Claudio Dellavalle
Le prime elezioni nel
Biellese*
"l'impegno", a. VI, n. 2, giugno 1986
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Nel corso del 1946 gli italiani andarono alle urne per eleggere i nuovi organi di governo
amministrativi, l'Assemblea costituente, e decidere se conservare l'istituto monarchico o sostituirlo con la forma
istituzionale repubblicana. Tre voti di diverso peso e valore, ma tutti e tre di grande portata perché gettavano le basi
della convivenza civile di un popolo dopo venti anni di dittatura, cinque anni di guerra, venti mesi di lotta
di liberazione e di scontro civile. Il voto significava prima di tutto voltar pagina e dare basi sicure alla
democrazia riconquistata a duro prezzo il 25 aprile 1945. Voto e democrazia non sono sinonimi (anche nei
regimi totalitari si vota), ma una democrazia senza voto non esiste.
L'analisi del voto è comunque un'operazione complessa, poiché l'espressione della volontà dei cittadini
di una democrazia è un procedimento complicato che realizza, attraverso regole scritte e non scritte, il
rapporto sempre difficile tra politica, istituzioni e società. Affrontarlo su un piano locale significa operare
delle riduzioni e delle semplificazioni che speriamo possano essere compensate dagli stimoli alla riflessione
e all'approfondimento che qualche lettore vorrà ricavare da queste pagine.
Le premesse
Nel Biellese si votò per l'insediamento delle prime amministrazioni comunali elettive nella prima
tornata prevista sul piano nazionale, in due scaglioni, il 31 marzo e il 7 aprile 1946.
La legge elettorale era stata varata dal primo governo De Gasperi all'inizio dell'anno, dopo una
faticosa elaborazione che aveva visto contrapporsi i sostenitori di un ritorno puro e semplice al sistema prefascista
e i sostenitori di innovazioni che tenessero conto del mutato clima politico-sociale.
Fu una contrapposizione che attraversò tutto il dibattito sulle elezioni e che, se non toccò i punti di
tensione che affiorarono sulla questione riguardante la precedenza da dare alle elezioni amministrative rispetto
a quelle politiche, fu tuttavia molto vivace e sostenuta con accanimento dalle componenti moderate, in
particolare dai liberali. La contrapposizione nasceva sul ruolo e sulla funzione dei partiti del nuovo Stato. La
destra vedeva con grande preoccupazione l'affermarsi di forme di partito fortemente strutturate sul
piano organizzativo, in grado di orientare i comportamenti politici e di raccogliere il consenso su tutto il
territorio nazionale, di condizionare i comportamenti delle sedi istituzionali. La tendenza, che si era manifestata
già nel primo dopoguerra, si ripresentava ora con una forza moltiplicata e certamente distruttiva nei confronti
di una concezione della politica che faceva perno sul partito d'opinione, basato su personalità eminenti e
su forme di clientelismo politico, ma con deboli strutture organizzative. Si spiega così la dura battaglia
condotta dai liberali, ma non solo da essi, in difesa del sistema elettorale maggioritario rispetto a quello
proporzionale che non lasciava dubbi sul risultato a favore dei partiti di
massa1. Era una battaglia perdente, ma non
inutile come a prima vista potrebbe sembrare.
Se è vero, infatti, che l'impegno profuso per un ritorno al passato, considerando il fascismo una parentesi
da espungere dalla storia del paese, non fu premiato, va però detto che tale impegno servì ad
impedire l'approfondimento di temi di ben altra portata, quali, ad esempio, il modello di Stato che si voleva creare,
lo spazio delle autonornie locali, il recupero in termini positivi e propositivi dell'esperienza ciellenistica
in materia di decentramento dei poteri2.
Non insisteremo oltre su questi problemi che fanno da sfondo alla vicenda locale; basterà segnalare che
le decisioni prese al centro influirono fortemente sul dibattito locale. Ad esempio, la discussione sul
destino del Cln, che aveva conosciuto nel Biellese una sua vivacità di temi e di spunti oltre che un ampio terreno
di sperimentazione, calò presto di tono e l'attenzione delle forze politiche locali venne polarizzata
dalla competizione elettorale3. D'altra parte la iniziativa delle forze moderate, e in particolare del partito
liberale, per mettere sotto accusa gli organi di governo, che, sorti in una fase eccezionale, non avevano più ragione
di esistere e dovevano essere sostituiti dalle tradizionali strutture amministrative, aveva prodotto anche
nel Biellese i suoi effetti. Il secondo congresso dei Cln, tenutosi a Biella il 26 ottobre 1946, al di là degli
sforzi di rivitalizzazione che le sinistre tentarono di operare, verificò lo stato di crisi di
questi organismi4. Nel momento in cui il patto politico che ne aveva garantito l'esistenza venne messo in discussione da
alcune delle componenti, il destino dei Cln fu segnato e, quel che è più grave, anche per la debolezza delle
sinistre nella elaborazione di una proposta di Stato che correggesse i difetti centralistici del passato, un patrimonio
di esperienze non secondarie andò
disperso5. Il concetto di autonomia locale che era connesso con
l'esperienza dei Cln non trovò spazio nelle discussioni e nei confronti sviluppati in preparazione delle
elezioni amministrative. Va però detto che i liberali non poterono cogliere i vantaggi che si ripromettevano
dalla liquidazione del Cln. Sfuggiva loro un dato importante per la comprensione delle tendenze secondo cui
si stavano strutturando gli equilibri politici del dopo liberazione, e cioè il processo di politicizzazione
crescente che la società aveva conosciuto e stava conoscendo. Ad esempio, nel portare un attacco a fondo al Cln
di Biella e alla sua composizione, il giornale liberale scriveva, riferendosi a Biella città, che
"l'ottantacinque per cento della popolazione [...] non avendo aderito a nessun partito, né organizzazione non è
affatto rappresentata dal Cln"6. Certamente la forza dei partiti, misurata in termini di iscritti, non superava
la percentuale indicata; si possono dare delle cifre approssimative, ma non lontane dalla realtà: i
comunisti contavano su circa diecimila iscritti, quattromila circa i socialisti, qualche migliaio i democristiani,
alcune centinaia gli altri partiti; in tutto non più di ventimila su una popolazione complessiva di circa
centottantamila persone7. Ma questa minoranza poteva contare su strutture che ne moltiplicavano la capacità di presenza
sul territorio attivando canali collegati sia direttamente ai partiti, sia ad organizzazioni parallele, sia infine
ad una rete di associazioni culturali, educative, sportive, che pur non avendo una qualificazione direttamente
o anche indirettamente politica, costituivano dei bacini in qualche modo preparati ad accogliere
un'indicazione preferenziale di espressione politica. Esisteva quindi un effetto moltiplicatore della presenza dei partiti
che va tenuta in conto per valutare la capacità di questi di parlare alla società e di farla esprimere in
termini politici.
Purtroppo non abbiamo studi significativi sul piano locale che servano ad illuminare, al di là dei
soliti luoghi comuni, questa "presenza" dei partiti nella società e i processi attraverso cui essa si forma ed
articola8. Possiamo fornire solo alcune indicazioni relative a quel periodo, tutte da sviluppare. Ad esempio, per
il Partito comunista, accanto alle strutture partitiche vere e proprie (cellule di fabbrica, sezioni, organismi
di zona) erano di grande importanza le associazioni partigiane, le organizzazioni dei giovani e delle donne,
le iniziative culturali e anche di formazione professionale, le cooperative, le società
operaie9. Il Partito comunista biellese era un partito di giovani, che stabiliva un forte rapporto tra lotta antifascista e partigiana e
lotta politica quotidiana; era un partito che portava nella militanza quotidiana (altro interessante tema da
indagare) una carica di attivismo che compattava le sue forze, ma che proprio per questo poteva esporlo a
valutazioni condizionate da un eccesso di volontarismo. Era, infine, un partito con un forte senso
dell'organizzazione, al punto che il successo organizzativo veniva usato in modo prioritario per spiegare il successo politico,
ed aveva un radicamento sociale che faceva perno sostanzialmente sulla fabbrica.
Più debole sul piano organizzativo, il Partito socialista aveva però una grande risorsa nel richiamo
alla tradizione, nel poter contare su un terreno dissodato da una storia di mezzo secolo di attività, nella
capacità di presa più ampia sulle componenti della società biellese. La minor partecipazione alla lotta
partigiana rispetto ai comunisti era compensata da una maggior adesione ai meccanismi reali della società,
esponendosi però, come infatti avvenne, al rischio delle spinte da essa provenienti e alla personalizzazione dei conflitti.
La Democrazia cristiana, infine, era, per il periodo di cui ci occupiamo, ancora un oggetto misterioso, in
cui la forza trainante del partito non sembrava tanto collocarsi nel gruppo dirigente locale, ma in più punti
del variegato mondo cattolico. Certamente la forte personalità del vescovo, Carlo Rossi, ebbe un ruolo
importante nel definire o ispirare gli orientamenti del partito, tanto più che ad esso facevano riferimento le
articolate strutture delle associazioni cattoliche, a partire da quella più importante, l'Azione cattolica, con le
sue articolazioni giovanili e femminili. Rilevante era anche la presenza delle Acli, mentre l'attenzione al
mondo del lavoro, in tutte le sue componenti, era costante come appare dal giornale dell'Aci, "Il Biellese".
Dai brevi cenni alla realtà dei partiti di massa biellesi appare comunque evidente, al di là della diversità
delle opzioni politiche di fondo, il comune sforzo di adattamento alla società, che l'ampliamento
enorme dell'elettorato rendeva indispensabile, superando ogni improbabile ritorno alle forme politiche del passato.
Il secondo punto che va messo in rilievo è l'incidenza e la profondità di un'esperienza storica
appena conclusa e di cui la componente moderata tradizionale non coglieva appieno il valore. L'esperienza
del fascismo, ma soprattutto quella della guerra, con i risvolti drammatici che aveva comportato, aveva
segnato in profondità l'esperienza di vita quotidiana di tutti e ovviamente, con più forza, delle componenti
della popolazione più deboli e più indifese. Da questo dato derivava per il singolo una spinta a contare, a non
fare condizionare in modo passivo il proprio destino da scelte esterne. Ma proprio questa esigenza, che
nasceva dalle esperienze vissute, riconduceva ad un nuovo senso del collettivo che l'esperienza della lotta di
liberazione aveva rivelato possibile e che ora i partiti si accingevano a raccogliere. Per il Biellese questo dato era
stato potenziato dall'incisività della lotta partigiana, che era stata di per sé un fattore di politicizzazione, sia per
l'alto grado di coinvolgimento della popolazione, sia per i caratteri politici che la lotta partigiana
aveva assunto.
Se era vero che sotto il profilo delle distruzioni fisiche il Biellese era stato sostanzialmente risparmiato,
era invece stato profondamente segnato dalla durezza delle condizioni di vita che ne erano derivate e
dallo scontro tra fascisti e antifascisti, tra tedeschi e partigiani, scontro a cui nessuna comunità, per quanto
piccola, sia pure in gradi diversi, era
sfuggita10.
Il terzo elemento è dato dalla tradizione politica che aveva visto originarsi proprio nell'area biellese,
a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, un movimento operaio robusto e articolato in grado di
esprimere personaggi di rilievo sul piano nazionale sia nel movimento sindacale sia in quello politico. Se è vero che
nel primo dopoguerra fratture profonde si erano generate all'interno di questo movimento nella
contrapposizione tra comunisti e socialisti, è anche vero che questa tradizione aveva alimentato durante il regime
fascista un'opposizione di minoranze attive e non scollegata dall'ambiente di
provenienza11. Ma soprattutto
l'esperienza prefascista aveva sedimentato una persistenza di scelte e di comportamenti di massa che riaffiorò
nel dopoguerra con una forza tale da sorprendere gli stessi gruppi dirigenti del socialismo e comunismo biellese.
Un segnale significativo ci pare sotto questo profilo il rapido affermarsi del sindacato unitario, che nel
giro di un anno poté contare su più di quarantamila iscritti, cioè la gran parte della popolazione attiva
nelle industrie del Biellese12. L'adesione quasi totale al sindacato rappresentò un elemento decisivo per i
partiti della sinistra ad esso organicamente collegati sia sul piano degli strumenti direttivi sia, soprattutto, a
livello di fabbrica, nelle commissioni interne e negli organismi periferici del sindacato.
La prima campagna elettorale
La campagna elettorale per le amministrative fu caratterizzata da una non elevata conflittualità tra i
partiti, ma da una forte mobilitazione delle forze in campo per raccogliere il massimo dei consensi.
È chiaramente percepibile il passaggio da una situazione fino a quel punto regolata dall'unità ciellenistica
e dalla regolazione dei conflitti entro gruppi ristretti, ad una situazione di concorrenza aperta tra i
partiti, trasportata ora all'interno della società. In questo passaggio esisteva in tutti i partiti la preoccupazione
di mantenere le tensioni entro margini controllabili.
Inizialmente il confronto si avviò sulla base dei programmi che i vari partiti andavano elaborando, ma
non furono tanto le differenze di contenuto quelle che contarono, quanto il clima e le aspettative entro cui
tali programmi si collocarono. Anche qui affiorò la differenza di fondo tra l'impostazione dei moderati e i
partiti di massa.
I liberali, attraverso i loro organi di stampa, cercarono di depotenziare il significato politico del voto,
insistendo sulla distinzione tra amministrazione e politica, facendo valere le ragioni del buon senso,
dell'esperienza, della competenza. "Che cosa vuole il Pli dalle elezioni amministrative? Non un sindaco liberale non
dei Consiglieri liberali. Vuole degli amministratori onesti, capaci e ben visti dalla popolazione. Niente
politica nei comuni, nessuna discussione di partito tra i
consiglieri"13. Tutte ottime argomentazioni, ma che
risultarono fuori tono rispetto alle aspettative crescenti che si stabilirono attorno al voto e che erano di natura
squisitamente politica.
Sul versante opposto, l'organo della Federazione comunista biellese dichiarò fin dall'inizio della
campagna elettorale: "Vogliamo portare il popolo al
potere"14. Venne attuato un accordo elettorale con i socialisti
nel comune in cui si sarebbe votato con il sistema maggioritario, cloè in tutti i comuni biellesi tranne che
a Biella, che superava la soglia dei trentamila abitanti, necessaria per votare col sistema proporzionale.
La parola d'ordine di comunisti e socialisti fu: "Il Comune al popolo, il popolo al Comune", ma non in tutti
gli ottantadue comuni del Biellese vennero presentate liste uniche. Nei programmi dei partiti della sinistra
può essere di qualche interesse rilevare la rivendicazione di una "larghissima autonomia" ai comuni in
materia tributaria, mentre nel programma della Dc venne avanzata la proposta della costituzione di un consiglio
dei comuni del Biellese come strumento per affermare la rilevanza specifica della vocazione
economico-sociale dell'area biellese15.
Ma il tratto distintivo della campagna elettorale della sinistra fu la saldatura con il passato: per i
comunisti con la lotta antifascista e quella resistenziale e, ovviamente, il richiamo non poté che caricare di
significati politici il voto amministrativo; per i socialisti il rinvio principale fu alla tradizione politica e
amministrativa prefascista e alla ripresa di una battaglia là dove era stata interrotta dal fascismo. Costante fu il richiamo
per entrambi i partiti ad un voto che consentisse di superare le difficoltà di ordine generale che venivano
imputate a manovre reazionarie di cui la monarchia rappresentava la copertura più pericolosa. Come si vede, per la
sinistra non ci fu un sostanziale distacco tra l'impostazione e i temi della campagna per le amministrative
e di quella ormai vicina per la costituente e il referendum.
Debole fu la polemica politica tra i partiti di massa. La Democrazia cristiana, per la verità, mantenne
nella campagna elettorale amministrativa un profilo basso in cui il rapporto tra politica e amministrazione
restò poco definito. Solo in chiusura di campagna affiorarono alcune puntate di carattere ideologico, volte
a mettere in dubbio la presenza di una reale democrazia in Russia, modello dei comunisti italiani.
Sembrano essere le risposte all'unico vero terreno di polemica tra sinistre e Dc, e cioè l'ingerenza di religiosi,
soprattutto di parroci, nella battaglia politica. Ma fu una polemica più colorita che dotata di mordente. Segnala
il riemergere di una componente anticlericale nelle file della sinistra, che peraltro in tempi passati
aveva toccato punte ben più accese, ma è anche avvertibile il desiderio di non riaprire vecchie polemiche, di
non acuire uno scontro sul terreno religioso, che avrebbe potuto allontanare potenziali elettori.
Il voto alle donne
La cautela fu accresciuta dall'incognita costituita dal voto femminile, che lo stesso giornale
dell'Azione cattolica biellese definì come la "grande novità del momento". "È il momento della donna questo, sono
le donne in questa tornata elettorale a rappresentare la grande novità del momento. Sono esse
l'elemento nuovo, la nuova forza immessa per la prima volta nella vita pubblica. Si rende conto la donna di tutto
ciò?"16.
L'interrogativo tormentava non solo i cattolici, ma tutte le forze politiche. Se nessuno metteva in
discussione l'allargamento del suffragio alle donne, stabilito dal decreto del gennaio 1946, tuttavia era diffusa
l'inquietudine per quello che avrebbe potuto significare l'immissione di un massa così elevata di donne in un'attività
che da sempre era stata riservata agli uomini. Si avverte tale inquietudine negli impacciati commenti da
parte della stampa liberale17, ma anche a sinistra era presente la preoccupazione per la direzione che
avrebbe assunto un voto che si riteneva più facilmente condizionabile dalle forze moderate, soprattutto attraverso
la mediazione del fatto religioso.
La stampa comunista puntò sul tema
del voto come fattore di emancipazione della donna, come
un riconoscimento formale di un dato che nel Biellese era già realtà, e cioè la massiccia presenza delle
donne nell'attività lavorativa, in particolare in quella industriale, di qui la necessità che tale lavoro venisse
riconosciuto alla pari di quello dell'uomo. Era questo un argomento forte e che in parte era stato realizzato negli
accordi sindacali stipulati nel Biellese nel corso della lotta di liberazione: le distanze che avevano
storicamente separato la retribuzione maschile da quella femminile, se non completamente annullate, erano state
comunque ridotte in modo netto, tanto da sollevare le proteste violente delle organizzazioni padronali di altre zone
a prevalente vocazione tessile.
Il secondo fattore di emancipazione era stato dato dalla partecipazione della donna alla lotta di
liberazione, durante la quale le donne, o meglio, una parte minoritaria ma importante, aveva rotto la separatezza in cui
il fascismo aveva voluto relegarla chiudendola nel cerchio di ruoli specifici e subalterni: "La donna [...]
ha preso parte alla lotta, è diventata partigiana, infermiera, combattente e in questa lotta ha forgiato la
sua coscienza, ha rivelato la sua forza, ha posto il suo diritto [...] di portare il suo contributo per decidere
del proprio destino e del destino della nazione"18.
Sono queste le posizioni più avanzate che abbiamo riscontrato nella stampa del tempo, in cui la
trattazione di una specificità della condizione femminile era colta solo nel momento in cui essa si avvicinava ai modi
e ai tempi della politica intesa nel senso più tradizionale. I comunisti furono certamente la forza più aperta
su questo problema perché potevano contare su un'effettiva, pur se limitata, presenza femminile, sia nel
partito sia nelle organizzazioni giovanili, oltre che ovviamente nell'Udi. Ma i dirigenti stessi riconobbero che
la presenza femminile nel partito era insufficiente (circa un quinto degli iscritti), debole la formazione di
nuovi quadri; nel Comitato federale su quarantadue membri solo sei erano donne, di cui tre provenienti dalle
file dell'antifascismo del ventennio e quindi meno collegate con la realtà delle generazioni più giovani;
nessuna donna era presente nella segreteria. In realtà la donna era riconosciuta come pieno soggetto politico
se modellava la sua esistenza sul comportamento maschile, se annegava, come si direbbe oggi, il privato
nel pubblico, e questa era una scelta che il sentire comune accettava come caso particolare, come eccezione,
ma disapprovava come norma. In definitiva la scelta di una vita politica attiva era generatrice nelle donne
di conflittualità con l'esterno, nella famiglia e in se stesse, poche erano quelle che si sentivano di
reggere questa sorta di schizofrenia, che produceva a fasi alterne slanci improvvisi e altrettanto improvvise
ricadute19. La linea di crescita emancipatrice che si era prodotta, come è stato documentato, negli anni
dell'inizio secolo e del primo conflitto mondiale, sembrò così spezzata, e solo in parte riattivata dell'esperienza
resistenziale dopo che il fascismo aveva ribadito una separazione di ruoli e di valori accettata come
normalità20. Così è comprensibile che toni paternalistici affiorassero nel giornale socialista che insiste sulla necessità
del saper votare o, come si disse alla vigilia del voto, del
dover votare21, sviluppando sul voto femminile
una campagna molto intensa: il punto di partenza fu la riluttanza o il rifiuto femminile ad occuparsi di
politica, come risultato delle scelte di marginalizzazione delle donne voluta dal fascismo. "I venticinque anni
di regime hanno disabituato la donna ad interessarsi di quel 'qualcosa' che si chiama politica fino al punto
che ogni tentativo di avvicinamento è impossibile in certi elementi, tanta è la paura e l'avversione per tutto
ciò che ha nome e colore di partito qualunque esso
sia"22.
Partendo da questo dato, che avrebbe toccato il 90 per cento delle donne, il giornale socialista si sforzò
di dimostrare il collegamento tra scelte politiche e condizioni di vita quali le donne sperimentavano
nella difficile gestione della vita
familiare23. Si argomentò sulla necessità di controllare la politica che può
portare alla guerra, che "strappa loro i figli'' e di piegarla invece a risposte positive alle esigenze dei cittadini.
In questo contesto affiorò un accenno più preciso alla condizione femminile: "Sono esse [le donne] che
lavorano 16 ore su 24 in casa e fuori per essere trattate con inferiorità ed è ad esse che vengono irretiti
(malgrado capacità ed intelligenza) i posti rimunerativi e di comando", ma si tratta appunto di un accenno che
non diventa analisi. Certamente meno conflittuale fu la scelta delle militanti cattoliche la cui partecipazione,
non tanto alla vita di partito, ma soprattutto a quella delle associazioni cattoliche, si collocò entro confini
tendenti a ribadire e non a rimettere in discussione i compiti e i ruoli tradizionali della donna, così che il processo
di politicizzazione, che pure ci fu e non di poco conto, risultò mediato e non comportò la necessità di
scelte traumatiche né sociali né personali.
Abbiamo ritenuto di dare rilievo al problema del voto femminile perché ci pare che esso possa stimolare
un approfondimento, che in questa sede non è possibile condurre, che ci restituisca la dimensione di una
delle contraddizioni che percorsero la società biellese ed i partiti che ne vollero essere espressione. Vediamo
ora su quali basi si ponesse la battaglia elettorale.
La composizione delle liste
Risulta di un certo interesse l'esame della composizione delle liste per le elezioni amministrative di
Biella. Purtroppo i dati che abbiamo potuto ricavare dai giornali sono molto sintetici; consentono tuttavia
qualche annotazione se si tiene conto che si tratta della prima prova elettorale e che, dunque, i partiti, che erano,
non si dimentichi, organismi in costruzione, dovettero misurarsi con il consenso. Si trattava di affermare
attraverso le persone proposte un'immagine definita del partito e nello stesso tempo di amplificare al massimo
la capacità di convogliare voti, agendo su uno spettro il più ampio possibile delle componenti sociali.
Esaminando rapidamente le liste, proveremo a verificare in che misura i partiti riuscirono a combinare queste due esigenze.
Incominciamo dal Partito comunista: dei quaranta nomi proposti (ma per due mancano indicazioni)
cinque erano donne; poche, ma era il numero più elevato presente in una lista. Gli operai erano quattordici,
in prevalenza operai tessili, ma c'erano anche due operai meccanici, due muratori, un tipografo; anche due
delle donne presentate erano operaie. Cmque erano gli impiegati (due amministrativi, due tecnici, un
assicuratore); due i commercianti, ma si trattava di esercenti di piccoli commerci, infatti uno era un venditore
ambulante; due erano gli artigiani e due i contadini o meglio uno, perché l'altro era definito come orticultore.
Insomma era rappresentata ampiamente l'articolazione del lavoro dipendente (più del 50 per cento dei nominativi) e
in minima parte quello autonomo, ma collocato nella scala inferiore.
La seconda componente di maggior peso (si trattava di sette uomini e tre donne) era costituito da
"politici", cioè da ex operai o ex impiegati che lavoravano per il partito, il sindacato o le organizzazioni collaterali,
a tempo pieno. Dieci candidati, infine, erano individuabili come partigiani combattenti o come
militanti antifascisti riconosciuti. Non c'era né un diplomato, né un laureato, né un intellettuale; i tentativi per
acquisire alla lista comunista esponenti di un certo peso tra i ceti medi si scontrò con resistenze non superabili, spie
di un certo settarismo presente nel partito, ma anche di come venisse avvertita nell'ambiente di Biella città
una proposta politica considerata
"estremista"24.
Il carattere di classe della lista comunista è evidente; le possibilità di raccogliere consensi al di là degli
strati sociali di cui era espressione, debolissima; le risorse su cui il partito poteva contare erano la coerenza
della lotta antifascista e resistenziale e la coerenza della battaglia politica per gli obiettivi annunciati. Il voto
che sarebbe andato al Pci non poteva che essere un voto dal significato politico forte.
Per i socialisti la situazione era più complessa. Fra trentanove nomi proposti, le donne erano tre
(un'impiegata e due operaie tessili); undici gli operai, distribuiti in modo equilibrato in vari settori d'attività (tessili,
meccanici, tipografi, fonditori, cappellai, elettricisti, servizi), e ben nove gli impiegati (di cui sette
tecnici). Scorrendo questi dati si ha che il lavoro dipendente era rappresentato da ventitré nominativi, in una
percentuale vicina a quella della lista comunista, ma con una minor presenza operaia. Ben diversa era la presenza
del lavoro autonomo: cinque professionisti (due avvocati, due ragionieri, un chimico), tre artigiani,
quattro commercianti, un agricoltore.
La presenza di politici, che pure c'era (basti citare Luisetti, sindaco espresso dal Cln) non era sottolineata
e neppure la militanza antifascista veniva fatta rilevare essendo ritenuto evidentemente un dato ovvio. È
palese l'intenzione di rappresentare tutto il mondo del lavoro dipendente e autonomo; la rappresentanza di classe
si estendeva a quella degli interessi di categorie relativamente privilegiate.
Fra i trentanove nominativi della lista democristiana, comparivano quattro donne: due artigiane, una
insegnante, una operaia. Il lavoro dipendente era rappresentato da quattro operai (due tessili; un ferroviere, uno
senza indicazione) e da tredici impiegati, di cui tre bancari; in tutto, comprese le donne, diciannove nominativi
più un dirigente d'azienda. Il lavoro autonomo era rappresentato da cinque professionisti (due medici,
un commercialista, un architetto, un avvocato), quattro artigiani, quattro commercianti, un agricoltore,
due imprenditori (uno tessile, uno edile): in tutto, comprese le due donne artigiane, diciotto nominativi.
È evidente l'intenzione di rivolgersi ai ceti medi, di cui si rifletteva in modo ampio l'articolazione,
senza dimenticare gli strati operai (che risultano però marginali) e soprattutto impiegatizi. Piccola e media
borghesia soprattutto, ma puntando anche più in alto attraverso nomi di prestigio come quello di Giuseppe
Pella, commercialista notissimo in città e una rappresentanza di imprenditori. Non compariva nessuna
qualificazione politica, né riferimento ad attività di tipo organizzativo politico, svolte nel presente o nel passato, ma
da informazioni raccolte si sa che almeno otto candidati avevano militato nel Partito popolare, e ben
quattordici, ma forse più, erano iscritti alle organizzazioni dell'Azione cattolica, a conferma del ruolo preminente
assunto da questa organizzazione. Fra essi, tre erano dirigenti
sindacali25.
Infine i liberali, che proponevano trentasette nominativi, come risultato di un referendum svolto dal
partito. È questa l'unica indicazione sulle procedure seguite nella formazione delle liste. Una sola donna era
presente, con la qualifica di impiegata. Il lavoro dipendente era rappresentato da nove impiegati, di cui
uno amministrativo e un perito industriale. Quello autonomo da un artigiano (parrucchiere), sei
commercianti (si trattava di nomi assai noti nell'ambiente cittadino), tredici professionisti (erano rappresentate le
professioni liberali: professori, medici, notai, farmacisti), sei industriali, per lo più tessili. Non c'erano né operai,
né lavoratori dipendenti dei servizi. Il carattere sociologicamente elitario della lista è evidente; si puntava
sulla competenza e sulla professionalità delle persone proposte per raccogliere voti negli strati sociali inferiori.
Questa rassegna particolareggiata e forse noiosa della composizione delle liste ci è sembrata
importante perché, forse più di molti discorsi, fornisce un'immagine concreta, quasi una fotografia dei partiti
dell'epoca, delle loro aspettative, delle loro intenzioni, dell'immagine stessa che essi vollero proiettare all'esterno e,
in fin dei conti, anche dei canali che vennero attivati per collegarsi alla società.
Un dato generale ci pare di dover sottolineare perché offre lo spunto a riflessioni complessive sui valori e
i modelli culturali operanti in quel periodo. Fu il lavoro, vale a dire l'attività produttiva svolta dai
candidati, l'elemento di identità sociale assolutamente prevalente e su cui tutti i partiti puntarono: in tutte le
liste compare una sola casalinga, non troviamo un pensionato, né un disoccupato, il mondo della scuola
è assolutamente marginale. È un dato su cui riflettere perché ci restituisce un mondo di valori
fortemente omogeneo e univoco, accettato come naturale dalla comunità del tempo e dai partiti che in essa operavano.
Se potessimo accrescere le conoscenze sui criteri e le discussioni che accompagnarono la formazione
delle liste questo punto potrebbe essere meglio articolato. Inoltre, potrebbero apparire con maggior evidenza
i contenuti del ruolo di mediazione tra istituzioni e società che i partiti si accingevano ad assolvere
nella nuova realtà dell'Italia del dopoguerra e su come facessero politica i partiti di massa del dopoguerra. Per
le modalità e l'estensione con cui questo ruolo venne concretamente svolto, esso costituisce un salto
qualitativo di grande rilievo. La politica penetrò nella società civile in modo diffusivo e con questo dato fu
necessario da quel momento fare i conti. Vediamo ora i risultati della prima consultazione elettorale.
Il voto amministrativo
L'impegno dei partiti, tradottosi in uno sforzo propagandistico notevole (decine e decine furono i
comizi tenuti in tutti i centri del Biellese; a Biella ci furono comizi tenuti da personaggi politici di rilievo
nazionale, come Secchia e Nenni) ebbe un primo risultato positivo; la partecipazione al voto risultò molto
elevata. Toccò l'87 per cento a Biella, superiore fu nei paesi del circondario.
Negli ottantuno comuni dove si votò con il sistema maggioritario queste furono le maggioranze
vincenti: Psiup 25, Psiup-Pci 29, Pli 9, Dc 9, liste indipendenti 9.
Alle sinistre andarono la gran parte delle amministrazioni dei paesi delle vallate, l'effetto combinato
della tradizione e dell'esperienza resistenziale avevano dato un risultato superiore alle aspettative,
forse sovrarappresentato dal sistema maggioritario, ma comunque indiscutibile. Alle forze moderate e alle
liste indipendenti andarono quei comuni che risultavano marginali nel contesto della regione per funzioni o
per caratteristiche economiche: si trattava o di piccoli comuni nella parte alta delle valli, o di comuni
della pianura a carattere prevalentemente agricolo.
All'interno di questo quadro, tuttavia, i veri vincitori delle prove apparirono i socialisti, che
realizzarono complessivamente risultati nettamente superiori ai comunisti, le cui attese erano state rafforzate dai
risultati di Vercelli città, in cui si erano affermati come il primo partito, superando la Dc e ottenendo più del
doppio dei voti dei socialisti. A Biella le urne diedero un responso assai
diverso:
| voti | seggi |
| Dc | 8.599 | 13 |
| Psiup | 8.448 | 13 |
| Pci | 6.841 | 11 |
| Pli | 2.052 | 3 |
Sia pure per pochi voti la Dc uscì quindi vincitrice dalla prova, sia pur contrastata a breve distanza dal
Psiup, raccogliendo evidentemente una parte cospicua dell'elettorato moderato e conservatore che i liberali
si aspettavano di poter contare nelle proprie file. I comunisti, al terzo posto, restarono lontani dall'obiettivo,
di cui non avevano fatto mistero durante la campagna elettorale, di raccogliere da soli la maggioranza
dei consensi.
Si confermò in modo clamoroso la diversità tra il capoluogo e il circondario, tra la città, sede dei traffici
e dei commerci, dei servizi privati e pubblici e i centri delle valli, sedi dell'attività produttiva, in particolare
di quella tessile.
Involontariamente, ma con molta efficacia, il commento del giornale cattolico locale, sottolineò
questo aspetto; se, infatti, le elezioni del capoluogo non avessero incluso anche gli abitanti di Cossila e
Chiavazza (due centri a carattere industriale, in passato comuni autonomi, che erano stati accorpati a Biella dal
fascismo e per i quali era in corso una controversa operazione di ricostituzione delle entità municipali), il
successo della Dc sarebbe stato molto più netto. Non solo, osservò ancora il giornale cattolico, per effetto del
gioco delle preferenze, le categorie economiche e professionali di Biella centro vennero ad essere
sottorappresentate (nessun rappresentante in consiglio per i contadini, un solo rappresentante per gli industriali e i
commercianti)26.
Al di là dei giochi delle ipotesi, tuttavia, il dato di rilievo è che la Dc, con il successo ottenuto in città,
si presentò come il polo di raccolta degli strati sociali moderati e conservatori, dei ceti medi cittadini,
togliendo al Pli ogni prospettiva di recupero e stabilendo, almeno nel capoluogo, un polo di riferimento omogeneo
alla tendenza che il partito cattolico rivelava (o stava per rivelare) in tutto il paese. Il giornale
socialista, commentando i risultati, dopo aver ovviamente esaltato il risultato positivo proprio e delle
liste socialcomuniste, riconobbe che "i Dc [...] sono ora un grande partito di massa - malgrado che in esso
- comincino a nascondersi elementi che non hanno interessi comuni con gli stessi lavoratori Dc e i
lavoratori nel loro assieme", e li invitava ad una "politica ardita verso innovazioni
progressiste"27.
La delusione dei comunisti per i risultati di Biella affiorarono in un articolo, dal titolo significativo in cui
il risultato Dc era spiegato con il ricorso a mezzi spregiudicati, che le avrebbero permesso di
"rubare" millecinquecento, duemila voti ai liberali e di appropriarsi del voto degli ordini religiosi e di quello di
strati deboli della popolazione (anziani e ospiti degli istituti di
carità)28.
È evidente il disorientamento di fronte ad un risultato inaspettato che non si riusciva ancora a filtrare in
un giudizio politico più elaborato. La grande mobilitazione che il partito aveva compiuto, la sicurezza di
sentirsi il portatore di una spinta di trasformazione in linea con l'impegno profuso nella lotta di liberazione,
la partecipazione massiccia alle manifestazioni promosse dal partito, più numerosa di quella dei
partiti concorrenti, erano tutti elementi che, evidentemente, avevano creato un'aspettativa forte di successo e
che riconfermavano i caratteri (e i difetti) di un partito giovane, fatto di giovani.
La delusione era stata quindi più forte sia per il successo socialista a Biella e nel circondario, non valutato
in quelle dimensioni, sia per l'affermazione democristiana, la cui capacità di presa sulla società sfuggiva
ai comunisti, non abituati a un modo di far politica che non amava la piazza, lo scontro del dibattito, ma che si
muoveva per linee interne poco appariscenti.
Il successo personale di Giuseppe Pella, che raccolse 3.212 voti, quasi quanti ne raccolse un personaggio
di prestigio come Virgilio Luisetti, sindaco della giunta nominata dal Cln e già sindaco di Biella prima
del fascismo, risultò agli occhi dei comunisti inspiegabile, mentre era proprio la chiave per spiegare buona
parte del successo Dc29. Di formazione cattolica ma attento alle importazioni economiche liberali, ex vice
podestà di Biella, proprietario di uno degli uffici commerciali più importanti della città, consulente fiscale di
numerose aziende biellesi, consulente dello stesso Cln biellese nella riscossione delle tassazioni per sostenere la
lotta partigiana, Pella interpretava in modo esemplare la necessità di ampi strati di proprietari e industriali e
del ceto medio alto cittadino di trovare un referente politico che, nella nuova situazione, fornisse garanzie
di moderazione, capacità tecniche e prestigio sufficiente per entrare a pieno titolo, e con la forza di un
partito di massa, nei giochi politici in
formazione30. Il travaso di voti dai liberali ai democristiani era
passato attraverso questa mediazione, in cui autorità e prestigio personale e professionale ed esigenza politica
si erano intrecciate felicemente.
Pella non entrò nella nuova giunta che si insediò a Biella all'inizio di maggio sulla base di un accordo tra
i maggiori partiti, ripetendo, sul piano locale, le intese tra i partiti sul piano nazionale e affermando una
linea di continuità con il Cln. In realtà, Luisetti venne riconfermato sindaco: fu l'unico esponente della
giunta espressa dal Cln alla liberazione a venire
riconfermato31.
La costituzione delle giunte nei comuni del circondario, stando alla stampa locale, non sembrò
comportare particolari problemi, ma il passaggio non fu indolore. Il problema era dato dal fatto che una buona
parte delle giunte nominate dai Cln locali erano guidate da elementi che si erano rivelati i più attivi
nell'attività clandestina; i comunisti erano quindi numerosi: trentasei, stando ad un elenco che può essere
incompleto32. La riconferma di un sindaco comunista nei molti comuni in cui le sinistre unite avevano vinto non era
affatto scontata anche se nell'accordo tra i due partiti si era stabilito che la scelta dovesse cadere sul compagno
più preparato e sperimentato. Il largo successo dei socialisti spingeva infatti questi ultimi a far valere
l'esigenza di ottenere al proprio partito la carica più prestigiosa. Non fu questa una delle ultime ragioni che innescò
un clima di tensioni tra i due partiti, di cui si trovano tracce anche nella stampa locale, accresciuta dai
conflitti che incominciarono ad affiorare tra le componenti interne del Psiup sul problema del rapporto con i
comunisti33.
Ma a parte questi aspetti, su cui occorrerebbe tornare con un'analisi più puntuale, dobbiamo segnalare
il grande interesse che potrebbe assumere un'indagine del processo di formazione delle dirigenze
elettive locali. Da alcune parziali verifiche condotte su alcuni dati di comuni delle valli biellesi
fortemente industrializzati, emerge un alto tasso di continuità tra momento formativo antifascista e resistenziale
ed elezioni amministrative; mentre tale continuità quasi scompare in comuni a struttura non industriale e
con esperienze meno significative sul piano del coinvolgimento nella lotta di
liberazione34.
Verso il referendum e le elezioni per la Costituente
La "prova" delle elezioni amministrative ebbe l'effetto di accrescere l'interesse per le ormai vicine
scadenze elettorali di ben maggior rilievo politico. Le indicazioni emerse dalle amministrative spinsero i partiti
a rafforzare l'impegno per una prova che veniva percepita come un passo decisivo per il futuro del
paese. L'attivismo elettorale si fece frenetico: in una settimana i comunisti tennero ben ottantatré comizi
pubblici; analogo attivismo si riscontrò fra i
socialisti35; meno intensa, ma pur sempre elevata, l'attività degli
altri partiti. La passione politica di quella prirnavera del '46 è rimasta impressa nella memoria dei
militanti politici e anche della gente comune che vi partecipò con un'intensità oggi
impensabile36.
I giornali locali registrarono l'acuirsi della tensione: la polemica ideologica che nelle elezioni
amministrative era stata contenuta e allusiva, si fece esplicita e coinvolse la scelta referendaria. Le sinistre chiesero
la liquidazione della monarchia, considerata un punto di riferimento per le forze conservatrici e reazionarie
nel paese, e sostennero l'equazione repubblica-democrazia-progresso; la Dc e i liberali tentarono invece
di depotenziare lo scontro sul referendum. I liberali biellesi, in modo più accentuato che non a livello
nazionale, si spaccarono sulla questione istituzionale
e finirono per rinunciare ad una indicazione precisa agli
elettori, lasciando libertà di scelta secondo coscienza. La Dc dal canto suo, tese a negare l'importanza della
scelta referendaria evitando di pronunciarsi, come sostenne autorevolmente Alessandro Cantono sul "Biellese";
il problema non era la scelta monarchica o repubblicana, come se tali istituzioni fossero in grado di
"procurare di per se stesse al paese prosperità e felicità [la cosa più importante] è il rinnovamento morale, [...] la
prima cosa è l'onestà, il senso di responsabilità e
dignità"37.
Parole sagge e anche belle, se ad esse avesse corrisposto un reale distacco da parte democristiana dalla
questione oggetto di referendum. La polemica democristiana si incentrò soprattutto sui contenuti
autoritari e totalizzanti dell'ideologia e di conseguenza dei comportamenti comunisti, mettendo in guardia contro
il linguaggio moderato e democratico da questi utilizzato, attaccando il modello sovietico, a cui i
comunisti italiani facevano riferimento, riportando esempi di comportamenti violenti e prevaricatori in altre
parti d'Italia da parte di comunisti contro sacerdoti o concorrenti
politici38.
Da questo contesto, senza che peraltro venisse mai affermato esplicitamente, la conservazione
dell'istituto monarchico finì per apparire una scelta di garanzia di ordine e di controllo della spinta a sinistra.
L'intensa campagna elettorale non diede origine a incidenti di rilievo e l'andata alle urne fu regolare in
tutto il Biellese, toccando percentuali di voto molto elevate, superiori a quelle riportate nella recente prova
delle amministrative.
Non faremo un'analisi dettagliata dei risultati, che richiederebbe un impegno e uno spazio eccessivo.
Ci limiteremo a cogliere le indicazioni di maggiore rilievo.
La vittoria della Repubblica fu nel Biellese netta.
| Provincia | % |
| Repubblica | 151.419 | 61,7 |
| Monarchia | 93.851 | 38,3 |
| | Biellese | % |
| Repubblica | 79.266 | 67,7 |
| Monarchia | 39.925 | 32,3 |
| | Biella città | % |
| Repubblica | 16.014 | 58,6 |
| Monarchia | 11.160 | 41,4 |
Pur nel quadro di affermazione della scelta repubblicana balza agli occhi la differenza tra il dato
complessivo del Biellese e quello di Biella città, dove il voto a favore della monarchia superò il 40 per cento, a
ulteriore conferma della differenza verificata tra le due realtà.
Nei paesi industriali delle vallate la vittoria della Repubblica fu schiacciante; specie dove la presenza
comunista era forte e ci fu un effetto di trascinamento che portò voti alla Repubblica.
In soli cinque o sei comuni su ottantadue, e si trattava di comuni marginali sia per attività produttiva sia
per numero di abitanti, i suffragi raccolti dalla monarchia superarono quelli della Repubblica. Ma il
dato politicamente interessante è che la somma dei suffragi raccolti dalle sinistre coincise quasi
perfettamente con quelli ottenuti dalla scelta repubblicana e, viceversa, la somma di quelli raccolti da Dc, liberali
e qualunquisti coincise con i suffragi ottenuti dalla monarchia. Se si può dire che la libertà di scelta non
spostò che pochi voti liberali verso la Repubblica o l'astensione, la presunta indifferenza democristiana
convogliò, con poche eccezioni, i voti cattolici sullo stemma sabaudo. A ragione, il "Corriere Biellese",
commentando il risultato del referendum, riportò una constatazione "per noi spiacevole, anche se non costituisce
una sorpresa dato il contegno degli ultimi giorni: la Dc, specialmente nel Biellese, si è infischiata del 75 %
di repubblicani, apparsi al Congresso di Roma ed ha votato per la monarchia utilizzando così la libertà
di coscienza, motivo posto innanzi da De Gasperi nel suo gioco di equilibrio
perfetto"39.
Certamente la sensazione di partito "assediato" che la Dc locale in qualche modo "pativa" nel
Biellese, doveva aver spinto ad indicazioni precise nei confronti degli elettori; restava tuttavia il fatto che la
scelta compiuta non avrebbe certamente giovato ad una più distesa convivenza tra la Dc e la sinistra.
Le elezioni per la Costituente confermarono, con poche varianti, il quadro già emerso con la
consultazione delle amministrative. Anche qui, per non appesantire il discorso, forniamo solo pochi dati che facilitano
la comprensione delle tendenze generali, utilizzando i dati percentuali.
| | Provincia | Biellese | Biella città
| | Psiup | 29,9 | 34,9 | 31,3 |
| Pci | 28,8 | 29,2 | 25,2 |
| Dc | 31,4 | 27,2 | 30,3 |
| Altri | 9,9 | 8,7 | 13,2 |
Le sinistre, con il 64 per cento dei voti per tutto il Biellese, uscirono largamente vincitrici dalla prova;
per avere un'idea del successo va tenuto conto che Psiup e Pci ottennero nel Biellese rispettivamente 14 e 10
punti percentuali in più rispetto al dato nazionale, conquistando il primo e il secondo posto in
graduatoria. La situazione si modificò, in meglio per le sinistre, anche in Biella città dove il Psiup fu il primo partito,
il Pci recuperò qualche punto, mentre la Dc scese, sia pure di poco. In Biella, la maggiore affluenza alle
urne rispetto alle amministrative non andò a vantaggio della Dc e neppure del Pli; una parte di voti (1.057),
che non si erano espressi in precedenza, andò alla lista Uomo qualunque, per poi passare, nelle
successive elezioni, nelle liste monarchiche e missine.
Nel circondario, stando ai risultati delle elezioni politiche, in quarantanove comuni i socialisti ottennero
la maggioranza relativa, in sedici i comunisti, in diciassette i
democristiani40. Ben quattro biellesi
entrarono alla Costituente per l'elaborazione della Carta
costituzionale41.
Si chiudeva così la prima verifica elettorale dell'Italia uscita dalla guerra e dalla Resistenza. Un elemento
di merito dei biellesi fu di averla saputa affrontare con passione politica, ma con equilibrio. I contorni che
ne uscirono sotto il profilo politico risultarono fortemente innovati rispetto al passato per quanto riguardava
i soggetti politici; uscì confermata anche la tradizionale vocazione a sinistra dell'area biellese. La solidità
di questo successo, tuttavia, fu più apparente che reale e subì le prime crepe entro lo stesso anno in cui si
era realizzato. L'asse dello scontro, una volta verificata con le elezioni la preminenza dei partiti di massa,
si spostò al loro interno, avendo come poli opposti di tensione i comunisti da una parte e la Dc dall'altra.
Il 1946 aveva ormai fornito le sue risposte.
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