Diego Giachetti
Tre riviste per i "ragazzi tristi" degli anni sessanta
"l'impegno", a. XXII, n. 2, dicembre 2002
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Quando si è giovani così
dobbiamo stare insieme
parlare tra di noi
scoprire insieme
il mondo che ci ospiterà
(Patty Pravo, Ragazzo
triste, 1966)
In uno dei tanti libri sul Sessantotto comparsi in occasione del trentennale è stata segnalata l'assoluta
irrilevanza che ha la questione giovanile e generazionale nelle riviste del dissenso politico e culturale che nascono alla
sinistra del Pci, a partire dal 1956, e che sono state giustamente considerate il laboratorio politico della nuova sinistra
italiana. In quelle pagine non è dato spazio al primo grande moto di ribellione internazionale e itinerante: quello
dei giovani armati di chitarra e sacco a pelo che giravano il mondo in autostop, nulla sui figli dei fiori, nulla sulla
nuova koinè culturale che si era creata per la prima volta tra le due sponde
dell'Atlantico1. Chi ha rilevato la
pesantezza del discorso politico, la quale ha portato a trascurare l'indagine sugli elementi di controcultura presenti nel
movimento del Sessantotto italiano, ha riproposto la lettura e la riscoperta di esperienze
underground che ruotavano attorno a riviste di avanguardie artistiche o di
beat di strada come "Mondo Beat", le quali portavano avanti un
discorso di contestazione al sistema diverso da quello dei "Quaderni Rossi" o "Quaderni Piacentini", per fare
solo due nomi di testate fra le tante esistenti. Tuttavia anche chi ha voluto sottolineare l'aspetto giovanilistico e
beat della nascita del movimento del Sessantotto, identificandolo con una sorta di "età dell'innocenza" poi travolta
e marginalizzata da un processo di politicizzazione "che tendeva a comprimere gli aspetti esistenziali, soggettivi
e creativi"2, non ha fatto i conti con la presenza di riviste giovanili appartenenti a quella che si chiama, in gergo
sociologico, la subcultura. Ora, un'analisi della cultura giovanile negli anni sessanta, non può trascurare di
considerare tre riviste nate a metà degli anni sessanta, "Ciao Amici", "Big" e "Giovani", per due ragioni: erano riviste
a larga tiratura, fatte per un pubblico giovanile, ben diffuse sul territorio nazionale, lette e commentate da un
pubblico indistinto ma numeroso; erano riviste interattive, si direbbe oggi, perché i giovani lettori scrivevano lettere
che erano regolarmente pubblicate e che rappresentano una fonte primaria per "sentire" quale fosse la coscienza
generazionale che questi giovani cominciavano a maturare, il grado del loro distacco dagli adulti e della loro
critica, ancora "epidermica" e non politica, alla società. Inoltre l'evoluzione di diversi gruppi giovanili primari a
sfondo amicale e interpersonale in gruppi ideologici, fu favorita anche dall'espediente usato da quelle riviste di
consolidare la loro influenza stimolando l'organizzazione di club o circoli decentrati spazialmente. Molti
fan clubs di cantanti, o gruppi di giovani che si ritrovavano in quanto lettori di una rivista, erano i sintomi di spinte
associative periferiche già esistenti, ma rimaste circoscritte al fenomeno dei gruppi di amicizia o gruppi informali.
"Ciao Amici"
La prima rivista per i giovani che comparve nelle edicole nel dicembre del 1963 fu "Ciao Amici". Concepita
per rivolgersi direttamente al nuovo pubblico giovanile, era scritta e pubblicata apposta per i giovani, i quali
stavano diventando i nuovi protagonisti dell'estate e delle vacanze: "I protagonisti di questa estate siamo noi" - si
poteva leggere nell'editoriale del numero dell'agosto 1964. "Mai visti tanti dischi per l'estate (rivolti a noi), tanti capi
di vestiario (rivolti a noi), tante bibite (che fanno pubblicità per noi), gelati, ecc... Si stanno accorgendo di noi, ci
stanno scoprendo: in America, in Inghilterra, in Francia, la cosiddetta industria dei 'teen-ager' è in costante
espansione [...] Qui in Italia è un'industria che sta nascendo lentamente, con il solito ritardo".
Un'industria nascente che si apprestava a sfruttare le potenzialità di un nuovo mercato, quello rappresentato
dalla domanda di beni di consumo da parte dei giovani. I dati di
un'inchiesta3, ripresi dalla rivista, indicavano che
nelle tasche di 6.600.000 giovani italiani circolavano 250 miliardi di lire. Tolti 50 miliardi che mettevano da parte
per comprare vespe e lambrette, gli altri 200 erano spesi annualmente nel seguente modo: per la musica 23,5
miliardi (12 per l'acquisto di 15 milioni di dischi, 5 per i giradischi, 6,5 per gettonare le canzoni nei
juke box); consumi voluttuari (bibite, dolciumi, sigarette) 50 miliardi; cura della persona (abbigliamento, cosmetici, acconciature)
25 miliardi; mezzi di trasporto (motorette, biciclette, automobili) 22 miliardi; cultura, informazione e svago
(libri, quotidiani, riviste illustrate, fumetti) 20,5 miliardi; spettacoli sportivi e cinematografici 21 miliardi; altre spese
38 miliardi.
Un'altra inchiesta, svolta in redazione tra una ventina di giovani, si riprometteva di definire le caratteristiche
del loro mondo ideale. Esso doveva basarsi su un'eguaglianza assoluta tra ragazzi e ragazze, sull'assenza di leggi,
tranne quella dell'amore. Dovevano essere previste punizioni per l'ipocrisia e la slealtà. Il lavoro non doveva
essere vincolato a "costrizioni d'orario" e per i lavori più faticosi dovevano essere previsti orari più leggeri. Tra le
innovazioni rivoluzionarie da introdurre nel nuovo mondo vi era la completa uguaglianza razziale e quella dei diritti.
Andava abolita l'abitudine di pontificare i pasti ("ognuno mangia se e quando ne ha voglia"), gli "auguri di Natale e
lo champagne a capodanno", l'anello di fidanzamento, la tombola e i pacchi dono a Natale; insomma,
concludevano, "tutte le sacre tradizioni". Per ora, però, aveva stabilito la rivista in una precedente inchiesta veloce tra i
giovani, non si parlava di politica, "se mai solo tra qualche
anno"4, anche se era costretta ogni tanto a fare i conti con
la guerra nel Vietnam e in diverse note editoriali traspariva la sua simpatia per la socialdemocrazia europea e
italiana. Nell'aprile del 1966 aveva esaltato l'affermazione elettorale dei laburisti inglesi, un partito giudicato molto
simile e vicino ai nostri Psdi e Psi, di cui auspicava con favore l'unificazione, in nome del progresso dei lavoratori, della
giustizia sociale e della pacifica convivenza fra stati.
L'inasprirsi della guerra nel Vietnam costringeva la rivista a prendere posizione contro tutte le guerre in nome
di una rivolta giovanile e generazionale, facendo proprio lo slogan di provenienza americana "fate l'amore non fate
la guerra". Dopo aver precisato per l'ennesima volta, e in una forma ormai quasi ossessiva, che non intendevano
"fare della politica", rivendicavano il diritto di dire: "[...] ne abbiamo abbastanza [...] siamo la prima generazione
nata fuori dal vaso. La goccia famosa. [...] Ci sono ragazzi [...] che devono piantare studi e famiglia per andare a
combattere per qualcosa che non li riguarda, a uccidere gente che non hanno mai conosciuto [...] Adottiamolo
anche noi il motto che circola in questi giorni e che la libreria Feltrinelli sta diffondendo:
Facciamo l'amore non la
guerra"5.
"Big"
Nell'ottobre del 1967 l'esperienza della rivista si concludeva bruscamente perché la società editrice che la
finanziava abbandonava la direzione aziendale per finanziare "Big". "Big", infatti, era il titolo del "settimanale
giovane" il cui primo numero era comparso nelle edicole nel giugno del 1965. La rivista puntava sui giovani, su
"quello stato di grazia che si chiama giovinezza" e che "oggi dura molto più a lungo di una volta", per farsi interprete
non della spensieratezza e della superficialità del vivere giovanile, ma della "solitudine" dei giovani, per provare a
comprendere perché tali stati d'animo si trasformavano "all'improvviso in travolgenti sfrenatezze", per dire che
era lontano dal loro modo di vivere e di pensare "la serenità e la letizia"; la giovinezza non era l'età più felice
dell'esistenza umana, come affermavano bonariamente gli adulti: "è l'età colma dei timori, delle meraviglie, dello
scontro con le cose sgradevoli della
vita"6.
Sulla stessa onda anche Rita Pavone, la quale sosteneva che l'emancipazione giovanile era solo agli inizi e
che molte battaglie erano ancora da fare per ottenere che la maggiore età fosse abbassata a diciotto anni e non più
a ventuno e con essa anche il diritto di voto per i giovani diciottenni: "se è ammesso che possiamo lavorare a
diciotto anni, perché non possiamo votare a diciotto anni?". Per poter uscire da soli, senza essere accompagnati dai
genitori, dai nonni, dagli zii, per poter scegliere i propri amici, per potersi vestire come piaceva. Si lamentava poi
che tanti, troppi, parlavano dei giovani, senza lasciare la parola ai giovani e faceva l'esempio delle
trasmissioni radiofoniche chiedendosi: "Perché non possiamo avere trasmissioni tutte per noi?" E concludeva con rabbia
amara: "[...] questo non è ancora il mondo dei giovani, è il mondo dei genitori e dei nonni. Se mai, l'unico fatto nuovo
è che noi, oggi come oggi, abbiamo voglia di farci sentire, di parlare, di discutere, di gridare i nostri
problemi"7.
La rivista conosceva un grande successo di pubblico, la sua tiratura media si attestava sulle
quattrocento-cinquecentomila copie, con una resa che non superava il 15 per cento. Organizzava raduni musicali giovanili a
Bologna, Roma, Napoli, Torino, Genova e in altre città che riscuotevano un notevole successo di pubblico
giovane. Intanto la rivista si andava organizzando sul territorio con la creazione di veri e propri
fan clubs e un Congresso nazionale di "Big" che si tenne a Roma il 24 e 25 settembre ed elesse novantadue segretari provinciali,
diciannove regionali e un consiglio nazionale dei
supporters di "Big". L'intenzione era quella di creare in ogni provincia
un centro di raduno dei supporters con discoteca, centro di ascolto delle novità discografiche, centro studi,
juke box e diffusione di materiale e riviste giovanili: "[...] dobbiamo essere organizzati [...] finirà l'isolamento dei giovani
[...] abbiamo diritto al peso che ci meritiamo. Conoscerci, usare dei luoghi d'incontro dove i ragazzi possano
discutere i loro problemi"8.
Di politica, per il momento, era meglio non parlare. Ad una giovane lettrice di Siracusa che si diceva esperta
di Gene Pitney e Adriano Celentano, ma ignorante in fatto di politica, e chiedeva quindi lumi, anche perché di lì
a poco avrebbe dovuto votare, il direttore rispondeva testualmente: "[...] bellissimo questo argomento [...] ma
l'editore, pena la testa, ci ha diffidati ad usare anche la sola parola
'politica'..."9.
Un "rifiuto" della politica che sfociava in una vera e propria presa di distanza critica da essa e dai partiti in
occasione delle elezioni amministrative del 1966. In questo caso l'editoriale di "Big" entrava nel merito di come
votare affermando: "[...] evitate con cura quei partiti i quali dimostrano di tenere in scarsa considerazione la libertà.
[Non votate] quei partiti che si sono schierati contro i giovani e la mentalità giovanile. Tenete sempre presente che
gli unici autentici esempi di civiltà e di democrazia ci vengono dalla Gran Bretagna e da alcuni paesi del Nord
Europa.[...] Non siamo per il centro sinistra. [Non abbiamo capito] se questo centro sinistra è di centro, di sinistra
o, addirittura, di estrema
destra"10.
La guerra del Vietnam indignava molti lettori che scrivevano lettere di protesta, invitando anche la rivista a
prendere posizioni più nette e critiche nei confronti del governo americano. Appelli a cui "Big" non era insensibile,
e così il 3 maggio 1967 in un editoriale si affermava perentoriamente "c'è la guerra nel Vietnam", non si poteva
più restare indifferenti, né lasciare che il tema fosse trattato solo dagli "autori di canzonette che ne traggono rime
dai facili guadagni".
Nell'agosto del 1967 si realizzava la fusione tra "Big" e "Ciao Amici" e nel novembre usciva la nuova
testata frutto dell'unificazione, che si chiamava appunto "Ciao Big". Una sistemazione alquanto provvisoria; dal
gennaio 1968 infatti la testata cambiava ancora e diventava "Ciao 2001". Iniziava, sia nel formato sia nei contenuti,
una nuova serie della rivista. In un contesto in cui la dimensione dell'impegno politico e culturale pervadeva ormai
il mondo giovanile, sulle pagine della rivista diminuivano gli articoli d'inchiesta sui giovani e sui fatti di
costume, mentre aumentava lo spazio dato ai servizi sui cantanti e sui complessi italiani e stranieri; veniva meno, però,
il tentativo di leggere la musica leggera come fenomeno legato all'insorgenza della protesta giovanile.
"Giovani"
All'inizio del 1966 la rivista "Marie Claire" pubblicava due numeri speciali intitolati "Giovanissimi". Visto
il successo dell'iniziativa "Marie Claire" era soppressa e sostituita da una nuova testata, "Giovani" il cui primo
numero compariva nelle edicole nel marzo del 1966. Anche "Giovani" si rivolgeva ad un pubblico prettamente
giovanile che sempre più, a differenza di una volta - scriveva in un editoriale Claudia Cardinale - nel campo dei
costumi e dei gusti aveva raggiunto un "comune denominatore", grazie al contributo "della canzone moderna" che "univa
i giovani di tutto il mondo"11. Nel maggio del 1966 il club giovani legato alla rivista dichiarava già diecimila
tesserati; un anno dopo erano ventimila. Comuni alle tre riviste molti degli argomenti trattati: riforma della scuola
superiore, dei suoi programmi antiquati; settimana scolastica corta con sabato libero e niente compiti per il lunedì;
introduzione dell'educazione sessuale nella scuola; divorzio, libertà sessuale, verginità, fedeltà matrimoniale, flirt,
scappatelle; obiezione di coscienza; libertà di scelta nel campo delle amicizie giovanili e del matrimonio; richiesta
di abbassare la maggiore età ai diciotto anni; derisione del conformismo, dell'ipocrisia e del falso perbenismo
degli adulti; attenzione alle mode culturali, di costume e musicali inglesi, americane;
reportage sulla nascita dei movimenti giovanili in altri paesi europei
(hippies, provos); attenzione all'evoluzione musicale nel nostro paese con
particolare riferimento alla musica beat e al dibattito tra Linea Gialla e Linea Verde; attenzione alle forme di
protesta e di rivolta di costume italiane: musica, luoghi di ritrovo giovanile, minigonna, capelloni; ampio spazio alle
lettere dei giovani lettori, che esprimevano il loro malcontento, la loro insofferenza verso il perbenismo e la morale
corrente; lunghissimi dibattiti sui capelloni, sui difficili rapporti con gli adulti e con i genitori, sulle fughe da casa.
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