Roberto Favario
L'emigrazione e l'economia nell'alta valle Elvo dal 1881
al 1921*
II parte
"l'impegno", a. XXVI, n. 2, dicembre 2006
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Uomini, donne, mestieri e destinazioni
Il quadro economico descritto nella prima parte di questo saggio ci permette di contestualizzare i flussi migratori da Graglia, Muzzano e Occhieppo Superiore. La componente migratoria interna al Regno d'Italia fu la più
considerevole, ma i flussi che a cavallo del XIX e XX secolo si diressero verso l'Europa e le Americhe raggiunsero dimensioni ragguardevoli.
Le donne
La quantità di uomini che abbandonò l'Italia fu predominante rispetto a quella delle donne e la valle Elvo non
sembrò fare eccezione1. Nei paesi di Graglia, Muzzano e Occhieppo Superiore, dal 1881 al 1921, gli uomini rappresentavano
l'83 per cento delle partenze, mentre solo il rimanente 17 per cento spettava alla componente femminile. Gli uomini li
ritroviamo lungo tutto l'arco temporale, mentre le donne presentano una distribuzione nel tempo più concentrata.
A fine Ottocento poche donne parteciparono al processo migratorio. La maggioranza rimase ad accudire
la casa e i terreni in loco, occupandosi dell'allevamento dei bambini. Ciononostante la componente femminile
partecipò all'integrazione del reddito familiare, non solo lavorando i campi, ma anche occupandosi di altre attività, quali la tessitura a
mano e il lavoro domestico.
Il ruolo delle donne all'interno del ciclo migratorio sembrò non cambiare fino allo scoppio della prima guerra
mondiale. I giovani uomini vennero prima bloccati all'interno dei confini nazionali ed in seguito inviati al fronte. Molte
famiglie vennero così private della loro fonte di sostentamento principale e videro messo a dura prova il fragile equilibrio
economico-sociale sul quale si reggevano. Toccò alle donne sostituire le braccia mancanti non solo nell'industria, ma
anche all'interno dei circuiti migratori. Durante il periodo bellico la donna divenne così la principale sostenitrice della
coesione familiare e ne evitò lo sgretolamento.
I censimenti fanno notare come di quel 17 per cento di partenze femminili, il 10 per cento si concentrasse nel
censimento del 1921. Nei registri dei passaporti si osserva poi ancora meglio la crescita della componente femminile
durante la guerra. Dal 1901 al 1910 le donne che richiesero il passaporto rappresentavano un valore percentuale sul totale
delle richieste che oscillava tra il 2,4 per cento e il 7,3 per cento. Dal 1911 iniziò una crescita destinata ad arrivare al 20
per cento nei primi anni del conflitto, per poi surclassare la componente maschile nel 1917. Nella prima metà degli anni
dieci del Novecento la crescita era imputabile alle donne che emigravano per raggiungere le proprie famiglie all'estero,
mentre nella seconda metà del decennio la presenza femminile surclassò la componente maschile costretta a partire per
il fronte.
Con la fine della guerra i valori dell'emigrazione femminile tornarono a scendere, toccando nel 1919 gli stessi
valori del 1911, ma non sarebbero più scesi ai livelli della prima fase della "grande emigrazione". Oramai anche la donna
era entrata a far parte dei circuiti migratori.
Se la prima guerra mondiale aveva innalzato il numero delle emigranti, la loro presenza, pur minoritaria, era
presente fin dai primi flussi. Inizialmente era stata l'assenza delle reti familiari a disincentivare la loro partenza, a differenza
delle partenze maschili, che invece potevano contare su conoscenze e legami collaudati da tempo. Era proprio l'assenza
di legami sociali nella nuova comunità a frenare nella maggioranza dei casi le partenze femminili. La partenza
avrebbe interrotto i legami con la comunità natia e messo le donne di fronte alla necessità di "costruire un ponte" di
collegamento con una nuova società, ritrovandosi a dover abbattere quello sul quale avevano costruito la propria vita. Sapere
di avere una buona possibilità lavorativa poteva incentivare la partenza, ma le donne facevano parte soprattutto di
un'emigrazione difficile e di
ricongiungimento2. Inoltre, l'avere figli diventava un ulteriore limite alle possibilità lavorative,
ed all'estero, invece di entrare in contatto con la nuova realtà, le donne finivano col fare le pensionanti ai propri
compaesani o connazionali3.
La componente femminile risultava essere costituita al 69,2 per cento da donne con un'età compresa tra i 21 e i
40 anni, mentre inconsistenti erano le percentuali di bambine e anziane. Nella maggioranza dei casi si trattava di
donne giovani, in età maritabile e pronte a governare una casa, ecco perché molte di loro erano segnalate nelle schede
censuarie o nei registri di passaporto come casalinghe o donne di casa (38,7 per cento).
Tra le altre professioni si potevano distinguere le tessitrici, le domestiche e le operaie. Quest'ultima indicazione è molto generica e può far pensare ad un impiego nel settore manifatturiero, in particolare in quello tessile, dov'era
riscontrabile un buon tasso di addette. Alle tessitrici di lana e seta presenti nelle rilevazioni censuarie di
Occhieppo Superiore e nei registri di passaporto di Graglia e Muzzano possiamo aggiungere altre specializzazioni come
cucitrici, spolatrici, filatrici, lingeriste e orlatrici.
Per quanto riguarda le destinazioni della componente femminile i tre paesi non
sembrano presentare grandi divergenze. Le donne delle tre comunità prediligevano in assoluto la
Francia4 (60,6 per cento) e la Svizzera (16,3 per cento).
Le mete continentali erano sicuramente le preferite, ma è da notare un 11,8 per cento di partenze verso gli Stati Uniti e
un 5,4 per cento verso il Sud America. Le percentuali verso il nuovo continente furono molto alte rispetto a quelle
maschili. Erano le donne a recarsi oltreoceano, dove si impiegavano come tessitrici o donne di servizio, ma non è da escludere
un alto numero di ricongiungimenti familiari difficilmente evincibili dalle fonti prese in considerazione.
Gli uomini
Torniamo ora alle partenze maschili, ossia all'83 per cento del flusso migratorio preso in esame. Si trattava di
ragazzi o uomini con un'età compresa tra i 21 e i 40 anni (61,6 per cento del totale), nel pieno vigore fisico, pronti a
sostenere la famiglia svolgendo la propria professione in altre località.
Dalla ricostruzione delle fasce d'età si nota come furono del tutto insignificanti le partenze dei bambini al di sotto
dei 10 anni o degli uomini con più di 60 (1,8 per cento). Un fattore caratterizzante l'emigrazione biellese era però la
compresenza di adulti e giovani all'interno dei gruppi familiari o di compaesani che viaggiavano insieme per raggiungere
le stesse destinazioni5. La percentuale dei ragazzi tra gli 11 e i 20 anni all'interno del gruppo degli emigranti considerati
si aggira infatti sul 15,8 per cento.
Nelle tre comunità a partire non erano i capifamiglia, appena il 6 per cento, ma soprattutto i figli, in particolare
se primogeniti e celibi. Dalle schede di famiglia dei registri di popolazione è possibile osservare famiglie numerose
comprendenti in media sette-otto persone. I figli rappresentavano il 76,6 per cento delle partenze. Essi non solo
alleggerivano in famiglia il rapporto consumatori/lavoratori, ma le loro rimesse garantivano la sopravvivenza del nucleo
familiare, permettendo ai rimasti di migliorare le proprie condizioni economiche e sociali.
Dalla percentuale dei figli in partenza si nota poi che il 30 per cento era rappresentato dalle partenze dei
primogeniti maschi. Una percentuale che possiamo far salire al 36,7 per cento se si considera che in molti casi il primogenito era
una ragazza, la quale rimaneva all'interno della comunità, mentre a partire sarebbe poi stato il primo figlio maschio
della famiglia.
Quando l'emigrante partiva non era mai solo, perché se la famiglia era composta da molte persone, allo stesso
modo la sua esperienza migratoria era vigilata da parenti e compaesani in maniera continua. L'emigrato veniva
consigliato, aiutato a trovare lavoro, mentre in alcuni casi erano vere e proprie squadre di operai della stessa valle o dello
stesso paese a muoversi insieme.
Veniva a crearsi un binomio che opponeva i luoghi esterni alla comunità, i quali si connotavano come maschili,
a quelli di partenza, identificati come femminili. Due ambienti, uno artificiale esterno, il luogo d'emigrazione, e uno
naturale interno, la propria valle. Proprio in quest'ultima si sperava di poter tornare non solo ogni anno, ma anche in
modo definitivo al termine della propria esperienza lavorativa per passare serenamente gli ultimi anni di
vita6.
Professioni edili specializzate
A cavallo tra Ottocento e Novecento, all'interno del grande flusso migratorio di contadini e braccianti, si poté
distinguere una corrente migratoria minoritaria di operai-artigiani specializzati, una sorta di "aristocrazia dell'emigrazione".
Da numerose aree alpine, tra le quali il Biellese, tradizionali flussi d'emigrazione lasciavano le valli per spingersi
anche oltre i confini nazionali, onde poter valorizzare al meglio le proprie capacità e competenze
tecniche7.
In particolare gli operai specializzati si concentravano nel settore edile e provenivano dalle regioni settentrionali.
A inizio Novecento, secondo la Federazione nazionale edilizia, i due terzi degli emigrati erano addetti dell'edilizia,
qualificati e non. Nel 1905 l'80 per cento degli edili proveniva da tre regioni, Piemonte, Lombardia e Veneto e, in
un'ulteriore analisi, le tre province più rappresentate erano quelle di Novara, Como e Udine, dove i tre quarti degli operai, a
differenza del livello medio nazionale, si presentavano come
specializzati8.
Il settore edile venne sempre considerato poco sviluppato e dal carattere artigianale a causa dei suoi lenti
cambiamenti, ben diverso dalle "rivoluzioni" che investirono molto più rapidamente gli altri settori industriali. Nel mondo
edile il processo di dequalifica degli operai fu molto più lento che non all'interno delle
fabbriche9 e per lungo tempo l'edilizia rimase una sorta di cerniera tra i lavori agricoli e quelli della nascente industria. Infatti molti passavano dal lavoro
dei campi, o dalla filatura e tessitura negli opifici, durante alcuni mesi dell'anno, ai lavori di costruzione durante altri,
integrando fonti di reddito che non sempre riuscivano a garantire risorse sicure e regolari nell'arco
dell'anno10.
I mutamenti che investirono l'edilizia furono determinati dall'aumento esponenziale della domanda pubblica e
residenziale avvenuta durante tutto l'Ottocento ed esplosa a cavallo del XIX e XX secolo. I contadini iniziarono a
riversarsi nei cantieri, offrendo le loro braccia. La nuova massa di manovali venne per lo più impiegata nel trasporto dei
materiali, all'88 per cento nei lavori di bonifica fluviale e lacustre, al 65 per cento nella costruzione di ponti e strade e solo
al 49 per cento nella costruzione e rifinitura di
edifici11. Stava nascendo la nuova classe operaia italiana, la quale, a
differenza di quella inglese, non sarebbe nata dagli artigiani, ma dal mondo contadino.
Le valli biellesi continuarono però a esportare manodopera specializzata, e non fu un caso se durante tutto il periodo
della "grande emigrazione" i manovali che lasciarono Graglia, Muzzano e Occhieppo Superiore rappresentavano
appena il 3,1 per cento degli emigrati. Se aggiungiamo poi le altre professioni che
possono essere considerate dequalificate (contadini, giornalieri, braccianti), la percentuale raddoppia, ma non supera il 7 per cento.
Con un rapporto inversamente proporzionale alla tendenza nazionale, gli edili specializzati della valle Elvo, del
Biellese e di altre aree alpine furono la componente maggioritaria della propria zona di
provenienza12. Probabilmente non è un caso se nella lingua parlata della valle Elvo è rimasta molto in uso l'esclamazione: "Sei un manovale!", per
indicare chi svolge una qualsiasi azione in maniera stolta.
I lavori legati al settore edile rappresentavano nelle tre comunità il 79,3 per cento delle professioni degli
emigranti, una quota molto alta che comprendeva solo operai specializzati. Su tutti prevaleva la figura del muratore (40,9 per
cento) e in parte quella del selciatore (22,6 per cento). La prima figura era possibile trovarla all'interno di ogni
singola comunità, mentre la seconda si concentrava soprattutto a Graglia e in parte a Muzzano. Alle loro spalle troviamo
poi decoratori, gessatori, marmisti e tutte le altre attività legate alla costruzione e alla rifinitura delle costruzioni.
Le capacità artigianali che caratterizzavano un muratore specializzato erano quelle che gli permettevano di
conoscere tutte le fasi della costruzione di un edificio. Da lui partivano le decisioni che davano il via alle operazioni di
garzoni, badilanti e manovali. Non era più semplicemente colui che connetteva le pietre e i mattoni con le malte, come
veniva definito a metà Ottocento, ma era un caposquadra capace di dirigere più
persone13.
I grandi lavori pubblici erano già gestiti in Piemonte a inizio Ottocento da grandi appaltatori, i quali, dopo aver
ottenuto il lavoro, lo suddividevano in lotti più piccoli, affidandone poi l'esecuzione a piccoli imprenditori o
capimastri14. Questi ultimi, a loro volta, potevano eseguire il lavoro, oppure trasformarsi in appaltatori. La tecnica adottata nei
cantieri italiani fu poi utilizzata nei grandi cantieri esteri.
Gli appaltatori italiani, dopo aver ottenuto l'incarico, richiamavano dall'Italia le maestranze necessarie
all'esecuzione dei lavori. Le maestranze specializzate controllavano così il settore e con le catene di reclutamento selezionavano
gli addetti in aree geografiche molto limitate, differenziandosi dagli altri
lavoratori15.
Ecco perché nel solo Biellese, nell'arco di pochi chilometri, era possibile trovare operai edili ben specializzati
paese per paese, come i riquadratori di Sala sulla Serra, i selciatori di Graglia nella valle Elvo e gli scalpellini nella valle Cervo.
Squadre di operai provenienti dallo stesso villaggio si spostavano di cantiere in cantiere per tutta l'Europa e in
parte anche nei territori d'oltreoceano. Furono soprattutto Francia e Svizzera ad accogliere i muratori biellesi, tanto che
in alcune località i termini "muratore" e "biellese" divennero
sinonimi16.
Non c'erano altre squadre nel settore edilizio al pari di quelle biellesi, le quali potevano contare muratori,
selciatori, scalpellini, riquadratori, e tutte le altre possibili
specializzazioni17.
Nel 1880 il muratore biellese non solo era conosciuto fuori dai confini nazionali, ma addirittura a Torino era il
prototipo del muratore. Secondo i cronisti dell'epoca si contraddistingueva per la sua parsimonia ed educazione, sobrietà e
spirito del risparmio. Lavorava, lavorava e lavorava in attesa di poter tornare a passare l'inverno con la sua famiglia
e utilizzare i guadagni per acquistare nuovi terreni e per migliorare la propria
abitazione18.
Con i muratori partivano fin dalla tenera età i giovani dai 12 ai 16 anni, i quali venivano impiegati come apprendisti
e garzoni. Cominciava così per loro non solo la vita dell'emigrante stagionale o temporaneo, ma anche
l'apprendimento del mestiere. Un passo alla volta, dopo aver iniziato col servire i muratori, avrebbero appreso conoscenze
tecniche sempre più difficili, arrivando dopo molti anni a qualificarsi come
mastri19.
Fino al 1880 la giornata tipo nei cantieri iniziava alle 5 del mattino e finiva alle 7.30 di sera, orari che vennero
modificati nel 1902, quando furono fissati a sette ore e mezza da dicembre a gennaio, otto ore e mezza a febbraio e novembre,
nove ore a ottobre, nove ore e mezza a settembre e marzo, dieci ore tutti gli altri
mesi20.
Nelle zone in cui i muratori lavoravano, affittavano soffitte in periferia e mantenevano una vita molto sobria. A
pranzo un muratore che poteva allontanarsi prima degli altri dal lavoro cucinava la polenta, alla quale affiancava il
formaggio o la ricotta. Alla sera il riso con la verdura o l'insalata costituivano la cena. Spendevano poco o niente e vestivano
come nei villaggi, nell'intento di risparmiare il più possibile per tornare in autunno a
casa21.
Il quadro descritto è valido sia per i cantieri italiani, sia per quelli stranieri, come ci indica Paola Corti nel
saggio sull'alimentazione degli italiani nei cantieri francesi. Rispetto agli edili francesi era notevole il loro basso valore
dietetico-nutritivo, soprattutto se erano
stagionali22. Alto rimaneva invece il consumo di vino a causa del suo basso
prezzo. Un'abitudine deprecata dalle inchieste italiane ed
estere23.
Il vino, l'appartarsi tra compaesani e altri stereotipi non favorirono l'integrazione tra le due parti. I gruppi
specializzati mantennero gli stili di vita della penisola (cibo, vestiti,
religione)24, in particolare i lavoratori stagionali si
preoccupavano maggiormente di guadagnare il più possibile per poi tornarsene dalla loro famiglia durante i mesi invernali e
ripartire l'anno seguente con lo stesso intento. Però è importante fare un distinguo, perché i muratori biellesi, e quindi
quelli della valle Elvo, erano quasi tutti muratori specializzati, apprezzati per le loro abilità, così come lo erano gli altri
italiani impiegati nel settore dell'abbigliamento o della produzione dei mobili. Essi avevano salari che oscillavano dai 7 ai
9 franchi, quando nel 1890 a Parigi erano di 8,50 franchi al giorno per un tagliapietre o un muratore esperto, di 5
franchi per un terrazziere o un
fumista25. Non erano loro la causa principale dei ribassi salariali, o la fonte di sentimenti
sciovinisti, bensì i manovali provenienti dalle altre aree d'Italia, i quali accettavano qualsiasi remunerazione salariale.
A fine Ottocento anche l'edilizia fu colpita dalla crisi economica e l'offerta di lavoro dei non qualificati incise
sull'abbassamento dei valori salariali. Molti si accontentarono di livelli di paga molto bassi, i quali rappresentavano
comunque un miglioramento per chi proveniva dal mondo della campagna, ma che costituivano un netto peggioramento
per chi fino ad allora aveva detenuto il monopolio dei lavori edili. Da qui partirono le prime scintille per gli scioperi
ottocenteschi, con a capo i muratori e gli edili specializzati, anticipando così il ruolo svolto dagli operai nel Novecento.
I selciatori
Quanto appena scritto per i muratori, una figura presente a Muzzano, come a Graglia e Occhieppo, in maniera
predominante, è valido anche per la figura del
cjülìn, ossia del selciatore.
Si tratta di una professione ben precisa all'interno del mondo edile, la quale distinse Graglia dalle altre due
comunità. Anche a Muzzano si riscontrano alcuni selciatori, ma il nucleo principale lo ritroviamo nel paese vicino. Una figura
che si depositerà nell'immaginario collettivo per sopravvivere fino ai giorni nostri.
Gli emigranti stagionali del
paese di Graglia erano detti
arquatìn, cottimisti che si recavano in Piemonte, nel
Regno d'Italia o all'estero per realizzare piazze e strade. Il termine
cjülìn deriva probabilmente dal dialetto locale, nel
quale significa "colui che inchioda", e poteva far riferimento alle pietre che venivano inchiodate al
terreno26.
Una guida del Biellese del 1873 ci dice che a Graglia "non vi sono industrie importanti. Vi si nota però negli
abitanti predilezione per le arti belle; e molti lavorano da artisti, da muratori, da
falegnami, e specialmente da selciatori che
emigrano nella buona stagione"27.
Poco più di un decennio dopo, nel 1886, in un'altra guida Graglia era definita come la patria dei selciatori e
degli stuccatori biellesi28. Una professione quella del selciatore nota fin dall'età moderna e che continuava ed essere
esercitata anche all'inizio del XX secolo, da adulti e giovani garzoni.
Come per gli scalpellini della valle Cervo e i capimastri di Torrazzo, anche i selciatori avevano tutta una serie di
attrezzi particolari che contraddistinguevano non solo la professione, ma anche la gerarchia sul posto di lavoro.
L'importanza degli attrezzi andava al di là della loro semplice utilità, ma erano soprattutto il simbolo dell'indipendenza artigiana.
Usarli con destrezza voleva dire conoscere le "regole dell'arte", differenziandosi dai
manovali29.
Le altre professioni
Per quanto riguarda le altre professioni si possono segnalare i fumisti (1,7 per cento), concentrati nell'area
parigina, e i calzolai (1,4 per cento), dispersi sul territorio francese. I primi facevano parte del 3,8 per cento di occupati nel
settore industriale30, dov'era possibile riscontrare la specializzazione professionale delle tre comunità.
Un 2,7 per cento era poi costituito da una sorta di
élite che, visto l'ambito ridotto dell'analisi, non è da
trascurare, rilevando un tessuto sociale lontano dall'analfabetismo e dalla povertà che caratterizzava altri scenari
migratori31. Erano dottori, impresari, ragionieri, studenti, artisti di
canto32, mentre un altro piccolo gruppo (2,1 per cento) si
occupava nei settori alimentare e della
ristorazione33. Panettieri, cuochi e camerieri raggiungevano il litorale mediterraneo
della Francia oppure l'Inghilterra. In quest'ultimo Paese i pochi valligiani delle tre comunità presenti facevano parte di
una piccola comunità italiana occupata soprattutto nel settore della ristorazione.
Le destinazioni
Chi abbandonò la valle Elvo temporaneamente o definitivamente, pur avendo toccato tutti i continenti, scelse
preferibilmente le destinazioni europee, le quali da sole rappresentano il 93,8 per cento del totale. Una percentuale che
non lascia spazio a dubbi su quali fossero le due nazioni privilegiate. In assoluto su tutte la Francia (67,4 per cento) e
la Svizzera (20,2 per cento). Quest'ultima, pur essendo molto distaccata dalla prima, ha un valore percentuale molto
più alto rispetto a tutte le altre mete. Entrambe le nazioni facevano parte del sistema alpino e sicuramente le tradizioni
migratorie di ancien régime fecero sentire il loro peso sulle scelte dei migranti a cavallo tra Ottocento e Novecento. I tre
paesi infatti snobbarono le Americhe (4,6 per cento). I pochi che passarono l'oceano preferirono al Nord gli Stati Uniti (2,5
per cento) e al Sud l'Argentina (0,7 per cento). Ancora minore fu l'emigrazione verso l'Africa (1 per cento) e l'Oceania
(0,4 per cento).
La Francia
I contatti tra italiani e francesi sono molto antichi perché, ancor prima del sorgere degli stati nazionali, gli abitanti
del sistema alpino erano in contatto tra di loro. Una crescente intensità di flussi verso la Francia si manifestò durante
tutta l'età moderna e in particolar modo nel corso
dell'Ottocento34.
L'emigrazione verso la Francia venne sottovalutata per lungo tempo, anche perché era difficile censire le molte
persone che attraversavano le frontiere a piedi senza richiedere nessun documento, quindi senza lasciare tracce
dell'esperienza migratoria35.
Le autorità francesi, ignare della presenza di molti lavoratori stagionali, non facevano pervenire loro le schede
censuarie, così molti emigranti venivano ignorati sia dal governo italiano che da quello
francese36.
Alla fine del XIX secolo, a differenza di altri paesi europei, la popolazione francese rallentò la sua crescita, mentre
la mortalità rimase alta. L'impero coloniale e la crescita industriale necessitavano però di manodopera in quantità
crescente, e l'utilizzo di braccia straniere divenne
inevitabile37. Molti italiani presenti già dalle grandi opere
napoleoniche continuarono ad essere impiegati nei cantieri dei lavori pubblici, come la strada del Cenisio terminata nel 1871.
L'anno seguente si contavano 740.000 stranieri, molti dei quali lavorarono alle ferrovie di Gap e Briançon, terminate nel 1874
e nel 1888. Le nuove vie di comunicazione diedero poi vita in Savoia ad una febbrile attività edile, affiancata ai
tradizionali lavori agricolo-pastorali. Molti stagionali si impiegarono così nell'edilizia urbana, in particolare nei centri termali
conosciuti dall'aristocrazia europea fin dal
Settecento38.
La crescita degli stranieri arrivò a superare il milione di presenze nel 1891, ponendo problemi di sorveglianza. Già
dal 1888 una legge stabilì che gli stranieri presenti in territorio francese dovevano segnalare la loro posizione entro
quindici giorni39. La Francia divenne la prima destinazione in Europa per gran parte degli altri paesi europei, raggiunta da
contadini, calzolai, sarti, edili e addetti alle manifatture tessili. I flussi migratori vennero però accolti male durante il
periodo di crisi degli anni ottanta dell'Ottocento. Quegli anni furono caratterizzati dagli attentati anarchici, mentre rivolte
anti italiane scoppiarono a Marsiglia nel 1881 e ad Aigues Mortes nel 1893. Nel medesimo anno della strage di Aigues
Mortes, con la legge dell'8 agosto, gli emigrati dovettero segnalare i cambi di residenza sul territorio e le imprese non
poterono più assumere stranieri non iscritti alle liste municipali. Nel 1894 l'italiano Sante Caserio uccise il presidente Carnot
a Lione, un episodio che diede vita ad ulteriori manifestazioni, linciaggi e aggressioni contro gli italiani un po' in tutta
la Francia40.
Lo spirito anti italiano venne determinato dai periodi di cattiva congiuntura economica, quando gli stranieri
vennero accusati di occupare i posti di lavoro che sarebbero spettati ai francesi, nonché ritenuti colpevoli di accettare
qualsiasi condizione salariale. Secondo le organizzazioni operaie locali erano loro i responsabili dell'abbassamento dei salari.
Il decreto Millerand del 10 agosto 1899 fissò come numero massimo di stranieri assumibili nelle imprese di
lavori pubblici una percentuale compresa tra il 5 per cento e il 30 per cento sul totale dei
lavoratori41.
L'integrazione non fu sicuramente favorita dalla spinta nazionalista d'epoca crispina, quando si sottovalutò
volutamente il problema dell'emigrazione italiana in Francia e all'estero, non essendo in grado il governo italiano, ma
nemmeno quello francese, di affrontare seriamente il
problema42.
La colonia italiana era alla fine dell'Ottocento ancora molto nomade. Gli emigranti passavano dalla campagna
alla città e viceversa con molta facilità a seconda delle occasioni. Giovani celibi si occupavano nei lavori agricoli o
nella manovalanza edile, vivendo in condizioni di estremo disagio in un clima di violenza e tensione con gli autoctoni.
Dovettero poi affrontare anche la concorrenza dei contadini francesi, che dal 1882 in avanti diedero vita ad un vero e
proprio esodo rurale43.
Il clima di tensione tra autoctoni ed emigranti italiani è spiegato anche dalla concentrazione di questi ultimi,
soprattutto in alcune aree. Gli italiani, biellesi compresi, iniziarono una colonizzazione che si concentrò nelle aree di confine
e che proseguì seguendo le vie di comunicazione e i poli attrattivi maggiori. Possiamo individuare due linee che
delimitano la concentrazione italiana sul territorio francese e sono la Le Havre-Narbonne, a ovest della quale per ogni
dipartimento non furono recensiti più di cinquecento italiani, e la Nancy-Montpellier, ad est della quale si concentrarono
l'85 per cento degli italiani. Va poi aggiunto un 10 per cento nella zona della Senna e della Seine-et-Oise. La
colonizzazione toccò prima il litorale mediterraneo e le valli alpine del Nord (Rhône, Arc), la regione di Lione e quella di
Parigi44.
La presenza di muratori biellesi era attestata da tempo a Lione e
Marsiglia45. In quest'ultima città la presenza
italiana era cresciuta di pari passo con l'aumentare delle attività industriali e commerciali della città e del porto, dopo
l'apertura nel 1869 del canale di Suez. Nel 1901 erano 99.000 gli italiani nel dipartimento delle bocche del Rodano, dei quali
ben 90.000 concentrati nella sola città, la colonia più grande di qualsiasi altra città europea. Per raggiungere cifre tali
bisognava andare nelle comunità italiane a San Paolo in Brasile o a Buenos Aires in
Argentina46.
Sul litorale mediterraneo altra colonia importante era quella di Nizza, dove si trovavano molti artigiani, tra i quali
i muratori erano i più numerosi, ma dove trovarono impiego anche calzolai, panettieri e persone legate ad attività
turistiche durante la stagione invernale (domestiche, impiegati d'albergo,
autisti)47.
Nella regione parigina c'era la comunità italiana più numerosa, raddoppiata nel periodo 1876-1881, un ottavo
della quale di provenienza dalla provincia di
Novara48.
Nel Var la presenza italiana era attestata già da molto tempo. Nel 1901 raggiunse le 37.976 unità (11 per cento
degli italiani in Francia), quasi tutti piemontesi concentrati a Tolone. A Chambéry, Isère, Hautes-Alpes, Savoie ed
Haute-Savoie gli italiani erano invece più dispersi sul territorio. Vista la vicinanza geografica all'Italia, queste zone erano
aree importantissime per i contatti tra le due
popolazioni49. Qui si contavano molti temporanei impiegati in due settori:
i lavori agricoli lasciati dai francesi che andavano
ad occuparsi nelle nascenti industrie e i grandi cantieri di lavori
pubblici.
Se gli abitanti della valle Elvo scelsero con preferenza la Francia, le loro scelte non si differenziarono da quelle
degli italiani che provenivano dalle regioni del Nord
Italia50. Dal Piemonte partiva un'emigrazione temporanea difficile
da rilevare51. Gli stagionali erano un contingente mai inferiore alle trentamila unità, dislocato nella stagione invernale
lungo il litorale mediterraneo nelle strutture turistiche e di ristorazione. Gli edili erano invece presenti dalla primavera
ad autunno inoltrato52. I biellesi li ritroviamo soprattutto nella fascia alpina, nella valle del Rodano e a Lione. Le
presenze biellesi in Francia sono individuabili nel triangolo Grenoble-Lione-Chambéry, un'area che doveva poi allungarsi
fino all'Alta Savoia e ai cantoni francofoni in
Svizzera53.
I registri di passaporto, soprattutto nei primi anni della loro compilazione, nella maggioranza dei casi riportano
solo l'indicazione della nazione raggiunta dall'emigrante, ma non la località precisa. Con gli anni iniziarono ad emergere
le località di destinazione, a causa forse di una mobilità territoriale minore e di un controllo statale più forte. Le indicazioni
nei registri di passaporto di Graglia e Muzzano non sono molte, ma si vede chiaramente come la località maggiormente raggiunta fosse Lione, seguita da Grenoble, Marsiglia, Chambéry e Parigi. Sicuramente il settore dell'edilizia fu il più
rappresentato, con molti lavoratori della valle Elvo ad Annecy, Albertville e
Grenoble54.
Dal 1910 la ripresa economica francese continuò ad attrarre molti
italiani55, ma con l'avvicinarsi della prima
guerra mondiale molti tornarono in Italia per arruolarsi. Rimase in Francia chi aveva interessi consolidati, oppure chi non
aveva niente da perdere. Il flusso di migranti dall'Italia alla Francia fu il più ingente rispetto a qualsiasi altro paese
d'Europa, e non si interruppe nemmeno durante il primo conflitto mondiale. Verso le altre nazioni l'emigrazione si bloccò del tutto, ma verso la Francia, pur riducendosi notevolmente numericamente, continuò, favorita dalla vicinanza
geografica e dall'alleanza bellica.
Nel 1919, al termine della grande guerra, venne stipulato un trattato di lavoro, così ai tradizionali flussi migratori
si aggiunsero le nuove quote di meridionali e veneti respinti dalle frontiere
americane56.
La presenza italiana in Francia influì sui rapporti tra le due nazioni a tre livelli. Innanzitutto nei francesi si formò
una concezione degli italiani in base agli stereotipi nati dal contatto con gli emigrati. In seconda battuta l'emigrazione
italiana venne vista dai francesi come un'invasione, senza fare distinzione tra gli operai specializzati e quelli
dequalificati. Infine i contatti derivanti dai due punti precedenti formarono nel bene o nel male, l'idea e l'immagine che una
nazione aveva dell'altra57.
La Svizzera
Da non sottovalutare fu l'emigrazione che dalla valle Elvo raggiunse la Svizzera. La presenza italiana in Svizzera
può essere riscontrata fin dal Medioevo e poi in tutta l'età moderna, fino all'arrivo durante l'Ottocento di molti
rifugiati politici. Solo dalla seconda metà del XIX secolo iniziarono a comparire i primi gruppi di lavoratori italiani, quando
molti uomini delle regioni settentrionali vennero attratti dai lavori dei trafori
alpini58. Grazie ai trafori la regione elvetica si
aprì al Mediterraneo, anche grazie al nuovo ruolo di Genova dopo l'apertura del canale di Suez. La nazione alpina venne
poi attraversata nel 1894 dalla linea ferroviaria Parigi-Vienna, che la pose al centro di un nuovo sistema di
comunicazioni internazionali. Le nuove comunicazioni e il fervore dello sviluppo industriale delle nazioni vicine comportò in
breve tempo la nascita di industrie e lavori pubblici che attirarono in maniera crescente lavoratori
dall'estero59.
Le mete preferite degli abitanti della valle Elvo furono del tutto simili a quelle degli altri biellesi e si
concentrarono soprattutto nel cantone di Vaud. La crescita urbana delle città di Losanna, Veney e Montreaux attirò infatti molti
edili60.
Il numero degli stranieri continuò a crescere e gli italiani passarono, dal 1860 al 1914, da quattordicimila a duecentomila, ossia il 37
per cento degli stranieri61.
Oltre ai lavoratori continuò in parallelo il flusso degli esuli politici. Ciò avvenne dopo la caduta del governo
conservatore e la spinta liberale del 1898, in concomitanza con la repressione politica in Italia. Socialisti e anarchici
trovarono rifugio in Svizzera e le stesse organizzazioni biellesi in Svizzera si dotarono all'inizio del XX secolo di istituzioni
proprie62. Organi di stampa, confederazioni sindacali e cooperative erano punto di incontro e luogo di dibattito per gli
esuli all'estero, ma anche centri di informazione politica per i lavoratori emigrati, accusati spesso di portare in patria
idee socialiste e anarchiche63. Nel Biellese i lavoratori tessili erano la forza operaia, ma le centinaia di migranti
stagionali furono veicolo fondamentale per la diffusione delle idee anarchiche e socialiste, in particolare "i muratori di
Ponderano, di Mongrando, di Sala, dell'alta valle del Cervo, gli scalpellini di Graglia, fecero da tramite, da collegamento tra il
pensiero e i programmi socialisti già elaborati nei centri proletari più avanzati e il movimento rivendicativo dei
lavoratori biellesi"64.
Purtroppo è carente l'informazione sull'impegno politico degli emigranti biellesi, che probabilmente viene
sottovalutato. La mobilità e gli spostamenti stagionali degli edili ne occultò in parte l'attività politica, e spesso divenne
difficile distinguere tra l'emigrazione per lavoro e quella
politica65.
Anche qui l'atteggiamento degli stagionali, l'alta concentrazione di stranieri e a volte anche il loro attivismo
politico non favorì l'integrazione con i locali. Canzoni, religione, scontri con altri gruppi di emigrati vennero addirittura
considerati come elementi di attacco alla cultura e alle tradizioni elvetiche. La prima guerra mondiale prima, e il fascismo
poi, misero un freno all'emigrazione in Svizzera e si dovette attendere il secondo dopoguerra per vedere nuovamente
una grande emigrazione verso di essa66.
Le Americhe
Per i pochi emigranti della valle Elvo che passarono l'oceano, sicuramente la meta principale furono gli Usa. Al
flusso di rifugiati politici e rivoluzionari giunti negli Stati Uniti nel XIX secolo si aggiunse pian piano quello di artigiani,
venditori ambulanti e artisti di strada. Dagli anni ottanta dell'Ottocento gli emigrati, soprattutto contadini, iniziarono
ad arrivare a decine di migliaia. Nel solo periodo 1876-1900 giunsero ottocentomila italiani, un flusso che continuò a crescere
per tutti i primi quindici anni del secolo. Si trattava di una comunità meridionale e contadina con una quota di rientri
molto alta (50 per cento). Gli artigiani erano solo il 20 per cento,
golondrinas (rondini) con lo scopo di guadagnare il
più possibile per poi tornare al paese natio, alla stessa maniera delle
hirondelles continentali.
Al di fuori dei contadini, le poche competenze erano in mano ai tessitori piemontesi e toscani, o ai minatori del
Sud, lavoratori di natura protoindustriale che passavano ancora da un'occupazione all'altra. Considerati
lumpenproletariat, ossia manodopera di second'ordine, manovalanza generica, erano esclusi dalle alte cariche, poco remunerati
e discriminati a favore di anglofoni e
slavi67.
Durante gli anni della prima guerra mondiale e della carenza di forza lavoro, venne accelerata l'integrazione
degli italiani all'interno del proletariato industriale, come i tessili di Paterson, i camerieri di New York e chi lavorava negli
stati del Nord68. Però "una minoranza di immigrati specializzati, superando i pregiudizi dei datori di lavoro e l'opposizione
dei sindacati, riuscirono anche a praticare il loro mestiere originario: sarti, barbieri, calzolai, tagliapietre, scalpellini,
mosaicisti e stuccatori; in determinate occupazioni, come i cavatori di granito di Barre nel Vermont, essi costituivano
addirittura l'élite della forza
lavoro"69.
Tra gli specializzati possiamo sicuramente contare molti biellesi, soprattutto tessili, i quali erano presenti a New York, Paterson e West Hoboken70. Altro settore molto frequentato fu quello della ristorazione. Anche qui gli emigrati
giunsero attraverso le catene di richiamo e le reti di conoscenze con chi era partito prima di
loro71.
Ancora una volta fu la prima guerra mondiale ad essere punto di svolta quando, di fronte ai pochi slanci
patriottici, molti preferirono infatti fermarsi in terra americana. In quegli anni il sindacalismo politico raggiunse il suo apice, e,
in concomitanza con la svolta russa del 1917, il governo americano decise di aumentare la sorveglianza su tutte le
organizzazioni, in particolare quelle degli emigrati. Nel 1919 gli scioperi tessili, meccanici e di altri settori crearono un
clima infuocato che si sarebbe spento pochi anni dopo con la crisi postbellica e i contrasti interni. Però nello stesso
periodo Luigi Galleani, direttore di "Cronaca sovversiva", venne deportato e si arrivò all'attentato di Wall Street del 16
settembre 1920, ottant'anni prima del crollo delle Torri Gemelle. Il clima di tensione crescente si normalizzò solo alcuni
anni dopo, con il processo e l'esecuzione di Sacco e
Vanzetti72. Con la guerra il flusso di immigrati andò comunque
riducendosi e venne bloccato in seguito dalle leggi restrittive; finì così una parte della storia dell'emigrazione verso
l'America73.
Contrariamente al clima di chiusura postbellico dei
Quota Act, proprio in quegli anni sembrò intensificarsi il flusso
in partenza da Occhieppo Superiore alla volta degli Usa. Delle destinazioni dichiarate nei registri di nullaosta di Graglia
e Muzzano si nota come le mete d'oltreoceano non seguissero un ordine regolare, a parte una leggera
concentrazione delle partenze nei periodi 1905-1907 e 1912-1915, per poi ridursi sul finire degli anni dieci.
Se invece osserviamo i dati ricavati dai censimenti, si vede che si trovavano nelle Americhe 22 persone, ma di
queste ben 21 erano di Occhieppo Superiore e 17 erano assenti durante il censimento del 1921, delle quali 11 negli Stati
Uniti e 3 in Argentina.
Degli undici assenti negli Stati Uniti possiamo contare due gruppi familiari: la famiglia Rizza, composta da tre
fratelli, Eugenio, falegname, Remo, decoratore e Silvino, lattoniere, rispettivamente di 56, 54 e 52 anni, con le due mogli
segnalate come donne di casa, e un figlio, quello di Silvino, e la famiglia Tua, composta da marito e moglie entrambi
emigrati a New York, Ettore, di 37 anni, operaio, e Onorina Mercando di 37 anni, donna di casa. Alle due famiglie
possiamo aggiungere Adele Negri di 57 anni, tessitrice di panni lana partita per il Nord America. Pur essendo partita sola
risultava essere legalmente separata dal marito, quindi, come gli altri due gruppi familiari, poteva aver passato l'oceano alla
volta di un futuro migliore. Potrebbe trattarsi di casi isolati, ma possiamo anche essere di fronte ad alcuni dei pochi casi
di emigrazione definitiva rintracciabili dalle fonti
esaminate.
Se la "grande emigrazione" aveva aumentato il numero delle destinazioni raggiunte dagli emigranti, i tre paesi
continuarono a preferire le antiche vie continentali. Dopo la prima guerra mondiale, anche le vie d'oltreoceano
assunsero probabilmente caratteri di maggiore sicurezza rispetto all'instabilità che andava a crearsi in Europa.
Tessitrici e artigiani della valle Elvo raggiunsero l'America, ma i pochi dati in nostro possesso rendono difficili
le generalizzazioni. Artigiani come Alfredo Coda, decoratore, o commercianti come Claudio Tua lasciarono Occhieppo
nel 1921 alla volta del Sud America, ma si trattò di "rondini" che uscirono da quel grande "stormo" di operai edili
specializzati che continuò a volare verso gli stati europei.
Conclusioni
Intere comunità biellesi, grazie alla creazione di nuove risorse economiche, iniziarono a gravitare attorno alle
attività tessili e al loro indotto. Altri paesi, come avvenne nella valle Elvo, rimasero invece legati alle tradizionali attività
agricole ed edili, e furono appena sfiorati dal processo di crescita economica ed industriale, o lo furono solo dopo gli anni venti.
Graglia, Muzzano e Occhieppo Superiore, pur trovandosi molto vicini tra loro all'imbocco della valle Elvo,
presentavano situazioni economico-sociali molto differenti.
Occhieppo Superiore si differenziava dagli altri due paesi per la grande presenza sul suo territorio di telai e
produzioni tessili, mentre poca rilevanza rivestiva l'agricoltura. La presenza di numerose fabbriche, e la loro crescita per tutta la
fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, garantì agli occhieppesi sbocchi occupazionali nuovi che frenarono
l'emigrazione al di fuori dei confini del paese. Inoltre, all'interno delle famiglie degli emigrati occhieppesi, il 51,5 per cento
delle donne e il 21,4 per cento degli uomini rimasti in paese trovavano occupazione negli stabilimenti industriali, mentre
ad allontanarsi verso l'estero o verso il Regno d'Italia erano i muratori.
A Muzzano si affermava invece l'agricoltura, sostenuta in parte sia dalle migrazioni degli edili che dal settore
tessile. I pascoli e i prati davano occupazione al 39 per cento dei maschi e al 47,4 per cento delle donne facenti parte
delle famiglie degli emigrati, mentre già da fine Ottocento si sviluppava una piccola realtà industriale lungo la riva
dell'Elvo. Quest'ultima, in aggiunta alla possibilità degli abitanti di Muzzano di gravitare anche verso le fabbriche dei paesi
vicini, frenò l'emigrazione. Una parte dei muzzanesi trovò impiego nelle manifatture di fondovalle, mentre altri
continuarono ad occuparsi di allevamento e di agricoltura. Però, lo sviluppo della realtà industriale non impedì il protrarsi dei
tradizionali flussi migratori degli edili stagionali.
L'importanza del settore edile lo si coglie non solo nell'apporto economico alla comunità, ma anche nei rapporti
sociali quali potevano essere i matrimoni. Infatti, qui come a Graglia, la presenza degli uomini all'interno del paese solo
nei mesi invernali comportò il concentrarsi delle nozze e dei concepimenti in alcuni mesi dell'anno. A Occhieppo
Superiore non si manifestò un fenomeno del genere perché il flusso degli stagionali edili fu consistente nel paese, ma non
al punto da influenzarne così a fondo i rapporti sociali.
Spostandoci infine a Graglia si vede come fino agli anni venti del Novecento non comparisse sul suo territorio
nessuna forma d'industria moderna. Le professioni di muratore e selciatore non vennero abbandonate a fine Ottocento,
ma addirittura vi si ricorse in maniera ancor più massiccia per far fronte alla crisi economica. A testimoniare il fenomeno c'è
l'allargarsi del divario tra popolazione residente e popolazione presente dal 1881 al 1901, differentemente da
quanto accadeva nelle altre due
comunità74.
L'edilizia, esercitata soprattutto come emigrazione stagionale, non fu solamente l'occupazione della maggioranza
degli emigranti di Graglia, ma lo fu anche per chi vi rimase. L'economia del paese si trovò così bipartita tra l'edilizia
maschile e l'agricoltura femminile. Quasi tutte le madri, le mogli e le figlie degli emigrati si occupavano infatti come contadine.
Un binomio che caratterizzò generazioni e generazioni di gragliesi, e che trovò il suo primo grande ostacolo nella
prima guerra mondiale.
All'interno della valle Elvo, come nel Biellese, la presenza di grandi manifatture accentrate in alcuni paesi permise
alla "grande emigrazione" di non raggiungere i picchi toccati in altre parti del regno, operando, grazie all'offerta di
nuove possibilità lavorative, una sorta di
freno75.
Pian piano gli stabilimenti crebbero, iniziando ad attirare anche le persone dei paesi circostanti,
come nel caso di Occhieppo Superiore e Muzzano, mentre Graglia rimase momentaneamente fuori dal processo industriale.
I flussi migratori risposero così in maniera differenziata a seconda del sostrato economico che le comunità
potevano presentare, mentre una forte influenza continuò a esercitarla la tradizionale mobilità edile.
Agricoltura e tessitura a domicilio avevano sorretto l'economia di molte famiglie biellesi fino alla seconda metà
dell'Ottocento. Un equilibrio al quale si cercò di porre rimedio, dopo l'introduzione del telaio meccanico, con
l'emigrazione, soprattutto da parte di quei tessitori non disposti ad entrare nei reparti delle fabbriche a scapito della propria autonomia76.
Il rapporto tra manodopera richiesta e manodopera disponibile è un fattore riduttivo per comprendere
l'emigrazione della valle Elvo o di qualsiasi altra vallata biellese, perché gli edili stagionali non smisero mai di lasciare
temporaneamente i loro paesi, in presenza o assenza di grandi concentrazioni industriali.
A Occhieppo Superiore l'analisi delle famiglie degli emigrati ha dimostrato come chi rimanesse in paese fosse
nella maggioranza dei casi impiegato nel settore tessile, mentre chi partiva era legato in parte al settore tessile, ma
soprattutto a quello edile. Graglia invece, da sempre supportata dal binomio allevamento/migrazioni stagionali, ignorò quasi
del tutto le attività industriali insediatesi nei paesi circostanti. Stesso comportamento tennero gli edili di Muzzano.
La crescita della domanda di manodopera nel settore edilizio di fine Ottocento operò semplicemente un
allargamento degli spazi sui quali era possibile cogliere le risorse necessarie per riuscire a perpetuare ritmi e abitudini di vita che
si protraevano da secoli. Svolgere la propria attività lavorativa stagionale dalla primavera all'autunno inoltrato a
Torino, piuttosto che a Grenoble, Ginevra o Parigi, era la stessa identica cosa. L'emigrazione dalle valli biellesi si era
stratificata nel tempo su più generazioni, sapendo scegliere solo le occasioni reali e concrete, nelle quali il dilatarsi delle
distanze assumeva valenze secondarie rispetto ai guadagni
ottenibili77.
La grande crescita industriale seppe creare occupazione per un numero di persone crescente, ma all'inizio non
sempre riuscì a garantire una stabilità occupazionale duratura. Al contrario l'edilizia rappresentò una via più che
collaudata, e fu il motivo per cui lo sviluppo economico dell'area riuscì a rallentare i flussi migratori in uscita dai paesi immersi
nella nuova realtà industriale come Occhieppo Superiore, ma non riuscì a bloccarli nei paesi come Graglia e Muzzano,
dove si continuò a fare affidamento sulle tradizionali fonti di sostentamento.
All'interno dell'emigrazione biellese, molto legata al processo di crescita industriale dell'area, si poterono così
distinguere comunità che rappresentavano delle realtà particolari. Qui l'edilizia continuò a creare, al pari delle industrie,
opportunità lavorative nuove, comportando ovviamente un numero crescente di partenze maschili verso l'estero,
come avvenne nel caso di Graglia. Paesi come Occhieppo, e in parte Muzzano, potendo usufruire della crescita degli
opifici, preferirono invece iniziare ad abbandonare le pratiche legate ad una secolare mobilità territoriale. Inevitabilmente
Francia e Svizzera, due realtà ben conosciute da secoli, vennero preferite alle destinazioni d'oltreoceano, dove la
presenza italiana aveva tradizioni più recenti.
L'avere una professione artigianale ben precisa costituì gruppi identitari di paese, i quali continuarono a svolgere
le proprie attività trascurando la crescita delle nascenti industrie. I caratteri dei singoli paesi non vennero
sostanzialmente rivoluzionati dalla "grande emigrazione", cosa che fecero poi le due guerre mondiali e l'ulteriore sviluppo
industriale italiano, ponendo la parola fine ad un sistema plurisecolare di vita.
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