Valter Coralluzzo

La politica mediterranea dell'Italia: continuità e cambiamenti



Non v'è studio, più o meno recente, sulla politica estera italiana1 che non ponga l'accento sull'ambivalenza geografica dell'Italia, sulla compresenza di due possibili interpretazioni della sua identità geopolitica: una "marittima", "navalista", "mediterranea", per la quale l'Italia "è certamente piuttosto un' 'isola' che non una 'penisola', che teoricamente controlla entrambe le metà del bacino [mediterraneo], sia quella orientale che quella occidentale, esercitando così una potenziale funzione di leader regionale nell'ambito della sua area geografica"; l'altra "terrestre", "continentalista", "europea", che assegna all'Italia un ruolo geopolitico "del tutto residuale e periferico", considerandola soltanto "come una 'penisola' [...] che è a sua volta l'appendice di un'altra penisola (l'Europa centrale e la Germania), che a sua volta è un'appendice dell'Asia"2. Come ben sottolinea Carlo Maria Santoro, "questa duplicità, o meglio ambivalenza, geografica fra le due metafore dell' 'isola' e della 'penisola' [...] può a buon diritto essere considerata come una delle radici profonde di molte incongruenze della storia politica del paese e come una causa determinante della doppiezza tradizionale della sua politica estera. [...] Potremmo [...] provvisoriamente definire questa doppiezza geografica e politica della politica estera del paese come una sorta di bivalenza zoppa. Nel senso che storicamente è sempre la linea continentalista a prevalere, per ragioni economiche e di potere (il Nord decide), anche se la sua ipotetica coerenza viene spesso messa a dura prova dall'ineliminabilità della componente insulare e mediterranea"3.
Quella mediterranea, del resto, è una "vocazione" coerente con la "tradizione missionaria" dell'Italia: una tradizione che ha radici profonde nella cultura risorgimentale cattolica (Gioberti) e laica (Mazzini, Garibaldi) e che, dopo l'infausta lettura in chiave revanscistica e imperialistica offertane dal fascismo, ha messo capo, nel secondo dopoguerra, alla rivendicazione per il nostro paese del ruolo geopolitico "di 'mediatore' o di 'costruttore di ponti' fra l'Europa, l'Africa settentrionale e (talvolta) il Medio Oriente"4, divenendo patrimonio comune di tutte le forze politiche: "sotto la forma dell'universalismo cristiano nel mondo cattolico, o della solidarietà umanitaria nelle forze laiche, o del collegamento internazionalista con i movimenti di liberazione del Terzo mondo nello schieramento di sinistra"5.
Non stupisce, quindi, che delle tre aree geopolitiche - atlantica, europea e mediterranea - verso cui l'Italia ha tradizionalmente indirizzato la sua azione, proprio la terza, corrispondente al bacino del Mediterraneo e alle regioni confinanti (Sahel, Golfo persico, Corno d'Africa), sia venuta progressivamente imponendosi come l'ambito di proiezione privilegiato della politica estera italiana, quello in cui il nostro paese, nel corso dell'ultimo quarto di secolo, ha manifestato con maggior evidenza la propensione per un comportamento esterno più dinamico e assertivo. Ne sono prova eloquente le numerose iniziative diplomatiche e politico-militari assunte dall'Italia in quest'area, prendendo spunto dalle quali molti osservatori, a partire dalla seconda metà degli anni ottanta, cominciarono a parlare di "stilnovo"6, di "profilo emergente"7, di "immobilismo al tramonto"8 della politica estera italiana.
È un fatto, tuttavia, che in questi ultimi anni numerosi sono stati coloro che, nel quadro di una più ampia critica dell'azione svolta dal governo Berlusconi in campo internazionale9 - azione cui generalmente si imputa di aver modificato l'equilibrio preesistente tra i due storici pilastri della politica estera italiana, l'atlantismo e l'europeismo, la fedeltà agli Stati Uniti e il sostegno all'Europa, in direzione di un progressivo rafforzamento dei rapporti bilaterali con Washington e di un sensibile affievolimento di quello spirito europeista cui si devono le pagine migliori della storia dell'Italia repubblicana -, hanno stigmatizzato la colpevole leggerezza con cui Berlusconi e il suo esecutivo avrebbero provveduto a dilapidare, nel volgere di pochi anni, il capitale di buoni (ed economicamente proficui) rapporti con i paesi del bacino del Mediterraneo, e più in generale con il mondo arabo e islamico, pazientemente accumulato nel corso di decenni, durante i quali l'Italia era rimasta saldamente ancorata al principio dell' "equidistanza mediterranea", che trovava la sua traduzione operativa nel costante riferimento all'Onu, nella pratica del bilateralismo e nella continua ricerca del dialogo con tutti i paesi della regione, indipendentemente dai loro allineamenti politici e ideologici e dal loro eventuale coinvolgimento in azioni dirette contro gli interessi italiani e occidentali.
Più che alle reiterate invettive antimusulmane degli esponenti della Lega (Calderoli in testa, per il quale "noi siamo una civiltà, l'Islam no"), o alle biasimevoli (e universalmente biasimate) dichiarazioni di Berlusconi in merito alla presunta "superiorità" della civiltà occidentale rispetto a quella islamica rimasta "ferma a 1.400 anni fa"10 - rilasciate nel corso di una conferenza stampa a Berlino, proprio nel momento in cui, all'indomani degli attentati dell'11 settembre 2001, per scongiurare ogni ipotesi di "scontro fra civiltà", gli sforzi della diplomazia internazionale erano volti alla costruzione di un'ampia coalizione antiterroristica comprendente i paesi arabi moderati -, è all'allineamento dell'Italia (dai più ritenuto acritico e servile) alla politica estera dell'amministrazione Bush che solitamente ci si rifà per dimostrare quanto il governo Berlusconi si sia allontanato da una tradizione di politica mediterranea (di cui, con accenti diversi, si sono fatti successivamente interpreti Mattei, Fanfani, Moro, Andreotti, Craxi e, più di recente, D'Alema) piuttosto sbilanciata, sia pure dietro la copertura offerta dalla formula dell' "equidistanza" (o, per dirla col D'Alema di oggi, dell' "equivicinanza"), in senso filoarabo.
Al fine di evidenziare meglio gli aspetti di continuità e/o di rottura con il passato della politica mediterranea del governo Berlusconi, qualche precisazione ulteriore, tuttavia, si impone. A cominciare da quella relativa al fatto che l'Italia non ha mai ceduto a illusioni panmediterranee e terzaforziste - neppure nei momenti di maggior fortuna del "neoatlantismo", quando si cercò, a imitazione della Francia, "ma su scala più modesta e con ambizioni prevalentemente mercantili"11, di creare spazi per un ruolo maggiormente autonomo dell'Italia nell'area mediterranea -, ma ha sempre agito, anche in relazione al contesto geopolitico dell' "insieme" mediterraneo12, nel quadro di un legame organico con gli Stati Uniti e gli alleati europei. Certo, nel "cerchio" mediterraneo i partiti politici italiani si sono mossi, fin dai primi anni del dopoguerra, con una libertà e un'inventiva ben maggiori di quelle palesate in rapporto alle questioni che riguardavano i pilastri costituzionali della politica estera del paese, atlantismo ed europeismo; non a caso, proprio sul terreno della politica mediterranea - dov'era più facile che le tendenze ireniche, pacifiste e terzomondiste dei cattolici si incontrassero con il neutralismo, il filoarabismo e l'internazionalismo umanitario di matrice marxista - si sono registrate, in più occasioni, significative convergenze fra taluni settori della maggioranza (in primis, la sinistra democristiana) e l'opposizione comunista. Bisogna tuttavia guardarsi dal far leva su queste convergenze per enfatizzare la "mediterraneità" italiana quale dimensione privilegiata di un possibile esercizio di autonomia della nostra politica estera, atto a correggere l'impressione di eccessiva subalternità agli alleati maggiori suscitata dalla "scelta di campo" atlantica ed europea. Non va dimenticato, infatti, che dalla nostra classe politica di governo la cosiddetta "vocazione" o "competenza" mediterranea dell'Italia non è mai stata concepita in contrapposizione all'atlantismo e all'europeismo, bensì come una dote geopolitica della quale servirsi per migliorare la posizione del paese all'interno della comunità euroatlantica; si trattava, in sostanza, di mettere la nostra "mediterraneità" al servizio degli interessi degli Stati Uniti e dell'Occidente, oltre che nazionali - in conformità alla caratteristica propensione della diplomazia italiana per "la ricerca costante [...] di una partnership mediterranea con una talassocrazia esterna"13 -, così da convincere il governo di Washington dell'utilità di stabilire un'intesa privilegiata, all'interno di quello che i romani chiamavano mare nostrum, con l'Italia, cui in tal modo si sarebbe assicurata la parificazione ai "grandi" d'Europa.
È un punto, questo, su cui richiama assai bene l'attenzione Alessandro Brogi, il quale scrive: "La pendolarità della politica italiana tra ricerca di un'azione regionale autonoma e fedeltà atlantica (o europea) è stata fin troppo messa in risalto nella storiografia. È pur vero che questa ambiguità di fondo connotò la 'vocazione mediterranea' italiana fin dai suoi esordi. Ma la dicotomia non deve essere esagerata. In realtà [...] il riferimento al Mediterraneo come tradizionale e naturale sfera di interesse italiana non serviva principalmente a evidenziare la 'mediterraneità' dell'Italia, ma la sua 'atlanticità'. Era un modo cioè per avvalorare il ruolo italiano all'interno dell'Alleanza atlantica e per opporsi a gerarchizzazioni e direttori all'interno di essa. A dimostrarlo sta il fatto che Roma rifiutasse sempre l'ipotesi di intese e patti mediterranei separati [...]. Un ragionamento simile, anche se con maggiori ambivalenze, rendeva la vocazione mediterranea non solo 'atlanticista' ma anche 'europeista'..."14.
Concetti analoghi esprime anche Martin Köhler, la cui periodizzazione della politica di sicurezza italiana nel Mediterraneo mostra come, ad una fase (gli anni settanta) in cui si tentò senza troppo successo di promuovere l'allargamento dell'influenza politica della Cee verso l'area mediterranea e mediorientale allo scopo di affrontare i problemi della regione con una strategia "europea"15, sia seguita (nella prima metà degli anni ottanta, in concomitanza con l'inasprimento del conflitto Est-Ovest) una "fase americana", nella quale si cercò, "attraverso uno stretto legame alla politica mediterranea degli Stati Uniti" e "un adattamento anticipato ai prevedibili interessi americani", di accrescere sia l'importanza regionale dell'Italia, sia il suo valore posizionale all'interno dell'Alleanza atlantica come possibile "partner per una divisione de facto del lavoro al di fuori del territorio Nato"16.
Le difficoltà incontrate nel perseguire ad un tempo gli obiettivi propri e quelli americani, rese più acute dalla disparità di vedute a proposito del terrorismo arabo - palesatasi in modo clamoroso in occasione della crisi dell' "Achille Lauro" e, poco più tardi, del bombardamento americano della Libia - indussero il governo italiano a riorientarsi (nella seconda metà degli anni ottanta) verso la prospettiva di una "europeizzazione" della propria politica mediterranea, soprattutto in materia di sicurezza. Ma (all'inizio degli anni novanta) la guerra del Golfo mutò bruscamente il quadro di riferimento della politica italiana nel Mediterraneo, indirizzandola nuovamente, anche a motivo dell'accresciuta vulnerabilità del nostro paese nei mutati scenari del dopo-guerra fredda, verso un assoggettamento rigoroso ai disegni strategici dell'alleato statunitense.
La ricostruzione di Köhler si ferma qui. Volendo completarla, si potrebbe osservare, insieme con Laura Guazzone, come a partire dalla metà degli anni novanta, sotto l'impulso dei governi di centrosinistra, l'Italia sia venuta caratterizzandosi non soltanto per una crescente propensione a dialogare, al fine di promuoverne il reinserimento nella comunità internazionale, con quei paesi problematici dell'area mediterranea (Iran, Iraq, Libia) cui da parte americana si continuava a guardare con malcelato sospetto come a delle "canaglie" dedite all'acquisizione di armi di distruzione di massa e strettamente implicate nelle trame del terrorismo internazionale, ma anche per l'adozione di iniziative diplomatiche che "appaiono ancorate ad una visione più organica e coerente degli interessi nazionali nell'area mediterranea, e al loro perseguimento in modo autonomo, ma non conflittuale rispetto agli alleati occidentali"17. Questo almeno fino a quando, sul piano internazionale, la saldatura, conseguente al trauma dell'11 settembre, tra la lotta al terrorismo e un rinascente spirito di crociata antislamica - saldatura di cui si è fatta interprete, nella forma "muscolare" della dottrina politico-strategica della guerra preventiva, soprattutto l'amministrazione Bush - non ha determinato, specialmente nello scacchiere mediterraneo, un nuovo mutamento di scenario e di indirizzi politici.
Alla luce di quanto detto fin qui, la propensione del governo Berlusconi a fare dell'allineamento alle posizioni degli Stati Uniti uno dei principi, se non il principio guida della nostra politica mediterranea, lungi dal rappresentare una novità, parrebbe inscriversi nel solco di una consolidata tradizione. Quid sub sole novum?, ci si potrebbe allora domandare. Di nuovo c'è l'irrompere sulla scena mondiale della minaccia costituita da un terrorismo internazionale di matrice islamica che, come i clamorosi attentati dell'11 settembre (e gli altri che sono seguiti in ogni parte del mondo, Europa compresa) ampiamente dimostrano, si è delocalizzato ed ha acquisito nuove capacità di destabilizzazione globale, e c'è la divaricazione crescente che si è venuta determinando tra le due sponde dell'Atlantico (ma anche in seno all'Unione europea) in relazione al significato da dare a quegli attentati e alle modalità di conduzione della "guerra globale al terrorismo" che in risposta ad essi è stata avviata dagli Stati Uniti18, e di cui la guerra in Iraq ha costituito finora il capitolo principale e maggiormente controverso.
Chiamato a scegliere tra l'Europa "atlantica" - cioè lo schieramento dei paesi convinti, come la Gran Bretagna, della necessità di mantenere un solido legame con gli Stati Uniti, "solitaria superpotenza" planetaria la cui leadership, ritenuta priva di alternative credibili, viene considerata una garanzia ai fini del mantenimento dell'ordine e della sicurezza internazionali - e l'Europa "renana" dell'asse franco-tedesco - che, con l'aggiunta della Russia (per tacere della Cina), ha costituito la spina dorsale dello schieramento contrario alla guerra e ha cercato di fungere da contraltare dell'hyperpuissance americana, ossia di gettare le basi per un assetto delle relazioni internazionali non più incardinato sullo strapotere politico e militare degli Stati Uniti, ma tendenzialmente multipolare -, il governo Berlusconi ha optato risolutamente per la prima. V'è chi ha criticato questa posizione ritenendola "un ritorno a quella politica estera 'predefinita' di appoggio indiscriminato all'alleato americano"19 che in passato ha procurato all'Italia la fama di paese to be taken for granted, di cui dare cioè per scontata la disponibilità ad allinearsi pedissequamente alle posizioni del governo di Washington. E v'è chi, oltre a criticare nel merito l'arruolamento dell'Italia nella "coalizione dei volenterosi", ha ironizzato sulle ambiguità, gli ondeggiamenti di linea, i calcolati silenzi, le inconfessate riserve, le furbizie diplomatiche e gli artifizi giuridici che avrebbero caratterizzato, durante l'intero arco della crisi irachena, il comportamento del governo italiano, il quale - stretto tra le disposizioni costituzionali che limitano la possibilità, per il nostro paese, di partecipare ad azioni belliche non fondate sulla legittima difesa e le pressioni del Vaticano, le proteste del fronte pacifista, le accuse dell'opposizione (peraltro lacerata da profonde divisioni) e le preoccupazioni suscitate da sondaggi d'opinione che confermavano l'esistenza di un sentimento di generale avversione alla guerra - ha provveduto, da un lato, a mantenere basso, tramite il ricorso alla formula della "non-belligeranza"20, il profilo del proprio sostegno all'intervento militare angloamericano e, dall'altro, a porre l'accento sugli aspetti umanitari dell'operazione "Antica Babilonia", stendendo, soprattutto a beneficio del-l'opinione pubblica, "una cortina fumogena buonista sul significato che avrebbe inevitabilmente assunto la nostra missione"21.
Nondimeno, se si guarda alla sostanza della posizione assunta dall'Italia rispetto al conflitto in Iraq, bisogna riconoscere che essa è stata lineare: il nostro governo ha caldeggiato una risoluzione pacifica della crisi e "ha mostrato una netta preferenza per la possibilità che un'eventuale iniziativa americana contro l'Iraq avvenisse con la legittimazione dell'Onu"22 e senza che fosse compromessa la coesione occidentale, ma quando questa ipotesi è tramontata esso, in conformità alla scelta di privilegiare il rapporto bilaterale e l'unità d'azione con gli Stati Uniti, si è schierato nettamente dalla parte del governo di Washington, presentando tale decisione "non tanto come una conseguenza della minaccia irachena, quanto come un portato dell'alleanza con gli Stati Uniti, prioritaria rispetto a ogni altro obiettivo di politica estera, ivi compresa la solidarietà europea"23.
Naturalmente, vi sarà sempre chi vedrà in questo comportamento un effetto del riflesso pavloviano di seguire comunque l'America e una conferma della tradizione di supina acquiescenza della nostra politica estera ai disegni egemonici dell'alleato statunitense. Ma si sbaglierebbe se dai ripetuti richiami del premier al "dovere storico di riconoscenza delle democrazie europee nei confronti della grande democrazia americana"24, o dal fatto ch'egli abbia "teso a dare una connotazione ideologico-morale alla decisione di schierarsi con gli Usa", ponendo l'accento "più su un vincolo generale di solidarietà con Washington che su considerazioni pragmatiche relative agli interessi nazionali in gioco"25, si fosse indotti a concludere che la posizione italiana rispetto alla guerra in Iraq è stata ispirata soltanto dalla deferenza o dal servilismo nei confronti del governo degli Stati Uniti. Piuttosto, si deve parlare di "una sostanziale identità nella lettura del problema e nella scelta di strategie"26 - identità che le affinità personali e le consonanze di programma tra Berlusconi e Bush hanno certamente contribuito a rafforzare.
Quando Berlusconi, nel suo discorso alla Camera del 19 marzo 2003, afferma che "non è più in gioco la via al disarmo iracheno, ma la chiara collocazione del nostro paese rispetto al conflitto che oppone alcune grandi democrazie nostre alleate [...] il nostro sostegno aperto a un paese che ha subito il terrorismo e vuole combatterlo estendendo nel mondo il perimetro delle libertà"27, dà voce alla convinzione, sua personale e del governo, che, di fronte agli inquietanti scenari aperti dagli attentati dell'11 settembre, si imponga più che mai una stringente logica di coalizione e sia un preciso interesse nazionale rendere ancor più solido il legame con gli Stati Uniti, la cui leadership, benevola e priva di alternative credibili, costituisce la migliore garanzia che le nuove minacce derivanti dalla diffusione del terrorismo e delle armi di distruzione di massa saranno efficacemente contrastate, anche attraverso il perseguimento dell'obiettivo dell'affermazione della democrazia in contesti dove finora hanno regnato il dispotismo e la violazione sistematica dei diritti umani - ed è proprio su questo obiettivo, piuttosto che su quello della neutralizzazione di specifiche fonti di minaccia, che insiste l'interpretazione berlusconiana della dottrina della guerra preventiva propugnata dall'amministrazione Bush.
È più che legittimo, e per certi versi anche doveroso, dissentire da questa impostazione - che, specialmente nella versione che ne danno i "neoconservatori" americani, presenta una gran quantità di aspetti criticabili: dallo spregiudicato unilateralismo alla visione quasi trionfalistica dello strapotere americano, dall'enfasi eccessiva posta sul potere militare alla grave sottovalutazione dell'importanza del soft power, dalla disinvolta svalutazione delle vecchie alleanze e dei contesti multilaterali permanenti (a tutto vantaggio delle alleanze ad hoc e delle "coalizioni dei volenterosi") all'indifferenza esibita per le norme del diritto internazionale -, ma bisogna riconoscere ch'essa possiede un certo grado di coerenza e di plausibilità.
Quanto, poi, all'altra critica che viene generalmente mossa al governo Berlusconi, quella di non aver fatto nulla per ricomporre la spaccatura verificatasi in seno all'Unione europea in occasione della crisi irachena, di avere anzi manifestato una chiara "propensione a spargere sale sulle ferite acuendo i contrasti piuttosto che ad appianarli"28 e di avere portato avanti "una linea di disancoramento dall'asse franco-tedesco e da Bruxelles che è andata a tutto vantaggio del divide et impera degli uomini di Bush"29 - basti pensare alla firma apposta in calce alla famosa "Lettera degli Otto"30 -, non ci si può esimere dal rilevare, insieme con Osvaldo Croci, che "il fatto che il governo non sia riuscito a ricostituire l'unità tra Europa e America non significa, comunque, che gli interessi italiani sarebbero stati tutelati meglio, se Berlusconi si fosse allineato con Chirac e Schroeder"31, sottomettendosi de facto a un direttorio incardinato sull'asse Parigi-Berlino che "ha poco a che fare con la vera integrazione europea e molto invece con le tradizionali politiche di potenza"32; tanto più che la posizione dei governi francese e tedesco, ispirata (sia pure per motivi diversi) al rifiuto pregiudiziale della guerra, paradossalmente ha compromesso ogni residua (seppur remota) possibilità di composizione pacifica della crisi, poiché non v'è compellence, cioè tentativo di convincere un avversario a fare qualcosa (nella fattispecie, ottemperare alle richieste della comunità internazionale in materia di ispezioni Onu e di disarmo), che possa aver successo se non si contrappone a quell'avversario un fronte unito e compatto e non si rende granitica la sua convinzione di non poter sfuggire alla ritorsione se respingerà le richieste, ciò che certo non si può ottenere escludendo a priori ogni forma di intervento militare33.
Non si può, tuttavia, non convenire con quanti, nel denunciare i limiti strutturali di una politica estera tesa a privilegiare la ricerca di una stretta cooperazione con gli Stati Uniti a scapito delle relazioni con i principali partner europei, hanno fatto notare che "gran parte dell'interesse americano per l'Italia è direttamente proporzionale alla capacità di Roma di influenzare i meccanismi comunitari" e che "abbandonare la priorità europea ha quindi conseguenze negative di lungo periodo anche nelle relazioni con Washington, poiché riduce il valore strategico del nostro paese agli occhi degli Stati Uniti"34. Detto altrimenti: a costituire un problema, sotto il governo Berlusconi, non è stato tanto il rafforzamento del primo dei due storici pilastri della politica estera italiana, la fedeltà agli Stati Uniti - ché, anzi, a parere di chi scrive, gli inquietanti scenari aperti dagli attentati dell'11 settembre fanno apparire la garanzia americana ancor più necessaria di prima -, bensì il fatto che esso sia avvenuto in un contesto europeo e multilaterale debole, senza cioè che il governo di Roma ponesse sufficiente attenzione all'importanza fondamentale che ha per l'Italia rimanere al centro del gioco diplomatico europeo e mantenere saldi legami con i paesi che formano il "gruppo di testa" dell'Unione, al di là di ogni compiacenza nei confronti di una presunta ortodossia europea.
Quelli sopradescritti sono indirizzi, orientamenti e limiti della politica estera del governo Berlusconi che, per rifarsi alla classica geometria dei "tre cerchi", hanno fatto sentire i propri effetti, per lo più negativi, anche (se non specialmente) in rapporto al "cerchio" mediterraneo. In questo scacchiere, infatti, lo stretto legame con Washington ha costituito, nel bene e nel male, un punto di riferimento costante dell'azione internazionale dell'Italia, che alcuni episodi spiacevoli (come il caso Calipari) o imbarazzanti (come l' "affare Niger-gate", o l'apertura di un'inchiesta sulle attività della Cia nel nostro paese e sul presunto coinvolgimento italiano nei rendition flights americani in Europa) non sono certo bastati a mettere in crisi. Al punto che, volendo riprendere e aggiornare la metafora scherzosa con cui negli anni ottanta ci si riferiva alla politica mediterranea dell'Italia come alla politica "della moglie americana e dell'amante araba", nel quadro di un ménage in cui "la moglie faceva la gelosa salvo poi sfruttare la stessa relazione extraconiugale per i propri interessi", si potrebbe affermare che in questi ultimi anni "la tresca è saltata definitivamente", nel senso che "l'amante è stata abbandonata ed è rimasta la moglie, nel frattempo diventata più esigente, meno tollerante nei riguardi delle amanti, più acida e dispotica"35. Mai come oggi, invece, occorrerebbe, nello stesso interesse della moglie americana, che l'Italia si rifacesse l'amante araba, giacché è proprio "nelle chiavi autonome di accesso al mosaico arabo e mediorientale" (oltre che, come si è detto, nella capacità di influenzare le politiche dell'Unione europea) che risiede "il maggior valore aggiunto che il nostro paese è in grado di portare nell'amicizia con gli Stati Uniti"36. Viceversa, il governo Berlusconi non si è peritato di sacrificare, sull'altare del rapporto preferenziale con gli Stati Uniti, non soltanto la necessaria ricerca (e salvaguardia) della coesione europea, ma, in qualche caso, come quello esemplare dei rapporti con Teheran, addirittura rilevanti interessi nazionali.
Riguardo al primo punto, tocca osservare come fin troppo spesso le prese di posizione di Berlusconi, ma anche di Fini, in merito alle più rilevanti questioni di politica mediterranea siano apparse dissonanti rispetto agli indirizzi prevalenti all'interno dell'Unione europea. Si consideri, per esempio, il conflitto israelo-palestinese: è innegabile che, rispetto alla linea di (presunta) equidistanza seguita dalla maggior parte dei governi europei, la posizione dell'Italia si è caratterizzata per un più marcato sostegno ad Israele, in conformità ai consolidati indirizzi della politica mediorientale degli Stati Uniti, tradizionali sostenitori dello stato ebraico, ma anche alla "percezione che, con la diffusione del terrorismo di matrice islamica, sia strategicamente necessaria una cooperazione con gli israeliani"37. L'opinione di chi scrive è che, a fronte dell'accentuata propensione filopalestinese dei passati governi italiani, una più attenta considerazione degli interessi e delle preoccupazioni di Israele sia giustificata ed opportuna, e che non si possa liquidare come meramente strumentale e opportunistico il cammino che ha portato Fini ad essere concordemente ritenuto "uno dei politici più filoisraeliani in Europa"38.
Del tutto inopportuno, però, deve ritenersi il comportamento tenuto da Berlusconi nel giugno 2003, quando, durante una visita in Medio Oriente fatta in preparazione del semestre di presidenza italiana dell'Unione europea, si è rifiutato di incontrare Arafat, a dispetto della decisione di non interrompere (come richiesto dal governo americano) i rapporti diplomatici con il presidente dell'Anp assunta in sede comunitaria. E altrettanto inopportune sono state le successive dichiarazioni con cui lo stesso Berlusconi e il vicepremier Fini hanno manifestato comprensione per la decisione di Israele di costruire un muro di protezione lungo il confine con la Cisgiordania occupata e a Gerusalemme est39 - dichiarazioni che hanno costretto il ministro degli Esteri Frattini a intervenire pubblicamente per ribadire la posizione contraria dell'Unione europea40, ciò che tuttavia non è servito ad evitare che il leader della Lega araba, Amr Moussa, disertasse, in aperta polemica con l'Italia, la VI Conferenza ministeriale euro-mediterranea tenutasi a Napoli nel dicembre 2003, al cui successo la presidenza italiana aveva affidato le proprie speranze di rilancio del processo di Barcellona41.
È un fatto, però, che in sede Onu l'Italia, forse per non rimanere isolata (al fianco di Israele, Stati Uniti, Isole Marshall e Micronesia) nella difesa del "muro", o più probabilmente per il timore di diventare bersaglio del terrorismo, ha votato a favore della mozione che condannava il governo israeliano per la costruzione di quella controversa barriera, pur non perdendo occasione per denunciare le persistenze di antisemitismo riscontrabili anche in Europa (si pensi agli scioccanti risultati del sondaggio dell'Eurobarometro che, nel novembre 2003, individuava nello stato di Israele il maggior pericolo per la pace nel mondo) e per ribadire la propria stretta sintonia con Gerusalemme e la propria totale comprensione per le esigenze di sicurezza dello stato ebraico, "unica democrazia [del Medio Oriente], circondata da dittature feroci e teocratiche", e, in quanto "proiezione dell'Europa", legittimamente candidabile a una futura adesione all'Unione europea42.
Proprio i ripetuti e disinvolti pronunciamenti di Berlusconi (e in minor misura di Fini) in merito all'opportunità di allargare, in un prossimo futuro, i confini dell'Unione fino ad includervi, oltre alla Turchia, anche Israele e la Russia - prospettiva bollata come assurda eresia dai francesi43, e rigettata anche da Prodi, nella sua veste di presidente della Commissione europea, perché, giusta l'indicazione programmatica contenuta nel documento Wider Europe, con i nostri vicini orientali (Russia, Ucraina, Moldavia) e con i paesi della sponda sud del Mediterraneo, Israele compreso, "si può mettere insieme tutto, ma non le istituzioni"44 - forniscono una prova ulteriore della propensione del governo Berlusconi ad assumere posizioni suscettibili, per la loro sospetta vicinanza agli orientamenti dell'amministrazione Bush, di isolarlo dalla grande maggioranza dei partner europei. V'è chi ha osservato, infatti, riferendosi alle reiterate professioni di fede berlusconiane nell'assimilazione prossima ventura di Turchia, Russia e Israele, che "non si sa se mettere un siffatto ripetuto discorso sul conto di una insufficiente cultura comunitaria, oppure ascriverlo alla categoria dei ballon d'essai", nel qual caso "ci troveremmo di fronte a un disegno tendenzialmente volto a ridimensionare l'ultradecennale impresa europea in una larga, e innocua, zona di libero scambio"45, conformemente ai desideri neanche troppo nascosti di americani ed inglesi.
In effetti, è difficile sottrarsi all'impressione che, anche su tale questione, la posizione di Berlusconi abbia finito per rispecchiare quella dei governi di Washington e di Londra, per i quali un ulteriore allargamento dell'Unione europea - lungi dall'essere propedeutico all'acquisizione, da parte dell'Europa, di quella dimensione territoriale, demografica, economica e strategica che, sola, potrebbe consentirle di operare nell'arena internazionale come un attore globale, capace di favorire il consolidamento strutturale in senso multipolare del sistema internazionale - costituisce il modo più semplice ed efficace per annacquare e far definitivamente naufragare il progetto politico europeista, e per far prevalere le ragioni della solidarietà transatlantica su quelle di un europeismo "terzaforzista", sia pure aggiornato e corretto46.
Tante, come si vede, sono le questioni, aventi direttamente o indirettamente a che fare con la politica mediterranea e mediorientale del nostro paese, rispetto alle quali l'Italia, sotto il governo Berlusconi, ha finito per trovarsi isolata, o ha rischiato l'isolamento, in ambito europeo. A quelle già ricordate se ne potrebbero aggiungere molte altre; ci si limiterà a richiamarne una, quella relativa al giudizio su Arafat e al livello della delegazione da inviare ai suoi funerali. La morte, nel novembre 2004, del leader storico dell'Olp ha offerto, infatti, al vicepremier Fini, in visita a Gerusalemme e a un passo dall'assumere la titolarità della Farnesina per la nomina del ministro Frattini a commissario europeo, l'occasione per alcune dichiarazioni di inusitata durezza: "È una giornata storica" per la sicurezza di Israele - queste le parole di Fini, scevre di ogni umano cordoglio -, perché è uscito di scena un personaggio che "ha avuto comportamenti ambigui nei confronti del terrorismo", e "se la pace oggi non è stata raggiunta lo si deve anche a queste ambiguità"; ecco perché la sua morte apre "una nuova fase molto importante di speranza"47. Inoltre, a differenza di quasi tutti gli altri governi europei, il governo italiano decideva di non presenziare ai funerali del rais con il proprio ministro degli Esteri, bensì con una delegazione formata dal presidente del Senato Pera, dal ministro per le Politiche agricole Alemanno e dal sottosegretario agli Esteri Mantica, al quale ultimo soltanto, addirittura, si era inizialmente pensato di affidare la rappresentanza dell'Italia, dando corpo alla prospettiva, vivacemente contrastata dall'opposizione di centrosinistra e più discretamente dal Quirinale e solo in parte scongiurata dalle scelte successive, di un'Italia gravemente sottorappresentata, che poteva giustificare l'impressione sia di un eccessivo appiattimento sulle valutazioni, severissime nei confronti di Arafat, del governo Sharon e dell'amministrazione Bush, sia di un'inedita volontà di distacco dalle tormentate vicende dello scacchiere mediorientale.
Naturalmente, la sistematica riaffermazione, nella pratica diplomatica se non in termini di retorica pubblica, del primato delle esigenze della fedeltà agli Stati Uniti rispetto a quelle della fedeltà europea, e il contestuale affievolimento, nel nome del legame bilaterale con Washington, di quello spirito europeista, integrazionista e multilateralista che ha sempre costituito uno degli assi portanti della nostra politica estera, non hanno facilitato il governo Berlusconi nei momenti, e ve ne sono stati parecchi, in cui l'urgenza e la drammaticità di certe situazioni - si pensi al problema sempre più grave dell'immigrazione clandestina di provenienza nordafricana, soprattutto libica - gli hanno imposto di ricercare (e talora lo hanno indotto a reclamare a gran voce) l'appoggio e la collaborazione dei partner europei. Bisogna, tuttavia, riconoscere che il contributo fornito dal governo italiano alla definizione, in sede europea, di più avanzate ed efficaci politiche sulle questioni di comune interesse attinenti all'area mediterranea è stato, in talune occasioni, assai apprezzabile, se non decisivo: come quando si è opportunamente convenuto di adottare regole più trasparenti per il sostegno finanziario europeo alle organizzazioni palestinesi, o quando si è deciso, sull'esempio americano, di includere Hamas nella lista delle formazioni terroristiche stilata dall'Unione - decisione, quest'ultima, piuttosto tormentata, per le divisioni esistenti tra i partner europei, e tra questi e l'America, riguardo alla definizione di terrorismo48.
Tocca infine accennare, più estesamente, al secondo punto messo in luce dalla nostra analisi, quello relativo al fatto che il governo Berlusconi ha mostrato sempre un'estrema riluttanza anche solo ad attenuare il proprio sbilanciamento in senso filoamericano, non peritandosi, in qualche frangente, di sacrificare al legame con gli Stati Uniti perfino interessi nazionali di un certo rilievo. Vero è che in qualche caso si è esibito un atteggiamento più volitivo e ci si è mostrati meno sensibili alla pressioni americane: si pensi al secco rifiuto opposto da Berlusconi, nel maggio 2002, alla richiesta, proveniente dal governo degli Stati Uniti e dal Vaticano, di ospitare in Italia i tredici miliziani palestinesi prigionieri nella basilica della Natività di Betlemme - rifiuto certo motivato dall'esigenza di distinguersi dalla linea filoaraba dei precedenti governi di centrosinistra, evitando una spiacevole replica del "caso Ocalan", ma soprattutto funzionale alla strategia di accreditamento interno ed internazionale perseguita da Berlusconi, cui stava particolarmente a cuore proiettare di sé l'immagine di un leader forte, a capo di una nazione di nuovo attenta alla difesa dei propri interessi e indisponibile ad essere snobbata o data "per scontata" dagli alleati, ciò che per l'appunto era successo in questo caso, in cui a Palazzo Chigi ci si era sentiti scavalcati ed esclusi da un negoziato condotto, dagli americani e dalla diplomazia vaticana, lungo canali paralleli e mai comunicanti con quelli ufficiali del governo italiano. Nondimeno, casi del genere rappresentano un'eccezione rispetto alla regola, di fatto interiorizzata dal governo Berlusconi, dell'allineamento rigoroso alle posizioni, del pronto accoglimento delle richieste e perfino dell'anticipazione dei desiderata del governo degli Stati Uniti.
Paradigmatiche, sotto questo profilo, possono considerarsi, come s'è detto, le relazioni intrattenute dall'Italia con il governo di Teheran, e in particolare la nostra posizione riguardo alla trattativa sul programma nucleare iraniano. Da quando, nel 2003, Gran Bretagna, Francia e Germania hanno avviato, con lo scettico consenso di Washington, questa difficile trattativa, il governo di Roma - che intorno alla fine degli anni novanta era stato capace di costruire con l'Iran del presidente Khatami una relazione privilegiata, che aveva suscitato una vasta eco internazionale e aveva elevato il nostro paese al rango di primo partner commerciale occidentale di Teheran - ha guardato con crescente apprensione all'eventualità (divenuta ormai quasi una certezza) che il negoziato in corso, da cui l'Italia è esclusa, possa servire, anche in caso di fallimento, a consacrare, con grave nocumento per i nostri interessi e le nostre ambizioni, il ruolo della Germania quale membro de facto del Consiglio di sicurezza dell'Onu, in virtù della progressiva istituzionalizzazione del direttorio informale (G6) in cui, accanto a Stati Uniti, Russia e Cina, siedono appunto i tre Grandi d'Europa.
L'aspetto veramente paradossale di questa vicenda è che il governo italiano, dalla partita diplomatica in cui oggi sta tentando in ogni modo (ma finora con scarsi risultati) di rientrare, si è escluso da solo, lasciando irresponsabilmente cadere nel vuoto l'invito ad organizzare il tavolo negoziale sul programma nucleare iraniano rivoltogli da Teheran nel secondo semestre del 2003, quando l'Italia aveva la presidenza di turno dell'Unione europea. "Sì, è vero" - ha confidato di recente un diplomatico italiano a "La Repubblica" - "l'Iran aveva offerto a noi italiani il negoziato. Abbiamo discusso per molto tempo, poi è prevalsa la linea di non farne nulla. La mia idea è che Berlusconi non abbia voluto affrontare qualcosa di spiacevole con gli americani, qualcosa che soltanto lontanamente li potesse irritare"49. In effetti, sembra essere proprio questa la sola spiegazione plausibile di quello che ormai, senza ombra di dubbio, si configura come un errore strategico di gigantesche proporzioni, foriero di conseguenze assai gravi per gli interessi nazionali dell'Italia, la quale rischia, da un lato, di non avere alcuna voce in capitolo in quella che si annuncia come una delle partite politico-diplomatiche più importanti, delicate e complesse dell'inizio del XXI secolo e, dall'altro, di veder vanificato il successo della propria azione di contrasto nei confronti della proposta di riforma del Consiglio di sicurezza dell'Onu avanzata dal cosiddetto G4 (Germania, Giappone, Brasile e India)50, a seguito di una riforma de facto dei vertici della politica mondiale suscettibile di sancire la definitiva retrocessione strategica del nostro paese.
A conclusione dell'analisi a cui in queste pagine abbiamo sottoposto la politica dispiegata dal governo Berlusconi nell'area mediterranea, può essere interessante rilevare come questa politica, oltre a risentire dei limiti già evidenziati, abbia patito il gravame di non pochi di quegli "antichi vizi" che da sempre, in maggiore o minor misura, affliggono l'azione internazionale dell'Italia, compromettendone l'efficacia. Due di questi, in particolare, meritano di essere sottolineati.
Il primo ha a che fare con la mai abbastanza biasimata "mania della presenza", con cui ci si riferisce al desiderio quasi ossessivo dei nostri governanti di partecipare sempre, comunque e dovunque ai consessi internazionali e di "velare la nostra inesistenza politica [...] con gesti che sottolineino agli occhi degli stranieri, ma soprattutto degli italiani, la 'presenza' dell'Italia sulla scena internazionale"51 - desiderio che, se viene frustrato, mette capo a sterili invettive nei confronti di immaginari complotti volti a sancire la marginalizzazione dell'Italia ma, se trova soddisfazione, raramente ci fa guadagnare in prestigio e credibilità, poiché "noi vogliamo essere presenti, ma in un certo senso si dovrebbe aggiungere che ci accontentiamo soltanto di essere presenti"52. Piuttosto che di "mania della presenza", o di "politica della sedia", bisognerebbe tuttavia parlare, nel caso di Berlusconi, di "politica della sede", o di "catering diplomacy", dato che una delle principali preoccupazioni del suo governo è stata quella di "trasformare il paese nel cuore cerimoniale della politica internazionale"53: si pensi, per rimanere in ambito mediterraneo, al fallito tentativo di barattare l'accoglienza dei tredici miliziani palestinesi prigionieri nella basilica della Natività di Betlemme con l'organizzazione di una Conferenza internazionale per la Palestina da tenersi a Roma, e alle successive, reiterate offerte di ospitare in Italia, ad Erice, una Conferenza di pace per il Medio Oriente54.
Il secondo vizio, ben più grave, ha a che fare, invece, con "quello che si potrebbe chiamare il verbalismo della politica estera italiana: dichiarazioni ed affermazioni a cui finiamo purtroppo per credere noi stessi, ma a cui non tiene dietro che ben poco di concreto"55. Di questo "verbalismo", gravido di conseguenze assai nocive per la credibilità internazionale dell'Italia, la politica mediterranea del governo Berlusconi ha offerto fulgidi esempi, il più noto dei quali è forse quello relativo alla proposta di sostenere economicamente il popolo palestinese attraverso un massiccio programma di aiuti, il cosiddetto "piano Marshall per la Palestina", il quale però, com'è stato giustamente osservato, oltre a tradire "una visione riduttiva delle rivendicazioni politiche palestinesi", peccava di anacronismo, configurandosi come "una tipica iniziativa destinata a consolidare la pace una volta che sia fatta", ma che "nel mezzo del conflitto è invece solo destinata a restare nel cassetto"56. Del vizio del "verbalismo" hanno risentito pure i rapporti con la Libia del colonnello Gheddafi, cui Berlusconi ha fatto visita ben quattro volte in due anni, senza peraltro ricavarne i frutti sperati, malgrado i profluvi di retorica intesi a celebrare la portata storica di certi accordi - come quello dell'ottobre 2004, relativo alla trasformazione del "giorno della vendetta" (il 7 ottobre 1970, quando fu decretata l'espulsione dei ventimila italiani nati e residenti in Libia) in "giorno dell'amicizia", che valse al colonnello libico l'appellativo di "leader della libertà", ma che rivelò assai presto la propria fragilità, tant'è che solo un anno dopo le celebrazioni dell'anniversario della cacciata degli ultimi colonialisti italiani furono ripristinate. Se, infatti, le relazioni tra i due paesi - che hanno attraversato una fase di crisi a causa dei disordini provocati, a Tripoli e Bengasi, dalla sciagurata esibizione televisiva dell'allora ministro Calderoli, che ha mostrato una maglietta con la riproduzione di vignette sacrileghe per l'Islam - ancora non sono approdate a una piena normalizzazione, che sarebbe quanto mai auspicabile ai fini di un più efficace contenimento dell' "emergenza clandestini" in quel di Lampedusa e in tutta la Sicilia, è soprattutto perché le trattative tra le parti si sono arenate sulla questione dell'entità del gesto di rappacificazione e di risarcimento per il passato coloniale dell'Italia reclamato da Gheddafi: per Tripoli, tale gesto dovrebbe consistere, in conformità a quanto promesso o almeno ventilato nel 2001 dal ministro degli Esteri Ruggiero, nell'impegno italiano a costruire un'autostrada litoranea di 2.000 chilometri dai confini con la Tunisia a quelli con l'Egitto; Roma, però, nega di aver fatto una simile promessa e sostiene che il proprio impegno (equivocato dalla controparte) era limitato a uno studio di fattibilità dell'opera, i cui costi, stimati attorno ai sei miliardi di euro, risulterebbero comunque proibitivi nelle attuali condizioni di bilancio delle finanze italiane. La verità storica sui termini della nostra "promessa" non è stata ancora accertata, ma è un fatto che i libici hanno vissuto come un affronto grave l'atteggiamento italiano.
Ma non basta: sempre in tema di promesse (questa volta incontestate) non mantenute, che dire della preoccupante contrazione dei fondi destinati dall'Italia alla cooperazione allo sviluppo? Berlusconi si era solennemente impegnato, in più di un'occasione, ad accrescere tali fondi, fino a portarli allo 0,33 per cento del Pil entro il 2006, allo 0,51 per cento entro il 2010 e allo 0,70 per cento entro il 2015; invece, a dispetto di qualche timido tentativo di correggere la tendenza, oggi figuriamo all'ultimo posto tra tutti i paesi donatori, con una cifra che si attesta sconsolatamente attorno allo 0,15 per cento.
Come si vede, ce n'è abbastanza per dimostrare quanto fragili siano state, sotto vari profili, le basi su cui ha poggiato la politica di affermazione nazionale, e insieme aperturista nei confronti delle esigenze americane, perseguita, soprattutto in ambito mediterraneo, dal governo Berlusconi (v'è chi ha parlato, a questo riguardo, di un mix di "ambizione" e "leggerezza")57.
Purtroppo, se fino a un anno fa ci si poteva cullare nell'illusione che con il ritorno del centrosinistra al governo la politica estera (e quindi anche quella mediterranea) dell'Italia avrebbe potuto facilmente emendarsi dai limiti e dai vizi della gestione berlusconiana e incamminarsi lungo la via della riscoperta dei pregi di un approccio autenticamente multilaterale, capace di conciliare le due "fedeltà", quella atlantica e quella europea, tenendo fermo a "una formulazione dell'interesse nazionale di segno partecipativo e non isolazionistico, oltre che adeguata agli spazi di autonomia che si sono aperti per il nostro paese con la fine del bipolarismo"58, oggi, dopo i primi dodici mesi di vita del governo Prodi, è difficile sottrarsi all'amara impressione che proprio la politica estera rappresenti la principale spina nel fianco dell'attuale coalizione di governo, all'interno della quale pare farsi ogni giorno più difficile la convivenza tra una maggioranza riformista dalla spiccata propensione occidentalista e multilateralista e una battagliera minoranza massimalista che, prigioniera di un inveterato pregiudizio antiamericano, considera il multilateralismo come uno strumento di cui servirsi in opposizione alla Nato e alla politica degli Stati Uniti.
Come hanno ampiamente dimostrato i recenti, tormentati dibattiti e voti parlamentari sulla politica estera, e in particolare sul rifinanziamento della missione in Afghanistan, le divisioni all'interno della coalizione di centrosinistra sono profonde e riguardano questioni di vitale importanza: dall'impiego dello strumento militare alla partecipazione ad operazioni di peacekeeping, dai rapporti con gli Stati Uniti alle basi americane in Italia, dal giudizio sull'11 settembre e sulla minaccia rappresentata dal terrorismo e dal fondamentalismo di matrice islamica ai rapporti con Israele. Quel che soltanto sembra tenere assieme (ma per quanto tempo ancora?) le diverse anime della maggioranza è, da un lato, la comprensibile esigenza di non far cadere il governo Prodi e, dall'altro, la volontà di marcare una discontinuità rispetto agli indirizzi del governo Berlusconi, riportando in primo piano, conformemente a una tradizione diplomatica ben rappresentata dal pragmatismo e filoarabismo di Andreotti, l'interesse geopolitico dell'Italia per un dialogo sempre più intenso con il mondo arabo e per una completa pacificazione del bacino del Mediterraneo, l'area dove le linee di frattura planetaria indicate da Samuel Huntington sprigionano da tempo le maggiori tensioni - ciò che "incrementa realisticamente lo spettro delle minacce al sistema Italia nel suo complesso, sebbene esse tendano ad assumere una forma indiretta (movimenti migratori di massa, terrorismo, conflitti a bassa intensità che minacciano gli interessi e/o i cittadini italiani nelle aree di crisi regionali)"59.
Elevata, tuttavia, rimane la probabilità che il governo Prodi sia destinato, nella migliore delle ipotesi, a ripercorrere la strada dei quattro governi di centrosinistra della XIII legislatura, i quali hanno sempre dovuto guardarsi dal rischio di repentini sfaldamenti della coalizione che li sosteneva e non hanno mai potuto contare, in materia di politica estera, su una stabile e autosufficiente maggioranza parlamentare, trovandosi non di rado costretti (come in occasione dei voti sulla missione "Alba", nel 1997, e sull'intervento militare in Kosovo, nel 1999) a fare affidamento sul senso di responsabilità dell'opposizione di centrodestra per mettere assieme i consensi necessari al mantenimento degli impegni assunti in campo internazionale - la qual cosa, sia detto per inciso, non è vera bipartisanship, presupponendo tale formula che la politica estera del governo ottenga il consenso di tutta la maggioranza prima che l'appoggio di una parte dell'opposizione, il cui sostegno, senz'altro auspicabile, deve avere un valore rafforzativo e non surrogatorio, deve servire a rendere più forte e autorevole la maggioranza esistente e non a rimediare all'inesistenza di una maggioranza.
Non si può, inoltre, fare a meno di osservare come il tentativo dell'attuale governo di coniugare la tradizionale fedeltà alla Nato e agli Stati Uniti con la determinazione a mantenere buoni rapporti con tutti gli attori dell'area mediterranea, e con l'esigenza di non fornire argomenti polemici alla sinistra radicale, il cui appoggio è decisivo per la sopravvivenza dell'esecutivo, non sia stato sempre coronato da successo, anzi abbia sovente messo capo a comportamenti che hanno suscitato malumori sia a Washington sia tra i nostri partner atlantici e i nostri interlocutori regionali, al punto che si potrebbe essere indotti a pensare che si tratti di un'impresa impossibile, di una sorta di "quadratura del cerchio". Eppure, è proprio questo il nodo che l'Italia è chiamata a sciogliere se vuole riuscire a gestire in modo razionale e politicamente avvertito il proprio ruolo nel travagliato contesto geopolitico dell' "insieme" mediterraneo. Così come deve astenersi dal commettere un duplice errore, in cui purtroppo è incorsa spesso, anche negli ultimi tempi: da un lato, quello di decidere se partecipare o meno a missioni militari potenzialmente rischiose e operativamente onerose esclusivamente in base a considerazioni (non sempre attente) di carattere politico-diplomatico, senza valutare appieno i costi, i rischi, i benefici, le implicazioni strategiche e la fattibilità tecnico-militare di tali missioni, col pericolo di finire, in questo modo, per assumere impegni che sarebbe meglio evitare; dall'altro, quello di perseguire "una politica di appeasement omnidirezionale nei confronti degli altri attori regionali foriera del rischio di dare a quelli più aggressivi l'impressione di una sostanziale debolezza e di scarse capacità di manovra"60. Del primo errore fornisce, con ogni probabilità, un esempio la missione in Libano, considerata dalla maggior parte degli analisti un azzardo. Del secondo, invece, si trova traccia nella malcelata propensione ad affrontare la minaccia terroristica per mezzo di una strategia che, nutrita da generiche esortazioni al dialogo interculturale e interreligioso e da sterili divagazioni pseudosociologiche sulle cause della fenomenologia terroristica, pare indulgere fin troppo spesso ad una sorta di "illusione della santuarizzazione", cioè alla speranza, decisamente irrealistica (specialmente dopo i tragici attentati di Madrid e Londra), di potersi chiamare fuori dal conflitto in corso (che l'Islam avrebbe scatenato soltanto contro Stati Uniti ed Israele, in risposta alle loro politiche aggressive e imperialistiche), rifugiandosi in una comoda (quanto improbabile) neutralità. E di ciò costituisce un esempio la sciagurata gestione del "caso Mastrogiacomo".
Sono errori, questi, che il nostro paese non si può più permettere di compiere, pena un'irrimediabile compromissione della sua credibilità internazionale, specialmente in un'epoca, come quella inaugurata dalla fine del bipolarismo e, più tardi, dall'11 settembre, in cui "non basta più appartenere: occorre operare, dimostrare, qualificarsi con la propria presenza e il proprio peso", perché "si può anche essere membri in astratto di qualsiasi organizzazione, foro o alleanza, ma nello stesso tempo risultare nei fatti marginalizzati o relegati nella categoria di membri a velocità ridotta"61 - ciò che, si badi, non significa dover perseguire a tutti i costi una politica di prestigio, ma significa, piuttosto, far tesoro della nota massima di Carlo Sforza secondo cui "non esiste una politica di prestigio, perché il prestigio è conseguenza di una politica"62.


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