Diego Giachetti

"Tous les garçons et les filles"
Giovani donne prima del '68



L'estate del 1963 vedeva il trionfo sulle spiagge e nei bar, grazie ai juke box, di Rita Pavone, i cui dischi, nel giro di un semestre, superavano i due milioni di copie vendute. Giovanissima, Rita Pavone piaceva soprattutto ai giovani: le sue canzoni sembrava portassero alla ribalta il modo di percepire il loro stato di adolescenti proprio delle ultime generazioni relativamente ai mutamenti in atto nelle relazioni sentimentali. Nelle canzoni d'amore di Rita Pavone c'era un importante elemento di novità: mancava la romantica, struggente, lacrimosa storia d'amore tipica del melodico italiano. L'amore c'era, ma era un amore diverso da quello celebrato, tanto per fare un esempio, da Nilla Pizzi. Era un amore fatto di battibecchi, di ripicche infantili, smorfie, alzate di spalle. Un amore che si confondeva con l'amicizia da cui traspariva timidamente un certo cameratismo sessuale, che sdrammatizzava l'alone retorico che circondava le parole amore, cuore, sentimento. Rita Pavone raccontava i flirt, non gli amori che si dovevano per forza concludere in matrimoni o in separazioni dolorosissime. Avere un flirt non rappresentava un impegno eterno, capace di durare tutta una vita. Non era quindi più il caso di fare un dramma per un appuntamento mancato, per un bacio non corrisposto.
"Il ballo del mattone", del 1963, uno dei successi della giovane Rita Pavone, era esemplificativo di un nuovo modo di intendere il rapporto col proprio partner, invitato perentoriamente a non essere "geloso" e "furioso" se a lei capitava di ballare con altri il twist o il rock. Non era proprio il caso di fare "le scenate" o di provocare "la lite" per così poco, tanto, recuperava la protagonista della canzone,
con te
che sei la mia passione
io ballo
il ballo del mattone
.
Passione e mattone non erano due parole scelte a caso solo per la facile rima. Ballare sul mattone significava letteralmente, come dice la canzone stessa, stringersi forte, languidamente, e muoversi appena, così poco che bastava lo spazio di un mattone per ballare. Quelle parole e quella situazione trasmettevano un'idea di amore sensuale basato sul contatto fisico, corporeo. Difatti, e non a caso, Rita Pavone, cantando, diceva di provare per il suo ragazzo passione, non amore. La parola trasmetteva bene l'idea di un'emozione forte, di un'attrazione fisica, carnale, abbastanza differente dall'amore convenzionale, ammantato di bacini, bacetti e sospiri in attesa del tanto sospirato matrimonio. Certo, qui non siamo ancora di fronte alla proposta più politica e impegnativa di contrapporre il fare l'amore alla guerra, secondo il noto slogan che già si diffondeva tra i giovani dei campus americani. Qui l'invito era solo rivolto a liberarsi dai tabù che riguardavano la sfera sessuale, per riappropriarsi, in tutto e per tutto, del proprio corpo e delle proprie emozioni.
Rita Pavone diventava in quei mesi un simbolo per migliaia di minorenni in Italia, di cui cantava la rabbia e le difficoltà relazionali con gli adulti e conquistava le platee "a colpi di urli: canta piegata in due diventando ancora più piccola a testa bassa, con le vene del collo turgide e gli occhi sbarrati. Canta con rabbia, quasi con ferocia"1. L'amore, per i giovani, era una cosa seria, almeno quanto gli studi, il lavoro, la famiglia. La ricerca e il bisogno di un partner erano invocati, pretesi, parte della condizione giovanile, rivendicati da Catherine Spaak in "Quelli della mia età", del 1963:
Tous les garçons et les filles
[...]
hanno sempre qualcuno d'amare
e la mano nella mano
se ne vanno piano piano
se ne vanno per le strade
a parlare dell'amore.

Il giovane o la giovane che non avevano qualcuno da amare soffrivano, trascorrevano giornate tristi e inutili:
tutti i giorni e le notti
sono uguali per me
tutti pieni di noia
è triste restare da soli così.

L'attenzione ai sentimenti portava ad una sorta di prima autocoscienza da parte delle giovani ragazze, una capacità di leggersi, di ascoltarsi che contribuivano a dare coscienza alla propria esistenza, a interrogarsi sul significato della vita partendo, guidati da Rita Pavone, dal "Cuore", una canzone del 1963:
Mio cuore
tu stai soffrendo
che cosa posso fare per te
mi sono innamorata
[...]
Sto vivendo con te
i miei primi tormenti
le mie prime felicità.

Il mondo della canzonetta, i nuovi cantanti che piacevano ai giovani, diventavano per loro un punto di riferimento. Di per sé le parole delle canzonette di Rita Pavone, di Adriano Celentano, di Gianni Morandi e altri ancora non dicevano nulla di politicamente rilevante, non veicolavano messaggi di protesta rivoluzionaria, contribuivano però a dare una personalità autonoma ai giovani, a farli riflettere sul loro status generazionale, sulla loro esistenza come individui parte di una collettività: cantavano e raccontavano i loro problemi, urlavano i loro stati d'animo. Questi input offerti dalle canzonette contribuivano a formare una coscienza contrapposta a quella dei genitori e degli adulti. In quei cantanti, in quel loro modo di atteggiarsi, nel ritmo della loro musica, nelle parole urlate dei loro testi, gli adulti percepivano un gesto di sfida verso di loro che veniva recepito e condiviso dai figli, anche se non era ancora una sfida esplicitata e cosciente. Non a caso in quei mesi correva la notizia che alla Rai-tv era giunta un'autorevole raccomandazione perché fossero limitate il più possibile le esibizioni dei giovani cantanti. Gianni Morandi e Rita Pavone avrebbero esercitato con il loro modo di cantare e di atteggiarsi, un'influenza negativa sui costumi dei loro coetanei; i loro facili guadagni li avrebbero indotti a tralasciare gli studi e il proficuo lavoro per inseguire le facili chimere del successo senza impegno e sacrificio.

La presa di coscienza delle "bamboline"

Canzonette, dischi, balli moderni, tutte cose che piacevano ai giovani e di cui l'industria si appropriava e diffondeva, erano il segno di una presa di coscienza giovanile relativamente alle loro esperienze vissute: la famiglia, il sesso, la scuola, l'emancipazione della donna, il lavoro, la società, il consumismo, la morale corrente. Una presa di coscienza che metteva in evidenza profonde trasformazioni che investivano la mentalità e gli atteggiamenti giovanili. All'inizio degli anni sessanta la condizione delle giovani donne era questa: circa due milioni erano iscritte alle elementari, di queste poco più della metà arrivavano alla quinta classe e proseguivano gli studi. Solo 39.000 si iscrivevano all'Università rispetto ai centomila coetanei maschi. La percentuale delle donne che lavoravano era maggiore mano a mano che si elevava il livello di istruzione: tra le analfabete l'85 per cento erano casalinghe, mentre le diplomate scendevano al 60 per cento e le laureate al 40 per cento. Le donne che lavoravano percepivano un salario minore, a parità di lavoro svolto, rispetto a quello degli uomini, di circa il 19 per cento nell'industria e quasi del 30 per cento nell'agricoltura. Circa 1.800.000 giovani donne, tra i quindici e i venticinque anni, avevano un'attività extradomestica e 160.000 erano iscritte nelle liste di collocamento alla ricerca della prima occupazione2. Quest'ultimo dato dimostrava che era in atto la tendenza delle ragazze ad uscire di casa a non accontentarsi più del ruolo umile e modesto della casalinga. Cercavano una cultura, un lavoro, un'attività che le facesse sentire utili, socialmente ed economicamente indipendenti. Una situazione in movimento, dunque, che si scontrava con molti ostacoli, convenzioni, leggi e pregiudizi, come segnalava con lucidità una giovane diciottenne nel 1960: "Esistono ancora molti pregiudizi sulla donna [...]. Molto dipende da tutta una letteratura che ama dipingere la donna-oca, la fatale, la linguacciona, come anche la donna-angelo del focolare, la donna-madre, non nella sua dignità, ma come tipo stereotipato [...]. Moltissimo dipende dal nostro codice, perché sanziona, ufficialmente, l'inferiorità della madre di famiglia, stabilisce, e questa è a mio avviso una delle colpe più gravi, che moralmente la donna e l'uomo non hanno gli stessi doveri. Parte è colpa della nostra costituzione sociale, che ancora impedisce il libero accesso ad ogni professione e considera la manodopera femminile ad un grado inferiore della maschile. Tutto ciò fa sì che la donna abbia una concezione solo erotica della sua femminilità, e allora ecco la causa dei falsi rapporti d'amicizia e d'amore; oppure ha il complesso della donna fragile e insidiata, e allora eccoci all'impossibilità di comunicare con gli uomini; o si esalta, unilateralmente nella sua funzione materna, ed ecco la triste fine di tanti matrimoni"3.
Le "ninfette", così i giornali e i rotocalchi chiamavano le ragazzine giovani più disinibite e spregiudicate nel modo di vestire, di atteggiarsi e di comportarsi, rappresentavano un e vento nuovo e contraddittorio. Nuovo perché segnalavano che le ragazze maturavano in quegli anni più velocemente che nel passato, soprattutto per quanto riguardava i loro atteggiamenti esteriori: erano timidamente più spregiudicate verso il sesso e nel gioco della seduzione, secondo il modello della "ninfetta" appunto propagandato scandalisticamente dai rotocalchi e dal cinema. Contraddittorio perché tali atteggiamenti nuovi si scontravano con una pratica di vita, una consuetudine morale e di costumanza regolata ancora dai tabù morali e dalle norme che avevano governato la vita delle loro madri, delle loro nonne e della famiglia di marca tradizionale.
Già nel 1962 si segnalavano i sintomi di una rivoluzione che stava avvenendo nel mondo delle giovani donne, cioè quelle ragazze sulle quali pesava l'oppressione delle idee antiquate dei genitori, una vera e propria condizione "di schiavitù che subiscono in famiglia"; tale condizione diventava sempre più "psicologicamente insostenibile", le ragazze erano sempre meno disposte ad accettare che i genitori impedissero loro di "avere una vita privata in nome dell'onore e del pericolo".
Essere libere e indipendenti diventava un obiettivo da raggiungere al più presto. Tale desiderio non era ancora correlato alla richiesta di un "cambiamento profondo della società", i processi di presa di coscienza, le richieste di maggior indipendenza dai genitori, erano "un uragano che muore tra i labirinti delle vecchie case"4. Una rivolta che si perdeva nel privato, una battaglia combattuta dentro le singole famiglie, non ancora pubblica, non ancora coscientemente collettiva, ma già presente, già evidente con contenuti tipici di quelle che saranno le rivendicazioni del movimento femminista e delle femministe negli anni settanta: "Non si tratta di una semplice rivendicazione di diritti - si poteva leggere già nel 1963 - ma di un nuovo modo di essere. La donna cerca una dignità umana che le è stata sempre negata. Vogliamo i figli da coloro che amiamo, vogliamo il diritto di scegliere l'uomo che amiamo e non più chieste in sposa. Le ragazze di oggi si sono ammutinate. Hanno scelto se stesse prima del marito"5.
Caterina Caselli, in alcune canzoni che la imponevano nella metà degli anni sessanta al pubblico giovanile, si faceva portatrice di queste rivendicazioni femminili contro la morale corrente e la condizione di oppressione della donna rispetto all'uomo. "Nessuno mi può giudicare/ nemmeno tu", diceva la protagonista dell'omonima canzone del 1966 all'uomo che pure amava, rivendicando il diritto di scegliere il "fidanzato" giusto, dopo aver provato con altri:
se sono tornata a te
ti basta sapere che
ho visto la differenza
fra lui e te
ed ho scelto te

La cantante rivendicava quindi l'utilità dei rapporti sessuali prematrimoniali, un vero e proprio tabù, quest'ultimo, che cominciava lentamente a crollare unitamente a quello della verginità e della purezza da conservare per il fatidico giorno del matrimonio. Le donne non dovevano più essere "l'ombra" di qualcuno, dovevano essere libere e indipendenti:
la tua ombra non sarò mai
e quando voglio me ne andrò, sai!
tu sorridi, ma non ho paura di te
io voglio avere quanto te
[...] tu sei un egoista
la donna, quella che vorresti tu,
io non sarò un solo giorno di più

Le donne dovevano cercarsi il partner, non accettare più i matrimoni combinati o ben visti dai genitori. Le "bamboline" dovevano cominciare e cominciavano a dire "no, no, no", secondo la nota canzoncina di Michel Polnareff, del 1966. Non lasciarsi più girare come fossero bambole e poi "buttare giù":
No, ragazzo, no
tu non mi metterai
fra le dieci bambole
che non ti piacciono più

diceva Patty Pravo in "La bambola", del 1968. Anche se ancora le donne sembravano ed erano descritte come tonte, non lo erano più. Se mai giocavano a far "La finta tonta", secondo le parole di Maria Doris:
Mi piace far la finta tonta
ma tonta, ma tonta
non sono così tanto
[...]
Tu dici
tu dici
che son proprio tonta
ma intanto
t'incanto
e poi ti pianto.

"La donna - scriveva un'operaia tessile di Novate, in provincia di Milano, prigioniera di pregiudizi e messa in condizioni d'inferiorità - nei rapporti sessuali non agisce con sentimenti e desideri spontanei, ma si assoggetta ai voleri dell'uomo con passività, per vergogna o per paura di far peccato"6. La sua era una denuncia di una condizione di assoggettamento, di infelicità e, contemporaneamente, un invito a ribellarsi, a cercare coi propri sentimenti e desideri "l'uomo d'oro". Perché gli "uomini d'oro", invocati da Caterina Caselli nel 1966, esistevano, bastava avere pazienza e caparbietà, indipendenza e libertà per poterli trovare:
Cercherò, cercherò
e un giorno lo troverò
un uomo d'oro tutto per me
[...] che di giorno mi tenga vicino a lui
e di notte rimanga sempre con me
che non mi lasci sola, mai sola, sola mai!

Nelle canzonette si cominciava a cantare una donna libera e sicura, citiamo fra i tanti esempi quello della canzone "Lei" di Adamo, del 1966:
Cammina per le strade
[...] con la pace nell'anima
è libera
nessuno può fermarla.

Una donna capace di scegliere e perseguire con caparbietà la realizzazione del desiderio:
Io ti voglio,
ti voglio
e già ho deciso
che ti avrò

affermava sicura Sandie Shaw in "E ti avrò", del 1966. Una donna in grado di ferire psicologicamente l'uomo, di farlo star male, soffrire in modo "Crudele" (I Bisonti, 1966):
ti prendi gioco di me
ti prego
non essere crudele con me.
Se tu mi lasci non vivo più.

Soffrire al punto di non avere più neanche una lacrima per piangere, come cantavano i Corvi in "Datemi una lacrima per piangere", del 1966, dichiarando, dopo essere stati abbandonati, di sentirsi completamente svuotati e soli, una situazione penosissima:
non ho più parole
non ho più pensier
nessuno è solo come me.

E se alla donna capitava di tradire il proprio partner? Bene, questo poteva anche accadere e lo si doveva dire, magari per chiedergli perdono sottolineando però il fatto che "io soffro più ancora di te", perché, cantava con tono rancoroso Caterina Caselli in "Perdono!" nel 1966:
mi avevi abbandonata
ed io mi son trovata
ad un tratto già abbracciata a lui

anche perché era stato facile confondersi, in quanto "diceva le cose che dici tu/ aveva gli stessi occhi che hai tu", "da come ha sorriso sembravi tu" e poi, quando una si sente sola, trascurata, ha quasi il diritto di farlo:
di notte è molto strano
il fuoco di un cerino
ti sembra il sole che non hai

In fondo si poteva anche cedere, per una volta, all'erotismo, cioè all'amore momentaneo, fugace, breve, quello che durava un attimo, una serata. Non tutti i flirt, aveva già sentenziato Rita Pavone, dovevano tradursi in matrimoni o in storie impegnative. E poi l'inurbamento, l'aria della città rendeva liberi, anonimi, pronti a tuffarsi nel gorgo della vita metropolitana che travolgeva e inebriava, offrendo occasioni per amori frettolosi e poco impegnativi. Così poteva accadere che un 29 settembre, "seduto in quel caffè - come cantava l'Equipe 84 nel 1967 - io non pensavo a te", cioè alla morosa, ero distratto dal "mondo che girava intorno a me": le automobili, l'avvicendarsi e l'incrociarsi veloce della gente:
Poi d'improvviso lei
sorrise
e ancora prima di capire
mi trovai
sottobraccio a lei
stretto come se
non ci fosse che lei
[...]
il buio ci trovò vicini
un ristorante e poi
di corsa a ballar
stretto verso casa
abbracciato a lei

poi, l'indomani, il 30 settembre, quando si risvegliava si accorgeva che il sole aveva cancellato tutto e poteva tornare felicemente a pensare e ad amare la sua fidanzata, telefonandole subito.
D'altronde anche il cantante Gene Pitney, in "Lei mi aspetta", del 1966, aveva messo in luce la differenza che può esistere tra amore e attrazione fisica e come non fosse facile resistere a quest'ultima, infatti il protagonista della canzone cedeva voluttuosamente:
Lei aspetta me [...]
le ho detto che ritornerò
ma sono qui e bacio te.
[...] ma ti lascerò
ora dimmi ciao
non tentarmi ancor
non baciarmi più.

I costumi sessuali stavano lentamente cambiando e nei rapporti tra uomo e donna cominciava a manifestarsi l'indipendenza di quest'ultima. Ancora una volta erano alcune canzonette a evidenziare quest'aspetto nuovo. Innanzitutto Mina che, nel 1965, in "Più di te", diceva:
Vattene se vuoi
io non ti trattengo più
oggi va così
fra noi due piangi tu
ieri, si lo so
ti ho creduto chissà chi.
L'uomo che mi va
vale molto più di te
7.
Anche qui la "scandalosa" Mina proponeva la figura di una donna che si ricredeva sulla bontà del proprio uomo, lo lasciava e si metteva con un altro che valeva molto più di lui. Tutto questo avveniva senza struggimenti d'animo, senza lacrime grondanti, senza cuori straziati e invocazioni d'amore o di passione gelosa: "ormai non sei più niente/ per me", così la secca chiusura di un rapporto.
Di queste donne nuove c'era da aver paura, comunque occorreva stare attenti a non farsi coinvolgere più di tanto: "Io non devo bruciarmi con una come te"; anche se non sempre era facile, perché capitava che i loro occhi fossero simili a "fari abbaglianti" e, soprattutto, le loro labbra erano "un grosso richiamo" sessuale, sufficiente a far dire "ti amo", ammettevano, con sincerità, quelli del complesso Primitives in "Yeeeeeeeh!", del 1967. L'abbandono, la fine di un amore dovevano essere recepiti e registrati in un modo più "laico" che nel passato; si sapeva che le storie prima o poi finiscono, così, semplicemente, perché non ci si ama più e lo si capiva dalla "Strana espressione nei tuoi occhi" (The Rokes, 1965):
È finita così
semplicemente
la fiamma è spenta
il nostro amore non vive più
[...] tu mi lascerai
ti perderò.

E se capitava di innamorarsi di una donna già sposata? Nessun problema e nessun senso di colpa, almeno stante la canzone "Sei già di un altro", dell'Equipe 84: l'importante era godere del fatto che ci si voleva bene
e cosa importa se
se tu già sei
sei già di un altro
per la vita legata a lui

in quanto, ricordiamoci, il divorzio allora non esisteva e il matrimonio era uno e indivisibile finché morte non ti separava o la Sacra Rota non annullava ma, quest'ultimo, era un evento raro, irraggiungibile dai più. Ecco perché la giovane e bella Patty Pravo, protagonista delle serate romane nel locale beat denominato Piper, dichiarava senza riserve di credere nell'amore ma non nel matrimonio. Alla domanda "sei favorevole al divorzio?", rispondeva seccamente: finché ci sarà il matrimonio, sì. Proseguiva poi sostenendo che bisognava darsi da fare sul serio per cambiare il mondo "nella direzione indicata da Carlo Marx. Però attraverso strade nuove, ancora da aprire"8. Cose inimmaginabili, d'altri tempi, appunto.

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