Francesco Germinario
Versioni neofasciste della Resistenza
"l'impegno", a. XXI, n. 2, agosto 2001
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Esiste naturalmente una interpretazione neofascista della Resistenza. Eppure, uno degli aspetti
caratterizzanti la pubblicistica di estrema destra è lo scarto evidente fra l'enorme bibliografia dedicata alla Rsi e la
completa assenza di studi specifici e monografie dedicate alla Resistenza.
Qualche interprete accorto, probabilmente suggestionato dalla tematica defeliciana sull'esistenza di una
vasta "zona grigia", ha talvolta avanzato l'ipotesi che la Resistenza, alla pari della Rsi, abbia coinvolto appena
una sparuta minoranza politicamente poco rappresentativa di un paese già sfibrato dalla
guerra1. Si tratta, però, di atteggiamenti isolati che, del resto, mirano ad esaltare la vicenda della Rsi quale opera delle minoranze,
anche quando è disposta a riconoscere almeno una dignità personale ai partigiani: una dignità che invece latita tra
i "vigliacchi" che pullulano la "zona
grigia"2.
Chi più di tutti ha ostentato uno sprezzante disprezzo per la Resistenza è stato il radicalismo di destra.
Uno dei maggiori teorici dell'area, Adriano Romualdi, la giudica poco più di un "mito" costruito dai comunisti
e avallato da una borghesia pavida e timorosa: "Si sa come il comunismo ha fabbricato il mito della resistenza.
Per ingraziarsi i comunisti la borghesia europea ha avallato la commedia della resistenza fingendo di
dimenticare che la guerra partigiana fu per tre quarti guerra comunista, con metodi e finalità staliniane. Ha regalato
una patente d'eroismo ai killers
comunisti"3.
Nel caso del radicalismo di destra, lo sprezzante disinteresse verso la Resistenza è motivato
dall'irrilevanza politica del fenomeno: attento agli scenari planetari e continentali dello scontro fra le forze della tradizione
e quelle della sovversione, il radicalismo di destra è convinto che non è sui sentieri delle catene prealpine che
si sono giocati i destini dell'Occidente. Se c'è stata una "Resistenza" meritevole di attenzione, e degna di
essere proiettata in un memoria storica che s'incaricherà di custodirla gelosamente quale rinnovata epopea
nibelungica, è stata quella dei reparti multietnici e multinazionali - ma, va da sé, tutti rigorosamente europei e ariani -
delle Waffen Ss che nelle immense pianure del fronte dell'Est si sacrificarono contro l'avanzata delle forze
tumultuose di un nuovo e ben più orribile
Medioevo4. Periferico diviene, quindi, il teatro di guerra italiano, che può
essere valorizzato solo riconoscendo che anche in Italia, come nelle altre nazioni europee, si è levata una
minoranza di guerrieri candidatisi a custodire, a costo del supremo sacrificio, quel mondo di valori, trascendente
gli schieramenti politico-ideologici, in procinto di essere schiacciato dalla potente tenaglia del
materialismo anglosassone e del bolscevismo giudaico-asiatico. La storia della Rsi nell'immaginario del radicalismo di
destra evoca lirismi autocelebrativi, collocandosi nel panorama di un nazionalismo europeo che detta le sue pagine
più alte nella Berlino assediata dalle orde sovietiche nella primavera del 1945. E allora, la celebrazione di
figure come Borghese e Graziani rimanda necessariamente a quella delle vigorose figure del nazionalismo
europeo, come i reparti delle Waffen Ss multinazionali e Léon Degrelle, celebrato quale "ultimo grande guerriero
dello spazio imperiale europeo"5. E infatti, nibelungica, densa di un
pathos che non esita a chiamare in causa
Spengler6, è la descrizione
dell'altra Resistenza, quella che si è opposta all'alleanza fra democrazia e comunismo:
"Una lotta senza speranza" - è definita da Pino Romualdi, ascoltato celebratore presso il neofascismo di
quell' "epopea", non foss'altro perché, dall'alto della carica di ex vicesegretario del Partito fascista repubblicano, può
rivendicare con orgoglio una partecipazione in prima fila a quegli avvenimenti - "aspra, sanguinosa, valorosamente
sostenuta dalle forze tedesche e italiane e in particolare - per quel che riguarda gli ultimi giorni di Berlino - dalle forze
di volontari di ogni paese: francesi, olandesi, belgi, danesi, spagnoli, cioè da tutti i giovani soldati che, al di là
di ogni calcolo e di ogni particolare interesse, avevano preferito restare fedeli fino in fondo alla propria scelta e
al destino della propria
generazione"7. La Berlino della primavera 1945 è il campo di battaglia in cui si
consuma la tragedia dell'Europa legionaria e ariana
Quanto alla Resistenza all'Asse, essa è da derubricare quale caduta del tono caratteriale, più che
fenomeno politico: "Quando tutto stava per finire, con l'Europa sommersa e i suoi popoli divisi e assoggettati, erano
scoppiati i petardi delle cosiddette liberazioni. Gli europei avevano scoperto la
resistenza. L'iniziativa e il sacrificio di pochi erano diventati subito l'affare e la
gloria personale di molti, di milioni e milioni di opportunisti. La
corsa al vincitore, il cedimento, la viltà, i falsi patti col comunismo avanzante e l'anarchia
politica"8. Insomma, dalla Resistenza quale fenomeno di minoranza alla Resistenza quale rivelazione della caduta del carattere.
È Julius Evola che nel radicalismo di destra fornisce una solida base dottrinaria a questo rifiuto che
tradisce l'orrore nel giudicare storicamente la Resistenza. Per il filosofo della tradizione le vicende
dell'antifascismo nell'Italia successiva al 25 luglio risultano un eloquente segnale dell'epoca della decadenza e del Kali
Yuga. "L'epoca più buia" - sentenzia il filosofo col suo consueto stile evocativo e assiomatico, che tanto avrebbe
contribuito a decretare il suo successo presso l'immaginario della generazione più giovane dei reduci della Rsi - "è
quella in cui l'uomo ha saputo rendersi capace di non avvertire nemmeno la tragedia". Ebbene, se l'epoca del
tramonto dei valori tradizionali è contraddistinta dalla leggerezza nel cogliere il dramma della decadenza, l'Italia, dall'estate
del '43 alla primavera del '45, pare essere stata il palcoscenico privilegiato di questo dramma, visto che è
stata "una nazione in cui il tradimento fu elevato a simbolo di riscossa di un popolo
oppresso"9. Nella visione del filosofo tradizionalista, la Resistenza si trasforma in un fenomeno storico troppo ripugnante perché possa
essere sottoposto al vaglio dell'analisi storiografica. Come può pretendere una valutazione storica quel tradimento
dei valori, se non sottoponendolo al rigoroso vaglio della categoria teorica di "sub-razza"? E come può la
"sub-razza" pretendere di scrivere la Storia, quando questa è per definizione campo d'accesso delle razze? A
loro modo, insomma, gli italiani hanno svolto pure un ruolo; solo che si è trattato di un ruolo talmente orribile -
la trasformazione del tradimento in riscossa - che sarebbe stato meglio che non fossero mai comparsi sulla
scena della Storia. Il giudizio sprezzante di Evola - problematizzato in sede storiografica anche nei saggi
successivi10 - tradisce l'amarezza dell'estrema destra nei confronti di un popolo italiano che non ha saputo collocarsi
alle altezze della Storia cui l'aveva trascinato il fascismo: "Col tracollo dell'Italia" - chiarisce Evola,
ricorrendo ancora una volta al "metodo storiografico" da lui stesso teorizzato alcuni anni prima, nel pieno di quella
campagna razziale che lo aveva visto frenetico e torrenziale autore di testi sul "razzismo spirituale" - "non la nuova
superrazza ma la sub-razza del popolo nostro doveva venire alla superficie e determinare la gloria della 'liberazione' e
del 'secondo Risorgimento'..."11.
Non un popolo virile, imperialista e guerriero si è rivelato il popolo italiano, bensì, proprio nel corso
del conflitto, ha rivelato un carattere pusillanime, debole e impregnato di levantinismo. Badoglio è colui che,
con l'8 settembre, degnamente rappresenta le inclinazioni caratteriali e antropologiche di questo popolo,
ritornato, dopo la gloriosa parentesi del fascismo, ad essere plebe al soldo degli eserciti stranieri. Insomma, Badoglio -
e, dietro la sua figura, tutti coloro che prendono a combattere il fascismo - è la rivelazione degli italiani e del
loro carattere nazionale assolutamente inaffidabile. Volendo utilizzare un curioso ossimoro, si potrebbe
osservare che siamo in presenza di un gobettismo in versione neofascista: gli italiani del 1943-45 rifuggono dal
sottomettersi al severo giudizio di una Storia che li chiama a dar prova di coraggio e di valore, affidandosi a una
persona, Badoglio, che riesce ad interpretare il carattere debole e pusillanime di un popolo (carattere che neanche il
fascismo era riuscito ad estirpare).
L'assenza di studi specifici sulla Resistenza è una spia del disegno neofascista di esorcizzare il
nemico, espellendolo dal teatro della Storia? È un segnale rivelatore della difficoltà di accettare sul piano
storiografico quel concetto di "guerra civile" cui ci si richiamava frequentemente nell'ambito della lotta politica? Fatto sta
che proprio a uno dei due contendenti della guerra civile, se si escludono i lavori comunque significativi di
Giorgio Pisanò, l'estrema destra ha dedicato poche e distratte attenzioni.
Volendo rintracciare uno dei motivi di questo atteggiamento, si potrebbe osservare che nell'estrema
destra non sempre è facile distinguere fra storiografia e memorialistica. Non sono rari i casi in cui si trapassa da
un genere all'altro; ovvero, quelli in cui l'io narrante del memorialista pretende al tempo stesso di farsi storico.
Il caso italiano, poi, è contrassegnato da una memorialistica molto vasta, che sovrasta completamente i pochi
tentativi storiografici, e che proprio negli anni novanta del secolo scorso ha registrato un incremento notevole, quasi
a rivendicare le proprie radici da parte di quei settori ostili alla trasformazione del Msi in
An12.
Non c'è dubbio che questa situazione sia stata provocata dalla centralità che la dimensione e la categoria
della memoria hanno svolto nell'universo teorico-politico dell'estrema destra. Eppure, la constatazione che nel
caso italiano il genere memorialistico ha prevaricato sui tentativi storiografici si presta alla conclusione che è
stato difficile al neofascismo italiano, a causa del suo nostalgismo, storicizzare il proprio passato. Il confronto è
stato spesso fra la memorialistica, da una parte, e la storiografia
dall'altra13. Considerando tutt'altro che chiuso
quel passato fascista, il neofascismo si è precluso la via di un lavoro di paziente quanto faticosa storicizzazione
che avrebbe dovuto terminare nel necessario distacco da quella vicenda storica. È il caso di osservare che il
neofascismo è rifuggito da eventuali problematizzazioni di una memoria che s'identificava
tout court con la propria identità politica: è stato il pedaggio richiesto dal passato che non passa. L'estrema destra italiana ha privilegiato
la memorialistica in quanto genere di una rievocazione che, per un verso, facilitava la incapacitante
contrapposizione del passato gloriosamente rievocato allo squallore del presente; per l'altro, non richiedeva quegli sforzi
di storicizzazione che avrebbero decretato una necessaria cesura col passato. E invero che la memorialistica
sia l'approccio meno adatto a scrutare le posizioni del nemico, a destra qualcuno ne era stato consapevole.
"Sarebbe insincero" - avrebbe scritto nelle memorie politiche Luciano Lucci Chiarissi, ex allievo ufficiale della Gnr,
nel dopoguerra collaboratore di numerose riviste dell'area, direttore per alcuni anni di un periodico,
"L'Orologio", la cui linea politica si ispirava a un trasversalismo destra/sinistra così frequente nel sovversivismo di destra
del Novecento - "non riconoscere che i ricordi della guerra civile hanno necessariamente un'impronta
personale, e quindi scarsamente oggettiva, perché ognuno l'ha vissuta con la divisa fisica e psicologica della parte con
la quale si era schierato. È quindi concretamente impossibile ad un 'repubblichino' tentare di rappresentarsi
come andavano le cose, in termini politici ed umani, dall'altra parte della barricata, e cioè tra coloro che si
erano schierati con la resistenza. Il 'repubblichino', pur con la migliore delle intenzioni, non può non ricordare
soprattutto che i partigiani erano quelli che gli sparavano alle spalle, che tendevano delle imboscate ai suoi reparti,
che uccidevano i suoi camerati caduti prigionieri dopo magari averli
seviziati"14.
Forse non è un caso che questa consapevolezza fosse patrimonio di un irregolare della destra del
dopoguerra. I memorialisti politicamente più organici ostentano invece una sicurezza di giudizio che non ammette dubbi
o incertezze.
Quando la memorialistica organica all'estrema destra affronta la questione della Resistenza, talvolta è
indotta a privilegiare le settimane successive al 25 aprile, quando sembrano essersi realizzate le condizioni
storico-politiche che rendono possibile l'azione delle masse aizzate descritta da
Canetti15. Il clima è quello delle
fucilazioni sommarie e delle vendette immotivate contro prigionieri delle milizie repubblicane ingenuamente arresisi
ai partigiani. Fatale è stato l'errore commesso dai militi della Rsi: hanno scambiato i partigiani per nemici
rispettosi dello jus bellum, mentre in realtà erano individui estranei alla civiltà. I partigiani costituiscono la degna
avanguardia armata di un popolo retrocesso a plebe e desideroso di riti sacrificali celebrati contro l'aristocrazia dei
guerrieri. I partigiani procedono alle esecuzioni anche quando le condanne dei sanguinari "Tribunali del popolo" sono
state sospese per l'inoltro delle domande di grazia al comando generale delle formazioni partigiane a
Milano16. Per qualche memorialista, più che "Tribunali del popolo", quelli dell'immediato dopoguerra risultano grigi
uffici in cui l'amministrazione della morte dei guerrieri ha smarrito la minima parvenza di legalità, cedendo il
posto alla sete di vendetta e di sangue della
plebe17. I plotoni di esecuzione, poi, aggiungono efferatezza
all'omicidio, puntando alla faccia delle vittime per sfigurarle.
"Don Leone" - è la ricostruzione di Pisanò - "ci raccontò che i partigiani avevano prelevato
complessivamente tredici fascisti e li avevano portati a Buglio in Monte, non molto lontano da Sondrio. Ricordo bene le sue
parole: 'Li hanno fucilati tutti insieme. Ma sono tutti riconoscibilissimi. Sì, sì: i partigiani non li hanno sfigurati.
Hanno avuto l'accortezza di non sparare loro in faccia'. Come a dire: pensate che bravi ragazzi, che delicatezza nel
loro modo d'agire"18.
In poche righe Pisanò traccia - da qui uno dei motivi dell'importanza del suo lavoro per il neofascismo
italiano - alcune caratteristiche del giudizio dell'estrema destra verso la Resistenza. La vittoria ha arriso ai peggiori;
e la situazione drammatica da post res
perditas scandisce un arretramento dei costumi civili
contrassegnato dall'azione di nemici i cui atteggiamenti truci e sanguinari ne tradiscono l'estraneità all'Italia romana
e l'appartenenza a un mondo del tutto diverso. Le esecuzioni sommarie dei guerrieri costituiscono la
drammatica riprova della convinzione delle potenze dell'Asse che quello in corso era lo scontro fra la civiltà e la barbarie.
Va da sé che a nessun memorialista interessa verificare se i partiti antifascisti appoggiano o giustificano
gli strascichi sanguinosi dei regolamenti di conti. La vittoria dei partigiani e delle forze del materialismo risulta
in fondo una celebrazione di quelle forze e individui che sono rimasti in piedi tra le rovine, fedeli alla
consegna ricevuta, come il legionario romano di Pompei richiamato da Spengler e che l'Evola di "Orientamenti"
decanta proprio a uso dell'immaginario dei
reduci19. Nel paretiano cimitero delle aristocrazie che è la Storia, proprio
i migliori sono destinati a soccombere. Anzi, gli scontri epocali hanno spesso visto la vittoria dei
peggiori20. Il reducismo fascista consegna all'immaginario neofascista una visione pessimistica e cupa della storia -
saggiamente amministrata da un Evola il quale, non a caso, ricopre il ruolo di
leader intellettuale indiscusso per un
cinquantennio - per cui i migliori, i custodi dei valori e i guerrieri sono fatalmente destinati a soccombere nell'era delle
masse e della decadenza. Così il neofascismo si sente più solidale col minoritarismo e il culto della morte e del
sacrificio celebrati nella cultura politica saloina, che coll'ottimismo che aveva pervaso l'ideologia del regime.
L'aristocrazia è tale perché consapevole di ispirarsi a un codice antropologico destinato a rimanere minoritario. E anche
qui è ancora una volta Evola a dettare, parafrasando Kant, la regola cui deve ispirarsi il comportamento
guerriero, sostenendo che bisogna fare in modo che ciò su cui nulla si può, nulla possa su di sé: un codice di
comportamento che indica le "[...] 'linee di vetta', sulle quali solo a pochi è dato
mantenersi"21.
La cultura di destra più avvertita non ha mancato di rilevare come quest'atteggiamento costituisse una
risposta alla domanda di un'identità e di un immaginario politici che assumevano la sconfitta quale sublimazione di
una irriducibile diversità.
"Le epurazioni, le persecuzioni, i processi sommari, i silenzi forzati, le omertà della storia: tutto questo
ha nutrito l'immaginario di una gioventù, orfana e assetata di miti e di riti, che ha sentito la
nobiltà della sconfitta gravare sulle proprie spalle e suscitare il proprio onore in un fremito di attiva indignazione. Non
mancavano rancore e retorica, in quelle scelte, e un irrazionalismo mitologico; ma il grande catalizzatore restava pur
sempre quel sentimento di superiorità della
sconfitta"22.
L'elogio della sconfitta non prevede ruoli per il vincitore, che non siano di comparsa, o comunque
sempre piegati alla celebrazione delle virtù del vinto. I vincitori risultano spregevoli perché nell'epoca grigia
della decadenza, della democrazia e della massificazione le aristocrazie del coraggio e i vessilliferi dei valori
non possono che essere soverchiati.
La septembrisade che si scatena dopo il 25 aprile è poi letta non tanto come una conseguenza
dell'accanimento con cui ci si è affrontati nel corso della guerra civile, bensì come l'ultima e più eloquente manifestazione di
quanto il movimento partigiano, tranne qualche eccezione individuale, fosse stato un fenomeno di natura
criminogena più che politica. Umiliando e fucilando prigionieri che dovrebbero godere di tutte le garanzie di
status previste dalle convenzioni internazionali, i partigiani confermano quanto avevano lasciato intravvedere durante la
guerra civile: forse non tanto la loro estraneità alla civiltà romana, quanto a una qualsiasi visione di convivenza civile.
La riduzione della Resistenza a fenomeno essenzialmente criminale percorre tutta la pubblicistica
neofascista e suggerisce l'idea della difficoltà nel confrontarsi con le cause storiche del fenomeno.
Abbiamo già visto le rabbiose invettive di Adriano Romualdi contro i
"killers" comunisti. Si tratta di
un atteggiamento che assume la dignità di vera e propria categoria d'analisi con cui il neofascismo giudica la
Resistenza. Di un' "Italia rapinata dai partigiani"23 parla uno storico della X Mas; "per noi" - ricorda un recente memorialista
- "il fenomeno partigiano è [...] visto come un'attività di delinquenti
comuni"24; mentre alla "logica
criminale che è tipica dei
comunisti"25 accenna Giorgio Pisanò. Accanto alle "bande di comunisti", si è rilevato ancora
di recente, esistevano quelle "non rare, di delinquenti comuni evasi nei caotici giorni dell'8 settembre
o successivamente, profittando dei bombardamenti
aerei"26. Quanto ai Gap, la loro attività terroristica richiede
una così alta dose di sangue freddo e una palese propensione all'omicidio che reclutano "i loro primi uomini - e
non si dica di no - quasi esclusivamente tra la malavita autentica dei meno controllabili quartieri periferici. Non
era infatti facile agli spiriti onesti e animati da reali sentimenti patriottici [...] eseguire ordini che significavano
mettere freddamente qualche colpo di pistola nella nuca a un passante più o meno
qualificato"27.
Quanto alla violenza di gruppo sulle donne e allo stupro, questa pare una prerogativa che
contraddistingue i partigiani e le nazioni del blocco antifascista. Le "marocchinate" sono lette quale pedaggio orrendo pagato
alla Francia per la proditoria dichiarazione di guerra del 10 giugno
194028. Sulla penisola, e soprattutto in una
Roma la cui liberazione coincide con la sua riduzione a gigantesca casa d'appuntamento, si scatena, lamenta
Angelo Tarchi, la "foia dei
negri"29. Nel Biellese, nel corso della guerra civile, è Moranino il regista di quasi 150
sequestri e umiliazioni di donne sospettate di essere
fasciste30. Nei giorni della liberazione i partigiani rivelano di
essere "mandrie imbufalite di uomini"; dettano quella che si deve considerare "la pagina più vergognosa della
storia d'Italia [...] migliaia di uccisioni, spesso precedute da stupri e sevizie di ogni genere, donne esposte al
ludibrio della feccia, priva di ogni disciplina e di ogni
responsabilità"31. Nell'immediato dopoguerra, infine, le riviste
di estrema destra sviluppano campagne di stampa ricorrenti nel denunciare che, alla data del 31 gennaio 1946,
si contano più di 20.000 civili italiani uccisi ad opera di soldati alleati, con quasi 1.500 violenze carnali tentate
o consumate32. Più che orrendo crimine contro la persona, nella denuncia del neofascismo lo stupro si decanta
a reato contro il sangue e la razza, nonché a pratica che contraddistingue il fronte multirazziale del nemico.
Nella pratica dello stupro, il partigiano consegue la cittadinanza del fronte nemico, rivelandosi un pallido imitatore
di quanto già commesso dalle truppe di colore marocchine e americane nel Mezzogiorno e in una Roma
trasformata in una gigantesca casa d'appuntamento.
Nel modo con cui il neofascismo denuncia le violenze partigiane contro le donne si riscontra
l'associazione fra il processo di despecificazione del nemico, seccamente espulso dall'umanità, col richiamo a quei noti
stereotipi antisemiti che denunciavano nell'ebreo un individuo la cui incontinenza sessuale, se non soddisfatta, lo
conduceva a quei comportamenti violenti contro la donna, i quali avrebbero irrimediabilmente compromesso le qualità
del sangue. La differenza è che, se nel caso dell'ebreo la violenza è contraddistinta da precedenti
atteggiamenti subdoli e astuti, nel caso del partigiano la violenza è di gruppo, esibita o anche vantata e ha un motivo
ideologico e politico.
Non c'è dubbio che questa lettura rivela quel processo di assolutizzazione del nemico su cui già Pavone
ha scritto pagine essenziali33.
Eppure questo atteggiamento tradisce intanto la difficoltà del fascista e del neofascista nel confrontarsi
con una violenza di cui per la prima volta è oggetto e non più soggetto. Fino a quando il fascista aveva
saputo padroneggiarla, la violenza era stata celebrata quale supremo sigillo di un'aristocrazia che rivendicava il
diritto a fare la Storia. Divenendo oggetto della violenza, il fascista è indotto a distinguere la precedente violenza,
in quanto aspetto positivo della Storia, da quella che si dispiega nella guerra civile: questa non è più la
violenza esuberante delle squadre fasciste, quella "chirurgica" esercitata dal "santo manganello", ma è declassata a
sfrenato sadismo criminale di soggetti estranei alla civiltà perché tendenzialmente già portati a delinquere. Guerra
civile e Resistenza diventano il terreno adatto perché la schiuma della società dia finalmente fondo alle proprie
inclinazioni criminogene. La guerra civile è la sospensione della civiltà da parte di un nemico che issa sulle aste le teste
dei fucilati, esibisce pubblicamente la tortura dei prigionieri e pratica il più bieco sciacallaggio sui
cadaveri34.
D'altro canto, la riduzione a oggetto di violenza accentua ulteriormente la crisi del concetto fascista
della violenza e della morte perché sottrae a quest'ultima tutta la dimensione valoriale in cui l'aveva collocata
l'ideologia fascista. Morire in un agguato gappista piuttosto che all'assalto costituisce per il fascista una conclusione
prosaica e irridente di una vita che non può più essere tramandata quale guerriera. Fino ad allora il milite fascista
aveva avuto un'idea della morte quale celebrazione della virtù; la morte, per dirla con Evola, diveniva "diritto
sulla propria vita"35. La morte in battaglia è la degna conclusione di una vita meritevole di essere
tramandata. Nell'attentato il filo fra la vita e la morte viene reciso; la morte, per riprendere ancora l'Evola commentatore
di Heidegger36, non rientra più nella vita, ma anzi è inferta in una maniera tale da irridere i valori cui si è
ispirato il comportamento della vittima. L'attentato sottrae al legionario il diritto a decidere della propria vita. E
dunque, chi, se non i vigliacchi, la schiuma criminale e tutti coloro che sono cresciuti all'ombra del processo di
civilizzazione, possono esercitare questa pratica di morte? Con la Resistenza la schiuma della società si fa Stato; essa è
l'occasione storica in cui la malavita incontra la politica. La malavita si politicizza e impone alla politica e all'ideologia
- almeno a quell'ideologia quanto meno geneticamente propensa ad accettare questa lezione - un nuovo
codice di comportamento. E allora, se proprio è da fare, sembrano suggerire le pagine che la pubblicistica
neofascista dedica all'argomento, il discorso sulla Resistenza - privilegiando la riduzione dell'antifascista a
hostis generis humani, piuttosto che a un
hostis publicus - dovrebbe tenere assieme storiografia e criminologia,
essendo, quest'ultima, una disciplina più attrezzata a sondare quegli anfratti oscuri della psiche che spingono gli
individui ad azioni così orribili. L'espulsione del nemico dall'umanità è certo, come è stato rilevato, una "cauzione
necessaria del sentimento di
sé"37. Sono fin troppo note le inevitabili conseguenze che questa espulsione comporta.
"La guerra civile ha qualcosa di particolarmente crudele. Essa è guerra civile perché è condotta
all'interno di una comune unità politica comprendente anche l'avversario e nell'ambito del medesimo ordinamento
giuridico, e perché le due parti in lotta al tempo stesso affermano assolutamente e negano assolutamente questa
comune unità. Entrambe, assolutamente e incondizionatamente, pongono l'avversario nel non-diritto. Esse tolgono
il diritto all'avversario, in nome però del diritto. All'essenza della guerra civile è proprio l'assoggettamento
alla giurisdizione del nemico [...] Più pericolosamente che in ogni altra specie di guerra, ogni partito è costretto a
dar spietatamente per presupposto il proprio diritto e, con altrettanta spietatezza, il non-diritto
dell'avversario"38.
Eppure nel caso del neofascismo italiano, a causa della centralità che la Rsi riveste nel suo
immaginario politico, la despecificazione del
nemico39, la sua secca espulsione dal perimetro della civiltà, relegandolo
nel cono d'ombra della barbarie, si carica di un significato supplementare perché anche un lieve cenno di
cedimento nel riconoscere al nemico una minima parvenza di umanità inaugurerebbe uno sforzo di storicizzazione
con effetti devastanti nell'immaginario politico medesimo. Il risultato è che la "guerra civile europea" - concetto
che, oltre che in Schmitt e Nolte, trova in Löwith uno dei suoi più acuti
interpreti40 - per il neofascismo italiano
non varca le soglie dei confini geografici nazionali.
Estranea alla civiltà, la Resistenza è estranea, va da sé, anche alla nazione. Già Bardèche nei primi anni
cinquanta aveva sostenuto che in tutta Europa la Resistenza aveva avuto uno scarso radicamento sociale nella classe
operaia, bensì era stata un fenomeno che aveva allignato nei settori conservatori e reazionari di quei pezzi di
società (monarchici, caste militari, imprenditori ecc.) che guardavano con sospetto alle istanze rivoluzionarie dei
fascismi41. In seguito, in area neofascista si avanzerà la convinzione che più che una crisi interna della nazione, essa era
stata provocata dalla proiezione in Italia dello scontro militare fra i due
schieramenti42. La Resistenza, insomma,
come un virus cinicamente introdotto dall'esterno in una nazione che, malgrado gli insuccessi militari e
l'invasione alleata, godeva pur sempre di un'ottima salute politica.
La posizione non è nuova, bensì circolava già negli ambienti della Rsi. In un "Rapporto sul ribellismo"
indirizzato direttamente a Mussolini, Enzo Pezzato, direttore del quotidiano milanese "Repubblica fascista", si era
detto convinto che i partigiani non potevano essere
italiani43. La pubblicistica neofascista si attiene fedelmente a
questa convinzione, denunciando con Pisanò che la Resistenza è stata un movimento "fondamentalmente estraneo
alle tradizioni e agli interessi del popolo
italiano"44. E chi, se non lo slavo, è da considerarsi il nemico estraneo
all'Italia? Nella rielaborazione neofascista del fenomeno della Resistenza lo slavo ricopre l'identico ruolo rivestito
dall'ebreo nel pensiero antisemita e
völkisch: è il barbaro catapultato dalle potenze dell'anticiviltà (il bolscevismo
mongolo-ebraico) nel campo della romanità, del diritto e della
Bildung a seminare spietatamente morte e terrore tra
i guerrieri ariani.
E infatti, nella memorialistica, i partigiani sono descritti come individui animati da "ferocia
balcanica" (Borghese)45. Di slavi e greci fuggiti dai campi di concentramento subito dopo l'8 settembre sono costituiti i
primi nuclei di partigiani attivi nel
Bergamasco46. Più cauto Bruno Spampanato, altra firma della Rsi, secondo il
quale "questi omicidi non sono italiani, anche se sono italiani che li
commettono"47. Esplicito nel rivendicare
l'estraneità etnica della Resistenza alla nazione è invece Pisanò: la destabilizzazione della Rsi venne affidata dal Pci
"a esigue squadrette terroristiche, guidate e composte, molto spesso, da elementi slavi, infiltratisi nel nostro
territorio già durante i 45 giorni del governo Badoglio, o da russi sfuggiti dai campi di concentramento nei
giorni dell'armistizio"48. È la
slavizzazione della Resistenza: per comportamento - il ricorso alle efferatezze -
ideologia e composizione etnica o razziale, la Resistenza non può vantare ascendenze italiane. Questa guerra - è il
giudizio di un esponente del radicalismo di destra - è una "guerra sovversiva"; e dunque "è impostata sull'esempio
delle bande titine e sovietiche"49. Ogni razza combatte secondo le regole della propria
Bildung - ammesso che ne possieda una - e dei livelli di civilizzazione fino ad allora conseguiti. Non è da italiani combattere secondo
le regole imposte da gappisti e ribelli; delle due l'una: o i terroristi sono in gran parte slavi, o una parte degli
italiani si è slavizzata sotto l'aspetto ideologico, smarrendo il senso della nazionalità, al punto che nelle fasi
conclusive della guerra i partigiani avevano favorito l'avanzata degli slavi nel territorio
nazionale50. In un caso come
nell'altro, nessun gappista o ribelle può rivendicare la nazionalità italiana: essi sono "sporchi rinnegati in questo
sporco paese di rinnegati"51.
Triplice è, dunque, il concetto di "slavo" con cui il neofascismo giudica la Resistenza. Partigiani e
gappisti sono "slavi" in senso antropologico-criminale, in quanto individui inclini a praticare una violenza atavica;
in senso etnico-razziale, in quanto catapultati dall'Est a seminare morte; in senso politico-ideologico, in
quanto esponenti di un'ideologia aberrante ed estranea alla civiltà romana. Ciascun motivo rimanda agli altri due,
nella costruzione di un mosaico che mira esplicitamente ad espellere la Resistenza dalla nazione.
Nel neofascismo indisponibile a riconoscere le origini autoctone della Resistenza, scatta ancora una
volta l'adesione a una visione, se non totalitaria, certo autoritaria della nazione. Per definizione, il nemico è
quasi sempre straniero esterno, razzialmente o ideologicamente. Non può che essere un individuo estraneo alla
nazione, per razza o etnia, cittadinanza o cultura, chi ha provveduto a dividere in due campi contrapposti ciò che
per definizione dovrebbe sempre rimanere indiviso. Per slavizzare la Resistenza il neofascismo agita un dubbio
che, per il modo con cui lo pone, rivela quanto questo fosse rimasto fedele a una visione della nazione estranea
alla democrazia: quando la patria è in guerra, è necessario abbandonare le rispettive posizioni politiche e
ideologiche, specie quelle che potrebbero danneggiarla. Il che significa che la Resistenza, accecata da un odio
ideologico, è estranea alla nazione non foss'altro perché ha anteposto la realizzazione dei propri programmi ideologici
all'interesse della patria.
"Quando la patria sia già impegnata in una guerra il cui esito infausto può diminuire il prestigio nel
mondo [...]" - è la domanda retorica di Enzo Maria Gray all'antifascismo - "e può mutilarne il territorio e i beni, è
lecito ad un cittadino o ad un partito contrastare la 'già iniziata' vicenda guerriera della patria sia perché essa
guerra gli appare ingiustificata e pericolosa sia perché la sconfitta gli appare l'unico mezzo per abbattere il governo
del quale egli è
oppositore?"52.
Simili comportamenti, insomma, sono consueti solo in chi ha rinunciato al rispetto della patria, ovvero in
chi semina alacremente morte in una nazione che non gli ha dato i natali. La Resistenza è l'anti-Italia perché,
essendo stata provocata in un momento in cui la nazione era chiamata alla prova suprema, ha rivelato di essere priva
di quel sentimento di appartenenza nazionale che conduce cittadini non traviati da un fanatismo ideologico -
per di più asservito a nazioni nemiche ed etnicamente differenti - a difendere comunque la patria, anche quando
non condivide il regime politico e gli obiettivi per cui si è in guerra. Fra la naturale fedeltà alla patria e quella
a un'ideologia che fanatizza gli individui che vi aderiscono, la Resistenza ha optato per quest'ultima.
Ricorrendo alle categorie d'analisi di "slavo" e "balcanico" la storiografia neofascista trasforma la
Resistenza in un fenomeno indotto e d'importazione, presentandola in un momento in cui vengono esibiti
comportamenti etnicamente e razzialmente estranei alla nazione: lo "slavo", già presente nel territorio italiano, come
prigioniero di guerra fino all'8 settembre, oppure inviato in Italia dai comunisti, è presentato quale individuo dai
comportamenti sadici e violenti, a proprio agio sul palcoscenico di una guerra civile nell'imporre forme di violenza estranee
alla tradizione italiana. La consueta visione fascista dello slavo quale nemico che insidia le frontiere, ormai non
più nazionali, ma di tutta la civiltà occidentale, s'intreccia con una curiosa storicizzazione dei regimi
comunisti dell'Est: se per "slavi", come sostiene uno storico neofascista, sono da intendersi quei popoli balcanici che
per secoli hanno subito l'assolutismo
musulmano53, allora questi popoli rivelano una naturale vocazione
all'assolutismo politico. Un'ideologia che predica l'odio fra le classi riesce con notevole duttilità a piegare ai propri fini la
barbarie atavica e le inclinazioni collettive al sadismo.
Duplice è il risultato di questa lettura: per un verso, si procede alla
slavizzazione della Resistenza; per
l'altro, si procede speditamente all'etnicizzazione del comunismo, il quale diviene l'ideologia appropriata alle
sottorazze slavo-balcaniche: il comunismo è un regime adatto a popoli ancora incatenati all'atavismo, ma risulta
inconciliabile per quei popoli che possono vantare una secolare appartenenza all'Occidente romano. Insomma, il sangue
proietta le proprie caratteristiche a livello culturale, facendo sì che ogni razza sia portatrice di un'ideologia. Razza
e ideologia - come avevano insegnato negli anni precedenti i pensatori antisemiti - procedono
irrimediabilmente di pari passo: un'ideologia che predica l'odio fra gli uomini non può che divenire la bandiera agitata da
razze estranee al rigido perimetro della civiltà.
Sia nel caso della drastica riduzione della Resistenza a mero fenomeno criminogeno, che nella sua
slavizzazione, memorialistica e "storiografia" neofasciste respingono proprio ciò che invece rivendicano nel campo della
lotta politica, ossia il carattere civile della guerra. Può essere, infatti,
civile una guerra in cui una parte delle due
fazioni esibisce uno schieramento così massiccio di stranieri, evasi dalle case di pena, renitenti alla leva e malavitosi
in genere? Non è lo scontro fra le due fazioni in cui la nazione si è divisa, ma la resa dei conti definitiva fra chi
può ancora rivendicare la nazionalità italiana e l'accozzaglia dei malavitosi, dei rinnegati, degli esaltati
ideologici e degli stranieri.
Si è già visto che anche nel maggiore specialista neofascista della guerra civile, Giorgio Pisanò, è
presente la figura dello "slavo" e l'associazione del comunista al malavitoso. Sottile e ben più articolata è, comunque,
la denazionalizzazione della Resistenza prodotta da Pisanò, al quale è necessario riconoscere, se non la
creazione della linea che il neofascismo assume verso la Resistenza, certo il consolidamento di quella linea
medesima. Nell'opera imponente e quarantennale di Pisanò la denazionalizzazione della Resistenza si arricchisce infatti
di ulteriori motivi, a partire dalla convinzione che il movimento partigiano è stato del tutto estraneo alla
nazione. Pisanò non è certo il costruttore degli umori ideologici con cui il neofascismo sottopone al vaglio la
Resistenza; è necessario riconoscergli comunque il ruolo di traduttore di questi umori nel suo enorme lavoro di denuncia.
Ad avviso del senatore neofascista, il contributo dei partiti antifascisti alla Resistenza, almeno lungo tutta
la prima fase, fu modesto, se non irrisorio: "nei mesi successivi all'8 settembre, e praticamente per tutto
l'inverno 1943-44, i partiti antifascisti non comunisti manifestarono solo molto di rado la loro presenza
attiva"54. Il rapporto fra coloro che si arruolano nelle fila repubblicane e i combattenti partigiani è squilibrato a netto vantaggio
della prima: mentre la Rsi può mettere in campo forze armate considerevoli, che ammontano a 1.200.000 uomini,
le forze partigiane ammontano a poco più di 2.000 uomini, saliti a 60.000 nell'estate del '44, scese a
10.000-15.000 in inverno, per poi ingrossarsi fino a 90.000 uomini nell'aprile del
194555. E dunque, se questi sono i
rapporti di forza numerici fra i due fronti di lotta, è la conclusione implicita di Pisanò, non v'è dubbio che è la
Repubblica sociale ad esserne il soggetto legittimo sotto l'aspetto del consenso ed è invece il movimento partigiano ad
essere del tutto delegittimato sul piano della rappresentatività.
Ai comunisti e solo ad essi risale la responsabilità di avere provocato la guerra civile: "se i comunisti
non fossero intervenuti con tutto il peso della loro organizzazione terroristica [...] gli italiani, molto
probabilmente, non sarebbero mai precipitati nel baratro della lotta fratricida. La tragedia, invece, esplose incontenibile: e
furono i comunisti a provocarla"56. I comunisti conducono "una loro 'guerra
privata'..."57, strumentalizzando anche
le altre forze politiche antifasciste58. Il Nord è il laboratorio in cui i comunisti applicano quelle tecniche di terrorismo
già sperimentate con successo altrove. Ad agevolare la spietata tattica comunista di inasprimento della
situazione concorrono la debolezza e le divisioni dell'antifascismo moderato. Esemplare, in tal senso, è la situazione
nella Roma occupata dai nazisti. Una città affamata e terrorizzata è il terreno ideale per l'applicazione di quella
tattica comunista di esacerbare gli animi. "L'elemento che più di ogni altro permise ai comunisti di applicare
liberamente la loro tecnica della guerra civile fu l'impotenza di tutto il resto dello schieramento antifascista:
un'impotenza i cui componenti erano, in pari grado, l'incapacità a rendere omogeneo, e quindi più determinante, il
fronte antifascista non comunista; le beghe, le diffidenze, i personalismi che dilaniavano il fronte stesso;
la disorganizzazione e l'assoluta impreparazione dell'apparato militare a condurre la lotta sul piano
clandestino"59.
Davanti a un antifascismo moderato, che è incline a stabilire un rapporto di convivenza con la Rsi per
alleviare una situazione già difficile, in attesa che gli angloamericani risalgano la penisola, i comunisti sono gli unici
a rivelare una visione strategica e di lungo periodo, intuendo che quello italiano poteva divenire un fronte su
cui impegnare forze tedesche considerevoli, per alleggerire la pressione militare sugli altri
fronti60. Un aiuto prevedibile alla tattica comunista di dare vita a una situazione di terrore provenne dai nazisti: la spirale fra gli attentati
terroristici e le indiscriminate rappresaglie tedesche annullava gli spazi di mediazione dell'antifascismo e del
fascismo moderati, sottraendo consenso alla Rsi. "I comunisti ebbero buon gioco proprio grazie alla ottusità di certi
comandi fascisti e, soprattutto, tedeschi: questi infatti si illusero sempre di poter arginare il terrorismo rosso con le
rappresaglie e non arrivarono mai a comprendere che, così facendo, assecondavano in pieno i sistemi di lotta
dell'avversario. Se avessero saputo tenere i nervi a posto, se avessero saputo rinunciare alla vendetta, avrebbero tolto dalle
mani dei comunisti una delle loro armi
migliori"61.
La convinzione che la Resistenza è una tattica imposta dai comunisti sia in Italia che negli altri paesi
dell'Europa occupata è una delle idee-forza della storiografia neofascista: sono i comunisti a provocare una resistenza
armata al fine di alleggerire i fronti militari ed esasperare i rapporti fra le popolazioni occupate e i
tedeschi62.
È da notare che, nella sua ricostruzione, Pisanò suddivide la storia della Resistenza in due grossi periodi:
uno, il "periodo di
incubazione"63, abbraccia i mesi dall'ottobre 1943 al marzo 1944 - coll'attentato di via Rasella
e la strage delle Fosse Ardeatine - in cui i comunisti sviluppano una lunga serie di azioni terroristiche, con
scarse risposte da parte fascista. Il secondo periodo è quello caratterizzato dalla lotta senza esclusione di colpi, con
la scomparsa di forze e posizioni moderate di ambedue gli schieramenti. A questa suddivisione pare attenersi
anche Angelo Tarchi, il quale però sposta la fine del primo periodo all'omicidio di Gentile: l'attentato al filosofo,
sia per la fama che per le note posizioni moderate e conciliatrici che Gentile rappresentava nello schieramento
fascista, scandisce il tramonto definitivo delle possibilità d'azione del fascismo
moderato64. In ogni caso, con la
primavera del 1944 si sono esauriti gli spazi delle mediazioni politiche: il campo è occupato dai settori più estremisti
di entrambi gli schieramenti (comunisti gappisti e nazisti), i quali si rincorrono forsennatamente
nell'esasperante catena attentati-rappresaglie-attentati.
Ma il dato storiografico più significativo è l'immagine del comunista che emerge dalla ricostruzione di
Pisanò. Più che politica, è un'immagine debitrice di numerosi dati antropologici e psicologici. Il comunista di Pisanò
è un individuo perverso e moralmente tarato. Reso fanatico da un'ideologia che predica l'odio tra gli uomini,
riesce a muoversi a proprio agio solo in un clima di morte e di disperazione diffusa, che egli contribuisce a
incancrenire ulteriormente. Nell'innescare la spirale agguati-rappresaglia, il comunista tradisce una profonda
conoscenza dell'animo umano. Come ogni solerte carnefice, il comunista conosce i punti deboli del tormentato;
comprende che l'agguato è una tattica adeguata per provocare un imbarbarimento, facendo in modo che l'aumento
della disperazione sociale sia addebitato non agli autori degli attentati, ma ai loro obiettivi, costretti alla
rappresaglia per ristabilire l'ordine violato. Il cinismo del comunista - rincalza la memorialistica - è tale che
all'occorrenza vengono utilizzati anche donne, bambini e
anziani65.
Ma l'apoteosi del cinismo politico e individuale i comunisti la rivelano nel praticare una tecnica di guerra
che riduce la guerra civile a semplice espediente finalizzato non tanto all'eliminazione del fascista in sé, ma a
un dopoguerra segnato da una massiccia presenza comunista. Il comunista ammazza non più per conseguire
un obiettivo militare immediato, bensì in vista degli equilibri politici
futuri66. Il comunista di Pisanò è in
individuo intossicato da una irrequieta visione vettoriale e teleologica della storia - giudicata vera e propria
discriminante della distinzione assiale destra/sinistra dalla più avvertita cultura di destra del
Novecento67 - che lo induce a scrutare sempre nel presente le anticipazioni del futuro. E il comunista è talmente disumano da trasformare
la morte in un miserabile valore di scambio: l'agguato al fascista è la merce che il comunista porterà sul
mercato politico all'indomani della fine della guerra, per rivendicare legittimità politica: la morte è sottoposta al
processo di valorizzazione. In conclusione, Pisanò espelle il comunista non dalla nazione, ma dall'umanità
intera, trasformandolo in un soggetto diabolico e luciferino, la cui vocazione al terrorismo e all'omicidio
rivela l'abdicazione a un qualsiasi sentimento umano, in nome di un'ideologia che richiede atteggiamenti che
nulla hanno di civile.
E poi, possono i partigiani sostenere di avere segnato una tappa significativa del processo di
emancipazione delle classi subalterne? E può il comunista, solo perché ricorre alla lotta armata, presentarsi come
l'avanguardia rivoluzionaria del proletariato? Può, insomma, il terrorista comunista identificare la propria causa con
quella dell'emancipazione delle classi subalterne?
La risposta di Pisanò è che il mezzo (il terrore) non rivela il fine (la rivoluzione proletaria). Pur di
scatenare la crisi di consensi verso una Repubblica sociale che con la scelta della socializzazione rivelava i sinceri propositi
di riformismo sociale del fascismo, i comunisti costituiscono un ostacolo politico di natura
reazionaria68. Il fallimento della politica di socializzazione è un obiettivo che vede la convergenza di un fronte articolato
e interclassista che procedeva dai comunisti, intenzionati a non farsi scavalcare a sinistra dal riformismo
sociale fascista, agli industriali, intenzionati a salvaguardare una situazione di rapporti di proprietà minacciata dai
fascisti definitivamente avviatisi sulla via della rivoluzione, infine ai nazisti, timorosi, come aggiungono Rauti e
Sermonti, che una politica di socializzazione potesse ostacolare lo sforzo
produttivo69. Sobillata dai comunisti e
invaghitasi del mito di Stalin, la classe operaia cade nella trappola, partecipando addirittura agli scioperi del marzo
1944 promossi dagli industriali, intenzionati ad accreditarsi quale ceto antifascista presso gli angloamericani, e
appoggiati spesso senza convinzione dal Partito
comunista70.
Quando le dimensioni antropologiche e psicologiche con cui Pisanò costruisce il suo giudizio sui
comunisti cedono il posto a uno sforzo d'analisi più politico, la figura del comunista che emerge è quella di una
sintesi contraddittoria fra terrorismo spietato e moderatismo politico, se non di squallida reazione: la politica della
lotta armata e la scelta di incrementare il terrore e il panico sociale configurano un Termidoro consistente
nell'abolizione di una legislazione anticapitalistica. Il comunista non può accampare pretese rivoluzionarie perché trascina
la classe operaia a stabilire un'alleanza con le forze politiche ed economiche della conservazione (gli
industriali) e addirittura con i nazisti, costringendola a mettere in opera una tattica di sabotaggio della socializzazione.
La lotta armata antifascista diviene, quindi, sotto la regìa dei comunisti, un infame raggiro perpetrato ai
danni di una classe operaia convinta di sacrificarsi per l'avanzata del socialismo, mentre invece lavorava per gli
industriali e la stabilizzazione capitalistica. Anzi, forse neanche il comunista pare avere lavorato per Stalin, essendo
stato costretto ad appoggiare gli scioperi decisi dagli industriali. In ogni caso, proprio quando il comunista ha
messo in campo una tecnica terroristica e sovversiva, ha rivelato quanto reazionaria fosse la sua strategia e
quanto ingenua fosse stata la classe operaia del Nord ad abbandonare le sicurezze della socializzazione proposta
da Mussolini per affidarsi al mito di Stalin e della rivoluzione comunista. Terrorista, certo - e anche cinico e
spietato -, ma non rivoluzionario è stato il comunista perché ha consegnato la classe operaia in ostaggio degli
industriali. Da rivoluzionario del "Capitale" il comunista è divenuto un rivoluzionario del capitale, come aveva già
decretato quella cultura fascista che per vent'anni aveva contrapposto Roma a Mosca, la rivoluzione del
corporativismo a quel bolscevismo che, prima che orribile tirannide, si era rivelato nulla più che l'altra faccia del
materialismo borghese e capitalistico71. Una rivoluzione la Resistenza l'ha provocata, ma non era certo quella
elaborata dall'immaginario proletario. Estranea alla nazione e alla civiltà, espressione di un cieco fanatismo
ideologico, essa si è rivelata alla fine anche una truffa proprio contro quella classe sociale che aveva profuso l'impegno
e il sacrificio maggiori per la sua riuscita.
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