Filippo Colombara
L'identità del nemico nella memoria resistenziale del Piemonte nord-orientale*
"l'impegno", a. XIX, n. 3, dicembre 1999
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.
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Le storie dei vincitori non contemplano le storie dei vinti, anzi spesso le annullano. A questa regola
non si sottraggono i combattenti della guerra di liberazione che, se sollecitati a testimoniare su quel
periodo, sfuggono la questione proponendo i consueti stereotipi.
Il problema di visibilità delle memorie di parte non è del resto nuovo e non concerne solamente
l'avversario. La memoria resistenziale, al di là delle pressioni esterne per un suo ridimensionamento e liquidazione,
vive da sempre al proprio interno un latente stato di conflittualità per la conquista del passato. Distinzioni e
sistemazioni gerarchizzate del ricordo sono proprie dei gruppi protagonisti - partigiani combattenti,
patrioti, reduci dai campi di internamento militare, deportati
politici1 - i quali, a seconda della singolarità delle
vicende, permangono lontani dall'oblio. In questa lotta, quindi, la memoria del nemico non può che
collocarsi sullo sfondo, appartenere allo scenario degli avvenimenti, con un diritto a esistere attinente alle vicende
dei vincitori, anzi funzionale e dipendente da esse.
Le note seguenti - basate su materiali raccolti nelle vallate alpine dell'alto Novarese e della Valsesia -
intendono esemplificare le interpretazioni di nazisti e fascisti date dai resistenti con particolare attenzione alle
tre tipizzazioni maggiormente ricorrenti: il nemico collocato strumentalmente "vicino" ai partigiani per
accrescere i valori positivi dei vincitori; il nemico posto al di fuori della comunità quale espressione di una
estraneità culturale e per questo motivo ostile; il nemico invisibile e in talune manifestazioni inesistente nel caso si
tratti dell'avversario interno, del repubblichino.
Vicini, lontani
Tra gli esempi possibili per esplicitare i caratteri della vicinanza, emblematica è la memoria della
morte di un partigiano dell'alto Novarese, Silvestro Curotti, nome di battaglia Dom.
Nel 1944, una sera del mese di giugno, truppe tedesche, avvisate da una spia, colgono di sorpresa
otto partigiani della formazione autonoma "Beltrami" ad una festa di paese sul lago d'Orta. Gli uomini
fuggono, solo Dom si attarda per recuperare la propria arma e rimane bloccato nel circolo operaio. Si combatte
per quattro ore fino alla morte del resistente, probabilmente suicida.
Le ridda di voci attorno all'episodio, iniziate subito dopo l'azione, contribuiscono a definire e a
radicare la memoria.
"Quando tutto è finito, si sono sentiti i fischietti, noi eravamo in casa con le braccia alzate, il loro
ufficiale ha detto: 'Questo è morto da eroe'
"2.
"Quando Dom è stato ammazzato, l'ufficiale tedesco ha radunato il picchetto, quei sette o otto che
erano vicini a lui, e ho visto che li ha fatti mettere sull'attenti e ha ordinato di presentare le
armi"3.
"Il comandante tedesco l'ha fatto portare in chiesa e poi ha detto che merita un funerale, l'ha detto
alla gente"4.
"L'interprete ha spiegato che l'ufficiale tedesco aveva detto che se l'Italia avesse tanti partigiani come
questo, la guerra sarebbe finita da un
pezzo"5.
"Quando hanno portato fuori il cadavere ho sentito una raffica; ho pensato che avessero fatto fuori
quattro ostaggi che poco prima avevano tirato fuori dalla fila, invece il capitano Simon aveva ordinato la raffica
come onore delle armi"6.
La sedimentazione della memoria - le testimonianze riportate risalgono ai primi anni settanta - agisce
tramite un doppio scambio con il passato: ha fornito al ricordo ufficiale elementi per la creazione
dell'eroe7 e ne ha tratto linfa per una rievocazione con evidenti caratteri mitici. La cultura popolare in questo senso offre
un notevole contributo: "I tedeschi - dichiara un informatore - non erano nemmeno via dalla frazione che
le donne erano già fuori casa; hanno preso il povero Curotti, l'hanno portato in chiesa e lavato
tutto"8. Qualche altro narratore ricorda un'affermazione premonitrice del partigiano: "In quella chiesetta o mi sposo - Silvecercostro "parlava" a una ragazza del posto - o ci muoio, perché c'è scritto Dom che è il mio
nome"9. Seppellito nel cimitero di Nonio, una mano anonima pone sulla tomba un biglietto: "Dom tu sei un
eroe"10.
Il ruolo ricoperto dai tedeschi nella vicenda è quello di soggetti "vicini" ai resistenti, utili a creare
l'eroe e a decretare la giusta causa per cui Dom e gli altri hanno combattuto. Il rispetto e gli onori militari del
nemico sono indispensabili per sancire la verità "di chi è dalla parte della ragione" e nel racconto persino la
crudezza con cui i nazisti trattano gli ostaggi - costretti a fare da bersaglio umano al tiro di Curotti - passa in
secondo piano.
Al contrario la creazione dell'identità del nemico sulla lontananza avviene tramite la costruzione di
pregiudizi e stereotipi volti ad affermare i torti dell'avversario, le cui responsabilità sono fondamentali per
evitare il sorgere di sensi di colpa11. Tratto peculiare in questo ambito è inoltre il differenzialismo, osservabile
come criterio ineludibile di lontananza (e quindi di ostilità a causa della non conoscenza), sovente impiegato
per temprare le valenze negative del nemico. La diversità dei tedeschi è insita nei motivi culturali ed
extranazionali tradotti nell'immaginario anche con il coinvolgimento della sfera delle tradizioni e dei costumi.
Narra una donna omegnese: "[Dopo il fermo] cercavo di spiegarmi con quei tedeschi, ma non capivano una
parola di italiano; allora mi dico: 'Cerco di parlare in francese!' Peggio che peggio, e intanto piangevo,
piangevo, piangevo! Alla fine uno, si vede che ha avuto compassione, mi prende e sai dove mi porta? Mi porta in
una grande aula [delle scuole elementari di Omegna, allora occupate dai militari], era bella grande questa
aula, e mi trovo in mezzo a questi soldati tedeschi che stavano mangiando. E mi sono stupita perché
mangiavano... riso bianco con lo zucchero... Io non riuscivo a farmi capire e piangevo: 'Datemi un lasciapassare!'
"12.
La diversità dei militi della Rsi, pur non basandosi su lontananze nazionali effettive, si sviluppa con
il bisogno di espellere i fascisti dal corpo della nazione. "Non si combatte fra
eguali"13 e quindi è
indispensabile connotare l'avversario come straniero, come non italiano, come diverso, per rispondere, almeno in parte,
al "bisogno di proiettare il nemico fuori del 'noi', per renderlo visibile,
riconoscibile"14 e soprattutto
distante. Tali distanze sono accentuate dal fatto che il fascismo di Salò non è più quello del Ventennio e i suoi
soldati sono truppe di occupazione. Forse è questo il modo migliore per salvare la comunità, allontanandola
dal fascismo e dalle responsabilità passate.
"[Il fascismo] del dopo sappiamo che era feroce perché era al servizio dei tedeschi. L'essere fascisti in
quel periodo lì è una cosa differente da esserlo stati prima nel Ventennio".
D. "I fascisti che agiscono dopo l'8 settembre sono integrati nella comunità o sono un po' truppe di
occupazione?"
R. "Ho l'impressione che siano delle truppe di occupazione... La sensazione è che sono isolati. Del
resto, la cosa che si nota, quando i fascisti lasciano il presidio [di Gozzano] ai primi di settembre '44 e i
tedeschi si ritirano perché c'è stata l'avanzata del secondo fronte e anche in Italia siamo vicini a Bologna,
all'arrivo dei partigiani a Gozzano c'è festa. Erano la 'Volante rossa' e la 'Volante azzurra' di Moscatelli. Io non
ero presente quando sono entrati perché ero già nascosto, ma ricordo che sono stati sei o sette giorni di festa,
c'era la gente che camminava per le
strade"15.
Antonio Madoni, partigiano dell' "Osella", durante un rastrellamento della "Folgore", avvenuto alle
cascine Baragiotta di Prato Sesia nel novembre 1943, differenzia anche il giudizio sui soldati che
perquisiscono la sua abitazione: da quello sul milite che lo vuole arrestare e di cui sottolinea le lontananze culturali,
" 'n tarón", a quello sul sergente più comprensivo, "d'la zòna parchè 'l parlava come nói", che lo lascia
libero16. Un episodio simile gli era capitato in precedenza, durante la fuga da Bardonecchia dopo l'8 settembre
1943. Anche in questo caso dei due carabinieri che lo fermano è il meridionale che lo vuole arrestare - perché
"l'è 'n tarón" - mentre il piemontese lo
salva17.
Le distanze culturali, quindi, divengono un fattore importante sia per compiere l'opera di
esorcizzazione del male (il nemico è un estraneo e quindi la comunità è immune dalla contaminazione di culture
negative), sia per accreditare l'adesione dei paesani al movimento resistenziale, composto in molte località da
propri appartenenti, come nei casi di Cireggio, base originaria della formazione di Filippo Beltrami, e Prato
Sesia, da dove provengono diversi garibaldini dell' "Osella".
"Durante il periodo partigiano erano tutti a favore dei partigiani, magari c'era qualcuno che se lo
teneva per sé, ma li sentivamo come nostri ragazzi. [...] Il paese era tutto con i partigiani, tutto, tutto".
D. "Non c'era nessuno che appoggiasse..."
R. "Perlomeno se c'era qualcuno non si faceva capire, no e poi non saprei neanche chi, non saprei
individuare chi. Ci sarà stata qualche persona agnostica, però la maggior parte, anche perché avevamo quasi
tutti dei parenti su, se non tutti quasi... E poi ci conoscevamo, perché il paese non era tanto sviluppato come
adesso, a quell'epoca ci saranno state ottocento persone, adesso non mi ricordo bene, ora siamo oltre tremila, tutti
forestieri che non ci conosciamo più, ma a quell'epoca eravamo tutti di Cireggio, ci volevamo bene, ci
conoscevamo, ci stimavamo"18.
"Dopo quindici giorni abbiamo ucciso il maiale e di notte abbiamo sentito picchiare la porta...
Picchiano ancora la porta 'pum pum pum' e abbiamo sentito: 'Ba... Bargeri?' allora mio marito ha detto: 'Sono i
nostri, sono i partigiani'. Ci siamo alzati e siamo venuti giù, abbiamo acceso la stufa, si sono scaldati e han
mangiato. Son stati qui dalle quattro fino alle sei, poi mio marito ci ha detto: 'Adès ti Franco [Marcodini] dovete
andare perché vien chiaro, se vengono su [i fascisti] è un disastro, qui ci uccidono tutti'. 'No no no, andiamo
Carlin, andiamo'. Allora il marito ci ha fatto un bel pacco, ci ha messo dentro lardo, salame che avevo: 'Andate
in santa pace'. Sono andati e noi siamo rimasti lì... Si capisce che noi si aiutava no? Si aiutava i partigiani,
noi li difendevamo, erano dei nostri, difendevano le nostre
case"19.
Le piccole dimensioni delle comunità, come nei casi citati, consentono peraltro un meticoloso
controllo dei comportamenti e nulla può sfuggire. Quando invece è assente il rapporto tra popolazione e
partigiani, quando manca la mediazione, la convivenza e gli aiuti reciproci divengono disagevoli.
D. "Il rapporto tra partigiani e paesani com'era?"
R. "Ai primi tempi era un po' difficile, c'era il problema del mangiare, dopo invece le cose sono
migliorate, si conoscevano e venivano nelle
case"20.
Emblematico il caso di Cannobio dove per un certo periodo l'atteggiamento del battaglione "Perotti"
pare ricoprire più il ruolo di esercito di occupazione che non quello di liberazione
nazionale21. Nel diario della formazione viene annotato: "Da giovedì 27 gennaio a domenica 13 febbraio [1944]: Alla popolazione di ...
Il contegno della popolazione civile verso i partigiani non è stato sin ora quale avevamo diritto di
aspettarci benché non siano mancate le eccezioni encomiabili, ed esemplari; la maggioranza, o per vigliaccheria o
per odio verso le forze della Libertà, si è dimostrata indifferente od ostile.
È ormai vicino il giorno in cui puniremo le spie e i traditori fascisti. Gli altri, i pavidi, sono ancora in
tempo per dimostrare quali siano i loro veri sentimenti. [...]
Lunedì 31 luglio: [...] La popolazione è schifosa. [...]
Martedì 1 agosto: [...] Popolazione sempre più schifosa. [...]
Giovedì 3 agosto: [...] In mattinata ho fatto requisire una pecora e una capra. La popolazione dovrà
cambiare sistema"22.
Anche i testimoni sottolineano difficoltà e diffidenze.
D. "Ha conosciuto qualche partigiano?"
R. "Sì, ma non ne ho mai aiutato nessuno. Sapevamo più o meno dove si trovavano ma non ne ho mai
aiutato nessuno, non ho mai portato cibo a nessuno. I partigiani obbligavano la gente ad aiutarli, altrimenti si
arrabbiavano"23.
"Alcuni non erano molto gentili e minacciavano la gente con la pistola per farsi dare il burro. Però
non potevano obbligarci a farsi dare la roba perché non ne avevamo nemmeno per noi. Poi veniva sempre su
una spia tedesca, quando avevo le mucche, per bere il latte, e poi l'hanno
ammazzato"24.
Il nemico "buono"
Nell'ambito della guerra tra italiani, interpretazione diversa, rispetto ai ruoli consueti tra amici e
nemici, assumono i ricordi di atti solidali compiuti dall'avversario.
Tali atteggiamenti paiono seguire due modelli comportamentali ben definiti, uno relativo ai problemi
di una guerra che ha come scenario non più fronti lontani ma le strade del proprio paese, l'altro riferito
alla distinzione sessuale dei protagonisti.
Nel primo caso, quando il livello di violenza non è estremo e non si manifestano lacerazioni insanabili,
la preoccupazione degli individui di entrambe le parti è la sopravvivenza delle comunità. Anche in presenza
di divisioni ideali e politiche si può e si deve trovare una tacita intesa, perché gli interessi delle società di
villaggio sono superiori all'immediatezza degli avvenimenti. Le progettualità politiche possono mutare, ma
la proprietà della terra, le gerarchie sociali consolidatesi nei borghi, i rapporti parentali e di vicinato
posseggono un maggiore radicamento, bruschi cambiamenti sono di raro condivisi, dato che le innovazioni
provocano incertezze e dubbi. In questo senso certi atteggiamenti solidali tra esponenti di parti opposte, ma con
sicure comunanze di paese o di parentela, si intraprendono e fungono da attenuatori dei livelli di violenza.
A Gozzano e San Maurizio, paesi del basso Cusio, è uno dei maggiori protagonisti del fascismo locale
a salvare "più comunisti e partigiani di chiunque
altro"25.
A Prato Sesia, uno dei fratelli Rolando, il partigiano Barba, anziché eseguire l'ordine di eliminare cinque
collaborazionisti, preferisce intimorirli "perché ammazzare c'è sempre tempo. E anche quello che si
diceva che ci aveva bruciato la casa adès i parluma 'nsèma... In pasai anca
quarant'agn..."26.
Il secondo modello con il quale si possono raggruppare i solidarismi del nemico è pertinente agli aiuti
e ai consigli che militi della Rsi forniscono a donne coinvolte nel movimento partigiano.
In un paese della bassa Valsesia, durante l'incendio appiccato dai repubblichini alla casa di due
fratelli partigiani, la madre di questi, intrappolata dalle fiamme, viene tratta in salvo da un milite della "Muti".
"[Durante la rappresaglia] a casa mia han bruciato tutto, cucina, camera da letto... Mia mamma, era
sopra che tentava di salvare il vestiario, lo prendeva e lo metteva giù dalla finestra verso via Garibaldi. Lì però
c'era il camion dei fascisti che la caricava, per cui quando ha creduto di aver salvato la roba non c'era più
niente... Anche questo bisogna dirlo, quando era sopra in mezzo alle fiamme, uno di loro è andato su: 'Signora,
signora, venga via, venga via'. L'han tirata fuori,
altrimenti..."27.
Un altro repubblichino avvisa la lattaia del paese di porre in salvo il figlio partigiano: "Mi dice:
'Signora, io sono di Verona e domani vado a casa in licenza e proprio perché vado a casa in licenza voglio andare a
casa con la coscienza leggera. Nasconda suo figlio Renato, perché io ho visto il tenente che ha fatto un segno
rosso sotto il nome e quando fa quel segno rosso è già morto, lo nasconda!'. Io non mi fidavo e dicevo: 'Ma
non è mica a casa mio figlio, non c'è'. 'Beh, guardi, se lei l'ha nascosto ha fatto bene, se no lo nasconda,
perché suo figlio è già morto'. Pensi... Poi, erano gli ultimi giorni e quando i partigiani hanno assaltato il
collegio [sede provvisioria del reparto], quella sera lì 'sto ragazzo era di sentinella ed è morto insieme ad altri
due fascisti. Creda, mi è dispiaciuto, perché io sono andata a vederlo. Era là fuori e sono andata a vederlo.
Ha salvato mio figlio e ci ha rimesso la vita lui, poveretto, mi è dispiaciuto
proprio"28.
In un paese del lago d'Orta una giovane staffetta, catturata dai repubblichini, prima dell'interrogatorio
è avvicinata da un milite: "Mi dice: 'Eh Biancaneve sei una villa [con accento meridionale]... eh, tu
Biancaneve la vedrai brutta con quello lì'.
'Öh ci devo essere anch'io però!' Allora quello lì m'ha detto se avevo
visto quel divano che c'era su nella stanza. 'Sì, ho visto il divano'. 'E non hai visto quante macchie?' 'Ma non
sono mica andata sul divano a guardare le macchie, non mi interessa'. 'Stai attenta Biancaneve perché
quando vengono delle belle ragazze quello lì [il tenente] se le...'
'Öh là - ho dicc' ci devo essere anch'io'. Lui
m'ha detto che non scherzava: 'Te lo dico perché vedrai che ti farà la festa anche a te'. [...] Poi sono venuti
a prendermi, m'hanno detto che io sapevo dove c'era il magazzino delle armi, io non lo sapevo invece. E
mi dicevano: 'Tu sei l'amante dei partigiani!' 'L'amante dei partigiani? Come si permette di dire che sono
l'amante di qualcuno, io non sono stata l'amante di nessuno' e quasi piangevo. E lui [il tenente]: 'È quello che
vedremo'. 'Cosa vuol vedere?' 'Qua comando io!' Intanto quel soldato che m'aveva detto del divano e tutto
aveva anche detto: 'Se cerca di farti qualcosa, picchia un piede per terra perché io di sotto sento'. [Il tenente]
m'ha detto: 'Vedi questa pistola, ci sono dentro quaranta colpi, e quello là è il tuo cimitero'. 'Guardi io non ho
niente da dire faccia quello che la sua coscienza le permette di fare, cosa posso fare io contro di lei?' 'Adesso
vogliamo vedere se non sei mai stata l'amante di nessuno'. 'Cosa vuol vedere, provi a toccarmi?' Cerca di venire
avanti e mi dice: 'Tu mi devi dare la prova che non sei mai stata di nessuno'. 'A lei?
gh'ò dicc' - guardi, se lei
è giusto come dice di essere, mandi a chiamare un medico che lei non conosce e lo porti qua'. 'Vediamo!'
'No lei non ha niente da vedere'. Io mi sono ritirata fino alla porta e quando si è avvicinato gli ho detto: 'Non
mi tocchi!', e ho picchiato il piede per terra. L'altro ha sentito picchiare il piede ed è venuto su. 'Pum pum'
ha picchiato la porta. Il tenente ci ha picchiato il moschetto sulla schiena: 'Vattene non t'ho chiamato io'. E
poi a lui c'è passato tutto e non mi ha fatto
niente..."29.
Questi sono atti che si producono all'interno di forme di "umanizzazione" degli scontri, il cui scopo
non è procurarsi un abito nuovo per il dopo liberazione, dato che i protagonisti non si conoscono quasi mai e
non si rivedranno più al termine degli episodi, ma è quello di rispettare codici comportamentali introiettati
da tempo.
Ha il sopravvento, infatti, l'assunzione delle immagini stereotipate di donna-madre e donna-sorella, la
cui condizione di soggetti indifesi e impotenti determina gli atti solidaristici dei militi. Mentalità e culture
del rapporto tra uomini e donne che sopravvivono nel dramma di una guerra interna: donne angeli del
focolare al fianco di donne da stuprare.
L'accesso alla memoria, tuttavia, assume il carattere della vicinanza per il comportamento unico del
singolo individuo, il cui grado di visibilità, nonostante la conquista del diritto a sopravvivere nel ricordo, non è
elevato: eventi del genere nelle narrazioni sono secondari e talvolta nascosti. I racconti del fascista "buono"
non turbano la valutazione negativa sull'avversario, anzi appare normale che atti solidali siano avvenuti. Il
giudizio radicale sulle responsabilità del nemico è di gran lunga il fatto principale da testimoniare e da perpetrare.
Guerra civile e partigiani
Nelle rappresentazioni dell'avversario, vicinanze e solidarismi sono interpretazioni che si desumono
da atteggiamenti non sempre coscientemente esplicitati dagli informatori, pertanto, se si intende
approfondire il giudizio sugli aderenti alla Rsi occorre coinvolgere una delle categorie più difficili di lettura del
passato: l'interpretazione della Resistenza anche come guerra civile. Argomento questo che negli ultimi anni ha
prodotto un tangibile dissenso tra gli ex resistenti, di cui vi è traccia nei vari interventi di base editi dalla
pubblicistica partigiana del Novarese e del Vercellese.
Se dal punto vista della ricerca scientifica l'impiego di una categoria storiografica del genere ha
trovato il suo raziocinio, diversamente tra i protagonisti dell'esperienza i risultati sono stati modesti e molti
reduci hanno polemizzato con un revisionismo storiografico inteso come
unicum accomunante le diverse posizioni degli
studiosi30. D'altro canto l'interpretazione degli storici poco influisce sul problema complesso di
riordino della memoria collettiva. Infatti i lavori di ricerca possono incidere sul dibattito con le nuove
generazioni (nonostante le pressioni su di esse esercitate dalle pratiche semplificatorie e riconciliatrici dei media),
ma non hanno credito nell'immutata lettura del passato operata dai resistenti, soprattutto dopo
l'appropriazione negli anni sessanta da parte delle destre del termine di guerra
civile31. L'attenzione alle argomentazioni
prodotte dai partigiani è peraltro necessaria, essendo di non poco conto l'importanza di introdurre nella
memoria di tradizione solidi convincimenti che contrastino le
banalizzazioni.
La principale critica dei reduci è dovuta al timore che si pongano sullo stesso piano politico, etico e
di radicamento tra la popolazione, fascisti e partigiani:
"Non si tratta di una disputa nominalistica: il termine 'guerra civile' presuppone vi fossero due fazioni
in campo, entrambe radicate in un modo o nell'altro nella popolazione
italiana"32.
"Voglio tanto sperare che i giovani [...] abbiano la fortuna di ascoltare storici che narrino i fatti con
lo scrupolo dei ricercatori scientifici per cui rimangano in loro idee chiare e, per quanto riguarda la nostra
storia dal 1943 al 1945, rifuggano dai teorizzatori della Resistenza quale guerra civile, perché mettono sullo
stesso piano oppressori e
oppressi"33.
In particolare riguardo al radicamento: "Ricordiamo tutti assai nitidamente che, in quei venti mesi di
fuoco tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, non vi fu porta che non si aprisse ospitale, di giorno o di notte,
al partigiano che chiedeva asilo, non vi fu chi negasse cibo o assistenza al combattente o al clandestino
in difficoltà"34.
Proprio sull'essere accettati dalla popolazione, inoltre, si combatte la battaglia della visibilità dei
contendenti. È nota la prerogativa dei vincitori nel non concedere esistenza ai vinti e questa opinione è presente
tra molti antifascisti al punto da sembrare che tra il 25 luglio e l'8 settembre 1943 siano spariti nel nulla
tutti i vent'anni di dittatura fascista: "Si lascia in ombra il fatto che per l'Italia la guerra era finita l'8
settembre 1943 con l'armistizio. ll fascismo era caduto ed era stato spazzato via il 25 luglio: la Milizia volontaria
per la sicurezza nazionale e persino i moschettieri del duce si erano squagliati come neve al
sole"35.
"Dal 25 luglio all'8 settembre 1943 il fascismo era caduto [...]. In quel periodo ero militare a Roma, la
città satura di fascisti, ma di questi non ne vidi più: tutti
squagliati"36.
"Il fascismo era finito ingloriosamente il 25 luglio 1943. La cronaca registrò un solo atto di resistenza
(si fa per dire) fascista: il suicidio del direttore dell'agenzia Stefani, Manlio
Morgagni"37.
Le stesse asserzioni dello storico Pavone al convegno di Brescia del 1985: "[...] anche la Rsi sta nella
storia del nostro paese e gli italiani fascisti, contro i quali combatterono gli italiani antifascisti, non erano dei
fantasmi partoriti dall'inferno"38 sono giudicate poco
persuasive39.
Se in quarantacinque giorni l'Italia si è redenta e purificata, quella che si combatte successivamente
non è una guerra tra due schieramenti con visioni del mondo contrapposte e neppure una lotta al fascismo in
corso di sparizione, ma esclusivamente guerra al nazismo, o meglio allo straniero, ove la parte dei salotini,
nonostante l'organizzazione politico-militare in campo, è di piccoli comprimari, neanche tanto italiani, anzi
per niente italiani.
"L'Italia centro settentrionale fu occupata dai nazisti i quali risucchiarono a sé i fascisti occultati, li
riorganizzarono e formarono oltre il tessuto burocratico-amministrativo formazioni militari di crudeltà pari
alle SS; come non ricordare le brigate nere, la Decima Mas, la Monterosa, la Tagliamento.
Pertanto questo complesso amministrativo e militare era comandato dai nazisti quindi gli
appartenenti erano assimilati a loro. Come si poteva considerarli ancora italiani? Che forse si è italiani unicamente per
il registro anagrafico? O si è invece italiani perché si ha l'orgoglio di esserlo in quanto espressione della
nostra libertà?"40.
Commentando gli atti vandalici compiuti contro una lapide partigiana in Ossola si afferma: "Non
risulta che cittadini italiani abbiano recato offesa a lapidi di caduti
fascisti"41.
Quella dell'italianità è il veicolo per un nuovo senso della patria: "I partigiani, e questo lo affermo
con orgoglio, hanno ridato dignità al nostro
paese"42. Di conseguenza i fascisti, oltre a essere stati "al
servizio dei tedeschi invasori e massacratori degli
italiani"43, sono antropologicamente lontani, per l'appunto
stranieri.
"[Il governo] di Salò era sotto ogni aspetto 'straniero', mercenario, senza alcuna base di legittimità,
perché al soldo del nemico invasore, perché veri e propri ribelli al legittimo governo.
Le forze partigiane, appoggiate dal popolo, perseguivano la liberazione del territorio italiano dal
tedesco invasore e dai fascisti mercenari, quindi 'nemici', quindi anch'essi 'stranieri' e come tali da considerarsi
a tutti gli effetti. Per questi motivi fu una guerra di
liberazione"44.
"Non si trattava, quindi, di due fazioni contrapposte in una guerra civile, ma della nazione italiana
che combatteva contro un esercito invasore e i suoi
lanzichenecchi"45.
L'insistenza con la quale si abbinano i fascisti ai nazisti e questi ai tedeschi e quindi alle
popolazioni germaniche nel loro complesso traspone gli ambiti della diversità e della distinzione in altri scenari
storici, da tempo introdotti nelle culture di base da un sentimento diffuso di stigmatizzazione del
"crucco"46. Citazioni come "tedeschi invasori e massacratori di italiani", appellativi come "lanzichenecchi", ricordano
una tradizione storiografica che vede nel tedesco l'eterno nemico: quello dei tempi di Barbarossa,
dell'epopea risorgimentale, del primo conflitto mondiale. Una delle possibili interpretazioni della Resistenza è allora giocata sul piano nazionalista di guerra allo straniero.
"Il termine guerra civile ha dentro di sé anche un nascosto significato di guerra fratricida, di
fenomeno ingiustificato e crudele che la guerra di liberazione o Resistenza non ebbe mai, né nell'intenzione, né nei
fatti perché non fu lotta fra cittadini di uno stesso stato, ma guerra all'invasore tedesco ed ai traditori che con
esso collaboravano"47.
"Nella guerra di liberazione non c'erano due parti in lotta, ma il popolo italiano da una parte e i
tedeschi dall'altra, sostenuti da un piccolo nucleo di
fascisti"48.
"All'8 settembre 1943 ci siamo trovati a fronteggiare l'occupazione tedesca del nostro territorio senza
alcun motivo legale valido; i tedeschi calpestando, come sempre nella loro storia moderna, i più elementari
diritti dei popoli si rivelavano pienamente quelli che erano in
realtà"49.
A contrastare queste posizioni, che dalla negazione del nemico interno pervengono alla guerra
nazionale, vi sono rari ma significativi casi: "Non si può fingere che il nostro nemico principale fosse solo il
tedesco e non soprattutto il fascismo e la Repubblica sociale italiana. E la Repubblica sociale italiana non può
essere ridotta a un manipolo di traditori, perché ha retto bene o male dal punto di vista amministrativo, per
venti mesi, il Nord d'Italia. Tanto che nessun giurista ha mai sostenuto che la Rsi non abbia gestito in quei
mesi quel territorio. Insomma l'esercito tedesco ha potuto comandare e imporsi solo grazie
all'organizzazione capillare locale che gli garantiva la Rsi. E questo è tanto vero che molti studi giuridici ritengono la Rsi
un 'canale di continuità statuale', si dice 'inevitabile', tra fascismo e democrazia post-fascista. [...]
Io il periodo partigiano l'ho vissuto con la consapevolezza di stare combattendo una guerra civile, non
ne ho mai avuto il minimo dubbio e sono orgogliosa di avere partecipato a una lotta per la libertà
che, proprio perché c'è stata continuità dello Stato tra fascismo e post-fascismo, è ben lungi dall'essere
terminata"50.
In quasi tutte le asserzioni pare che il bisogno di riscatto del Paese dal famigerato ventennio passi
attraverso la repentina sparizione di quest'ultimo. Sembra cioè che la lotta al fascismo, iniziata con gli scontri
sanguinosi (e dimenticati) del primo dopoguerra, si sia risolta con l'arresto di Mussolini, mentre il nemico
interno che appare dopo l'8 settembre è altra cosa.
Si delineano con nitidezza i tratti dei salotini, avversari da inventare, distinti da sé per la cui
costruzione si utilizzano: "i pregiudizi e gli stereotipi della diversità prodotti (e disponibili) culturalmente, accentuati
in modo drammaturgico e utilizzati come legittimi [...]. 'L'identità del nemico' - a differenza degli
stereotipi della diversità e dei pregiudizi razziali - rende possibile una trasvalutazione dei valori: si può e (in caso
di guerra) si deve uccidere"51, ed è meglio uccidere uno straniero, atto rassicurante di tutela e salvaguardia
dei propri simili.
Insistere nel privare di patria l'avversario e il disconoscerne la visibilità sono atti di esorcizzazione del
male appartenenti alle generazioni protagoniste della vittoria. Tuttavia non conferire
status al nemico, escludere la possibilità di indagarne le vicende e le specificità, portano ad una crisi della memoria collettiva,
congelata dagli umori del periodo in troppe semplificazioni, insufficienti per far fronte alle richieste di conoscenza
delle nuove generazioni.
Nell'avversare l'uso della categoria guerra civile si cela in molti casi l'inconsapevole volontà di
nascondere l'immagine dell'avversario, impedendo in questo modo una lettura globale della storia e rendendo
difficoltosa la comprensione degli eventi successivi al conflitto. Continuità e trasformismi tra fascismo e
post-fascismo, del resto, appartengono più alle memorie familiari e private degli italiani che non alla memoria
ufficiale del dopoguerra e della ricostruzione nazionale. Il ruolo spesso assunto dai resistenti di
testimonial delle vicende storiche ha portato talvolta all'assunzione di una memoria che sull'unità nazionale di popolo
ha sacrificato ogni possibile interpretazione accurata del passato e talora anche la ragione critica.
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