Giovanni Contini
Memorie in conflitto
"l'impegno", a. XXI, n. 2, agosto 2001
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
È consentito l'utilizzo solo citando la fonte.
I massacri di civili che la Wehrmacht compie in Italia tra il 1943 ed il 1945 raggiungono un apice nella
primavera-estate del 1944. Si tratta di stragi di dimensioni variabili, in alcuni casi si risponde ad un tedesco ucciso con
uno, due, tre italiani; più frequentemente con dieci civili (questo rapporto numerico, spesso anticipato dai
minacciosi bandi tedeschi, porta di frequente i superstiti a considerare la rappresaglia in questa proporzione quasi
legittima). Ma, assai spesso, non ci sono ritorsioni di fronte ad un soldato ucciso. Oppure ci sono rappresaglie che
comportano, come nel caso di Civitella, quasi un rapporto di uno a cento. In altri casi ancora, anch'essi numerosi, la
strage non è preceduta da morti tedeschi, spesso neppure da attività partigiana di una qualche rilevanza.
Insomma, sembra che la nota discrezionalità concessa ai quadri medio-bassi della Wehrmacht
nell'esercizio del comando spieghi questi comportamenti difformi, ed anche il carattere delle unità coinvolte: spesso le Ss
si dimostrano più feroci, assieme a quelle unità, come la divisione Goering, composte da volontari e molto
nazificate. Tuttavia anche normalissime unità dell'esercito tedesco possono trasformarsi di punto in bianco in bande
di assassini. Insomma: generalizzare è alquanto difficile.
Quello di cui voglio parlare, tuttavia, non è tanto delle stragi dal punto di vista di chi le ha compiute,
quanto da quello delle vittime. E mi interessa appurare non solo la dinamica dei fatti, ma anche, e direi soprattutto,
il tipo di ricordo che quegli eventi traumatici produssero nel corso degli anni successivi. La memoria, infatti,
non è distinguibile dai fatti; in un certo senso, rappresenta un fatto a sé stante: una sorta di elaborazione e
giudizio sulla strage compiuta collettivamente dalla comunità colpita, che ci dice molto, appunto, sulla strage ma
anche su chi l'ha subita, e su come il giudizio collettivo è venuto muovendosi nel corso del tempo.
Credo si debba partire dal trauma del massacro su chi resta. Spesso si tratta di piccoli paesi contadini, fino
a quel momento rimasti coinvolti solo indirettamente nella guerra, per la partenza degli uomini, la morte o il
ferimento di alcuni di loro sui fronti lontani di combattimento. Con la strage la guerra improvvisamente diventa
esperienza tragica ed incombente, tutto ciò che caratterizzava la vita della comunità è traumaticamente divelto, niente
potrà essere più come prima.
Ed è proprio l'esperienza immediata della strage che si fissa in modo permanente e insopportabile nella
memoria, perché i meccanismi del massacro rendono impossibile l'elaborazione del lutto ed il suo superamento: ogni
portatore di lutto, infatti, ogni giorno continua a incontrare persone che sopportano lutti analoghi. Si viene a creare,
quindi, una specie di corto circuito: il lutto dell'uno si riflette senza sosta in quello dell'altro, in un'interazione tra
i sopravvissuti estremamente difficile da sciogliere. Dato che di norma (ma ci sono vistose eccezioni) gli
uccisi sono uomini, si tratta soprattutto di un lutto femminile, di un tentativo di superare il trauma narrando,
raccontando ancora. Un'esperienza che, se unita a quella di dover provvedere ai morti (che vennero quasi sempre
seppelliti da donne e bambini, nel pieno dell'estate) può darvi un'idea del tipo di traumi di queste popolazioni - per
altri aspetti fino a quel momento marginali rispetto alla grande storia, abituate a vivere la dimensione circolare
e sempre di nuovo uguale tipica del tempo nelle comunità contadine - che improvvisamente si vedono colpite
con forza così disumana.
Questo lutto, con la difficoltà di elaborarlo, si somma alla mancata giustizia. Gli americani e soprattutto
gli inglesi, arrivati sul luogo degli eccidi, iniziano subito un'attività di inchiesta che ancora oggi ci commuove:
gli uomini dello Special Investigation Branch devono utilizzare un interprete e spesso nella traduzione in
inglese del parlato dialettale si produce ogni sorta di fraintendimento, ma alla fine questo non impedisce loro di
stilare massicci dossier, istruttorie nelle quali centinaia di testimoni sopravvissuti sono interrogati a fondo; anche
gli americani, che non pensano, al contrario degli inglesi, di dover istruire una "Norimberga italiana" e che si
occupano soprattutto dei delitti commessi contro militari alleati, si imbattono tuttavia nelle stragi tedesche, ed anche
loro compilano istruttorie, anche se meno meticolose di quelle inglesi.
Tutto questo lavoro di inchiesta viene poi inviato a Roma, ma i nuovi governi dell'Italia repubblicana
archiviano le pratiche provvisoriamente: per la grande maggioranza dei casi, il provvisorio si trasforma in definitivo.
Con la guerra fredda la Germania occidentale era diventata un alleato prezioso e si giudicò pericoloso
infastidire l'alleato, anch'esso nella neonata Nato, con processi che parevano favorire gli argomenti antifascisti
dei "comunisti".
Così sono pochi i processi che si celebrano in Italia. Sono celebri, li conoscete tutti, quelli a Reder ed a
Kappler, gli unici a restare in carcere per lunghi anni. Alcuni altri sono meno celebri. Ad esempio Kraseman,
responsabile della strage del Fucecchio fu processato e condannato e poi liberato alcuni anni dopo. Del resto anche
Kesselring, condannato a morte, ebbe commutata la pena in carcere a vita, ma pochi anni dopo lasciò il carcere.
Ma non ci furono processi né condanne dei colpevoli per gran parte degli eccidi "minori" - che minori non
sono, perché appunto sono sempre eccidi nei quali il numero dei morti è altissimo, soprattutto se lo compariamo
all'esiguità della popolazione in comunità rurali disperse. A Civitella Cornia e San Pancrazio, per esempio, le duecento
vittime abitavano paesi che in tutto potevano avere seicento abitanti: quindi diciamo che un terzo
dell'intera popolazione viene improvvisamente spazzato via.
La mancanza del processo si combina a questo lutto difficile da elaborare, e mette in moto dinamiche
perverse. Un processo e una condanna non significa pareggiare i conti, ottenere risarcimento: nessuno può portare
indietro i morti. Ma in qualche modo la sanzione consola; quando l'onda del dolore torna a sollevarsi si pensa che
una qualche giustizia è stata fatta. A livello psicologico la vendetta e il desiderio di giustizia sono abbastanza vicine.
Nel caso di questi paesi, nel caso di moltissimi superstiti non c'è nessun tipo di compensazione, neppure
simbolica, neppure indiretta, sia pur insufficiente come quella che un processo o una condanna può dare. E quindi
parte dappertutto la ricerca di un responsabile. Parte spinta dal dolore, dall'incapacità di elaborare il lutto, da
questo lutto che continuamente viene riproposto tutti i giorni incontrando chiunque, passando nel paese.
I tedeschi sono spariti, il loro ricordo si sfoca; sempre più spesso si parla di loro come di una forza
naturale cieca e scatenata, perdono i connotati umani e sembrano incapaci di colpa. Contemporaneamente si mette in
moto quel meccanismo che è molto conosciuto agli storici del medioevo e dell'età moderna, il meccanismo della
ricerca, ma sarebbe il caso di dire costruzione, del capro espiatorio. Si cerca qualcuno che possa essere caricato
della responsabilità di quanto è successo, il ruolo che - come sapete - le minoranze religiose, come gli ebrei - e
non soltanto gli ebrei - si sono visti affibbiare durante le pestilenze del periodo medievale e moderno.
Per esempio in un piccolo paesino abruzzese, Onna, dove vengono uccise, mi pare, 12 o 14 persone, il
capro espiatorio diventa un giovane che ha litigato con un tedesco: forse l'ha ferito, forse l'ha semplicemente
colpito con un pugno e poi è scappato perché il tedesco voleva sequestrargli un cavallo. Non è affatto detto che da
questo episodio sia nata la fucilazione delle 14 persone, ma è impressionante quello che succede dopo.
La madre e la sorella del ragazzo, uccise anche loro nella rappresaglia, durante la cerimonia funebre - e
qui siamo nella primavera del '44 - vengono tenute separate dalle altre 12 vittime e i loro nomi vengono aggiunti
sulla lapide che commemora l'eccidio soltanto nel 1984.
In altri casi, il capro espiatorio viene identificato - direi a maggior diritto - perché le responsabilità spesso
ci sono. A Niccioleta, per esempio, lo si individua nei fascisti locali. Essi vengono accusati non soltanto di
aver assistito alla cattura di gran parte dei minatori che poi verranno fucilati, ma anche di aver chiamato i reparti
di Ss che eseguono il massacro. Questo gli storici sono abbastanza propensi a pensare che non sia vero, anche
se è vero che gli uccisori sono Ss italiane, che però arrivarono a Niccioleta da molto lontano, anche in questo
caso all'interno di un'operazione decisa in alto (Niccioleta era in una zona di azioni partigiane, e vicino al
paese passava una strada importantissima per i tedeschi in ritirata). I fascisti locali, quindi, si possono accusare di
aver interloquito con le Ss, di aver fornito loro delucidazioni sugli uomini arrestati in attesa di essere fucilati (in
alcuni casi però salvarono qualcuno, magari suggerendo che il suo posto fosse preso da un nemico personale);
però sembra difficile che possano aver chiamato le Ss, le quali, dicevo, venivano da molto lontano, seguendo
ordini legati a decisioni che riguardavano un'ampia area.
Il comportamento più impressionante è quello che vede uno spostamento sui partigiani di tutta la colpa. Si
tratta di un caso più comune di quanto io pensassi all'inizio della mia ricerca, quando credevo fosse tipico soltanto
di Civitella. Invece sto verificando come in realtà sia un comportamento molto diffuso, quasi emblematico.
Quando i partigiani vengono accusati di essere i responsabili i tedeschi, i "perpetratori" come dicono gli
inglesi e gli americani, spariscono. Come dicevo sopra è come se i tedeschi fossero deumanizzati, paragonati a
bestie feroci: sono tigri, non si stuzzica una tigre perché poi si sa cosa farà.
A Civitella alcuni dicevano: "Io non potrò mai perdonare i partigiani che hanno" - poi vedremo che non è
vero - "determinato la strage, ma se mi facessero vedere il tedesco che ha ammazzato mio padre, oggi lo perdonerei".
Perché si arriva a questi paradossi morali? Perché i partigiani vengono incolpati? Il problema non è per
nulla semplice da spiegare, è certo però che il fenomeno si verifica dappertutto, anche se ha gradazioni diverse
nelle diverse località.
Comincia con la strage più nota in Italia, con le Fosse Ardeatine. Recentemente Sandro Portelli ha scritto
un bel libro: "L'ordine è stato eseguito", che ha proprio come oggetto via Rasella e soprattutto le Fosse
Ardeatine. In quel caso "è straordinario" - dice Sandro Portelli - "verificare [...] come sia penetrata una
'leggenda nera' completamente destituita di verità, che però è creduta vera da tutti". Anche negli ambienti di sinistra,
anche tra gli amici che Sandro ha intervistato, gli è stato raccontato che, dopo la strage di via Rasella, i tedeschi
avevano affisso un manifesto promettendo la liberazione degli ostaggi (che poi invece furono tra i 336 fucilati alle
Ardeatine), che sarebbero stati risparmiati se gli autori dell'attentato di via Rasella si fossero consegnati. Gli autori
dell'attentato non si consegnarono e quindi ci fu il massacro e questo è naturalmente una condanna senza scampo per i
partigiani che, per codardia, non si presentarono.
In realtà nessun manifesto fu mai divulgato dai tedeschi. Non avrebbero mai pensato neanche
lontanamente che i partigiani si sarebbero consegnati e comunque la strage si compì prima che passassero 24 ore
dall'attentato di via Rasella. Questa leggenda nera è così pervicace, così articolata, che, quando Sandro Portelli ha chiesto
ai suoi testimoni di dire quanto tempo era passato tra l'attentato e la fucilazione, alcuni hanno detto una
settimana, altri due settimane, altri ancora addirittura un mese. Tutto questo perché altrimenti non si sarebbe potuto
giustificare la logica interna di questo tipo di costruzione che è puramente fantastica.
Ma il caso della Fosse Ardeatine e di via Rasella è un po' particolare rispetto alle stragi nei paesi, perché
qui la carta stampata ha svolto un ruolo fondamentale. C'è una presa di posizione del Vaticano: l' "Osservatore Romano"
parla di "vittime innocenti" riferendosi ai soldati tedeschi, di "responsabili sfuggiti all'arresto" riferendosi
ai partigiani e di "vittime sacrificate" riferendosi ai morti delle Ardeatine.
Successivamente, nel corso di anni e decenni, una pubblicistica fascista
underground, poco visibile ai non addetti ai lavori ma pervicace ed insistente, continua la costruzione di questa leggenda, nonostante che il
presunto appello di Kesselring ai partigiani, che non si sarebbero invece presentati, fosse stato smentito da tutti,
perché assolutamente falso.
Negli anni successivi la colpevolizzazione dei partigiani avviene con maggior facilità perché dopo il '47
entriamo appunto in quella stessa era in cui il governo italiano decide di non fare i processi. Entriamo nel periodo
della guerra fredda. Ogni pretesto viene utilizzato e strumentalizzato in senso politico ed è abbastanza curioso
vedere come questa strumentalizzazione veda spesso in primo piano i sacerdoti, i parroci, che pure hanno avuto
un numero altissimo di morti nelle stragi, perché quando arrivano i tedeschi, di fronte alla struttura
repubblichina che si è ormai completamente dissolta, trovano come unica autorità, civile e religiosa insieme, il parroco
che quindi spesso viene preso assieme ai suoi parrocchiani e fucilato (spesso rimane, non fugge con gli
uomini, perché pensa di avere un ruolo diverso, un uomo di pace, un uomo di chiesa deve essere riconosciuto
come estraneo alle violenze, non può essere fucilato: invece viene ucciso).
Ecco: i parroci che sostituiscono quelli fucilati non hanno nessuno scrupolo nello strumentalizzare il
dolore delle vittime, soprattutto il dolore delle donne.
Ma qui arriviamo a un punto cruciale. Nel mio libro su Civitella dico che non si capisce bene chi
strumentalizza chi. Cioè se sono i parroci che strumentalizzano le donne oppure le donne, che portano un cumulo di
dolore tessuto da un discorso così pervasivo che si reitera tutti i giorni, che in qualche modo forzano anche il parroco.
Tutto porta nella stessa direzione. I partigiani, d'altra parte, hanno le caratteristiche che gli studiosi
hanno definito come tipiche del capro espiatorio. Sono interni abbastanza alla comunità, ma anche esterni, sono
figure di confine, ma ben definiti, ben visibili, ben conosciuti con nomi e cognomi, come erano gli appartenenti
alle minoranze religiose nel medioevo d'Europa. Quindi questo tipo di colpevolizzazione si radica. E si radica
anche perché la guerra fredda è un periodo nel quale entrano tutti: i democristiani, ma anche i partiti di sinistra. In
quegli anni la Resistenza viene colpita a fondo, viene attaccata frontalmente. Diventa fondamentale difendere la
Resistenza e diventa pericoloso far emergere queste memorie dissidenti, discutere con i portatori (le portatrici) di
queste memorie che non sono fasciste, perché molti sopravvissuti (molte sopravvissute) sanno benissimo che i
tedeschi erano alleati con i fascisti: spesso hanno addirittura visto alcuni fascisti scortare come guide indiane i
tedeschi incaricati di compiere le stragi. Quindi non sono assolutamente memorie fasciste.
Insomma, in quegli anni, invece di capire la estrema difficoltà a elaborare un lutto di quelle dimensioni
che schiacciava quelli (quelle soprattutto) che davano corpo a queste colpevolizzazioni dei partigiani, in realtà ci
si contrappone anche a loro come a dei nemici (come a delle nemiche), come a chi volesse distruggere la Resistenza.
Ci sono casi in cui invece questo non avviene. C'è per esempio un episodio che a me ha dato molto da
pensare. Nel massacro di Castelnuovo dei Sabbioni e Meleto (4 luglio '44, cinque giorni dopo Civitella), il figlio di
una vittima, Polverini, mi raccontava: "Io dopo la guerra ero feroce con i partigiani, finché un giorno il capo
partigiano della zona mi prese sottobraccio e mi disse 'ma te devi capirci. Te cosa avresti fatto? Mettiti nei nostri piedi,
pensa che eravamo in una situazione in cui non sapevamo cosa fare, eravamo all'inizio della nostra esperienza,
la situazione cambiava continuamente tutti i
giorni [...]"1.
Questa ammissione del capo, racconta Polverini, "fece proprio crollare la mia aggressività, verso di lui. Sì
io mi misi proprio nei suoi panni, non provavo più nessuna ostilità [...]".
Mi resi conto che molto spesso in questa ricostruzione di una memoria divisa, di una memoria
antipartigiana, gioca un ruolo importante anche il tipo di esperienza vissuto negli anni successivi la strage, nel clima della
guerra fredda, da parte di chi si sente colpito ingiustificatamente, proprio mentre lo stato sta criminalizzando la Resistenza.
Restiamo in Toscana come mia zona di studio: c'è una grossa differenza tra la grande maggioranza dei
luoghi di strage che rimangono al di sotto della linea gotica e invece le stragi che sono avvenute nella provincia di
Massa Carrara, sopra la linea gotica, perché mentre a sud della linea gotica si osserva una spaccatura tra la
popolazione e i partigiani, a nord la strage porta sempre una critica a qualche formazione partigiana, o a qualche
partigiano isolato. Ma ormai si tratta di una polemica che si svolge all'interno della Resistenza.
Per esempio nella valle del Lucido, dove a Bardine di San Terenzio i tedeschi massacrano 107 persone
(sono le famose immagini degli impiccati con il filo di ferro, fucilati, impiccati e poi lasciati con la proibizione
assoluta di seppellirli: pensate che siamo in agosto...). In quel caso un gruppo di gappisti carrarini non potevano
più rimanere in città, dove avevano compiuto notevoli azioni contro i fascisti, ma dovevano uscire, andarsene
da Carrara. Entrarono quindi nella valle del Lucido, che è una delle tante vallette a nord di Carrara sulle
Apuane, incontrarono un gruppo di tedeschi, lo attaccarono e ne uccisero 16 o 17. Poi scapparono verso la zona delle
cave e si misero in salvo.
Ho intervistato un capo partigiano comunista, Galletto, che era in quella zona da tempo. Era furibondo:
"non si fa così, ci hanno praticamente tagliato tutti i rapporti con la popolazione. Da quel momento lì, e ancora
oggi" - mi ha detto - "è difficile parlare della Resistenza in queste zone. Noi facevamo in modo diverso. Noi,
quando c'era qualcuno che moriva dalla voglia di ammazzare i tedeschi, c'era il fronte lì vicino; lo mandavamo al
fronte e quando tornava dal numero delle armi che aveva noi capivamo quanti ne aveva ammazzati. Ma insomma
evitavamo di colpire le nostre stesse fonti di approvvigionamento, oltre che di supporto tattico". Tra l'altro mi raccontava
di come un altro capo partigiano, un veterano della prima guerra mondiale decorato, avesse in un primo
tempo fatto le sue felicitazioni ai gappisti che avevano compiuto l'attacco ai tedeschi, poi, quando la popolazione
aveva avuto questa reazione, si fosse rimangiato tutto. Però questo avviene sopra la linea gotica... Lo stesso tipo
di funzionamento della memoria, che trova un capro espiatorio partigiano ma non frattura il rapporto tra
popolazione e Resistenza, perché la polemica rimane all'interno del mondo partigiano, lo troviamo a Zeri, sempre in
provincia di Massa Carrara, relativamente al micidiale rastrellamento fascista e tedesco dell'inizio dell'agosto '44: si
accusa un capo partigiano di aver abbandonato la sua posizione; guarda caso, quel partigiano aveva partecipato,
pochi giorni prima, al processo che aveva condannato a morte, con accuse incredibili e insostenibili, il più valoroso
e carismatico capo partigiano dell'area, Dante Castelletti, detto "Facio" (riabilitato solo alla fine degli anni settanta).
Ho ancora alcune, pochissime cose da dire. Cosa ci raccontano le stragi? Perché le studiamo? Certamente
non per abbracciare il punto di vista della memoria antipartigiana. Tra l'altro le nostre ricerche, direi in sette casi
su dieci, dimostrano come veramente la strage sia tutta una scelta compiuta dalla Wehrmacht, senza nessun
rapporto con l'esistenza o meno dei partigiani o con quello che avevano fatto i partigiani.
Ma noi facciamo questo perché - e se questo fosse stato fatto prima, probabilmente la memoria
antipartigiana non sarebbe neanche nata - vogliamo appunto ristabilire una serie di paletti, ristabilire cosa è realmente
successo e perché e quando.
Quindi in qualche modo vogliamo riuscire a capire non soltanto il momento della guerra di liberazione, la
sua particolare dinamica e le polemiche che sono nate allora, ma anche quello che succede poi nel corso del
tempo. Pensiamo che la memoria sia un oggetto di attenzione storiografica tanto quanto lo sono i fatti e ci interessa stabilire una serie di cose che troppo spesso vengono date per scontate.
Il fatto che si sia creata questa memoria in qualche modo sottolinea anche un aspetto tragico della
Resistenza che del resto i migliori storici hanno sempre riconosciuto
Battaglia, per esempio, ha sempre riconosciuto il fatto di aver dovuto combattere una guerra veramente
sui generis, dove tutti i giorni si trattava di continuare a scegliere di stare da quella parte e di continuare a
combattere, ma anche una guerra che aveva un carattere estremamente drammatico, nella quale non si veniva fatti
prigionieri, fino a un certo momento almeno, e nella quale il vitto non era garantito.
Leggiamo nei diari partigiani la sequenza degli accadimenti più terribili: gli amici migliori che muoiono,
gli inseguimenti nella neve e i combattimenti ad armi impari, ma quello che si registra è se si è riusciti a
mangiare un piatto di castagne o se invece si son passati due giorni a digiuno in mezzo alla neve.
Soprattutto un aspetto tragico, e che bisogna semplicemente apprezzare, fotografare, è questa
particolare debolezza delle formazioni partigiane quando, soprattutto in questa prima fase, si trovano a essere investite
da una rappresaglia preventiva. Spesso si tratta di un attacco preventivo condotto da tedeschi e fascisti contro
coloro in mezzo ai quali si vive, che ti danno da mangiare e che poi non saranno più tuoi amici, dopo il massacro.
Tra l'altro è impressionante vedere come queste operazioni volte a rendere nemici i partigiani, siano capaci di
una persistenza che dura nel tempo così a lungo.
Infine, studiare le stragi significa studiare - secondo quello che penso - l'esperienza più dura e più diretta
del nazismo compiuta dagli italiani. Cioè gli italiani che vengono uccisi in queste stragi, del tutto
inaspettatamente, subiscono lo stesso destino degli ebrei nei ghetti polacchi oppure dei russi che vengono massacrati nei loro
villaggi durante l'operazione Barbarossa. Questo è il significato più impressionante, più sconvolgente, dei massacri
e questo è uno dei motivi fondamentali per cui noi abbiamo cominciato a studiarli e stiamo raccogliendo
negli archivi e nella testimonianza vivente tutte le informazioni possibili per riuscire a conservarne nel futuro la memoria.
| |