Dina Cotto

L'associazionismo operaio nel Vercellese nella seconda metà dell'Ottocento



Gli albori dell'associazionismo operaio: il ruolo della borghesia moderata e conservatrice

Nella seconda metà del XIX secolo si sviluppò, dapprima a Vercelli, ben presto in tutto il circondario, un intenso associazionismo operaio, che si espresse nella nascita e nel rapido sviluppo di un grandissimo numero di società di mutuo soccorso, cui aderirono numerose categorie di lavoratori, consentendo, nel volgere di pochi anni, la creazione di una fitta rete organizzativa su tutto il territorio della "bassa" vercellese.
Le ipotesi di un progressivo e pacifico miglioramento delle condizioni materiali e morali della classe lavoratrice, attraverso l'estensione di forme di solidarietà e di assistenza e l'elevamento del livello di istruzione, presupposti su cui si fondavano le società operaie, non erano nuove nel Vercellese. Già da alcuni anni, infatti, si era andata affermando presso la borghesia moderata e conservatrice una corrente di idee che sosteneva la necessità di promuovere iniziative di tipo assistenziale a favore delle classi più povere, per evitare perturbazioni sociali e il diffondersi di idee sovversive. Nel 1831, in una lettera inviata a Carlo Alberto, l'economista novarese Giacomo Giovannetti sosteneva che la beneficenza andava sottratta ai nobili e al clero per diventare funzione di Stato e che questo doveva avere tra i suoi compiti più importanti l'attività sociale e l'assistenza pubblica, onde impedire l'organizzazione spontanea del proletariato e lo sviluppo di correnti rivoluzionarie o anche solo riformatrici1.
In seguito divenne particolarmente attiva nelle campagne vercellesi l'Associazione agraria subalpina, i cui soci provvedevano a istituire nelle loro tenute forme di assistenza sanitaria gratuita, sussidi di malattia, pensioni di invalidità e vecchiaia. L'Associazione agraria subalpina si era inoltre occupata del problema del miglioramento dei patti agrari, proponendo di diffondere tra il proletariato agricolo i "precettari popolari", specie di rudimentali antenati dei contratti di lavoro e divulgando schemi di patti colonici tra proprietari e affittuari, impostati in modo da poter garantire un miglior trattamento dei braccianti.
Al contempo l'Associazione agraria subalpina condusse un'azione per la diffusione delle scuole gratuite, degli asili, delle casse di piccolo risparmio. Nel comizio annuale dell'Associazione, che nel 1847 ebbe luogo a Vercelli, venne lanciata un'ampia campagna di iniziative attorno a questi temi. Sulla scorta di questa esperienza quando, dopo il 1848, con la concessione dello Statuto albertino, nacquero le prime società operaie, la classe dirigente moderata vi si impegnò immediatamente in prima persona, assumendone di fatto la direzione e orientandone le scelte. Scrive Paolo Spriano a proposito dei promotori delle prime società operaie torinesi: "C'è in questi tutori ad un tempo uno spirito filantropico e una preoccupazione strumentale: favorire negli operai quelle forme associative sotto la protezione governativa, significa non solo nelle loro intenzioni promuovere un ordinato progresso civile e sociale, migliorare le condizioni di vita di nuove masse popolari, bensì evitare il pericolo di quelle idee sovversive (che allora, dopo il 1848, si preferiva chiamare comunistiche), che possono 'fuorviare' la plebe"2.
Lo stesso atteggiamento mentale si trova nei promotori della prima società operaia del Vercellese, l' "Associazione generale degli operai per mutuo soccorso ed istruzione". Fondata a Vercelli nel novembre del 1851 per iniziativa di una sessantina di cittadini essa doveva, nel giro di poco tempo, assumere grande importanza articolandosi in numerose categorie di lavoratori ad essa consociate, diventando il naturale punto di riferimento per le successive esperienze associative nei comuni del circondario. L'8 dicembre 1851 l'assemblea generale dei soci (che erano intanto diventati 640) approvava il primo statuto sociale che fissava gli scopi della società e le norme per l'ammissione dei soci, distinti in effettivi, cioè realmente appartenenti alla classe lavoratrice, ed onorari; in quella stessa occasione veniva istituito un fondo per l'assegnazione di sussidi (nella misura di una lira al giorno) ai soci effettivi in caso di malattia temporanea o cronica o di invalidità permanente e per il pagamento di un contributo ai loro congiunti in caso di morte.
L'anno successivo, il 22 agosto 1852, ebbe luogo l'inaugurazione ufficiale della società, con una cerimonia solenne cui parteciparono le maggiori autorità cittadine, dal sindaco, avvocato Eugenio Stara, all'arcivescovo monsignor d'Angènnes, e molti tra i personaggi più in vista della città sia dal punto di vista del prestigio sociale, che politico e culturale: gli stessi che, come soci onorari, avrebbero poi preso parte attivamente, e con funzioni direttive, alla vita dell'associazione. Mentre negli anni successivi l'attività della società operaia vercellese sarebbe stata caratterizzata da una grande mole di iniziative nei campi più svariati, inizialmente i filoni di intervento furono essenzialmente due: l'assistenza sanitaria ed economica ai soci e una serie di interventi miranti all'elevazione culturale e morale delle classi popolari. In questa direzione una delle prime iniziative assunte dalla società operaia fu (1853) l'istituzione della cerimonia annuale cosiddetta dei "contropremi", consistenti in una piccola somma versata su un libretto di risparmio intestato ai soci che frequentavano le scuole serali che, in un secondo tempo, venne esteso anche ai figli dei soci che frequentavano le elementari o le serali.
Altre iniziative vennero prese in seguito per facilitare l'accesso dei lavoratori all'istruzione, come la richiesta e l'intermediazione nei confronti delle aziende allo scopo di ottenere orari di lavoro compatibili con quelli delle scuole serali o la creazione, nel 1878, su iniziativa del senatore Piero Lucca, della "Sezione monte librario Vittorio Emanuele II", avente per scopo la distribuzione gratuita dei libri di testo ai figli dei soci che frequentavano le scuole elementari e finanziata, dopo la costituzione di un piccolo patrimonio iniziale attraverso le offerte private, anche dal Comune di Vercelli, dal ministero della Pubblica istruzione e dalla Banca cooperativa operaia.
In un discorso pronunciato proprio in occasione della distribuzione dei contropremi il professor Faccio si fece portavoce di quella che doveva essere l'opinione corrente fra i filantropi della Società operaia sulla questione dell'istruzione: un potenziale fattore di perturbazione sociale che se incanalato, controllato, offriva invece la possibilità d'imporre alle classi popolari principi e modelli di comportamento adeguati alle loro condizioni di subalterni: "A governare sapientemente l'andatura di ardente e generoso corsiero due cose occorrono - lo sprone che incita, il freno che trattiene. L'istruzione la quale apre la mente a comprendere l'importanza della nostra presenza individuale nel corpo della società è lo sprone che spinge l'uomo alla conquista dei propri diritti: ma se lo sprone agisce da solo senza il ritegno moderatore del freno, la corsa verso il meglio diviene, il più delle volte, ruinosa e fatale carriera [...] ed allora rampollano e s'abbarbicano profonde nel cuore le teorie di un impossibile equilibrio nei mezzi di soddisfare a tutti gli appetiti della passione, ed il desiderio infinito di possedere quello che altri possiede anche a costo di spogliarne violentemente i possessori, affermando il diritto di fare quello che altri fa, di possedere quello che altri possiede, come la regola assoluta su cui devono governarsi le classi subalterne"3.
Ma fu, come si è già precedentemente ricordato, soprattutto nel campo dell'assistenza che si esplicò l'attività della società operaia vercellese nei suoi primi anni di vita. Già nel 1852 venne deliberata la distribuzione dei primi sussidi di malattia ai soci effettivi che fossero iscritti da almeno sei mesi; essi potevano inoltre usufruire di prestazioni mediche gratuite. In realtà le quote d'iscrizione dei soci effettivi coprivano a mala pena le spese per i sussidi di malattia e gran parte delle spese che la Società operaia vercellese sosteneva nei suoi primi anni di attività erano coperte dai contributi assai più cospicui dei soci onorari più facoltosi, la cui adesione diventava quindi condizione indispensabile allo sviluppo e alla sopravvivenza stessa della società.
Successivamente il patrimonio sociale, via via accresciuto da donazioni e lasciti di filantropi e amministrato con prudenza aumentò notevolmente, dando alla società una base più solida e maggiori possibilità di intervento. La stessa Banca nazionale, a ulteriore conferma del benevolo atteggiamento della classe dirigente locale nei confronti dell'associazione, stanzierà in suo favore un contributo annuale.
L'epidemia di colera del 1854 ampliò il campo d'intervento della Società e ne collaudò le strutture: venne costituito un "comitato di sanità" composto da volontari per soccorrere i soci bisognosi e, al contempo, fu elevato da una a due lire il sussidio giornaliero di malattia. Fu in quell'occasione, inoltre, che ebbe luogo la prima esperienza cooperativa: poiché infatti i prezzi delle derrate alimentari erano enormemente aumentati in seguito al calo di produzione dovuto all'epidemia, venne costituita una commissione che aveva il compito di occuparsi dell'acquisto di cereali e prodotti agricoli da rivendere ai soci al prezzo di costo.
Si trattò, in realtà, di un provvedimento d'emergenza che fu assunto esclusivamente per fronteggiare il difficile frangente e che si esaurì senza conseguenze immediate dal punto di vista delle grandi scelte di lavoro della società o di ulteriori anche se limitate iniziative in tale direzione. Soltanto nel 1882, infatti, prenderà corpo l'idea, già da tempo dibattuta, di costituire una cooperativa di consumo. Sarà l'epoca delle realizzazioni di maggior portata, che culminerà dieci anni dopo nella costruzione delle case operaie. Ma alla fine degli anni cinquanta la società stava ancora muovendo i primi passi, mentre il numero degli iscritti, dai cinquecento del 1854, tendeva progressivamente a calare, scendendo a duecento nel 1859 e attestandosi attorno alle trecento unità nel decennio successivo, per poi riprendere a crescere costantemente negli anni settanta-ottanta fino a superare il migliaio nel 1890.
Nel dicembre del 1853 era stata intanto fondata la Società delle artigiane, consorella femminile della Società operaia, che ne aveva promosso la nascita. Anche la Società femminile prevedeva la partecipazione attiva di socie onorarie; tra le socie fondatrici vi erano rappresentanti dell'aristocrazia cittadina con la baronessa Antonietta Casati e la marchesa Paolina Arborio di Gattinara, che ne fu la prima presidentessa.
Il regolamento, dell'aprile 1854, fissava dettagliatamente gli obiettivi, le iniziative e i criteri di ammissione alla società. Le socie dovevano avere un'età compresa tra i sedici e i quaranta anni ed essere di sana e robusta costituzione. La quota d'iscrizione, differenziata per fasce d'età, prevedeva il pagamento di L. 1,50 per le socie dai sedici ai trenta anni, di L. 2,50 per le socie dai trenta ai quaranta anni. Solo le socie fondatrici erano ammesse fino all'età di cinquanta anni, dietro versamento di una tassa d'iscrizione superiore. Tutte le socie inoltre erano tenute al versamento di un contributo di 50 centesimi al mese.
Dopo sei mesi dall'iscrizione le socie avevano diritto ad un sussidio di 75 centesimi per ogni giorno di malattia e all'assistenza gratuita da parte del medico e delle visitatrici della società, che avevano il compito di seguire le socie durante il decorso della malattia fino alla convalescenza. Il diritto al sussidio si estingueva dopo il sessantesimo giorno di malattia; ma il Consiglio generale, composto da venti consigliere elette dall'assemblea delle socie, poteva accordare sovvenzioni straordinarie alle socie più bisognose, utilizzando un fondo di riserva appositamente costituito. Dopo un anno di iscrizione le socie avevano diritto a un sussidio di 6 lire in occasione del parto.
Il Consiglio generale poteva anche concedere pensioni alle socie iscritte da oltre dieci anni a condizione che il bilancio della società lo consentisse; inoltre, a metà dicembre, estraeva i nominativi delle socie a cui assegnare la dote, in misura variabile, e in relazione alla cifra disponibile a questo fine4.

La riduzione degli orari di lavoro

I1 2 ottobre 1858 ebbe luogo a Vercelli il 6o Congresso generale delle società operaie: fu in quell'occasione che venne per la prima volta affrontato dalle società operaie il problema della riduzione e della regolamentazione degli orari di lavoro. Tra i vari argomenti posti in discussione venne sollevata la questione riguardante l'utilità e la convenienza di determinare in massima un limite di durata ai lavori giornalieri più faticosi e nocivi. In chiusura del congresso furono presentati in merito due ordini del giorno.
L'ordine del giorno Cornale, proponeva di premere perché il governo legiferasse al più presto: "Riconosciuta la necessità e il dovere di stabilire prontamente un limite di durata ai lavori giornalieri più faticosi e nocivi, il congresso, onde tale cosa possa avere un pronto ed efficace provvedimento incarica la commissione permanente da nominarsi a presentare nella prossima sessione del Parlamento una petizione corredata coi fatti speciali che sarebbe al caso di potersi procurare da tutte le società onde il governo provvegga con una legge a farsi entro la sessione stessa contro tale abuso e nello stesso tempo ecciti il Congresso agrario e medico ad unire i rispettivi sforzi per ottenere l'instato provvedimento5.
L'ordine del giorno Pacchianotti riservava invece alla società un compito di mediazione tra lavoratori e datori di lavoro per accordi da cercarsi volta per volta fra le due parti: "L'assemblea, considerando essere di somma importanza il veder modo che sia posto un limite alla durata dei lavori specialmente più faticosi e nocivi: accetta in massima il principio sancito dal quesito; esorta le singole società di provvedere in proposito mediante buon accordo tra padroni, capinegozio ed operai, e manuali qualunque, secondo la Società stessa ravviserà meglio corrispondente ai bisogni e condizioni rispettivi e passa all'ordine del giorno"6.
Anche in questo caso quindi - né poteva essere altrimenti - la questione veniva affrontata in termini d'appello alla buona volontà e al buon senso d'entrambe le parti per evitare contrasti e rivendicazioni, chiedendo cioè comprensione ai datori di lavoro e moderazione agli operai. Era un terreno, quello dei rapporti tra lavoratori e padronato, su cui la società operaia si muoveva con evidente disagio. Il discorso della regolamentazione degli orari di lavoro non venne più ripreso, così come non saranno più affrontate questioni salariali. D'altra parte l'obiettivo della società era proprio quello di dimostrare che, mediante l'educazione al risparmio e la possibilità di fruire di forme di assistenza in particolari casi di necessità, i lavoratori avrebbero potuto acquisire condizioni dignitose di vita senza rivendicare miglioramenti economici.
Questi concetti furono ribaditi e sviluppati in un discorso letto dal professor Giuseppe Pugliese nel corso di una assemblea della società operaia tenutasi il 19 marzo 1882, quando già le campagne vercellesi erano periodicamente teatro di episodi di agitazione dei braccianti agricoli: "Gli scioperi che qua e colà si moltiplicano hanno per fondamento sempre il basso interesse, la vigliacca invidia, il vizio o quella corrente bugiardamente umanitaria, la quale perverte gli animi collo specioso pretesto che tutti gli uomini, uguali essendo innanzi a Dio, tali pure esser debbano innanzi all'economico svolgimento delle forze sociali. Teoria ancor più pericolosa che falsa, essendo a tutti noto che gli scioperi costarono agli operai somme rilevantissime, favolose, colle quali si sarebbero potute erigere a centinaia le fabbriche e dar lavoro a decine di migliaia di operai. Ormai tutti dovrebbero comprendere che se la natura ha posto graduazioni diverse nell'intelligenza e nell'operosità degli uomini, queste graduazioni è giocoforza che si mantengano nell'ordinamento della società, senza di che questa si sfascerebbe e la specie umana, dopo tanti secoli di titanica e non sempre felice lotta per uscire dalla barbarie, vi si ritufferebbe capofitta... La lotta contro il capitale non è onesta, non è logica, non può menare che alla rovina delle nazioni; ma è onesta, ma è logica, ma è benefica, sublime, quella lotta che il lavoro inizia contro l'accidia, contro il vizio, contro l'ignoranza, contro l'imprevidenza, per diventare a sua volta capitale [...] Mi si obietterà che le classi lavoratrici vivono in tale strettezza da rendere impossibile il risparmio; errore! Le classi lavoratrici spendono in proporzione più di certi ricchi reputati spenderecci; le classi lavoratrici hanno bisogni che il loro salario può largamente soddisfare; tutto sta che fra questi bisogni non si confondano i reali coi fittizi... Un operaio che guadagni due lire al giorno può, volendo, risparmiare venti, trenta, e fino a quaranta centesimi, e questi formano in un anno sessanta, novanta, centoventi lire, colle quali al termine di venti anni si ha un capitale di millecinquecento, duemila, tremila lire"7.
Il Pugliese, inoltre, prese vigorosamente le distanze da quelle associazioni che avevano assunto una connotazione di classe accogliendo le idee socialiste che si stavano rapidamente diffondendo: "A beneficio delle classi lavoratrici si fondarono le società di mutuo soccorso; è deplorabile che alcune di esse siano diventate altrettante palestre politiche, dimenticando il loro primitivo scopo morale, alieno da ogni passione, per mutarsi in radunate di popolo, ove intrusi, non operai, salgono in bigoncia e pervertiscono gli animi onde soddisfare le loro personali ambizioni, togliendo a quelle società quell'aureola di unione, di previdenza, di carità che le rendeva tanto benemerite della classe operaia e vera gloria dei tempi nostri"8.
Al contrario, la Società operaia vercellese non perdeva occasione per manifestare la sua devozione allo stato sabaudo e lo scrupoloso rispetto dei principi e degli obiettivi per i quali era sorta. Nel 1854 la Società deliberò di concorrere alla sottoscrizione aperta dal governo per la donazione di un milione e duecentomila lire di rendita sul debito pubblico, votando un ordine del giorno in cui si affermava che "La Società è animata da più chiari sentimenti di fiducia nel governo che ci regge, ambisce anzi questa occasione per dimostrare il suo buon volere di concorrere a seconda delle sue forze, ai bisogni dello Stato"9.
Nel 1861, un anno dopo il congresso di Milano, in cui le correnti mazziniane avevano sollevato la questione del suffragio universale, la Società operaia vercellese partecipò con le altre associazioni a tendenza moderata al congresso di Asti, in cui venne affermato esplicitamente che la "trattazione della politica" non rientrava negli obiettivi delle società operaie, in contrasto con la mozione conclusiva votata lo stesso anno a Firenze dalla società di orientamento mazziniano che era cosi formulata: "L'assemblea dichiara che le questioni politiche non sono estranee ai suoi istituti quante volte le riconosca utili al loro incremento e consolidamento"10. Nel 1862 la società operaia vercellese rifiutò di partecipare al congresso di Napoli, promosso dalle società emancipatrici, anch'esse influenzate dalle idee antimonarchiche mazziniane, votando un ordine del giorno in cui riaffermava i suoi obiettivi e il suo ossequio alla monarchia e allo Statuto.

Società operaie e clero

Non sempre facili furono invece i rapporti con il clero locale. A differenza infatti di altre società operaie piemontesi11 l'atteggiamento del clero vercellese, dopo un primo periodo di interesse e di apertura nei confronti della nuova esperienza, diventò apertamente ostile. Mentre infatti l'arcivescovo d'Angènnes era favorevole allo sviluppo della Società operaia e aveva, come si è precedentemente ricordato, partecipato ufficialmente alla sua inaugurazione nel 1852, nel volgere di alcuni anni i rapporti si erano deteriorati, tanto che, nel luglio 1872, l'arcivescovo Celestino Fissore negò la benedizione pastorale alla bandiera della Società operaia e ne proibì l'ingresso nelle chiese dell'Arcidiocesi; nello stesso anno, in un discorso pastorale, paragonò gli operai "allo sciame di quelle locuste avernali che distruggono ogni erba, seme, fiore, frutto di morale e di fede"12.
L'8 dicembre 1878 venne inaugurata l'Associazione per mutuo soccorso tra gli operai cattolici di Vercelli. Nel discorso pronunciato in quell'occasione il canonico Mattia Vicario contrappose la Società operaia cattolica alle altre, contaminate, a suo dire, da principi di uguaglianza sociale e sottolineò il pericolo di un cedimento verso il socialismo: "L'operaio del nostro secolo o deve essere sicuramente cattolico, o cadrà nel socialismo. La via di mezzo si può scegliere per un momento, nei momenti di transizione, ma dispare di necessità perché la logica è inesorabile [...] Le dottrine cattoliche solamente possono salvare la società dal pericolo che corre. Pensate quindi che grave colpa hanno commesso coloro che l'operaio allontanarono dalla religione, sotto il futile pretesto di liberarlo da un gioco insopportabile, e farlo fruire della libertà di coscienza e di pensiero. Essi l'hanno perduto; essi hanno creato il pericolo sociale"13.
Non esistono, tra il materiale consultato al museo Leone, documenti che offrano informazioni sullo sviluppo della società cattolica e ne evidenzino i riflessi sulle iniziative e sulla diffusione della società operaia. Certo è che, fin dagli anni sessanta, l'attività della società operaia segnò il passo.
Nel 1862 venne nominata una commissione per studiare la possibilità d'istituire un sussidio vitalizio per i soci inabili al lavoro, ma la cosa venne lasciata cadere; così pure la proposta avanzata nel 1867 dall'avvocato Guala di istituire una cooperativa per i consumi di prima necessità non trovò realizzazione perché la società non disponeva di fondi necessari ad avviare l'impresa, mentre nel 1880 venne nuovamente affrontato, anche questa volta con esito negativo, il problema di costituire una cassa pensioni. Si deliberò, invece, la concessione di un sussidio ai cosiddetti "pareggiati cronici", cioè ai soci che avevano compiuto i settant'anni di età e che avevano un'anzianità di iscrizione di almeno trent'anni, precisando però che esso non costituiva un diritto per i soci, ma veniva concesso solo se il bilancio della società lo avesse consentito.
Soltanto negli anni ottanta, dopo quasi un ventennio di limitata attività, nel corso del quale gli iscritti si erano notevolmente ridotti e, per contro, il patrimonio si era consolidato, la società rilanciò il suo impegno in attività di più ampio respiro, cercando nuovi spazi e nuovi settori di intervento, che permettessero di riconquistare il terreno perduto dal punto di vista della sua diffusione all'interno della classe lavoratrice senza porre peraltro in discussione l'ordinamento sociale e i rapporti di classe.
Nel 1882 fu istituito un magazzino di previdenza che aveva lo scopo di occuparsi dell'acquisto di generi alimentari e combustibili di prima necessità da rivendere ai soci in contanti o a credito al minor prezzo possibile. Il capitale era costituito da azioni del valore di L. 25 l'una, che fruttavano l'interesse del 4 per cento, e venti di esse furono acquistate direttamente dalla Società operaia. Si trattò però di un'esperienza relativamente breve: già nel 1889 l'assemblea dei soci decretò lo scioglimento del magazzino di previdenza per difficoltà di gestione e si assunse il compito della liquidazione.
Non trovò invece realizzazione l'ipotesi, pure a lungo dibattuta, di costituire una cassa pensioni per soci benché la questione venisse affrontata nel corso di numerose assemblee e una apposita commissione avesse anche elaborato un regolamento per l'erogazione dei sussidi. La legge sul riconoscimento giuridico, varata nel 1886, stabilì infatti espressamente che le associazioni operaie, avendo carattere di ente di beneficenza, non potevano assumersi la funzione di istituto erogatore di assegni vitalizi.
In questo periodo l'impegno della Società operaia si focalizzò prevalentemente sulla realizzazione delle case operaie. Nel 1889 l'avvocato Borgogna offrì alla società operaia la somma di L. 50.000 per istituire, a nome del padre Francesco, un "premio di virtù" consistente in alloggi da assegnare ai soci meritevoli ogni cinque o sei anni, quando cioè gli affitti ricavati dagli alloggi costruiti e assegnati precedentemente avessero raggiunto la somma necessaria a costruirne dei nuovi. Venne così costituito l'ente "Premio di virtù Francesco Borgogna" il cui capitale, amministrato con gestione separata dagli altri fondi sociali venne subito accresciuto da altre offerte: la Cassa di risparmio stanziò infatti L. 20.000 e il Consiglio comunale concorse a sua volta con uno stanziamento di L. 6.500, corrispondenti al valore del terreno da acquistare; l'assemblea dei soci dal canto suo deliberò di stralciare L. 20.000 dal patrimonio della Società operaia. Vennero così costruiti in via del Carmine due gruppi di abitazioni, che furono affittate agli aderenti all'Associazione a un canone di affitto inferiore alla media e assegnate mediante votazione dell'assemblea dei soci: un grande caseggiato a due piani costruito coi fondi della Cassa di risparmio e composto da due ali distinte, di quindici camere ciascuna, e otto casette, costruite coi fondi donati dall'avvocato Borgogna, ad un solo piano, unite due a due e composte di quattro camere ciascuna. Già nel 1892 l'assemblea deliberava la prima assegnazione, a beneficio del socio Pietro Bima.
Era l'ultima grossa realizzazione della direzione moderata della Società operaia, compiuta quando essa stava ormai esaurendo il suo compito e si era appannata la sua capacità di risposta alle esigenze della classe lavoratrice. L'atteggiamento asettico nei confronti dei problemi politici e sociali più scottanti, l'ostinata affermazione dei valori di fratellanza e solidarietà tra le classi nel momento in cui le tensioni, i conflitti sociali esplodevano più violentemente erano sempre più anacronistici e lontani dalla realtà. L'idea di una evoluzione pacifica e senza traumi delle condizioni di vita della classe lavoratrice si era ormai rivelata un'illusione.

L'associazionismo operaio verso l'emancipazione di classe

Fermenti nuovi, princìpi nuovi emergevano e coesistevano all'interno delle società operaie con gli antichi atteggiamenti paternalistici e filantropici che le avevano caratterizzate fin dalla nascita.
Presso la Società operaia di Stroppiana è conservata una circolare, spedita nel 1886 alle associazioni operaie di Vercelli e del circondario da un "Comitato promotore per la costituzione della Confederazione operaia vercellese", che mette assai significativamente in rilievo il nuovo clima, i nuovi orizzonti entro cui si mossero le società di mutuo soccorso alla fine del secolo. Annunciando la costituzione del Comitato operaio vercellese nel corso di un'assemblea di presidenti e delegati di varie associazioni operaie del Vercellese il comitato sottopose alle società una bozza del programma e dello Statuto in cui molti erano gli elementi di novità rispetto alla logica paternalistica e puramente assistenziale delle società di mutuo soccorso; mentre anche alcuni temi cari alla vecchia classe dirigente moderata, come ad esempio quello dell'istruzione, venivano ripresi con toni e spirito assai diversi:
"Programma del Consolato operaio
1 - Promuovere la costituzione di nuove società operaie specialmente nelle campagne.
2 - Tutelare efficacemente i diritti delle associazioni cooperative attualmente esistenti, procurarne l'incremento mediante lo stabilimento di magazzini centrali e con quegli altri mezzi che si ravviseranno opportuni, non che promuovere la costituzione di altre associazioni con generi sia di consumo, sia di produzione, sia di credito.
3 - Quando i mezzi finanziari lo permettano, promuovere la fondazione di un giornale che serva alle pubblicazioni delle vigenti leggi prescritte dagli atti delle associazioni cooperative associate.
4 - Dedicarsi costantemente a rendere più facili i rapporti tra lavoranti e capitalisti, promuovere decisioni arbitramentali nelle questioni che insorgono tra i medesimi, avuto però sempre riguardo al proprio scopo essenziale che è la tutela dei diritti dell'operaio e il progressivo miglioramento delle sue condizioni.
5 - Mettersi in comunicazione per quanto sarà per occorrere al conseguimento dello scopo propostosi, coi consolati e con le società operaie aventi comuni aspirazioni e segnatamente col Comitato centrale della Federazione nazionale italiana per le cooperative sedente in Milano.
6 - Diffondere l'istruzione, per quanto sarà possibile, mediante biblioteche, scuole e conferenze intese soprattutto a svolgere nell'operaio il germe di una sana educazione e la conoscenza dei suoi diritti e doveri.
7 - Studiare e dare in studio alle singole società consociate i quesiti interessanti alle classi operaie che a volta a volta si presenteranno.
8 - Prendere in considerazione e decidere le questioni proposte dalle singole associazioni e sostenere con la ragione morale del sodalizio, mediante deliberazione dell'assemblea dei delegati, petizioni o reclami, parziali o collettivi.
9 - In genere, rappresentare di fronte alla autorità ed ai terzi la classe operaia della città e del circondario tutelandone sempre i diritti e concorrendo con tutte le proprie forze in qualsiasi occasione ed in ogni ramo della vita sociale allo svolgimento di quei principi che soli possono condurre la classe operaia alla sospirata sua emancipazione"14. Il programma del consolato operaio era, come si vede, estremamente esplicito sugli scopi che voleva perseguire: non più iniziative di tipo assistenziale benevolmente patrocinate dalla classe dirigente cittadina ma diritti da far valere attraverso un'azione unitaria e organizzata, non più la generica aspirazione a un miglioramento delle condizioni di vita ma l'obiettivo dichiarato dell'emancipazione.
Questi principi, in parte attenuati, sono contenuti nello Statuto, che precisava i campi in cui avrebbe dovuto svolgersi l'azione del Consolato:
"Art. 1. È costituita in Vercelli tra le società operaie della città e del circondario una consociazione che assume il nome di Consolato operaio vercellese. Art. 2. Scopo del Consolato è di dare, sulla base del programma sopra esteso, unità di pensiero e d'azione alle forze morali e materiali delle società consociate, onde più agevolmente raggiungere l'intento comune del miglioramento delle condizioni delle classi lavoratrici. A tal fine le società consociate si ritengono fra loro solidali per le deliberazioni che si prendono in comune, rimanendo però libera ed integra l'autonomia dei singoli sodalizi per quello che riguarda la propria gestione amministrativa.
Art. 3. Possono far parte del Consolato tutte le associazioni operaie che siano regolarmente costituite nella città e nel circondario di Vercelli e che si propongono uno qualsiasi degli scopi normali delle Associazioni operaie, come ad esempio il mutuo soccorso, la mutua istruzione, la cooperazione sotto qualsiasi forma, l'assistenza reciproca, il collocamento dei soci disoccupati, la resistenza ecc."15.
Quali società operaie aderirono al Consolato? La circolare non le elenca, né presso il Museo Leone sono stati rinvenuti documenti che facciano cenno a questa esperienza. Certo l'Associazione generale degli operai non vi aderì, ma probabilmente vi aderirono alcune delle società di categoria ad essa consociate. La stampa locale non riporta la notizia della costituzione del Consolato operaio e probabilmente l'iniziativa si esaurì senza grandi conseguenze dal punto di vista organizzativo e pratico. Bisognerà infatti aspettare la fine del secolo (1898) perché, sull'esempio delle cooperative di Modena, alcuni degli obiettivi contenuti nel programma e nello statuto del Consolato operaio siano ripresi e trovino realizzazione con la costituzione ad opera delle società cooperative vercellesi, della Camera del lavoro agricola.


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