Mimmo Franzinelli

La religione castrense tra ammortizzazione e legittimazione della violenza bellica



Con questo intervento intendo avvicinare il tema della violenza bellica dalla particolare prospettiva degli ecclesiastici inseriti nelle forze armate utilizzando materiale di carattere "interno": relazioni di servizio, epistolari, note diaristiche. Di scarsa utilità - tranne isolate eccezioni - le fonti edite, rese inaffidabili da censure ed autocensure, legate ad esigenze di autorappresentazione del clero militare1.
Considerati il taglio del convegno ed i limiti del tempo a disposizione mi soffermerò soprattutto sull'occupazione italiana nella penisola balcanica, cioè sulla situazione in cui la conquista militare fu seguita da un duro scontro tra gli eserciti occupanti ed il movimento partigiano.
In via preliminare si tenga conto che la lontananza dall'Italia affievoliva i controlli dell'Ordinariato militare, cosicché i cappellani si sentivano abbandonati a se stessi ed erano indotti ad intensificare i rapporti con gli ufficiali (ai quali erano gerarchicamente equiparati e coi quali condividevano momenti di vita collettiva: ad esempio la mensa).
Non credo utile insistere, in questa specifica occasione, sulla "religiosità militare", in quanto essa si ridefinì - con notevoli difformità - in relazione alle diverse fasi della guerra2.
A livello coreografico l'intreccio religione-violenza bellica è illustrato dalle fotografie delle messe al campo, con l'altarino incorniciato tra mitragliatrici e i soldati schierati ordinatamente alle spalle del celebrante, fucile alla mano. Il momento saliente della cerimonia, con la consacrazione dell'ostia, era del resto preannunziato dallo squillo di tromba e salutato dal "presentat'arm".

Tre modelli di sacerdozio militare

L'uniformazione categoriale dei cappellani (realtà dietro cui stavano opzioni e soggettività diverse) vela la necessaria distinzione tra chi era entrato nel clero militare per spirito di servizio e per testimonianza religiosa, chi lo fece in ottemperanza ai desideri del suo vescovo, chi impresse una valenza politica al proprio apostolato. Una distinzione di massima è altresì riscontrabile tra i reclutati dalle parrocchie e dai conventi: i casi di fanatica politicizzazione sono in grande maggioranza riferibili al clero secolare.
Sin dai primi mesi di guerra, nella campagna contro la Francia, è possibile individuare le tre principali "correnti" in cui si suddivise il clero militare: quella rigorosamente sacerdotale, quella patriottico-nazionalistica e quella fascista.
Il bergamasco don Giacomo Vender è il prototipo del religioso assolutamente rispettoso dei limiti della rigorosa assistenza spirituale: lo potremmo definire una sorta di parroco dei soldati. Cessati i combattimenti, trovandosi di stanza a Montauroux, si recò presso la Curia di Tolone per concertare il proprio comportamento e svolse addirittura un'opera di mediazione tra il sacerdote locale ed i suoi fedeli (da tempo ai ferri corti). Le relazioni da lui inviate all'Ordinariato militare sono prive di retorica e non contengono considerazioni politico-militari.
Vender espresse la massima preoccupazione per la deficitaria situazione morale delle truppe, così come in tempo di pace aveva presumibilmente seguito con apprensione la condotta ed il costume dei fedeli: "In generale lo spirito dei soldati è buono. Noto però troppa intesa, assai ambigua, tra i militari e l'ambiente femminile della zona. In ciò non ottengo alcun miglioramento. La stampa che vedo tra le mani dei soldati concorre maleficamente. Il settimanale 'Gente Nostra' da mesi non giunge più al Reggimento. Era forse il periodico più passabile, ma - dicono i soldati - appunto per questo (senza donne nude) poco interessante"3.
Fra Ginepro da Pompeiana è senz'altro il modello dei cappellani fascisti. Significativo il suo curriculum: arruolatosi volontario per la guerra d'Abissinia, ancora nell'estate 1940 si recò di propria iniziativa tra i combattenti per assisterli spiritualmente, predicando un robusto cattolicesimo mussoliniano. Differentemente da Vender, al termine della campagna il cappuccino non si fermò in Francia: altri fronti reclamavano il suo impegno.
Le note diaristiche del frate ligure sono sorrette da una spiccata volontà di autorappresentazione e magnificano le vittorie della religione tra le armi. Eccone alcuni stralci, redatti in uno stile telegrafico da chi aveva coscienza di essere al tempo stesso osservatore e protagonista dei fatti narrati: "Appena ho finito di predicare a Finale Ligure la novena di S. Antonio, penso che il mio posto non è più in convento ma in mezzo ai nostri soldati che stanno per vivere giornate decisive (13 giugno 1940).
Celebro a Mentone italiana la prima Messa, esaltando la vittoria e il sacrificio. Il battaglione si è schierato presso il ponte dell'Unione, sopra un magnifico piazzale che guarda il micidiale Capo Martin. Mentre celebro, vedo avvicinarsi, con pietà commossa, fanti dell'89° e 90°. Quando ho finito, arriva l'automobile del film 'Luce' (26 giugno 1940).
Messa con 300 e più comunioni sul piazzale delle Rive Azzurre. La cerimonia lascia commossi tutti. Solo chi conosce la scarsa pietà degli uomini della nostra provincia di confine può comprendere il vero trionfo spirituale di questa comunione al campo (29 giugno 1940).
Messa per tre battaglioni. Da questa unione di fanti e di militi prendo lo spunto per esaltare la compattezza della vittoria dell'esercito italiano (30 giugno 1940)"4.
È evidente, dalla trionfale cronaca di fra Ginepro, l'uso strumentale della religione per finalità bellico-patriottiche. A suo modo, il frate aveva compreso il potenziale propagandistico insito nei riti campali.
Esponente della terza corrente del clero militare è don Ferruccio Richeldi, cappellano patriottico-nazionalista. Rimasto in Francia, svolse opera di "italianità": diffidò del clero d'oltralpe e operò a stretto contatto con i comandi del Presidio militare italiano di Isola. Tempestosi i suoi rapporti coi preti francesi, che egli tendeva a scavalcare, per una connaturata diffidenza: "Il Clero francese, intelligente ed assai abile, è eminentemente nazionalista e poco propenso alla politica dell'Asse: così pure in particolare alla politica italiana. Sono naturalmente assai contrari al passaggio dei territori di loro giurisdizione all'Italia.
In complesso la popolazione rispetta il soldato italiano e accoglie volentieri il Sacerdote italiano (cappellano militare). Bisogna notare che il Clero francese ha molta influenza sulla popolazione, ciò raffredda in gran parte i rapporti di essa verso di noi, rapporti che sarebbero naturalmente più cordiali e ispirati a maggiore fiducia"5.
Il nazionalista Richeldi si urtò col clero francese, dal momento che egli non concepiva altro modo, se non il nazionalista, di esercitare il mandato pastorale.

Il cappellano e la morte in guerra

I doveri di servizio portarono i cappellani a vivere fianco a fianco con violenza e morte: "Compito particolare dei cappellani militari in zona di combattimento è di avvicinare e di seguire anche i più piccoli reparti, portando a tutti la parola del conforto e della fede, atta a tenerne alto lo spirito, ed a identificare le salme".
Spettava al cappellano rimuovere, depotenziare, sublimare e financo rifiutare la realtà materiale della morte. L'oratoria da campo ed una parte del materiale devozionale distribuito dai sacerdoti (dalle immaginette agli scapolari di stoffa) erano per l'appunto improntati all'esigenza di offrire ai soldati una risposta a situazioni difficilmente tollerabili e razionalizzabili. La spiritualizzazione ed il superamento della morte in combattimento costituiscono l'ossatura del diario di don Gnocchi "Cristo con gli alpini", uscito in prima edizione dopo la campagna di Grecia e successivamente completato dall'esperienza della guerra di Russia6.
Molti cappellani notarono che nell'incombenza del pericolo la tensione spirituale era maggiore che non nei momenti di riposo. Sul fronte della moralità - battaglia sempre affrontata energicamente dai religiosi inseriti nelle armate - la campagna di Grecia si rivelò emblematica: quando ai combattimenti si sostituì l'occupazione, i cappellani assistettero attoniti al rilassamento morale dei soldati, che "fraternizzarono" con donne locali, si rivelarono sempre più insofferenti della disciplina e in alcuni casi commisero atti di autolesionismo, sconosciuti invece alla fase della campagna militare.
Decisamente tragico il panorama tracciato da don Romualdo Formato per il 33° reggimento artiglieria "Acqui":
Durante le operazioni belliche il mio Reggimento non ha avuto alcun caso di autolesionismo. Finite queste, in meno di due anni ho avuto quattro casi di suicidio: un Capitano medico, un Sottotenente medico, un Caporal maggiore e, recentemente, un Artigliere.
Durante le operazioni, nessun caso di follia. Finite queste, nella stessa Batteria di cui faceva parte il Caporal maggiore suicida vi fu una serie preoccupante di casi, più o meno gravi, di follia con tendenza sanguinaria"7.
Dinanzi al fenomeno del suicidio i cappellani assunsero a tutta prima un atteggiamento rigoroso: in Albania, nell'agosto 1939, quando nella divisione "Julia" due soldati si tolsero la vita, furono negati i funerali religiosi; il provvedimento irritò i comandi, che in occasione dell'esumazione delle salme per il rimpatrio ordinarono agli ecclesiastici di eseguire le onoranze funebri8.

Seduzioni e pericoli del sesso in grigio-verde

Un discorso a parte richiede il tema della "sessualità di guerra", nel suo aspetto istituzionale (le "case chiuse" organizzate dall'esercito) e nelle manifestazioni di violenza o di legami sentimentali intrattenuti con donne dei paesi invasi.
Fatto per certi versi stupefacente, è che se in patria i cappellani ostacolarono in ogni modo l'apertura dei bordelli militari, all'estero alcuni di essi accettarono tali "ritrovi", giudicati un male minore rispetto alla promiscuità sessuale con donne dei paesi occupati.
Nella mentalità di molti cappellani, specialmente di quelli operanti nella penisola balcanica (dove cioè la resistenza agli occupanti era strenua), il richiamo dell'erotismo divenne una delle più insidiose armi avversarie. La violenza della guerriglia si sprigionava anche dalla sessualità femminile, contro cui si sfogava la violenza dei soldati (talvolta in stupri individuali o collettivi).
La misoginia dell'educazione ecclesiastica giocò certamente un ruolo nella demonizzazione del fattore sessuale, valutato come un attentato alle virili virtù guerriere, come spiegò in lettere, circolari e discorsi l'arcivescovo castrense monsignor Angelo Bartolomasi9.

La discriminante della violenza bellica

Il tema della violenza balza con forza dalle relazioni dei sacerdoti aggregati alle truppe di occupazione delle regioni slave. In quelle terre i cappellani ebbero l'immediata e generale impressione di operare in un contesto lacerato tra mondi ostili: allo scontro etnico si sommavano le divisioni religiose tra cristiani e musulmani (e, sia pure con minor vigore, tra cattolici ed ortodossi).
Alcuni cappellani si sforzarono di moderare e di attenuare le brutalità belliche. Fu il caso di padre Giorgio Zoldan, un sacerdote di sentimenti fascisti ma decisamente diffidente verso le "bande" alleate, alle quali gli italiani solevano affidare le azioni "sporche" di antiguerriglia. Ecco uno stralcio dalla relazione stilata a Zara nel dicembre 1942: "Ritornò quel pomeriggio una banda con due prigionieri presi a Vodice, vennero consegnati ai carabinieri. Non m'ha fatto buona impressione il vedere che alquanti militari trattarono in modo non conveniente i due individui. Verso le ore 19-20 il capitano delle Bande David stabilì (non so con quale autorità) di procedere alla fucilazione dei prigionieri; da notarsi che a tale sentenza erano presenti alcuni militi, il brigadiere dei carabinieri ed il sottoscritto. Feci noto al cap. David che dovevo provvedere per la loro assistenza spirituale; avuto il consenso chiamai immediatamente il parroco del posto, ma giunti nelle vicinanze del luogo dell'esecuzione si sentì una sparatoria''10.
Vi furono comunque, specie nel clero della Milizia, sacerdoti che benedissero e sollecitarono le azioni contro i "ribelli", adempiendo così ad una funzione di legittimazione del conflitto agli occhi dei combattenti. Tra di essi spicca la figura di un prete-squadrista, padre Cesare Romiti, della 105a Legione camicie nere, impegnato in Slovenia ed in Croazia11. Egli glorificò in pubblico ed in privato le sopraffazioni attuate dai reparti fascisti contro i nativi: "Qui regna sempre e specialmente in questi giorni un'atmosfera di lotta senza quartiere a questi fuori legge che hanno subito sensibilissime perdite, oltre 170 morti, mentre la 2a Legione Camicie nere alla quale insieme a don Muzzi ho portato il mio modesto contributo ha avuti 31 morti12.
È stato un susseguirsi di spostamenti da una zona all'altra, alla caccia di briganti comunisti, che ovunque sono stati sbaragliati dall'impeto dei nostri legionari. In questo duro periodo i partigiani hanno avuto sensibilissime perdite: ammontano a più di 400 fra morti e feriti13.
La Legione è stata chiamata nuovamente a combattere contro i briganti comunisti. Come sempre i partigiani hanno avuto la peggio perché contro le nostre perdite relativamente piccole loro hanno avuto alcune centinaia di morti e numerosissimi feriti"14.
Proprio dallo squilibrato rapporto numerico ravvisabile tra perdite italiane e morti nemici (un rapporto sempre superiore ad uno a cinque) si ricava il carattere indiscriminato delle azioni di guerra e di rappresaglia, che investirono in pieno le popolazioni.
Del resto, le direttive diramate dall'Ispettorato dei cappellani della Milizia ai sacerdoti dipendenti suonavano chiare: "Ci dite che la situazione va migliorando. È meglio però non fidarsi: codesti briganti sono ancor oggi così pieni di odio e di disprezzo che non è facile ridurli tanto presto all'impotenza È necessario del tempo per convincerli che ormai non c'è più nulla da fare di fronte all'indiscussa superiorità dei ns. bravi legionari: superiori per razza forza e civiltà"15.
Nell'esperienza bellica di padre Luca Galassi, cappellano del 23° reggimento fanteria "Isonzo", ritroviamo il contraddittorio rapporto intrattenuto da molti militari italiani con la guerriglia partigiana "Entrato in Jugoslavia - scriverà il religioso in una relazione dell'autunno 1944 - ho partecipato ai vari rastrellamenti eseguiti dalle nostre truppe contro i gruppi di ribelli, riportando vari encomi e proposte per ricompense militari"16. Rimpatriato dopo l'armistizio e tornato al suo convento della Verna, egli dichiarò di avere attivamente appoggiato il movimento partigiano aretino. Quanti soldati italiani, tra il 1941 ed il 1944, videro ribaltato il loro ruolo, passando da rastrellatori di partigiani a...partigiani rastrellati?
Da ben altra prospettiva osservò gli eventi bellici un altro cappellano, don Pietro Brignoli, sacerdote bergamasco che con toni di accorato sdegno registrava nel proprio diario le quotidiane violenze di cui era suo malgrado testimone in Croazia: "Si esce per le operazioni. Verso le 10 del mattino la nostra artiglieria e un gruppo di artiglieria alpina aprono un fuoco infernale, da un'altura, su un paesetto nella valle: qualche donna e qualche bambino uccisi: il resto della popolazione fuggita nei boschi, dove tutti i maschi incontrati dai nostri battaglioni venivano considerati come ribelli e trattati di conseguenza. Per fortuna quella gente ha le gambe buone" 17.
Se si allineano le righe iniziali delle annotazioni diaristiche tracciate tra il luglio e l'agosto 1941 dal cappellano, ne scaturisce il dato sconvolgente delle generalizzate violenze ai danni di civili, nella zona tra Lubiana e Cocevie: "Un fucilato" (18 luglio), "Altri quattro fucilati nello stesso paese" (19 luglio), "Diciotto fucilati in un altro paese" (21 luglio), "Altri sei fucilati nello stesso paese" (23 luglio), "Paese dei pitocchi: un fucilato" (25 luglio); "Undici fucilati, e paese bruciato" (1 agosto), "Quattordici fucilati. La mia intercessione: sette più due" (5 agosto), "Nel paese dalle tre contrade: tutto distrutto, compresa la chiesa" (5 agosto), "Sempre nello stesso disgraziatissimo paese: sette fucilati al 1° battaglione" (8 agosto), "Un fucilato e sette morti in combattimento" (17 agosto), "Altri sette fucilati" (18 agosto), "Il tentato suicida, fucilato senza assistenza religiosa" (20 agosto).
Per un senso di invincibile ritegno ed in segno di massimo rispetto verso una scelta pagata a caro prezzo, il cappellano dell'esercito occupante evitò di avvicinare i prigionieri condannati a morte, ma alla loro memoria dedicò preghiere e cerimonie religiose, considerandoli i "suoi fucilati".
A quattro anni dalla morte di don Pietro Brignoli il diario bellico venne dato alle stampe, in edizione "purgata" per attenuare l'effetto delle crude descrizioni dell'occupazione italiana. Nonostante l'operazione censoria, "Santa messa per i miei fucilati" rimane tra i documenti di più decisa condanna alla guerra italiana in Croazia. Del resto, solamente un provvidenziale rimpatrio aveva evitato al cappellano di incappare nei rigori della corte marziale, a causa della sua insufficiente "italianità''.
Non desta stupore, nel quadro di un conflitto totale, che anche i cappellani figurino tra le vittime della guerra. In alcuni casi pare anzi che su di essi si concentrasse il fuoco nemico. Così almeno attestano le fonti ufficiali dell'epoca che presentano il sacerdote-militare come il simbolo dell'italianità cristiana e ne commentano la presenza al fronte come la definitiva riprova della giustezza della guerra mussoliniana.
Ecco la descrizione della morte di don Raffaele Testa, decorato con medaglia d'argento al valor militare (ma era stata proposta la medaglia d'oro alla memoria) per il comportamento tenuto in Montenegro il 28 aprile 1943 durante un'imboscata nemica: "Don Testa assume il comando di circa 30 uomini, li schiera a difesa ed ordina di aprire immediatamente il fuoco. Egli è in piedi, completamente allo scoperto, e incita tutti a combattere e resistere contro 'i nemici di Dio e della Patria'. Un finanziare si abbatte sul fucile mitragliatore che azionava; don Testa gli si avvicina, lo compone, lo benedice, impugna il fucile mitragliatore e continua a far fuoco incitando sempre tutti, con la parola e l'esempio"18.
Nella descrizione dell'energico comportamento di don Testa l'immagine del cappellano emerge secondo i desideri e le aspettative degli ufficiali.

I cappellani dinanzi all'internamento delle popolazioni

Riguardo alla "ordinaria violenza" della guerra, quella ai danni delle popolazioni, possiamo ancora una volta distinguere l'atteggiamento del clero militare in una corrente favorevole alle misure di internamento (in ottemperanza alle esigenze belliche) ed in quella ad essa contraria (in nome della fratellanza cristiana).
Le mistificazioni dell'internamento furono denunziate dal già citato padre Zoldan, che - forse in quanto triestino (e pertanto ex suddito dell'Impero austroungarico) - era più sensibile di tanti confratelli alle sofferenze delle popolazioni slave. Egli si appellò al senso di umanità dei superiori per ottenere l'abrogazione di misure inique: "Mi permetto nuovamente richiamare all'attenzione Vostra - e prego voler insistere presso le competenti autorità - affinché cessi lo sconcio del così detto campo di concentramento di Vodice. Vorrei invitarvi a fare una visita; è troppo umiliante per noi italiani dover assistere ad un simile trattamento disumano verso individui innocenti, che se fossero colpevoli per nostro onore dovremmo passarli per le armi ma non tenerli in simili condizioni. Sotto l'aspetto igienico ritengo possa esser pericoloso anche per le nostre guardie"19.
Ben altre valutazioni espresse monsignor Ivo Bottacci, cappellano capo del Comando superiore forze armate Slovenia-Dalmazia, che addirittura presentò l'internamento come provvedimento del tutto favorevole alle popolazioni slave, ed in prospettiva destinato a migliorarne il tenore di vita: "Fuori Palmanova, a Visco, si sta allestendo un vasto campo per 10.000 deportati croati e sloveni. [...]
Ad opera compiuta il campo si presenterà con tutti i conforti e probabilmente nella maggioranza coloro che ivi saranno ospitati godranno quegli agi che mai sognarono nei loro poveri villaggi. Vi è pure una vasta Cappella in muratura. [...]
A Gonars (Udine) visitiamo quel vasto campo di internati divisi in due zone: una dei Repressivi (711 bambini, 1.210 donne, 206 uomini), l'altra dei Protettivi (855 bambini, 708 donne, 491 uomini). [...] La grande maggioranza, se non fosse priva della libertà, starebbe meglio qui al campo che alla propria casa. Ma nonostante tutte queste cure umanamente solerti non mancano i soliti piagnoni, specie nel campo dei protettivi, i quali perseguitano i due ottimi cappellani; don De Manin così si espresse: 'Dopo tutto quello che per loro si fa, non finiscono di lamentarsi e sempre con noi cappellani, tanto che ci stancheremo di far loro del bene'. [...] L'Eccellenza Gambara mi aveva dato preciso incarico di invitare le mamme slovene della provincia di Lubiana a lasciare i loro bambini alla premurosa cura ed assistenza delle donne fasciste di Lubiana, le quali avevano già preparati Asili di conforto e materiale di soccorso. Le Autorità Militari del campo erano assai disposte per lasciar liberi tutti i bambini, ma la grande difficoltà si è incontrata da parte delle mamme, non tutte disposte a privarsi dei loro piccoli figliuoli. [...] Nel campo dell'Isola di Arbe parecchi internati hanno dichiarato di non voler più ritornare ai loro luoghi d'origine ma di rimanere con gli italiani non essendosi mai trovati così bene"20.
A detta del cappellano capo, nei campi non mancavano le premure per i piccoli deportati, i quali esternavano la loro riconoscenza intonando "inni patriottici in lingua italiana e con molta grazia".
Naturalmente il clero slavo valutava la situazione in modo opposto a quello di Bottacci. Il vescovo di Veglia, Giuseppe Srebnic, visitò lui pure il campo di concentramento allestito dagli italiani in Arbe, riportandone impressioni sconfortanti. Ne scrisse a Bartolomasi, pregandolo di intervenire presso le autorità militari in favore degli internati: "Nel campo erano racchiuse circa 10.000 persone di ambo i sessi, di ogni età, di ogni condizione sociale. Quasi tutti gli internati sono sloveni; croati soltanto da un paese di nomine Cabar. Tutti si trovavano in uno stato tristissimo, sotto un sole cocente, in una immensa polvere, senza alcuna ombra, mentre le tende erano le loro abitazioni. Le donne piangevano dirottamente quando nello sloveno incominciai a dir loro parole di religioso conforto"21.

Testimonianza di pace tra le armi?

Un ineludibile snodo riguarda - per i cappellani - la possibilità di portare un messaggio di conciliazione e di pace nella tempesta della guerra. In vari casi i comandi non gradirono affatto i richiami al rispetto dei diritti umani e nemmeno accettarono atteggiamenti di dialogo coi prigionieri, reputati un intollerabile pericolo alla coesione morale delle truppe. Per questi motivi il sacerdote dell'8° reggimento alpini "Gemona", padre Attilio Ghiglione, fu posto per una settimana agli arresti di rigore: "Stigmatizzava con inferiori usando parole indisciplinate ed irriverenti l'operato di un suo Superiore tendente a reprimere eccessive famigliarizzazioni di soldati coi prigionieri di guerra, dimostrando totale incomprensione dei suoi doveri di italiano e di soldato"22.
La posizione "umanitaria" del cappellano venne colpita con le sanzioni prescritte dal codice militare. Sul fronte greco un altro sacerdote, don Vincenzo Moro, aveva maturato l'impressione di un forte condizionamento esercitato sull'attività religiosa da parte di alcuni solerti ufficiali filofascisti: "Ho l'impressione che l'attività del cappellano, soprattutto i suoi discorsi quando spiega il Vangelo o la dottrina cattolica, sia sorvegliata, non propriamente dai Comandi ma da alcuni ufficiali più fascisti del fascismo, per i quali il fatto che non si parli del Duce in ogni discorso e non si termini ogni predica con le fatidiche parole 'Vincere - Vinceremo!' è un indice di antifascismo o addirittura di antiitalianità. Questi ufficiali, per fortuna, sono pochi ma, in compenso, cercano di fare la voce grossa. Personalmente li ho sempre lasciati gracidare e sono andato dritto per la mia strada"23.
Cessati i combattimenti, per il clero castrense vi fu occasione di ritornare sul problema della violenza bellica, dietro sollecitazione dello Stato maggiore dell'Esercito, che nell'estate 1945 richiese all'Ordinariato militare un memoriale da opporre agli jugoslavi che accusavano alcuni ufficiali di crimini di guerra. Si voleva far risaltare: "Gli atti di barbarie o comunque contrari al diritto delle genti commessi in Jugoslavia, sia prima che dopo l'8 settembre 1943, da parte delle varie formazioni jugoslave in lotta sia ai nostri danni, sia ai danni degli ebrei, sia ai danni della stessa popolazione jugoslava; l'opera di pacificazione ed umanitaria svolta dalle nostre truppe a favore sia degli ebrei, sia delle popolazioni delle varie fazioni in lotta; come la nostra azione contro le varie formazioni partigiane e contro le popolazioni che le appoggiavano abbia avuto unicamente carattere di giusta reazione ad atti di terrorismo e di inutile malvagità commessi ai danni delle nostre truppe"24.
Padre Tommaso Di Toro, già cappellano del battaglione "Val Natisone", approntò un circostanziato documento difensivo, dal significativo titolo "Presunti atti di crudeltà commessi in Jugoslavia dai nostri soldati". Eccone un passaggio essenziale: "Si viene accusati di aver condannati a morte dei loro prigionieri, ma ciò avveniva solo quando si aveva contezza di massacri contro prigionieri italiani; e anche in tali casi, era sola e semplice fucilazione, e non sevizie; e se qualche volta i soldati hanno fatto di loro iniziativa qualche rappresaglia contro dei prigionieri capitati nelle loro mani, ciò avveniva solamente davanti al massacro dei loro compagni, ma l'ordine superiore era sempre per il rispetto dei prigionieri, qualunque fosse il loro reato, ma anche qui erano semplici fucilazioni e non sevizie. Ricordo infatti che le comunicazioni di fucilazioni che ci pervenivano da alti comandi erano sempre accompagnate 'in rappresaglia per altrettanti prigionieri italiani uccisi dai partigiani' e noi comprendevamo molto bene che l'ordine era anche sotto i limiti del necessario. Del resto davanti al massacro che essi facevano degli italiani, avremmo dovuto starcene colle mani in mano, e forse anche derisi? Se pretendono il rispetto dei loro prigionieri, devono anche essi rispettare gli altri, ciò che invece non hanno fatto".
Con queste motivazioni, al religioso parevano giustificabili esecuzioni capitali: quelle decretate dalla corte marziale e quelle decise senza tante formalità dai militari decisi a vendicare i loro commilitoni. Il cappellano prendeva in esame le proteste del governo jugoslavo, per rigettarle in toto: "Gli italiani avrebbero ammazzati, fucilati e maltrattati pacifici e innocenti cittadini iugoslavi. In verità prima bisognerebbe stabilire se fossero realmente pacifici e innocenti cittadini, perché nell'azione di Berane contro l'ospedaletto non c'erano solo i partigiani colla stella rossa sul berretto, ma tutta la popolazione civile, che si unì ad essi attivamente; nel qual caso questa popolazione non sarebbe né pacifica né innocente. [...] I veri e pacifici cittadini iugoslavi no, non sono mai stati maltrattati e molto meno fucilati; e se qualche caso si fosse anche verificato, ciò lo è stato o per errore o per false informazioni degli stessi iugoslavi. Anzi a questo proposito posso affermare di qualche militare deferito e condannato dal tribunale militare italiano per qualche abuso contro qualche civile. [...]
Ci sono delle accuse per uccisione di bambini, ma qui si fa notare che in guerra, pur volendo, non si può evitare sempre la morte degli inermi. Del resto erano gli stessi partigiani che si servivano assai spesso dei fanciulli per farsi portare armi, munizioni e viveri, ponendoli pertanto nel pericolo. [...]
Si dice che gli italiani abbiano incendiati interi villaggi. Che gli italiani abbiano effettivamente incendiato delle case, questo è vero e non sono io a negarlo; ma che queste case siano state di semplici, pacifici e innocenti civili, sono io il primo a negarlo, almeno per quel che riguarda il mio battaglione. Qui intanto voglio far notare di passaggio che nella maggior parte dei casi si trattava di case fatte di paglia o di legname"25.
La strategia della "terra bruciata", drammaticamente descritta e recisamente condannata dal cappellano Brignoli, veniva rivendicata come necessaria dal cappellano Di Toro.
Le conclusioni del memoriale rimettevano in discussione il giudizio sulla guerra, assimilando le rappresaglie italiane in Jugoslavia con i bombardamenti angloamericani in Italia: "Del resto se vogliamo dare la colpa dei morti in Jugoslavia e delle distruzioni di case, dobbiamo dare la stessa colpa agli Alleati nei riguardi dell'Italia: quanti civili infatti non hanno uccisi coi loro bombardamenti, e quante città e paesi non hanno distrutti? Dovremmo dunque anche noi dichiararli criminali di guerra? Chi non vede che molte distruzioni sono oggi inseparabili dalla guerra? Del resto gli jugoslavi non avevano motivo alcuno di rivoltarsi; lo hanno fatto, ne segue che gli italiani non potevano portarsi passivamente".
La relazione redatta da padre Di Toro per conto dell'Ordinariato militare su commissione dello Stato maggiore dell'Esercito finiva lucidamente per legittimare l'evento bellico in sé, e giustificare il comportamento delle forze armate italiane in Jugoslavia nella fattispecie. Anche in questo caso la collocazione istituzionale del clero castrense - alle dirette dipendenze del Ministero della Guerra - contribuì ad affermare una visione "realistica" in cui la guerra veniva difesa, giustificata, approvata.


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