Mimmo Franzinelli

Il colonnello Luca
e un omicidio politico impunito
L'assassinio della borgosesiana Lea Schiavi*

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Con lo scoppio della seconda guerra mondiale il controspionaggio italiano si sforza di potenziare la rete estera, impegnandosi in una lotta senza risparmio di colpi coi servizi informativi rivali.
Tra i personaggi più influenti nel campo delle operazioni internazionali spicca la figura del colonnello dei carabinieri Ugo Luca, veterano nel campo delle operazioni coperte, attivo sin dalla grande guerra nei servizi speciali e specialista del Medio Oriente.
Buon conoscitore della lingua turca, negli anni venti e trenta lavora a lungo in Anatolia, a Rodi e in Libia. Durante la guerra civile spagnola dirige il servizio informativo del corpo d'intervento fascista. Nel 1939 è assegnato al comando dei carabinieri presso il Ministero dell'Aeronautica, in veste di capo della Sezione controinformativa; l'entrata in guerra dell'Italia ne estende le funzioni in misura notevolissima: "Mio compito: coordinare e dirigere servizi di sicurezza e di polizia militare in guerra in relazione alle particolari necessità dello Sm della R. Aeronautica, dei comandi di Grandi unità aeree, dei comandi, reparti e servizi dell'organizzazione delle Zone aeree territoriali e dei comandi di Aeronautica (intendasi per questi ultimi i comandi di Aeronautica della Sicilia, della Sardegna, dell'Albania, dell'Egeo e - successivamente - della Grecia, del Comando Africa italiana e del Csir).
Pervenni, così: da un incarico di natura speciale comportante la direzione di n. 6 nuclei di Polizia militare operanti nel Regno, con 6 ufficiali inferiori e n. 30 sottufficiali alle funzioni di comandante di corpo attribuitomi su un contingente di reparti Cc. Rr. mobilitati che, gradualmente incrementati coll'estendersi e il moltiplicarsi delle zone di operazioni, erano forti, all'8 settembre 1943, di 2.500 uomini organicamente inquadrati da 4 ufficiali superiori e da 49 ufficiali inferiori. Dislocazione su tutti i fronti"1.
Nonostante incarichi così gravosi Luca continua a interessarsi personalmente dello scenario mediorientale, "con incarichi speciali ai fini bellici per ordine del Comando supremo", che lo conducono spesso nell'Egeo, in Turchia e in Iran. Porta a termine missioni estremamente arrischiate, imbarcandosi sotto mentite spoglie su pescherecci in navigazione fra la Turchia e il Dodecanneso, sulle rotte utilizzate dagli agenti segreti di varie nazioni. Nel 1942 il destino del colonnello Luca s'incrocia con quello di Lea Schiavi2, una trentacinquenne piemontese che è giunta nel 1939 nei Balcani quale corrispondente dei giornali "L'Ambrosiano" e "Il Tempo" - intraprende attività antifasciste e si taglia i ponti alle spalle.
Profondamente turbata dalla visione delle persecuzioni razziali, decide di opporsi, per quanto le è possibile, alla guerra dell'Asse. A Bucarest conosce l'americano Winston Burdett, corrispondente della Columbia Broadcasing Corporation, col quale si fidanza e avvia un'attività informativa in favore degli angloamericani.
Nel febbraio 1940 i servizi segreti tedeschi ne determinano l'espulsione dall'Ungheria per attività illegale; Burdett e Schiavi, trasferitisi in Bulgaria, si sposano. La donna è nel frattempo segnalata al Ministero della Cultura popolare come antifascista; richiamata in Italia, rifiuta il rimpatrio e accentua il suo impegno politico-informativo, che le costa l'espulsione dalla Bulgaria e dalla Jugoslavia. I coniugi Burdett si spostano in Medio Oriente e nel 1940-41 vivono tra Libano, Turchia, Siria e Iran, sempre in contatto con l'Intelligence Service, cui Lea Schiavi trasmette anche fotografie scattate con una macchina Leica. La donna lavora per la Transradio Press, con lo spirito di una combattente contro i nazifascisti; attivista del Movimento Libera Italia (Free Italy Movement), ne diviene propagandista nei circoli dell'emigrazione. Il sodalizio, costituito a Londra nel 1941 da alcuni esuli coordinati da Umberto Calosso, da Ruggero Orlando e dai fratelli Paolo e Pietro Treves, è sostenuto dai laburisti e finanziato da Hugh Dalton (ministro della Guerra economica e direttore dello Special Operations Executive britannico); questi i suoi principi programmatici: "Il Movimento Libera Italia è un'associazione di italiani che si uniscono per collaborare alla liberazione dell'Italia dalla tirannide fascista e dal vassallaggio tedesco. Il movimento associa tutti gli italiani di qualsiasi corrente politica, i quali vogliono ricostruire l'Italia in uno spirito di libertà e di giustizia sociale"3.
L'Iran, paese di notevole rilievo strategico per la protezione del Medio Oriente, dell'Africa centrosettentrionale e dell'India dalle mire tedesche, nel 1941 Ŕ occupato da inglesi e sovietici, che contringono all'esilio lo Shah Reza Pahlavi e lo sostituiscono con il figlio Mohamed Reza. Teheran è divenuta un crocevia spionistico di prim'ordine: tedeschi e italiani tentano, nella clandestinità, di organizzare lo spionaggio e la sovversione, facendo leva sulla tradizionale ostilità delle popolazioni all'imperialismo britannico.
Nel corso del 1941 il Sim (Servizio informazioni militari) trasmette al Comando supremo del Regio esercito rapporti sulla strategia anglosovietica in Iran e sulle possibilità di un'azione militare dell'Asse nella regione montuosa alla frontiera con l'Urss4.
Lea Schiavi, giunta a Teheran nel novembre 1941, intraprende un intenso lavoro in seno alla comunità italiana, forte di circa duecento famiglie, promuovendo il "Fronte unico degli italiani liberi". Contestualmente segnala all'Intelligence Service - che dispone di un ufficio presso la Legazione inglese - i connazionali di sentimenti nazifascisti rimasti in Iran, alcuni dei quali lavorano per i servizi dell'Asse. Coinvolge nel progetto una trentina di persone ed è segnalata come un pericoloso "elemento antinazionale" dall'ultimo funzionario rimasto in servizio alla legazione di Teheran (chiusa d'autorità nel gennaio 1942), che attraverso l'ambasciata in Turchia la indica al controspionaggio come elemento da sorvegliare.
Da quel momento i coniugi Burdett sono controllati in modo continuativo. Questo il primo rapporto sul loro conto: "Oltre all'attività giornalistica la coppia predetta svolge opera di persuasione nei campi di concentramento ove si trovano italiani - militari prigionieri di guerra o civili internati - per indurli ad aderire ad un movimento che si cerca di far credere in formazione con il nome di 'Italia Libera', a capo del quale, sempre a quanto tentato di far passare per vero dai propagatori di questa notizia, si sarebbero posti dei generali italiani attualmente in mani inglesi, tra i quali con maggiore insistenza viene fatto il nome del generale Bergonzoli.
Dai connotati fisici che si riportano dei medesimi si crede possano questi identificarsi con i protagonisti di altre attività sospette già svolte in Siria da una coppia costituita da un suddito americano di nome William Barush [recte Burdett], nominalmente rappresentante in articoli di gomma della Good Year e da sua moglie italiana, di razza ebraica, nata a Torino"5.
Il Sim intercetta e trascrive alcune lettere di Burdett a un suo contatto newyorkese; esse comprovano una sofisticata attività di spionaggio, con osservazioni lungimiranti sui limiti della politica britannica nei Balcani e sul ruolo che l'Unione Sovietica si appresta ad esercitare in quelle regioni6. Lea Schiavi si muove nei primi tre mesi del 1942 con incredibile dinamismo: si reca in India (dove Gandhi organizza un imponente movimento antibritannico) e in Siria (occupata dagli inglesi dopo aspri combattimenti tra i governativi di Vichy e gli aderenti alla Francia libera), torna a Teheran, visita diverse località iraniane e riesce a entrare pure nella zona controllata dai russi; conta di restare qualche altro mese in Iran, per poi spostarsi al Cairo. Viaggia in Azerbaigian e Kurdistan sulle tracce degli agenti nazifascisti, con l'obiettivo di scoprire le rotte di rifornimento delle armi alle tribù curde; per questo motivo - mentre nel mese di aprile suo marito è a Nuova Delhi - Lea Schiavi perlustra l'Iran settentrionale insieme a una giovane iraniana sua collaboratrice.
I servizi segreti italiani hanno intanto deciso di eliminarla e ne affidano l'incarico a un gruppo di amieh (guardiani stradali) curdi. Il 24 aprile 1942 l'auto con a bordo la giornalista e l'accompagnatrice è costretta a fermarsi nei pressi di Mianduab: "I banditi hanno prima domandato le generalità alla signora Aghayan e, saputele, l'hanno lasciata in pace; domandatele successivamente alla signora Burdett, sono andati a confabulare con qualcuno, poi sono ritornati presso la macchina e le hanno sparato cinque colpi. La morte è sopravvenuta un'ora e mezza dopo. Si sa anche che i banditi non hanno rubato nulla"7. Comportamento insolito per dei banditi, normale per dei killer. Il cadavere, trasportato nella città di Tabriz, è sepolto da religiosi del luogo.
Le circostanze dell'omicidio indicano una regia occulta, per la cui individuazione s'impegna Winston Burdett, tornato in Iran dall'India e occupato nel maggio-giugno 1942 a percorrere in lungo e in largo il Kurdistan: "Ho intervistato i funzionari della polizia iraniana e i capi curdi (compreso il capo degli amieh) e tutti i passeggeri che accompagnarono mia moglie: tutto quello che riuscii a sapere circa le circostanze della sua morte porta alla conclusione che lei è stata la vittima di un assassinio premeditato"8.
Il capobanda responsabile dell'omicidio è condannato ai lavori forzati, mentre sui mandanti circolano le voci più disparate e non mancano, ovviamente, i depistaggi. Il Sim accredita una matrice sovietica, ma le autorità russe smentiscono categoricamente ogni loro coinvolgimento. Prende forza la tesi dei mandanti italiani, ovvero del controspionaggio in combutta con elementi della rappresentanza diplomatica di Ankara: il principale indiziato è il colonnello Ugo Luca, "addetto commerciale" dell'ambasciata d'Italia in Turchia.
Il 21 aprile 1945 Burdett si reca a Roma e denunzia alla magistratura l'ufficiale dei carabinieri; costui, alla presenza del funzionario dell'ambasciata di Ankara Lauro Laurenti, avrebbe "per ben due volte dichiarato che egli era personalmente responsabile per avere, in seguito ad istruzioni pervenutegli da Roma, organizzato l'assassinio di Lea Schiavi, notoria antifascista". Ecco la sintesi delle confidenze di Laurenti al giornalista statunitense: "Ad Ankara nel giugno 1942 Laurenti incontrò ed ebbe occasione di parlare parecchie volte con un membro dei funzionari della Legazione, il colonnello Ugo Luca.
Il colonnello Luca, afferma il Laurenti, era da lungo tempo una figura imminente [influente] che godeva di molta fiducia nell'Arma dei carabinieri; un uomo il quale, parlando la lingua araba perfettamente, aveva potuto avere molta esperienza nel Medio Oriente: era in confidenza con i personaggi più altolocati del governo fascista, ai quali la sua conoscenza esperta degli affari mediorientali era di grande valore; egli era stato per molto tempo un intimo amico di Sakru Saraco che era il ministro turco degli Affari esteri... ed infine funzionario indispensabile degli Affari interni della Legazione italiana ad Ankara, dove teneva la carica ufficiale di Assistente attaché commerciale.
Il Laurenti afferma che, mentre stava ad Ankara, il colonnello Luca dichiarò per ben due volte nella sua stessa presenza e nella presenza di altri testimoni che egli, Luca, era personalmente responsabile per l'organizzazione dell'assassinio di Lea Schiavi. Il Luca disse che l'aveva organizzato in seguito ad istruzioni pervenutegli da Roma.
Durante la conversazione con il Laurenti, il colonnello Luca dichiarò inoltre che egli stesso era stato nel Kurdistan nell'aprile del 1942"9.
La frequentazione delle gerarchie fasciste è comprovata dal diario di Ciano, che nel 1942 registra un "interessante colloquio col colonnello Luca, reduce da Costantinopolis"; il 2 gennaio 1943 il ministro degli Esteri accompagnerà l'ufficiale dei carabinieri da Mussolini, per uno scambio di vedute sulla situazione mediorientale10. Tuttavia, in merito alle responsabilità dirette dell'ufficiale, Laurenti è chiamato a deporre quale teste - afferma con qualche imbarazzo che Burdett "era caduto in un evidente equivoco", fraintendendo il senso di alcune frasi.
La figura di Laurenti è peraltro decisamente ambigua. Arrestato dagli inglesi nel maggio 1942 e internato a Bassora, viene interrogato sul conto di Lea Schiavi Burdett; durante la prigionia accetta di collaborare con l'Intelligence Service ed è pertanto liberato, con l'intesa di fingersi filofascista per raccogliere informazioni sull'apparato italiano all'estero. Lasciato l'Iran, giunge a Ankara il 21 giugno 1942 e, richiesto dall'Ambasciata italiana, redige un rapporto particolareggiato sull'eliminazione della giornalista piemontese, senza tuttavia azzardare ipotesi sui mandanti11. L'assenza di qualsiasi riferimento ai registi dell'operazione - in un documento stilato a un paio di mesi dall'evento - è molto strana e lascia intendere che le autorità italiane ben conoscano la provenienza dell'ordine omicida e non debbano chiedere lumi a Laurenti, che d'altronde evita di scrivere una verità ingombrante e "superflua".
Il metodo utilizzato contro Lea Schiavi ricorda il complotto ordito nel 1937 nell'ambito del Ministero degli Esteri (Galeazzo Ciano) e del Sim (il colonnello dei carabinieri Santo Emanuele) per togliere di mezzo Carlo Rosselli, attraverso il braccio armato di una banda paramilitare francese. Anche in quel caso, subito dopo l'assassinio, fonti fasciste tirano in campo inesistenti responsabilità sovietiche12.
La pista spionistico-diplomatica dietro l'omicidio di Lea Schiavi è esplosiva, in quanto l'eventuale processo al colonnello Ugo Luca porrebbe sotto accusa un ufficiale dei carabinieri pervenuto ai massimi incarichi nel controspionaggio italiano: non già un personaggio del defunto regime, ma un ufficiale rimasto a Roma durante l'occupazione nazista per operare col Nucleo informativo del colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo.
Luca è figura di primo piano dei servizi riservati dell'Italia democratica, bene introdotto nell'ambito del Ministero dell'Interno. La sua strategia difensiva è un capolavoro d'accortezza e di reticenza, affidato a un memoriale lungo una dozzina di pagine, scritto per dimostrare come egli sia un uomo delle istituzioni e non del fascismo: ne conseguirebbe che, incriminando la sua persona, finirebbe sotto accusa il vertice dell'apparato statale. Apparato mobilitatosi immediatamente a favore del colonnello, attraverso il Sim e il Ministero dell'Aeronautica, concordi nell'escludere che Luca - protagonista nel 1941-42 di quattro missioni in Medio Oriente - si trovasse in Iran nell'aprile 1942. Informazione che, caso mai, scagionerebbe l'alto esponente del Sim dall'accusa di assassinio (d'altronde fuori discussione, in quanto la dinamica dell'agguato esclude presenze italiane), ma che poco o nulla prova riguardo alla vera questione, ovvero la catena di comandi culminata nella direttiva omicida. Il colonnello Luca può benissimo essersi trovato mille miglia lontano dal luogo dell'imboscata, ma ciò non scioglie il nodo della matrice italiana dell'uccisione di Lea Schiavi.
Il prolisso memoriale autoelogiativo non fornisce alcun elemento sui funzionari del controspionaggio che, agli ordini di Luca, si occupavano della Turchia in quella fatidica primavera del 1942. Anzi, benché originato da un'accusa di concorso in omicidio, il documento evita di riferirsi in qualsiasi modo a Lea Schiavi. Silenzio eloquente.
Non meno chiarificatore il comportamento della Sezione istruttoria del Tribunale di Roma che, dopo un anno, su richiesta del sostituto procuratore generale, archivia la denunzia senza essersi preoccupata di sentire il querelato (nemmeno per chiedergli se, dato il suo ruolo di esperto e di dirigente degli apparati segreti operanti in Medio Oriente, disponga di informazioni sull'eliminazione della donna), "accontentandosi" del suo memoriale palesemente fuori tema. L'uccisione di una cittadina italiana non ha dunque meritato nemmeno un processo per l'identificazione della mente occulta dietro la mano omicida.
Risolto senza danni il fastidioso incidente di percorso, il colonnello Luca proseguirà una carriera densa di responsabilità, coronata dall'incarico di comandante delle forze di repressione del banditismo. In quella veste egli ricorrerà a metodi squisitamente spionistici, servendosi di informatori del tipo di Gaspare Pisciotta e attuando ingegnosi depistaggi, incluso il finto conflitto a fuoco per mascherare l'uccisione di Salvatore Giuliano da parte dello stesso Pisciotta, a sua volta eliminato in modo misterioso con il veleno nelle carceri palermitane.


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