospetto di essere a capo di bande,
latitante". Il 2 agosto "due plotoni, in collaborazione con una Cp. Germanica rinforzata da mezzi blindati" conducono
una azione di polizia a sud di Auditore, "catturando molti banditi". Il 5 agosto tuttavia, convocati a rapporto dal
comandante della legione, i comandanti di battaglione e compagnia apprendono "l'ordine di trasferirsi nel Veneto, nella zona
di Vicenza (Schio-Recoaro)". Delusione tra i legionari, che invece di battersi "per il sacro suolo della patria", si
vedono definitivamente relegati nel ruolo di aguzzini della guerra
civile31. Come premio di consolazione, domenica 6
agosto ricevono "in mattinata [...] un'ambita visita, quella del Duce [...] Egli rimane a lungo presso i legionari, parla loro,
canta con loro. Alla sua partenza, rimane nei cuori di tutti il ricordo di una giornata
indimenticabile"32.
L'8 agosto i legionari abbandonarono le Marche senza lasciare alcun motivo di rimpianto. La visita di Mussolini
è ricordata dal sottotenente Mazzantini, nel suo fortunato romanzo storico-autobiografico, in cui ripercorre la
propria esperienza di volontario della Repubblica sociale dopo l'8 settembre e ufficiale della "Tagliamento", ed i legami con
gli ambienti reducisti e neofascisti nel
dopoguerra33. È un libro contenutisticamente onesto, letterariamente
pregevole, intenso, costruito sull'intreccio/sovrapposizione di ricordi, senza ordine cronologico; dal filo della memoria
escono episodi, personaggi, situazioni, sensazioni. Ed ecco l'incontro con Mussolini sulla Gotica: "Ci passò in rivista
fermandosi qua e là davanti a questo e a quello [...] Quando si fermava davanti a qualcuno faceva brevi domande perentorie,
ammucchiava le labbra concentrato - sembrava - nella risposta, e lo fissava buttando indietro la testa [...]. Se ne andò
in fretta come era venuto con lo stesso fracasso di motori, ordini in tedesco, i mitraglieri alle manopole delle quattro
canne da venti millimetri per quella strada che il sole cominciava a scaldare. 'Lui il Duce! il Duce in carne ed ossa!
pensate!'. Ci battevamo le mani sulle spalle. Rancio speciale con gavettino di cognac e
canti"34.
Alcuni testimoni ricordano la rassegna a Mercatale. Il duce, unendo l'utile al dilettevole, si era portato dietro la
Petacci la quale, mentre lui dispensava sguardi fieri e labbra arricciate, più prosaicamente regalava vasetti di pomata
antipulci ai militi di Pian di Meleto e
Cavoleto35.
Mazzantini limita i riferimenti sulla presenza nelle Marche a semplici accenni, erano stati "dalla parte
d'Urbino"36. Riferisce in bella letteratura episodi veri, come quello del renitente fucilato: "Eravamo al ridosso del fronte,
incontrammo un giovanotto, risultò che era renitente. Gli disse di camminare avanti e gli sparò. Senza un trasalimento. Poi
prese un foglietto e ci scrisse che era stato giustiziato secondo le disposizioni. Gli alzò un piede e glielo mise lì.
Continuammo a marciare37.
Don Rinaldini ci ha lasciato un ricordo di quelli del battaglione "Camilluccia", attestati più a sud, dalle parti di
Urbino: "I fascisti [...] del 'Tagliamento' non vogliono passar da meno dei tedeschi. Bene armati con mitragliatrici pesanti,
mitragliatori, mitra, ogni giorno, piazzati su autotreni, escono da Urbino e fanno scorribande nei paesi vicini.
Incendiano case, fucilano sul posto alcuni degli uomini che rastrellano, tirano come a uccelletti a chi tenta di scappare, senza
badare se siano giovani o vecchi di ottanta e più anni. Aiutati da spie e da numerosi informatori, fanno prigionieri
gli uomini che si nascondono e, se abili alle armi, li spediscono all'Organizzazione Todt o, se renitenti, li spediscono
all'altro mondo presso la 'Fortezza' di
Urbino"38.
Sandro Severi, che alla legione "Tagliamento" dedica un capitolo definendoli "peggiori dei nazisti", calcola in quarantacinque le persone fucilate dai militi in meno di due mesi di permanenza nelle
Marche39. Ripensando a quella esperienza per
la parte che ha vissuto, Mazzantini riconosce: "Noi eravamo quelli là: ragazzi alla deriva, le ultime scorie di quella
mareggiata, delusi, incattiviti, avevamo commesso violenze e soperchierie, posseduti da quella rabbia, quella volontà
cattiva di trovare un responsabile su cui sfogare quelle delusioni, la miseria in cui era precipitata la
vita40.
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