Marisa Gardoni

Ritorno a Cefalonia



I miei genitori visitarono Cefalonia nel 1976. Era il viaggio che più di ogni altro mio padre desiderava fare da oltre trent'anni, da quando suo fratello Gianni, ormai in congedo "illimitato", venne richiamato alle armi e aggregato alla divisione "Acqui", a Cefalonia, nel luglio del 1943 e da lì non fece ritorno.
Ufficialmente "disperso", lo zio Gianni era rimasto un ricordo vivo e doloroso per tutta la famiglia.
Il libro di Marcello Venturi "Bandiera bianca a Cefalonia", uscito nel 1973, era diventato una specie di Bibbia per mio padre. Letto e riletto, costituiva la fonte principale delle sue conoscenze sui fatti di Cefalonia del settembre 1943 e fu per lui una guida, interiorizzata, anche per la visita dell'isola.
Anche se durante il loro soggiorno i miei genitori visitarono solo Argostoli, il capoluogo, e i suoi dintorni, ebbero la fortuna di trovare un cefalonita-testimone, che in un buon italiano fece loro da guida e li accompagnò nei luoghi-simbolo della strage: la "casetta rossa" dove vennero portati e processati (!) gli ufficiali della "Acqui" e la fossa dove vennero gettati i corpi dei centotrentasei fucilati.
Mia sorella Giannina (e il suo nome non fu scelto a caso) è tornata a Cefalonia nel 2004, constatando le significative e positive novità (sia pur a distanza di sessant'anni!) nella conservazione della memoria storica dell'eccidio. Certamente importante il monumento ai caduti italiani della divisione "Acqui", costruito in località Capo San Teodoro, poco distante dalla "casetta rossa" e dalla fossa, sacrario inaugurato da Pertini nel 1980, ma soprattutto risultava interessante l'apertura, nel pieno centro di Argostoli, di un museo permanente sulla storia della "Acqui" a Cefalonia che conserva, come base, il materiale di mostre fotografiche allestite dall'Associazione italo-greca Mediterraneo a partire dal settembre 2000.
Promotore e animatore dell'iniziativa, il parroco cattolico di Cefalonia, padre Severino Trentin, ebbe modo (invitandoli anche a cena a casa sua!) di esporre a mia sorella e a suo marito gli obiettivi del suo lavoro e dell'Associazione Mediterraneo nella sistemazione del materiale esistente. Il fine era una più ampia e diffusa conoscenza di ciò che era avvenuto sull'isola durante la seconda guerra mondiale. La strage di migliaia di soldati e degli ufficiali della divisione "Acqui", massacrati, subito dopo l'armistizio, dai tedeschi a cui si erano rifiutati di consegnare le armi, oltre che impunita, era stata per troppi anni dimenticata.
Anch'io, in memoria dello zio Gianni, ho visitato Cefalonia nel luglio di quest'anno e già alla prima sera di permanenza sull'isola ero al museo, collocato in un piccolo locale vicino alla chiesa cattolica di Argostoli, nella centralissima e commerciale via Lithostroto.

Il museo

In mezzo a visitatori molto attenti, soprattutto turisti italiani, ho preso visione di quanto il museo, pur nella ristrettezza dello spazio, ospita (ci sarei poi tornata un'altra sera per una visita più accurata): innanzitutto pannelli di una mostra con foto e testi sulla storia della divisione "Acqui" a Cefalonia dal 1941 al settembre 1943, poi gavette, elmi, borracce, pezzi d'artiglieria, ecc..., insomma tutto quanto è stato trovato sull'isola appartenuto ai militari della divisione.
Sui ripiani delle pareti testimonianze di superstiti, lettere di caduti avute in concessione dai famigliari, ricerche e tesine di gruppi scolastici; al centro un manichino in divisa grigio-verde di un graduato, elmetto e scarponi, divisa da fanteria di montagna.
E poi una piccola biblioteca con le pubblicazioni sulla "Acqui" e l'eccidio del 1943 e videocassette di testimonianze, targhe commemorative, manifesti sulle iniziative svolte, foto ricordo delle visite dei presidenti della Repubblica, Pertini, Ciampi, Napolitano, dell'ex ministro Parisi.
C'erano in vendita anche i libri più recenti sulla tragedia della "Acqui": "Note stonate dal mandolino del Capitano Corelli" di Lifty Freeman, ma nelle edizioni in greco e in inglese, e il testo di Luciana Baldassarri, "E il mare laggiù. Cefalonia settembre 1943", che ho subito acquistato (avevo già letto qualche recensione) senza sapere che ero sotto gli occhi dell'autrice.
E in effetti ho avuto così la fortuna di fare una chiacchierata con lei, docente di italiano e latino a Salerno, che mi ha illustrato le motivazioni della sua ricerca, in un certo senso anche per lei familiari, ma anche la difficoltà nel reperire la documentazione storica necessaria al suo romanzo.
Il romanzo si avvale anche dei racconti degli abitanti dell'isola, testimoni o figli di testimoni, che l'autrice ha raccolto tramite un dialogo appassionato, di condivisione di valori, durante le sue "vacanze" a Cefalonia.
Il museo è aperto tutte le sere dei giorni feriali, almeno cosi è in estate: si alternano a garantire i turni di apertura e consulenza i volontari dell'Associazione Mediterraneo.
Mantengono con entusiasmo il loro impegno, anche se si sentono un po' orfani: padre Trentin è infatti stato trasferito a Creta, e non su sua richiesta.
Dei volontari, al museo, ho potuto conoscere Milena, italo-greca docente di francese, e Beatrice, cefallena di origine armena, che era una ragazzina nell'Argostoli del 1943, e sono poi andata a trovare l'attuale presidente dell'Associazione, dottoressa Clotilde Perrotta, nel suo studio medico.
Nella sala d'aspetto, attrezzatissima e confortevole, tiene tesine scolastiche sulla vicenda della "Acqui" che le arrivano dall'Italia e ricerche biografiche sui caduti (ho visto ad esempio quella sui caduti provenienti da San Benedetto Po).
Mi sono confrontata anche con lei, come già avevo fatto con Luciana Baldassarri, su alcuni dubbi che ho rispetto alla vicenda di mio zio. La Perrotta mi ha fatto presente quanto rimane da fare anche a loro, come associazione, per la verifica della correttezza dei dati, per il recupero di informazioni più precise e dettagliate; ha preso poi nota della mia visita e delle informazioni aggiuntive che le ho fornito sulla storia di uno dei novemila caduti della "Acqui".
I volontari dell'Associazione Mediterraneo sono in attesa di un intervento del governo italiano che dia loro la possibilità di continuare nell'attività intrapresa.
Se le recenti visite dei presidenti, prima Ciampi, poi Napolitano, hanno contribuito in misura significativa a dare risonanza ai fatti del settembre 1943 a Cefalonia, con piena dignità morale, politica, storica, ciononostante da queste visite non è poi conseguito un aiuto concreto per potenziare e istituzionalizzare il lavoro di ricerca e di conservazione.
Il museo ha innanzitutto bisogno di spazio, di una sede adeguata; il materiale raccolto è ormai cospicuo, deve essere catalogato e sistemato, si potrebbe già anche allestire una sezione didattica; il museo ha necessariamente bisogno di personale fisso e stipendiato che in modo continuativo garantisca l'apertura, ma che soprattutto si faccia carico dei tanti progetti che i volontari hanno avviato.
È stato, ad esempio, predisposto un questionario dettagliatissimo da compilare per i superstiti e/o per i famigliari dei caduti e bisognerà raccogliere e catalogare le risposte.
La dottoressa Perrotta mi ha detto poi che è loro intenzione rifare il repertorio dei caduti compilato dall'Associazione Acqui, sezione Lazio (dove mio zio risulta disperso in combattimento il 23 agosto 1943): sono necessarie integrazioni e correzioni dei numerosi errori.
Mi sono sentita ripetere che non c'è sicurezza neppure sul numero dei morti (sicuramente più di novemilaquattrocento).
C'è ancora quindi molto da fare, anche solo nella ricostruzione dei fatti e nella raccolta dei dati informativi: l'assunzione di un addetto al museo potrebbe aiutare in modo determinante la ricerca.
Conversando con i volontari dell'Associazione Mediterraneo sui problemi logistici e finanziari del museo, non ho potuto non confrontare quella situazione con l'organizzazione e la sistemazione del museo della guerra di El Alamein, anche valutando solamente la sala dedicata all'esercito italiano, che ho visitato a gennaio, per non parlare della maestosità del sacrario dei caduti.
Si ha veramente la sensazione che per decenni i morti di Cefalonia non siano stati "figli di mamma", come li chiamava il generale Gandin, ma figli di nessuno, come se quella fosse una pagina di storia da dimenticare o come se peccasse di un'ambiguità originaria e quindi non potesse essere patrimonio di memoria storica né per l'esercito italiano né per la Resistenza e l'antifascismo.

I luoghi della memoria

Mi ha interessato poi particolarmente un altro progetto dell'Associazione: individuare e segnalare sull'isola un itinerario illustrativo di tutta la vicenda della "Acqui". Mi sono venuti in mente i nostri "sentieri della libertà", ma lì rimane quasi tutto da fare.
L'unica segnaletica presente sull'isola relativa alla "Acqui" è all'uscita delle località più importanti e poi soprattutto necessariamente ad Argostoli e si riferisce solo alla presenza del monumento ai caduti.
Da quanto si vede sui cartelli sembrerebbe che ci sia stata una sponsorizzazione di un distretto romano del Lions Club per finanziare l'installazione della segnaletica.
Per il resto poco altro: un'insegna all'ingresso del sito dove c'è la fossa in cui furono gettati i cadaveri degli ufficiali e una lapide (ma incredibilmente con la data sbagliata!), la segnalazione di un tempietto dedicato a Santa Barbara, vicino al monumento ai caduti, in memoria dei caduti del 30o gruppo Artiglieri.
Mi sono fatta quindi un mio percorso dell'isola, seguendo soprattutto le indicazioni contenute nel testo di Alfio Caruso, "Italiani dovete morire", utilissimo per alcune segnalazioni, non così chiaro per altre (almeno per me).
Con la preziosissima collaborazione di Sandro, mio autista storico, abbiamo così macinato chilometri toccando quasi tutte le località interessate ai combattimenti e alle stragi del settembre 1943.
Siamo partiti da Sami, oggi ameno centro di villeggiatura; allora vi era dislocato il primo battaglione del 317o reggimento Fanteria prima dell'8 settembre, ma i ricordi che la cittadina conserva ed esibisce sono invece quelli relativi al film "Il mandolino del capitano Corelli", lì girato in una Sami camuffata da Argostoli... e allora c'è il caffè del capitano Corelli, il fotografo che espone le foto fatte alla troupe durante le riprese...
Per trovare i luoghi dei combattimenti bisogna andare all'interno dell'isola, arrivare a Divarata, dove è ancora in piedi l'osteria in cui trascorse la notte il capitano Verro del 317o reggimento prima dei combattimenti del 17 settembre: ora lì c'è un punto vendita della feta, il tipico formaggio greco.
E poi si scende verso Kardakata e Korouklata: è difficile immaginare scenari di guerra tra quei costoni di roccia, anche perché si è spesso distratti da panorami mozzafiato su un mare trasparente che offre tutte le tonalità dell'azzurro.
Ma si riesce a capire l'importanza strategica dei luoghi perché dalla penisola di Paliki e dalla baia di Kiriaki sottostante potevano inerpicarsi i tedeschi stanziati a Lixouri, il centro più importante della penisola.
Scendendo verso Argostoli abbiamo attraversato Farsa (300 trucidati) per poi rientrare verso Frankata (461 trucidati) e Troianata (631 trucidati ), le località dove ci sono state le stragi più sanguinose.
A Troianata è ancora in piedi (nonostante il terremoto del 1953 abbia distrutto l'80 per cento delle abitazioni dell'isola) la scuola elementare, davanti alla quale, nel cortile, furono assembrati il 21 settembre del 1943 più di seicento fanti e artiglieri del 317o reggimento, che furono poi uccisi dal fuoco delle mitragliatrici tedesche il giorno successivo.
Abbiamo poi dedicato una giornata alla visita della parte dell'isola ai piedi del monte Enos, rifugio dei partigiani cefaloniti, tra distese di aranceti e limoneti e bellissime spiagge.
A pochi chilometri dalla costa si trova Keramies dove, dopo ripetute richieste di informazioni, abbiamo trovato la casa di campagna ricostruita dopo il terremoto su quella che era considerata, prima della guerra, la più bella residenza di Cefalonia, Villa Valianos.
Villa Valianos era diventata nell'ultima fase dei combattimenti la sede del comando della divisione; lì venne appesa alla finestra una tovaglia bianca ad indicare la resa, il 21 settembre.
L'attuale proprietario, monsieur Jacques Facon, con un'accoglienza cordialissima, ce l'ha fatta visitare, nei locali del seminterrato rimasti quelli del 1943 e nella parte nuova dove risiede, avendo sposato una discendente dei Valianos.
A testimoniare l'importanza della famiglia, un salone dove alle pareti sono appesi i dipinti che ritraggono gli antenati, in particolare il capostipite Panaghis Valianos, armatore-mecenate, vissuto tra l'Ottocento e l'inizio del Novecento. A lui è intitolata la piazza principale di Argostoli, dove è eretta una statua che lo ricorda.
Al centro del salone monsieur Facon, a cui abbiamo ovviamente detto che eravamo sulle orme della divisione "Acqui", ci ha mostrato con orgoglio e con una certa emozione un grande tavolo di marmo, che era utilizzato dal generale Gandin come scrivania: su quel tavolo è stata firmata la resa, lì sono state deposte le armi degli ufficiali per evitare di doverle consegnare di persona ai tedeschi.
Gli altri più significativi luoghi della memoria sono invece localizzati sulla penisola di Capo San Teodoro, tra Lassi ed Argostoli, tra il faro di Aghios Teodoros e il monumento ai caduti della "Acqui".
Come già detto, per arrivare al monumento c'è un'apposita segnaletica: si trova su un'altura, a volte sorvegliato da una guardia giurata.
Ci siamo andati due volte, siamo entrati ed usciti dal cancelletto della recinzione liberamente, come se fosse una tomba di famiglia, abbiamo scattato delle foto.
Appena sotto, all'inizio del bosco, c'è quello che, prima dell'edificazione del monumento, era l'unico ricordo della "Acqui" costruito sull'isola, un tempietto dedicato a Santa Barbara del 3o gruppo Artiglieri, del tenente Martella.
Da lì abbiamo fatto un primo tentativo, senza successo, per trovare la "casetta rossa": Caruso non era per noi così chiaro nelle indicazioni, lo sono stati molto di più i volontari del museo.
E così il giorno successivo, a pochi metri dal faro, abbiamo trovato la costruzione edificata al posto della "casetta rossa", distrutta anch'essa dal terremoto.
È ora una bella villetta a due piani immersa nel verde; in cortile c'erano due motorini e una barca, segno di vita e di vacanze.
Ma è proprio per volontà del proprietario che anche l'attuale abitazione è dipinta di un rosso porpora, per tener viva la memoria storica, nel ricordo del tragico epilogo della vicenda della "Acqui" a Cefalonia. Lì furono portati le mattine del 24 e 25 settembre gli ufficiali della divisione che si erano arresi dopo i giorni tragici dei combattimenti: lì fu pronunciata la sentenza di morte. Addossati ad un muro di cinta, ne vennero fucilati centotrentasei.
A 50 metri dalla villetta c'è segnalata una incavatura naturale dove furono ammassati i cadaveri, luogo che è ancora oggi meta di visite commemorative.
Ora, se è vero che l'incuria, l'indifferenza, il terremoto e la rimozione storica operata per decenni sulla vicenda della "Acqui" rendono difficile il recupero in chiave di memoria storica di quei luoghi, io credo che molto si possa ancora fare. Un percorso strutturato con pannelli esplicativi può aiutare in modo efficace a ripercorrere le tappe di quello che fu il più grave massacro operato dai nazisti nel Mediterraneo, in spregio a qualsiasi diritto militare.
Durante i giorni della nostra visita, sulle alture vicine a Minies dove eravamo alloggiati, ci sono stati diversi focolai di un incendio difficile da domare. Mi è venuto spontaneo ricordare quanto scritto da Caruso: negli anni quaranta e cinquanta a Cefalonia si diceva che quando scoppiava un incendio e si alzava il fumo, "erano i soldati della 'Acqui' che stavano salendo in cielo".
Ma ancora oggi, conoscendo la tragica vicenda del settembre 1943, si rivive sull'isola l'inquietante percezione di camminare su un grande cimitero naturale.