L'inutile strage
Come il cinema ha analizzato la grande guerra
Corso di aggiornamento
"l'impegno", a. XXIX, n. 1, giugno 2009
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
Nel 2008 l'Istituto ha organizzato, in occasione del novantesimo anniversario della fine della
prima guerra mondiale, il corso di aggiornamento "L'inutile strage. Come il cinema ha analizzato
la grande guerra", articolato in quattro lezioni, svoltesi a Varallo, nella sede dell'Istituto. Orazio
Paggi, critico cinematografico, ha analizzato alcuni dei film che più significativamente hanno
affrontato il tema della grande guerra, evidenziandone di volta in volta gli elementi legati al pacifismo,
all'antimilitarismo, alla follia e ai traumi che il conflitto porta con sé, nonché ai suoi aspetti
quotidiani.
Il corso si è aperto venerdì 24 ottobre con una lezione incentrata sull'emergere dell'istanza pacifista nel cinema
di guerra, magistralmente resa sullo schermo da due capolavori della storia del cinema: "All'Ovest niente di nuovo",
di Lewis Milestone (1930), e "La grande illusione", di Jean Renoir (1937).
Con gli anni trenta la rappresentazione della guerra al cinema assume caratteristiche che la differenziano
nettamente dalla messa in scena propagandistica e retorica dei decenni precedenti, in cui il cinema, tanto documentaristico
quanto di finzione, non mostra gli aspetti del conflitto più brutali e violenti, allo scopo di mantenere alto il consenso alla
guerra e, anche per impedimenti di carattere tecnico, non ne fornisce una ricostruzione realistica. L'avvento del sonoro,
che aggiunge un essenziale elemento di verità alla messa in scena, si somma a un radicale mutamento di prospettiva
che, lungi dal riprodurre schematicamente la netta distinzione tra buoni e cattivi e dal caratterizzare in maniera
totalmente negativa il nemico, si sofferma piuttosto sul comune tragico destino dei soldati di entrambi gli schieramenti,
lasciando emergere una critica esplicita alla guerra e al fanatismo nazionalistico che la determina.
"All'Ovest niente di nuovo", vero e proprio manifesto pacifista tratto dal romanzo autobiografico "Niente di
nuovo sul fronte occidentale", di Erich Maria Remarque, e premiato con due Oscar (miglior regia e miglior film), fa
emergere dalla scansione del racconto nei tre momenti classici nel cinema bellico (arruolamento, addestramento,
esperienza del fronte) la disillusione e lo scontrarsi brutale con la realtà della guerra di un gruppo di giovani liceali tedeschi.
Indotti da un professore fanatico a partire per il fronte, manipolati e indottrinati da un uso retorico dei concetti astratti
di patria, onore e coraggio, si renderanno conto ben presto della abissale differenza tra ciò che ingenuamente
credevano fosse una entusiasmante avventura e l'orrore quotidiano della vita di trincea.
Raccontando una vicenda dal punto di vista tedesco, Milestone annulla la figura del nemico e costruisce un
film pacifista che insiste sull'uguaglianza dei soldati tra di loro, anche se combattono su fronti opposti, su quanto sia
mostruoso il loro essere costretti a uccidersi reciprocamente pur senza odiarsi, sulla malafede di chi manda una
intera generazione al macello, sulla spersonalizzazione del nemico cui la lotta per la sopravvivenza costringe i combattenti.
Anche ne "La grande illusione", incentrato sulla prigionia e l'evasione di alcuni soldati francesi detenuti in un
campo di concentramento tedesco, si pone l'accento sul legame che si viene a creare tra carcerieri e carcerati, nemici
sul campo di battaglia, ma disposti a comunicare tra loro e, addirittura, a fraternizzare, quando si trovano lontano
dalla trincea e dalla logica stringente di una guerra che li oppone forzatamente gli uni agli altri. E la musica, che
Renoir utilizza in molte scene del film, è lo strumento più idoneo, per la sua universalità, a mostrare una possibile
comunione tra gli uomini anche in un contesto che sembrerebbe escluderla categoricamente.
Gli elementi pacifisti già presenti nel film di Milestone ritornano anche nell'opera di Renoir, nella quale si
aggiunge anche una riflessione sul passaggio da un vecchio mondo in cui la nobiltà era classe dominante, a un mondo nuovo
in cui comincia a farsi strada la piccola borghesia. Così, oltre allo scontro bellico tra Francia e Germania, il film mette
in scena anche lo scontro sociale tra una classe aristocratica ormai avviata al tramonto, rappresentata dai capitani
tedesco e francese von Rauffenstein e de Boeldieu (che morirà nel tentativo di fuga), e una classe borghese
emergente, incarnata da personaggi come il tenente Marechal (che invece riuscirà a fuggire), e mostra una differenza tra
l'atteggiamento del tedesco, che prova amarezza e nostalgia per la fine di un'epoca, e quello del francese, consapevole
invece dell'impossibilità di fermare il tempo e di interrompere il progresso sociale.
Film coraggiosi, in quanto veicolo di ideali controcorrente rispetto al clima dominante di un'epoca nella quale
nascono e si consolidano regimi totalitari fortemente nazionalisti e bellicosi, "All'Ovest niente di nuovo" e "La
grande illusione" subiscono alla loro uscita in Europa, e in particolare in Italia, i divieti della censura e saranno apprezzati
in tutto il loro valore culturale e di impegno civile solo molti anni dopo.
La seconda lezione del corso si è svolta venerdì 31 ottobre, con l'analisi del capolavoro di Stanley Kubrick
"Orizzonti di gloria" (1957) e del film di Francesco Rosi "Uomini contro" (1970). Paggi ha trattato il tema della follia
della guerra e ha mostrato come il messaggio antimilitarista di cui questi film si fanno portatori sia veicolato da una cruda messa in scena del cinismo e della disumanità dei comandanti militari, che mandano al macello senza alcuno
scrupolo i propri soldati.
"Orizzonti di gloria" in particolare è un film che si allontana dalla classica rappresentazione della guerra, della
trincea, delle battaglie, peraltro mostrate con estremo realismo, per concentrarsi invece sull'uso e, soprattutto,
sull'abuso del potere di vita e di morte che i generali francesi esercitano nei confronti dei loro sottoposti. La figura del
nemico tradizionalmente inteso come l'avversario contro cui combattere, che non a caso non viene mai mostrato nel film,
viene sostituita da un antagonista ben più pericoloso, cinico e corrotto, che ordina assurdamente ai propri uomini
attacchi suicidi in nome dell'avanzamento di carriera e che arriva a farne fucilare per codardia tre scelti a caso perché
servano da esempio e contribuiscano con il loro sacrificio al mantenimento della disciplina.
Quello che il film mostra è la guerra trasformata in un gioco crudele che, nel mettere in scena la casualità della
morte e l'ingiustizia subita dai più deboli, diventa una lucida metafora della vita.
Kubrick, senza facili sentimentalismi, né retorica, costruisce un film duro e coinvolgente, in cui spicca la figura
del colonnello Dax (Kirk Douglas) che, non avendo rinunciato alla sua umanità, pur sconfitto nel suo tentativo di
salvare dalla fucilazione degli innocenti, emerge come vincitore da un punto di vista morale.
Anche "Uomini contro", di Rosi, tratto da "Un anno sull'Altipiano" di Emilio Lussu, scaglia una dura critica
nei confronti delle gerarchie militari, mettendo in scena, non senza a volte un eccesso di retorica che va a scapito
della credibilità dei personaggi, la vera e propria follia del generale Leone.
Animato da una cieca adesione ai concetti astratti di vittoria, patria e nazione, ai quali sacrifica senza esitazioni
la vita dei propri soldati, il generale incarna lo sfrenato militarismo delle gerarchie militari, unito ad una totale
incapacità strategica e all'inadeguatezza a ricoprire un ruolo di comando.
Film di formazione, poiché segue la progressiva presa di coscienza dell'orrore e della brutalità della guerra da
parte del tenente Sassu, inizialmente interventista e convinto della giustezza del conflitto, "Uomini contro" si qualifica
come opera dichiaratamente politica, poiché rappresenta, nella contrapposizione tra il potere assoluto dei comandanti e
la totale sottomissione delle truppe, l'ingiusta divisione in classi della società. Mediante il personaggio politicizzato
del tenente Ottolenghi (Gian Maria Volontè), che invita i soldati a sparare sul loro generale, unico vero nemico, Rosi
mette in scena la necessità di un rovesciamento della situazione, di una vera e propria rivoluzione che porti alla
conquista del comando da parte dei soldati. La vita grama di questi contadini e proletari, mandati a morire in una guerra di
cui non comprendono le ragioni, può cambiare solo con una loro ribellione all'ingiustizia di cui sono vittime, tanto
dentro quanto fuori la trincea.
Venerdì 7 novembre si è tenuta la terza lezione del corso nella quale, analizzando i film "Addio alle armi"
(1932), di Frank Borzage, e "La grande guerra" (1959), di Mario Monicelli, Paggi ha posto l'accento sulla quotidianità
della guerra, sul fatto che, anche nella eccezionalità del conflitto, la vita continua a scorrere e, accanto all'orrore e alla
morte, possono trovare spazio tanto l'amore romantico, come nel film di Borzage, quanto le piccole vicende quotidiane
della vita dentro e fuori la trincea, come nel film di Monicelli.
Tratto dal romanzo omonimo di Ernest Hemingway, a cui rimane sostanzialmente fedele, "Addio alle armi",
nel raccontare la storia di un amore contrastato tra un soldato americano e un'infermiera inglese, destinata a finire
tragicamente con la morte di lei, utilizza i toni classici del melodramma per mostrare indirettamente la guerra e la sua
capacità distruttiva. Il sogno d'amore che non si realizza per i due protagonisti diventa una metafora della guerra
stessa, che impedisce che qualcosa di positivo possa essere costruito.
Pur facendo da sfondo alla vicenda romantica e pur essendo mostrata esplicitamente solo in poche scene di
battaglia, la guerra è sempre presente come minaccia incombente, in quella che può essere definita una vera e propria
dichiarazione di poetica di Borzage: la guerra non si vede, ma si percepisce, filtrata attraverso i titoli dei giornali,
la frequente presenza di feriti e moribondi, i discorsi dei personaggi, dai quali emergono una critica alla retorica
nazionalista e un antimilitarismo di fondo.
Con l'utilizzo di immagini espressionistiche, di tecniche di ripresa molto raffinate e di un elegante bianco e
nero, Borzage costruisce un film che, concentrandosi su una storia d'amore tanto appassionata quanto sfortunata, riesce
a dire molto sulla tragicità della guerra. La stessa cosa non si può dire per la trasposizione cinematografica del
romanzo di Hemingway realizzata da Charles Vidor nel 1957, che presenta qualche elemento di interesse solo nelle
sequenze in cui la guerra viene rappresentata direttamente, non riuscendo negli altri momenti a mantenere l'eleganza e la
sobrietà del film di Borzage.
Capolavoro di Monicelli, "La grande guerra", vincitore del Leone d'oro a Venezia
ex aequo con "Il generale Della Rovere", di Roberto Rossellini, segna il passaggio dal neorealismo alla commedia all'italiana che, a partire da
questo film, acquisisce un ruolo di primo piano nel panorama del cinema italiano. Dalla mescolanza di dramma e ironia,
di comicità e tragedia, nasce un genere che dal contrasto tra questi due opposti registri fa emergere uno spaccato
della società italiana e un ritratto autentico dell'italiano medio, con i suoi pregi e i suoi difetti.
Film corale che demitizza e desacralizza la grande guerra, il film di Monicelli mostra i soldati nella loro
quotidianità, in una poetica delle piccole cose che dà realismo alla rappresentazione della vita di trincea. La mescolanza di
dialetti che attraversa tutto il film è il segno dell'estrazione prevalentemente contadina dei soldati che, nella maggior
parte dei casi, non conoscono le ragioni della guerra che sono chiamati a combattere e che, pur cercando spesso di
sottrarsi ai combattimenti, quando è veramente necessario si dimostrano pronti a morire da eroi. Mentre gli ufficiali
condividono lo stesso destino dei loro soldati e vengono rappresentati da Monicelli in tutta la loro umanità, il livello più
alto, quello dello stato maggiore dell'esercito, pur non vedendosi mai, è comunque oggetto di una critica feroce, a
sottolineare il fatto che la grande guerra è stata combattuta dai piccoli uomini.
La quarta e ultima lezione del corso si è svolta venerdì 14 novembre con l'analisi di "E Johnny prese di fucile"
(1971), di Dalton Trumbo, e "Una lunga domenica di passioni" (2004), di Jean-Pierre Jeunet, film che esemplificano la
traumatica realtà della guerra e le profonde ferite fisiche ed emotive che infligge a chi è costretto a combatterla.
Dalton Trumbo, grande sceneggiatore americano vittima del maccartismo, realizza, con il suo unico film da
regista tratto dal romanzo omonimo da lui stesso scritto nel 1938, un film duro e antihollywoodiano, dove la realtà
drammatica di un uomo ferito in guerra e ormai ridotto a un tronco umano, incapace di vedere, sentire e parlare, non cede
mai alla spettacolarizzazione. Film imperfetto, carico di simbolismi che spesso appesantiscono il racconto, il film di
Trumbo però, con la forza di un pugno nello stomaco, veicola un messaggio fortemente pacifista e antimilitarista.
La storia terribile di Johnny, ridotto a cavia umana dai medici erroneamente convinti del suo stato vegetale, si
gioca su due piani: quello in bianco e nero della realtà dell'ospedale, della disumanità dei medici, della compassione
delle infermiere, della progressiva presa di coscienza da parte di Johnny della sua situazione, del suo tentativo di
comunicare con l'esterno, e quello a colori dei ricordi, dei sogni e dei desideri di Johnny, in cui viene rappresentato sullo
schermo lo stato coscienziale del protagonista. L'orrore della realtà si mescola con l'onirismo di alcune sequenze, in una
continua alternanza tra bianco e nero e colore che esteticamente riflette la contrapposizione tra vita e morte, corpo
integro e corpo mutilato su cui il film è costruito. In contrasto nel film anche due diverse visioni della religione, divisa
tra un Dio evangelico cui chiedere conforto e consolazione e una religione istituzionale che finisce per perdere il suo
compito originario per farsi attore politico e schierarsi con i fautori della guerra.
La dissolvenza al nero sull'inquadratura di Johnny coperto dal lenzuolo-sudario, a cui viene negata la morte e
che viene perciò condannato a rimanere forzatamente rinchiuso nella gabbia della sua solitudine, e l'ossessiva
ripetizione del suo inascoltato grido d'aiuto, concludono senza speranza un film che, riportando nell'ultima inquadratura gli
sterili numeri dei milioni di morti "per la patria", denuncia la tragedia di ogni guerra.
Come il film di Trumbo mostra gli effetti devastanti della guerra sul corpo, così "Una lunga domenica di
passioni", tratto dal romanzo omonimo di Sébastien Japrisot, evidenzia gli sconvolgimenti emotivi che la guerra provoca
nella vita di uomini semplici, scaraventati improvvisamente in trincea e sottratti alla propria casa e ai propri affetti.
Narrando la vicenda principale di Mathilde, che nel 1920 parte alla ricerca del suo fidanzato Manech dato per morto in
guerra, e intersecandola con le vicende parallele di altri soldati coinvolti nella sua scomparsa, Jeunet costruisce un film
su molteplici registri, che affianca al realismo e alla precisione della ricostruzione storica, i toni del melodramma,
del noir e della commedia.
Oltre alla mescolanza di generi, con la quale Jeunet conferma il suo stile barocco, il film sostituisce la
tradizionale linearità temporale del racconto con un continuo passaggio dal passato al presente e viceversa, disseminando le
varie sequenze di indizi per la risoluzione del mistero al centro della storia.
Infine, pur nella originalità del racconto, nel film di Jeunet trovano posto tutti i temi caratteristici del cinema di
guerra, dal conflitto presentato come gioco crudele, all'annullamento della figura del nemico, alla critica feroce nei
confronti della prepotenza e incompetenza degli alti comandi.
(Raffaella Franzosi)
| |