Giovanna Cova

Problematiche sociali nell'industrializzazione biellese
Il villaggio operaio della Filatura di Tollegno*



Cenni storici sulla Filatura

La Filatura di Tollegno sorse l'8 aprile 1900 come "Filatura Pettinata di Tollegno con lavorazione per conto terzi". Fu, nel Biellese, la prima ditta con specializzazione specifica in un determinato ciclo di lavorazione della lana e solo quattro anni più tardi, nel 1904, sorse nella zona uno stabilimento altrettanto grandioso e con le stesse caratteristiche produttive: la Pettinatura e Filatura di Vigliano, di Carlo Trossi.
Gli opifici operanti sul territorio biellese all'inizio del secolo erano, infatti, a ciclo completo. Ciò era sostanzialmente dovuto a due motivi: la lavorazione a ciclo completo pareva offrire prospettive più vantaggiose per ciò che riguardava le dimensioni aziendali, poiché richiedeva proporzionalmente minor capitale fisso e consentiva un miglior sfruttamento dei macchinari, e favoriva, inoltre, una più proficua utilizzazione dei diversi tipi di materia prima e dei sottoprodotti. Fra gli imprenditori biellesi, inoltre, era diffusa la tendenza a non ricercare forme di finanziamento bancario e a non costituire aziende a base societaria, che sarebbero invece state necessarie per lo sviluppo di strutture produttive quali le filature pettinate. Tali filature, infatti, richiedevano ingenti disponibilità di capitali a causa del più elevato grado di meccanizzazione e dell'esigenza di acquistare materia prima di qualità superiore, reperibile esclusivamente sui mercati transoceanici.
Nel caso della Filatura di Tollegno oltre alle generali condizioni di sviluppo dell'industria italiana nel periodo giolittiano, la specializzazione produttiva fu favorita dall'organizzazione aziendale che, con la forma societaria, cui erano interessati anche banchieri locali come i Sella e i Gallo, permise una più mobile struttura finanziaria, riducendo l'apporto dell'iniziativa individuale, consentendo inoltre all'azienda di profittare più sollecitamente delle operazioni di congiuntura e di seguire con agilità le innovazioni richieste dal più dinamico e costoso progresso tecnologico1.
Ad un livello più generale, l'entrata del capitale finanziario provocò nel Biellese il controllo dei prezzi e la creazione di un monopolio nel mercato interno e internazionale da parte dei gruppi economici più forti, cui appartenevano i membri del Consiglio di amministrazione della Filatura2.
All'inizio della attività, la Filatura di Tollegno, pur non essendo a ciclo completo, comprendeva ancora diverse fasi di lavorazione: preparazione, pettinatura, filatura e tintoria. Il suo tratto caratteristico fu, come si è detto, la lavorazione per conto terzi, con specializzazione in filati molto assortiti nella qualità degli impasti, nei titoli e nelle colorazioni. La Filatura fu inoltre, la prima ditta italiana a istituire per i filati di aguglieria un marchio di fabbrica: "Lana gatto", per garantire al cliente la qualità del prodotto. L'idea, mutuata da esperienze già realizzate da ditte straniere, si rivelò vincente e il caratteristico marchio, con effigiata la testa di un gatto bianco dai vivaci occhi verdi, contribuì non poco alla diffusione e all'immagine del prodotto.
La Filatura sorse sull'ex lanificio Maurizio Sella, che vi conferì le attività del suo stabilimento di filatura3. L'intenzione dei fondatori era di sottrarre l'industria laniera biellese dalla dipendenza di importazioni di filati pettinati dall'estero. L'avvio, tuttavia, fu difficoltoso e solo nel 1905 l'azienda registrò i primi utili; da quella data, però, l'espansione e lo sviluppo furono costanti, tanto che nel 1920 gli operai occupati raggiunsero le duemila unità circa.
Grande impulso venne dato alla produzione di filati con la lavorazione a sistema francese che, in un primo tempo affiancò il sistema inglese, divenendo quindi preponderante poiché permetteva di ottenere filati a titoli4 più alti con minori costi di produzione. Un ulteriore vantaggio di tale lavorazione era rappresentato dal minor numero di operai per filatoio necessario per svolgerla. Contemporaneamente, venne potenziato il reparto di tintoria con nuove apparecchiature tedesche e, nel 1909, venne aperta una succursale a Torino, costruita su terreni dell'allora presidente della società, Felice Piacenza5.
Negli anni 1914 e 1915, la ditta ampliò il reparto di pettinatura6 costruendo una nuova ala a destra del vecchio opificio e acquistò nuovi macchinari dalla Société alsacienne de contructions mécaniques di Mulhouse7. Nel 1921, lo stabilimento di Torino fu smantellato e i macchinari furono riuniti a Tollegno. È probabile che tale decisione sia stata provocata, sebbene non esclusivamente, da motivazioni di ordine politico. Rispetto alle condizioni esistenti al momento della fondazione della succursale, infatti, anche a Torino la conflittualità operaia aveva raggiunto livelli decisamente elevati. Non è escluso, quindi, che gli amministratori della Filatura abbiano ritenuto opportuno riunificare l'azienda allo scopo di avere sotto controllo immediato e diretto la situazione in fabbrica, considerando anche il notevole sviluppo delle vie di comunicazione verificatosi nel decennio.
Dopo la seconda guerra mondiale, la Filatura rilevò la tessitura Agostinetti & Ferrua, situata a brevissima distanza nello stesso territorio di Tollegno.
Le pur brevi note storiche, consentono di rilevare come la Filatura potesse essere considerata, fin dal suo sorgere, una ditta all'avanguardia nel panorama imprenditoriale biellese, sia per la forma giuridica che per i macchinari e le forme di finanziamento. Questo fatto, che inciderà, come vedremo, sulla progettazione e sulla realizzazione del villaggio operaio, non può prescindere da alcune considerazioni circa la mentalità imprenditoriale che la caratterizzò.
Gli azionisti che costituirono la Filatura, imprenditori e banchieri8, appartenevano a quella vecchia aristocrazia biellese già da tempo usa a precorrere i tempi nell'applicazione dell'aggiornamento meccanico9 e nel perfezionamento produttivo10. Era presente nel loro pensiero la convinzione che, nel contesto delle nuove prospettive aperte dalla favorevole situazione economico-politica, lo sviluppo delle forze produttive industriali andasse perseguito con ogni mezzo, anche a costo di radicali cambiamenti rispetto al passato e, qualora si fosse reso necessario, anche attraverso mutamenti altrettanto radicali che avrebbero interessato l'intero tessuto sociale della comunità operaia.
Conservarono l'orientamento paternalistico che aveva caratterizzato l'atteggiamento dei loro avi nei secoli precedenti, ma lo modificarono ampiamente rapportandolo alle nuove esigenze. Ne derivò una forma di gestione socio-economica per molti versi originale che differenziò in modo spesso rilevante il loro atteggiamento e l'attuazione de propri orientamenti non solo da altri imprenditori italiani ma anche dagli stessi imprenditori biellesi11.
Figura di grande rilievo nella storia della Filatura e nella realizzazione de] villaggio operaio fu Daniele Schneider, che per la forte personalità e le indubbie capacità imprenditoriali, dominò l'evoluzione dell'impresa assai più degli azionisti stessi. Nato a Mulhouse nel 1868, due anni prima del passaggio dell'Alsazia alla Prussia, conservò la cittadinanza francese pur ricevendo, di fatto, un'educazione tedesca. Ingegnere tecnico, dopo un breve periodo di lavoro nella città natale, si trasferì alla ditta Marzotto di Valdagno che abbandonò non condividendo la gestione dell'azienda nei termini fissati da Marzotto. Trasferitosi a Biella, assunse dapprima la carica di direttore tecnico, dirigendo ben presto anche la parte commerciale fino alla nomina di amministratore delegato. Per la sua conoscenza di più lingue straniere, rappresentò l'Italia alla Federazione laniera internazionale.
Il suo pensiero e la trasposizione pratica delle sue idee risentirono fortemente della cultura positivista e socialista utopica, che ebbe in Francia i suoi principali teorici e rappresentanti, quali Proudhon, Fourier, Le Play, e che permeò la sua formazione culturale. Proprio a Mulhouse, nel 1853, ad opera di Emile Muller sorse infatti il villaggio operaio, che costituì per tutta la fine dell'Ottocento e nei primi anni del Novecento il prototipo di case popolari in Europa12.

Forza lavoro e strategie imprenditoriali: la mobilità operaia

Il sorgere della Filatura e il suo innestarsi con strutture produttive specifiche nella realtà sociale della zona influì in modo graduale ma irreversibile sulla determinazione dei rapporti sociali, fra capitalismo (azienda) e operai, e all'interno della stessa comunità operaia. Furono questi stessi rapporti a determinare da un lato tipologie specifiche di controllo sulla comunità aggregatasi intorno alla fabbrica e, dall'altro lato, atteggiamenti e comportamenti operai, sia a livello individuale che collettivo, in risposta alle progressive esigenze dell'azienda.
Le forme effettive assunte dal rapporto imprenditori-operai nei vari stadi dell'evoluzione della Filatura costituiscono la chiave di comprensione di problematiche sociali rilevanti che fanno perno su due elementi fondamentali e connessi: l'atteggiamento operaio di fronte al lavoro salariato e la strategia imprenditoriale per controllare il mercato del lavoro, assicurandosi la forza lavoro in termini di stabilità e di fedeltà all'azienda.
Entrambi gli elementi registrarono differenziazioni notevoli nell'arco temporale intercorso fra la fondazione dell'azienda e il 1926, anno in cui, pur all'interno di un costante sviluppo della Filatura, la dinamica del rapporto fra esigenze produttive e realtà operaia raggiunse una fase di sostanziale stabilità.
Un primo dato, facilmente individuabile osservando i libri matricola della Filatura di Tollegno, riguarda l'altissima mobilità delle maestranze, che caratterizzò la prima fase della vita dell'azienda. È tutt'altro che raro, infatti, trovare casi di persone assunte da pochi mesi che lasciarono definitivamente la Filatura o, ancora più spesso, casi di persone che alternarono più volte, anche in periodi temporali piuttosto stretti, licenziamenti e assunzioni all'interno della stessa azienda. Si trattava quindi di una situazione caratterizzata da un notevole turn-over.
Tale situazione, agli inizi dell'attività della Filatura, risultava essere ancora compatibile con le esigenze produttive dell'azienda, in altri termini la scarsa produttività e la bassa "fedeltà" della manodopera sembravano essere ampiamente compensate dai bassissimi salari. Nel periodo successivo alla prima guerra mondiale, l'aumento della produzione e le nuove esigenze di mercato imposero però una ulteriore razionalizzazione del lavoro. Una mobilità operaia troppo elevata si rivelò allora dannosa agli obiettivi dell'azienda, impegnata fra l'altro nella conquista di spazi sempre maggiori sul mercato tessile.
È precisamente in questo contesto, per oggettive esigenze di far fronte ad una situazione ormai insostenibile, che si colloca il progetto di realizzazione del villaggio operaio, che nacque, quindi, con precisi fini pragmatici: avere a disposizione mano d'opera abbondante di cui disporre a seconda delle esigenze produttive; stabile, per poter attuare progetti a medio e lungo termine; fedele, ovvero vincolata all'azienda da legami ancora più profondi dello stesso salario.
I modi e i mezzi con cui questi fini vennero perseguiti e la loro ripercussione sulla vita della comunità operaia necessitano tuttavia di un esame preliminare sulle ragioni che determinarono l'elevata mobilità; condizione indispensabile per comprendere le forme specifiche di reclutamento e di mantenimento della forza lavoro all'interno della Filatura.
Per meglio esaminare i motivi di tale fenomeno, l'arco di tempo considerato è stato diviso in tre periodi: il primo, dal 1900 al 1914, coincise con la fase iniziale dell'attività dell'azienda; il secondo, dal 1915 al 1918, coincise con la prima guerra mondiale e con una situazione alterata rispetto alla normalità, il terzo, dal 1919 al 1926, fu invece contrassegnato da profondi mutamenti strutturali.
L'alta mobilità operaia alla Filatura è riconducibile essenzialmente a due fattori: le caratteristiche del territorio in cui sorse l'azienda e quelle della mano d'opera impiegata. All'inizio del secolo, infatti, mentre in altre zone d'Italia la forza lavoro proveniente dalle campagne creò un surplus di offerta sul mercato, a Tollegno, e nel Biellese in genere, si verificò un fenomeno di tendenza opposta: la richiesta di mano d'opera risultò, cioè, superiore all'offerta. Nel comune di Tollegno, che al sorgere della Filatura comprendeva 1.493 abitanti13, esistevano infatti, nel raggio di circa quattro chilometri, numerose industrie, alcune delle quali occupavano centinaia di operai. Citiamo, ad esempio, la tessitura Agostinetti & Ferrua, situata qualche centinaio di metri a sud della Filatura; il Lanificio Pria e il Lanificio Sella, situati nella vicina località di Biella Chiavazza, e il Cotonificio Poma di Miagliano, situato a nord, a circa quattro chilometri da Tollegno. Tutto il territorio, inoltre, brulicava di piccole aziende a carattere artigianale.
L'esiguità del territorio e la forte concentrazione industriale attirarono nella zona molti operai provenienti dalle zone del circondario prive di insediamenti industriali14 e dalle zone agricole del Vercellese e del Monferrato, che tuttavia non alterarono il meccanismo di eccedenza della richiesta rispetto all'offerta e la mano d'opera, soprattutto quella qualificata, continuò ad essere molto ricercata. In assenza di contratti le trattative sul mercato del lavoro avvenivano spesso in modo assai rozzo e informale. Paul Schneider così riassume le modalità della contrattazione concorrenziale: "Gli industriali fermavano per la strada gli operai che godevano fama di essere capaci e li invitavano a trasferirsi nel loro stabilimento, offrendo loro qualche soldo in più di salario"15.
La grande richiesta di operai, anche con scarsa professionalità, spiega anche l'incremento demografico del comune di Tollegno, in seguito alla massiccia immigrazione di ex contadini, provenienti dalle campagne piemontesi fino agli anni venti e, successivamente, dalle campagne venete e friulane. I dati relativi ai censimenti consentono, inoltre di rilevare come la popolazione, in trent'anni, sia aumentata del 180 per cento e come le persone occupate nell'industria fossero in crescente aumento, fino ad arrivare, nel 1931, ad una percentuale del 750 per mille.
Mettendo in relazione la superficie totale del comune con la popolazione si può osservare come Tollegno, in un'area poco superiore ai tre chilometri quadrati, abbia registrato il seguente incremento:


anniabitantiincremento
19011493100
19111623108,70
19211697113,68
19312679179,16

L'incremento maggiore, verificatosi nell'arco temporale che va dal 1921 al 1931, è indubbiamente legato al villaggio, in quanto coincide con la sua costruzione e con il suo completamento. D'altro canto, anche l'esame dei libri matricola relativi agli anni 1921-26 dimostra come in tale periodo la mobilità in fabbrica fosse ormai calata di oltre il 50 per cento, stabilizzandosi entro limiti "fisiologici". Sembra dunque possibile ipotizzare che una delle maggiori cause di mobilità fosse proprio la carenza di alloggi. La relazione fra mobilità operaia e penuria di abitazioni, sembra confermata anche dal fatto che l'azienda, già negli anni 1902, 1903, e 1904, aveva cominciato a costruire case operaie, sebbene senza un progetto organico16.
Le cause della mobilità non sono però completamente riconducibili alla questione alloggi. Esse furono molteplici e, in alcuni casi, variarono a seconda del sesso. È possibile focalizzarne alcune, attraverso l'analisi dei libri matricola, operando una prima distinzione fra le persone che, più volte, si licenziavano volontariamente per riprendere quindi il lavoro dopo un certo periodo di assenza e coloro che, invece, dopo pochi mesi, abbandonavano definitivamente la fabbrica.
Questa analisi, nei tre periodi considerati, conduce a individuare alcuni elementi fondamentali.
Il 60 per cento del campione17 relativo al primo periodo è composto da donne18 ed una prima osservazione riguarda proprio il rapporto fra queste ultime e la fabbrica in relazione al ciclo riproduttivo della famiglia. Fin dal primo momento, infatti, è possibile osservare come la loro attività lavorativa fosse continua fino al matrimonio e alla maternità e come la nascita di un figlio provocasse la cessazione definitiva del lavoro per il 48 per cento delle donne. In questa percentuale erano comprese in maggioranza donne provenienti dai paesi più lontani e, in prevalenza, dai paesi di montagna19. Continuava a lavorare solo il 12 per cento, composto dalle donne più bisognose e da quelle residenti a Tollegno; la loro attività, però, non era più continuativa come in precedenza: si licenziavano e ritornavano in fabbrica dopo un intervallo di otto, nove mesi, anche un anno.
Il 22 per cento del campione è costituito da operai-contadini, mano d'opera molto instabile, con altissimo turn-over stagionale. Si trattava di persone che rappresentavano forza lavoro temporaneamente eccedente rispetto al fabbisogno delle comunità rurali. In maggioranza figli e figlie di persone proprietarie di piccoli (o addirittura piccolissimi) terreni, la cui coltivazione costituiva l'attività principale, magari affiancata dalla pastorizia, questi giovani si dedicavano al lavoro in fabbrica soprattutto nei periodi invernali, per rimpolpare il magro reddito agricolo. Costoro non consideravano il lavoro in fabbrica come attività definitiva o principale, bensì soltanto come ripiego per i lunghi mesi invernali. Una simile concezione del lavoro salariato conduceva durante l'epoca dei raccolti, delle semine, della fienagione o del pascolo montano ad un abbandono in massa del lavoro in fabbrica, la cui ripresa sarebbe avvenuta solo nell'inverno seguente20. Ulteriore conferma di questa tendenza sono le date dei licenziamenti e delle riassunzioni, che coincidevano rispettivamente con i mesi di aprile e maggio e di novembre e dicembre.
Un'altra importante causa della mobilità, rilevata nel 14 per cento del campione, era l'incapacità o il rifiuto ad adattarsi al lavoro di fabbrica, pur in assenza di possibilità alternative immediate di lavoro in loco, che conduceva al licenziamento volontario e, nella maggioranza dei casi, all'emigrazione. Moltissimi fra coloro che non si adattarono al lavoro di fabbrica, avevano già alle spalle esperienze di emigrazione stagionale21. È probabile che al sorgere della Filatura, industria che richiedeva un gran numero di operai senza particolare specializzazione, molte di queste persone abbiano pensato di trovarvi un'alternativa all'emigrazione; è altrettanto probabile, però, che essi presumessero di poter mantenere nel lavoro salariato la stessa precarietà che caratterizzava il loro lavoro di emigrati. Pochi mesi di lavoro erano però sufficienti, come dimostrano i libri matricola, perché queste persone si rendessero conto dell'esistenza nel lavoro di fabbrica di condizioni considerate intollerabili, in primo luogo le caratteristiche specifiche del lavoro richiesto: monotonia ripetitiva, stress per la continua attenzione richiesta dalle macchine, disciplina e orari molto rigidi. Si trattava di fatiche, ma, soprattutto, di alterazioni della propria personalità che il magro salario e la vicinanza a casa non riuscivano a compensare.
Altre cause minori di mobilità, con incidenza assai bassa rispetto a quelle appena esposte, erano dovute a malattia, anzianità, servizio militare, ecc.
Il secondo periodo preso in considerazione può essere considerato come un periodo di transizione, dove, accanto al permanere, fra gli operai, di comportamenti simili a quelli descritti precedentemente, si verificarono anche considerevoli mutamenti dovuti principalmente a due fattori: la guerra e un aumento di rigidità della disciplina di fabbrica.
La assunzioni calarono del 30 per cento rispetto al periodo precedente. Tale fenomeno, che indica una stasi nella produzione, fu molto probabilmente la conseguenza diretta della chiusura dei mercati internazionali e del razionamento delle materie prime a causa della guerra. Parallelamente, la percentuale di persone assunte aventi età superiore ai quarant'anni salì del 3 per cento: ciò sembrerebbe indicare la tendenza dei genitori, prima impegnati in altre attività, probabilmente meno redditizie, a sostituire i figli richiamati alle armi22.
La percentuale di licenziamenti volontari si mantenne sempre molto elevata, le motivazioni del licenziamento vennero però descritte molto dettagliatamente e questo ha consentito un'analisi più completa del fenomeno che tiene conto di tutti i casi verificatisi e non limitata al solo campione.
Sul totale dei licenziamenti volontari, il 30 per cento si riferisce a persone che abbandonarono la fabbrica per tornare al proprio paese e dedicarsi ai lavori agricoli, il 35,5 per cento corrispondeva a donne che lasciarono la fabbrica per il lavoro domestico (il 15 per cento tornava poi al lavoro comportandosi come nel periodo precedente), il 20 per cento era costituito da giovani che partivano per il servizio militare23, l'1,8 per cento, infine si licenziava per motivi vari, ma molto connessi a difficoltà di adattamento, così descritte nei libri matricola: "soffre il caldo", "non gli conferisce il lavoro in fabbrica", "viene solo per scaldarsi" e simili.
Si nota, inoltre, in questo periodo, un aumento non indifferente dei licenziamenti involontari, che passano dal 18 per cento degli anni precedenti al 23 per cento del periodo considerato. Causa del licenziamento per il 20 per cento degli operai furono motivi legati all'aumentata disciplina di fabbrica e alla conseguente reazione degli operai; la descrizione dei motivi del licenziamento sono infatti del seguente tenore: "non vuole pagare la multa", "non vuole cambiare reparto", "poca voglia di lavorare", "rompe la macchina", "si assenta spesso", e così via.
L'ultimo periodo preso in esame e riguardante il primo dopoguerra fino al 1926, fece registrare, come si è detto, profondi mutamenti strutturali tali da incidere su tutto il tessuto sociale. A livello imprenditoriale, la Filatura conobbe un momento di grande espansione con l'aumento della produzione e la costruzione di nuovi reparti. Fu precisamente in questo periodo che la Filatura avvertì l'esigenza di un tipo nuovo di mano d'opera nei termini in cui si è detto. A problemi quali l'insufficienza della manodopera in loco e la crescente politicizzazione delle maestranze che aveva condotto al grande sciopero del 1921, la Filatura rispose con un massiccio reclutamento di operai e operaie in Veneto e in Friuli24.
I braccianti veneti e le giovani friulane vennero reclutati direttamente nel loro luogo di origine da personale della ditta inviato appositamente nelle campagne vicentine, trevigiane e padovane, ove non era difficile convincere intere famiglie al trasferimento, data la grande miseria esistente in quei luoghi. Al reclutamento delle giovani friulane, invece, provvedevano operaie anziane e fidate, indubbiamente le più adatte a convincere i genitori delle ragazze circa l'opportunità di acconsentire al loro trasferimento da sole, in Piemonte25.
L'arrivo degli operai veneti, che entravano in fabbrica dopo aver reciso nettamente ogni rapporto con il mondo agricolo e che rispondevano quindi perfettarnente al modello classico del proletariato, ebbe come conseguenza immediata un vertiginoso calo della mobilità, che scese a livelli molto bassi. Si verificò, inoltre, un innalzamento dell'età media dei licenziati. Anche all'interno della componente operaia, soprattutto in termini di percezione del lavoro salariato, molte condizioni mutarono radicalmente, prima fra tutte la considerazione della "secondarietà" dell'attività operaia rispetto all'agricoltura o alla pastorizia che, come si è visto, aveva ampiamente caratterizzato la manodopera nei periodi precedenti.
A tutto questo va aggiunto che l'introduzione in fabbrica dei turni di lavoro consentì a molte donne di dividere con il marito il compito dell'assistenza ai figli, consentendo una maggiore stabilità nel lavoro femminile. Parallelamente, la costruzione della tramvia che congiungeva Tollegno a Biella e a tutti gli altri paesi del circondario, permise anche alle persone che risiedevano in località lontane di raggiungere più agevolmente il posto di lavoro. Tutto questo ridusse notevolmente la percentuale dei licenziamenti volontari.
Aumentò invece ulteriormente, raggiungendo il 41,97 per cento la percentuale dei licenziamenti involontari, conseguenza diretta della disponibilità ormai acquisita di mano d'opera da parte dell'azienda. I regolamenti interni vennero fatti rispettare con maggiore severità26 e, senza nessun problema per la produzione, fu piuttosto semplice allontanare dalla fabbrica tutti quegli elementi che, per ragioni politiche o personali, erano considerati "indesiderabili". La percentuale più alta dei licenziati fa registrare infatti motivazioni di carattere politico-disciplinare. In particolare, seppur minima come incidenza percentuale sul totale, essendo pari al 3,35 per cento, merita di essere ricordata la serie di licenziamenti avvenuta in seguito allo sciopero del 1921 e che costrinse i lavoratori maggiormente espostisi nelle agitazioni ad emigrare all'estero27.
Conferma invece l'ormai totale controllo del mercato del lavoro da parte dell'azienda, la percentuale relativamente alta di licenziamenti per mancanza di lavoro, che salì in questo periodo al 13,14 per cento.
Tornando ai licenziamenti volontari è possibile notare alcune notevoli differenze rispetto al periodi precedenti.
Scompare, ad esempio, la dicitura "va per i lavori agricoli", mentre compare, come conseguenza diretta dell'immigrazione dall'Italia orientale, la motivazione "torna a casa per nostalgia" che incide con una percentuale pari al 26,82 per cento.
A determinare questa percentuale contribuirono in misura rilevante le ragazze friulane e solo minimamente, invece, gli operai provenienti con l'intero nucleo familiare dalle zone venete. Non fu infrequente, infatti, fra queste adolescenti un sentimento di rifiuto della nuova situazione di solitudine che per molte, appena quattordicenni, parve intollerabile. "Tutte quelle che avevano una minima possibilità di tornare a casa - ricorda la signora Anna Baldassi di Buia, emigrata a Tollegno nell'adolescenza - tornavano, 'perché nei primi tempi era molto duro: non conoscevamo il dialetto ed eravamo completamente sole, dovevamo arrangiarci come potevamo. Soprattutto le ragazze di qui non ci aiutavano molto, ci erano a volte anche ostili, forse ci vedevano come loro rivali e ci boicottavano nel lavoro, parlando in dialetto. Non tutte erano così, ma non era raro che capitasse e molte non resistevano e se ne tornavano a casa.
Quelle che potevano, naturalmente, io ad esempio non ho potuto, avevo dodici anni e sono dovuta rimanere, perché a casa mia c'era la miseria più nera"28.
Sempre per ciò che riguarda la mobilità, nel periodo dal 1919 al 1926, la percentuale di donne che lasciò la fabbrica per dedicarsi ai lavori domestici calò notevolmente e i licenziamenti volontari che interessarono le donne videro molto spesso le interessate rivolgersi ad attività meno formalizzate ma sempre extra-familiari, molte divennero, ad esempio, cameriere29, altre ancora magliaie in proprio.

Le case per gli operai: un problema europeo

A partire dalla seconda metà del XIX secolo, gli sconvolgimenti sociali legati alla progressiva industrializzazione interessarono moltissimi paesi europei. La necessità di abitazioni per migliaia di persone provenienti dalle campagne attirate dalla nuova possibilità di lavoro, si impose, fin dal primo momento come uno dei principali problemi da risolvere.
Una prima conseguenza della scarsità di alloggi fu la brusca impennata del costo degli affitti, che raggiunsero ben presto livelli ampiamente sproporzionati rispetto alle misere paghe percepite dagli operai. Questo fatto ebbe come effetto immediato un superaffollamento in poche stanze malsane e, nella maggioranza dei casi, prive di ogni servizio igienico30. Venivano affittati abbaini, sottoscale e, nelle periferie, stalle, porticati e fienili.
Uniti alle disastrose condizioni di lavoro in fabbrica, i bassi salari, le abitazioni fatiscenti, la cattiva alimentazione e, spesso, la notevole lontananza fra il luogo di lavoro e la propria casa, furono elementi che incisero pesantemente sulle condizioni di salute degli operai. In tutti i paesi europei interessati dallo sviluppo industriale, la percentuale di mortalità infantile raggiunse livelli assai elevati, altrettanto elevato, sempre fra i bambini, fu il rachitismo31.
I segni inquietanti di una simile situazione non sfuggirono certamente nemmeno a coloro che dallo sviluppo industriale traevano i maggiori vantaggi, cioè alla borghesia imprenditoriale. La Francia fu la prima nazione ad avvertire il problema come un fenomeno di rilevanza generale e non "relegabile" alla sola classe operaia.
Sebbene non sia possibile affermare che tutta la borghesia francese abbia dimostrato sensibilità alla problematica, si osservò però, da parte di alcuni esponenti della borghesia più illuminata e intraprendente, un interesse specifico per le condizioni in cui vivevano gli operai e per i non lievi problemi sociali che tali condizioni originavano. Nacquero così, in pieno clima positivistico, i cosiddetti cahiers de doléances, veri e propri dossiers corredati da documenti statistici e relazioni su determinate realtà. Il sovraffollamento venne nella maggioranza dei casi indicato come la ragione principale delle malattie, della mortalità elevata e della delinquenza minorile e non.
L'ideologia borghese collegò ben presto la questione operaia al problema delle abitazioni, facendone oggetto di dibattiti, convegni e inchieste. Il risalto accordato alla questione è certamente indicativo di una realtà che aveva come fulcro l'esigenza di riappropriazione e di controllo delle dinamiche sociali, alterate dall'industrializzazione, da parte della classe dominante.
L'aspetto politico non era, d'altro canto, secondario: l'ipotesi che la propaganda socialista potesse affermarsi e radicarsi fra le masse operaie così duramente provate era più che mai probabile e verosimile. Inoltre, porre come centrale il problema abitativo consentiva di isolare in un contesto tutto sommato "gestibile" sul versante borghese, una situazione che si presentava invece come assai più complessa e totale, ma la cui risoluzione avrebbe intaccato il fondamento stesso del nascente capitalismo32.
Istanze illuminate, esigenze di controllo sociale e politico e interessi legati alle varie fasi dello sviluppo industriale confluirono quindi, non senza contrasti, in una serie di provvedimenti basati sul concetto di "igiene sociale", in cui il termine sociale era sinonimo di morale. Ben presto, l'idea della casa si ampliò a quella di quartiere e gli ingegneri sociali (igienisti), in maggioranza formatisi alla scuola di Fourier33, auspicarono la costruzione di città dove luoghi di produzione e di consumo fossero uniti e dove ogni quartiere, compresi quelli operai, fosse dotato di asili, scuole professionali e servizi sociali34.
La definizione data a tali agglomerati urbani fu di "familisterio", termine direttamente ricavato dal più famoso "falansterio"35 di Fourier. Opinione prevalente dei progettisti era che dovesse essere la stessa borghesia imprenditoriale a farsi carico della costruzione delle abitazioni per gli operai impiegati nelle rispettive industrie36.
Il caso Mulhouse fu, per tutto l'Ottocento, il prototipo celebre. Nella città alsaziana, l'iniziativa era partita non dal singolo industriale ma dall'associazione degli industriali locali che, prese in esame alcune tipologie di case popolari37, scelse e fece costruire abitazioni operaie secondo il modello a pavillons. Nel 1853 fu così costituita la Société malhousienne des cités ouvrières e la realizzazione fu affidata all'ingegner Emile Müller.
La principale caratteristica del modello a pavillons era di avere una scala sul fronte di ingresso, aperta verso la strada, con porte di ingresso indipendenti per ogni alloggio, in modo da evitare il più possibile i contatti fra le diverse famiglie. Ogni alloggio constava di tre camere, con piccola cucina e servizio interno. Si riteneva infatti molto importante che ogni casa avesse due stanze da letto oltre a quella dei coniugi per evitare promiscuità sessuale, individuata come una delle maggiori cause di "degenerazione" morale della classe operaia. Ciò conferma come, in effetti, il discorso igienico non fosse mai scisso da quello morale38.
Fu proprio il padre della città operaia di Mulhouse a farsi portavoce, in un ennesimo congresso sull'igiene mentale e fisica della classe operaia, svoltosi a Parigi nel 1889, dell'urgenza di nuovi progetti per case popolari. Müller riteneva, inoltre, come del resto la maggioranza degli ingegneri sociali, che soltanto l'iniziativa privata avrebbe potuto far fronte ad esigenze sociali ormai estese e acute. Il settore pubblico avrebbe dovuto avere un ruolo di supporto rispetto ai privati, garantendo agli imprenditori redditi sicuri, facilitando gli investimenti con prestiti a basso tasso di interesse, mettendo a disposizione aree edificabili a prezzi contenuti.
Müller motivò tale posizione con l'eccessiva lentezza dell'intervento pubblico, inadatto a fronteggiare la situazione esistente; tuttavia è possibile ipotizzare che anche altre motivazioni, affatto secondarie, spingessero a rendere la borghesia imprenditoriale praticamente arbitra del campo. Quest'ultima, infatti, come del resto dimostrano il caso del villaggio della Filatura di Tollegno e l'evoluzione del rapporto fra manodopera e azienda, aveva l'esigenza di gestire in proprio, e senza ingerenze esterne, le varie fasi del processo produttivo articolando i propri interventi nel modo più confacente alla produzione e nei tempi più idonei. Va da sé che, in questo senso, il peso dell'intervento pubblico avrebbe creato notevoli diffícoltà.
Alle considerazioni di carattere strettamente economico, vanno aggiunte motivazioni più squisitamente culturali e sociali, particolarmente evidenti nelle prese di posizione degli igienisti e degli intellettuali Come facilmente si evince dal binomio igiene-moralità, infatti, il problema dell' "educazione" della classe operaia, secondo canoni tipici dell'ideologia dominante al momento dell'industrializzazione, non era un problema risolvibile affidandolo a canali formativi inadatti, perché troppo distinti dalla mentalità imprenditoriale che, proprio in quegli anni, stava dando vita a profondi cambiamenti destinati a condizionare gli stessi ordinamenti statali. Il controllo diretto da parte dell'azienda, sostanzialmente realizzato nella forma paternalistica, diventava quindi la soluzione più immediata e preferibile.
Un primo esito del congresso parigino del 1889 fu, oltre all'accoglimento della proposta di Emile Müller, la definizione di logements ouvrières per ogni abitazione a basso costo. Di tali abitazioni vennero però anche fissate le caratteristiche essenziali: affitto commisurato al salario (non superiore a un sesto di quest'ultimo); salubrità garantita con case separate, al massimo accoppiate, dotate di orto o giardino; vicinanza al luogo di lavoro; dotazione di cucina e latrina interna, locali adeguati al numero e al sesso dei componenti la famiglia.
L'atteggiamento operaio verso la soluzione del problema abitativo nei termini prospettati dalla borghesia imprenditoriale fu estremamente critico: i villaggi operai vennero considerati come una forma allettante ma strumentale per ottenere il consenso dei lavoratori al loro stesso sfruttamento, agevolando, inoltre, il controllo delle masse operaie e degli eventuali dissensi39.
Sebbene lo stesso partito socialista riformista vedesse nella chiusura totale dei lavoratori verso il tema dell'edilizia operaia una pericolosa indifferenza che avrebbe lasciato troppo spazio all'iniziativa politica e ideologica degli imprenditori40, gli operai motivarono la propria posizione ribadendo come i progetti di edilizia popolare non potessero essere considerati nemmeno un compromesso fra esigenze operaie e iniziative borghesi, bensì, piuttosto, una sorta di specchietto per le allodole. Gli industriali, in altri termini, avrebbero sfruttato un'occasione di guadagno sicura mascherandola però come azione sociale il cui beneficio, inoltre, avrebbe toccato soltanto una minima parte, una percentuale irrilevante di lavoratori.
Gli operai parigini indicarono tre motivi principali a sostegno del loro atteggiamento. Si tratta delle stesse pregiudiziali che troviamo in Italia e nel Biellese da parte delle maestranze locali più politicizzate. A fondamento dei progetti edilizi borghesi, dichiararono innanzitutto gli operai, vi era un profondo e radicato concetto dell'operaio come essere inferiore, spesso incapace di autogestirsi e di trovare nelle nuove condizioni sociali create dall'industrializzazione canoni comportamentali idonei; questo rendeva inaccettabile per i lavoratori tali progetti.
La seconda obiezione riguardava il meccanismo di appropriazione totale della vita, pubblica e privata, degli operai da parte dell'azienda, non solo rispetto alle esigenze produttive ma anche allo scopo di frenare la formazione della coscienza di classe, evitando, inoltre, ogni forma di vita associativa spontanea e potenzialmente incontrollabile. Infine, ritenevano che la questione delle case per i lavoratori potesse risolversi unicamente con la risoluzione delle contraddizioni esistenti nell'intera struttura sociale.

La situazione in Italia e nel Biellese

Ci siamo soffermati sull'esperienza francese e sui punti principali in cui la questione delle abitazioni operaie si manifestò in quel Paese, perché quanto detto a proposito della Francia è perfettamente estendibile alle altre nazioni europee interessate dall'industrializzazione, compresa l'Italia. Per ciò che riguarda la nascita del problema, gli ordini di motivazioni sottesi alla creazione dei villaggi, la reazione operaia nel nostro Paese, vale dunque quanto detto precedentemente41.
Anche in Italia, quindi, le problematiche legate all'industrializzazione furono affrontate con numerose inchieste, che privilegiarono molto spesso l'elemento abitazione rispetto ad altre condizioni della vita operaia inerenti al processo produttivo, indubbiamente più esasperanti e difficili, quali, ad esempio, gli orari di lavoro e lo svolgimento dell'attività lavorativa in locali altamente malsani.
Nel 1870, i risultati di un'inchiesta promossa dal governo confermarono l'esistenza anche in Italia di zone caratterizzate da un processo di industrializzazione ormai irreversibile con risvolti nell'ordinamento sociale che era necessario incanalare e guidare. Mentre nelle grandi città il problema abitativo venne affrontato quasi esclusivamente attraverso interventi pubblici, nelle zone industriali periferiche, dove si accentrava, appunto, l'industria tessile, la soluzione fu totalmente delegata agli imprenditori.
In tali zone, gli industriali furono così messi in condizione di organizzare nel modo più strettamente rispondente alle proprie esigenze, il territorio, l'edilizia e la manodopera, con un rapporto diretto operaio-azienda gestito da quest'ultima attraverso sovrastrutture create ad hoc. In molti casi, strutture e sovrastrutture ebbero precisi connotati semantici, divenendo i simboli del potere, esercitato e subìto, e raggiungendo forme di vero e proprio "monumentalismo moderno"42.
I villaggi operai, rispetto alle case operaie, per lo più situate in un contesto urbanistico già esistente, presentarono alcuni caratteri precipui. Il fatto di sorgere in aree non urbanizzate dipese solo in parte da esigenze oggettive di spazio legate alla loro realizzazione. Il loro "sorgere dal nulla" e il loro isolamento rispondevano infatti anche a precise strategie di "creazione" di manodopera specifica sempre più slegata dal resto del mondo e sempre più legata all'azienda43. Questo fatto risulta piuttosto evidente anche nel villaggio di Tollegno, particolarmente nell'ultima fase considerata, in cui la manodopera residente al villaggio, vale a dire anche una percentuale non indifferente della manodopera della Filatura44, presentava caratteri geografici e culturali assai differenziati rispetto a quelli esistenti nel paese di Tollegno45.
Al pari degli imprenditori stranieri, anche gli industriali italiani subordinarono la realizzazione dei villaggi alla redditività degli investimenti che, nell'edilizia operaia doveva garantire redditi di interesse fra il 4 e il 7 per cento46. Quanto ai criteri di realizzazione, gli architetti adottarono un criterio strettamente funzionalista, rifacendosi a modelli francesi, belgi e inglesi. Pur con le logiche diversità connesse al clima, alla natura del terreno e alle tradizioni edilizie esistenti nei vari paesi, la costruzione dei villaggi presentò sempre caratteristiche comuni.
Dal punto di vista topologico e urbanistico si può rilevare, innanzitutto, come, mentre nelle grandi città l'industrializzazione avesse accresciuto la distanza fra casa e luogo di lavoro, con i villaggi operai si realizzasse l'esatto contrario. Dal punto di vista tipologico, l'aspetto strutturale più evidente era dato dagli edifici, in cui ogni abitazione era accuratamente divisa dalle altre; ogni abitazione aveva un ingresso proprio e, qualora fosse stato comune a più famiglie, veniva costruito aperto e in piena luce verso la strada. Venivano anche evitati pianerottoli bui e scale comuni. Ogni famiglia, inoltre, aveva un proprio orto.
Dal punto di vista architettonico, quasi tutti i villaggi presentavano planimetria ortogonale, con vie diritte, incroci ad angolo retto e case disposte a distanze uguali. L'impressione era di un ordine militare, tutto sommato speculare di quello vigente in fabbrica. Polo di riferimento per tutto l'agglomerato, anche nei villaggi con notevole presenza dell'elemento religioso, non era la chiesa, né una piazza, bensì la fabbrica. Dal punto di vista sociale e culturale, il tessuto connettivo dei villaggi era ricercato e mantenuto dalle organizzazioni assistenziali e ricreative: refettori, mense, spacci alimentari, spaccio aziendale, casse previdenziali, ambulatori, circoli sportivi e ricreativi, convitti per giovani sole, scuole. Fu soprattutto su questi ultimi elementi che gli imprenditori puntarono e investirono, al fine di indirizzare i comportamenti e gli orientamenti ideologici delle maestranze47.
Fra i principali villaggi operai sorti in Italia ricordiamo: in Piemonte il villaggio Leumann, costruito alla periferia di Torino intorno all'omonimo cotonificio dall'imprenditore svizzero Napoleone Leumann, e il villaggio Poma di Miagliano, anch'esso sorto intorno ad un cotonificio; in Lombardia, il villaggio Crespi d'Adda, fatto costruire dal cotoniere Crespi; in Toscana, il villaggio di Larderello a Montecerboli, costruito in prossimità dei "lagoni" dove venivano effettuati gli scavi per l'estrazione della borace, e il villaggio di Doccia, presso Firenze, realizzato dagli industriali della ceramica Ginori; in Veneto, i villaggi fatti costruire dall'industriale laniero Alessandro Rossi e i villaggi Marzotto, sorti assai più tardi dei primi e in cui il paternalismo, ormai slegato, ma senza alternative valide, dalla figura specifica dell'imprenditore, raggiunse lo stadio più decadente con forme di applicazione burocratiche, meccaniche e stereotipate, apertamente finalizzate alla volontà del dominio48.
Nel Biellese, se si eccettua il villaggio Poma di Miagliano, costruito nella seconda metà dell'Ottocento, gli stanziamenti residenziali furono sostanzialmente due: il villaggio della Filatura di Tollegno e il villaggio della Pettinatura di Vigliano. Le altre realizzazioni, come le casette operaie di Pray, Coggiola, Portula, Ponzone e Trivero nacquero e si integrarono negli insediamenti urbani preesistenti e, pertanto, non si possono considerare villaggi veri e propri.
Se rapportiamo tale dato all'intensità del fenomeno industriale nel Biellese, possiamo osservare come rispetto ad altre zone il loro numero possa considerarsi esiguo. Anche l'epoca della loro realizzazione si colloca assai più avanti nel tempo. Ciò fu dovuto essenzialmente alle caratteristiche della manodopera biellese e all'interazione fra queste caratteristiche ed esigenze produttive, così come si è detto in precedenza. La struttura sociale esistente fece sì che la rivoluzione industriale avvenisse in un contesto di consolidata tradizione del lavoro tessile e in un tessuto geografico e sociale tale da risparmiare al Biellese, per quasi tutto il XIX secolo, i drammi insiti nell'industrializzazione in altre zone.
Agli inizi del Novecento49, però, con l'introduzione delle macchine a vapore e l'utilizzazione dell'energia elettrica, anche l'industria laniera conobbe quel grandioso sviluppo che determinò, accanto a nuove esigenze produttive, una nuova figura di operaio50. Le conseguenze sociali dello sviluppo, se non raggiunsero per drammaticità quelle inglesi o quelle di zone urbane europee e italiane, pure ne ricalcarono gli aspetti salienti.
All'afflusso ingente di ex contadini provenienti dalle zone pianeggianti o di operai provenienti da altre zone, seguì automaticamente una forte carenza di abitazioni ed anche nel Biellese furono affittati ed adibiti ad alloggio ripostigli, stalle, catapecchie, assolutamente inadatte ad essere abitate. La densità media degli abitanti, raggiunse così, nel biennio 1911-1912, le cinque persone per stanza51. Al tempo stesso, i casi di tubercolosi aumentarono in modo impressionante. Nel 1912, il 34 per cento dei casi di tubercolosi riscontrati al dispensario di Biella, era costituito da operai; a Tollegno, nel 1899, la percentuale di tubercolosi sull'intera popolazione era del 6 per cento, nel 1912 salì al 15,7 per cento, per poi calare gradualmente negli anni successivi.
Puntuali, anche nel Biellese, giunsero le denunce dei medici e le istanze degli igienisti, per sollecitare una soluzione in tempi più brevi possibili. In particolare, due tisiologi, Paolo Comerro e Giovanni Antoniotti, esaminarono e denunciarono la gravità del fenomeno tubercolare, sostenendo come le cause del fenomeno stesso andassero cercate nell'industrializzazione. Come già constatato a livello europeo, però, per industrializzazione si preferì intendere esclusivamente il sovraffollamento abitativo.
Le denunce dei tue tisiologi, infatti, sono emblematiche di come il problema delle case finisse con l'essere dilatato fino al punto di rendere marginali questioni che erano invece centrali, come le condizioni di lavoro, in ambienti umidi e malsani; gli orari pesantissimi anche per i minori e, non ultima, la consuetudine di utilizzare nelle fabbriche i bambini ancora in pieno sviluppo fisico, con le inevitabili conseguenze che questo fatto comportava per la loro salute.
Sottilmente, inoltre, Comerro introduceva nella propria analisi un elemento, legato al modo di vivere degli operai, in special modo di quelli provenienti da aree non biellesi, che deviava sul clima e sugli operai stessi gran parte della responsabilità della situazione esistente. Sgravata quindi da ogni colpa, se non di aver voluto il progresso, la borghesia imprenditoriale non poteva che assurgere a garante dell'igiene e della moralità della società operaia ed ogni intervento diventava, perciò, non un debole rimedio ad un meccanismo innescato per profitto individuale coinvolgendo migliaia di persone, bensì il segno della benevolenza e dell'intelligenza imprenditoriale. Comerro, infatti, affermava: "Gli operai che arrivano dalla campagna, per avidità di denaro, abbandonano il loro paese, dove, anche se le regole igieniche non vengono rispettate, l'aria buona impedisce l'attecchire del male"52. E ancora: "[È necessario che gli operai apprendano] le norme essenziali della pulizia personale, del buon governo della propria abitazione; norme che purtroppo difettano ancora molto, non tanto nell'antica classe operaia biellese, quanto nei nuovi venuti, i quali abituati a vivere in ambienti rurali spesso primordiali ma in piena aria libera, sono affatto ignari delle buone regole igieniche [...]"53.
Non vi è dubbio che tali convinzioni, condivise nel Biellese dalla quasi totalità di coloro che pure denunciarono l'urgenza di una politica di edilizia operaia, si accompagnassero alla precisa ideologia, presente, come si è visto, in tutta Europa, che considerava la classe operaia amorale, incapace di governarsi autonomamente e, quindi, da "educare" ai canoni del comportamento borghese.

Il villaggio della Filatura: caratteristiche principali

Il comune di Tollegno, dove è situata la Filatura, sorge sul pendio di una collina che si trova sulla riva destra del torrente Cervo, all'imboccatura dell'omonima valle. La fabbrica e parte delle case operaie sorgono nella zona est del territorio comunale, in prossimità del torrente. La strada di accesso al complesso, via Gramsci, è una diramazione della strada statale, che congiunge Biella con Tollegno.
L'insieme di abitazioni e servizi sorge in tre distinte località, di cui due appartenenti amministrativamente al Comune di Tollegno e una, situata sulla riva sinistra del torrente, in località Pavignano, al comune di Biella. Questi tre complessi, che comprendono un totale di diciassette edifici, formano un insieme organico attorno alla Filatura, che ne costituisce il fulcro, e occupano una superficie complessiva di 31.250 metri quadrati.
Il nucleo centrale è costituito dalle palazzine a schiera, situate a sud dell'azienda, che rappresentano dal punto di vista urbanistico il tessuto connettivo fondamentale dell'insediamento, per l'omogeneità delle forme architettoniche e la regolare distribuzione dei fabbricati. Le palazzine sono undici, divise in gruppi distinti, contrassegnati con lettere dell'alfabeto dalla C alla O; tutte hanno due piani fuori terra più cantina, per una superficie abitabile totale di 6.950 metri quadrati. Ogni locatario, oltre all'alloggio, aveva in affitto un piccolo orto adiacente la casa.
Il complesso di queste palazzine presenta caratteristiche unitarie e la loro epoca di costruzione risale al periodo 1920-1925; la distribuzione dei fabbricati è regolare, su quattro file parallele, intersecate da vie rettilinee; la superficie complessiva degli orti e delle strade è di 8.500 metri quadrati. Ogni edificio ha sette alloggi, tranne uno che ne ha quattro, ciascuno di due o di quattro vani, disposti su due piani fuori terra, per un totale di ventiquattro vani per edificio. Di tale nucleo centrale fanno parte altresì una casa a schiera denominata "Casa del mago", gruppo B, costruita a due piani fuori terra, senza cantinato e senza orti, comprendente otto alloggi posti ognuno su un solo piano e formati da tre vani, più una minuscola latrina, e un'altra casa a schiera, gruppo P, con solo quattro alloggi, con caratteristiche identiche a quelle del gruppo B, ma con struttura a casermone. La casa a schiera gruppo P fatta costruire nel 1908 dalla tessitura Agostinetti & Ferrua per i suoi dipendenti, passò alla Filatura di Tollegno nel 1945, in seguito all'assorbimento della Tessitura. Questi due ultimi edifici, costruiti prima del villaggio, non rientrano nella progettazione architettonica generale di quest'ultimo, come dimostrano l'assenza di spazio verde e la struttura a casermone, tipiche di una mentalità più rozza e schematica.
Si trovano poi, in questa stessa parte del villaggio, gli edifici un tempo adibiti a servizi: il campo sportivo di 6.500 metri quadrati, il circolo ricreativo di 300 metri quadrati, ora non più funzionante54, lo stabilimento bagni e docce di 150 metri quadrati, la motorimessa di 100 metri quadrati ed un edificio di tre piani fuori terra, che al piano terreno ospitava lo spaccio alimentare e la mensa operaia, al primo piano l'asilo nido, al secondo piano uno dei due convitti per ragazze sole, con dormitori e cucina.
Il secondo nucleo del villaggio si trova su una piccola altura a nord della fabbrica. Questo complesso, in origine, era collegato all'opificio soltanto da una gradinata, che si staglia lungo il pendio. Esso è formato da una casa a schiera gruppo A, e da una vecchia cascina, denominata "la Curavecchia". Il gruppo A è costituito da un edificio con caratteristiche tipologiche e strutturali diverse rispetto a quelle del nucleo di via Gramsci. Presenta una struttura a due piani fuori terra, più un parziale seminterrato, orti e un cortile di 200 metri quadrati. Si compone di otto alloggi non indipendenti, che si aprono a due a due su ogni pianerottolo delle due scale. Questa è la palazzina più antica, la sua costruzione risale, infatti, al 1903. Ogni alloggio si compone di quattro vani che si susseguono senza interruzioni; le latrine sono poste all'esterno, sui pianerottoli. Fa inoltre parte di questo nucleo una vecchia cascina di proprietà dei Sella, costituita da due piani fuori terra, senza interrato e con cortile, comprendente due alloggi di 200 metri quadrati complessivi.
Il terzo nucleo, situato alla sinistra del torrente Cervo, in località Pavignano, è costituito da due gruppi di case con struttura a casermone. Il gruppo O è una casa di tre piani fuori terra, che occupa una superficie di 2.050 metri quadrati, più un cortile di 1.800 metri quadrati. L'edificio non comprende alloggi, ma stanze dormitorio per donne sole, per complessivi 300 posti letto, più una cucina comune e i servizi. Il gruppo R presenta una struttura a quattro piani fuori terra più interrato, per complessivi 600 metri quadrati, più un cortile di 500 metri quadrati. Esso comprende otto alloggi di due stanze e latrina per ogni alloggio55.
Il villaggio sorse in un arco di tempo di venticinque anni; fino al 1908 il problema delle abitazioni per gli operai, assai meno evidente per la minore percentuale di immigrati, fu risolto pragmaticamente, senza un preciso progetto di intervento politico-amministrativo nei confronti della classe operaia, se si eccettua un generico fine, dichiaratamente strumentale, di conservazione della manodopera.
Nel secondo decennio del XX secolo assistiamo invece ad un mutamento sostanziale, come si evince dall'analisi dei verbali del Consiglio di amministrazione. Il cambiamento si delinea fin dal 1908, quando nel corso di un Consiglio di amministrazione, la posizione dell'azienda viene così condensata: "Al fine di favorire le nostre maestranze e sebbene l'impiego del capitale sia irrisorio, nel corso dell'esercizio abbiamo provvisto alla costruzione di case operaie, le quali si renderanno abitabili nel prossimo anno. Noi le riserveremo in affitto ai nostri operai a condizioni modeste in modo da fare da calmiere al prezzo delle pigioni.
Il problema di sane abitazioni si impone e noi daremo volentieri il nostro appoggio a quella istituzione che saprà provvedere, tenendo ben inteso conto anche del fabbisogno dei nostri operai".
Il verbale denota chiaramente come il problema delle abitazioni operaie venga da quella data affrontato in modo diverso che in precedenza. In particolare, la frase "il problema di sane abitazioni si impone", ci consente di ipotizzare che, in precedenza, il problema alloggi era stato risolto senza particolare sensibilità verso la salubrità dei locali, come dimostra l'uso della cascina "Curavecchia", che fu affittata per la prima volta nel 1902 ad alcuni operai provenienti da Mele in provincia di Genova56, del tipo di case del gruppo di Pavignano, le più antiche, nonché della "casa del Mago", costruite senza considerazione alcuna per i progetti architettonici tanto dibattuti all'estero.
La costruzione del villaggio, inteso come organica unità comunitaria, fu quindi gradualmente avviata con una sola grande interruzione, di circa tre anni, seguita ai grandi scioperi operai del 1920 e sulle cui cause si rivela estremamente chiaro un altro verbale del Consiglio di amministrazione della Filatura, riunito in seduta straordinaria nel novembre 1920 e in cui leggiamo: "Gli ultimi avvenimenti operai che culminarono con l'occupazione di parecchie fabbriche fra le quali il nostro stabilimento di Torino, ha recato grande sfiducia all'estero, cui le nostre industrie sono tributarie delle materie prime. Nel corso del nostro ultimo esercizio sociale avevamo iniziato la costruzione in Tollegno di parecchie case operaie, onde sopperire alla mancanza di occupazione e allo scopo di favorire le nostre maestranze.
Vasto era il nostro programma e avrebbe comportato una spesa importantissima, che siamo certi Voi avreste approvato.
Si trattava di costruire nel periodo di quattro anni un gruppo di venti case operaie. I fatti sopraccennati hanno lasciato in noi una grande incertezza, se non sfiducia, sull'avvenire della nostra industria e ci consigliano per ora di limitarci all'ultimazione delle costruzioni già in corso, dato anche l'enorme costo di materiali. Rinviamo ad epoca piu opportuna, che ci auguriamo prossima, il compimento del nostro programma".
I lavori di costruzione ripresero soltanto nel 1923, subito dopo la chiusura definitiva dello stabilimento torinese e in concomitanza con la fase di maggiore reclutamento in altre zone della manodopera, come conferma il verbale del Consiglio di amministrazione del 1923: "Le maestranze di Tollegno, necessariamente aumentate, trovarono alloggio nelle nuove case popolari recentemente costruite e agli ulteriori aumenti di personale, già si è provvisto, predisponendo altre case, e fu provvido consiglio quello di aumentare il numero di tali case, risolvendo così quello che è il problema assillante dell'industria biellese, l'abitazione per gli operai"57.
La popolazione insediata nel villaggio all'epoca della definitiva costruzione raggiunse le settecento unità, vale a dire un numero pari al 41,24 per cento di tutta la popolazione del comune. Quali riflessi immediati e affatto indifferenti abbia avuto sulla vita degli operai alloggiati al villaggio la nuova situazione abitativa è facilmente evincibile dall'esame del regolamento di affitto, che riportiamo58:
"L'Amministrazione delle Case Operaie della S.A. Filatura di Tollegno cede in locazione le case stesse di proprietà della Filatura medesima esclusivamente ai dipendenti della Ditta, alle condizioni seguenti:
1. La locazione sarà fatta per la durata di una quindicina e successivamente si riterrà tacitamente rinnovata (sempre per una quindicina) se nessuna delle parti ne darà disdetta.
2. Essendo la locazione concessa unicamente al personale dipendente dalla Filatura di Tollegno, ne consegue che i singoli contratti di locazione si intendono senz'altro risolti quando il locatario cessi, per qualsiasi motivo, di appartenere alla Ditta.
3. Il canone di locazione viene fissato dall'Amministrazione a condizioni favorevoli con riserva degli aumenti dipendenti da eventuali variazioni economico-finanziarie generali.
4. L'importo del canone stesso sarà trattenuto quindicinalmente sulla paga del locatario.
5. Cessando, per qualsiasi motivo, la locazione, il locatario dovrà lasciare l'alloggio in ordine, l'orto come si troverà al momento, senza alcun diritto di indennità per qualunque piantagione o seminagione fattavi, né per frutti pendenti o immaturi al raccolto.
6. Il locatario dovrà aver cura delle cose locate da buon padre di famiglia evitando ogni guasto o danneggiamento di cui sarà tenuto responsabile. Nessuna opera muraria od altra potrà essere fatta nei locali affittati per iniziativa del ocatario.
7. I delegati della Ditta hanno facoltà di entrare in qualunque locale affittato in qualsiasi momento.
8. Le domande e i reclami dovranno essere presentati all'Amministrazione per tramite dell'Ufficio personale.
9. Gli alloggi saranno concessi di preferenza alle famiglie col maggior numero di componenti occupati presso la Ditta.
10. Cesserà il diritto della locazione qualora, per qualsiasi ragione, il numero dei componenti la famiglia locata venga a diminuire per cessato rapporto di lavoro colla Ditta.
11. Il locatario non potrà alloggiare nelle abitazioni persone estranee alla Filatura di Tollegno (anche per brevi periodi di tempo) senza consenso scritto dell'Amministrazione.
12. Al locatario non sarà mai permesso il subaffitto.
13. Per tutto quanto non è specificatamente indicato nel presente Regolamento, l'Amministrazione si riserva di disporre di volta in volta.
14. Le infrazioni alle presenti norme, nonché gli atti contrari alle buone regole di corretto e quieto vivere, saranno considerati dall'Amministrazione passibili di punizioni pecuniarie, da applicarsi in base al Regolamento della fabbrica.
15. Non è ammessa l'ignoranza del presente Regolamento in quanto lo stesso verrà consegnato al locatario.
L'Amministrazione"
Non è difficile comprendere come clausole quale quella che limitava a soli quindici giorni, seppure rinnovabili, la durata della locazione o quella che subordinava al numero dei componenti della famiglia impiegata nella Filatura la locazione stessa, tanto per citarne alcune, rendessero il rapporto fra operaio e azienda in termini di dipendenza diretta e totale del primo rispetto alla seconda, influenzando pesantemente il comportamento delle maestranze. Sarebbe stato infatti sufficiente che anche un solo componente della famiglia fosse licenziato per una qualsiasi ragione perché le condizioni che davano diritto alla locazione venissero meno e cessasse quindi la possibilità di godere di una sistemazione, che si può definire privilegiata, rispetto ad altri operai esclusi dal villaggio.
La casa poteva quindi considerarsi come uno degli strumenti più importanti per legare gli operai alla ditta, riducendo inoltre, come si è detto, tutti quei fattori di mobilità della manodopera altrimenti presenti. L'alloggio, come preciso strumento di controllo della manodopera da parte dell'azienda, fu affiancato da altre infrastrutture, a livello ricreativo e di servizi, che se da un lato indubbiamente favorivano la vita degli operai e delle operaie, dall'altro aumentavano la dipendenza dall'azienda, in quanto direttamente e totalmente gestite e controllate dalla stessa, onnipresente in ogni momento della giornata, durante il lavoro e nel tempo libero.
Gli spazi coperti dall'azienda, e per la cui fruizione era naturalmente richiesto un compenso, erano tali e tanti che il salario dell'operaio e della sua famiglia aveva la stessa possibilità di essere consumato autonomamente quanta ne ha in un bilancio una partita di giro, cioè nulla. L'affitto era decurtato direttamente dalla busta paga, inoltre, per ogni servizio offerto all'interno del villaggio, vigeva una forma di pagamento tramite fiches sostitutive del denaro. Gli operai dunque potevano acquistare allo spaccio o in ogni altro servizio senza circolazione diretta di denaro: le spese venivano registrate e direttamente estinte dall'azienda decurtandole dalla busta paga.
Un discorso particolare meritano i servizi, vale a dire tutte quelle strutture su cui maggiormente gli imprenditori puntarono, come si è visto, per l' "educazione" della classe operaia e per la sua integrazione psicologica al meccanismo produttivo e alle sue esigenze.
Attraverso tali servizi, che non dimentichiamo erano destinati in massima parte ai "nuovi arrivati", cui in maggioranza vennero assegnati gli alloggi, venne infatti perseguito l'obiettivo di inserimento degli ex contadini nella realtà del lavoro operaio, della creazione di una vera e propria forma mentale.
Si trattava di persone che avevano pagato la possibilità di un lavoro ad un prezzo decisamente elevato sul piano umano e che aveva comportato lo sradicamento dalla cultura e dall'ambiente del paese di origine. L'esistenza di piccoli orti, costante in ogni progetto di villaggio operaio in tutta Europa, è un elemento significativo in questo senso. L'orto, infatti, aveva una duplice funzione: quella di fornire prodotti di consumo alle famiglie dei lavoratori, consentendo quindi un'integrazione alimentare quanto mai utile dati i bassi salari e quella di rappresentare, ad un livello più squisitamente psicologico, il trait d'union fra la precedente realtà contadina e la nuova realtà operaia, quasi una sorta di palliativo per l'identità perduta. Non a caso i progettisti francesi dell'Ottocento definirono case di "campagna urbana" le abitazioni ideate per i villaggi operai.
Un altro servizio con finalità dichiaratamente integrative fu il circolo ricreativo, munito di un campo di calcio, sul cui funzionamento il Consiglio di amministrazione così si espresse: "Si fondò la società sportiva che è in continuo progresso; i nostri operai ne sono assai soddisfatti, vedendone l'utilità materiale e morale, i numerosi premi che essa guadagna nelle gare sportive, dimostrano la serietà e la disciplina delle nostre maestranze"59.
L'organizzazione infrastrutturale raggiunse una tale capillarità che ogni momento, pubblico e privato, della vita degli operai fu previsto e organizzato.
Un'infrastruttura di notevole importanza fu costituita dall'asilo nido. L'asilo, infatti, ebbe un significato ed una funzione che, sebbene strettamente connessa alle esigenze della Filatura, non può non essere visto anche come un servizio innovativo, prima di tutto dal punto di vista culturale.
Si tratta, infatti, di un servizio che basa la propria esistenza su un presupposto socialmente rilevante: il lavoro femminile. Se è vero che nel caso della Filatura di Tollegno e dell'intero Biellese il lavoro femminile può essere considerato "normale", è altrettanto vero che in un contesto più ampio e alla luce di quanto avvenuto nel dopoguerra con la diffusione del lavoro femminile, l'esperienza degli asili nido nei villaggi operai non può non costituire un punto di riferimento per un dibattito ancora attuale.
Sulle motivazioni che indussero la Filatura ad istituire l'asilo, prima fra tutte l'eccessiva mobilità della manodopera femminile in rapporto al ciclo riproduttivo della famiglia, si è detto nella prima parte del lavoro, vale però la pena di rilevare un aspetto significativo. L'asilo, che accoglieva bambini da pochi mesi all'età scolare, fu l'unico servizio completamente gratuito all'interno del villaggio, sia per quanto riguardava il personale addetto all'assistenza sia per quanto riguardava l'alimentazione: latte e biscotti, infatti, furono sempre forniti direttamente dall'amministrazione. Questa particolarità, unita all'estrema attenzione dell'azienda per il funzionamento dell'asilo, indica chiaramente quale importanza rivestisse per la Filatura la disponibilità lavorativa delle donne e la maggiore continuità del lavoro femminile.
L'asilo e l'intero blocco delle infrastrutture erano collocati, come si è detto, nel nucleo centrale del villaggio, quello più vicino alla fabbrica. Il circolo ricreativo era gestito durante le ore libere da una famiglia operaia cui era stato dato in appalto; lo spaccio alimentare, che vendeva a prezzi calmierati prodotti acquistati dalla ditta, era affidato ad un impiegato della Filatura. Il personale impiegato allo spaccio, alla mensa aziendale, che forniva la minestra, e allo stesso asilo era composto unicamente da operai e operaie della Filatura che venivano scelti su diretta richiesta degli interessati. Anche l'edificio con docce e bagni, essendo le case dotate unicamente di latrine, era affidato ad operai ed i convitti alle ragazze stesse. I convitti avevano una grande cucina comune ed erano strutturati in cameroni da sei e otto letti, con alcune camere più piccole a due letti.
All'interno della fabbrica, vi era inoltre un ambulatorio per gli infortuni con un medico e con personale operaio addestrato alle più essenziali norme infermieristiche60. Esistevano, infine, una centrale elettrica e un acquedotto, che rifornivano l'intero villaggio dietro compenso annuale, calcolato forfettariamente.
Per quanto riguarda i servizi appena elencati, il villaggio di Tollegno non presentava grandi differenze rispetto ai villaggi analoghi sorti in Italia, se si eccettuano gli aspetti, del resto marginali, legati ai "gusti" personali degli imprenditori che ne decisero la realizzazione. Vi è però un ulteriore elemento infrastrutturale che rende il villaggio della Filatura diverso da tutti gli altri: la laicità. Il villaggio non ebbe mai una chiesa, né una cappella, né un sacerdote, né un gruppo di suore adibite alla sorveglianza della manodopera femminile residente nei convitti. Le giovani friulane ebbero cioè come unico controllo l'amministrazione per ogni questione di carattere generale e il portinaio per quanto riguardava l'orario di rientro serale. Si è già visto, inoltre, come tutte le istituzioni assistenziali fossero gestite dagli operai.
Questo elemento è fortemente in contrasto con la realtà degli altri villaggi, dove, invece, l'elemento religioso costituì per eccellenza un canale di integrazione e di creazione del consenso. Restando nel Biellese, è possibile infatti osservare come nel villaggio della Pettinatura di Vigliano, l'organizzazione religiosa, affidata ai salesiani, fosse assai vasta e articolata, come dimostra la creazione di una scuola professionale da parte del salesiani stessi.
L'analisi dei verbali dei consigli di amministrazione non offre nessuno spunto interpretativo, nessuna indicazione diretta di quella precisa scelta laica. Azzardiamo l'ipotesi che l'assenza di controlli religiosi derivi dalla mentalità, dalla radicata cultura laico-liberale degli artefici del villaggio, primi fra tutti i Sella61 e Daniele Schneider.
Sempre alla mentalità degli artefici va ricondotta un'altra peculiarità del villaggio di Tollegno e relativa al tipo di paternalismo esercitato. Se per paternalismo, utilizzando una efficace definizione di Franco Ferrarotti62, si intende "una situazione verificabile ogni qualvolta ci si trova di fronte al rifiuto di dare veste istituzionale ai rapporti con i dipendenti, conseguente ad una certa logica dell'esercizio del potere in fabbrica", situazione riscontrabile, in misure diverse, nella quasi totalità dei villaggi esistenti, non è difficile capire che a Tollegno, invece, i rapporti furono istituzionalizzati da sempre. Non troviamo, al contrario, nulla che rimandi alla figura dell'imprenditore-patriarca, vale a dire una sorta di feudatario moderno, tipica del paternalismo classico.


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