Pinuccia Dellarole

"Cose che vanno nel dimenticatoio"
Cinque biellesi deportati nel Lager di Bolzano*

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Premessa

La storia dei deportati nel campo di concentramento di Bolzano è ignota ai più: questa ricerca è nata dall'intento di portarne alla luce le vicende attraverso la storia dei biellesi che furono condotti in quel campo1.
Ho ascoltato le storie di cinque di queste persone, audioregistrando le interviste per poi trascriverle. I miei interlocutori, Giovanni Ramella Bon, Giovanni Manuelli, Giuseppe Bernardi, Jano Garbaccio e Gino Baratella, sono nati tutti tra il 1920 ed il 1926, i primi tre a Biella o in paesi limitrofi, i due restanti rispettivamente in provincia di Vicenza e in provincia di Rovigo, da dove si sono trasferiti con le famiglie nel Biellese tra il '38 e il '39. Tutti hanno frequentato le scuole fino alla quinta elementare per poi cominciare a lavorare, due in industrie tessili delle vallate biellesi (Giuseppe Bernardi e Gino Baratella), due in officine meccaniche (Jano Garbaccio e Giovanni Ramella Bon) e Giovanni Manuelli in una ditta di spedizioni2.

L'arresto

Tutti e cinque gli intervistati salirono in montagna nel 1944 ed entrarono a far parte della 2a brigata "Garibaldi". Giovanni Manuelli e Gino Baratella appartenevano al distaccamento "Fratelli Bandiera"; Giovanni Ramella Bon e Jano Garbaccio ai distaccamenti "Abele" e "Biondino". Tutti sono stati catturati nel febbraio del 1945. Manuelli, Baratella e Garbaccio a Veglio, Bernardi ad Ailoche e Ramella Bon a Cossila.
Giovanni Ramella Bon ricorda: "C'era già stato un rastrellamento un po' di tempo prima, a Natale 1944 o il primo dell'anno 1945, ma eravamo stati avvertiti e siamo riusciti a scappare. Eravamo a Valle San Nicolao, siamo scappati fino a Ronco, poi a Chiavazza, da lì a Candelo, poi a Zimone e Cerrione, tutto a piedi. A Cerrione, di nuovo i tedeschi... Torna còri [trad.: Di nuovo correre], verso il lago di Viverone, di là, verso Torino. Alla fine siamo tornati indietro e io sono venuto a casa, avevo bisogno di lavarmi, ero pieno di scabbia e pidocchi. E dopo pochi giorni, pensi, mi hanno preso a cinquanta metri da casa. Era l'inizio di febbraio del '45, un freddo... c'era la neve alta così... Mi hanno avvertito che era pieno di tedeschi, ero lì vicino a casa, mi sono nascosto daré 'n sciuch [dietro un tronco], sotto la neve; sopra sentivo passi, rumori, poi più niente, allora sono uscito, sono andato su per la riva e mi trovo davanti quattro o cinque tedeschi... e mi hanno preso. Avevo una bomba a mano nella cintura, ma sono riuscito a farla cadere nella neve. Però mi hanno trovato il tesserino da partigiano, allora mi hanno portato via".
Giuseppe Bernardi era invece ad Ailoche: "Una mattina, tramite una spia, sono venuti su; l'hanno obbligato ad insegnargli i sentieri che portano su ad Ailoche. Il paese l'avevano circondato già alle due di notte. Io sono rimasto uno degli ultimi... Ci nascondevamo in un pozzo profondo dei metri, in cui c'era una galleria che quelli del paese avevano allargato; eravamo in diciotto, stava scendendo il penultimo, prima di me, quando arriva una donna che mi dice di scappare, che stavano arrivando i tedeschi; non ho più fatto in tempo ad andare giù, così sono scappato in su, ma ho fatto centocinquanta metri, poi mi hanno intimato il 'Chi va là?'. Avevo una pistola, una Beretta a canna lunga, l'ho buttata nella neve. Ma forse non mi arrestavano... quello che mi ha fatto prendere è stato un buono per un paio di scarpe. È andata così: mi hanno preso lì ad Ailoche e mi hanno portato in una famiglia; ho detto che ero uno che faceva legna per lì; mi hanno preso il portafoglio e svuotandolo hanno trovato quel buono: serviva per prelevare le scarpe nel magazzino a Crevacuore. Avessi saputo... lo mangiavo, lo strappavo quel buono...".
Baratella, Manuelli e Garbaccio furono catturati a Veglio il 7 febbraio3. Ecco il racconto di Giovanni Manuelli: "Quando è successo l'evento, chiamiamolo così, era il mese di febbraio del 1945, eravamo a Veglio. Non abbiamo notato niente, era tutto normale, poi al mattino ci siamo trovati circondati, forse c'era stata una spiata... Non ricordo più il nome della brigata nera che ci ha catturati, comunque erano i fascisti e i tedeschi. Sono andati a Valle Mosso, sono stati lì tutta la notte, poi sono saliti a Veglio, dove eravamo noi. Abbiamo resistito finché abbiamo potuto. Alla fine, quando abbiamo capito che non c'era più niente da fare, abbiamo cercato di parlamentare: noi ci arrendevamo ma loro dovevano lasciare stare il paese, perché la gente non ne poteva niente. Eravamo ventitré ragazzi, c'era con me anche Jano Garbaccio di Mosso Santa Maria, è stato preso con me. Mi hanno portato via i soldi che avevo, ma sono riuscito a nascondere il tesserino, ce l'ho ancora".
Dopo la cattura Bernardi, Manuelli, Baratella e Garbaccio furono portati a Valle Mosso prima di essere trasferiti alle carceri Nuove di Torino. Ramella Bon invece, da Cossila, fu portato a Biella, all'hotel Principe, poi a villa Schneider, sede della polizia tedesca, ed infine alle prigioni del Piazzo, da dove fu poi trasportato a Torino.

Il carcere

Questo il racconto sul carcere di Giovanni Ramella Bon: "Abbiamo preso tante botte. Eravamo divisi in celle, sei per cella; ci davano il cibo dalle finestrelle, ma era poco. C'erano i tedeschi e i fascisti".
Poche anche le parole di Giovanni Manuelli: "Da quel posto non abbiamo potuto avere contatti con i nostri parenti a casa, per niente; non potevamo neanche parlare direttamente con i carcerieri, dovevamo parlare rivolti verso il muro; l'unica cosa, mi ricordo, ci hanno permesso di scrivere: io ho scritto a mia mamma, ce l'ho ancora quella lettera. Lì ne succedevano di tutti i colori, ogni tanto venivano a prenderne qualcuno nelle celle e sparivano, non si sapeva più niente. Eravamo chiusi in celle, in celle da due persone eravamo circa in venti... un caos tremendo. Delle persone da fuori ci portavano qualcosa da mangiare, della frutta".
Anche Giuseppe Bernardi ha ricordato nella sua testimonianza il periodo trascorso in carcere: "Ci hanno suddivisi in diverse celle; la nostra non era una cella, la chiamavano 'aula numero 1', su all'ultimo piano. Secondo me erano due celle, hanno buttato giù i muri e hanno fatto una specie di aula. Noi avevamo la fortuna che ci portavano giù al gabinetto al mattino e alla sera. Lì dentro c'era di tutto, c'era anche un avvocato. Di noi eravamo solo in tre, quelli di Veglio si vede che erano in altre celle. Noi dalla cella potevamo vedere le caserme di via Nizza e le rotaie dei tram, essendo alto.
A Torino avete potuto ricevere qualche visita?
A mia sorella avevo mandato un messaggio; due o tre giorni prima di andare via è arrivata e mi ha portato una pagnotta.
Com'era vestito? Aveva ancora addosso i vestiti da partigiano?
No, ero vestito in borghese, normale.
Cosa succedeva nel carcere?
Lì tutte le mattine venivano, chiamavano qualcuno e lo portavano via, dicevano che li portavano a lavorare, ma alla sera non rientravano più; così eravamo sempre meno. Una sera ci hanno chiamati giù tutti; eravamo circa duecentocinquanta, quelli del nostro braccio, che era l'1 o il 5, non ricordo più. Dopo un po' ci hanno fatti risalire.
Nel carcere chi comandava?
C'erano tedeschi e fascisti".

Il viaggio verso Bolzano

Nessuno dei testimoni ricorda con precisione la data della partenza da Torino, il numero dei giorni trascorsi a Milano e la data dell'ingresso al campo di Bolzano. Dalla scarna documentazione scritta disponibile solo Garbaccio risulta arrivato il 10 marzo 1945. Per gli altri l'ingresso è da collocare fra la fine di febbraio ed i primi giorni di marzo.
"Ci hanno caricati sui camion per portarci a Bolzano. Quando ci hanno fatti uscire da San Vittore, c'era della gente lì, allora abbiamo detto il nostro indirizzo a queste persone e di avvisare le nostre famiglie che andavamo a Bolzano; così l'hanno saputo" (G. Ramella Bon).
"Alla sera ci hanno caricati sui pullman e siamo partiti, di notte. Al mattino, quando ha cominciato a venire chiaro, abbiamo visto le scritte in tedesco. Mentre viaggiavamo uno si era accorto quando eravamo a Brescia, ma non sapevamo niente, dove ci portavano... Ci hanno portati nel campo di concentramento di Bolzano" (G. Bernardi).
"Hanno preso tutti i pullman che c'erano in giro e gli hanno tolto i sedili; tutti seduti per terra, ottanta o novanta per ogni pullman. E così ci hanno portati su. Eravamo a Verona mentre c'erano i bombardamenti, siamo andati in aperta campagna, tutta la notte. Era la fine di febbraio" (G. Baratella).

Il campo di Bolzano

"In quel grande 'universo concentrazionario' (D. Rousset) che fu l'Europa occupata ed oppressa dal regime nazista negli anni della seconda guerra mondiale rientra, a partire dal luglio 1944, anche Bolzano"4.
Il Lager di Bolzano si trovava in via Resia, all'altezza dell'attuale numero civico 80, che corrisponde al punto in cui era situato l'ingresso del campo.
Fino alla fine del 1940 l'area su cui fu costruito il campo era campagna coltivata a frutteti; dal 1941 il Genio militare costruì alcuni capannoni usati come deposito su una striscia di terreno nelle vicinanze del futuro Lager, lungo l'attuale via Resia; dagli ultimi due capannoni verso via Piacenza si sviluppò il campo.
Il Lager iniziò la sua attività nell'estate del 1944. Fin dall'inverno '43 vi erano rinchiusi alcuni detenuti altoatesini, civili e militari, ma dieci mesi dopo iniziarono i lavori per rendere il campo adatto a ricevere un gran numero di prigionieri. Dalla fine di luglio cominciarono infatti ad arrivare i prigionieri, con il personale di guardia e i comandanti, evacuati dal campo di Fossoli, vicino a Carpi (Mo), che era stato smobilitato, e di cui Bolzano può essere considerato il successore per strutture, funzione e personale di sorveglianza e direttivo: i comandanti, il tenente Tito ed il maresciallo Haage, erano gli stessi.
Il trasferimento da Fossoli al nuovo campo istituito a Bolzano, in località Gries, fu deciso in seguito alla situazione politico-militare in cui si trovavano gli occupanti nazisti in quel periodo.
Il campo di Bolzano era comandato da tedeschi, ma in aggiunta a questi furono impiegati come sorveglianti anche elementi sudtirolesi o di altre nazionalità5.
I nazisti inoltre supplirono alla carenza di Ss da adibire all'attività di sorveglianza delegando agli stessi internati un gran numero di incombenze; nei grandi campi di sterminio invece, nonostante vi siano stati tentativi in questa direzione (basti pensare alla figura dei "kapò"), i nazisti in linea di massima fecero fronte all'insufficienza di personale affiancando alle Ss unità dell'aeronautica e dell'esercito, poliziotti e marinai e unità mobili della Wehrmacht, mantenendo però il controllo diretto di tutte le attività del campo, compresa l'amministrazione nel suo complesso e la gestione del settore sanitario. Al contrario, nel campo di Bolzano al personale di custodia fu affiancata un'organizzazione, costituita da internati, che si occupava del buon andamento complessivo del campo; accanto a questa, un'altra organizzazione, degli stessi internati, non ufficiale, ma nota al Comando tedesco, ed infine una loro organizzazione clandestina legata a membri del Cln locale6.
Troviamo dunque in questo campo quattro livelli organizzativi: l'amministrazione nazista, l'organizzazione ufficiale degli internati, l'organizzazione ufficiosa, l'organizzazione clandestina.
A Bolzano confluivano i rastrellati di tutta Italia, dai detenuti politici ai partigiani, dagli ebrei ai disertori militari. Già dall'estate del '44, oltre ai prigionieri di Fossoli, cominciarono ad affluire nel Lager uomini e donne provenienti dalle affollate carceri dell'Italia occupata dai nazisti, facendo entrare in piena attività il Polizeiliches Durchgangslager Bozen7.
Durchgangslager Bozen, campo di convogliamento o di smistamento di Bolzano: questa la denominazione precisa del campo che, come dice il nome, non era destinato allo sterminio, ma con funzione di raccolta, di smistamento, di passaggio dei deportati ai grandi campi di sterminio in Germania, Austria e Polonia8. Alla fine di ottobre le immatricolazioni al campo di Bolzano avevano già superato il numero 5.000.
Il campo aveva forma rettangolare e misurava circa 17.500 metri quadrati. Era composto da un'area di circa 13.000 metri quadrati di estensione occupata dalle baracche dei prigionieri e dalla piazza dell'appello. L'area delle baracche era circondata da un muro, ancora oggi visibile, sovrastato da filo spinato; a ciascuno dei quattro angoli del muro c'era una torretta di legno da cui vigilava una sentinella armata di mitragliatrice9.
Le baracche dei prigionieri furono allestite in tempi diversi: nell'estate del '44, in un grande capannone in muratura, che serviva originariamente come magazzino per materiale militare, vennero erette pareti che lo divisero in grandi vani, i cosiddetti blocchi (a-f); furono allestite contemporaneamente anche una cucina e una tettoia per i servizi igienici. Più tardi, dal mese di ottobre, furono costruite tutte le altre baracche (g-m) ricavate in un secondo capannone, e le cosiddette "celle" destinate ai prigionieri considerati pericolosi.
L'area delle baracche era delimitata a sud da una striscia di terreno di circa 4.500 metri quadrati, che costituiva l'area dei laboratori: la falegnameria, la sartoria, la tipografia e l'officina meccanica.
Ogni giorno un certo numero di internati veniva fatto uscire dal campo, sotto stretta sorveglianza da parte dei tedeschi, e portato a lavorare per alcune ditte che avevano impiantato i loro stabilimenti nelle vicinanze del campo, oppure lungo la ferrovia, a "buttar giù traversine per i treni dei tedeschi", come dirà più avanti un ex deportato a Bolzano della provincia di Biella.
Alla pulizia del campo erano destinati gli ebrei e a quella delle villette in cui vivevano i tedeschi alcune squadre formate prevalentemente da donne.
Anche l'area dei laboratori era cintata dal muro e presidiata durante il giorno da soldati appostati in due torrette.
Nel muro di cinta del Lager, sul lato ovest, vi erano alcune aperture attraverso cui si poteva giungere ai laboratori e agli alloggi delle Ss.
Di fronte alla piazza dell'appello c'erano le baracche che ospitavano la mensa delle Ss e l'infermeria; all'ingresso, situato in una palazzina, il comando delle Ss; infine la prigione del campo, cioè le già citate "celle"10.
Come tutti gli altri campi, anche quello di Bolzano aveva i suoi "campi satellite", strutture di lavoro coatto da esso dipendenti. Tra questi si conoscono: Campo Tures, Merano, Colle Isarco, Bressanone, Sarentino, a cui vanno aggiunti sicuramente quelli di Vipiteno, Moso Val Passiria, Certosa Val Senales e Dobbiaco11.
Al momento dell'internamento i prigionieri venivano immatricolati nei registri di presenza del campo. I deportati destinati a restare a Bolzano ricevevano due fettucce con il numero di matricola ed un triangolo di stoffa, diversamente colorato a seconda della categoria di prigionieri cui appartenevano, che dovevano essere cuciti sulla tuta da lavoro fornita dai tedeschi.
Dalla documentazione finora disponibile risultano tredici convogli formati a Bolzano e diretti ai campi di sterminio. Luciano Happacher ipotizza che da quel campo sia partito un numero superiore di convogli: "considerato il fatto che il numero dei deportati per ogni convoglio oscillava tra i 150 del convoglio del 14 dicembre 1944 ed i 660 di quello del 1 febbraio 1945 e che nel periodo che intercorre tra la partenza di quest'ultimo convoglio e la fine del conflitto furono internate a Bolzano circa 3.000 persone su un totale di almeno 11.116 transitate per il campo, si deduce che almeno una decina di altri convogli fu formata a Bolzano e indirizzata oltre Brennero"12.
L'ultimo trasporto partito da Bolzano è quello del 22 marzo 1945 con destinazione Dachau. Successivamente ne fu preparato un altro, che non partì a causa dell'impraticabilità della linea ferroviaria del Brennero, principale via di collegamento con la Germania, che gli Alleati avevano colpito con i bombardamenti aerei13.
La sospensione delle partenze non fece cessare l'afflusso di nuovi prigionieri nel Lager: il campo, che era originariamente destinato ad uno smistamento continuo ed era stato concepito per contenere non più di 1.500 persone, si trovò ad ospitarne circa 4.000, in condizioni igieniche ed alimentari naturalmente sempre peggiori.
È difficile indicare il numero preciso dei morti nel Lager di Bolzano; sono noti solo alcuni casi precisi: la fucilazione di 23 soldati italiani avvenuta il 12 settembre 1944; almeno 14 decessi avvenuti in seguito ai maltrattamenti inflitti dalle Ss ucraine; la fucilazione di 23 paracadutisti americani, di cui dà testimonianza Laura Conti. A queste vittime si aggiungono coloro che morirono per la fame, per le malattie non curate e per le fatiche del lavoro forzato.
La liberazione del campo avvenne alla fine di aprile del 1945: il 28 di quel mese si diffuse nel Lager la notizia di alcune trattative in corso tra la Croce rossa internazionale e il Comando del campo per la liberazione degli internati. Il 29 e il 30 aprile, all'avvicinarsi degli Alleati, fu deciso l'autoscioglimento del Lager e a tutti gli internati fu consegnato un Entlassungsschein, un regolare certificato di rilascio, firmato dal comandante del campo.
Furono rilasciati 3.500 prigionieri, che si allontanarono dal campo a gruppi, alcuni accompagnati per qualche chilometro in autocarro, altri a piedi.
Il 1 maggio i sorveglianti Ss abbandonarono il campo.
Dopo la Liberazione qualsiasi traccia del Lager di Bolzano e dei suoi campi satellite è andata gradualmente perduta. "Del Lager rimane oggi il muro di cinta, unico muto testimone del Polizeiliches Durchgangslager o campo di transito"14.

L'arrivo

"Quello che ci ha fatto male è stato arrivare a Bolzano e vedere la gente, i civili, che ci davano contro. Insomma, siamo italiani. Purtroppo... questo ci ha fatto proprio male" (G. Manuelli).
Un atteggiamento ostile che i deportati avrebbero constatato anche in altre successive circostanze. Giovanni Ramella Bon ricorda: "Le guardie nel campo erano dure, pestavano, non potevi far niente se no erano botte. Ma anche i civili, lì a Bolzano, non erano mica bravi: quando ci portavano fuori a lavorare, i ragazzini ci sputavano addosso, ma non si poteva dire niente, giù la testa, se no... botte".
"Appena arrivati ci hanno messi in colonna. Primo lavoro ci hanno fatto fare un bagno con l'acqua gelata; può immaginare... al mese di febbraio. Poi la rasatura dei capelli a croce, con quelle macchinette per i cavalli, perché se tu scappavi ti riconoscevano subito" (G. Bernardi).
All'arrivo ad alcuni fu consegnata una divisa: "Per vestirci ci hanno dato un camicione e un paio di pantaloni di una stoffa bianca... secondo me era tela juta. Ai piedi quello che avevamo già addosso" (G. Bernardi). Giovanni Manuelli, invece non ricorda di aver ricevuto alcuna divisa: "Quando siamo arrivati non ci hanno dato niente. Anzi, quando ci hanno presi a Veglio io avevo un paio di scarpe nuove, dei begli scarponi; uno della brigata nera 'Ettore Muti' voleva prendermele, ma non gli andavano bene per fortuna".
Dopo le formalità d'ingresso i deportati furono suddivisi nei vari blocchi: "Ci hanno messi nelle baracche, si chiamavano 'blocchi'; io ero nel blocco 'b' o 'c', non ricordo più bene, forse il 'b'..." (G. Ramella Bon). "Ero nella 'c', la terza. C'era anche la 'f', dove stavano le donne, era l'ultima in fondo. Poi la 'e', dove c'era il Gino Luzzi, di Roma, fratello di uno che hanno ucciso alle Ardeatine, era dentro là. Aveva venduto i suoi scarponi per poco e niente, per un pezzo di pane..." (G. Baratella).
'Non mi ricordo in che baracca ero, se aveva un numero, so che era dalla parte destra, entrando nel campo. Mi ricordo solo quella che chiamavamo 'la baracca delle punizioni'; sentivi delle grida venire da lì... Ma là dentro non c'erano tedeschi, c'erano gli ucraini, i famosi ucraini che si erano arruolati nelle Ss. Però il personale del campo era in gran parte tedesco. Di fianco avevamo delle donne, separate da noi" (G. Bernardi).
Anche Ramella Bon ricorda gli ucraini: "Nelle altre baracche c'erano altri prigionieri, in una le ebree, e anche dei bambini, con le donne. Le ebree stavano peggio di noi: un giorno due ucraini, perché nel campo c'erano tedeschi e ucraini, ne hanno fatte morire due a forza di acqua gelata; le hanno messe nude nel cortile e avanti... con l'acqua fredda".
Un cenno alle Ss ucraine è presente anche nella testimonianza di Baratella: "Nel campo c'erano solo tedeschi, nessun fascista. Con noi non erano cattivi i tedeschi, ma c'erano gli ucraini che erano bastardi"15.
Garbaccio parlando dell'arrivo nel Lager, fa un particolare riferimento a due detenuti: "Appena arrivati ci hanno divisi in blocchi, dei blocchi chiusi. Ce n'erano di tutte le qualità, c'era anche un blocco con donne e bambini, separati da noi. Poi c'erano anche degli ebrei: due li avevano presi in Valsesia, si chiamavano Sacerdotti, e altri due o tre. Quei due piemontesi non uscivano a lavorare perché erano già anziani. Pochi giorni prima che ci liberassero sono morti, là nel campo"16.
Nel campo di Bolzano, destinato al transito, il numero aveva un valore sicuramente differente da quello che assumeva in altri campi e sottocampi.
Giovanni Bernardi dice di aver avuto il 526, Giovanni Manuelli e Gino Baratella ricordano di aver avuto i numeri 13.337 e 15.500, a Jano Garbaccio risulta invece sia stato assegnato il 10.392. Per quanto riguarda l'assegnazione del triangolo, Giovanni Ramella Bon e Giovanni Manuelli ricordano che il loro era rosso, "perché eravamo pericolosi"17.

Il lavoro

I cinque deportati biellesi nel periodo trascorso in campo furono quasi tutti adibiti a lavori diversi e per differenti periodi.
"Al mattino, alle sei del mattino, guardavano se avevamo i capelli abbastanza corti, se no passavano con la macchinetta. Poi, prima di mangiare facevamo 'cappello su, cappello giù', e se non lo facevamo tutti insieme, come volevano loro, si doveva rifare, anche tante volte. Dopo ci portavano fuori dal campo a lavorare; facevano dei gruppi. A me prima mi hanno mandato nei cavi telefonici, poi lungo la strada, dove era saltata una polveriera, poi a metter giù le rotaie del treno. Via di lì, siamo andati a lavorare per una ditta, uno stabilimento della Lancia; c'erano due tedeschi che ci accompagnavano. Poi sono andato anche a zappare la terra. Ho fatto tanti lavori... Ma non tutti uscivano a lavorare" (J. Garbaccio).
"Al mattino c'era la solita riunione per l'appello; poi, lì si vede che c'era un accordo tra il comandante del Lager e i cittadini che vivevano lì intorno. C'era solo campagna e nient'altro e si erano messi d'accordo: venivano giornalmente a prendere alcuni di noi, sette o otto persone, e li portavano fuori a lavorare la terra per conto dei privati, diciamo. Io non sono mai stato scelto per andare fuori. A tutte le persone che venivano portate all'esterno davano qualcosa in più da mangiare, tornavano alla sera con delle mele, o quello che c'era, e lo distribuivano anche con noi. Noi stavamo lì e non facevamo niente, dentro tutto il giorno" (G. Manuelli).
"Noi di giorno ci portavano fuori dal campo a lavorare. Facevamo cuscinetti a sfera per una ditta di Torino, non mi ricordo il nome. E noi che lavoravamo avevamo un supplemento nel mangiare, qualcosa in più: un uovo e due patate a settimana, se no era proprio poco" (G. Ramella Bon).
"Ci hanno messi nelle squadre per andare a lavorare: eravamo in centocinquanta. Da lì, che era Bolzano italiana, ci facevano andare a piedi fino a Bozen tedesca per andare a metter su i binari per far andare via i treni in Germania; però non ci sono mai riusciti, mai nel tempo che sono stato io lì, perché bombardavano sempre, tutti i giorni. Prima, da quel campo, partivano i convogli per la Germania, ma poi non sono più potuti partire, per i bombardamenti. La città di Bolzano tedesca la bombardavano di più, perché vicino alla stazione c'era una montagna, e dal Brennero veniva giù la ferrovia che andava dritta nella montagna; lì sotto c'era una fabbrica dove facevano armi" (G. Baratella).
"Mi ricordo un fatto successo lì a Merano: si vede che c'era uno che voleva fare il furbo, che ha provato a scappare; l'hanno ucciso, poi l'hanno legato e trascinato fino al campo... Ci sono diversi chilometri da Merano a Bolzano. Poi hanno fatto l'adunata per far vedere che se provavamo a scappare facevamo la stessa fine" (G. Baratella).
Anche Giuseppe Bernardi ha ricordato alcuni episodi del periodo trascorso in Lager: "Faceva tanto freddo e nelle baracche non c'era niente per scaldarsi, neanche una stufa; per coprirsi ci avevano dato solo una coperta, si dormiva in castelli da quattro. Loro non venivano mai nelle baracche a vedere se era ordinato, se facevamo i letti; a parte che c'era poco da fare i letti... un materasso e una coperta...". E Giovanni Manuelli: "Le guardie, il personale del campo, erano tutti tedeschi, ma non li vedevamo mai, quasi mai, solo al mattino quando facevano la conta".
"Lì a Mosso siamo riusciti a metterci in contatto con i partigiani di Trento e Bolzano, che stavano su in montagna, per mezzo di contadini del posto; abbiamo organizzato una fuga: eravamo d'accordo che loro venivano giù a mezzanotte e ci facevano fuggire, andavamo in Svizzera, poi un po' per volta tornavamo a casa. Ma qualcuno ha fatto la spia, così i tedeschi hanno fatto venir su da Bolzano quattro o cinque camion di uomini; i partigiani a mezzanotte sono venuti giù, ci hanno armati, ma sono arrivati i tedeschi; loro sono riusciti a tornare in montagna, noi per punizione ci hanno chiusi in una baracca, tutti in piedi, schiacciati, non potevi neanche muoverti, tutta la notte. Ah, i tedeschi, una razza cattiva così... Poi, il giorno dopo ci hanno radunati tutti e ci hanno chiesto perché avevamo fatto quello. Ma noi volevamo andare a casa, gli abbiamo risposto" (Ramella Bon).
"Ogni giorno a pranzo ci davano il 'minestrone', noi lo chiamavamo così, era fatto di erbe, e una pagnotta, che a volte era dura, e alla sera altrettanto. Una volta sola, all'inizio di aprile, è venuto uno, dicevano che era il vescovo di Venezia, a dire la messa nel campo; ecco, quella volta ci hanno dato un piattino di tagliatelle, perché è venuto quel tale, dicevano che le aveva portate lui. Altrimenti il pasto era sempre uguale, come le ho detto. Avevamo una scodella, era nostra, potevamo tenercela, e mangiavamo in quella scodella" (G. Bernardi).
"Nel campo ci davano una pagnotta dura con un po' di brodo, ma avevamo fame [...]. C'era uno con me, uno del Vandorno, che riusciva ad entrare nel magazzino dei tedeschi e a portare via dei vestiti; questi vestiti, uscendo per andare a lavorare, li davamo ad una donna, una vecchietta, che in cambio ci dava qualcosa da mangiare: pane, marmellata, dei dolci; avevamo fame" (G. Ramella Bon).
"Eh... non mi ricordo più cosa ci davano da mangiare... So solo che mangiavamo tante mele; qualche volta ci davano il pane tedesco, lo chiamavano brod, una fetta di quello..." (G. Manuelli).
Solo Baratella ricorda di aver avuto nel periodo di prigionia un contatto "indiretto" con la sua famiglia: "Mia mamma è venuta a trovarmi lassù; c'era anche un altro di Valle Mosso, sono venute sua mamma e sua zia, e mia mamma. Però io non le ho viste, non mi hanno trovato. Mi hanno portato il 'pacco natalizio', l'hanno lasciato ai miei amici per me; l'abbiamo diviso tutti assieme. Invece quell'altro di Valle Mosso non ha mica voluto dividere... Ma dopo, quando io e altri portavamo dentro il mangiare, lui non ha più preso niente. Un'altra volta impara... Pensava solo per lui, ma ha pensato male".
Spiega Manuelli: "Per me è andata bene che siamo arrivati proprio all'ultimo momento, quando le strade servivano a loro [ai tedeschi] per tornare indietro, perciò non facevano più partire i treni carichi di gente per la Germania... Perché tempo addietro quello era un campo di smistamento, cioè raggruppavano lì le persone e poi smistavano loro come meglio credevano. Ma a quel punto lì a noi è andata bene, avevano capito che per loro la guerra ormai era finita e sia la ferrovia sia la strada servivano alle loro truppe che erano in Italia per tornare indietro, perciò non partiva più nessuno. Essendo arrivati gli ultimi giorni, siamo sempre rimasti lì, tranquilli". Nella testimonianza di Manuelli forse più che in quella degli altri vi è la consapevolezza dello scampato pericolo.
"Qualche volta capitava che qualcuno cercava di scappare; qualcuno c'è anche riuscito, ma se ti prendevano... Una volta hanno ripreso quelli che erano scappati, li hanno messi in cortile e ...pum pum... li hanno fucilati davanti a tutti. Un'altra volta sono scappati degli alpini di Trento e di Bolzano e i tedeschi hanno dato la colpa a noi, dicevano che eravamo d'accordo. Per punizione ci hanno portati a Moso, un paesetto sopra Bolzano, in una caserma degli alpini abbandonata, tutta rotta. Un freddo faceva... Anche lì facevamo la fame, mangiavamo anche le lumache, toglievamo il guscio e le cuocevamo sul fuoco.

La liberazione e il ritorno

Per tutti i testimoni la liberazione avvenne senza eventi particolari. Mentre la guerra era ancora in corso il sistema organizzativo del campo cessava di funzionare gradualmente e i deportati si ritrovarono privi di controllo: "Il 30 aprile ci hanno liberati e sono venuto a casa. Eravamo tutti insieme quelli di Biella" (J. Garbaccio). "Il 30 aprile i tedeschi ci hanno dato un foglio, dicendo che ci liberavano e che con quel foglio non avremmo avuto problemi in caso ci avessero fermato... effettivamente eravamo ancora vestiti da partigiani" (G. Manuelli).
"Hanno detto: 'Ormai la guerra è finita, andiamo tutti a casa'. E infatti ci hanno riportati a Bolzano e ci hanno liberati, senza darci niente, nessun foglio, ci hanno solo detto che eravamo liberi. Era la fine di aprile, forse il 1 maggio" (G. Ramella Bon). Bernardi, che era al "campo satellite" di Moso, ricorda di essere stato ricondotto a Bolzano e qui rilasciato: "Un giorno ci hanno ricaricati sui camion e ci hanno portati di nuovo giù. Ci hanno portati a Bolzano, ma il campo era distrutto completamente, non c'era più niente, c'erano tutte le baracche giù, non si trovava più niente".
Il ritorno fu segnato per tutti da un viaggio avventuroso e irregolare spesso difficile da ricomporre in un racconto unitario. Nei racconti si incrociano sensazioni ed episodi staccati, che rispecchiano il clima di confusione e di disagio che l'Italia stava vivendo nei giorni in cui la guerra stava gradualmente lasciando il posto alla pace.
"Da Bolzano siamo partiti a piedi, e siamo arrivati fino al lago di Garda. Al lago di Garda, nel primo paese in fondo, abbiamo trovato gli americani; ci hanno chiesto da dove venivamo, cosa facevamo... Ci hanno dato da mangiare e delle sigarette. Arrivati quasi a metà lago, abbiamo trovato un furgoncino con cui siamo venuti fino a Milano. Da Milano, sopra un altro furgoncino, mi ricorderò sempre, era della ditta 'Quinto Ramella', siamo arrivati a Biella" (G. Manuelli).
"Siamo andati fino al passo della Mendola col treno poi, venendo giù verso Trento a piedi, abbiamo trovato i tedeschi. C'erano ancora i cannoni dei tedeschi, poi li hanno portati via. Andando giù, abbiamo trovato un camion, uno di quelli col gasogeno, ma nessuno di noi era capace di farlo partire, l'abbiamo spinto e siamo saltati sopra... Comunque in un modo o nell'altro siamo arrivati a Rovereto. Abbiamo caricato anche due tedeschi; ci hanno chiesto se andavamo a Milano, perché volevano venire anche loro; si sono messi davanti, uno da una parte e uno dall'altra. Poi abbiamo incontrato una colonna di tedeschi che venivano su, con un ufficiale; quei due li hanno fatti mettere in fila insieme alla loro squadra e sono andati indietro. I primi americani li abbiamo trovati tra Rovereto e Riva di Trento; non ci guardavano neanche addosso. Siamo andati a dormire in una famiglia.
Io volevo venire a casa... C'era un camion che andava giù, l'abbiamo guidato noi fino a Brescia. Siamo andati a dormire nel vescovado, poi da Brescia, con un altro camion, siamo venuti fino a Milano. Qui ci hanno fatti stare dentro nelle scuole insieme ai preti, non ci lasciavano venire via, infatti fino al 10 di maggio non siamo tornati a Biella" (J. Garbaccio).
"Su dei camion ci hanno portati fino a Trento, poi io l'ho fatta tutta a piedi; da Trento sono andato al lago di Garda, dove c'erano gli americani, ma non ci hanno mica aiutati, dicevano che loro non avevano ricevuto ordini. Ci davano qualcosa da mangiare, ma poco perché ormai avevamo lo stomaco ristretto, non eravamo più abituati a mangiare, qualcuno è anche morto. Poi da lì sono andato a Milano e poi vicino a Novara; arrivato qui non ce la facevo più, avevo i piedi gonfi, ero sfinito a forza di camminare. Mi sono buttato in un fosso; mi ha trovato un infermiere, che mi ha portato all'ospedale dove mi hanno fatto una puntura e mi hanno detto che il giorno dopo me ne avrebbero fatta un'altra, ma io, al mattino, appena ho visto la luce sono venuto via: volevo venire a casa. Ho preso il treno e sono arrivato a Biella. È andata così" (G. Ramella Bon).
"Abbiamo iniziato il ritorno prima ancora che la guerra finisse, perché da Bolzano siamo andati a Trento, un po' aggrappati ai camion un po' a piedi... All'una bombardavano ancora Trento e alle due già dicevano che c'era stato l'armistizio. Sarà stato il 28 di aprile.
Eravamo sei o sette al massimo. Siamo arrivati fuori da Trento; mi sono sentito chiamare: era una guardia del campo di concentramento di Bolzano, ma era un ragazzo giovane, uno che aveva dovuto andarci per forza, non era delle Ss. Ci ha detto che potevamo andare a casa sua. Strada facendo, trovavamo fucili rotti, mitra; intanto è arrivata giù una moto sidecar tedesca con su uno che doveva essere un comandante... e noi gli abbiamo preso la moto. Arrivati nel paese c'erano i tedeschi, e ci chiedono dov'era il comandante; noi abbiamo risposto che avevamo trovato la moto per strada, ma ci hanno tenuti lì, chiusi dentro una caserma. I tedeschi a quei tempi non volevano arrendersi, perché volevano arrendersi agli americani; in giro c'erano i partigiani...
Alla sera in un modo o nell'altro siamo riusciti ad uscire e siamo andati avanti a piedi, fino ad una cascina, dove ci siamo fermati a dormire.
Poi siamo scesi giù verso Brescia. Mentre camminavamo è arrivata su una macchina col tricolore davanti, tutta sparata; dopo cinque minuti un'altra macchina con gente sui parafanghi, con i mitra spianati... Mezz' ora che camminavamo e sono arrivate queste due macchine. Ci hanno chiesto dove andavamo: 'A casa', abbiamo detto; avevano paura che fossimo fascisti. Ci hanno portati nel Comando partigiano di questo paese, non mi ricordo il nome; ci hanno chiesto da dove venivamo, cosa avevamo fatto... Poi ci hanno fatto un biglietto per proseguire fino a Biella senza essere fermati. Ma come potevamo proseguire? Tutto a piedi? Ci hanno detto che un po' più avanti avremmo trovato i camion per caricare farina che andavano fino a Brescia. Arrivati a Brescia, un po' aggrappati ai camion, un po' diversamente, siamo riusciti a raggiungere Milano. Qui ci hanno dato da mangiare e da dormire; poi al mattino noi volevamo venire a casa, ma mezzi non ce n'erano. In un modo o nell'altro comunque siamo arrivati nelle nostre zone. Ho trovato uno col carretto e gli ho detto che dovevo andare a Ponzone, allora mi ha caricato. Poi quelli del Giletti mi hanno dato una bicicletta per andare fino a casa" (G. Bernardi).

L'arrivo a casa

"Quando sono arrivato a casa, a Cossila, mia madre piangeva: ero debole, magro, ero trenta chili. Allora mi ha fatto curare nella clinica che c'era qui a Cossila da un professore molto bravo; pensi, ci mettevo tutta la mattina per andare e tornare, camminavo piano, mi stancavo subito. Poi piano piano sono guarito. Ho ripreso la mia vita di prima. Ho lavorato per un po' nel tram, c'era ancora il tram Biella-Oropa, poi uno mi ha fatto andare a lavorare all'Atap, in officina. Nel '44 avevo aiutato suo figlio a scappare dai tedeschi, così lui mi ha aiutato per il lavoro. E sono stato lì fino alla pensione" (G. Ramella Bon).
"Arrivato nel cortile di casa, l'unica che mi è venuta incontro, la prima che ha avuto il coraggio di venirmi incontro per le condizioni in cui ero, è stata la sorella di un mio amico del [distaccamento] 'Fontanella'. Nemmeno i miei al primo colpo... Sono rimasti lì... Ero tirato, mal vestito, i vestiti, da unto che ero, non erano più bianchi, erano neri" (G. Bernardi).
"A casa ho trovato mia mamma, quando mi ha visto non ci credeva neanche lei... Così sono tornato a casa... A me è andata bene, sono stato via solo due mesi; ci sono di quelli che se la sono vista proprio brutta" (G. Manuelli).
"A Biella abbiamo fatto festa. Mi hanno dato cinquemila lire, perché siamo arrivati a casa ancora vivi. C'è stata anche la festa del partigiano, un fotografo di Biella mi ha fatto una fotografia; mi hanno detto che a Biella c'era una mia foto con il cappello da tenente; sopra c'era scritto 'Mamma ritorno ancora'... Eravamo così giovani... Dopo è finita, non sono rimasto in contatto con quelli che erano partigiani con me; mi hanno dato quelle cinquemila lire, poi avevamo la possibilità di andare di qua e di là senza pagare niente. Avevamo quei tesserini in cui strappi i biglietti... Potevamo andare a mangiare nel più grande hotel che c'è a Biella, senza pagare. Io ho fatto un mese così. Mio padre mi chiedeva quando sarei andato a lavorare... 'Quando avrò voglia', dicevo. Mi hanno chiesto dove volevo andare a lavorare; a me sarebbe piaciuto tanto lavorare nelle littorine, ma ero giovane... e ho detto che io il lavoro ce l'avevo già. Di quelli che conoscevo alcuni sono andati a guidare il pullman, alcuni sono andati nella polizia... Io, il più furbo, sono andato a fare l' 'attaccafili', in fabbrica. Ma non mi lamento, sono andato in pensione lo stesso e sto bene così" (G. Baratella).
Chi ha mantenuto più stretti legami con l'esperienza partigiana è Giuseppe Bernardi. Dopo la Liberazione ha svolto una notevole attività nell'ambiente degli ex partigiani combattenti e nella vita civile. "Ero membro della Commissione partigiani, fino a quando ci hanno disarmati e siamo venuti a casa. Mi hanno messo a controllare la mensa della stazione. Poi, quando ci hanno smobilitati, sono venuto a casa e sono andato a lavorare in fabbrica, al Lanificio di Valle Mosso; ho fatto parte delle commissioni interne; poi la fabbrica dove lavoravo ha chiuso, così ho dovuto adattarmi a fare altro, perché io e mia moglie avevamo un bambino di tre anni; mi sono messo a fare autotrasporti, ma in questo settore c'era un po' di crisi, lavoravo poco. Allora c'era un magazzino, mezzo andato, che vendeva bibite, vino, liquori, e mi sono messo lì.
Ho fatto tre legislature, nel Consiglio comunale di Strona, sono stato vicesindaco per otto anni. Ho fatto parte dell'Anpi, all'inizio nel direttivo, come vicepresidente poi, quando è morto il presidente, mi hanno chiesto di sostituirlo e così sono diventato presidente dell'Anpi Cossato-Valle Strona".

Il rimborso

Nel 1963 in Italia fu emanata la legge18 che ratificava e dava attuazione al cosiddetto "Indennizzo di Bonn" del 2 giugno 196119 con il quale la Repubblica federale di Germania si era impegnata a versare alla Repubblica italiana una somma di denaro che il nostro stato avrebbe poi dovuto ripartire tra i cittadini italiani che in passato fossero stati oggetto di persecuzioni naziste.
In quella occasione fu pubblicato un primo elenco dei campi riconosciuti ai fini dell'indennizzo sulla Bundegesetzblatt, la Gazzetta ufficiale della Repubblica federale di Germania: comprendeva 902 campi di sterminio.
Il campo di Bolzano, essendo considerato un campo di transito e non di sterminio, non risultò incluso in tale lista e ai suoi ex prigionieri non spettò alcun rimborso. Nel 1970 fu operato un primo aggiornamento del catalogo dei Lager pubblicato sulla Gazzetta ufficiale tedesca, in ragione del quale i campi riconosciuti divennero 1.486, ma Bolzano non era tra questi.
Un secondo aggiornamento del catalogo ufficiale dei campi pubblicato sulla Bundegesetzblatt fu compiuto nel 1977: riconosceva 1.634 campi, tra cui Bolzano20.
Tuttavia, quando nel novembre del 1980 lo stato italiano emanò la legge che sanciva l'istituzione di un assegno vitalizio per i reduci dei campi di sterminio21, fece riferimento al medesimo elenco di campi su cui si basava la legge del 1963 (con l'eccezione della Risiera di S. Sabba di Trieste, che fu inserita tra i campi ai cui deportati sarebbe spettato il risarcimento) i reduci di Bolzano non beneficiarono ancora dell'indennizzo.
L'articolo 3 della legge del 1980 prevedeva la costituzione di una commissione, nominata dal presidente del Consiglio, con l'incarico di esaminare le domande presentate per beneficiare del vitalizio; tale commissione, formata dai rappresentanti della Presidenza del Consiglio, di alcuni ministeri, delle associazioni Aned, Anppia, Anei e dell'Unione delle comunità israelitiche, in seguito a numerose pressioni e sollecitazioni, deliberò, in conformità a quanto la legislazione tedesca aveva stabilito fin dal 1977, che i deportati di Bolzano potessero finalmente beneficiare dell'indennizzo.
Il mancato "rimborso" ma più ancora il mancato riconoscimento ufficiale quali deportati ha segnato pesantemente l'identità e la memoria dei reduci di Bolzano. "Quando nel 1963 hanno deciso di dare l'indennizzo ai reduci della Germania, ho fatto domanda. Me l'hanno respinta. Ho fatto ricorso, anche citando cosa mi avevano preso, i soldi che avevo, l'orologio, gli scarponi, quanti mesi e dove sono stato internato. Mi hanno risposto dal Ministero che non rientravo nel rimborso. Quindi ho avuto solo il riconoscimento come partigiano combattente, e basta. Quando c'è stata poi la possibilità di avere il rimborso, ho lasciato perdere, perché ormai me l'avevano già respinta due volte. Questo fatto mi ha fatto un po' arrabbiare... però ho pensato che questo risarcimento lo hanno dato ad altri che hanno sofferto più di me, che hanno fatto dei mesi più di me. L'ho presa così" (G. Bernardi).
Anche Giovanni Manuelli manifesta sensazioni ed atteggiamenti per molti versi simili: "No, non era il caso, per due mesi... Quelli che sono stati nei Lager in Germania, per loro c'è da levare tanto di cappello, ma io, per due mesi non ho neanche pensato lontanamente... Ho portato a casa la pelle... È ancora andata bene. Io nel mio piccolo non mi posso lamentare".
"Per il periodo che ho passato in campo non mi hanno dato niente, non ho fatto nessuna richiesta. Quello che mi hanno dato perché sono stato partigiano me l'hanno passato nella pensione, come tutti i soldati. Hanno fatto passare come anni di militare quelli fatti nei partigiani. Per il campo, niente..." (G. Baratella).
Altri due invece non hanno presentato alcuna domanda avendo "privilegiato" altre identità rispetto a quella di deportato: "Non so niente di un indennizzo, sono stato riconosciuto come ex combattente; di rimborso ho preso quindici o venticinquemila lire, ma come rimborso di guerra, non perché sono stato a Bolzano" (J. Garbaccio).
"Ormai, sono passati cinquantadue anni. Guardi, sono stato fortunato che ho portato a casa la pelle" (G. Ramella Bon).

Una vicenda dimenticata

"Sono cose che purtroppo vanno nel dimenticatoio, e sarà sempre così. Non so se a voi nelle scuole dicono qualcosa. È una storia che non si conosce, ma sarebbe una ragione in più per parlarne" (G. Manuelli). Constatazione piena di amarezza: la vicenda di Bolzano è sconosciuta, non viene studiata, approfondita, analizzata, e quel poco che si sa viene dimenticato.
"Non so perché siamo stati un po' trascurati dalla gente, dagli storici. Io l'ho già detto più di una volta che chi si interessa di storia dovrebbe fare qualcosa. Non abbiamo visto una cosa citata in qualche posto sui deportati di Bolzano. Dicono che è difficile cercare tutti, ma bisognerebbe poi solo cercare trenta persone della zona di qua che sono state deportate nel campo di concentramento. Volete farlo quando non ci siamo più? Dite poi voi quello che volete, ma per la storia vera e propria dovete intervistare. Può darsi che io non mi ricordi bene una cosa, però ne trovate un altro che ve la racconta meglio. Invece niente, non c'è mai stato nessuno che se ne è occupato" (G. Bernardi).


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