Diego Giachetti

Tre riviste per i "ragazzi tristi" degli anni sessanta



Quando si è giovani così
dobbiamo stare insieme
parlare tra di noi
scoprire insieme
il mondo che ci ospiterà

(Patty Pravo, Ragazzo triste, 1966)

In uno dei tanti libri sul Sessantotto comparsi in occasione del trentennale è stata segnalata l'assoluta irrilevanza che ha la questione giovanile e generazionale nelle riviste del dissenso politico e culturale che nascono alla sinistra del Pci, a partire dal 1956, e che sono state giustamente considerate il laboratorio politico della nuova sinistra italiana. In quelle pagine non è dato spazio al primo grande moto di ribellione internazionale e itinerante: quello dei giovani armati di chitarra e sacco a pelo che giravano il mondo in autostop, nulla sui figli dei fiori, nulla sulla nuova koinè culturale che si era creata per la prima volta tra le due sponde dell'Atlantico1. Chi ha rilevato la pesantezza del discorso politico, la quale ha portato a trascurare l'indagine sugli elementi di controcultura presenti nel movimento del Sessantotto italiano, ha riproposto la lettura e la riscoperta di esperienze underground che ruotavano attorno a riviste di avanguardie artistiche o di beat di strada come "Mondo Beat", le quali portavano avanti un discorso di contestazione al sistema diverso da quello dei "Quaderni Rossi" o "Quaderni Piacentini", per fare solo due nomi di testate fra le tante esistenti. Tuttavia anche chi ha voluto sottolineare l'aspetto giovanilistico e beat della nascita del movimento del Sessantotto, identificandolo con una sorta di "età dell'innocenza" poi travolta e marginalizzata da un processo di politicizzazione "che tendeva a comprimere gli aspetti esistenziali, soggettivi e creativi"2, non ha fatto i conti con la presenza di riviste giovanili appartenenti a quella che si chiama, in gergo sociologico, la subcultura. Ora, un'analisi della cultura giovanile negli anni sessanta, non può trascurare di considerare tre riviste nate a metà degli anni sessanta, "Ciao Amici", "Big" e "Giovani", per due ragioni: erano riviste a larga tiratura, fatte per un pubblico giovanile, ben diffuse sul territorio nazionale, lette e commentate da un pubblico indistinto ma numeroso; erano riviste interattive, si direbbe oggi, perché i giovani lettori scrivevano lettere che erano regolarmente pubblicate e che rappresentano una fonte primaria per "sentire" quale fosse la coscienza generazionale che questi giovani cominciavano a maturare, il grado del loro distacco dagli adulti e della loro critica, ancora "epidermica" e non politica, alla società. Inoltre l'evoluzione di diversi gruppi giovanili primari a sfondo amicale e interpersonale in gruppi ideologici, fu favorita anche dall'espediente usato da quelle riviste di consolidare la loro influenza stimolando l'organizzazione di club o circoli decentrati spazialmente. Molti fan clubs di cantanti, o gruppi di giovani che si ritrovavano in quanto lettori di una rivista, erano i sintomi di spinte associative periferiche già esistenti, ma rimaste circoscritte al fenomeno dei gruppi di amicizia o gruppi informali.

"Ciao Amici"

La prima rivista per i giovani che comparve nelle edicole nel dicembre del 1963 fu "Ciao Amici". Concepita per rivolgersi direttamente al nuovo pubblico giovanile, era scritta e pubblicata apposta per i giovani, i quali stavano diventando i nuovi protagonisti dell'estate e delle vacanze: "I protagonisti di questa estate siamo noi" - si poteva leggere nell'editoriale del numero dell'agosto 1964. "Mai visti tanti dischi per l'estate (rivolti a noi), tanti capi di vestiario (rivolti a noi), tante bibite (che fanno pubblicità per noi), gelati, ecc... Si stanno accorgendo di noi, ci stanno scoprendo: in America, in Inghilterra, in Francia, la cosiddetta industria dei 'teen-ager' è in costante espansione [...] Qui in Italia è un'industria che sta nascendo lentamente, con il solito ritardo".
Un'industria nascente che si apprestava a sfruttare le potenzialità di un nuovo mercato, quello rappresentato dalla domanda di beni di consumo da parte dei giovani. I dati di un'inchiesta3, ripresi dalla rivista, indicavano che nelle tasche di 6.600.000 giovani italiani circolavano 250 miliardi di lire. Tolti 50 miliardi che mettevano da parte per comprare vespe e lambrette, gli altri 200 erano spesi annualmente nel seguente modo: per la musica 23,5 miliardi (12 per l'acquisto di 15 milioni di dischi, 5 per i giradischi, 6,5 per gettonare le canzoni nei juke box); consumi voluttuari (bibite, dolciumi, sigarette) 50 miliardi; cura della persona (abbigliamento, cosmetici, acconciature) 25 miliardi; mezzi di trasporto (motorette, biciclette, automobili) 22 miliardi; cultura, informazione e svago (libri, quotidiani, riviste illustrate, fumetti) 20,5 miliardi; spettacoli sportivi e cinematografici 21 miliardi; altre spese 38 miliardi.
Un'altra inchiesta, svolta in redazione tra una ventina di giovani, si riprometteva di definire le caratteristiche del loro mondo ideale. Esso doveva basarsi su un'eguaglianza assoluta tra ragazzi e ragazze, sull'assenza di leggi, tranne quella dell'amore. Dovevano essere previste punizioni per l'ipocrisia e la slealtà. Il lavoro non doveva essere vincolato a "costrizioni d'orario" e per i lavori più faticosi dovevano essere previsti orari più leggeri. Tra le innovazioni rivoluzionarie da introdurre nel nuovo mondo vi era la completa uguaglianza razziale e quella dei diritti. Andava abolita l'abitudine di pontificare i pasti ("ognuno mangia se e quando ne ha voglia"), gli "auguri di Natale e lo champagne a capodanno", l'anello di fidanzamento, la tombola e i pacchi dono a Natale; insomma, concludevano, "tutte le sacre tradizioni". Per ora, però, aveva stabilito la rivista in una precedente inchiesta veloce tra i giovani, non si parlava di politica, "se mai solo tra qualche anno"4, anche se era costretta ogni tanto a fare i conti con la guerra nel Vietnam e in diverse note editoriali traspariva la sua simpatia per la socialdemocrazia europea e italiana. Nell'aprile del 1966 aveva esaltato l'affermazione elettorale dei laburisti inglesi, un partito giudicato molto simile e vicino ai nostri Psdi e Psi, di cui auspicava con favore l'unificazione, in nome del progresso dei lavoratori, della giustizia sociale e della pacifica convivenza fra stati.
L'inasprirsi della guerra nel Vietnam costringeva la rivista a prendere posizione contro tutte le guerre in nome di una rivolta giovanile e generazionale, facendo proprio lo slogan di provenienza americana "fate l'amore non fate la guerra". Dopo aver precisato per l'ennesima volta, e in una forma ormai quasi ossessiva, che non intendevano "fare della politica", rivendicavano il diritto di dire: "[...] ne abbiamo abbastanza [...] siamo la prima generazione nata fuori dal vaso. La goccia famosa. [...] Ci sono ragazzi [...] che devono piantare studi e famiglia per andare a combattere per qualcosa che non li riguarda, a uccidere gente che non hanno mai conosciuto [...] Adottiamolo anche noi il motto che circola in questi giorni e che la libreria Feltrinelli sta diffondendo: Facciamo l'amore non la guerra"5.

"Big"

Nell'ottobre del 1967 l'esperienza della rivista si concludeva bruscamente perché la società editrice che la finanziava abbandonava la direzione aziendale per finanziare "Big". "Big", infatti, era il titolo del "settimanale giovane" il cui primo numero era comparso nelle edicole nel giugno del 1965. La rivista puntava sui giovani, su "quello stato di grazia che si chiama giovinezza" e che "oggi dura molto più a lungo di una volta", per farsi interprete non della spensieratezza e della superficialità del vivere giovanile, ma della "solitudine" dei giovani, per provare a comprendere perché tali stati d'animo si trasformavano "all'improvviso in travolgenti sfrenatezze", per dire che era lontano dal loro modo di vivere e di pensare "la serenità e la letizia"; la giovinezza non era l'età più felice dell'esistenza umana, come affermavano bonariamente gli adulti: "è l'età colma dei timori, delle meraviglie, dello scontro con le cose sgradevoli della vita"6.
Sulla stessa onda anche Rita Pavone, la quale sosteneva che l'emancipazione giovanile era solo agli inizi e che molte battaglie erano ancora da fare per ottenere che la maggiore età fosse abbassata a diciotto anni e non più a ventuno e con essa anche il diritto di voto per i giovani diciottenni: "se è ammesso che possiamo lavorare a diciotto anni, perché non possiamo votare a diciotto anni?". Per poter uscire da soli, senza essere accompagnati dai genitori, dai nonni, dagli zii, per poter scegliere i propri amici, per potersi vestire come piaceva. Si lamentava poi che tanti, troppi, parlavano dei giovani, senza lasciare la parola ai giovani e faceva l'esempio delle trasmissioni radiofoniche chiedendosi: "Perché non possiamo avere trasmissioni tutte per noi?" E concludeva con rabbia amara: "[...] questo non è ancora il mondo dei giovani, è il mondo dei genitori e dei nonni. Se mai, l'unico fatto nuovo è che noi, oggi come oggi, abbiamo voglia di farci sentire, di parlare, di discutere, di gridare i nostri problemi"7.
La rivista conosceva un grande successo di pubblico, la sua tiratura media si attestava sulle quattrocento-cinquecentomila copie, con una resa che non superava il 15 per cento. Organizzava raduni musicali giovanili a Bologna, Roma, Napoli, Torino, Genova e in altre città che riscuotevano un notevole successo di pubblico giovane. Intanto la rivista si andava organizzando sul territorio con la creazione di veri e propri fan clubs e un Congresso nazionale di "Big" che si tenne a Roma il 24 e 25 settembre ed elesse novantadue segretari provinciali, diciannove regionali e un consiglio nazionale dei supporters di "Big". L'intenzione era quella di creare in ogni provincia un centro di raduno dei supporters con discoteca, centro di ascolto delle novità discografiche, centro studi, juke box e diffusione di materiale e riviste giovanili: "[...] dobbiamo essere organizzati [...] finirà l'isolamento dei giovani [...] abbiamo diritto al peso che ci meritiamo. Conoscerci, usare dei luoghi d'incontro dove i ragazzi possano discutere i loro problemi"8.
Di politica, per il momento, era meglio non parlare. Ad una giovane lettrice di Siracusa che si diceva esperta di Gene Pitney e Adriano Celentano, ma ignorante in fatto di politica, e chiedeva quindi lumi, anche perché di lì a poco avrebbe dovuto votare, il direttore rispondeva testualmente: "[...] bellissimo questo argomento [...] ma l'editore, pena la testa, ci ha diffidati ad usare anche la sola parola 'politica'..."9.
Un "rifiuto" della politica che sfociava in una vera e propria presa di distanza critica da essa e dai partiti in occasione delle elezioni amministrative del 1966. In questo caso l'editoriale di "Big" entrava nel merito di come votare affermando: "[...] evitate con cura quei partiti i quali dimostrano di tenere in scarsa considerazione la libertà. [Non votate] quei partiti che si sono schierati contro i giovani e la mentalità giovanile. Tenete sempre presente che gli unici autentici esempi di civiltà e di democrazia ci vengono dalla Gran Bretagna e da alcuni paesi del Nord Europa.[...] Non siamo per il centro sinistra. [Non abbiamo capito] se questo centro sinistra è di centro, di sinistra o, addirittura, di estrema destra"10.
La guerra del Vietnam indignava molti lettori che scrivevano lettere di protesta, invitando anche la rivista a prendere posizioni più nette e critiche nei confronti del governo americano. Appelli a cui "Big" non era insensibile, e così il 3 maggio 1967 in un editoriale si affermava perentoriamente "c'è la guerra nel Vietnam", non si poteva più restare indifferenti, né lasciare che il tema fosse trattato solo dagli "autori di canzonette che ne traggono rime dai facili guadagni".
Nell'agosto del 1967 si realizzava la fusione tra "Big" e "Ciao Amici" e nel novembre usciva la nuova testata frutto dell'unificazione, che si chiamava appunto "Ciao Big". Una sistemazione alquanto provvisoria; dal gennaio 1968 infatti la testata cambiava ancora e diventava "Ciao 2001". Iniziava, sia nel formato sia nei contenuti, una nuova serie della rivista. In un contesto in cui la dimensione dell'impegno politico e culturale pervadeva ormai il mondo giovanile, sulle pagine della rivista diminuivano gli articoli d'inchiesta sui giovani e sui fatti di costume, mentre aumentava lo spazio dato ai servizi sui cantanti e sui complessi italiani e stranieri; veniva meno, però, il tentativo di leggere la musica leggera come fenomeno legato all'insorgenza della protesta giovanile.

"Giovani"

All'inizio del 1966 la rivista "Marie Claire" pubblicava due numeri speciali intitolati "Giovanissimi". Visto il successo dell'iniziativa "Marie Claire" era soppressa e sostituita da una nuova testata, "Giovani" il cui primo numero compariva nelle edicole nel marzo del 1966. Anche "Giovani" si rivolgeva ad un pubblico prettamente giovanile che sempre più, a differenza di una volta - scriveva in un editoriale Claudia Cardinale - nel campo dei costumi e dei gusti aveva raggiunto un "comune denominatore", grazie al contributo "della canzone moderna" che "univa i giovani di tutto il mondo"11. Nel maggio del 1966 il club giovani legato alla rivista dichiarava già diecimila tesserati; un anno dopo erano ventimila. Comuni alle tre riviste molti degli argomenti trattati: riforma della scuola superiore, dei suoi programmi antiquati; settimana scolastica corta con sabato libero e niente compiti per il lunedì; introduzione dell'educazione sessuale nella scuola; divorzio, libertà sessuale, verginità, fedeltà matrimoniale, flirt, scappatelle; obiezione di coscienza; libertà di scelta nel campo delle amicizie giovanili e del matrimonio; richiesta di abbassare la maggiore età ai diciotto anni; derisione del conformismo, dell'ipocrisia e del falso perbenismo degli adulti; attenzione alle mode culturali, di costume e musicali inglesi, americane; reportage sulla nascita dei movimenti giovanili in altri paesi europei (hippies, provos); attenzione all'evoluzione musicale nel nostro paese con particolare riferimento alla musica beat e al dibattito tra Linea Gialla e Linea Verde; attenzione alle forme di protesta e di rivolta di costume italiane: musica, luoghi di ritrovo giovanile, minigonna, capelloni; ampio spazio alle lettere dei giovani lettori, che esprimevano il loro malcontento, la loro insofferenza verso il perbenismo e la morale corrente; lunghissimi dibattiti sui capelloni, sui difficili rapporti con gli adulti e con i genitori, sulle fughe da casa.


note