Giovanni De Luna
Ruoli e identità delle donne nell'antifascismo
"l'impegno", a. XV, n. 1, aprile 1995
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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L'antifascismo esistenziale
...Ed è lungo questo percorso metodologico che quelle fonti si mostrano particolarmente congruenti per
la ricognizione di oggetti storiografici riferiti a una realtà finora "sommersa", come "gli atteggiamenti, i
codici di comportamento, i modi di vita, le idee, le visioni del mondo" di quella parte di italiani "non acquisita
dal fascismo". Occorre a questo proposito ricordare che il progetto di dominio mussoliniano aveva esso
stesso dimensioni non tutte immediatamente riconducibili al potere politico, affidando le proprie mire
totalitarie ad un massiccio intervento nei confronti della società teso a innescare "processi di acculturazione" e
iniziative volte a destrutturare le identità e le appartenenze sedimentatesi in precedenza. Molte di queste scelte
si esaurivano sul piano di un costume effimero e artificiosamente propagandistico, confluendo - come
ricordava Calamandrei - "in quell'atmosfera di prepotenza e di viltà, di compromesso e di corruzione in cui
era immerso l'ordine fascista": "I riti fascisti (teschi e camicie nere), le beffe punitive, le uniformi, lo
stile marziale e romano, l'atletismo, le adunate oceaniche, la cultura del gruppo dirigente, la stampa, i
giornali, il teatro, la scuola, la propaganda (Eiar, scritte murali), la fascistizzazione della lingua, dell'Università,
la campagna demografica, il clero, la musica fascista, l'urbanesimo, gli scrittori, l'esercito, le barzellette,
il buon costume, il razzismo, la burocrazia", erano i materiali eterogenei a cui attingeva un costume
fascista che serpeggiava, fermentava, circolava, "alimentando altre ruberie, incoraggiando altre tracotanze,
suscitando altre oppressioni", ma in questa dimensione tra dominatori e vittime esistevano paratie stagne di
"separatezza", una reciproca impermeabilità
esistenziale1.
Altre iniziative del fascismo, invece, in particolare quelle legate al "tentativo di introdursi nella vita
privata dei singoli, per destrutturarla, e di spezzare i legami di solidarietà interni al vicinato e alla fabbrica,
utilizzando il sospetto e la
delazione"2 tendevano a insinuarsi più in profondità, ad annidarsi nelle coscienze
di uomini e donne, lasciando incrostazioni difficili da sciogliere. In entrambi i casi, comunque, era lo
stesso regime a indicare ambiti più vasti di quelli più strettamente legati alla politica come altrettanti territori
sui quali poteva crescere la pianta dell'opposizione; allargando i confini della sfera pubblica per inserirvi
momenti fino allora propri di quella privata, il regime finiva esso stesso per valorizzare un antifascismo
esistenziale le cui dimensioni quantitative e i cui tratti qualitativi sono oggi ancora tutti da esplorare sul piano
della ricerca storica.
Le donne
In questa direzione, i risultati più significativi sono venuti dalle ricerche che hanno privilegiato la
storia delle donne nel regime fascista. In questo ambito, infatti, dopo aver a lungo ripetuto l'andamento per
"compartimenti stagni" tipico del tradizionale dibattito storiografico (la condizione femminile nelle
organizzazioni di partito, nella stampa, nello sport, nella scuola, nelle associazioni cattoliche, nella famiglia e
nel carcere), l'attenzione si è decisamente spostata sulle coordinate "unitarie" che definiscono l'esistenza
collettiva delle donne, a partire dalle modificazioni indotte nel costume dal cinema, dallo sport e dal
tempo libero, dalla razionalizzazione del lavoro domestico, dai nuovi consumi, dalla richiesta di maggiori
attenzioni verso i figli3. In particolare nei suoi ultimi sviluppi questo filone della ricerca ha testimoniato la
maturità di una storia generale della società italiana tra le due guerre, affrontando di petto "la madre" di tutte
le questioni storiografiche sul fascismo, quella del rapporto tra regime e modernizzazione. Fuori da tutte
le ambiguità concettuali che segnano una categoria come quella della modernità, si tratta di distinguere
quali siano stati gli specifici contributi del fascismo alla "modernizzazione" italiana e quali invece rientrino più
in generale nel processo della "grande trasformazione", indicato da Polanyi come il "luogo storico" (il
mondo tra le due guerre mondiali), in cui si definirono gli elementi di una vera e propria rifondazione della
società contemporanea (dall'irrompere dei mezzi di comunicazione alla massificazione della politica, dal
mutato ruolo dello Stato alla distruzione delle vecchie
élites intellettuali e alla dissoluzione dei riferimenti
culturali ottocenteschi). "Nel periodo interbellico - scrive ad esempio Victoria De Grazia - tutti i governi
occidentali dovettero fare i conti con la doppia sfida della democratizzazione e della crisi demografica. La risposta
fu trovata nel suffragio femminile e in una nuova politica verso le donne che andava da una rinnovata
legislazione sulla loro presenza nel mercato del lavoro a una revisione della politica delle
famiglie"4. Specifico del fascismo fu il tentativo di coniugare questa accentuazione del ruolo dello Stato con un'accelerazione del
processo di nazionalizzazione forzata degli italiani e delle italiane; e fu proprio in questa direzione che
i limiti intrinseci del regime si rivelarono insuperabili.
Di fatto, allora più che l'ideologia impositiva alimentata dal Pnf e dalle altre strutture istituzionali, a
"fare le italiane" contribuirono tre strumenti più potenti: la spontaneità del mercato e dello sviluppo
economico, l'influenza del cattolicesimo, la persistente vitalità dei reticoli associativi della società civile. Ma se
la morale cattolica contribuì a rafforzare gli atteggiamenti e comportamenti tradizionali, la radio, il cinema,
i grandi magazzini, la stampa femminile, i rotocalchi alimentarono "nuove forme d'espressione individuali
e di gruppo, nuovi stili di vita e nuove modalità di impiego del reddito
disponibile"5. E qui l'immagine unitaria della donna ottocentesca si frantumò lungo molteplici linee di faglia che corrispondevano ad
altrettante diverse sfumature del modo in cui le donne reagirono all'impatto con la modernizzazione. Ancora
la De Grazia ne individua vari tipi, dalle più emancipate, le ragazze lavoratrici di Milano ("grandi
consumatrici di moda, riviste illustrate e cinema"), a quelle più all'antica, le provinciali cattoliche che, "trecce lunghe
e calze spesse, imparavano le responsabilità sociali e l'autodisciplina nelle organizzazioni femminili
della Gioventù cattolica"; le più ostentatamente moderne erano comunque le ragazze aristocratiche o
arricchite della capitale, "con i loro tè danzanti e le loro gite in auto a Ostia", le consumatrici più timide della
cultura di massa erano le decine di migliaia di ragazze di campagna che "mandate a servizio a tredici,
quattordici anni, coglievano di sfuggita i diversivi urbani mentre si affrettavano a fare le commissioni".
Quanto al fascismo, il regime mussoliniano si schierò a fianco della Chiesa nella denuncia dei pericoli
del sesso6 ma favorì, di fatto, una maggiore libertà fisica e comportamenti più emancipati, dilatando gli
spazi creati dalle moderne forme del tempo libero. A ispirare il tentativo di "fare le italiane" contribuirono
così una pluralità di modelli, che costituirono altrettante sfaccettature di una tensione irrisolta tra continuità
e rottura. Di qui la convincente argomentazione con cui De Grazia scioglie sul piano interpretativo molti
degli interrogativi affiorati nel più generale dibattito storiografico sul fascismo: "Nell'Italia fascista i
mutamenti nella vita delle donne derivarono più dai nuovi modi di vivere i sentimenti, i bisogni, gli svaghi
normalmente identificati con la vita privata, che non dalla maggiore visibilità della loro presenza nella sfera pubblica.
In quest'ottica, la vita delle donne italiane nel periodo tra le due guerre apparve molto più simile a quella
delle donne di altri paesi. La differenza principale sta nel fatto che la dittatura fascista cercò sistematicamente
di impedire alle italiane di vivere questi momenti come occasioni di emancipazione individuale e,
tantomeno, collettiva"7.
Nasce così la necessità di una storia dell'antifascismo delle donne in grado di inseguirle dentro tutti
gli ambiti in cui si sviluppò una loro presenza significativa, forzando la "separatezza" dell'antifascismo
politico: il lavoro, la politica con l'infrangersi delle grandi speranze collettive del femminismo
dell'immediato dopoguerra (gli anni 1924, 1926 e 1928
fecero registrare il più alto numero di suicidi femminili
dell'Italia contemporanea), la cultura (una donna su cinque nel 1930 non sapeva leggere), la scuola e le facoltà
"ghetto" (nel 1938 i quattro quinti delle laureate uscivano da Lettere, Magistero, Farmacia e Matematica e
Scienze), i rapporti sessuali segnati da un capillare e asfissiante controllo sociale, i canoni della bellezza e
della moda e, soprattutto, la famiglia, un terreno strategico scelto come prioritario anzitutto dal fascismo che
al nucleo familiare attribuiva il ruolo di estrema propaggine, verso il basso, dello Stato
totalitario8.
Ripercorrere i lineamenti di una specifica identità antifascista delle donne dentro tutti questi ambiti
ci restituisce, così, la possibilità di scoprire una risposta al dominio fascista molto più complessa di
un'oscillazione tra passiva subordinazione e delirante entusiasmo, documentandone "l'inquietudine, la ribellione,
la dissimulazione, lo scetticismo e una consapevolezza crescente dei loro diritti di donne e
cittadine"9. In realtà, la partita tra
fascismo e antifascismo, per le donne come per gli uomini, si giocò su un campo
molto più vasto di un confronto tra opposte concezioni politiche, riferendosi direttamente a due progetti di
costruzione di identità collettive.
La scelta
Essere antifasciste comportava la condivisione di molte di queste coordinate esistenziali che definivano
la scelta degli uomini anche se per le donne l'opposizione al regime implicava un di più di
motivazioni, direttamente proporzionali ai maggiori ostacoli che si incontravano lungo quel percorso. Nel momento
in cui decidevano di essere contro il fascismo, esse erano obbligate non solo a schierarsi politicamente
ma anche a rompere oggettivamente con la separatezza della propria tradizionale domesticità per
proiettarsi sulla scena pubblica. A quel punto non era possibile più nessuna ingenuità, nessuna mancanza di
consapevolezza. Si accorgevano di essere doppiamente diverse rispetto al resto della società, aggiungendo al senso di
solitudine, che le avvicinava ai loro compagni di fede, la percezione vivissima di essere isolate anche
e soprattutto nei confronti delle altre donne. "Non ho amiche, appunto perché non mi piacciono le
conversazioni frivole e inutili - scriveva Rita Majerotti - leggo,
scrivo, studio, discuto, amo la sociologia [...] con
tutta disinvoltura scrivo una novella o preparo una buona pastasciutta o un eccellente
risottino e ci tengo a farmi onore nel salotto, come nella cucina o in qualsiasi altro lavoro casalingo. Ma c'è anche il rovescio
della medaglia; in certi giorni mi sento triste e stanca e logora, come se tutto il dolore umano pesasse su di
me"10.
Dovevano negare il modello seduttivo di tanti stereotipi al femminile, e questo poteva risultare
piuttosto facile: "Di ciò che facevano le donne importava poco; non sapevano fare altro che sedurre e farsi sedurre
dal nemico", ricordava Teresa
Noce11.
Difficile, molto più difficile era spezzare i condizionamenti e i legami familiari quando questi si
ponevano come barriere ardue da scavalcare.
In questo caso la scelta poteva assumere una dimensione totalizzante, fino ad azzerare del tutto la
propria realtà privata in un universo che era quello arido e corrusco restituitoci da questa lettera di Xenia
Silverberg Sereni a sua madre: "Il mio lavoro per me non è una cosa tra le altre ma il centro della mia vita, così
come è il centro della vita di Mimmo; - le scriveva da Parigi il 28 febbraio 1937 - l'azione è per noi più
importante della famiglia, più importante dei figli. Se adesso Mimmo fosse più utile nelle trincee di Spagna che
qui, non esiterei nemmeno un momento a dirgli: 'Parti, vai!' E altrettanto posso dire per quanto riguarda le
figlie. Se fosse necessario abbandonarle per andare altrove le abbandonerei". Dopo questa
dichiarazione che sembrava un punto di non ritorno, la lettera continua implacabile ripercorrendo una intera storia familiare
secondo le cadenze di una irreale, burocratica contabilità di "più" e di "meno": "I più sono innanzitutto i
miei genitori, che durante la prima rivoluzione si sono battuti ostinatamente contro la Russia zarista; in
secondo luogo la mia vita personale semplice e chiara. Ma ho anche dei meno. Tra questi: i rapporti che ho avuto
con Savinkov, uno dei più attivi controrivoluzionari; il fatto che io abbia vissuto a lungo nell'ambiente
dei social-rivoluzionari, dai primi istanti nemici dell'Urss; e infine il fatto che i miei parenti più prossimi, tu
e la zia, anche se in voi non c'è più quella profonda ostilità verso l'Urss che nutrivate un tempo, siano
dei controrivoluzionari". Alla fine, gelida come la lama di un bisturi, arrivava l'annuncio della rottura:
"Forse per me sarà duro, forse intollerabilmente difficile passare sopra un sentimento così profondo qual è
l'amore per la propria madre; ma non ho il diritto di porre i miei sentimenti personali al disopra degli interessi
di partito [...] noi rivoluzionari non abbiamo il diritto di esitare, o di aver paura. Se così è stato deciso,
così deve essere [...]. Non ti scriverò, non mi scriverai".
Certamente Xenia rappresentava un caso limite e il suo slancio nei confronti del partito assumeva i
contorni di una fede integrale che non lasciava spazio a nessun altro sentimento: "Al partito - recitava il
suo testamento del 1952 - non so come esprimere la mia immensa gratitudine, per quel che ha fatto della
mia vita, per il contenuto che le ha dato, ed anche per le possibilità che mi ha dato di poter esplicare un lavoro
in momenti decisivi della sua storia; senza questa attività oggi mi sentirei incompleta, avrei da
rimpiangere qualcosa che non ho avuto. Il Partito invece si
è fuso per me con la mia vita privata, così strettamente
e completamente, da darmi sempre la certezza di essere una particella di quella immensa forza che
porta avanti il mondo"12.
Erano pochi i casi, però, e lo
vedremo meglio in seguito, in cui il rapporto con la famiglia assumeva
toni così radicalmente conflittuali ed anzi, nella memoria delle militanti, la cultura familiare viene
costantemente rivissuta come moralità, come un ambito al cui interno la scelta antifascista appariva in un certo
senso predestinata.
Sempre, invece, la frequentazione con gli ideali e i progetti politici dell'antifascismo produceva nella
loro vita intima contraddizioni laceranti, la sensazione
di essere considerate "bestie nere" per le quali la
trasgressione del modello femminile tradizionale comportava l'attivazione quasi automatica di "meccanismi
di difesa e di autoisolamento"13. Per intraprendere quel cammino bisognava essere assolutamente
convinte della propria forza interiore, autorappresentarsi secondo gli schemi dettati da Caterina Cinesi
("convinciamoci della forza grandissima che risiede in noi, così resistenti alle sofferenze fisiche e morali,
quando un'idea di giustizia ci anima e tutto ciò che di marcio, di obbrobrioso esiste ora nel mondo sparirà
inevitabilmente")14, assecondando quelle scintille di
diversità che facevano di ogni antifascista una donna che
si distingueva dalle altre anche solo per una infinitesima porzione di comportamenti, atteggiamenti,
letture, abitudini culturali, modi di vestire, truccarsi, di vivere il rapporto con i propri figli, con i genitori,
di interpretare l'amore, di gestirsi la propria sessualità.
Talvolta questa scintilla era frutto di una consapevole autoanalisi caratteriale: "Io ò guardato dentro di
me e fuori di me - scriveva 'Iperea' su 'Azione comunista' - ò pensato con la mia testa, ò agito con la mia
opinione, mi sono liberata delle reti vischiose dei millenari pregiudizi, ò distrutto le convinzioni
ipocrite della nostra società [...]. Io, perché sono una
ribelle"15; altre volte, invece si radicava in esperienze,
come l'emigrazione, che segnavano una netta discontinuità all'interno della propria bibliografia. Tipico in
questo senso era il caso di Edvige Lodone che legava alla "vita nuova" scoperta a New York
("lavoro nove ore al giorno perché festeggiamo il sabato dopo pranzo; - scriveva alla famiglia il 12 novembre 1925 - le
ore passano tanto veloci che non ho neanche il tempo di stancarmi [...]. Non vi sto a dire che faccio fatica
perché lo dicono le 15 libbre che ho aumentato [...]. Mangio con un appetito fenomenale [...] vado a scuola
tre giorni alla settimana dove comincio a ritrovare qualche cosa della lingua tanto difficile da apprendere. Ho
un vivo desiderio di imparare, perché mi trovo tanto male quando mi trovo tra le amiche del lavoro e che
non capisco i loro discorsi [...] Siamo a ottobre, chissà quanto lavoro avrete [...]. Anche noi questa
settimana siamo affacendati a fare il vino. Altro che proibizionismo [...]. Il fascismo come stà? Trionfa sempre?
Leggo i giornali in italiano, ma non si può ricevere una verità di quanto stanno facendo. Se non vi è di
disturbo speditemi qualche giomale 'Avanti', 'Lavoro', 'Asino' ") un senso di estraneità all'Italia che abbiamo
già ritrovato nei suoi compagni, un rifiuto di riconoscersi in una italianità artificiosamente
propagandistica come quella sbandierata in occasione del volo di Nobile al Polo Nord che, il 18 giugno 1926 la portavano
a scrivere così ai propri famigliari restati a Biella: "Quale beneficio ne hanno i poveri operai italiani da
questa soddisfazione morale di pochi scienziati? [...] Vorrei che tutti voi miei più cari foste con me, per
disinteressarmi completamente della schiavitù che regna costà, assogettandovi a una brutta esistenza. La
popolazione è ancora troppo sciocca e priva di retti
sentimenti"16.
Erano tutti rivoli di una "diversità" che confluivano in un tipo ideale dell'antifascismo al femminile la
cui sintesi unitaria può dirsi ben rappresentata da Maria Valussi.
Maria all'epoca della sua relazione con Giacomo Deana aveva poco più di vent'anni. Viveva a
Flumignano di Tolmassons, nei pressi di Udine, in una famiglia contadina insieme ai genitori e alla sorella Elide,
appena più grande di lei. Maria non lavorava ancora e i suoi ambiti di socializzazione erano i soliti, stretti tra
la parrocchia, i parenti, le amiche incontrate la domenica dopo la messa. Non poteva dirsi nemmeno
antifascista per quello che questa definzione comportava in termini direttamente politici. Anzi, in una lettera
a Giacomo del 22 ottobre 1926, proclamava la sua decisa estraneità ai meccanismi della politica
chiedendogli di fare altrettanto ("vivi per te, vivi per me [...]. Non ti interessare della politica. Essa fu causa di
tutto il mio soffrire"). Eppure Maria era radicalmente distante, estranea, nemica delle figure femminili proposte
dal fascismo. In lei agivano molle prorompenti che la allontanavano dalle sue compagne, dai suoi
famigliari, dalle tradizioni più consolidate del mondo rurale a cui apparteneva, a partire da un fortissimo spirito
di emulazione con Giacomo, una tensione che scaturiva dall'amore ma che poi si definiva
nell'accettazione dello stesso modello esistenziale proposto dal suo ragazzo lontano: "Ho cercato di assomigliarti
perché voglio in tutti i modi [...] il tuo carattere da nomade mi piace [...] - gli scriveva il 17 luglio 1926 - Tu sai
[...] come era schietto e naturale in me il sorriso, ma io a poco a poco mi sono corretta, non voglio
sorridere perché non corrisponde al nostro passato pieno di sofferenze e perché tu pure non sorridi mai [...].
Quando ritorneremo vicini, ci sorprenderemo per la nostra somiglianza, saremo soddisfatti. In me non
troverai quella fanciulla di ieri, ma una donna che saprà comprenderti". Questo percorso verso una maturità
vissuta come "serietà", questo passaggio da fanciulla a donna, si sviluppò tuttavia, lungo sentieri che non
coincidevano automaticamente con quelli di Giacomo. Maria avviò una propria personalissima ricerca di una
nuova identità affidandosi unicamente a se stessa. Aveva poche risorse culturali; leggere le costava fatica:
"Soffro molto [...] - scriveva a Giacomo il 10 ottobre 1926 - soffro per esserti lontana [...] soffro perché tutti
hanno per me un senso di ironia [...] e quella non la posso soffrire [...]. Nei momenti più tristi mi provo a
leggere [...] forse con il pensiero di distrarmi un po', ma non capisco nulla. Può occupare la mia mente
sia pure per un minuto, un avvenimento creato dalla fantasia di qualche autore, se tu continuamente l'occupi tutta?
[...] Io penso agli ostacoli che frappone la società al cuore dell'uomo, alle ingiustizie che vi esistono". Pure
era assistita da una profonda consapevolezza della propria autonomia e del proprio destino. Istintivamente
della religione rifiutava i meccanismi di controllo sociale e di repressione sessuale, non la fede in quanto tale.
A Giacomo anzi rimproverava le bestemmie ("A che servono le bestemmie? Forse per darti importanza?
O credi che esse mi influiscano? Ti sbagli [...] ho in me una cocciuta volontà quindi puoi risparmiarle")
e l'assenza di fiducia in Dio: "Tu di certo puoi immaginare quella santa pace che la fede in Dio infonde
nel mio cuore [...]. Prova anche tu a riacquistare la fede e vedrai, te lo garantisco, che ti sentirai confortato
e alleggerito dei tuoi pesi". Ma la sua fede religiosa rifuggiva dalle conversioni formali, da ogni forma
esteriore: "Ho scoperto che nei tuoi genitori [...] vi è una profonda plutomania. - raccontava a Giacomo il 23
aprile 1926 - Tuo papà e specialmente mamma hanno detto che a te occorre una donna che sappia fare sgridandoti
essendo tu troppo generoso [...] ho risposto che quella donna
non son io [...]. Poi venne in ballo la
morale [...]. Ti occorre una donna che preghi per intercedere da Dio la grazia di farti ritornare alla fede [...].
Ho risposto che nemmeno questa volta sono fatta per quello e ho aggiunto noi sapremo dare ai nostri
figli un'educazione migliore, e di noi un migliore esempio di quello che praticano i preti". Come risultava
da questa lettera, anche della famiglia respingeva le ipocrisie, il culto "plutomane" della roba, gli obblighi di
un perbenismo artificioso. "Sono contenta per la nostra felicità e perché presto daremo l'ultima sfida al
mondo - si sfogava ancora con Giacomo il 24 giugno 1926 - secondo essi [i genitori] è indispensabile
sacrificare qualsiasi impulso, qualsiasi gioia per evitare un giudizio malevolo [...]. Strana educazione di reticenza e
di timori. Falsissima, però, perché trattiene ciascuna donna dall'assumere la responsabilità della propria
esistenza. Le critiche per me non valgono nulla. Gli 'altri' non mi rappresentano nulla. Il pensiero che
altri influenzeranno la mia volontà per costringerla ad un sacrificio mi fa reagire nel modo opposto, con
una sottile contentezza creata dalla mia volontà".
Ad avvertirla della propria diversità contribuiva anche la convivenza con una sorella ligia e
ossequiosa ("buona fanciulla [...] si sottomette ai voleri dei genitori, pensa più all'indomani, comprende più cosa
sia papà e mamma", la definiva Maria) nei confronti della quale, quando si poteva, si prendeva qualche
piccola rivincita. L'episodio che descriveva al suo ragazzo il 6 aprile 1926 era reso particolarmente divertente
proprio dal tono sbarazzino e compiaciuto usato da una Maria che vedeva finalmente colta in fallo anche
l'irreprensibile (e insopportabile) sorella. Era accaduto infatti che alla fine della messa, mentre tutte le ragazze del
paese erano tornate regolarmente alle loro case, solo "Elide mancava. Dov'era a quell'ora [...] - scrivevaMaria
con uno spigliato brio narrativo - Fu il primo dubbio, che sia andata in qualche luogo con il suo
fidanzato. Ma era impossibile [...] non si credeva [...]. Papà li aspettava furibondo che ritornasse [...]. E ritorna. Gli
furono fatte domande, gli fu chiesto dove si erano rifugiati [...]. In una strada campestre insieme. Comprendi?
Per poco mia sorella non è rimasta vittima nelle mani di mio papà [...]. Io ne fui soddisfattissima,
perché, perché, queste cose di noi le supponevano, ma non di loro [...]. Ai miei gli servirà di lezione [...]. Ora che
a Tolmassons c'è il cinema tutte le domeniche con delle bellissime film. Noi non ne usciamo [...] Si
vive come in un monastero [...]. Tutte le sere si corica a letto alle sei. Letto, chiesa, casa, campagna le
nostre attrattive". Sotto i toni scherzosi affiorava però il disagio per l'insensatezza del ferreo controllo che
la stringeva, il rimpianto per quella modernità di costumi ("le bellissime film") appena sfiorata e subito
da considerare irraggiungibile. Non solo. In quella stessa lettera, senza nessuna mediazione ideologica o
politica Maria lasciava trasparire quella che in altri ambiti sociali si sarebbe chiamata "coscienza di
classe". Sempre a proposito della sorella, infatti, riferiva a Giacomo di come - prima dell'episodio della
scappatella nei prati - fossero state rimandate le
nozze con quello che, con esplicita ironia, definiva "un bravo
ragazzo [... ] in perfetta armonia con la sua famiglia [...] e che partecipa a tutte le funzioni religiose": "Nel tempo
in cui facevano l'amore nei prati li si lasciava in pace [...] le ore per essi non erano limitate come per noi
[...]. - sottolineava Maria a Giacomo - Dunque avevano deciso di sposarsi a Carnevale [...]. Papà accordava,
con sollecitudine furono fatti tanti capi di biancheria, poi la sua famiglia gli impose aprile [...]. Per quale
scopo? [...] A Carnevale le donne non vanno in campagna, si dondolano nelle stalle quindi riesce a discapito
portare una donna a casa in tali momenti, mentre che il mese di aprile si svegliano i lavori, le donne sono
necessarie". Questo considerare le donne come bestie da lavoro indignava Maria ("la storia di Roma della
schiavitù di quei tempi oggi giunge a noi, siamo una leggenda e quasi non si crede") e la portava a rifiutare,
con semplice spontaneità, ruoli, tradizioni e costumi che, per la altre, per la sua famiglia ma anche per le
sue amiche, sembravano appartenere a una normalità del mondo rurale fissata per
sempre17.
Tra rappresentazione e autorappresentazione
Questa scintilla di trasgressività che serpeggiava in Maria Valussi era quella che veniva colta con
più solerzia nei rapporti di polizia sulle donne antifasciste che restavano impigliate nella rete repressiva.
La prassi era di evidenziarne ovviamente "i sentimenti spiccatamente sovversivi" o le "idee estremiste", ma
a colpire maggiormente i poliziotti erano in realtà le "anomalie" che distinguevano le cospiratrici dalle
donne "normali": "Di carattere volgare e prepotente" (Elisa Veracini); "dotata di grande scaltrezza, di
somma rapidità di percezione, imbevuta di teorie comuniste che sostiene con fede e piena convinzione"
(Felicita Ferrero); "di intelligenza sveglia, molto scaltra, di animo risoluto e sprezzante di pericoli, simulatrice,
molto pericolosa" (Paolina Giannella); "elemento terribile e capacissimo", "di mediocre condotta morale
perché fin da giovane frequentava giovanotti con i quali aveva relazioni intime" (Anna Pavignano); "di facili
costumi e di carattere leggero" (Ines Gualla); "di equivoca condotta morale ha avuto diversi amanti"
(Laura Cavallucci); "giovanissima, piacente e prosperosa, parrebbe creatura volta al sorriso e alla benevolenza,
anziché all'odio. Eppure il suo odio raggiunge il fanatismo e la sua coscienza appare inaccessibile
nonché alla persuasione, all'accademia più amabile ed elevata" (Lucia Bianciotto);
"frequentatrice assidua di ambienti del vizio, viziosa essa stessa, lesbica, cocainomane, facile preda di chiunque desiderasse
possederla" (Elsa Oswald). Erano definizioni che rimbalzavano dalle carte dei processi, dai verbali degli
interrogatori, dalle requisitarie dei pubblici ministeri, quasi a sottolineare l'imbarazzo e la sorpresa di uomini alle
prese con la negazione fisicamente concreta degli stereotipi al femminile che avevano segnato la propria
formazione culturale e la propria esperienza umana.
A questa "rappresentazione" tutta in negativo che scaturiva direttamente dall'interno delle strutture
repressive del regime (ma che affondava solide radici nelle pieghe più riposte della società italiana) si
contrapponeva specularmente un' "autorappresentazione" delle militanti comuniste fondata essenzialmente su un
elemento di carattere generale teso a sottolineare la loro appartenenza "di classe" ("Chi sono infatti queste
donne? Quasi tutte operaie; tutte lavoratrici. Quale è la categoria che ha dato più vittime al Tribunale speciale?
La più numerosa del proletariato femminile: la tessile. Come sono state le operaie tessili che più
vigorosamente, che più continuamente hanno lottato contro il fascismo e contro il capitalismo, così sono le operaie
tessili che più numerose sono entrate nel partito della classe operaia e che più numerose sono cadute nella
lotta quotidiana")18 e su alcune notazioni individuali che ne assorbivano le singole personalità in una
generale dimensione epica caratterizzata da un forte spirito di
abnegazione, dalla disciplina, dall'assoluta
dedizione al partito: "Una delle migliori e più attive compagnie di Firenze" (Zaira Cianchi); "studiosa e
intelligentissima, durante dieci anni, fino al momento del suo arresto, diede tutta la sua attività al movimento
operaio" (Felicita Ferrero); "una delle migliori militanti del Partito comunista", "nel suo corpo fragilissimo si
racchiude un'anima di ferro che non conosce debolezze di alcuna sorte. Alla prima richiesta del partito
abbandonò casa e farniglia e corse a mettersi agli ordini del partito come funzionaria, cioè come rivoluzionaria
di professione. Al processo, il presidente del Tribunale speciale, impressionato forse dalla sua debolezza
fisica, cercò di togliere importanza alle sue coraggiose dichiarazioni affermando che era figlia di genitori
alcolizzati. Col massimo sdegno, lo interruppe con fuoco gridandogli: 'Figlio di alcolici sarà lei!' "(Anna
Pavignano); "maestra di Ancona è una delle più attive e coraggiose militanti del partito comunista [...]. Dopo
l'arresto del suo compagno essa, benché madre di due teneri bambini, lo sostituì completamente nel suo
lavoro, diventando essa stessa rivoluzionaria di professione" (Lea Giaccaglia); "venne nelle file comuniste alla
fine del 1920 [...] studiosa di questioni politiche e sociali, essa diede subito la sua adesione alla frazione
comunista torinese [...] il suo attaccamento e la sua devozione al partito proletario, la sua profonda cultura, il
suo spirito di abnegazione e di sacrifici ne fecero in breve una delle militanti più stimate ed apprezzate
[...]. Abbandonò famiglia, casa, lavoro; accorse fin
dal 1922 là dove il Partito la mandava" (Camilla
Ravera)19.
Fu all'interno delle coordinate fissate da questa autorappresentazione che si sviluppò, in seguito,
una memoria collettiva tesa a rafforzare tutti gli aspetti edificanti e gratificanti di esperienze in grado di
sedimentare identità e appartenenze destinate a non sbiadire nel tempo. L'elemento della fedeltà al partito,
la consapevolezza di aver sacrificato alle ragioni della propria militanza politica ogni altra possibiltà
di autorealizzazione, anche affettiva era particolarmente presente, ad esempio, proprio nei ricordi della
stessa Camilla Ravera: "Fin da giovane sono stata tanto presa dalla politica da non avere né tempo né
disponibilità per accettare l'idea di avere un compagno o un figlio. Infatti ho sempre creduto che per una donna
formare una famiglia significhi rinunciare a molte aspirazioni, specie nel campo del lavoro e dei rapporti sociali.
E la vita non mi ha concesso di scegliere tra la famiglia e l'attività politica. La storia ha deciso per
molti della mia generazione"20.
La maggior parte delle testimonianze, però, privilegiano l'altro termine dell'autorappresentazione
addensandosi, oggi, intorno a una condizione operaia che avrebbe resa quasi ovvia, naturale, la scelta di
schierarsi contro il fascismo: "La mia idea - ricorda la biellese Alba Spina - è nata quando sono entrata in
fabbrica, giovanissima, perché vedevo in casa la ristretezza [...] avevo 13 anni e allora ero contenta di finire le
scuole, la quinta classe elementare [...] sono andata in una fabbrica di Chiavazza come annodatrice e portatrice
di trama per le tessitrici"21; puntualmente, le cinquantun donne raccontate da Bianca Guidetti Serra
delineano uno scenario corale in cui risalta, ovviamente, la comune militanza politica nel Pci, ma anche e
soprattutto un percorso biografico che si snoda attraverso una serie di elementi ricorrenti che le videro tutte avviarsi
al lavoro "giovanissime, quasi bambine", oppure lasciare la scuola per occuparsi della famiglia:
"Nessuna libertà, sia la famiglia che l'ambiente sociale 'controllavano'. - scrive Bianca Guidetti Serra - Poi, con
il matrimonio, casalinghe, oppure operaie di fabbrica, oppure l'artigianato e il
terziario (sarte, modiste, ricamatrici, scatolaie, commesse, piccole
impiegate)"22. In tutte, il lavoro rivissuto con la stessa fierezza
"di mestiere" degli uomini, un'adesione totale ai valori della fabbrica e della produzione esemplarmente riassunta da questo ricordo di Teresa Noce, che, prima di essere rivoluzionaria di professione, fu tornitrice
alla Fiat Breveni: "Facevamo bronzine per camion e trovavo che questo era sempre meglio che fabbricare
proiettili. I bei pezzi lucenti che uscivano dal mio tornio potevano servire anche a opere di pace. E poi mi
piaceva fare, creare qualche cosa con le mie mani, vedere intorno a me altre ragazze intente al mio stesso lavoro,
con i miei stessi problemi, che si affaticavano e pensavano come
me"23.
I ricordi di oggi tendono a cancellare la stanchezza, la sofferenza, il frastuono, la nocività di lavori duri
e ripetitivi, la condizione amarissima di chi doveva affrontare con il proprio corpo di bambina fatiche
pesanti anche per "i grandi"; quello che resta è il lavoro come valore in sé, come segnale di una condizione
privilegiata che ne faceva una élite professionale oppure come criterio di orientamento onnicomprensivo,
che scandiva, insieme a opzioni ideali, giudizi strettamente personali, diventando uno strumento di selezione
tra buoni e cattivi: "La questione politica per me fu questa - ricordava Elvira Faè, operaia della Fiat Lingotto
tra il 1936 e il 1939 -. Ero contro il fascio, ma non perché avessi un'idea precisa; io vedevo i fascisti qui
intorno, erano tutti senza professione, senza un lavoro, senza capacità, poca volontà di lavorare, lazzaroni nel
vero senso della parola"24. La struttura di classe della società, la contrapposizione tra operaio e padrone, la
lotta che crea solidarietà e modifica i rapporti di forza, non erano solo elementi del messaggio ideologico
diffuso dal partito ma vengono oggi rivissuti come i frutti di un'esperienza diretta, verificati direttamente
nella realtà della fabbrica. "Una soffitta e un operaio": questo era il prograrnma esistenziale di Maria Bronzo
che rivendicava con orgoglio la propria diversità nei confronti delle amiche che tentavano di sottrarsi alla
propria collocazione sociale: ("tutte figlie di operai, ma chissà, forse per il fatto di vedere sempre bei vestiti e
gente che viveva in una condizione economica più elevata desideravano tutte sposare l'avvocato, il dottore [...].
Io già allora non ero d'accordo con queste idee e dicevo sempre solo: 'Un operaio e una soffitta'
")25.
La condizione operaia coniugata con l'odio di classe ritorna anche in molte testimonianze di chi,
come Camilla Ravera, Lucia Canova, Clementina Ciecato, materialmente non lavorò mai in fabbrica;
l'insofferenza per ogni ingiustizia, una naturale predisposizione a stare dalla parte dei deboli, una epidermica
repulsione verso l'arroganza dei forti furono i fattori che determinarono le loro scelte: la Ravera, a otto anni,
restò impressionata da un corteo di donne scalze e malvestite ("fu allora che nacque in me coscientemente
l'interesse per la condizione della donna
lavoratrice")26; Lucia Canova, all'asilo, si avvilì e si indignò per
la povertà del proprio cibo ("già da piccola, quando andavo dalle suore, le mie osservazioni le facevo
sul cestino della merenda: la mamma, con tutti i suoi sacrifici, dentro al mio metteva solo quel poco che
poteva, mentre vedevo un'altra categoria di bambini che avevano magari la bistecchina da far cuocere a
mezzogiorno")27; Clementina Ciecato, commessa al negozio di cioccolato della Venchi, fu scandalizzata dagli
eccessi di gola dei ricchi ("È lì che è maturata l'idea. Nessuno me l'ha inculcata. Io vedevo questi signori
che comperavano, sbafavano tanta roba, venivano tanto eleganti, con delle idee sempre contro gli operai,
contro la gente che lavora, contro le serve, contro qui contro
là")28.
Tutto lascerebbe supporre, quindi, che tra autorappresentazione nella propaganda comunista di
allora, linea politica del Pci impostata in particolare sul termine del binomio operaia/madre e memoria
collettiva non si registri oggi nessuno scarto. Di fatto, però, questo dato non può estendersi all'intera
realtà dell'antifascismo esistenziale. Fuori dallo specifico contesto delle donne che militarono nel Pci,
l'antifascismo smarrisce i contorni di un'esperienza assoluta da testimoniare, di un modello etico-politico che diventa
una realtà totalizzante, per assumere la configurazione tumultuosa e incandescente di un universo fatto di
scelte individuali, casualità, contraddizioni personali, lasciando affiorare una molteplicità di percorsi
difficilmente riconducibili ad una uniformità segnata dalle grandi sintesi politiche e ideologiche.
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