Convegni "Alle radici della Costituzione"



Nell'autunno del 2007 l'Istituto ha aderito al progetto "Quando la libertà è altrove", promosso dai torinesi Centro studi Piero Gobetti, Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci, Fondazione Rosselli e Istituto di studi storici Gaetano Salvemini, allo scopo di ripercorrere la storia biografica e intellettuale di Antonio Gramsci, Piero Gobetti, Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli, la loro esperienza dell'esilio e della persecuzione da parte del regime fascista, l'importanza e il valore del loro pensiero politico.
L'iniziativa, realizzata con la compartecipazione del Comitato della Regione Piemonte per l'affermazione dei valori della Resistenza e dei principi della Costituzione repubblicana, si è articolata, per quanto riguarda le nostre province, in tre convegni dal titolo "Alle radici della Costituzione. Culture politiche a confronto: progetto sociale ed impegno etico-civile", tenutisi rispettivamente a Vercelli il 17 novembre, a Biella il 22 novembre e a Varallo il 29 novembre e rivolti principalmente agli studenti delle scuole medie superiori. I convegni organizzati dall'Istituto, oltre a soffermarsi sulle rilevanti personalità della storia politica e culturale del nostro paese sopra citate, hanno posto attenzione anche al ruolo di don Luigi Sturzo, ulteriore importante tassello per avere un quadro completo delle culture politiche dalle quali è scaturita la nostra Costituzione.
Come ha sottolineato Stefano Levi Della Torre, saggista e docente al Politecnico di Milano, nella sua relazione al convegno di Biella, il merito di ricordare figure politiche così significativamente accomunate dall'aver saputo trasformare la limitazione della propria libertà in uno stimolo a reagire sta nel non consentire il troppo frequente abbandono alla retorica della memoria, ossia al ricordo delle vittime esclusivamente come di chi ha subito il male, e nel contribuire a dare risalto a coloro che hanno agito per opporvisi.
Compiendo un excursus attraverso le pagine della letteratura che più intensamente affrontano il tema dell'esilio, Levi Della Torre ha mostrato come la sofferenza e lo spaesamento connessi all'allontanamento forzato dalla propria vita consueta possano costituire una preziosa occasione di conoscenza, un'opportunità per guardare alle cose da una prospettiva più ampia e da un punto di vista diverso. Così Dante in esilio scrive il più grande poema della letteratura italiana e Tolstoj, in "Guerra e pace", per bocca di Pierre, di ritorno a Mosca dopo la dura prigionia in Francia, afferma: "Noi pensiamo che quando siamo spinti fuori dal solito sentiero tutto sia finito per noi, invece è solo lì che comincia il nuovo, il vero".
Anche il torinese Carlo Levi, proprio grazie all'esperienza del confino in un paese della Lucania, matura quella completa e complessa visione della società italiana che rielaborerà nel suo libro più noto, "Cristo si è fermato a Eboli" e, nel periodo drammatico del suo esilio in Francia, durante il quale scrive "Paura della libertà", riconosce il verificarsi delle condizioni migliori per capire il presente e immaginare il futuro. Fino ad arrivare a Primo Levi e alla sua esperienza tragica del campo di sterminio che, portando alle estreme conseguenze i rapporti di gerarchia e prepotenza che regolano i comportamenti umani, rende possibile lo svelamento dei meccanismi psicologici, sociali ed economici che li sottendono.
Pur precisando di non voler affatto sostenere una sorta di concezione darwiniana dell'esilio e della sopraffazione, che induca a interpretarli come strumenti indispensabili all'evoluzione del genere umano, Levi Della Torre ha sottolineato la possibilità di rivelazione che portano con sé, l'opportunità di elaborare una maggiore comprensione del reale offerta dallo stato di necessità e lo sviluppo intellettuale che ne deriva. Il legame tra intelligenza ed esilio è perciò strettissimo, intendendosi per esilio, non solo l'essere fisicamente costretti ad allontanarsi dalla propria casa, ma anche il fatto mentale della dislocazione, del prendere le distanze da se stessi e dal proprio orizzonte limitato per aprirsi alla scoperta del mondo e dell'altro da sé.
Questa predisposizione a guardare dal di fuori permette il formarsi di uno spirito critico e laico che, vedendo le cose con più chiarezza, rifugge dalla cultura intesa come insieme di religioni, tradizioni e costumi codificati una volta per tutte e ne esalta al contrario gli aspetti creativi e la capacità di mettere in discussione abitudini mentali e sociali.
Proprio il concetto di cultura come capacità critica, così determinante per aprire la strada all'integrazione e al confronto in un mondo globalizzato come il nostro, è ciò che accomuna Gramsci, Gobetti, Salvemini e Rosselli, tutti inscrivibili a vario titolo, pur nella diversità delle idee, nel movimento politico e culturale di "Giustizia e libertà". Questi due concetti, solo in apparenza facilmente conciliabili, sono in realtà estremamente divergenti, nella misura in cui, mentre l'uno tende all'eguaglianza, l'altro fa della differenza il proprio fondamento.

Il merito di aver elaborato un pensiero che sancisca il legame indissolubile di giustizia e libertà è da attribuire in massima parte a Carlo Rosselli, la cui figura e le cui riflessioni politiche sono state tratteggiate, in tutti e tre i convegni, da Franco Sbarberi, docente di filosofia politica all'Università di Torino e autore, tra gli altri, del volume "L'utopia della libertà eguale. Il liberalismo sociale da Rosselli a Bobbio".
Ucciso nel 1937 in Francia, dove si era rifugiato insieme al fratello Nello, da un gruppo di fascisti francesi su commissione di Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri del governo Mussolini, Carlo Rosselli dedica la sua vita alla difesa degli ideali di libertà ed eguaglianza, individuando in essi il fondamento della democrazia moderna.
Con l'elaborazione del concetto di "libertà eguale", Rosselli tiene insieme bisogni non naturalmente convergenti, poiché riconosce il diritto di ogni individuo sia di essere tutelato nella propria specificità, sia di essere egualmente rispettato nella sua dignità di persona e, quindi, il diritto di vedere contestualmente valorizzato tanto ciò che lo differenzia dagli altri, quanto ciò che, in quanto essere umano, con essi condivide. Nel periodo tra le due guerre Rosselli per primo individua nella libertà egualmente distribuita, ossia nell'eguale diritto di ogni individuo all'autonomia e all'indipendenza personale, il fine ultimo cui la sinistra democratica deve tendere puntando a rimuovere, quale principale ostacolo al suo raggiungimento, l'iniquità nella distribuzione delle ricchezze. La libertà dal bisogno è infatti precondizione della libertà spirituale, alla quale l'uomo può legittimamente aspirare solo in seguito al raggiungimento del benessere economico. La giustizia economica e sociale, come sostenuto anche da Piero Calamandrei, è dunque il mezzo attraverso il quale è possibile accedere alla libertà.
Sbarberi ha quindi posto l'accento sul fatto che la riflessione di Carlo Rosselli, sviluppando un'idea di libertà come esercizio di un diritto condiviso, si riallaccia ai classici del liberalismo e della democrazia moderna, proseguendo sulla strada inaugurata dalla Francia illuminista del Settecento e da pensatori quali Rousseau, Condorcet e Constant. In particolare Condorcet, nella sua visione teorica estremamente avanzata e anticipatrice, coniuga la concezione della libertà come rimozione di ogni interferenza dello Stato nell'azione dei singoli, propria del pensiero liberale, con l'idea di libertà come diritto di ogni uomo - e di ogni donna - al perfezionamento morale e intellettuale, sostenendo quindi la necessità di offrire a tutti, indipendentemente dall'estrazione sociale, dal sesso, dal colore della pelle, dalla religione, eguali opportunità di emancipazione.
Tra Ottocento e Novecento, con il passaggio dallo stato liberale allo stato liberal-democratico dovuto al progressivo allargamento del suffragio, si collocano le conquiste più significative sul terreno dei diritti civili e politici, ma solo nel corso del XX secolo, oltre a libertà ed eguaglianza, si costituzionalizzano anche i diritti sociali (diritto all'istruzione, al lavoro, alla salute, al benessere economico). Così facendo, accanto all'estensione a tutti delle fondamentali libertà di pensiero, espressione e voto, e quindi all'affermazione del principio di universalità, si impone la valorizzazione della specificità del singolo, e quindi il principio di differenza. La tutela degli individui a partire dalla presa d'atto delle loro diverse condizioni ed esigenze deve andare di pari passo con il riconoscimento della loro comune appartenenza al genere umano.
Nel Novecento dunque, con l'affacciarsi sulla scena delle istanze sociali, il pensiero liberale deve fare i conti con il concetto di giustizia sociale, che viene declinato ora come giustizia commutativa bastante a se stessa, che consente alla società di autoregolarsi sulla base di uno scambio alla pari tra privati in cui alla prestazione erogata corrisponde l'adeguato compenso, ora come giustizia distributiva, da accompagnare alla prima per correggerne le storture per mezzo dell'intervento perequativo dello Stato e la creazione in tal modo delle premesse materiali per la partecipazione attiva di tutti i cittadini alla gestione della cosa pubblica.
Sbarberi ha evidenziato quindi l'importanza, per la gestione dei conflitti nel nostro mondo globalizzato, di una prospettiva in cui gli individui sono concepiti come egualmente liberi anche in virtù di precise misure redistributive, poiché pone le basi per l'opposizione ad un sistema quale quello attuale, che esclude dal godimento dei diritti civili, politici e sociali la stragrande maggioranza delle persone. Per Rosselli, dunque, condizione necessaria, anche se non sufficiente, per esercitare la libertà in tutta la sua pienezza è l'assenza di dipendenza materiale, che si pone come premessa per il raggiungimento di una piena indipendenza spirituale e politica ed è ottenibile per mezzo di una più equa distribuzione delle risorse e delle opportunità.
La difesa del concetto di libertà come autonomia individuale induce Rosselli all'elaborazione di un pensiero che, facendo proprie le istanze tanto del liberalismo quanto del socialismo, ne tenta una conciliazione, cercando di superare le incrostazioni dogmatiche presenti in entrambi. Mentre da un lato il liberalismo deve ridiscutere l'assioma dell'autoregolamentazione del mercato e dell'intervento minimo dello Stato nell'economia, temperando una visione liberista portata all'estremo con la presa d'atto dell'efficacia di politiche di concertazione tra governi, sindacati e imprese, dall'altro il socialismo deve liberarsi dell'autoritarismo delle scuole marxiste e, pur non rinnegando Marx, respingere gli aspetti più anacronistici del suo progetto politico.
Rosselli si fa propugnatore di un liberalismo non liberista, che riconosce il ruolo fondamentale avuto dalla borghesia nell'affermazione di un'idea moderna di libertà e di progresso, grazie alla sua opposizione al dogmatismo della Chiesa e all'assolutismo dello Stato, ma allo stesso tempo critica il fatto che il liberalismo borghese si è col tempo irrigidito nelle sue posizioni, perdendo la carica innovativa delle origini. La borghesia ha ridotto il proprio ruolo alla difesa dell'esistente, senza comprendere che la storia è un continuo processo di evoluzione e cambiamento nel quale si affacciano nuove classi sociali, quali il proletariato, con esigenze differenti di libertà. A questa visione del liberalismo Rosselli affianca un socialismo non marxista che, mentre rilegge Marx come classico della scienza sociale, recuperandone le analisi relative alla lotta di classe, alle carenze strutturali del centralismo statale e all'emancipazione del lavoro, rinnega le teorie marxiste quali l'affermazione deterministica della dittatura del proletariato e dell'estinzione dello Stato, ormai rivelatesi illusorie.
Il socialismo liberale di Rosselli, che pone al centro della sua riflessione la libertà come autonomia estesa a tutti gli individui, si concretizza nella formula dell'autogoverno, sulla base della quale ciascuno è amministratore di se stesso, senza che vi sia una direzione imposta con atteggiamenti tirannici o paternalistici. Solo così, con una spinta che parte dal basso e non con il movimento inverso, si dà corpo ad una moderna democrazia e si rende possibile il conseguimento di una effettiva libertà.
In una concezione di questo tipo, nella quale ogni individuo o gruppo sociale deve poter esprimere senza coercizioni le proprie esigenze e far valere senza limitazioni i propri punti di vista, la conflittualità sociale diviene un elemento ineliminabile che però, lungi dal costituire un ostacolo, rappresenta uno stimolo permanente al miglioramento e al progresso della società. Perché ciò avvenga è fondamentale - dice Rosselli nel saggio "Socialismo liberale" - una "sorta di patto di civiltà che gli uomini di tutte le fedi stringono fra loro per salvare nella lotta gli attributi della loro umanità", ossia è necessaria la definizione di regole del gioco chiare e certe, che vengano da tutti lealmente rispettate.
Quando invece l'accordo sui fondamenti della vita sociale viene infranto da un regime tirannico che priva l'individuo dei suoi diritti costitutivi, allora dovere di ciascuno è di opporvisi attivamente, anche con la forza, avendo come obiettivo la riaffermazione del principio di autodeterminazione dell'uomo, possibile solo all'interno di un sistema democratico. La scelta antifascista di Rosselli discende coerentemente dalla sue posizioni teoriche e, riecheggiando l'etica kantiana, si definisce non solo come lotta contro, ma anche come lotta per, dal momento che combatte ciò che è allo scopo di realizzare ciò che dovrebbe essere. Indipendentemente dal risultato effettivo che si riesce a conseguire, ciò che conta è fare ciò che si deve per dare concretezza alla propria posizione ideale.

Maestro politico di Rosselli, con il quale, durante l'esilio in Francia, collabora alla fondazione del movimento "Giustizia e libertà", Gaetano Salvemini, nato a Molfetta nel 1873 e morto a Sorrento nel 1957, è insieme a Sturzo il più anziano dei pensatori oggetto dei convegni e la sua lunga esperienza di vita, segnata da drammi personali (la morte della moglie e dei cinque figli nel terremoto di Messina del 1908) e persecuzioni politiche (un esilio ventennale tra Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti), ne segna profondamente la riflessione teorica.
Marco Brunazzi, direttore dell'Istituto di studi storici Gaetano Salvemini, nel ripercorrere il pensiero politico di Salvemini in tutti e tre gli incontri, ha posto al centro la sua concezione della democrazia intesa come confronto e scambio di idee, come conflitto da sanare per mezzo di una paziente e continua discussione tra opinioni diverse. Le differenze e i dissidi, lungi dal rivestire un ruolo negativo, sono il fondamento di ogni democrazia che, solo presupponendo la non identità delle posizioni, può autenticamente realizzarsi e contribuire concretamente al miglioramento della società. Il conflitto costruttivo, aperto alle ragioni degli avversari, costituisce lo strumento più idoneo a compiere le scelte migliori per la risoluzione dei problemi.
Lontano dall'accademismo e dalla pedanteria del linguaggio e dei comportamenti, spesso critico fino ad essere provocatorio, Salvemini si colloca nel panorama politico italiano in una posizione di estrema indipendenza ed autonomia, mantenendo un atteggiamento libero da dogmatismi ideologici, pur nella attiva militanza all'interno del neonato Partito socialista. Oppositore tanto della corrente minoritaria massimalista, troppo distante, nel suo velleitarismo e nella sua retorica rivoluzionaria, dalla necessaria concretezza politica, quanto di quella riformista prevalente, che gli appare frenata da comportamenti spesso opportunistici e segnati dal trasformismo, finisce per abbandonare il partito, in aperta polemica con i suoi vertici e la linea da essi assunta. L'accordo dei riformisti del partito con Giolitti e la sua politica sociale appare a Salvemini, figlio di piccoli proprietari terrieri pugliesi, assolutamente inaccettabile, poiché legittima il comportamento discriminatorio del governo nei confronti del proletariato agricolo del Sud. A differenza delle concessioni fatte alla classe operaia del Nord Italia, il governo mantiene infatti una posizione rigida nei confronti dei contadini meridionali, mettendo in atto una politica di repressione che non lascia spazio ad una attenta considerazione dei problemi sociali del Sud Italia.
Il radicalismo democratico di Salvemini, che affonda le sue radici nel Risorgimento italiano e in Carlo Cattaneo, si rafforza e conferma negli anni dell'esilio, in particolare nel lungo soggiorno negli Stati Uniti, durante il quale Salvemini, insegnante di letteratura e civiltà italiana all'Università di Harvard e fondatore della Mazzini Society, prosegue con convinzione la sua attività antifascista, lottando per opporsi alla penetrazione del fascismo nella comunità italiana statunitense. L'America di Roosevelt e del New Deal, che esce dalla gravissima crisi del '29 lasciando spazio all'intervento statale nell'economia e alla rivendicazione dei diritti sociali e sindacali, rappresenta per Salvemini uno stimolo importante per una definizione di democrazia in cui lo Stato, lungi dall'imporre con la forza la propria autorità all'individuo e ai gruppi sociali, esigendone obbedienza incondizionata, ne facilita l'emancipazione.
Intollerante nei confronti di ogni forma di potere fondata su un principio di imposizione gerarchica, Salvemini vede in una visione morale in cui l'orgoglio e la prepotenza sono banditi e in cui dominano l'umiltà e il rispetto per gli altri e per se stessi, il presupposto della fedeltà alle istituzioni democratiche e del rifiuto di ogni forma di dittatura, provenga essa dallo Stato o dalla Chiesa. Profondamente laico, si contrappone al potere dogmatico dell'autorità religiosa e alla sua ingerenza nella vita politica, individuando in primo luogo nella scuola il banco di prova della necessaria laicità dello Stato. Il ruolo dell'insegnamento non è quello di fornire agli studenti una verità preconfezionata da acquisire passivamente, ma un metodo di ricerca della verità, fondato sulla capacità di ragionamento e di comparazione tra le differenti concezioni della vita, della morale, della politica, della religione. Fine ultimo della scuola è sviluppare la capacità critica grazie alla quale le nuove generazioni possano stare con consapevolezza nel mondo.

La straordinaria, seppur breve vita di Piero Gobetti, che ha avuto Salvemini tra i suoi punti di riferimento, è stata ripercorsa da Cesare Pianciola, collaboratore del Centro studi Piero Gobetti, nel convegno di Vercelli, e da Marco Scavino, docente di Storia contemporanea all'Università di Torino e collaboratore del Centro studi Piero Gobetti, negli incontri di Biella e Varallo.
Dotato di una precocità intellettuale fuori dal comune, Gobetti, nato a Torino nel 1901 e morto a Parigi nel 1926, svolge in pochi anni un'intensa attività politica e culturale, divenendo in tal modo una delle figure più interessanti e affascinanti del Novecento italiano. Formatosi nella Torino in fermento degli anni 1919-1920, studente brillante e appassionato bibliofilo, Gobetti sviluppa interessi molteplici, che vanno dalla storia, alla politica, alla filosofia, alla letteratura, al teatro, alla pittura, riuscendo a coinvolgere personalità autorevoli nell'avventura della rivista politica "La rivoluzione liberale", da lui fondata nel 1922. Grande organizzatore di cultura, nello stesso anno dà vita anche ad una casa editrice, che si distingue per la pubblicazione di opere di Gaetano Salvemini, Luigi Einaudi, Giovanni Amendola, Luigi Sturzo, nonché di testi letterari e poetici.
Inscrivibile da un punto di vista teorico nel filone del liberalismo, ne elabora concretamente una visione estremamente eterodossa e di non univoca interpretazione, essendo caratteristica del suo pensiero la passione e la vivacità della polemica, piuttosto che la sistematicità nell'esposizione delle sue tesi. Pur condividendo il pensiero liberale di Einaudi nel suo sostegno alla libera iniziativa e nella sua concezione della libera competizione tra individui e gruppi sociali come segno della modernità dello Stato, Gobetti fa propria la critica di Salvemini al vecchio ceto politico liberale, che si rispecchia nei metodi trasformistici e clientelari del governo di Giovanni Giolitti. Oggetto di una dura critica è però anche il Partito socialista, che ha perso il suo slancio iniziale e ha rivelato la sua incapacità di essere tanto seriamente riformista quanto autenticamente rivoluzionario, contribuendo all'immobilismo del paese ed ostacolandone la necessaria evoluzione storica.
Sostenitore di una "rivoluzione liberale" - titolo tanto della rivista, quando del suo saggio politico più importante, pubblicato nel 1924 - Gobetti crea un legame tra due termini apparentemente contraddittori, coniugandoli in un'espressione che, lungi dallo sconfessare il liberalismo e i suoi valori economici e politici, ne dà una visione inedita, valorizzando l'elemento di conflittualità che il pensiero liberale deve racchiudere in sé per essere concretamente modernizzatore. La rivoluzione liberale non si configura come sovvertimento delle istituzioni politiche o degli ordinamenti economici, apprezzando Gobetti i meccanismi di rappresentanza della democrazia liberale e un'economia fondata sulla libera iniziativa imprenditoriale, ma acquista il significato di un profondo rinnovamento della cultura politica italiana. La rivoluzione di Gobetti è soprattutto di carattere intellettuale e morale ed opera introducendo i valori della libertà e del conflitto in una pratica politica soffocata dallo statalismo e dalla ricerca della unanimità ad ogni costo.
Pur individuando in una dimensione culturale e pedagogica l'elemento rivoluzionario in grado di portare con sé una effettiva trasformazione sociale, Gobetti non esclude radicalmente una visione più tradizionale della rivoluzione come violento rovesciamento della realtà data, mostrando di saper coniugare acutezza di analisi teorica e realismo politico. Nei paesi meno avanzati, nei quali la dinamica tra i gruppi sociali è rimasta paralizzata e quindi, in assenza di un sano confronto e una fattiva contrapposizione tra le classi, non si è avuta una naturale evoluzione degli assetti economico-sociali nella direzione di un moderno stato democratico, si vengono a creare le condizioni affinché il cambiamento sia ottenibile solo con una rivoluzione in senso stretto, da realizzarsi con il ricorso alla violenza.
L'Italia, le cui malattie storiche di "retorica, cortigianeria, demagogismo, trasformismo" sono state portate alle estreme conseguenze dall'affermazione del fascismo, rientra pienamente in questa analisi e richiede dunque la disponibilità ad una opposizione dura e decisa, che non creda di poter combattere con gli strumenti della democrazia parlamentare una forza che si presenta come costituzionalmente antidemocratica. Il fatto che Gobetti non condivida l'illusione, propria di buona parte dell'opposizione del tempo, di poter trovare soluzioni parlamentari all'ascesa di Mussolini, persino dopo l'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, ha drammatiche conseguenze sulla sua attività politica e culturale, nonché sulla sua incolumità. Percosso duramente da un gruppo di fascisti nel settembre del 1924, in conseguenza degli espliciti attacchi al fascismo lanciati dalle pagine de "La rivoluzione liberale", e costretto a subire, nel novembre del 1925, la soppressione della sua rivista, prende la decisione di trasferirsi a Parigi, dove, in seguito ad una bronchite aggravata dagli scompensi cardiaci dovuti al pestaggio, muore nel febbraio del 1926.
La sua esistenza, per quanto breve, ha lasciato un segno profondo nella vita intellettuale e politica del nostro paese per la sua capacità innovativa di sottrarre il liberalismo all'esclusiva della classe dominante borghese e capitalistica, dandone un'interpretazione non storica, ma filosofico-morale. Ciò gli consente di sostenere, paradossalmente, che "lungi dall'essere un'affermazione del socialismo, gli avvenimenti della rivoluzione russa costituiscono un'affermazione e un'esaltazione del liberalismo". In Russia infatti, essendo storicamente assente una borghesia in grado di modernizzare un paese soffocato dal dominio assoluto di una aristocrazia arretrata, la classe operaia si è assunta il compito di svolgere una funzione di liberalismo creando, con la rivoluzione, le condizioni per lo sviluppo di una società avanzata. Il liberalismo si pone quindi per Gobetti come insieme di valori e idee universali che possono essere fatti propri da chiunque intenda lottare per la libertà e l'autonomia dei soggetti sociali.

Il percorso biografico e intellettuale di Antonio Gramsci, al quale Gobetti si avvicina negli anni della fondazione della rivista "L'Ordine nuovo", è stato ricostruito da Gesualdo Maffia, dottorando in Storia contemporanea all'Università di Genova, nel convegno di Vercelli, e da Giovanna Savant, dottoranda in Storia del pensiero politico all'Università di Torino, nel convegno di Varallo, con particolare attenzione agli anni della formazione e della nascita del Partito comunista italiano.
Giunto a Torino nel 1911 per frequentare l’università, grazie ad una borsa di studio assegnata dal Collegio Carlo Alberto agli studenti indigenti delle ex province del Regno di Sardegna, Gramsci, nato nel 1891 ad Ales, in provincia di Cagliari, oggi provincia di Oristano, e vissuto, durante gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza prima a Ghilarza e poi a Cagliari, affronta con iniziale difficoltà il passaggio dal suo ambiente di origine, chiuso e arretrato, a una città intellettualmente vivace e in pieno sviluppo economico quale il capoluogo piemontese. Molto timido e introverso, cagionevole di salute e oppresso da una condizione economica disagiata, Gramsci si ammala di esaurimento nervoso e, saltando alcune sessioni d'esame alla Facoltà di Lettere alla quale si è iscritto, perde il diritto, per un certo periodo di tempo, alla borsa di studio.
In ogni caso gli anni dell'università torinese, per quanto non conclusisi con il conseguimento della laurea, sono fondamentali per la sua formazione intellettuale, poiché gli consentono di acquisire un metodo di ricerca e analisi storica e di apprendere - come dirà Togliatti, iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza torinese negli stessi anni - "la precisione del ragionamento, il gusto per l'esattezza dell'informazione, il disdegno, la ripugnanza persino morale per l'improvvisazione e la superficialità".
Questo modo di guardare al reale e di interpretarne con serietà scientifica tutti gli aspetti si riflette nella sua idea di cultura, da intendersi non come mera accumulazione di nozioni e dati, ma come capacità critica e acquisizione da parte dell'individuo e del gruppo sociale di una chiara conoscenza del mondo e di una lucida consapevolezza del proprio ruolo in esso. Ciò lo spinge ad una dura polemica, spesso condotta con le armi dell'ironia e del sarcasmo dalle pagine dei giornali socialisti "Il grido del popolo" e l' "Avanti!", nei confronti di quei professori che considerano gli studenti come contenitori da riempire con una immensa mole di informazioni e ai quali trasmettere idee preconcette. In particolare il suo giornalismo militante si scaglia, durante il primo conflitto mondiale, contro gli intellettuali che si spendono pubblicamente nella glorificazione della patria, perdendo la propria indipendenza di giudizio col mettersi al servizio della propaganda e che, nel tentativo di convincere l'opinione pubblica italiana della giustezza dell'intervento a fianco dell'Intesa, tradiscono la verità storica.
Gramsci, che nella realtà industriale di Torino entra per la prima volta in contatto diretto con la classe operaia, vede nella costruzione di una nuova cultura del proletariato la premessa fondamentale per operare una concreta trasformazione sociale, che consenta alle classi subalterne di emanciparsi dal dominio della borghesia capitalistica. Solo in seguito ad una adeguata preparazione culturale che crei legami di solidarietà tra individui prima isolati, rendendoli consapevoli della comune condizione sociale, è possibile operare una rivoluzione, e a tale compito Gramsci intende contribuire con la fondazione nel 1919, insieme a Palmiro Togliatti, Angelo Tasca e Umberto Terracini, della rivista "L'Ordine nuovo".
Lo stato proletario a cui la rivoluzione deve condurre ha per Gramsci i suoi pilastri nelle commissioni interne di fabbrica, adattamento alla realtà nazionale dell'esperienza dei consigli di operai e contadini (soviet) della Russia bolscevica, estesisi anche ai movimenti rivoluzionari affermatisi in quegli anni nella Germania di Rosa Luxemburg e nell'Ungheria di Béla Kun e perciò visti come momento irrevocabile del processo storico. Organi fino ad allora privi di potere, le commissioni devono diventare lo strumento per disciplinare e inquadrare l'azione della classe operaia, consentendole di acquisire la necessaria esperienza politica e amministrativa ed educandola alla determinazione e alla perseveranza.
La dittatura del proletariato quindi, per avere un contenuto concreto, non si deve realizzare in maniera improvvisata, impadronendosi dello stato borghese, ma deve essere attentamente preparata per mezzo della costituzione, all'interno del sistema di potere esistente, di organismi proletari in grado di sostituirsi alle istituzioni della classe dominante.
La sconfitta dei consigli di fabbrica nelle agitazioni dell'aprile e del settembre del 1920, alle quali il padronato, messo di fronte all'occupazione degli stabilimenti, reagisce con un muro contro muro, induce Gramsci a individuare la causa del fallimento nella mancata direzione del movimento assunta dal Partito socialista e lo rafforza nella convinzione che sia necessario un partito di massa autenticamente rivoluzionario che si ponga alla guida della classe operaia. Nell'impossibilità di guadagnare l'appoggio della maggioranza del Partito socialista per la costruzione di tale forza politica, Gramsci dolorosamente giunge, nel Congresso di Livorno del 1921, alla scissione e alla formazione del Partito comunista, che si candida a rappresentare, per quanto inizialmente in posizione di minoranza, le esigenze delle masse lavoratrici.
Interrotto dal fascismo il percorso verso la rivoluzione intrapreso dal proletariato, Gramsci elabora un'analisi della situazione politica italiana che, in contrasto con la linea politica imposta al partito dal suo leader Amadeo Bordiga, considera prioritaria la collaborazione con le altre forze antifasciste per l'abbattimento del regime. Liberali, cattolici e socialdemocratici, che per Bordiga non sono affatto diversi dai fascisti, poiché perseguono il modello di una dittatura borghese e vanno perciò egualmente combattuti, devono invece per Gramsci divenire alleati nella lotta per il ristabilimento delle libertà democratiche, che pure differenziano lo stato borghese dallo stato fascista. Solo con la vittoria in questa battaglia sarà possibile procedere gradualmente alla costituzione di una società socialista.
Arrestato nel 1926 e condannato a venti anni di detenzione dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, Gramsci morirà pochi giorni dopo la sua scarcerazione, nell'aprile del 1937, non senza aver lasciato in eredità, con l'opera "Quaderni del carcere", una attenta riflessione sulle cause della sconfitta del movimento operaio e sulle possibili strategie da adottare affinché il proletariato diventi classe dirigente. Ancora una volta gli intellettuali rivestono un ruolo fondamentale nella creazione di una cultura della classe operaia che si estenda, con le sue idee e i suoi valori, alle altre classi sociali, egemonizzandole. Solo con un'adeguata riforma della scuola, che formi giovani con una visione laica dell'esistenza, autonomi da qualsiasi forma di controllo e in grado di comprendere i propri diritti e doveri, è possibile un progresso intellettuale generalizzato e una reale emancipazione delle masse.
La cultura politica di cui Gramsci si fa portatore trova il suo posto nell'attenzione che la nostra Costituzione riserva al lavoro e ai diritti sociali e nell'impegno con cui socialisti e comunisti, più di qualunque altra forza politica, hanno lottato nel dopoguerra per l'effettiva realizzazione delle norme programmatiche in essa contenute.

Un'altra delle culture politiche che trovano espressione nella Carta costituzionale è significativamente rappresentata da don Luigi Sturzo, il cui contributo dato alla politica e alla società italiane nell'arco della sua lunga vita è stato al centro dell'intervento ai tre convegni di Marco Neiretti, storico, consigliere scientifico dell'Istituto, già componente della Commissione centrale dell'Archivio storico della Democrazia cristiana. Nato nel 1871 a Caltagirone, Sturzo giunge alla fondazione, nel 1919, del Partito popolare italiano dopo un percorso che lo porta ad assumere un intenso impegno nella realtà amministrativa locale. Nel 1904 consigliere comunale di Caltagirone, fino al 1920 ricopre le cariche di prosindaco della sua città natale e di consigliere provinciale di Catania, esperienza di contatto con la società civile che avrà un ruolo fondamentale nella difesa delle autonomie locali in seguito sostenuta e perseguita con determinazione dal Partito popolare.
Con la nascita del popolarismo si assiste al definitivo affrancamento del mondo cattolico dalla proibizione di partecipare attivamente alla vita politica (non expedit) e al suo contrapporsi alla rigida intransigenza e al radicato tradizionalismo delle gerarchie ecclesiastiche. Riconquistata con il Partito popolare la propria autonomia nei confronti dell'autorità invasiva del clero, i cattolici si presentano sulla scena politica forti della vitalità e del radicamento nella società delle proprie organizzazioni di base (casse operaie, cooperative, uffici di assistenza per emigranti, ecc.), che diventano il punto di partenza sul quale sviluppare un partito di massa in grado di contrastare l'egemonia del Partito socialista.
L'irrinunciabile indipendenza dall'autorità ecclesiastica sostenuta da Sturzo passa necessariamente per il sostegno al proporzionalismo, unico sistema elettorale in grado di sottrarre la nomina dei candidati all'ingerenza dei vescovi, fortissima nei collegi uninominali. Convinto che da una clericalizzazione della presenza cattolica nelle istituzioni sarebbe derivato un impoverimento del contributo dei cattolici alla vita politica italiana, Sturzo si fa propugnatore di un rapporto tra Stato e Chiesa che si configuri come una diarchia, in cui i differenti ruoli e le differenti finalità di ciascuno dei due attori siano precisamente definiti e ne sia garantita la totale libertà e autonomia nella specifica sfera di competenza.
Essenziale nel pensiero sturziano è anche il concetto di pluralismo - già elaborato nelle sue riflessioni filosofiche da Antonio Rosmini - che nasce dal primato della persona all'interno di una società civile vista come plurimità di soggetti indipendenti. Ogni individuo, in una concezione dal basso che rovescia le tradizionali gerarchie in cui lo Stato è valore primo, trova piena espressione innanzitutto nella famiglia, intesa come società naturale, e in secondo luogo nella società civile e politica, al dinamismo della quale contribuisce e partecipa a partire dalle istituzioni locali (comunali e regionali). Meno burocratizzate e più vicine alle persone, le strutture politiche che agiscono nel diretto contatto col territorio devono essere potenziate nella loro autonomia e porsi come freno nei confronti di un'autorità statale che tende ad essere totalizzante.
La libertà, premessa fondamentale per una effettiva possibilità di realizzazione del singolo e quindi per una concreta tutela del pluralismo, può essere garantita solo all'interno di un ordinamento democratico, per Sturzo unica forma legittima di governo e punto di arrivo del processo di crescita dell'uomo. La conseguente radicale opposizione ad ogni forma di totalitarismo induce Sturzo, negli anni in cui il fascismo comincia ad affermarsi e ad esercitare il suo potere intimidatorio nei confronti delle voci che manifestano apertamente il proprio dissenso, ad abbandonare l'Italia e a vivere in esilio in Gran Bretagna e Stati Uniti fino alla caduta del regime. L'isolamento degli anni da fuoruscito continua in parte anche al suo ritorno nel 1946, non riuscendo a trovare nella Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi una continuità reale con il pensiero politico che aveva guidato il Partito popolare.
In conclusione, ciò che emerge dall'analisi della vita e della riflessione di personaggi così determinanti per la storia del nostro paese, che vissero e agirono in un tempo in cui la libertà era altrove e ne affrontarono con coraggio le conseguenze, è che il pensiero di Rosselli, Salvemini, Gobetti, Gramsci e Sturzo è di una vivacità e modernità straordinarie, data la loro capacità di farsi interpreti degli aspetti non storicizzabili, cioè permanenti e perciò sempre attuali, della vita sociale, civile e politica italiana. (Raffaella Franzosi)