Alessandro Ferioli
“Ritorno”: giornale degli ex internati militari italiani del campo di Osnabrück
"l'impegno", a. XXIV, n. 2, dicembre 2004
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Attività pubblicistica nei Lager del Terzo Reich
I periodici realizzati dai deportati italiani durante la loro permanenza nei Lager del Terzo Reich costituiscono
uno dei non tanti settori degli studi sul concentrazionario nazista sui quali ci siamo da tempo rassegnati a disporre di
un quadro generale tutt'altro che nitido, tale da consentirci di intravedere appena - da una lunga distanza e con l'uso
di un cannocchiale assai imperfetto - l'alacre attività dei deportati che ne furono direttori, articolisti, collaboratori a
vario titolo, vignettisti, grafici, impaginatori, nonché
lettori1.
La quantità tutt'altro che trascurabile (e purtroppo perduta in grandissima parte) della produzione di stampa
periodica che circolò nei Lager germanici, con i più diversi scopi, può essere ricondotta sostanzialmente a tre tipologie: periodici di propaganda filofascista, realizzati per iniziativa dell'autorità germanica;
periodici realizzati dagli internati durante la cattività nei Lager in forma clandestina o no; periodici realizzati dagli internati dopo la liberazione dei campi ad opera delle forze armate alleate.
Alla prima delle tipologie sopra elencate va annoverato ad esempio un periodico come "La voce della Patria",
diretto da Guido Tonella. Pubblicato a scadenza settimanale a Berlino e diffuso in 40-50.000 copie fra gli internati
militari, esso aveva il compito di persuadere i militari deportati nei Lager della legittimità dell'azione dei tedeschi,
inculcando loro le tesi germaniche del tradimento di Badoglio e la necessità di collaborare con l'ex alleato
attraverso l'arruolamento nelle forze armate o il
lavoro2. Analoga funzione venne svolta dal periodico "Il camerata", che de
"La voce" raccolse l'eredità nel corso del 1944. Uno studio di questi giornali è utile ai fini di un'analisi della
consistenza dello sforzo propagandistico (e dei suoi ben magri risultati) messo in atto dalle autorità nazifasciste.
Alla seconda tipologia appartiene, a titolo di esempio, il "Giornale del Campo italiano
dell'Oflag 73 (Langwasser)", che fu realizzato tra il novembre 1944 e il gennaio 1945 da un gruppo di ufficiali al fine di divulgare notizie
dalla patria (tratte per lo più dalla corrispondenza privata degli internati) e organizzare una contro-propaganda, per
quanto essa potesse risultare fortemente limitata a causa del controllo della censura tedesca: a periodicità quotidiana, in
un primo tempo il giornale veniva affisso pubblicamente; poi, dopo il trasloco degli uffici del "Comando" italiano, a
partire dal 27 dicembre venne letto nelle
camerate3. Ad Hammerstein
(Stalag II B) venne fatto circolare più volte un
giornaletto clandestino, dal titolo "Pare...", scritto in copia unica da un gruppo di ufficiali; il comando tedesco,
informato del fatto attraverso alcune spie, effettuò diverse perquisizioni, ma il fiduciario italiano Giuseppe de Toni riuscì a
indirizzare le ricerche lontano dalla baracca in cui aveva sede la
redazione4.
Alla seconda tipologia appartiene altresì il "Giornale parlato 83" di Wietzendorf, diretto da Giuliano Pratellesi
che, a scadenza settimanale, proponeva interventi e "articoli" esposti in forma orale di baracca in baracca. Di questo
"giornale" furono "prodotti" trenta numeri sino al 13 aprile 1945 (data della liberazione del campo), ed anch'esso -
nonostante l'assenza di copie stampate - può a buon diritto essere annoverato tra i periodici veri e propri, in quanto,
come ricorda lo stesso direttore, il giorno successivo ad ogni edizione l'internato Ferruccio Masi raccoglieva su carta di
fortuna il testo dell'articolo da chi aveva parlato il giorno precedente, con il proposito deliberato (esauritosi con la
sua morte) di farne una "ri-edizione" a stampa dopo la
liberazione5. Lo stesso "Giornale parlato" potrebbe rientrare a
buon diritto anche nella terza tipologia (quella dei periodici realizzati dopo la liberazione dei campi), poiché dopo il
ritorno degli ex internati al campo di Wietzendorf, in seguito alla breve permanenza a Bergen, esso ebbe sette
edizioni straordinarie radiofoniche dal 20 maggio al 24 giugno 1945. Analoga iniziativa si verificò col giornale
parlato "Campana" nell'inverno 1944-45 nei campi di Sandbostel e successivamente di Fallingbostel: parimenti
"Campana" ebbe una nuova edizione dopo la liberazione, intitolata "Ritorno", dei cui articoli, esposti oralmente, non è
conservata trascrizione alcuna6.
Alla terza categoria sarebbe opportuno ascrivere quei periodici che in taluni campi, dopo la liberazione, gruppi
di deportati idearono, scrissero e realizzarono con lo scopo preciso di fronteggiare i problemi materiali e morali
connessi alla loro nuova condizione di uomini liberi (o di ex
prisoners of war, come dicevano gli Alleati a proposito dei
militari) in attesa del rimpatrio. Uno di questi periodici è il giornalino "Gli italiani in Dachau", edito con periodicità
irregolare dal Comitato italiano in Dachau all'indomani della liberazione e diretto da Giovanni Melodia; stampato
con il ciclostile, era tirato in un numero assai limitato di copie, e per la circolazione si faceva affidamento sui lettori
affinché facessero passare di mano in mano i pochi esemplari
disponibili7.
Ad analoghe iniziative si assisté a Buchenwald, dove apparvero due testate in lingua
italiana8, e nel campo raccolta di Driesen, nella Germania orientale dove, al periodico dei militari, "Briscola", stampato in una ventina di copie
settimanali e destinato a un pubblico di ottomila italiani che se lo passavano avidamente tra loro, cercò inutilmente
di contendere l'interesse dei lettori il periodico settimanale dei fuorusciti politici "Rinascita", dal titolo e dal
contenuto forse troppo ideologicamente
impegnati9. A Dorsten, nell'agosto 1945, alcuni ex internati italiani stavano ultimando
la preparazione di un settimanale intitolato "Risveglio", del quale avevano già pronta la testata e alcuni articoli,
quando il rimpatrio interruppe improvvisamente
l'iniziativa10.
A Strausberg, dove nell'estate 1945 si trovavano circa tremila militari italiani in attesa di rimpatrio, nacque il
"Giornale murale", realizzato da una sezione Propaganda e Assistenza costituita da un capitano di vascello (con funzioni
di redattore) alle dipendenze dirette del Comando italiano, un impaginatore e sei o sette collaboratori, per lo più ex
allievi di licei artistici o accademie; il giornale usciva il giovedì e la domenica e, a causa della mancanza di carta,
veniva affisso su una grande tavola appesa in luogo pubblico; ad ogni nuova uscita il giornale precedente veniva smontato
e i pezzi restituiti ai loro autori11; con il trasferimento a Buckow del caporale Di Leo, uno tra i più assidui
collaboratori, anche in quel campo prese vita un giornale murale, al quale si affiancarono ben presto due giornali stampati: "La Gazzetta di Buckow" e "Voce
nostra"12.
È più che noto come il rimpatrio degli italiani deportati sia stato tra i più lenti e problematici, rispetto a quelli
dei militari delle altre nazionalità, a causa sia delle indolenze burocratiche del governo italiano sia della eccezionale
dispersione dei prigionieri italiani nei campi di tutti i continenti (dalle Americhe alle isole Hawaii, dall'Inghilterra
ai dominions britannici in Africa, dall'Australia all'India, dalla Russia alla Germania, dalla Polonia all'Austria),
fattore questo che rendeva oggettivamente difficile organizzare e gestire il
rimpatrio13. A ciò si aggiunga che i soldati
italiani deportati in Germania dovettero nella maggior parte dei casi attendere gli ordini di ritorno in patria proprio nel
Lager che li aveva visti prigionieri dei tedeschi.
Nel tempo - interminabile - che intercorse tra la liberazione dei Lager e il rimpatrio, i comandanti italiani
dovettero perciò affrontare gravosi problemi connessi all'igiene del campo, al ricompattamento del morale e della
disciplina militare (specialmente in relazione al rapporto tra ufficiali e truppa), allo svago, all'intrattenimento culturale e
anche all'informazione politico-istituzionale di cui abbisognava una generazione che non aveva mai conosciuto la
possibilità di esercitare la libertà di opinione e di esprimere il voto. Tutte le attività anzidette non vanno assolutamente
sottovalutate, in quanto tutte ebbero una funzione precisa ed effetti non privi di significato: persino le partite di calcio
"amichevoli", giocate contro le squadre di altre nazionalità, sortirono in certa misura l'effetto di riavvicinare i militari
italiani reduci da due anni di internamento - e con essi il loro paese - al novero delle comunità europee e ai loro cittadini
oppressi dalle guerre nazifasciste.
In tale contesto i giornalini, e le loro redazioni, finirono col porsi quasi naturalmente al centro delle diverse
attività ludiche organizzate nei campi, o perché da
essi stessi promosse o perché ad essi si chiedeva di propagandarle per
i motivi più disparati: per ricercare calciatori, attori, cantanti, musicisti, parolieri, figure variamente utili
all'impianto organizzativo, ma anche per attirare il pubblico in occasione di partite, rappresentazioni e spettacoli teatrali,
concerti, ecc.14.
I redattori e i collaboratori dei giornali - fossero essi stampati, murali o "parlati" - svolsero un'opera
fondamentale a sostegno del morale dei commilitoni, che invece tendeva naturalmente ad abbassarsi sempre più ad ogni giorno
che trascorreva in Germania, ad ogni promessa fugace (e repentinamente smentita) delle autorità governative in ordine
al rimpatrio. Al contempo, con la fierezza di chi stava facendo un servizio agli altri in cambio di nulla, molti trovavano
nella collaborazione ai giornali un dignitoso riempitivo alla propria giornata, un'occasione per scrivere a beneficio di
un pubblico (cosa diversa dal tenere un diario), per disegnare vignette che diffondessero buonumore nel campo, per
usare la conquistata libertà di parola, talvolta anche per guadagnare un poco di notorietà, o per dimenticare essi stessi
le proprie angosce e scacciare la
malinconia15.
La collaborazione ai giornali aveva inoltre per quei giovani una valenza formativa tutt'altro che trascurabile;
sarebbe stimolante riuscire a ritrovare nelle esperienze professionali e di vita dei singoli qualche traccia significativa
del lavoro di redazione: per il caporale Tiziano di Leo, ad esempio, l'esperienza dei giornali murali nei campi italiani
in attesa della liberazione non rappresentò che un momento della sua attività professionale di corrispondente,
vignettista, grafico e impaginatore, attività cominciata sui banchi di scuola, continuata nei Lager e ripresa più o meno
continuativamente dopo il rimpatrio16.
Non è facile immaginare il lavoro di una redazione in quelle condizioni di precarietà e di mancanza di quasi
tutto ciò che potesse occorrere. Ce ne dà un'idea il diario di Tiziano Di Leo: "La giornata viene così distribuita:
appena alzato, corro in ufficio dove mi trattengo fino all'ora di pranzo, mangio e poi di nuovo in ufficio fino all'ora di
cena, ceno e poi in ufficio fino all'ora di dormire. Sembrerebbe il contrario di una soluzione alla monotonia quotidiana,
ma non è vero: durante le ore di ufficio è tutta un'attività alacre ed appassionata che svolgo tra amici della mia stessa
cultura (anche superiore, per la presenza di ufficiali laureati). Si scrive il notiziario giornaliero, si disegnano vignette per
il giornale murale, si creano poesie e poi si parla, si parla e si parla di tutto e di niente, di politica e di astronomia,
di donne e di casa nostra. Vietati gli argomenti lugubri. Insomma uno spasso. Mi trovo nell'ambiente che preferisco
ed ottengo anche modesti successi. Tutto là dentro sa di redazione: quadri arrotolati sui tavoli, fogli dattilografati per
terra, matite colorate (gelosamente guardate a vista dai proprietari), carta bianca da scarabocchiare (bisogna darsi
delle arie da scrittore di articoli...), ecc. Ci si scorda, là dentro, del mondo esterno, con il lavoro, i russi, la razione del
rancio ed i tedeschi. Cerco come posso di conservare tutta la mia produzione, ma non posso in generale raccogliere
tutti i pezzi perché devo regalare i migliori agli amici ed agli ufficiali e non posso d'altronde riuscire a prenderli tutti.
Ne conservo alcuni che mi serviranno per documentare la mia attività durante questo, speriamo ultimo, periodo di
permanenza in Germania"17.
L'utilità di un'attenta analisi di tali periodici è di tutta evidenza. In particolare per quanto riguarda quelli
realizzati dopo la liberazione, non va trascurato che essi rappresentarono per molti la prima occasione di produrre in libertà
(o leggere liberamente) un periodico, per quanto di pretese modeste, dopo vent'anni di censura e di controllo sulla
stampa. Allo stesso modo costituirono la prima vera e propria palestra di dibattito politico. È pertanto necessario porsi
alcune domande preliminari al fine di cogliere da essi alcuni elementi - o anche soltanto indizi - che ci illuminino un
po' meglio su ciò che pensarono e ciò di cui discussero i nostri deportati in attesa del rimpatrio. Alcune tematiche
degne di approfondimento sembrano essere le seguenti:
- i problemi pratici della vita nel campo, e specialmente quelli connessi all'attesa del rimpatrio;
- il rapporto che gli italiani ebbero con le altre nazionalità, tenuto conto della anormalità della posizione
dell'Italia nel corso del conflitto (alleata prima della Germania e poi, a seguito dell'armistizio, cobelligerante degli Alleati
occidentali, con un governo "del Nord" contrapposto a quello "del Sud" nella persistenza dell'alleanza coi nazisti);
- il dibattito sul futuro politico dell'Italia (e l'influenza che i partiti o le ideologie ebbero eventualmente in tale dibattito) alla luce delle poche notizie che giungevano nei campi e della scarsa dimestichezza con le istituzioni
democratiche;
- il grado di consapevolezza diffusa presso gli ex Imi del ruolo resistenziale da essi svolto e l'esistenza di
un'eventuale "soglia minima" di condivisione pubblica dei valori dell'antifascismo, ovvero la profondità della convinzione
di avere compiuto nel contesto più generale della deportazione una scelta di prigionia volontaria, espressa in nome
della libertà contro la prospettiva di un mondo regolato da un ordine intrinsecamente iniquo, e nella previsione della
futura realizzazione di un sistema fondato su una cultura democratica e rispettosa della dignità umana;
- le prospettive future degli ex Imi alla luce dell'esperienza della deportazione, sia a livello personale che come
gruppo sociale, ai fini della rivendicazione degli onori di un ruolo resistenziale attivo, ma anche delle responsabilità morali
e civili connesse a tale ruolo;
- l'eventuale contributo dato alla raccolta di documenti e di testimonianze sul comportamento dei comandi
germanici e in ordine a crimini di guerra.
Questi sono dunque i contenuti e le questioni di cui andremo alla ricerca nella lettura dei numeri di "Ritorno",
il giornale del campo italiano di Osnabrück.
"Ritorno": giornale del campo italiano di Osnabrück
"Ritorno", il periodico dei militari italiani del campo di Osnabrück, sorto per iniziativa del tenente Enrico Mora
e del sottotenente Metello Metalli, fece la sua prima apparizione la prima domenica di giugno, festa dello Statuto,
riscuotendo sin da subito un notevole
successo18.
Per meglio comprendere la particolarità e la delicatezza del frangente in cui nacque la pubblicazione, è
opportuno ricordare che dopo la liberazione della zona ad opera degli Alleati, ai primi di aprile 1945, gli italiani liberati
furono fatti affluire verso Osnabrück, dove già si trovavano circa cinquecento italiani sistemati in due casematte ad essi
assegnate dagli inglesi19.
Della piccola colonia italiana assunse il comando, in qualità di ufficiale più elevato in grado, il capitano in
servizio permanente effettivo Giuseppe La Russa. Le difficoltà più gravose che il comandante dovette affrontare furono
due: in primo luogo l'astio che la propaganda nazifascista aveva diffuso fra la truppa nei confronti degli ufficiali,
accusati falsamente di avere abbandonato i loro uomini dopo l'8 settembre, contribuiva a determinare una situazione di
indisciplina e di insofferenza agli
ordini20; inoltre la progressiva affluenza alle caserme di Osnabrück di gruppi di
italiani provenienti dalle zone viciniori, stanchi e impazienti di rimpatriare, causava problemi di alloggiamento e di
igiene, aggravati dalla mancanza quasi assoluta di mezzi a
disposizione21.
Dopo alcuni giorni il Comando inglese dispose il trasferimento degli italiani nel campo in precedenza destinato
ai lavoratori coatti russi, che fu consegnato agli italiani in condizioni igieniche pessime, al punto che il capitano La
Russa dovette costituire squadre speciali adibite esclusivamente allo sgombero e all'interramento, in buche profonde,
di tonnellate di immondizie. Nonostante le condizioni precarie, il Comando italiano riuscì ad organizzare un
organigramma di comando (un comandante per ciascuna baracca), nonché servizi efficaci di polizia militare e ordine pubblico (a
cura dei carabinieri), di
sanità22, di prelevamento e distribuzione viveri, di gestione e distribuzione di materiali vari. Fu
inoltre attivato un servizio incaricato della sistemazione delle tombe degli italiani deceduti nella zona durante e dopo la
prigionia; il denaro occorrente fu raccolto con oblazioni provenienti da tutti i campi e, grazie a un'attività intensa, i
lavori furono ultimati prima del
rimpatrio23.
A partire da questa sistemazione iniziale, verso la metà del mese di giugno la colonia italiana, in continua
crescita, contava oramai circa duemilaquattrocento persone tra militari e civili (fra i quali donne e bambini). Nelle
vicinanze del campo principale (campo n. 1), attraverso la requisizione di case vennero costituiti altri tre campi (numerati dal
n. 2 al n. 4), oltre ad una baracca isolata fra gli orti, ciascuno con il proprio comandante alle dirette dipendenze del
capitano La Russa, che aveva lasciato il comando del campo n. 1 per assumere il comando di tutti i campi.
Per non lasciare scadere il morale della popolazione italiana, presero avvio attività ricreative e culturali: tra
queste le partite di calcio, giocate contro le squadre di altre nazionalità, e gli spettacoli teatrali, che si rappresentavano
all'aperto, su un palco costruito dagli stessi soldati, o all'interno di un locale-teatro, anch'esso realizzato dai
militari, con circa settecento posti di capienza e dotato di luci, arredamento e meccanismi
vari24.
In questo contesto di ristrettezze e di miserie - ma anche di alacrità dell'ingegno e della parola all'insegna della
riacquistata libertà di espressione - prese altresì avvio, come s'è detto, la pubblicazione di un periodico intitolato
"Ritorno". Gli scopi del giornalino, fortemente voluto e appoggiato anche dal capitano La Russa, erano i seguenti:
" sopperire alla mancanza di libri di lettura italiani; dare svago con qualche spunto umoristico; risanare il morale trattando semplici argomenti, al fine di riportare le coscienze ai sani ideali della famiglia e
della Patria, infondere fiducia mostrando la possibilità e necessità di un migliore avvenire dell'Italia cercando di
eliminare le scorie lasciate dal passato regime e le false mentalità createsi nel periodo dell'internamento; indirizzare la massa verso il nuovo ordinamento democratico della nostra
nazione"25.
Di "Ritorno" uscirono complessivamente undici numeri settimanali ordinari (di cui uno
doppio)26, oltre a un numero unico
artistico27 e a un numero speciale "di commiato" contenente la relazione morale del capitano La Russa
sul funzionamento e le attività del campo italiano. Ciascun giornale è costituito da un numero variabile di pagine
stampate al ciclostile, del formato di cm 30 x 21, contenenti testi dattiloscritti e disegni. Nella maggior parte dei numeri
pubblicati le pagine non recano la numerazione. La testata recava il titolo scritto lungo la fiancata di una locomotiva sbuffante a tutto vapore, in prospettiva, diretta verso un'Italia rappresentata idealmente da montagne, campanili e da
una gondola; dal n. 9 il disegno della testata cambia, e il titolo viene scritto sul guscio di una lumaca in marcia che
oltrepassa una pietra miliare recante il segnale "Italia km 1200".
La redazione aveva sede nella baracca n. 11 del campo n. 1, e tale era il recapito a cui i collaboratori erano
invitati a far pervenire i loro contributi scritti e a ritirare in seguito la copia personale alla quale avevano
diritto28. La collaborazione doveva pervenire alla redazione prima del mercoledì sera. Coloro che inviavano disegni approvati per la
pubblicazione dovevano rendersi disponibili a eseguirli nello spazio disponibile per la stampa e, qualora non si fosse
riusciti a contattarli per tempo, i disegni sarebbero stati realizzati dal disegnatore della redazione "secondo la sua
interpretazione e lo spazio
disponibile"29. L'invito a collaborare dovette riscuotere un certo successo se la redazione si
trovò inondata di materiale, al punto di dovere lasciare in giacenza il
superfluo30.
Ad ogni modo il problema maggiore
a cui la redazione dovette costantemente far fronte era l'approvvigionamento di carta: sul n. 4 compare un invito a
far giungere alla redazione carta adatta alla stampa, dietro rimborso delle eventuali spese sostenute.
Ciascun numero contiene normalmente un editoriale di interesse generale su argomenti politici, una rubrica
fissa intitolata "Notiziario", con novità provenienti da fonti radiofoniche e giornalistiche (particolarmente seguite
quelle sui rimpatri), notizie sulle diverse attività del campo (sport, teatro ecc.), racconti e poesie più o meno pregevoli,
barzellette e freddure (sovente sul passato regime), vignette, caricature di comandanti o personaggi noti nel campo,
rebus, parole incrociate, consigli di profilassi igienica a cura del medico. Nell'ultimo numero (11-12) compaiono
anche i necrologi per due ex Imi deceduti: il soldato Andrea Rudi, la cui salma fu inumata nel cimitero di Rothenfeld, e
il tenente Giovanni Tagarelli, inumato a
Hegerfriedhof31. Soltanto nell'ultimo numero, purtroppo, fu pubblicato un
annuncio che invitava coloro che fossero a conoscenza di "atrocità" commesse da tedeschi nei confronti di italiani a
segnalarle alla redazione, "sia per iscritto che di presenza", per consentirle di raccogliere le testimonianze in
un'unica pubblicazione32.
Trieste e Palermo
Uno degli editoriali più in vista nel n. 1 è l'articolo intitolato "Trieste", a firma
Met33, in cui l'autore, dopo avere definito la città come "la espressione più pura dell'italianità", si augura "che gli Alleati, i quali hanno condotto la
lotta contro la tirannia, in difesa della libertà e per una giusta pace tra i popoli, non dimenticheranno mai questa verità
storica: Trieste è italiana!". Noi sappiamo che, in un periodo pressoché coevo, nel periodico citato "Gli italiani in
Dachau" (redatto da politici) infuriò sulla sorte di Trieste una polemica accesissima fra i triestini e gli esponenti del
Gruppo giuliano antifascista, poiché questi ultimi sostenevano a viva voce la soluzione di una Trieste jugoslava come
garanzia di partecipazione delle masse operaie alla direzione della vita pubblica, appoggiati in questo anche dal
giornale degli jugoslavi34. Invece - vuoi per la mancanza di gruppi politici filocomunisti organizzati, vuoi per la più scarsa
quantità di punti di vista e di notizie che, proprio per l'assenza di politici, dovevano giungere e circolare in Osnabrück -
in "Ritorno" non si assiste a un dibattito altrettanto infuocato, ma si registra un'indiscutibile unitarietà di intenti per
una Trieste italiana.
Dall'esame di "Ritorno", piuttosto, si rileva come la presenza di un gruppo dirigente militare forte (Metalli era
un ufficiale del Comando italiano, che dipendeva direttamente dal Comando inglese) punti tutto ancora sul mito delle
terre redente, col ricordare le sofferenze dei padri e dei fratelli più grandi che per una Trieste italiana avevano
combattuto la grande guerra, riassunta simbolicamente nei settecentomila morti "immolatisi" in "una guerra valorosamente
condotta per Lei e vittoriosamente conclusa", sino a giungere all'esperienza personale dell'autore (il quale rivede se
stesso bambino in una casa addobbata in un tripudio di fiori e panni verdi bianchi e rossi, e il nonno intento a dissimulare
la commozione per l'ingresso delle truppe italiane a Trieste, mentre in sottofondo risuonano le note e le parole della
nota canzone: le ragazze di Trieste/ cantan tutte con ardore:/ o Trieste/ o Trieste del mio cuore/ ti verranno a
liberar).
Un altro argomento che dette luogo a vivaci discussioni - per quanto poco approfondite - fu la "questione
siciliana". Il tema viene trattato per la prima volta in un editoriale di Vincenzo
Zaffuto35, come commento alla notizia,
precedentemente radiodiffusa, della visita a Palermo del presidente del Consiglio Parri il 23 agosto, per incontrare le
autorità locali e discutere su questioni politico-economiche della Sicilia in relazione all'autonomia amministrativa
dell'isola, oggetto di futura discussione all'Assemblea costituente.
L'analisi dell'articolista, forse di orientamento politico azionista, è di respiro storico: egli fa risalire le origini
dell'autonomia amministrativa al periodo del governo Badoglio, ed esamina il problema dell'autonomismo nell'ottica
di un'atavica divergenza fra gli interessi del popolo siciliano e quelli della penisola; la miseria dell'isola sarebbe da
attribuire all'impossibilità di valorizzare e sfruttare le proprie risorse naturali e le proprie potenzialità a causa
dell' "indirizzo dato dai governi italiani all'economia del paese nel quadro dei rapporti internazionali" (nettamente
svantaggioso per i siciliani), che avrebbe provocato un aumento della povertà nell'isola proporzionale all'aumento di
ricchezza nel resto del paese. L'autore accusa inoltre il regime fascista di avere direttamente provocato la chiusura
di "molte promettenti industrie", fra le quali i cantieri navali Florio, le miniere asfaltiche di Ragusa, molte miniere
di zolfo e di salgemma, stabilimenti di paste e conserve alimentari. Ad aggravare le condizioni della popolazione
s'era aggiunta l'epidemia di tifo durata dal 1935 al 1937 e la totale indifferenza del governo verso i lavori di bonifica
che pure apparivano necessari.
La risposta unanime dei siciliani a questo stato di cose fu, secondo l'autore dell'articolo, un progressivo
aumento delle manifestazioni di ostilità al regime, tra le quali vengono citate "lo sciopero della massa dei minatori
avvenuto nel 1938; i moti autonomisti di Palermo e di Catania nel primo anno di guerra; le manifestazioni antifasciste in tutte le
città della Sicilia nell'inverno del 1942". Poi Zaffuto prosegue cercando di fare risalire la causa delle violenze
compiute dai tedeschi nell'isola alla pretesa tendenza antifascista del popolo siciliano, circostanza questa che avrebbe
portato il governo fascista ad emanare ordinanze eccezionali, come la deportazione in massa dei funzionari e degli
impiegati statali dalla Sicilia, nonché una particolare disposizione (applicata secondo lo Zaffuto soltanto in Sicilia) che
garantiva i militari tedeschi dalla giurisdizione ordinaria dei tribunali italiani, anche in caso di flagranza di omicidio.
Tutto ciò - secondo una concatenazione logica più che eccepibile - conduce l'autore a indicare l'istanza autonomistica
come la più idonea a garantire la rinascita della Sicilia.
Nel numero successivo compare una lettera, a firma Giovanni T., in aperta polemica con lo Zaffuto sulla base
delle seguenti argomentazioni: 1) più che di un "problema siciliano" sarebbe corretto parlare di un più ampio
"problema del meridione", di cui nel nuovo regime democratico si può finalmente discutere pubblicamente, individuandone
le cause e i rimedi, e sollecitando lo Stato a intervenire d'autorità laddove interessi di gruppi locali siano d'ostacolo
alla crescita economica e sociale del Sud; 2) parlare di "autonomia", invece, equivale a parlare di "separazione", di cui
la prima è un preludio; 3) l'arretratezza dell'economia dell'isola non comporta affatto come logica conseguenza la
necessità di autonomia o separazione, poiché la Sicilia non potrebbe vivere con le proprie risorse, e "quindi
dovrebbe rivolgersi all'estero o all'Italia stessa, divenuta estero anch'essa"; 4) le non meglio precisate reazioni di "pochi
siciliani" al nazifascismo vanno ascritte al novero del patriottismo dell'isola, ma non hanno relazione alcuna con
l'istanza autonomistica.
Purtroppo l'articolo di risposta dello Zaffuto, in programmazione per il n. 10, non viene poi pubblicato: lo
comunica la redazione, definendolo "molto lungo per la complessità dell'argomento", e precisando di averlo inviato in
visione al sig. Giovanni T., affinché egli esamini le argomentazioni dello Zaffuto e, se vuole, si rivolga allo Zaffuto
stesso presso la redazione. Nel n. 11-12 - a chiusura dell'argomento, dobbiamo supporre - compare infine una
significativa vignetta di Franci intitolata "la risposta dell'Italia a Finocchiaro", riproducente l'italico "stivale" nell'atto di
sferrare un poderoso calcio nel sedere all'esponente separatista, raffigurato mentre stringe in mano un grosso sacco pieno
di denaro. È sicuramente da attribuire alla scarsa dimestichezza dei redattori con la discussione politica il fatto che
un argomento così interessante sia stato lasciato cadere.
L'approccio ai due problemi, come si sarà notato, è del tutto differente. Sulla questione triestina la redazione
esprime risolutamente una visione unitaria, con una presa di posizione netta che possiamo attribuire più facilmente
alla necessità di farsi interprete di un sentimento generale dei militari italiani del campo (tra i quali la componente "di
sinistra" doveva essere minoritaria) piuttosto che di assecondare le posizioni del governo
inglese36.
Sulla questione siciliana si avverte invece una certa carenza di informazioni storico-politiche necessarie a
consentire un dibattito articolato: in particolare rimane in sospeso - nel senso che non trova chiarificazione - la distinzione
tra il separatismo (che a quella data, come deterioramento dell'indipendentismo, poteva già considerarsi un
movimento "perdente" nello scenario politico nazionale e isolano, e rivolto a proseguire più volentieri la sua attività
nell'eversione e nel fiancheggiamento della criminalità) e l'autonomismo (soluzione praticamente già accettata dagli Alleati),
che in tal modo restano concettualmente confusi e sovrapposti, quasi che quest'ultimo fosse l'anticamera del primo;
né viene precisato (come invece Giovanni T. vorrebbe) il rapporto tra autonomismo e antifascismo, specialmente in
ordine al preteso contributo dato dagli autonomisti alla lotta
antifascista37.
Scelte istituzionali e politica nazionale
Alcuni editoriali, ad opera dello stesso autore dietro lo pseudonimo di "Uomo qualunque" (che non mi sembra
comunque sintomatico di un orientamento partitico della redazione), sono destinati a fornire ai lettori un quadro
concettuale costituito da informazioni di base ed elementi di riflessione sui diritti e i doveri di una partecipazione
consapevole alla vita politica democratica della nazione, alla quale gli ex internati (giovani e meno giovani) non erano
ovviamente abituati.
In un primo
articolo38 l'estensore cerca di orientare il cittadino alla responsabilità dell'esercizio del voto, tenuto
conto che gli italiani soffrono ancora al presente le conseguenze della dittatura e sono circondati "da residue ombre
della falsa propaganda fascista" che potrebbero compromettere una razionale e autentica espressione della volontà
popolare.
L'impegno della redazione pertanto si indirizza ad educare il cittadino a non lasciarsi sedurre dagli aspetti più
superficiali della propaganda e della scenografia politica: "L'italiano democratico, il futuro elettore, conscio
dell'alta responsabilità che gli è data di segnare la via attraverso la quale dovrà essere condotto a buon porto il proprio
destino e quello supremo della Patria, esaminerà profondamente e scrupolosamente ad una ad una le vie che gli vengono
mostrate. Secondo il suo buon senso, secondo la sua intelligenza, secondo il particolare momento della nazione dà il
suo voto, la sua adesione, a quel partito (direi meglio, a quel programma) che, a suo parere, si adatta di più alle
esigenze della nazione in quel suo determinato periodo. L'elettore darà il voto solo dopo avere ben ponderato il pro e il
contro di ciascun programma di partito, senza lasciarsi trascinare dalle qualità oratorie, o di prestanza, o che so io, di un
uomo, o dall'emblema di un partito, sol perché ha un bel colore o, peggio, da presunzioni superficiali radicate durante e
dopo il regime dittatoriale fascista. Tutto ciò in considerazione che solo egli, l'elettore, è responsabile della sorte della
nazione nel presente e nel futuro".
In questi moniti si avverte la consapevolezza dei danni arrecati al paese da un ventennio di propaganda politica
falsa e ingannevole, e parimenti appare evidente l'urgenza per i cittadini di acquisire un'attitudine ad avvicinarsi
criticamente ai programmi politici, e ad esaminare attentamente, al di là dei
fini più o meno generici che ciascun partito si
propone (che sovente si dissolvono in luoghi comuni, e che comunque si suppongono volti al bene della nazione),
gli strumenti attraverso i quali i diversi partiti intendano raggiungere quei fini, poiché saranno proprio quei mezzi a
determinare il corso dell'esistenza del paese. È perciò necessaria la pluralità delle fonti di propaganda, condizione
irrinunciabile per consentire ai cittadini di orientarsi: in tal modo la propaganda politica finirebbe col perdere quella
valenza negativa assunta durante il fascismo, e riacquisterebbe la funzione positiva di onesta pubblicizzazione dei propri intenti.
Il problema di preparare i cittadini a uno scenario politico abitato da una molteplicità di partiti doveva però
essere particolarmente avvertito fra i redattori di "Ritorno", secondo i quali evidentemente in questa varietà di voci risiede
sì l'essenza della democrazia, ma si annida anche un possibile pericolo per l'elettore: quello cioè di incorrere nella
confusione e in scelte non volute. Il fondo d'apertura del n.
339 è dedicato all'azione politica dei partiti dopo lo
svolgimento delle elezioni, allorquando il partito favorito dagli elettori assume la direzione del paese, mentre i partiti
usciti sconfitti dalle consultazioni - secondo la visione ottimistica quanto ingenua dell'estensore dell'articolo -
partecipano anch'essi alle attività del governo, svolgendo in parlamento, mediante una quantità di rappresentanti proporzionata
al numero dei voti ottenuti, un'azione di controllo e di vigilanza; il banco di prova della validità dell'opera del
governo è comunque dato dalla periodicità delle consultazioni elettorali, con le quali il popolo decide se continuare o
meno per la strada già intrapresa. L'articolo menzionato presenta un contenuto tutto sommato convenzionale, ma da esso
si evince la preoccupazione che, oltre a garantire la diversità delle idee, si tuteli altresì la dignità parlamentare dei
partiti minoritari, in modo da non vanificare nessun voto.
L'articolo di fondo sul n.
440 dà notizia della costituzione del governo Parri, chiarendo i motivi storici e politici
per i quali si è giunti alla formazione di "un governo di coalizione e di transizione", nel quale tutti i partiti sono
rappresentati, in vista della preparazione delle elezioni e dell'Assemblea costituente. Lo stile del redattore è ispirato
prevalentemente dall'esigenza di fornire al lettore, per ciascuna delle problematiche affrontate, un quadro di
riferimento storico-normativo, al fine di consentirgli di elaborare autonomamente una propria opinione in merito. Mi sembra
un tentativo interessante (la cui riuscita o meno non saremo mai in grado di verificare) di educare - o rieducare - il
cittadino alle pratiche di una nazione retta da un regime democratico. In questa ottica è interessante anche l'analisi di un lungo articolo di fondo dedicato al problema
istituzionale41, che è in realtà una breve trattazione di diritto pubblico sulla natura di una monarchia costituzionale, i poteri del
sovrano, le attribuzioni del parlamento, ecc., con digressioni di carattere filosofico-politico sui concetti di "nazione" e di
"stato".
Nonostante l'apparente "oggettività" dell'esposizione, traspare tuttavia in modo palese l'inclinazione
dell'articolista verso la forma repubblicana, dove le alte cariche dello Stato vengono scelte dal popolo sovrano: "La scelta e
l'elezione fatta in questa guisa - scrive difatti - è la migliore garanzia che il capo dello Stato eserciterà i suoi poteri
secondo la volontà genuina del popolo. Il presidente della Repubblica, infatti, si rende più facilmente interprete dei
sentimenti dei cittadini, perché egli stesso è uno di loro, tratto tra i migliori, il più saggio, probo, capace,
universalmente noto per i suoi buoni requisiti e per gli alti servigi resi, in altra sede, alla Patria"; mentre per quanto riguarda
l'attività dei ministri, solamente in una repubblica essa "viene a rappresentare integralmente l'espressione della volontà
del popolo, qualunque sia la procedura, dettata dalla legge, per la loro nomina".
La conclusione logica - rivelatrice di una presa di posizione assai significativa - è che la forma repubblicana è
superiore a quella monarchica, poiché nella repubblica "tutti i poteri sono devoluti al popolo che delega i suoi
rappresentanti sia per far le leggi sia per applicarle ed esplicare i poteri nell'interesse collettivo della nazione". A titolo
esemplificativo delle due forme di governo l'autore cita gli Stati Uniti, lodati come potenza giovane e dinamica, e la
Gran Bretagna, la cui monarchia viene comunque celebrata per ragioni storiche, e forse anche per opportunità
contingente42.
Il fondo d'apertura del n. 7, dedicato alla dichiarazione di guerra dell'Italia al
Giappone43, sembra proprio inserirsi nel dibattito sulla naturale collocazione del paese al fianco delle potenze democratiche. La notizia era giunta al
campo a mezzo radio qualche giorno prima, provocando "viva apprensione" nella comunità italiana, sulla base della
considerazione - ovvia quanto condivisa largamente - che dopo così tanto spargimento di sangue e così tanti sacrifici
sarebbe stato assolutamente insensato gettarsi in un nuovo conflitto. Secondo l'estensore dell'articolo, tuttavia, "il
passo fatto dal governo italiano è stato consigliato da imprescindibili necessità nazionali", e questo è logicamente il
passo successivo alle svolte del 25 luglio e dell'8 settembre 1943, allorquando l'Italia, dopo avere liquidato il
fascismo, si schierò contro la Germania nazista: una volta collocatisi al fianco degli Alleati, insomma, occorre restarvi,
assumendosi tutte le responsabilità che incombono su quello schieramento, prima fra tutte la guerra al Giappone.
Perciò l'editorialista può affermare che "per risanare le sue ferite l'Italia dichiara oggi la guerra al Giappone. È
questo il tributo che essa deve pagare perché possa ritrovare il posto che le compete tra le nazioni del mondo, far valere
tutti i suoi diritti e richiedere quindi gli aiuti di cui ha bisogno". La posta in gioco è rappresentata dall'ammissione
dell'Italia tra le Nazioni Unite, e soltanto attraverso una guerra combattuta come alleati leali dei paesi vincitori sarà
possibile convincere l'Inghilterra e la Russia (notoriamente avverse alla penisola) a guardare all'Italia con
benevolenza: in altre parole la guerra è interpretata come necessaria ai fini di una piena e meritata "riabilitazione" del paese e
degli italiani, e indispensabile per recuperare il prestigio perduto e per potere a buon diritto richiedere sostegni per il
risanamento economico.
Purtroppo l'argomento della guerra al Giappone risulta circoscritto a questo solo editoriale, e non si sviluppa in
un dibattito, così da non darci neppure una lontana percezione di quello che potesse essere lo stato d'animo degli
italiani di fronte a un nuovo
conflitto44.
Tra valori resistenziali e impegno per il futuro
Nato come giornale d'informazione e di svago, "Ritorno" presenta tuttavia sin dai primi numeri alcune prese
di posizione importanti per farci comprendere le intenzioni degli ex Imi (o meglio: di una parte considerevole di
essi) verso la società italiana e verso un impegno politico inteso come contributo alla crescita del proprio paese: "L'ex
internato in Germania che rientra in Italia con un grave fardello di cognizioni ed esperienze acquisite durante circa
due anni di dura prigionia e prima, - scrive un redattore - vuole attivamente partecipare alla vita politica della nazione.
E ne ha non solo il diritto ma anche il dovere perché entrerà a far parte di una società prettamente
democratica"45.
È poi un articolo di
Metalli46 ad approfondire questa problematica. L'autore muove dal presupposto che la
guerra non ha escluso dalle sofferenze alcun gruppo di individui, dentro o fuori dai confini nazionali. E tuttavia sostiene
che i reduci dai Lager nazisti soffrano di un duplice svantaggio rispetto ai compatrioti che non hanno subito la
deportazione: in primo luogo in termini politico-economici, giacché chi non è stato internato ha potuto prender parte, pur
con tutti i limiti imposti dalla guerra, alle normali attività della vita, mantenendo saldamente le proprie posizioni; poi
in termini morali, poiché gli orrori dei Lager, mirati ad annullare la dimensione morale e valoriale della vita, col
dare risalto soltanto alle mere esigenze materiali utili alla sopravvivenza, hanno provocato abbrutimento.
Mentre per superare il primo dei due svantaggi indicati l'autore auspica provvedimenti del governo a beneficio
degli ex internati, per affrontare il problema morale occorre invece che gli ex internati facciano ricorso alle sole loro
forze, risvegliandole se ancora assopite: il ritorno alla vita vera potrà avvenire quindi soltanto attraverso la
partecipazione attiva alla vita pubblica, rifuggendo da atteggiamenti alla Robinson Crusoe o ispirati "alla comoda filosofia del
'tirare avanti'...": unicamente in tal modo - cioè attraverso un'attenta ricostruzione della propria esistenza, a cominciare
anzi dalla propria famiglia, con l'impartirle un'educazione morale affinché essa segua la strada della civiltà - si potrà
secondo l'autore contribuire alla ricostruzione della nazione.
L'articolo qui riassunto inquadra assai correttamente il sacrificio degli internati militari nel "sistema" del
concentrazionario nazista, e più in generale delle sofferenze portate dalla guerra. Secondo l'ufficiale, dunque,
l'esperienza del Lager non conferisce di per sé titoli spendibili nella società dopo il rimpatrio (salvo il giusto riconoscimento
che l'autore richiede), ma costituisce una fiammella che il singolo dovrà curarsi di alimentare costantemente,
attraverso l'esercizio quotidiano di un impegno morale speso per la pubblica utilità, ben sapendo che il "segreto" del Lager
(cioè la sua capacità di annullare la personalità dell'internato) sarà sempre in agguato per cercare di far ricadere il reduce
là dove il sistema nazista voleva portarlo. Il ripudio del Lager e dei suoi valori negativi, insomma, viene proposto
come lotta di un'intera esistenza.
Nello stesso numero compare, nella rubrica "Piccola posta", il seguente intervento: "È proprio il desiderio o
l'istinto bestiale del ritorno alla tana, quello che ci spinge a desiderare con tutto il cuore di prendere una buona volta il
treno per l'Italia? In un certo senso sì, ma attorno a questo istinto c'è un così grosso corollario di affetti e di propositi
buoni per un miglioramento fisico, economico, intellettuale e anche morale e politico, che fanno quasi scomparire
questo istinto. Ci facciamo continuamente delle domande a cui nessuno finora può rispondere. Come se la passeranno i
nostri cari? Che cosa penseranno di noi? Ci sapranno almeno vivi? Queste domande ci dimostrano che non
pensiamo solo egoisticamente, ma che il nostro interessamento si allarga
a campi più vasti: la famiglia, il villaggio, la città,
le comunicazioni, il commercio, l'agricoltura, l'industria e anche la politica. Perché siamo stati tanto ansiosi sulla
sorte di Trieste e della Val d'Aosta? Abbiamo pure pensato alla Marina da guerra e mercantile. In questi giorni la radio
ha pronunciato un nome: Parri, capo del Partito d'azione. È un professore che conosce anche il greco oltre al latino,
la storia e la geografia. I suoi seguaci sono dei giovani che hanno combattuto la dura lotta dell'imboscato e del
sabotaggio. Che ne sarà di noi in confronto dei partigiani, di noi dico che abbiamo sopportato le sofferenze più atroci
piuttosto di combattere con le truppe tedesche? Vorremo noi appartenere al Partito d'azione o piuttosto a quello
comunista, al socialista o al democristiano? Io per me, 'libertà vo' cercando' e pur avendo i miei principi politici ben definiti
non voglio iscrivermi ad alcun partito, ma cercherò di esaminare per conto mio i problemi economici e politici
combattendo ogni esagerazione coi mezzi di cui dispongo specialmente con la parola e con la
penna"47.
L'atteggiamento dell'estensore della lettera è significativo e caratteristico di un modo di pensare che si andava
sempre più diffondendo48: la tentazione all'egoismo per la propria salvezza viene scacciato dall'apprensione per la
sorte presente e futura dei propri cari; l'internamento viene percepito come un atto di resistenza attiva che dovrà
conciliarsi e, forse, confrontarsi con altre forme di resistenza, col rischio che i sacrifici della deportazione non vengano
valutati nella giusta luce; il rapporto con i partiti è problematico, poiché i mesi perduti in attesa del rimpatrio
corrispondono ad altrettanti mesi di mancata partecipazione alla politica attiva, e il comportamento più istintivo per chi è
lontano dall'Italia è quello di mettersi in posizione di attesa per orientarsi meglio.
Nel numero successivo l'argomento viene ripreso in un interessante contributo, più profondo e articolato, di
nuovo a firma di Metalli49. Il ragionamento dell'autore è sostanzialmente il seguente: a prescindere dai meriti particolari
dei singoli, tutti gli ex internati sono detentori di un merito evidente, che risiede nell'essersi sottoposti a sofferenze
volontarie per non collaborare coi nazifascisti, mettendo in atto (quando ciò è stato possibile) una resistenza attiva o,
in alternativa, una resistenza passiva "sotto mille forme diverse"; pertanto è ragionevole ritenere, pur senza troppe
illusioni, che il governo tenga conto di tale sacrificio nel definire la posizione degli ex Imi "nei confronti degli altri",
non fosse altro per il fatto che gli ex Imi costituiscono una massa di individui per lo più fra i 20 e i 40 anni, eterogenei
per estrazione sociale e per professione, ma tutti in possesso dei requisiti per essere elettori, e quindi portatori di una
dote alla quale i politici sono sensibili.
Nonostante quanto sopra premesso, l'autore non ritiene comunque improbabile neppure l'ipotesi che il governo
non soddisfi appieno le aspettative dei reduci. Pertanto si renderebbe a quel punto necessaria la costituzione di un'associazione che, pur tenendosi lontana dalle manifestazioni di piazza, rappresentasse e facesse valere le ragioni degli
ex Imi. Tale organizzazione (che Metelli prefigura indipendente o "incorporata in qualche altra già esistente e
trattante problemi affini", ma non confusa con quella, e quindi caratterizzata dalla sua peculiarità intrinseca) dovrebbe
affrontare specialmente i problemi seguenti: "Assistenza iniziale degli ex internati al loro rientro in Patria; aiuto alla
ricomposizione delle famiglie; intervento tempestivo e diretto presso il governo perché emani provvedimenti atti ad
alleviare e risolvere le questioni di carattere generale (soccorso ai danneggiati nei loro beni e dipendente dalla loro
assenza; pagamento delle spettanze o dei diritti maturati durante il periodo di internamento; liquidazione per i soldati
ed operai degli emolumenti non percepiti in questo periodo; ricollocamento ai posti già precedentemente occupati e
sistemazione ex novo di coloro i quali non avevano ancora un posto, di coloro i quali si trovano ad esserne privi
per ragioni inerenti alle devastazioni di guerra o per soppressione di organismi; risoluzione del problema degli
studenti atta ad alleviare o comunque facilitare una ripresa o il compimento dei loro studi; ecc.); costituzione di centri
regionali per assistere i singoli e per l'esame dei loro problemi personali".
Nonostante qualche piccola ingenuità dovuta alla mancanza di sufficienti informazioni, tale contributo sembra
singolare per la lucidità della prefigurazione delle future difficoltà di reinserimento nella vita civile da parte degli ex
Imi: accanto alla consapevolezza di avere fatto il proprio dovere sino in fondo, e della necessità di continuare a fare
fronte a una serie di obblighi civici, fa però anche capolino il dubbio che - per una serie di ragioni in quel momento non
facilmente spiegabili ma soltanto vagamente intuibili - la società non saprà o non potrà corrispondere a tutte le
aspettative dei reduci dai Lager. Di qui dunque la necessità di costituire un'associazione che porti l'ex internato in una
situazione non - si badi - di privilegio, ma bensì "di assoluta parità nei confronti di tutti gli
altri"50.
Nell'ottica di un impegno per il futuro va inteso anche lo sforzo di ricostruire un rapporto con le altre
nazionalità improntato a valori di fratellanza e di civiltà, e supportato dalla condivisione del sacrificio imposto
dall'internamento nel Lager e dalla resistenza al nazifascismo. A questo impegno possono ascriversi, come già detto, le partite di
calcio "amichevoli" giocate contro le altre "nazionali". Ma anche la redazione di "Ritorno" dette in tal senso un
contributo prezioso, fungendo da modello alla realizzazione (o forse ispirandola direttamente) di un giornale polacco, che si
stampò a partire dal 1 agosto 1945 in foggia assai simile a quella di "Ritorno", e con un'analoga impostazione grafica e
tematica, per quanto non privo di una sua originalità
contenutistica51. L'annuncio dato su "Ritorno" dell'inaugurazione
della redazione di "Slowo Polskie" è inequivocabile delle buone relazioni che intercorrevano fra giornalisti italiani e
polacchi: "Martedi, 1 agosto, ha avuto luogo al campo polacco l'inaugurazione della redazione del giornale polacco
'Slowo Polskie'. Alla breve ma solenne cerimonia, presenziata dal comandante Jozef Rajski e da altre personalità della
colonia polacca, era presente anche la nostra redazione. Dopo la benedizione dei locali, hanno parlato mons.
Mackowick e il dr. Marian Molczewski, redattore capo, il quale si è rivolto, tra l'altro, con espressione di simpatia ai redattori
di 'Ritorno' ed agli italiani in
Osnabrück"52.
Un sintetico intervento di Anauniensis, in uno degli ultimi numeri del
giornale53, tenta una sintesi delle
miserevoli condizioni materiali e finanziarie dell'Italia, disilludendo in tal modo i colleghi da qualsivoglia pretesa di
riconoscimento futuro del loro merito resistenziale, ma invitandoli piuttosto a riprendere ciascuno la propria occupazione,
"ognuno nel suo campo, nel miglior modo, senza incomposte dimostrazioni di
piazza"54. L'atteggiamento nei confronti
della società e della politica è esposto con parole semplici e chiare, dalle quali trapela il convincimento che la vita
del campo nell'attesa del rimpatrio, con le personali assunzioni di responsabilità che essa impone, costituisca già di
per sé una valida premessa per il reinserimento nella società civile: "In questo ultimo periodo di attesa ci siamo abituati
in una specie di sistema di vita nel quale ognuno compie il suo piccolo dovere, non per paura di una punizione, ma per
il benessere proprio, che corrisponde anche a quello della collettività. Nello stesso modo faremo pure il nostro
dovere in Patria ed invece di criticare le leggi, [
], cercheremo di esaminarle con calma e di agire di conseguenza non per
un fine esclusivamente egoistico, ma onestamente, come è nostro dovere, in vista di un interesse generale del paese.
Bisognerà guardarci quindi, scambievolmente negli occhi avendo fiducia uno dell'altro come conviene fra
galantuomini. Cercheremo di produrre più che sarà possibile e di lavorare sodo".
Il sospirato ritorno
Come è logico, il tema seguito con maggiore apprensione sia dai redattori che dai lettori è costituito dalle notizie
in merito al rimpatrio, che si ricercavano avidamente, giacché le incognite e le ansie dei soldati accasermati a
Osnabrück in attesa di ritornare in Italia (delle quali abbiamo già esaminato una variegata campionatura) potevano avere
senso soltanto in funzione di un effettivo ritorno.
I primi rimpatri di ex internati, a scaglioni più o meno piccoli, possono essere facilmente seguiti attraverso una
disamina della rubrica "Notiziario", le cui informazioni (desunte dai notiziari radiofonici) assumono verso la fine
del mese di giugno un tono concitato ed entusiastico.
Da Bari: all'atto della chiusura delle frontiere erano entrati in Italia cinquantamila ex internati; dopo le iniziali
espressioni di euforia, però, "dai primi accertamenti sanitari è risultato in seguito, che la loro condizione fisica non è
del tutto soddisfacente. Molto forte è la percentuale dei tubercolosi".
Da Londra: "Il rientro in Italia degli ex internati italiani in Germania si è iniziato con un ritmo di 1500-2000
persone al giorno".
Dal Lussemburgo55: "È in atto regolarmente il rimpatrio degli italiani dall'Austria ed è stato iniziato quello
dai campi della Germania meridionale. Quest'ultimo è ancora lento ma nei prossimi giorni sarà accelerato. Man
mano che si libereranno i campi del Sud saranno spostati anche quelli del centro e poi quelli del Nord".
"Nella prima quindicina di luglio avrà inizio la nostra partenza. Tutto il campo ne parla. I comandi superiori
mantengono il più stretto silenzio. Abbiamo sguinzagliato i nostri 'reporters'. La notizia sembra, tra l'altro, essere
confermata da una comunicazione radiofonica di ieri mattina della stazione di Lussemburgo, nella quale è stato detto che
a partire dal primo luglio rientreranno per via ferroviaria gli ex internati italiani. I nostri treni, al ritorno, serviranno
a riportare in Germania trecentomila tedeschi".
Da Milano: il campo di Ulm è stato quasi del tutto evacuato dagli ex Imi rimpatriati.
Da Bari: dal giorno 7 luglio avrà inizio il rimpatrio degli italiani dalle zone della Germania settentrionale
sotto occupazione inglese56.
Intanto ai primi di luglio giungevano al comandante del campo di Osnabrück due importanti messaggi: uno, in
data 2 luglio, da parte del regio ministro incaricato d'affari a Bruxelles Scammacca, il quale, tra le diverse e doverose
parole di circostanza, assicurava di avere ricevuto l'elenco nominativo degli italiani presenti al campo e di averli
trasmessi a Roma affinché dagli uffici centrali venissero inviate notizie alle famiglie; un secondo - sempre in data 2
luglio 1945 - da parte del colonnello R. Fiore Vernazza, comandante degli ufficiali italiani di collegamento presso lo
U. S. Army, con il quale si trasmettevano copie di messaggi e di comunicati stampa diretti ai prigionieri di guerra, e
precisamente: un messaggio dell'Alto commissario Prigionieri di guerra in data 14 giugno 1945; un
radio-messaggio per i prigionieri di guerra in Germania in data 14 giugno 1945; un comunicato per la stampa in data 13
giugno 194557.
Nei numeri successivi vengono date altre notizie.
Dalla Città del Vaticano: il giorno 29 luglio partirà una missione per l'assistenza degli italiani che rimpatriano
dalla Germania; essa sarà dotata di diciassette autocarri con medici, infermieri e medicinali, e ventitré autocarri
carichi di viveri e vestiario. Inoltre "gli Alleati hanno promesso di portare da 5000 a 7000 il numero dei rimpatriati al
giorno".
Da Milano: a Napoli quattrocento ex Imi si sono presentati al sindaco della città lamentando "la loro
disastrosa situazione economica" e chiedendo "provvedimenti a loro favore per metterli in condizione di poter vivere.
Dal Lussemburgo: "Gli 80.000 italiani che si trovano nella zona renano-westfalica e Hannover hanno iniziato
il rimpatrio col ritmo di 1.500 al giorno. Degli 80.000 già 20.000 sono stati rimpatriati"58.
L'intera prima pagina del n. 10 è occupata da una caustica vignetta di Franci, suddivisa in due scene distinte: in
alto tre uomini politici si contendono una poltrona sulla quale è scritto "governo italiano"; in basso un ex Imi in
uniforme ascolta le notizie dei rimpatri dalla radio e dice: "Speriamo che quando qualcuno ci si sarà seduto pensi a me...".
Nello stesso numero trova posto un articolo di
Biavati59, dal quale, pur con tono ispirato alla correttezza e a un
formale (ma soltanto fino a un certo punto) rispetto delle patrie istituzioni, emerge un'indignazione comunemente
condivisa che non è più possibile contenere: prendendo spunto dalla notizia di una manifestazione di protesta di
sessantamila donne a Milano per il mancato rimpatrio dei prigionieri, l'articolista lamenta e denuncia che nei centoventi
giorni di attesa nel campo gli ex Imi si sono trovati alle prese con una razione alimentare "identica" a quella
precedentemente somministrata loro dai
tedeschi60; si son visti passare davanti "su camion infiorati" i prigionieri tedeschi
diretti alle proprie case; si son trovati a vivere in condizioni di vita al limite dell'accattonaggio, ridotti a mendicare
dall' "elemosiniere" scarpe e vestiti usati, con effetti deleteri per il senso di dignità personale dei singoli; sono stati più
volte illusi, senza motivo, sui tempi e i modi del rimpatrio. La causa prima di tali ritardi è da individuare, secondo
Biavati, nell'inefficienza della burocrazia, "burocrazia che è facile definire fascista, ma che dovremmo ora confessare
italiana".
Dopo una tale serie di proteste sembra che nei primi giorni d'agosto l'Unrra abbia offerto al Comando italiano
presso Osnabrück (o, più verosimilmente, a una parte dei componenti della comunità italiana) il trasferimento in un
altro campo. L'offerta fu rifiutata per la paura di dovere ricominciare daccapo l'opera di sistemazione e adattamento di
un nuovo Lager che - come si sospettava sinistramente - sarebbe stato consegnato agli italiani in condizioni di
estremo squallore61.
Conclusioni
Da tempo conosciamo bene le attività culturali, artistiche e ricreative che si svolsero in campi - come
Wietzendorf e Sandbostel, ad esempio - le cui vicende, per motivi legati alla generosità della memorialistica e alla particolarità
dei personaggi che li popolarono, ci sono sufficientemente note. Gli ex internati confluiti a Osnabrück provenivano
invece da esperienze assai meno ricche sotto il profilo culturale; soprattutto ai sottufficiali e ai soldati, impegnati fin
dai primi mesi d'internamento nel lavoro obbligatorio e spesso dispersi in piccoli centri isolati, erano del tutto mancate
le opportunità di organizzare conferenze, corsi, pratiche religiose, ecc.
Attraverso le pagine di "Ritorno", che ci hanno illuminato un poco su un campo scarsamente conosciuto,
abbiamo pertanto potuto scorgere, in sintesi, i problemi materiali e morali degli ex Imi in attesa di rimpatrio, e i loro
argomenti di discussione pubblica. Ne risulta l'immagine di una comunità militare ben comandata e organizzata, tenuta in
piedi non soltanto dalla disciplina militare ma anche e soprattutto dal vivo senso di dignità personale dei suoi
componenti, costituita da uomini consapevoli dell'importante funzione resistenziale svolta nella lotta contro il nazifascismo
(con tutte le responsabilità morali e civili che ne derivano), speranzosi (ma non troppo illusi) in un sollecito rimpatrio e
in un riconoscimento pubblico del sacrificio compiuto, pronti ad assumere un ruolo attivo in una nuova Italia
liberata dalla dittatura, democratica e inserita a pieno titolo nel novero dei paesi civili. In conclusione, una comunità di
italiani di cui andare fieri.
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