Mimmo Franzinelli

La Resistenza e le provocazioni del Sessantotto


In una prima fase il Sessantotto, in quanto ribellione di tipo generazionale, si proiettò verso il futuro, senza avvertire l'esigenza di attingere a patrimoni conoscitivi del passato, ritenuti sterili e superati. Questo atteggiamento, largamente diffuso, aveva una sua coerenza logica. Nietzsche, riflettendo sull'utilità e sul danno della storia per la vita, osservò nel 1874 che una sovrabbondanza di memoria paralizza l'azione, annulla il futuro e induce alla malinconia. Per i contestatori del movimento studentesco il filosofo tedesco era quanto di più distante potesse esistere, ma nondimeno quella sua considerazione può chiarire perché mai i giovani in quella particolare fase guardassero al presente e al futuro, non al passato. "We want the world and we want it, now. We want the world and we want it, now. Now? Now!". "Vogliamo il mondo e lo vogliamo, adesso. Vogliamo il mondo e lo vogliamo, adesso. Adesso? Adesso!". Così cantava nel 1967 Jim Morrison in "When the music's over", esprimendo e restituendo a livello artistico l'ansia utopica e l'impazienza dei tempi1.
Durante la prima fase, quella dell'esplosione della contestazione, non credo la Resistenza abbia rappresentato un riferimento effettivo, una presenza significativa nell'immaginario collettivo dei giovani, nemmeno nella loro tensione ideale e nelle loro motivazioni; ciò non soltanto in Italia, ma anche in Francia. Il "Journal de la Commune étudiante", imponente antologia di quattrocento documenti del periodo novembre 1967 - maggio 1968, contiene un paio di isolati riferimenti al maquis, assolutamente secondari (in relazione alla lotta contro l'ordine professionale degli architetti, istituito nel 1940 dal regime di Vichy). In sostanza né in Francia né in Italia, nella fase d'avvio della contestazione, il "precedente" della Resistenza giocò un ruolo di rilievo: quell'esperienza venne, evidentemente, ritenuta anacronistica. In quell'ottica "attualistica" cui accennavo, la Resistenza del Sessantotto era il Vietnam, per i giovani antisistema (il 25 aprile 1968 fu arrestato a Roma Franco Piperno, per un attentato incendiario ad una filiale di una società statunitense produttrice di napalm: si "celebrò" l'anniversario della Liberazione con un'incursione contro l'oppressore di turno). L'equiparazione Resistenza-Vietnam è tra l'altro suffragata a livello giornalistico da un passaggio del resoconto di Natalia Aspesi sulla contestazione dell'inaugurazione della Scala: "I ragazzi gridavano il solito 'Ho Chi Min', circondati da agenti e carabinieri in grande maggioranza rispetto a loro"2.
Ad un certo punto si verificò un mutamento di fase, con l'irruzione nell'immaginario giovanile di una Resistenza mitizzata e poi, più in generale, di taluni momenti della storia italiana postunitaria, sulla scorta di una politicizzazione indotta - tra gli altri fattori - dalle spedizioni squadristiche neofasciste, che in un certo senso stimolarono la rivisitazione dei precedenti storici dello scontro tra destra reazionaria e sinistra estrema. A Roma, il 16 maggio 1968, il Convegno nazionale degli studenti divenne l'obbiettivo di nuclei fascisti armati di spranghe e sventolanti vessilli bianco-rosso-verdi, guidati dai missini Caradonna e Almirante; risultato: devastazione delle facoltà di Giurisprudenza e di Scienze politiche, ferimento di una quarantina di giovani (incluso il ventunenne Oreste Scalzone); la polizia, chiamata dal rettore, fermò centocinquanta persone. Interessante il resoconto della stampa moderata; "Il Messaggero" stigmatizzò: "Potere studentesco, concezione tutt'altro che chiara e definita, ma rassomigliante come una goccia d'acqua, nel dire e nel fare, alle vedute del partito comunista". Già nella primavera 1968, quindi, la stampa d'opinione appiattiva i fermenti studenteschi su posizioni ortodosso-comuniste, rivelando le sue paure e l'istintiva consapevolezza classista. Alle spedizioni squadristiche seguirono le bombe nere, ulteriore irruzione del neofascismo nel vissuto dei contestatori dentro la spirale della "strategia della tensione".
Un'analisi del rapporto tra il Sessantotto e la Resistenza non può basarsi su referenze storiografiche, ma deve utilizzare una pluralità di fonti e di griglie interpretative. Tra gli elementi meritevoli di considerazione vi sono i canti, che accompagnarono le occupazioni delle scuole; alcune di quelle canzoni appartenevano al patrimonio musicale della Resistenza. Questo fu una prima forma di collegamento. Quei canti erano stati peraltro riscoperti all'inizio degli anni sessanta, con un paziente e prezioso scavo filologico, dai collaboratori dell'Istituto de Martino; furono allora stampati i "Dischi del Sole", tra i quali ricordo alcuni micro 33 giri curati da Michele Straniero col titolo "I canti della Resistenza italiana", insieme ad esperimenti di montaggio di canzoni e di testimonianze orali, in particolare - nell'aprile 1965, a cura di Giovanni Pirelli, con allestimento di Cesare Bermani - "Arrendersi o perire". Nei primi anni sessanta avvennero dunque il recupero e la riproposizione di canti che nel '68-69 trovarono ampia diffusione e avvicinarono molti studenti - anche emotivamente, a livello sentimentale - alla Resistenza, non tanto sulla scorta di letture meditate, quanto attraverso modalità corali e partecipate.
La fase della creatività musicale fu di alcuni anni successiva al '68; il disco migliore venne registrato nel 1975, dagli Stormy Six: "Un biglietto del tram", con testi caratterizzati da evidenti dislivelli, col contraddittorio richiamarsi del Sessantotto e post Sessantotto alla Resistenza, tra innovazioni artistiche ed elementi d'ordine mutuati dal "realismo socialista" di matrice vetero-sovietica. Si prendano alcuni versi di "Stalingrado", inno alla città-simbolo dell'inversione di fase della seconda guerra mondiale: "E Stalingrado arriva nella cascina e nel fienile/ vola un berretto, un uomo ride e prepara il suo fucile./ Sulla sua strada gelata la croce uncinata lo sa:/ d'ora in poi troverà Stalingrado in ogni città". Oppure "Dante di Nanni", dedicata alla memoria di un gappista ucciso a Torino: "Trent'anni son passati, da quel giorno che i fascisti/ ci si sono messi in cento, ad ammazzarlo,/ e ancora non si sentono tranquilli, perché sanno che/ gira per la città, Dante di Nanni". A livello musicale il Sessantotto trova qui la sua punta più alta. Chi invece cercasse un esempio di piatta riproposizione di canti politici in chiave marxista-leninista, potrà riascoltarsi la raccolta "La guardia rossa - Canzoni di lotta del proletariato italiano", disco edito nei primi anni settanta dalla Commissione artistica del movimento studentesco della Statale di Milano: trasposizione musicale del dogmatismo terzinternazionalista caratterizzante il gruppo guidato da Mario Capanna.
Ma veniamo al titolo della relazione: "Le provocazioni del Sessantotto". Provocazioni rispetto a cosa? Senz'altro rispetto al quadro ingessato dall'ufficialità, sancito dalla manifestazione convocata il 9 maggio del 1965 - forse su input del presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat - in modo unitario: i partigiani sfilarono, per volontà degli organizzatori, non già con al collo i fazzoletti della loro formazione, verdi o rossi o azzurri che fossero, ma unicamente coi fazzoletti tricolori. Quell'iniziativa segnò un punto di svolta, imponendo una visione ufficiale e ufficializzata della Resistenza come evento unitario, corale, mitico. A contestare quella vulgata fu il giovanissimo cantautore Ivan Della Mea, che gettò la ballata "9 maggio" contro la vetrina di una Resistenza depotenziata e amputata della sua ricchezza - e anche della sua pluralità - ideale: composizione anticipatrice della contestazione sessantottina.
Il Partito comunista da un lato contribuì allo sviluppo e alla definizione di una visione patriottico-unitaria, dall'altro cercò di "recuperare" i giovani, anche attraverso un incontro del segretario Luigi Longo con Oreste Scalzone e Adriano Sofri, privo di sbocchi data la diversità radicale di linguaggio e di riferimenti ideologici tra l'anziano terzinternazionalista e gli imberbi contestatori. Pietro Secchia, vecchio esponente comunista da anni emarginato e ininfluente, si sforzò di comprendere il Sessantotto, valutato come il movimento più impetuoso dagli ultimi cinquant'anni: movimento di generazione e di classe, che i comunisti avrebbero dovuto dirigere "sulla base della nostra esperienza". Il Secchia teorico del legame diretto Resistenza-Sessantotto è, per l'appunto, un uomo sconfitto (da Togliatti e poi da Amendola), consapevole del suo ruolo oramai residuale e ingombrante, speranzoso di trovare nei giovani contestatori la riprova della giustezza delle sue vedute rivoluzionarie e del cedimento dei revisionisti insediati al vertice del Pci. Rapporto, quello di Secchia con le nuove generazioni politicizzatesi nel Sessantotto, piuttosto contraddittorio e condizionato dagli schemi e dall'esperienza del vecchio bolscevico.
Sul piano culturale i frutti del Sessantotto poco o nulla avevano a che fare con la tradizione comunista, sovietica o italiana, propendendo ad una critica generalizzata della tradizione storiografica nazionale e al ribaltamento delle verità canoniche, ad ogni livello. Per il triennio 1967-69 citerei tre libri, tra di loro eterogenei ma egualmente rappresentativi della volontà di rivisitazione critica che tanta parte ebbe nello "spirito del Sessantotto". 1967: "I vinti di Caporetto", del ventinovenne Mario Isnenghi, pubblicato "con vivo spirito antipatriottico" dalle edizioni Marsilio nel cinquantenario della sconfitta per la sua "singolare attualità". 1968 (due edizioni tra ottobre e novembre): "Plotone d'esecuzione", studio e antologia di documenti sul disfattismo dei soldati e sulla repressione militare culminata nei processi sommari sulla linea del fronte, a cura di Enzo Forcella e Alberto Monticone per Laterza. 1969: il pamphlet ironico e suggestivo di Luciano Bianciardi "Daghela avanti un passo": smitizzazione della spedizione dei Mille e di Garibaldi. Quei tre libri si contrapponevano alle celebrazioni di un passato ricondotto artificiosamente a linearità sotto il segno dell'unità nazionale, dell'eroismo, del sacrificio concorde degli italiani. Isnenghi, Forcella, Monticone e Bianciardi si erano formati culturalmente nei primi anni sessanta, ma il Sessantotto diede un "valore aggiunto" decisivo ai loro studi e alle loro analisi.
E il fascismo? L'atteggiamento immediato dei giovani fu la ripulsa di qualunque cosa avesse a che fare col regime mussoliniano, con un rigetto in blocco, condizionato probabilmente dalla ribellione generazionale che estendeva il rifiuto dell'autorità paterna dalla sfera personale al piano politico, con l'avversione per l'immagine del duce quale grande padre. Del movimento partigiano si coltivò un'immagine spiccatamente operaista, con l'enfatizzazione degli aspetti ideologici, in un'operazione attualizzante: "Resistenza rossa e non democristiana". La Commissione cultura del movimento studentesco diffondeva manualetti intitolati "Venticinque anni di dittatura democristiana", con rappresentazioni fumettistiche della Resistenza. Inoltre si privilegiavano di gran lunga la storia dell'antifascismo su quella del fascismo, le vicende delle minoranze critiche su quelle delle istituzioni. Tra l'inizio della Resistenza e il Sessantotto stavano venticinque anni. Siamo nel 2000: se torniamo indietro di un quarto di secolo ci ritroviamo nel 1975, con la caduta della dittatura in Portogallo, la morte di Francisco Franco, la conclusione della guerra del Vietnam... venticinque anni, ma è tutta un'epoca che cambia. Questi venticinque anni-luce relegavano la Resistenza in un passato ben più lontano di quanto non apparisse in termini assoluti; tuttavia la forza dell'ideologia annullava ogni distanza, con una particolare percezione di quel fenomeno, dal momento che "la coscienza attenta alla vita fa filtrare soltanto i ricordi che possono concorrere all'azione" (così Bergson nel 1930, in "Impossibile e reale"). Ecco perché, a mio avviso, il cosiddetto Sessantotto (inteso come movimento che per due/tre anni mantenne una spinta creativa) operò una mitizzazione, funzionale - in termini di alimento ed energia - alla lotta politica condotta da una generazione per la quale la storia era necessariamente e impetuosamente storia contemporanea.
Tra i primi tentativi di approccio non ancora compiutamente storiografico, ma piuttosto d'inquadramento analitico del passato in una prospettiva innovativa, se vogliamo abbastanza rudimentale, indicherei alcuni scritti di don Lorenzo Milani, in particolare la lettera-aperta ai cappellani militari (1965), con la piena rivalutazione della Resistenza ("In questi cento anni di storia italiana c'è stata anche una guerra "giusta", se guerra giusta esiste. L'unica che non fosse offesa alle altrui patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana"), contrapposta ad ogni altro evento bellico, dalla spedizione dei Mille sino all'ingresso italiano nel secondo conflitto mondiale. A questo proposito il sacerdote espresse giudizi che il Sessantotto avrebbe fatto propri ("grazia di Dio" a parte): "Per grazia di Dio la nostra patria perse l'ingiusta guerra che aveva scatenato".
In ciò che di don Lorenzo Milani (morto nel 1967) filtrò nel Sessantotto vi sono certamente luci ed ombre; tra le ombre, la tendenza alla semplificazione, al dogmatismo e al fideismo. Quanti nipotini più o meno consapevoli del prete di Barbiana spostarono sul "partito" (partitini caricaturali, di ridotte dimensioni e dalla vita effimera) le pulsioni fideistiche del sacerdote verso la Chiesa?
Un filone di ricerca particolarmente innovativo del Sessantotto è quello della storia orale: basti citare, per rendere il rilievo di questo nuovo orizzonte, i nomi di Cesare Bermani e di Sandro Portelli, autori di studi imprescindibili: da "Pagine di guerriglia" a "L'ordine è già stato eseguito".
Su quali testi i sessantottini studiavano la storia patria? Il manuale di riferimento era "Proletari senza rivoluzione" di Renzo Del Carria (prima edizione nel 1966, ristampa delle Edizioni Oriente tra il '69 e il '70 in due grossi volumi). Per Del Carria l'ideologia era tutto, le fonti un optional (fonti rigorosamente di secondo livello, cui egli attinse con una selettività faziosa); quelle pagine sprigionavano versioni caricaturali della storia italiana in generale e della Resistenza in particolare. Altro libro piuttosto fragile, ma ben più suggestivo, con un taglio sociologico, venne stampato dal veronese Bertani: "La maniera forte", di Domenico Tarantini, con l'analisi delle strategie del potere come asse interpretativo della storia italiana. Su questo punto varrebbe ancora la pena di scavare, mentre su quanto scrisse Del Carria è giusto che la polvere si sedimenti. ("Proletari senza rivoluzione" fu riproposto ai "giovani del '77" dall'editore Savelli, con l'aggiunta di un libretto sugli eventi del secondo dopoguerra; ancora qualche anno e gli ultrasinistri Renzo Del Carria e Giulio Savelli sarebbero confluiti rispettivamente nella Lega Nord e in Forza Italia).
I dirigenti del Sessantotto occupatisi di storia non furono molti. Silverio Corvisieri (all'epoca esponente di Avanguardia Operaia) se ne interessa ancora oggi. Il suo libro "Resistenza e democrazia" (Mazzotta, 1976) propone una visione manichea e dualistica del 1943-45: "Studiare e comprendere gli anni della Resistenza significa studiare e comprendere un momento decisivo della lotta 'tra le due linee' all'interno del proletariato" - questa faccenda delle "due linee" era un po' una fissazione del periodo, probabilmente ripresa dalle ritualità maoiste - "che hanno sempre caratterizzato il movimento operaio italiano e che sono all'origine della ripresa delle forze rivoluzionarie, dal Sessantotto in poi". Nel 1976 Corvisieri lamentava l'assenza di un'indagine storiografica seria, eccezion fatta per "l'ottimo lavoro di Del Carria". Detto questo, è detto tutto.
A livello editoriale proliferarono, sulla scia del Sessantotto, testi a mezza strada tra la memorialistica e la testimonianza orale, stampati da una miriade di piccoli editori militanti fioriti nei primi anni settanta, da Mazzotta a La Pietra. L'ex partigiano Enzo Nizza ("La Pietra" era per l'appunto il nome di battaglia da lui adottato nel 1943-45) avviò con Secchia e concluse per suo conto la "Enciclopedia dell'antifascismo e della Resistenza", sei densi volumi - il primo stampato nell'ottobre 1968, l'ultimo nel 1989 - col contributo di centinaia di collaboratori: in grande prevalenza ex partigiani e giovani sessantottini. Eterogeneità a parte, l'esito è piuttosto dubbio, in quanto accanto a voci apprezzabili figurano lemmi superflui, col condizionamento - in più passaggi - di "verità di partito". Anche la cattolica Jaca Book pubblicò qualche libro di memorie partigiane, accreditando comunità coese, cementate dalla religione su posizioni antifasciste e antinaziste. Analogo discorso vale per Guaraldi e tanti altri editori di instant-books: "libri per il movimento", ed appena il movimento s'affievolì questa editoria subì un tracollo. La milanese Feltrinelli rappresenta un caso assai interessante di riposizionamento cultural-editoriale "al passo con i tempi".
Affrontando la fase involutiva del Sessantotto, ritorno su di un punto significativo: l'esigenza di un modello. La Resistenza divenne il modello ideale, quello stesso che, a livello internazionale era simboleggiato dalla Cina, da Cuba, dall'America Latina. In Italia c'erano stati i partigiani, i "fratelli maggiori" (per dirla col verso di una canzone di Fausto Amodei d'inizio anni sessanta). Con un'interpretazione psicoanalitica, quei "partigiani fratelli maggiori" rappresentavano un sostituto alla figura paterna, messa fuori campo dalla contestazione generazionale. La riprova di ciò la si ha nella tendenza, da parte di ogni gruppetto della sinistra extraparlamentare, ad "adottare il suo partigiano", condotto in pellegrinaggio da un'assemblea a una "festa popolare", da un comizio a una sfilata. Nella quasi totalità si trattava di comunisti emarginati dal partito, che ritrovarono una seconda giovinezza testimoniando con le loro parole - sorte di icone itineranti, come fu Giuseppe Alberganti per il movimento studentesco - il "genuino" spirito della Resistenza, della "Resistenza tradita" ("La Resistenza accusa" è il titolo di un fortunato libro di Secchia edito nel 1973 da Mazzotta). Alcuni di questi partigiani, sull'onda dell'entusiasmo, promossero, fondarono e diressero gruppetti politici: a Genova, con Arrigo Cervetto, Lotta comunista; a Firenze, con Angelo Gracci, il Partito comunista marxista-leninista. Nella fase della senilità gruppettistica imperversò lo schematismo di tipo aprioristico che identificava la Resistenza con la Resistenza garibaldina. Tutto il resto era attendismo, sabotaggio, tradimento, connivenza con gli americani.
Concludo indicando alcune piste di ricerca, su temi ancora aperti. Quanto ha pesato il Sessantotto a livello storiografico? Anzitutto a livello di provocazione, con l'attacco frontale e corrosivo a rappresentazioni obsolete, poi in termini di nuove analisi e metodi di ricerca sui punti nodali della storia contemporanea. E, ancora, cosa ha lasciato in eredità? Altro punto da decodificare è il rapporto intercorso tra contestazione, contestatori e Accademia. Che impatto ebbero sull'istituzione universitaria i giovani maturatisi nel Sessantotto, una volta saliti essi pure in cattedra? Come svilupparono presupposti e motivazioni del loro impegno storiografico? Logicamente lo spettro è variegato e gli itinerari sono disparati, e sarebbe opportuna un'analisi diversificata, da condursi anche mediante il raffronto tra la produzione degli esordi e quella successiva, onde cogliere maturazioni, involuzioni, rinnegamenti.
Infine, il Sessantotto cosa ha dato agli Istituti della Resistenza, quanto a stimoli? Ricordo un libro, stampato nel settembre 1969 dall'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione e ancora significativo a trent'anni di distanza, intitolato "L'Italia dei quarantacinque giorni" (redatto da Nicola Gallerano, Luigi Ganapini e Massimo Legnani, come sbocco di una ricerca che coinvolse una ventina di giovani studiosi: da Michele Calandri a Claudio Dellavalle ad Antonio Gibelli). Quell'esperimento di ricerca collettiva, sorta di grande laboratorio, era collegato al Sessantotto. Successivamente, da quanto ho rilevato sulla base della mia esperienza in questi ultimi anni, mancarono occasioni analoghe di progettualità e "cantiere storiografico".
Le provocazioni del Sessantotto, dunque, scontri e incontri di una stagione ricca di fermenti. Chiusa quell'epoca storica, è opportuno chiedersi cosa quella seminagione abbia maturato, quali frutti abbia prodotto. Servirebbe un'analisi degli itinerari di una generazione. Ancora più utile sarebbe un raffronto comparato, attento alle analogie non meno che alle differenziazioni di contesto, tra lo sbocco sociale, culturale, politico ed esistenziale degli appartenenti a movimenti innovativi, trovatisi - per scelta e/o per "destino" - al crocevia della storia: garibaldini nel 1860, interventisti nel 1915, partigiani del 1943-45 e, per l'appunto, "sessantottini" sul finire degli anni sessanta. Un'analisi dentro i grandi mutamenti dell'Italia (ma non solo), con l'impatto dei movimenti collettivi nella vita nazionale e nelle biografie individuali.


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