Luigi Ganapini
La Rsi e l'ultimo fascismo
Una rilettura critica della storiografia
*
"l'impegno", a. XX, n. 3, dicembre 2000
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Credo non si possa dubitare che le necessità di una ampia rilettura critica del passato assumano
particolare urgenza in presenza di momenti di rottura e di cambiamento nella società e nella cultura di un paese. Questo
non significa (spero nessuno fraintenda) che gli studi di storia debbano piegarsi a ogni stormir di fronda
partitico-parlamentare; ma per il tema che ci riguarda possiamo ritenere comunemente riconosciuto che, nella
congiuntura dell'ultimo decennio del secolo, fosse necessaria una seria e rinnovata riflessione sulla storia dell'Italia
del Novecento che approfondisse e comprendesse a fondo il tornante cruciale degli anni finali del secondo
conflitto mondiale.
A queste osservazioni, di per sé non originali, vorrei aggiungere subito che la storiografia promossa e
coltivata dagli Istituti per la storia della Resistenza ha costituito spesso, anche se non sempre, una felice eccezione
sia rispetto a ogni conformismo sia rispetto a ogni tentazione di facili rovesciamenti di giudizio: nel corso della
mia ricerca sulla Rsi ho rinvenuto nelle ricerche, nei convegni, nelle pubblicazioni degli Istituti una forte
tensione innovativa, anche se talora non pienamente esplicitata. Questo elemento va sottolineato perché sempre più
spesso ci troviamo in presenza di una storiografia e di un senso comune talora apertamente schierati "a destra", ma
altre volte aspiranti a una visione irenica o almeno equilibrata, i quali sermoneggiano sull'orientamento univoco
(se non fazioso) di tutta la storiografia che ha avuto come oggetto la Resistenza e in genere il periodo
intercorrente tra la crisi italiana del 1943 e la Liberazione, ignorando la complessità del dibattito storiografico, la varietà
delle posizioni, le polemiche che hanno accompagnato mezzo secolo di storiografia
contemporaneistica1. Certamente il saggio storico sulla moralità nella Resistenza di Claudio Pavone è stato lo stimolo determinante per un
dibattito molto ampio e coinvolgente, che ha messo in discussione certezze e identità; ma - senza nulla togliere
all'originalità e alla forza innovativa del suo lavoro, anzi aggiungendo merito a merito - bisogna ricordare che Pavone ha
fatto circolare, con straordinaria generosità e coraggio, le sue proposte interpretative all'interno della rete degli
Istituti a partire almeno dalla metà degli anni
ottanta2.
Il problema che sembrava troppo arduo affrontare, per quanto riguarda l'ultimo fascismo e la
Repubblica sociale italiana, può essere riassunto nell'interrogativo concernente l'identità centrale di questa formazione
politico-statale, la cultura e l'ideologia dei suoi aderenti, i suoi radicamenti sociali, gli obiettivi politici di breve e di
lungo periodo che essa si proponeva e che era riuscita a conseguire. Una ventata di pietà postuma ha peraltro
complicato il problema: in alcuni interventi ben noti diversi esponenti politici hanno auspicato una conciliazione
nazionale in nome della "buona fede" di entrambe le parti in causa. Poiché non sono uno scienziato della morale, ma
solo uno studioso di storia, credo che questo tema non riguardi il nostro modo di operare. La buona fede del
soggetto che noi studiamo è il presupposto necessario per analizzare tanto le sue dichiarazioni quanto i suoi atti. Altra
è la questione di valutare la coerenza e la rispondenza di un comportamento con la fede e le ideologie
professate o la collocazione di una cultura rispetto a un contesto sociale e politico più generale: ed è questo appunto
il compito di uno studioso di storia.
Nella "memoria divisa" coltivata dagli italiani in merito alla Repubblica sociale si contrapponevano e
si contrappongono, com'è ben noto, una visione demonizzante e una cantata epica e tragica.
Da una parte - quella degli antifascisti - non cessava di operare una repulsione profonda nei confronti di
chi si era reso colpevole di stragi e uccisioni, schierato al fianco dell'esercito nazista fino al punto da
condividerne le peggiori responsabilità in uno dei più efferati crimini di massa del Novecento: lo sterminio degli ebrei e di
tutti i "diversi", dai portatori di handicap ai
rom e agli omosessuali. La violenza propria dei movimenti fascisti e
il perpetuarsi di comportamenti a essa ispirati lungo la storia della repubblica democratica italiana, nei
momenti di più grave crisi e di tensione, hanno confermato per decenni l'impossibilità di accettare un confronto anche
solo storiografico con chi aveva ereditato dalla dittatura gli odi della guerra civile, dal biennio rosso
all'assassinio di Matteotti alla persecuzione di ogni forma di dissenso negli anni tra le due guerre. La storia del 1943-45,
con la spietata esposizione della morte, praticata come "pedagogia funeraria" (come l'ha chiamata Mario
Isnenghi), ha consolidato nella cultura degli antifascisti la convinzione della "non umanità" dei loro nemici. E di
conseguenza la definizione sprezzante dello stato considerato "fantoccio", la "Repubblichina", mera materializzazione
di servile collaborazionismo, coniata fin dal tempo della lotta, ha caratterizzato un approccio che sembrava da
una parte sovrastimare il potenziale offensivo dei "briganti neri", per la profondità delle ferite che sapeva
infliggere ai suoi nemici, e dall'altra ridurlo a parodia maramaldesca di un ben più tragico e mortifero potere, quello
delle forze d'occupazione del Terzo Reich.
Ne usciva, in ultima analisi, un giudizio contraddittorio: la vituperata repubblica neofascista era una
finzione e al tempo stesso una tragedia di proporzioni immani. La contraddizione non era del resto estranea al
giudizio più complessivo sul fascismo, o almeno a quel tipo di giudizio in cui gli antifascisti sentivano come un dovere
morale la necessità di ripetere la condanna intransigente espressa dall'antifascismo in lotta, il suo beffardo
disprezzo per le esteriorità del regime, senza accogliere la più approfondita comprensione dei meccanismi del
dominio esercitato dagli stati totalitari, maturata nella cultura storica e politica nei decenni successivi alla seconda
guerra mondiale.
A questo muro insuperabile gli eredi di Salò contrapponevano un approccio non meno divaricante. Un
mondo doloroso e fremente d'odio, il culto dei morti e - implicitamente - della morte sembra averli accompagnati
fino ad anni recentissimi; e in esso non riesco a vedere, fuor che per opere letterarie che hanno ben diversa
pregnanza, un impegno capace di restituirci un significato non meramente rievocativo, nostalgico e
dolente3. La ricerca storica sembra tuttora una componente debole nella cultura della Destra. E se per molti aspetti - soprattutto
negli studi legati alle dottrine politiche - noi possiamo vedere segni di impegno e di aggiornamento, di aperture
al confronto o quanto meno di una seria riflessione
critica4, sul terreno specifico della ricerca sull'ultimo
fascismo predomina la mediocrità della rievocazione, o addirittura del culto del cimelio. È un segnale rivelatore, su
cui nessuno certamente deve permettersi di assumere toni altezzosi, pur mantenendo inalterato il giudizio di merito.
Nel corso del cinquantennio della repubblica democratica (o, se preferite, della repubblica "dei partiti")
questi referenti centrali hanno conosciuto declinazioni varie, soprattutto sul versante del rapporto tra società
politica fascista e società civile. Attraverso un lungo percorso di autogiustificazioni e di rimozioni è stato conseguito
lo straordinario risultato di far apparire come centrale l'area di coloro che, alieni da ogni estremismo,
avevano concesso al fascismo repubblicano il loro silenzioso appoggio in nome della salvezza della patria comune,
a tutela di un patrimonio morale e materiale che l'occupazione tedesca minacciava di distruggere con la
violenza del suo fanatismo5.
Queste tesi coincidono, come facilmente si può evincere dalla considerazione della memorialistica
apologetica che ha dominato il mercato editoriale negli ultimi anni quaranta e per gran parte degli anni cinquanta, con
tesi sostenute da Mussolini stesso e da numerosi suoi
fedelissimi6. Tuttavia la ragione del loro affermarsi nel
comune senso storico di gran parte degli italiani è più complessa di quanto non possa far sospettare questa stretta
parentela con la letteratura dei diadochi di Mussolini. Alla loro origine possiamo individuare due motivazioni: da una
parte l'autogiustificazione dei singoli e dei gruppi sociali collaborazionisti, che invocarono lo stato di necessità
come argomentazione difensiva contro gli intenti persecutori dell'epurazione che avrebbe dovuto essere
promossa dalla rinascente democrazia; in un secondo tempo (non molto lontano dal primo, per la verità) tutti costoro
eressero la loro duplicità a motivo di merito, presentandola come una strategia perseguita con coraggio e sprezzo
del pericolo ai fini della salvezza del patrimonio nazionale. A queste motivazioni (che in taluni casi possono
non mancare di un loro fondamento e di una loro dignità) se ne aggiunge un'altra, che viene proprio dalla parte
che ci aspetteremmo più intransigente: gli antifascisti stessi furono costretti a dichiarare fin dagli inizi della
guerra mondiale l'innocenza del popolo italiano rispetto al fascismo, così che chiunque non avesse vestito la
camicia nera nel 1943-45 venne automaticamente arruolato tra gli oppositori del regime.
Per quanto questa convinzione abbia radici e caratteri diversi rispetto al patriottismo rivendicato dalle
scelte dei fascisti repubblicani, finisce per convergere nella stessa direzione. E in realtà questa era stata una
scelta obbligata per l'antifascismo: quella di costruire un'immagine del popolo italiano trascinato al conflitto
dalla dittatura, per nulla partecipe delle illusioni e della retorica imperiale, bellicista, antisemita. Né il più
giacobino dei partiti - quello d'azione - né una formazione bolscevica e leninista come il Partito comunista avevano
potuto far altro che introdurre deboli
distinzioni7. Nel momento della sconfitta e dell'occupazione tedesca
nessuno avrebbe potuto alzare la voce a rimproverare agli italiani il loro passato, pena un rifiuto e un ripudio che
sarebbero stati letali per le formazioni politiche dell'antifascismo, indubbiamente deboli e quasi sconosciute ai più in
quella congiuntura. Furono casomai i neofascisti a ricordare con amarezza e rancore i momenti del trionfo e della
massima adesione al fascismo per rimproverare al popolo italiano la tiepidezza della sua fede, il suo opportunismo e
la sua vigliaccheria. Per gli antifascisti, viceversa, la presunzione d'innocenza fu la premessa per l'appello alla
lotta e per il riscatto nazionale. Tutto ciò impose loro un prezzo: l'impossibilità di compiere fino in fondo
l'auspicato rinnovamento ideale e di collocare l'esperienza neofascista repubblicana nel percorso dell'identità della
nazione stessa.
Fu questo lo sfondo interpretativo da cui mossero le ricerche, fondamentali per la storia dell'Italia tra
armistizio e Liberazione, concernenti le modalità e gli effetti dell'occupazione tedesca in Italia. L'opera più nota e
organica, quella di Enzo Collotti, risale alla metà degli anni sessanta e solo quasi trent'anni dopo le si è affiancata la
ponderosa ricerca di Lutz Klinkhammer. Il lavoro di entrambi gli studiosi ha consentito di precisare e approfondire il
quadro della soverchiante presenza e prepotenza tedesca, peraltro emergente anche dall'interpretazione
dell'intero percorso dei rapporti tra fascismo e nazismo tracciata da Frederick W. Deakin in una ben nota storia che più
volte è stata riedita (senza alcuna precisazione filologica che tra l'altro parrebbe
doverosa)8. Questi rigorosi studi sul rapporto intercorso tra i fascisti italiani e i nazisti loro alleati hanno tuttavia condizionato l'interpretazione
del fascismo repubblicano confermando e rafforzando il disprezzo che ha circondato la repubblica neofascista
per le ragioni etico-politiche più sopra richiamate. Lo stesso Klinkhammer, che pure segnala giustamente nel
suo lavoro la necessità di comprendere più da vicino che cosa sia stata la Repubblica sociale e rimprovera alla
storiografia italiana di averla passata sotto silenzio, non può andare oltre l'espressione dell'auspicio di un rinnovamento
delle prospettive interpretative. Quando conferma l'inconsistenza della formazione statale, la fragilità delle sue
strutture, la sua debolezza politica interna e internazionale, anch'egli sembra chiudere la strada alla possibilità di assegnare
alla Repubblica e ai suoi uomini un ruolo non occasionale o del tutto secondario.
Questi rilievi non mettono in discussione l'alto valore scientifico e l'impegno civile degli autori.
Chiunque s'addentri su questo terreno non può non constatare la sproporzione tra gli alleati, la vana superficialità o il
cieco fanatismo che guidano gli italiani, il rancore che in essi cova verso coloro da cui pur si attendono la
salvezza, nonché dei tedeschi la protervia e
l'arbitrio9. Per uscire dal labirinto di questa soggezione che, con la sua
evidente realtà, maschera vicende e situazioni più articolate, occorre spostare il punto d'osservazione e - pur
accogliendo la lezione di queste ricerche - sforzarsi di leggere la storia della Repubblica del biennio 1943-45 come il
momento conclusivo della storia dell'intero fascismo e non semplicemente come senescenza, degenerazione e dissoluzione.
I miti che la propaganda neofascista repubblicana ha sparso a piene mani sia durante i seicento giorni di
Salò sia nelle volgarizzazioni dell'intero dopoguerra costituiscono un'ulteriore fittizia costruzione che occorre
restituire alle sue giuste proporzioni. In primo luogo la socializzazione, ricordata in molti modi come segno di un
"ritorno alle origini" di Mussolini: da una parte con sintonia e partecipazione, dall'altra con la deprecazione di chi
vede riemergere dal passato lo spettro di una rivoluzione sociale che sul finire del conflitto mondiale avrebbe
potuto avere esiti esiziali; dall'altra infine come mistificazione ultima della
dittatura10. Ciascuna di queste
interpretazioni rinvia a consolidate convinzioni etico-politiche, ma nessuna di esse può di per sé costituire un criterio
dirimente. Basterebbe riflettere sulla genericità di quel richiamo al "socialismo originario" di Mussolini per cogliere
l'intima infondatezza del mito. Del resto anche la memorialistica neofascista si presenta molto problematica in
materia: la memoria dolorante e irata di Mazzantini, ad esempio, si dipana come il racconto dall'interno di
un'esperienza nascente dal trauma dell'8 settembre, dall'isolamento e dalla disperazione di una gioventù per la quale non
è possibile trovare altri punti di riferimento se non i miti guerrieri confusamente appresi nella peraltro
incompiuta adolescenza e l'esaltazione di un passato di grandezza che quei miti - quelle canzoni, quelle immagini -
hanno loro consegnato. È una parte importante, di cui le ricerche sulle forze armate repubblicane hanno peraltro
indicato lo scarso spessore dal punto di vista della partecipazione, dell'efficienza, della stessa solidità
interna11.
Ed è forse la parte della Repubblica cui è stata attribuita la maggiore responsabilità nel rappresentare
un mondo feroce e spietato; ma che attraverso i modi della rievocazione letteraria si presenta per certi versi
assai più sprovveduta di quanto non fosse dato di credere e per altri versi è speculare ad alcuni settori del
mondo partigiano.
In nessuno di loro tuttavia (né in Mazzantini, né in Rimanelli né in Soavi, per citare le rielaborazioni
letterarie più note) si prospetta tuttavia alcun sentimento, alcuna partecipazione verso la costruzione socializzatrice
della Repubblica.
Una insensibilità pienamente ricambiata da altre parti: a leggere i documenti del tempo o le successive
memorie dei socializzatori non vi sono tracce della tragica sofferenza vissuta dai "giovani". La Repubblica di Salò
in quest'area è, più che intenta a un dialogo con le masse operaie e popolari, assorta in una sorta di
monologo interiore che ripercorre con acredine le tappe della sconfitta del fascismo proletario, del compromesso con
la borghesia e con i Savoia, con lo stato tradizionale e con le sue gerarchie militari; un'autoanalisi che fa
tutt'uno con l'inquieta memoria del duce, quanto mai umorale e inafferrabile, quasi del tutto assorbito
dall'ambizione di tornare al dialogo con la folla. A guardare da vicino la genesi e il percorso del macchinoso disegno
socializzatore si individuano tra gli autori (siano protagonisti, comprimari o comparse) discrepanze e obiettivi tutt'altro
che coerenti con una visione populista e rivoluzionaria. Prendono corpo piuttosto le tracce di una intima
consonanza con tematiche tutt'altro che sgradite al mondo della dirigenza economica, dell'imprenditoria e del grande
capitale; e soprattutto a quella parte di essa che nei vent'anni precedenti aveva potuto apprezzare i vantaggi di
una collaborazione di stampo corporativo con il potere politico.
La verifica sul campo delle scelte operate dalla Repubblica ci mostra la realtà di un aspro conflitto
politico tra un disegno di sindacalizzazione articolato ai fini della creazione di uno stato totalitario, da una parte, e
le misure dirette a costruire una nuova alleanza con i ceti produttori, dall'altra. In apparenza piccolo
cabotaggio - quest'ultimo - ma nella realtà misure e alleanze più incisive di quanto non abbiano ammesso gli
imprenditori e i manager che si prestarono come interlocutori delle autorità fasciste
repubblicane12. Non è possibile
rinvenire né il senso di radicamento sociale realizzato pur nella contingenza precaria degli ultimi tempi del conflitto
né la continuità sostanziale che lega la Repubblica al regime precedente, alle alleanze e alle strategie
politico-sociali se ci si limita a parlare della socializzazione come "ritorno al
socialismo". Questo è un elemento che
piuttosto maschera e mistifica la realtà con i suoi rinvii alle delusioni e alle frustrazioni del ventennio, culminate
nella congiura e nel tradimento.
La continuità sta in un quadro più generale: nella commistione tra ansia di modernità - che nella
congiuntura del conflitto si traduce in ambizioni di efficienza e di potenza - e la nostalgia di un mitico passato, che si
stende dalla romanità al Rinascimento alla repubblica mazziniana, ben visibile nei simboli (a partire dai fasci
littori repubblicani), nei nomi, nelle rievocazioni. E in questo contesto assume una sua nuova verità anche il
conflitto con i tedeschi: necessità di assumere in pieno la missione del popolo erede di Roma, rivendicarne l'onore,
costruire sulle basi della passione patriottica una prospettiva europea, antigiudaica, antimassonica, antibolscevica.
Rivalità con l'alleato al fine di conseguire piena la dignità di combattenti delle nuove armate europee: in parallelo
con il processo (l'ha delineato Hannah
Arendt)13 compiuto dal nazismo tedesco che mosse dalla invenzione
della congiura ebraica e dal suo disegno dominatore, e su quel modello costruì dapprima il concetto di
Volksgemeinschaft, "comunità del popolo [...] basata sull'assoluta eguaglianza di tutti i tedeschi [...] un'eguaglianza non di diritti,
ma di natura, e sulla loro radicale diversità da ogni altro popolo", per approdare infine "a un generale
disprezzo per il popolo tedesco" e "all'ansia di allargare le proprie fila includendovi gli
ariani di altre nazioni...". Il
parallelismo dei percorsi compiuti dai due totalitarismi risponde all'intima ispirazione dei fascismi europei; può
dispiegarsi in pieno nell'Italia del 1943-45 perché in essa il fascismo è in grado di mostrare la prova più evidente
dell'esistenza della congiura (i tradimenti del 25 luglio e dell'8 settembre); può dare sfogo al rancore verso lo stesso
popolo italiano che aveva falsamente incensato il regime e il suo Duce per abbandonarli nel momento della crisi; e
può infine cercare nuove prospettive di rinascita sul fronte di una lotta di civiltà destinata ad assicurargli una
sopravvivenza più che contingente, secondo le linee che Mussolini stesso traccerà nel suo ultimo discorso al Lirico di
Milano. È singolare che nemmeno questo estremo tentativo di fascismo "universale" abbia dato lo spunto alla
riflessione storica o politica dell'antifascismo per cogliere la portata più allarmante del neofascismo repubblicano.
Sono stati gli studi concernenti la persecuzione antisemita a indicare la traccia decisiva per raccordare
la Repubblica di Salò ai fasti dell'Impero: a partire dalla necessità di rifondare criticamente il
giudizio sull'atteggiamento del popolo italiano di fronte alle leggi razziste, sono emerse con straordinaria chiarezza
le immagini di una dittatura che non imbocca la strada della persecuzione e dell'annientamento di un popolo
per convenienza o per mimesi rispetto al più coerente alleato. La favola dell' "italiano brava gente" ha
accompagnato troppo a lungo l'autogiustificazione di una nazione che ha contrapposto con eccessiva disinvoltura la sua
umanità collettiva alle scelleratezze straniere o che ha cercato la legittimazione alla propria rinascita democratica
nella contrapposizione di venti mesi contro venti anni. Lo scavo nella memoria, fosse mosso dalla
pietas verso gli scomparsi o dallo stimolo a ritrovare radici e sentimenti vissuti tanto intensamente da dover essere celati
per decenni agli sguardi altrui, ci ha dato un ritratto dall'interno delle comunità ebraiche italiane e dei modi in
cui hanno affrontato le loro tragedie. E allo stesso tempo ha rivelato come tutta quella straordinaria e
spaventosa vicenda sia stata taciuta e contraffatta; come essa sia stata presentata sotto le specie di una finzione
pressoché innocua, quasi una sottomarca a basso costo del prodotto autentico: lo sterminio operato dai
nazisti14.
Ma il modo in cui l'antisemitismo italiano ha operato va compreso non solo attraverso l'orrore (che pure
è incommensurabile) dello sterminio. Il fascismo costruisce con pazienza la sua rete di menzogne e la copre
con oculatezza; basta ricordare che né la stampa partigiana né la storiografia sulla Resistenza hanno dato lo
spazio che sarebbe stato necessario alla persecuzione; e forse non c'è documento più significativo della debole
percezione che di essa hanno avuto gli italiani che le prime pagine di "Se questo è un uomo", in cui Primo Levi racconta
come, nella speranza di incorrere in una pena minore, avesse dichiarato ai neofascisti che l'avevano catturato in
una baita con i compagni di non essere un partigiano, ma di essersi colà rifugiato in quanto ebreo.
E le ricerche dell'ultimo decennio ci hanno viceversa mostrato un quadro in cui la persecuzione si
snoda, senza ripensamenti e senza contraddizioni, dall'abolizione dei diritti civili fino alla persecuzione delle
persone per avviarsi, senza rotture con il passato, alla collaborazione con le SS per l'eliminazione fisica. Attorno a
tutto ciò un'Italia talvolta sbigottita, non di rado pietosa, ma sempre comunque ben poco sensibile alle
proprie responsabilità, incapace, così come in tutta la vicenda della crisi del regime, di assumere un atteggiamento
di opposizione, di rifiutare apertamente la dittatura, le sue scelte, la sua ideologia: solo il colpo di stato del re e
la conseguente "tragedia necessaria" dell'8 settembre sembrerà liberare - ma con quanta ambiguità - gli italiani
dal sortilegio e restituire loro la capacità di avviare un processo di
rinnovamento15.
Anche quando - fu a suo tempo il caso dell'opera di Giorgio Bocca16 - nel lavoro storiografico agiva una
forte coscienza del legame che stringe l'Italia dell'ultimo fascismo con quella ideologicamente e politicamente
non schierata, l'analisi si era per lo più indirizzata a cogliere interessi materiali e corresponsabilità nascenti
dalla solidarietà di classe. Sono elementi molto importanti: soprattutto nel decennio seguito al 1970, nell'ambito
di una cultura variamente ispirata a interpretazioni di stampo marxista, queste tematiche ebbero largo corso e
furono stimolo e fecero corpo con una riflessione sulla natura della società e dello Stato usciti dal conflitto
mondiale e dalla catastrofe. L'attenzione per la pregnanza degli interessi economici, per l'integrarsi della esperienza
fascista repubblicana con il più vasto mondo borghese e con molteplici strati della società italiana ebbe il merito di
avviare una considerazione che già si distingueva dalla visione tradizionale.
Non più separata dal contesto dell'esperienza nazionale, la vicenda di quanti furono coinvolti nella
gestione dell'economia e dello stato neofascisti assunse caratteri più normali: un normale opportunismo, una
normale difesa degli interessi singoli e di classe, un normale adeguarsi alle necessità del momento. Era certo ben
presente, in questo giudizio, una buona dose di saggio
moralismo17, ma quello che forse mancava era appunto
la considerazione che quella "normalità" era stata condivisa da una parte assai larga dell'opinione pubblica,
così dalle masse popolari come dai ceti intellettuali o da tutte le gradazioni della borghesia urbana e rurale. Non
era del resto solo questione di banali opportunismi economici: è indicativo che nel suo complesso la gran parte
della società italiana tra fascismo e dopoguerra sembri professare un credo socio-economico che si modella sulle
linee di un ambigua democrazia dei produttori, la quale non necessariamente porta i simboli del
neofascismo repubblicano, ma riflette con grande chiarezza le stimmate di un orientamento corporativo generalizzato
(non di rado accompagnato anche da un significativo aggiornamento tecnico e culturale) proveniente dalla
lunga incubazione del ventennio. E che fruisce di un prospero nutrimento nella congiuntura dell'occupazione
tedesca, grazie all'organizzazione produttiva da essi stessi promossa ed entusiasticamente fatta propria dagli
organismi dello Stato ligi a
Salò18.
La storia della Repubblica sociale è caratterizzata in modo determinante da una molteplicità di fronti, tanto
sotto il profilo militare quanto sotto l'aspetto della gestione della società civile. L'intera società italiana
viene frantumata dal conflitto: come gestione delle risorse, con la creazione di mercati locali, gelosamente protetti
da barriere protezionistiche che seguono i confini delle singole provincie. È qui che fa pratica e crea la
propria autogiustificazione un ceto complesso di personalità poco definibili in modo univoco che, nel nome del
bene comune, si fanno mediatori tra le parti: non sempre nel senso indicato come "etica della responsabilità" da
Todorov19; ma comunque muovendosi in un'area che ambisce a supplire alle carenze più tragiche del momento. Nella
"zona grigia" dell'Italia degli ultimi anni del conflitto si esaltano eroismi e vigliaccherie, attraverso comportamenti
che è superfluo misurare con la bilancia di una postuma gretta moralità. Il nodo della questione è rappresentato
dalla incapacità nazionale di ammettere la profondità di quel comportamento ambiguo, il suo carattere pervasivo
e l'impossibilità per le stesse forze politiche di assumere atteggiamenti chiarificatori.
Tali sono le basi a partire dalle quali la mistificazione coeva e successiva ha potuto ricamare, sul facile
canovaccio del patriottismo e dell'onore, il simbolo moderato e pacificatore della "repubblica necessaria", destinata a
salvare l'Italia dalle rapine dell'occupante tedesco. Esso è stato lo strumento più insidioso, perché ha permesso a
una componente vasta ed estesa della società italiana di celare la propria adesione, attuata in modi vari e
articolati e con maggiore o minore convinzione, all'ordine impersonato da Salò; e ciononostante di non essere
chiamata a rendere conto delle sue scelte. Interi ceti sociali, dalla piccola alla grande borghesia rurale e industriale,
hanno potuto transitare impunemente dall'una all'altra parte senza pagare alcun tributo non dirò di espiazione
quanto almeno di riflessione. La rielaborazione della memoria dell'esperienza della repubblica neofascista è
avvenuta all'insegna di una falsa coscienza che ha permesso le più grandi rimozioni e le più pesanti mistificazioni.
Oggi il segno più noto e riconosciuto della Repubblica sociale è la morte: riflesso di una cultura di
lungo periodo, quella del culto dei morti, che muove dalla prima guerra mondiale (si pensi ai lavori e alle
riflessioni di Mosse e di Winter a esempio) e che si intreccia con l'intera esperienza del fascismo e dei fascismi
europei20; ma che nella Repubblica sociale ha una declinazione specifica, vicina ai modi e al sentire della religiosità
popolare. Anche questo emblema, pur tanto palpabile e significativo, rischia di essere obnubilato e confuso,
ridimensionato a elemento di pietà, anziché essere considerato carattere condizionante ed elemento promotore della
stessa esperienza fascista21. La memoria si costruisce anche attraverso le rimozioni. E la Rsi ha certamente
usufruito di rimozioni di non piccolo rilievo: a partire da quella della sua componente antisemita, per arrivare al
carattere totalitario del regime che, nei progetti costituzionali esistenti, i suoi leaders e Mussolini per primo
volevano costruire. Questo aspetto duro e intransigente della repubblica neofascista è stato rievocato ed esaltato solo
dalle frange estreme del neofascismo degli anni successivi, dal 1945 fino ai tempi più
recenti22.
Il cuore di quell'esperienza, la silenziosa compromissione di tanta parte dell'opinione pubblica, dei ceti
medi soprattutto, ha invece avallato la versione patriottica e piena di buonsenso. Incontrando in questo la piena
adesione di un'intera nazione, se è vero che - come riportò a suo tempo la stampa - un capo dello Stato italiano nel
corso della sua visita in un paese già colonia italiana in periodo fascista si sentì di proclamare che il nostro
colonialismo, a differenza di quello delle altre potenze europee, era stato pacifico e altamente civilizzatore. L'Italia intera
non ha saputo riflettere sulle responsabilità storiche nazionali, ha assolto se stessa da ogni errore, attribuendone
la genesi - come nel caso dell'antisemitismo - al cattivo esempio del perfido camerata germanico e insultando
con ciò stesso la tragedia profonda vissuta da tutti coloro che nel conflitto fratricida sono stati travolti.
Ma tra le rotture e le divisioni, che nell'intera società italiana si andavano propagando, quelle che si
verificarono sul piano delle culture, delle ideologie, delle coscienze meritano forse oggi di essere ripensate con
maggiore attenzione, dopo una stagione di studi che ha affrontato con assiduità le tematiche della storia sociale e
locale, conferendo a esse spesso tutta la dignità storiografica di storie complessive, portando alla superficie i
materiali e gli elementi conoscitivi che ci consentono di individuare con crescente approssimazione le identità e i
percorsi dei gruppi sociali23.
Storia della Repubblica sociale? Il tema in realtà si è andato dilatando in una considerazione articolata
e complessa dell'Italia tra il 1943-1945, rispetto alla quale la storia dell'ultimo fascismo non è nulla più che
un punto di vista, un'angolatura a partire dalle quale reinterpretare le reazioni del corpo del paese. E questo è
una riprova - se positiva o meno è affare di convinzioni etico-politiche - della forza con cui l'intera nazione è
stata investita da quello che anni or sono appariva il delirio degli ultimi esagitati sostenitori di Mussolini. Non c'è
stata nel 1943-45 istituzione o componente della società che non abbia dovuto fare i conti con la violenza del
nuovo ordine.
Non si poterono sottrarre nemmeno quelle aree che il regime aveva rispettato nei caratteri loro impressi
dalla tradizione: l'impeto modernizzatore, se pur nel senso della modernizzazione autoritaria, aveva certo puntato
al coinvolgimento di ogni strato e gruppo sociale, disegnando gli incerti contorni di nuovi tipi umani; ma non
era andato tanto oltre da mettere davvero in discussione, se non per vie tortuose e comunque dettate dalle
necessità di una società moderna in crescita, il ruolo e la funzione della famiglia e della donna, anche per omaggio
all'ideologia e alla cultura cattolica. La Germania nazista aveva forse resistito con maggiore determinazione al
fenomeno dell'ingresso delle donne nel mercato del lavoro e alle prime forme della loro emancipazione sociale; ma
il fascismo non aveva comunque mai rinunciato alla definizione della "madre e sposa esemplare", pur in
quel contesto di ambiguità che accompagna ogni sua innovazione. Gli ultimi seicento giorni sembrano invece
destinati a frantumare anche quelle barriere e a portare le donne addirittura sul fronte di guerra. La storiografia delle
donne ha affrontato a più riprese e con diverse impostazioni metodologiche e interpretative anche questo scoglio cruciale:
e tuttavia noi non possiamo non registrare quasi una impossibilità di giudizio, restii come siamo a
definizioni meramente ideologiche o a cedere all'onda emotiva che inevitabilmente ci viene comunicata dalla
rievocazione e dalla memoria24.
Nella sostanza ciò che viene confermato è la profondità tragica del coinvolgimento di un
intero mondo, al suo stesso interno dilaniato tra gli imperativi tradizionali e le pressanti richieste di uno
stravolgimento di ruoli. E proprio in questo, a mio avviso, sta il carattere eversivo del passaggio a cui le donne sono
chiamate: per la prima volta (impugnino o meno le armi) sono poste di fronte a dilemmi perfettamente analoghi a
quelli maschili e - come avviene del resto per la parte avversa, che tuttavia lo dichiara più apertamente - devono
sciogliere le loro riserve e affrontare l'ostilità di coloro stessi che pretendono il loro impegno per la guerra e fuori
del focolare domestico.
E infine l'ultima cruciale barriera: la chiesa cattolica, da molti studiosi definita come il più forte
baluardo che impedisce la piena esplicazione del totalitarismo fascista nel corso del ventennio. Fino a diversi anni fa
era prevalso un taglio che si preoccupava di definire i termini formali del rapporto, delineando una estraneità
del clero locale e di Roma rispetto all'ultimo fascismo che appariva straordinaria eloquentissima prova di
assoluta opposizione. La stessa vicenda dell'eretica Chiesa promossa da don Calcagno era stata considerata come
un episodio sostanzialmente circoscrivibile a un'area esaltata e fanatica, forse anche di dubbia
moralità25; ma non ci si era mai chiesto quanto tutto ciò avesse legami o parentele - per quanto discutibili e ormai idealmente
lontane - con l'azione di fiancheggiamento della cultura fascista o comunque con l'elaborazione di una cultura e
di un'ideologia che all'interno del mondo cattolico aveva aspirato a essere alfiere di una concezione
cattolica nazionale. Anche qui tuttavia sia i termini della questione ebraica, sia un approfondimento documentario
più preciso hanno portato gli stessi studiosi d'ispirazione cattolica a una riflessione più articolata, capace di
riflettere la complessità di un mondo che soffre di traumi e contraddizioni interne per nulla inferiori o di lacerazioni
non minori di quelle conosciute dall'intero
paese26. Quella che resta aperta è soprattutto una riflessione di
ampio respiro: il problema (fatta salva la necessità di individuare ulteriori "nessi, mediazioni, passaggi") di
riportare gli atteggiamenti delle gerarchie ecclesiastiche e forse anche dell'intero mondo cattolico "a quell'insieme
di idee, di immagini, di propositi prodotto dell'intransigentismo cattolico nella sua polemica contro i nefasti
frutti della civiltà moderna" e a "quelle prospettive di restaurazione cattolica con cui la Chiesa aveva variamente
accolto e accettato nei decenni precedenti l'instaurazione di regimi
autoritari..."27. Una semplice citazione,
soprattutto quando pretende di riassumere in termini sintetici un discorso altamente complesso, può talora tradire il
senso del testo; ma questa necessità di una prospettiva di grande respiro, che Giovanni Miccoli avanza a
conclusione del suo lavoro sulla figura di Pio XII, credo si imponga per chiunque voglia affrontare in termini
problematici sia la storia della Chiesa e del mondo cattolico sia la storia della società italiana nell'intero Novecento.
Una nuova lettura dell'ultimo periodo della storia del fascismo in Italia non può prescindere da
queste considerazioni. Per comprendere la portata della presenza della Repubblica sociale nella storia italiana
dobbiamo riconoscere l'ampiezza e, in un certo senso, anche la legittimità di scelte tra loro profondamente
divaricate (neofascisti, antifascisti militanti, cittadini che rifiutano di scegliere per motivazioni che spaziano dalle più
nobili alle meno dignitose e commendevoli). Ma dobbiamo soprattutto tenere presente che tutte queste scelte
venivano da lontano, da una storia spesso condivisa; e che per quanti avevano operato una "scelta etica" (qualunque
essa fosse) la decisione di impugnare le armi era una conseguenza sovradeterminata, dolorosa e tragica: perché
senza quel conflitto l'Italia del dopoguerra non avrebbe avuto un destino scelto dai suoi cittadini, ma solo una
forma politica calata dall'esterno. E in questa prospettiva il tema su cui la storiografia oggi è chiamata a
pronunciarsi è costituito dal contenuto delle opposte scelte che nel conflitto civile si vengono delineando: tra lo stato
neofascista repubblicano, mascherato sotto le insegne della "patria invasa" ma sempre più colorato di totalitarismo e
segnato da una corposa componente razzista; e lo stato nuovo, agli italiani prospettato - pur in forme tra loro diverse
- dagli antifascisti. Sullo sfondo di questi dilemmi sta l'intera nostra storia nazionale.
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